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ve nel 1721 come modesta "Scuola Slava". Caterina I la trasformò in Seminario Slavo-greco-latino. Nel 1797 ottenne i privilegi universitari con il titolo di "A. di Alessandro Nevskij" ovvero "A. Ecclesiastica" come incominciò a dirsi dal 1809.
A. di Kazan'. - Lo zar Paolo I concesse il titolo di A. al Seminario di Kazan', fondato dal metropolita Tichon nel 1723: perdute il titolo poco dopo, lo riacquistò nel 1842.

Il numero degli studenti delle a. fu sempre molto ridotto. Ma i suoi professori ed allievi ebbero grande influsso nella vita ecclesiastica russa. Le a. erano sottoposte al Regolamento Ecclesiastico di Pietro il Grande. Infatti la loro storia è un susseguirsi di riforme a tendenza sempre più liberale e laicizzante.

Le a. sono rimaste chiuse dall'avvento del bolscevismo fino al 1945 in cui venne autorizzata dal governo sovietico la riapertura di quelle di Mosca e Leningrado con un esiguo numero di studenti.

Bibl. : M. Bulgakov, Istorija Kievskoj Abadenii, Pietroburgo 1843; S. Smirnov, Istorija Mushovskoj darjono-greba-latinskoj Abadenii, Mosca 1855; I. Casovic, Istorija Z. Peterburgskoj duchovnoj Abademii, Pietroburgo 1857; P. Znamenskii, Istorija Kuvanskoj duchovnoj Abadenii, Kazan' 1891; A. Jablanowski, Akademia Kijottsho-Mohilovisho, Cracovia 1899-1900; M. Gordillo, Russie, Pensée religieuse, in DThC, XIV, coll, 333-71; B. Schultze, Einiges über die Ausbildung der Theologen im heutigen Russland, in Or. Christ. Per., 12 (1946), pp. 387-93. Maurizio Gordillo

## V. A. letterarie, filosofiche

E SCIENTIFICHE.
Sommario: I. A. Platonica. - 2. A. Pontaniana. - 3. A. Romana. - 4. A. scientifiche. - 5. A. Nazionale dei Lincei. 6. R. A. d'Italia.

1. A. Platonica. - Il ravvivarsi degli studi umanistici nel ' 400 apportò anche la rinascita delle a. nel senso greco. Si ebbe così a Firenze l'A. detta più tardi Platonica, promossa da Cosimo il Vecchio, e di cui fu capo Marsilio Ficino (1435-99). Francesco de' Vieri nel Campanilio della dottrina di Platone (Firenze 1577) racconta che il "Gran Cosmo" udendo più volte il filosofo greco Giorgio Gemisto detto Pietone disputare "degli altissimi misteri platonici ", ne fu rapito, e concepì l'idea di far rivivere a Firenze l'A. Platonica. A Marsilio Ficino nel 1463 dette l'incarico di tradurre tutte le opere di Platone e pensò anche a dargli un asilo tranquillo, donandogli la villa di Montevecchio a Careggi. Il Ficino chiamò A. la sua villa: e il 7 nov. 1474 vi celebrò con nove platonici, tanti quanti le Muse, la commemorazione di Platone, che fu annualmente ripetuta. "Academici» o "Academica familia " eran detti i frequentatori. Nella mente del Ficino, "pater platonicae familiae ", l'antica A. ateniese era così risorta attorno a lui, Platone redivivo. Ma nella coscienza dei contemporanei e degli stessi sodali quelle riunioni non erano altro che uno dei tanti ritrovi eruditi ormai consueti a Firenze. Vi parteciparono non solo i fedeli

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di Platone, ma anche filosofi d'altro scuole, letterati, giuristi, poeti, uomini di stato e scienziati. Lo stesso Ficino li annovera in una lettera a Martino Preninger, cancelliere del vescovo di Costanza. Erano il Poliziano, Lorenzo il Magnifico, il geografo Francesco Berlinghieri, Pier Leoni da Spolato medico, Naldo Naldi, Ugolino Verini, Giovanni Neri, Pier Soderini, Amerigo Corsino e altri. Pochi, dunque, i filosofi, e di essi uno solo che abbia lasciato nella storia del pensiero tracce durevoli, Giovanni Pico conte della Mirandola e di Concordia.

L'A. fiorentina, che raggiunse il massimo splendore durante la giovinezza di Lorenzo e di Giuliano de' Medici, visse fino al 1522 , risorgendo più tardi sotto il nome e la diversa natura di "Crusca". Per opera di essa, nel nome di Platone, si compì in Toscana il risorgimento filosofico. Il platonismo era giunto in Firenze fin dal 1396 con la venuta di Emanuele Crisolora, e meglio nel 1423, per il ritorno da Costantinopoli dell'Aurispa e del Traversari, con il primo Platone completo e i principali neoplatonici. Leonardo Bruni poi e altri umanisti, con traduzioni parziali, avevano procurata di Platone una conoscenza almeno filologica, mentre Giorgio Gernisto ne celebrava la divina virtù speculativa. Tuttavia il card. Bessarione, ancora dopo il 1460 , poteva dire che Platone era pressoché sconosciuto in Italia. Marsilio Ficino, traduttore ed interprete del filosofo ateniese, ne elaborò filosoficamente la dottrina e la inseri elaborata nelle svolgimento originale dello spirito italiano. Nella Theologia platonica, ch'è la maggiore opera sua, si sforzò di fondere il platonismo e il cristianesimo, raggiungendo però «un platoneggiamento del cristianesimo", pericoloso in quanto finì «con l'annegare il cristianesimo nella comune religione naturale ".

Bibl.: A. Della Torre, Storia dell'A. platonico di Firenze, Firenze 1902; Ch. Elsee, Neoplatonism in relation to Christianity, Cambridge 1908; Sonking, Geschichte d. Platon. Abadente zu Florenz, Gottinga 1912; G. Saitta, La filosofia di M. Ficino, Messina 1904; G. Sumprizi, I platonici italiani, Milano 1926; G. Tolfanin, Storia dell' Umanesima, Napoli 1933; B. Kiczakowski, Studi sul platonismo del Rinascimento in Italia, Firenze 1936.

2. A. pontantana. - Sorta a Napoli sotto gli auspici di Alfonso d'Aragona, ebbe a fondatore Antonio Beccadelli detto il Panormita dalla città nativa (Panormus, Palermo), che ospitava gli accademici nella sua casa in via dei Tribunali o nella sua villa "Plinianus" a Resina, o li riuniva in quel Porticus Antoniana che serbò il nome del Panormita stesso. Fu centro di studi essenzialmente filologici, meno paganeggiante e più vicina alla vita contemporanea che non le A. fiorentina e romana. Il Panormita guidava le discussioni animandole col suo brio, e alla sua morte, nel 1471, quale capo dell'A. gli succedette Giovanni (Gioviano) Pontano, legislatore e ordinatore del sodalizio, il poeta più originale del periodo umanistico. L'A. da Alfonsina fu detta così Pontaniana. Raccolse i migliori ingegni del Regno: il Sannazzaro, denominato Actius Syncerus; Gabriele Altilio, elegante poeta latino e autore di un famoso epistolario; Tristano Caracciolo e l'Acquaviva, guerriero insieme e letterato. Con questi e con altri molti nella nuova sede in via del Purgatorio ad Arco, convenivano Michele Marullo, Pietro Summonte, editore delle opere del Pontano, Luigi Galluccio e il medico di Ferdinando I, Antonio de Ferrariis. Il Pontano, riverito ed amato quale maestro, "esercitava un'azione efficace sulle inclinazioni letterarie e sugli avviamenti intellettuali di tutti». I suoi dialoghi riflettono quei convegni e quelle discussioni. Quando
mori, l'A. decadde; rifiorì poi con Jacopo Sannazzaro e con Scipione Capece per disciogliersi verso la metà del Cinquecento. Risorse infine durante il regno di Gioacchino Murat, ma con mutato indirizzo.

Bibl.: G. M. Tallarigo, Gio. Pontano e i suoi tempi, Napoli 1874; A. Barossi e V. R. Sabbadini, Studi sul Panormita e sul Valla, Firenze 1891; V. Laurenza, Il Panormita a Napoli, Napoli 1912, nel volume 42 degli Atti dell'A. Pontaniana; T. Persico, Il Rinascimento nell'Italia meridionale, Firenze 1915.

3. A. momana. - Fu istituita da Giulio Pomponio Leto, discendente illegittimo dei Sanseverino principi di Salerno, nella sua casa in riva al Tevere. Umanisti di vario temperamento, dai nomi latineggianti, vi convenivano a ragionar d'arte, di filologia, di filosofia e d'archeologia. Tutti dedicati al culto del mondo classico, si consideravano antichi redivivi; datavano le loro scritture ab urbe condita, e ogni anno celebravano il 21 apr., giorno tradizionalmente ritenuto della fondazione di Roma. Ogni membro era "sacerdos Academiae Romanae" e il loro capo assumeva il titolo di "Pontifex maximus». Dopo Pomponio Leto, che fu l'animatore, si distingueva nell'A. romana Bartolomeo Sacchi da Piodena, detto perciò il Platina, che attese alla Storia di Mantova, alla vita di Enea Silvio Piccolomini, e a quel Liber de vita Christi ac omnium Pontificum che più degli altri raccomanda il suo nome. E col Platina sono da ricordare Filippo Buonaccorsi da S. Gimignano che assunse il nome di Callimaco Esperiente e Marcantonio Cocci da Vicovaro detto il Sabellico. Nel loro amore per l'antichità non sdegnarono neppure le antichità cristiane. Giambattista De Rossi dalle catacombe di Callisto e Priscilla trasse alcune iscrisioni che attestano aver gli accademici visitato quei luoghi. Forse attuavano così quella contemporaneità di cristiano e di pagano, ch'era nel loro spirito. Parve tuttavia che gli umanisti romani volessero rinnegare il cristianesimo per riprendere l'idolatria pagana. In realtà, se il tono dell'A. era apertamente paganeggiante, il problema religioso non fu veramente affrontato da quegli umanisti; si trattava piuttosto di «un atteggiamento che oggi chiameremmo di estetismo ". Se non che, nel 1468 furono accusati di congiurare contro il Papa e di voler togliere Roma "de la subiectione de' preti ", e per ordine di Paolo II, già per se stesso poco favorevole all'Umanesimo, il Leto e il Platina furono imprigionati. L'A. venne così sciolta. Si ricostituì poi sotto il pontificato di Stato IV, in una casa che Pomponio Leto ebbe sul Quirinale e dove egli raccolse antiche opere d'arte, iscrizioni e manoscritti; gli accademici ripresero i loro riti, e ogni anno celebrarono le Paliline; ma ebbero cura di tornare con maggior cautela all'indirizzo primitivo, mitigando quel culto superstizioso ed esagerato dell'antichità.

Bibl.: G. Lumbroso, Gli Accademici nelle catacombe, in Arch. d. Società rom. di st. patria, 12 (1889), p. 215 sgg.; V. Zabughin, Pomponio Leto, Roma 1909; V. Rossi, Il Quattrocento, 3^{°} ed., Milano 1933, pp. 313, 318.

4. A. sCIENTIFICHE. - Ai primi esempi delle a. filosofiche e letterarie quattrocentesche, si aggiunsero, nel sec. XVI e più ancora nel XVII, quelle scientifiche, di cui l'A. dei Segreti., fondata a Napoli da G. B. della Porta (1545 ?-1615) può essere ritenuta il primo significativo esempio. Il nome fu determinato dal fatto che vi si accoglievano soltanto coloro che avevano scoperto qualche "segreto "o ritrovato speciale, che portasse utilità alla medicina o alla scienza. L'A. dei Segreti non ebbe però vita lunga, né si rese in realtà benemerita nel campo scientifico, per cui deve ritenersi come un semplice abbozzo di quanto in seguito doveva avere ben altro sviluppo.

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Nel sec. xvir il bisogno di unire le forze di più elementi per tentare problemi di difficile soluzione con spirito libero da legami scolastici e quello di regolare propri piani di ricerca secondo criteri dettati dal comune desiderio di speculazione, dette un maggiore e più valido impulso allo sviluppo accademico.

La prima a. scientifica veramente degna fu quella detta dei Lincei (v. sotto). Seguì, cronologicamente, quella detta del Cimento (v.). All'estero, nel 1645 si fondò a Londra una societa che prese il nome degli Invisibili ad opera di Hook, Hartlieb, Boyle, Wren, Peltv ed altri, ma ebbe reale valore scientifico quando Carlo II nel 1662 la mutò nella Reale Società, riunendo la Società filosofica di Oxford e quella degli Invisibili. Sua pubblicazione fu il periodico Philosophical Transactions iniziato nel 1665.

In Francia, il card. A.-G. di Richelieu fondò a Parigi nel 1635 la Académie Française, ente che per altro non aveva intendimento scientifico, mentre nel 1665 G. B. Colbert fondò la Académie des Sciences.

In Germania, a Erfurt, G. Lorenzo Bausch fondò nel 1652 una Gesellschaft naturforschender Aerzte che nel 1677 fu trasformata nella celebre A. Leopoldino Carolina Cesarea naturae curiosorum.

A queste prime a. moltissime altre fecero seguito.
Il sorgere delle a. scientifiche coincide con quel momento critico nel quale la nuova corrente ebbe il primo contatto con il pensiero religioso; momento di eccezionale importanza, male interpretato da coloro che vorrebbero trarre da esso osservazioni generali deducendone un'azione inibitrice della Chiesa rispetto al progresso scientifico. A questa, che aveva avuto da troppo poco tempo l'esempio di quel che poteva produrre un'eccessivamente libera interpretazione (eresia luterana), ben conveniva di stare in guardia contro ogni movimento che potesse indurre nel campo teologico riflessi non desiderabili. Di qui si spiega quell'atteggiamento iniziale che fu improntato a diffidenza. Ma tale atteggiamento, chiaritisi gli intenti, si muterà ben presto in accoglimento e in incremento fino a far divenire gli stessi principi della Chiesa promotori e persino fondatori di A. scientifiche.

BibL.: R. Caverni, Storia del metodo sperimentale in Italia, Firenze 1893; C. Del Lungo, Per la storia dell'A. del Cimento in Riv. St. Scienze mediche e naturali, 10 (1919), p. 97; A. Corsini, Le origini dell'A. medico-fisica fiorentina, in La Sperimentale, 78 (1924), pp. 181-209; G. Gabrieli, Il carteggio Linceo della vecchia A. di Federico Cesi, Roma 1939; A. Pazzini, Storia della medicina, II, Milano 1947, pp. 16-25.
A. Pazzini
5. A. nazionale dei lincei. - Per i precedenti v. P. A. delle Scienze. La presente fase storica risale al 1871 quando, divenuta Roma capitale d'Italia, fu ripristinato, per iniziativa di Quintino Sella, il nome dell'antico sodalizio con la nuova qualifica di nazionale.

Lo statuto ( 14 febbr. 1875) aggiunse alla Classe di scienze fisiche e matematiche quella di scienze morali, storiche e filologiche. Nel 1883 il Governo cedette in uso all'A. il Palazzo Corsini, costruzione dell'architetto Fuga (sec. xviri) la quale ospita anche la Biblioteca Corsiniana e il Gabinetto delle Stampe, donati all'A. dal principe Tommaso Corsini. Alla Corsiniana vanno aggiunte la raccolta accademica, forse la più ricca di periodici scientifici che vanti l'Europa, e quella orientalistica della Fondazione Caetani, dovuta alla munificenza di D. Leone Caetani (1923). Riforme dell'istituto si ebbero nel 1883, 1920, 1925, 1934-35, finché, con decreto 8 giugno 1939, i Lincei furono assorbiti dall'A. d'Italia (v. sotto). Caduto il fascismo, questa venne soppressa e patrimonio e funzioni furono devolute alla ripristinata A. dei Lincei (D. L. L. 28 sett. 1944, n. 359 e 28 sett. 1944, n. 363). Con decreto 16 nov. 1945 fu introdotta nella Classe
di scienze morali una nuova categoria di "critici delle arti e delle lettere ".

Presentemente l'A. è retta dal suo vecchio statuto del 15 genn. 1920, modificato con decreto ¹⁰ ott. 1925; ed è composta delle due predette Classi, le quali constano ciascuna di 72 soci nazionali, 72 corrispondenti e 72 stranieri, ripartiti nella prima in cinque categorie e nella seconda in sei. Il consiglio di presidenza è costituito da un presidente, un vice-presidente, due segretari aggiunti, un amministratore e un amministratore aggiunto. L'A., riconosciuta corpo morale autonomo, gode di uno stanziamento finanziario sul bilancio del Ministero della pubblica istruzione. Grazie a doni e a lasciti di enti e di privati l'A. amministra fondazioni, elargisce premi, bandisce concessi, promuove convegni. Tra le fondazioni sono cospicue la "Alessandro Volta", la "Feltrinelli", la "Donegani".

Dal 1870 l'A. ha pubblicato sette serie di Rendiconti e di Memorie della Classe di scienze fisiche e della Classe di scienze morali, e inoltre sei serie di Notizie degli scavi di antichità. Altre notevoli pubblicazioni in proprio o affidate a editori: i Monumenti antichi, raccolta iniziata nel 1890 , gli Atti delle Assemblee costituzionali italiane, i Classici greci e latini, la Forma Urbis Romae, il Codice Atlantico di Leonardo, ecc.

BibL.: D. Carutti, Breve storia dell'A. dei Lincei, Roma 1883; cf. anche i voll. dell'Annuario dell'A. pubblicati dal 1883 in poi.
6. Reale A. d'Italia. - Istituita in Roma il 7 genn. 1926, inaugurata il 28 ott. 1929, soppressa il 28 sett. 1944. Aveva per scopo di "promuovere e coordinare il movimento intellettuale italiano", con una serie di attività specificate dal primo articolo dello statuto, tra le quali : dare pareri al governo sui più importanti problemi della cultura, promuovere esplorazioni, conferire premi e borse di studio, aiutare con sussidi e pensioni studiosi benemeriti. Si suddivideva in quattro classi : scienze morali e storiche; scienze fisiche, matematiche e naturali; lettere; arti. Ogni classe era formata da 15 accademici, portati, nel 1939, a 20. Gli accademici erano considerati grandi ufficiali dello Stato. Del consesso fecero parte anche il card. Gasparri e mons. Perosi. Annesse all'A. sorsero, per munificenza di enti e privati, cospicue istituzioni: le Fondazioni: "Volta", promotrice dei "Convegni internazionali Volta ", "Feltrinelli ", "Novaro ", e altre minori; i centri di studio per l'Africa Orientale Italiana, per l'Albania, per la Svizzera italiana. Sotto il patronato dell'A. si svolsero importanti esplorazioni nell'Africa e quelle di G. Tucci nel Tibet. L'attività editoriale si concretò in venti collezioni di opere scientifiche, letterarie e artistiche. Come sede lo Stato aveva ceduto in proprietà all'A. la villa "Farnesina", celebre per gli affreschi di Raffaello. Nel 1939 l'A. d'Italia aveva assorbito quella dei Lincei; ma nel 1944 avvenne il processo inverso: l'A. d'Italia fu soppressa; patrimonio, attività e funzioni furono devoluti alla ricostituita A. Nazionale dei Lincei (v. sopra).

BibL.: Documenti e attività sono rispecchiati nei tredici volumi dell'Annuario della R. A. d'Italia, pubbl. dal 1930 al 1942; per i documenti posteriori cf. l'Annuario dell'A. Nazionale dei Lincei, 1947 sc. Antonio Bruers
VI. A. artistiche e musicali.

Sommario: i. A. artistiche. - 2 A. di S. Cecilia. - 3. A. di S. Luca.
I. A. artistiche. - Ebbero questo nome, sulla fine del Cinquecento, le scuole d'arte che, in sostituzione delle antiche botteghe, alcuni artisti aprirono nei loro studi (ad es. l'A. degli Incamminati, tenuta a Bologna dai Carracci). Più specialmente però vennero denominate a. quelle associazioni di artisti che, prendendo

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l'eredità delle antiche università, compagnie e studi, si proposero l'incremento e lo studio delle belle arti. Riconosciute da pontefici e da governanti, furono spesso investite di pubbliche funzioni.

A Firenze, dall'antica compagnia di S. Luca, nacque nel 1563 l'A. del Disegno. Nel 1573 ne sorse una analoga a Perugia. Su tutte eccelle la romana A. di S. Luca, sorta da una preesistente università di pittori che, con statuti del 1479 , mirava specialmente a scopi religiosi ed a mutuo soccorso. Detta A. fu riconosciuta nel 1577 da Gregorio XIII, e Urbano VIII ne sancì le funzioni di magistratura soprastante alle varie corporazioni artistiche; gli statuti risalgono al 1592, quando ne era presidente Federico Zuccari. Sotto il Canova ottenne l'insegnamento ufficiale dell'arte e lo mantenne fino al 1874.

Nel 1600 e nel 1700 quasi tutte le città d'Italia vollero la loro a.; ricordiamo Torino (A. Albertina), Bologna (A. Clementina), Lucca, Venezia, Genova, Parma, Verona, Carrara, Milano (Brera), Modena, Bergamo (Carrara), Napoli, ecc.

Molte altre a., spesso su imitazione di quelle italiane, sorsero per iniziativa di altre nazioni, come l'A. Reale di pittura e scultura a Parigi (1648), l'A. di Francia a Roma (1666), l'A. di S. Fermatda a Madrid (1744), l'A. Reale di Londra (1766), l'A. di Spagna in Roma (1873).

Notevole è il contributo che le a. hanno dato all'incremento dell'arte con le discussioni teoriche, l'insegnamento pratico, la tutela morale degli artisti, l'amministrazione di baschi, la pubblicazione di «memorie», il bando di concorsi, la custodia di archivi e collezioni. Certe deviazioni cui si è dato il nome di accademismo (v.) non possono far dimenticare tutte queste benemerenze; e se è vero che oggi i compiti delle a. storiche sono molto ridotti, non sarebbe giusto considerarne del tutto esaurita la funzione. Parecchie di esse, con scuole libere serali, costitucono ad ammaestrare i giovani, per quanto l'insegnamento ufficiale dell'arte sia stato ormai assunto dal Governo che vi provvede con i Licei artistici, istituti secondari, e con nove istituti superiori, funzionanti a Carrara, Bologna, Firenze, Milano, Napoli, Palermo, Roma, Torino, Venezia, cui è stato dato il nome di A. di Belle Arti.

Un tentativo di ridare importanza ad un grande organismo accademico fu attuato nel 1926 con la poi soppressa A. d'Italia, (v. col. 180, n. 6), della quale faceva parte anche una classe delle arti.

Merita qui un cenno particolare la P. A. dei Virtuosi al Pantheon che, sorta nel 1543 come congregazione degli artisti operanti in Roma, si occupa in modo speciale dell'arte sacra (v. n. III,5).

Boll.: M. Limoncelli, Le accademie di belle arti, Milano 1928; M. Pevanez, Academies of Art past and present, Cambridge 1940.

Corrado Mezzana
2. A. di S. Cecilia, Roma. - I primordi dell'istituzione si possono connettere con le disposizioni del Concilio di Trento, per la musica sacra (XXII sessione, 17 sett. 1562). Nel 1566, i maestri di cappella di Roma si riunirono con i cantori ed esecutori in un sodalizio, che ebbe a capo Pier Luigi da Palestrina, il grande artefice di quell'opera restauratrice. Nel 1584 Gregorio XIII lo eresse canonicamente in confraternita con il titolo di «Congregazione dei musici di Roma sotto l'invocazione di s. Cecilia», che Urbano VIII con la bolla Pietatis et christianae charitatis del 20 nov. 1624 approvò in perpetuo. Altri pontefici, tra cui principalmente Clemente XI con il breve Ad pastoralis dignitatis officium (1716), Pio VI con il breve Supremi dispositione consilii (1794), Pio VIII con il breve Quoniam vero sexum concentus (1830), ne accednero e determinarono via via le prerogative, che si estesero all'esame e assunzione dei maestri ed esecutori, alle scuole di musica, alla licenza di stampa
dei libri musicali. Per quanto tale giurisdizione non sia stata sempre ugualmente in vigore attraverso i tempi, si deve in larga parte all'azione del sodalizio la formazione della gloriosa scuola musicale romana. Nel 1839 si unì alla Congregazione un'A., che nel titolo finì con il prevalere, e ottenne da Pio IX la qualifica di Pontificia.

Una completa ricostituzione dell'A. ebbe luogo nel 1875 da parte del governo italiano, che l'assunse ufficialmente, e in particolare si svilupparono i suoi corsi d'insegnamento, con un Liceo musicale che divenne poi Conservatorio, diretto dallo stesso presidente dell'A. La quale promuove ora, con diversi mezzi, l'arte, la cultura e l'educazione musicale; e ha fondato la "Unione Nazionale Concerti» (1922) e la "Federazione Internazionale dei Concerti» (1929). Riforme successive dello statuto si effettuarono nel 1897, 1912 e 1934. L'A. è costituita presentemente da 100 accademici effettivi (italiani) e da 50 onorari (stranieri). Possiede una ricca raccolta di stampati e manoscritti, dal 1911 denominata «Biblioteca musicale governativa di S. Cecilia». La festa della santa patrona ( 22 nov.), per la quale l'antica Congregazione fondò una cappella nella chiesa di S. Carlo ai Catinari, si celebra ancora ufficialmente con una Messa solenne.

Boll.: P. Alfieri, Brevi notizie storiche sulla Congregazione ed A. de' maestri e professori di musica di Roma sotto l'invocazione di s. C., Roma 1843; Catalogo dei maestri compositori, dei professori di musica e dei sueli di onore della Congregazione ed A. di 1. C. di Roma residente nel collegio di S. Carlo ai Catinari, ivi 1843; A. di s. C., I Concerti dal 1893 al 1933, ivi 1933. Si veda anche la serie continuativa dell'Annuario dell'A.

Nello Vian
3. A. di S. Luca, Roma. - Suo periodo iniziale si considera quello della Università o corporazione romana delle arti, che esisteva sulla fine del sec. xv, retta da statuti conservati in un codice del 1478. L'A. intitolata a s. Luca fu creata da Gregorio XIII con breve in data 15 ott. 1577, e ottenne da una bolla di Stato V del 1588 la conferma dei privilegi e la sede nella chiesa di S. Martina al Foro Romano. Come corpo distinto, sorse fino dalle origini accanto all'A., costituita dagli artisti maggiori, la Compagnia o Conferaternita, accogliente gli artisti minori, con la sola esclusione dei garzoni e lavoratori. Protettore munifico dell'A. fu, ai suoi primordi, il card. Federico Borromeo; animatore e legislatore, il pittore Federico Zuccari, nominato suo «principe» nel 1593. Successivi statuti vennero dati nel 1607, 1714, 1788, 1817, 1907 e 1934 al sodalizio, al quale appartennero tutti i più illustri artisti italiani e i maggiori stranieri; e si aggregarono altre A. sorte in vari luoghi secondo il suo modello. Dell'universale prestigio goduto dall'arte italiana, nei secoli del suo perdurante splendore, l'A. fu espressione e strumento. Le sue attività più notevoli si svolsero nell'educazione e protezione dei giovani artisti, nella conservazione e difesa dell'antico patrimonio d'arte, nell'indizione di concorsi, dei quali forma più solenne ebbe quello fondato da Clemente XI. Fino a tutto il periodo del governo pontificio, essa esercitò anche l'insegnamento nel campo delle arti.

L'A. è composta di tre classi : pittura, scultura, architettura, ciascuna delle quali conta 12 accademici di merito effettivi e 24 corrispondenti. Comprende inoltre accademici di onore in numero non superiore a 90 , scelti tra letterati, scrittori d'arte, scienziati, protettori delle belle arti. Numerosi sono ancora i concorsi delle sue 40 fondazioni. Archichiscono il patrimonio dell'A. la Biblioteca d'arte Sarti, la Galleria di pittura, collezioni di disegni e di documenti. Sede accademica restò fino al 1932 l'edificio annesso alla

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chiesa di S. Martino al Foro Romano; demolito il quale, essa si trasferì nel palazzo Carpegna in Via della Stamperia. - Vedi Tav. XV.

Bim.: G. Giovannoni, La Reale Insigne A. di S. L. nella inaugurazione della sua nuova sede, Roma 1934; id., La Reale Insigne A. di S. L., Roma 1943.

Nollo Vian
ACCADEMISMO. - Si è dato questo nome, cui non è estraneo un elemento di critica negativa, a quel modo di intendere e insegnare l'arte che, favorito dalle Accademie artistiche (v.), ha avuto il suo massimo sviluppo ai primi dell'Soo, identificato, da alcuni, con il neo-classicismo. Molte delle sue regole sono sopravvissute anche in periodo romantico e verista.

Si è accusato l'a. di avere favorito, con la sua teoria del bello ideale desunto dai classici, una tendenza paganeggiante anche nell'arte sacra; di avere sopravvalutato l'abilità manuale dando luogo al fenomeno del virtuosismo; di avere preposto i valori compositivi, lineari e chiaroscurali a tutti gli altri; di avere preteso di codificare le regole dell'arte favorendo una correttezza priva di spontaneità e di invenzione.

In queste colpe dell'a. si è cercata la causa delle numerose ribellioni artistiche che sono scoppiate nella seconda metà dell'Soo e nel 'goo.

Oggi, senza negare ogni fondamento a quelle accuse, si è più equanimi verso un movimento che potć appoggiarsi a famose teorie (Baumgarten, Winckelmann, Lessing, Algarotti, Milizia, Cicognara) e che vantò fra i suoi seguaci artisti famosi. E talune tendenze modernissime, come reazione al carattere assunto dall'arte in questi ultimi decenni, si rifanno, anche senza confessarlo, ad alcuni principi delle disprezzate Accademie, come quando si orientano verso il rigore compositivo e verso forme conchiuse.

Corrado Mezzana
ACCA LARENZIA. - Secondo vari autori antichi, ma principalmente Macrobio, era un'etira vissuta al tempo di Anco Marcio. Il custode del tempio di Ercole avrebbe invitato un giorno il dio al gioco dei dadi, col patto che il vinto avrebbe offerto al vincitore una cena ed una donna. La vittoria fu del dio, il quale avrebbe passato la notte nel tempio con A. L. e, riconoscente, avrebbe ammonito la donna di non lasciarsi sfuggire la prima occasione che le si fosse presentata uscendo: quello era il suo dono. Ed infatti un ricco etrusco, Taruzio, colpito dalla sua bellezza, l'avrebbe sposata lasciandola poco dopo erede di molte ricchezze. A. L., a sua volta, morendo lasciò erede il popolo romano; ed il re dispose che annualmente si compissero dei sacrifici funebri sulla sua tomba al Velabro, presso la Via Nova. I sacrifici che prendevano il nome di Larentalia (v.) o Larentinalia si tenevano il 23 dic. per opera dei pontefici e del flamine quirinale.

Da questa leggenda di tipo popolare ed evidentemente assai antica, giacché connessa con una tomba sita nella località più prossima al nucleo primitivo della città e legata a terreni di proprietà dello Stato, vanno distinti altri particolari leggendari, di evidente origine dotta. Si volle fare di A. L. la moglie di Faustolo e la nutrice di Romolo e Remo, e spiegare in tal modo razionalisticamente la leggenda dell'allattamento singolare dei due gemelli (lupa infatti significa anche meretrice). Essendole poi morto uno dei propri figli, avrebbe adottato Romolo al posto di quello ed istituito il collegio dei Fratelli Arvali; e finalmente avrebbe lasciato, morendo, Romolo erede dei suoi beni, ereditati da Taruzio, sposato in seconde nozze.

Varie ipotesi sono state avanzate per spiegare simbolicamente la figura di A. L., ma ognuna di queste urta contro gravissime difficoltà. Si che, dopo tanto dotto peregrinare, cosa più saggia sembra sia tornare al punto di partenza e accontentarsi di quello che credevano gli anti-
chi, i quali vedevano in A. L. semplicemente una cortigiana realmente esistita - magari un paio di secoli più tardi di Anco Marcio - che, priva di parenti, volle lasciare i suoi beni allo Stato, col patto che si celebrassero sulla sua tomba i riti funebri, secondo un costume comunissimo in tutti i tempi e soprattutto nell'antichità.

Bim.: E. Tabeline, Mater Luram, Francoforte s. M. 1032, pp. 9-68; A. Momigliano, Tre figure mitiche, Torino 1938, pp. 16-23; F. Mingazzini, Due pretese figure mitiche: Acta Larenzia e Flora, in Althematum, 25 (1947), pp. 140-65.

Paolino Mingazzini
ACCAPARRAMENTO: v. INCETTA.
ACCARON (ebr. 'Egrōn; assir. Amqarrūna). - La più settentrionale delle cinque città filistee (Ios. 13, 3), celebre per il suo santuario di Ileclzebub (v.) (II Reg. 1, 2-16). Comunemente è identificata (dopo E. Robinson, 1838) con l'odierna 'Aqir, a 10 km . a sud-ovest di Ramle; J. Garstang (Jeshua, Judges, Londra 1931, pp. 330-36) invece l'identifica con Qatra a 7 km . a sud-ovest di 'Aqir.

Occupata Canaan dagli Israeliti, A. segnò dapprima il confine nord-ovest della tribù di Giuda (Ios. 15, 45) che l'aveva espugnata (Inde. 1, 18); ma poco dopo fu ceduta alla vicina tribù di Dan (Ios. 19, 43). Al tempo di Samuele, A. era di nuovo in potere dei Filistei (I Simm. 5, 10; 8, 16 sg.; 17, 52), sotto cui rimase all'epoca della monarchia. Nel 702, essendosi rifiutato Padi, re di A., di entrare nella lega antiasstia, fu consegnato prigioniero ad Ezechia, re di Gerusalemme; ma l'anno dopo fu liberato e restituito sul trono da Sennacherib nella sua marcia contro l'Egitto (E. Schrader, Keilinsche. Bibliothek, II, Berlino 1890, pp. 92, 94).

I Profeti nominano A. con Gaza, Ascalon e Azoto, predicendone la rovina (Am. 1, 8; Ier. 25, 20; Soph. 2, 4; Zach. 9, 5-7). Nel 147 Alessandro Bub, re di Siria, donò A. col suo distretto a Gionata Maccabeo (I Mach. 10, 89).

Gactano M. Perrella
ACGENTO. - Etimologicamente a. viene da "ad cantus", come cosa pertinente alla musica. Di fatto accentare tonicamente una parola, equivale a darle una certa melodia che progredisce dall'inizio fino alla sillaba chiamata tonica. Perciò non hanno propriamente a. i monosillabi isolati. La storia dell'a. latino si deve considerare in un triplice stadio: in epoca pagana o classica, in epoca cristiana, e anche nel passaggio da una all'altra. L'epoca che più interessa il latino liturgico, sarebbe il terzo periodo, ossia il sec. iv; allora l'a., conservando il carattere melodico, pur senza che sia del tutto sparita una certa forza iniziale nella prima sillaba, eliminando ciò che è convenzionale nel tener conto del peso prosodico delle sillabe, diventa leggermente intensivo; ben d'accordo col suo classico carattere melodico, si eleva con snellezza, dando vita e melodia all'intera parola. Si crea così, si può dire, la melodia liturgica. L'a. tonico influisce sulla melodia verbale, e questa, adattata allo sviluppo melodico con una discreta graduazione, forma gli incisi, membri di frasi e la frase intera, alla quale presta il disegno "ad arco " grazioso, solenne ed assolutamente romano. E nelle cadenze toniche specialmente che l'a. fa sentire il suo influsso. Ci sono cadenze toniche semplici, in cui esso pone in rilievo l'ultimo o i due ultimi a. del testo; oppure cadenze toniche cursive, quando dispone l'ultimo ritmo dell'inciso imitando il "cursus" oratorio, ma sostituendo, con la tonicità di questo, la quantità numerica.

ACGENTO CANTORALE. - Sono compresi sotto questa dicitura: a) gli elementi che formarono la notazione musicale primitiva; b) i segni adoperati nella lettura o canto semplice dei recitativi liturgici, specialmente lezioni; c) la distribuzione delle sillabe nella cadenza.

Fra tutte le ipotesi sull'origine della notazione musicale

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della Chiesa latina, resta dimostrato il principio che ne fissa l'origine nella grafia dell'accentuazione tonica del testo, da cui la parte del repertorio musicale latino ha preso ispirazione e norma. Il segno grafico dell'a, tonico (elevazione), corrispondente al gesto in alto dell'oratore classico o del direttore della danza antica, fu adottato per indicare la nota relativamente alta; da qui il segno chiamato virga; e si noti che questa veniva tracciata da sinistra in basso, a destra in alto. Invece l'a. grave veniva tracciato dall'alto a destra, al basso a sinistra, stilizzatosi poi in punctum, più o meno rotondo o orizzontale. Dalla combinazione di questi due elementi (virga e punctum) viene formata tutta la notazione musicale antica, detta in a campo aperto-, senza rigo, e nella quale tutto il segno, e non i soli estremi, ha un significato integrale, a differenza degli attuali segni indicanti la nota.

L'uso degli a. tonici (solo acuti) nei recitativi liturgici, non è stato costante nei libri corali. A volte non si trova nessun a., a volte sono graficamente accentate soltanto le parole trisillabe, a volte tutte le parole, eccettuati sempre i monosillabi.

Poiché le cadenze gregoriane possono essere ad uno o due a., furono adoperati i segni dell'a. in certi cantorali (Epistolari, Evangeliari, Lezionari dell'Ufficio) per facilitare l'adattamento da farsi poi dai lettori ai prefissi formulari musicali. Giorgio M. Sighid

ACCESSIONE. - Si può definire l'a. un modo originario di acquisto della proprietà per incorporazione o aggiunta alla cosa propria d'un bene che non ne faceva parte e che non era in nostro dominio. Questo diritto non è conferito dalla natura, ma piuttosto sancito dalle leggi positive.

I grandi moralisti applicarono in gran parte a questo istituto i principi di diritto romano, divenuto diritto comune e che in materia aveva avuto una lunga e minuziosa elaborazione. Oggi occorre applicare il diritto civile di ciascuna nazione, anche quando si tratta di beni ecclesiastici (cf., per analogia, il can. 1329), salvi i principi di diritto divino e canonico.

L'a. non solleva particolari questioni di diritto o di morale, se le cose appartengono allo stesso proprietario o se proprietari diversi curano l'incorporazione delle cose di mutuo accordo: nel qual caso basta stare al contratto. Mancando invece l'accordo tra i diversi proprietari, occorre ricorrere alle disposizioni di diritto civile, che sostanzialmente si fondano sul principio di equità e adottano come criterio la prevalenza: accessorium cedit principali.

Principale vien detta la cosa e cui l'altra è subordinata. Se delle cose l'una è immobile l'altra mobile, questa è accessoria, quella principale; se ambedue sono mobili, la graduatoria è generalmente fatta in base al fine, o, in mancanza di altri elementi, in base al valore delle cose. Ma il proprietario della cosa principale è tenuto a rifondere l'altro nella misura dell'arricchimento; anzi, se egli ha procurato l'a. in mala fede, è tenuto anche a risarcire il danno.

L'a. per fruttificazione, di cui quasi tutti i moralisti parlano, non ha luogo nel diritto italiano che, tornando al concetto del diritto romano, parla di quest'intrinseca espansione o evoluzione della proprietà là dove tratta dei frutti (Cod. Civ. It., artt. 820-21), non ascrivendola tra i modi di acquisto della proprietà (I. III tit. II, cap. 111). Nell'a., quale è ora nel diritto italiano, l'estensione di proprietà non si svolge per espansione intrinseca della cosa, ma piuttosto si allarga in forza di un nuovo titolo, venutosi a creare per il verificarsi di un nuovo fatto giuridico.

Vari sono i modi con cui l'a. cosi conce-
pita può verificarsi. Volendo ridurre i vari casi ad una certa unità, si può parlare di due classi di a. secondo che si tratti di cose immobili tra loro e con cose mobili o di cose mobili tra loro oppure a seconda che il fatto dell'unione sia opera prevalente della natura o coefficiente principale sia l'industria umana. Attenendosi al primo schema di classificazione, alla prima categoria di a. (tra cose immobili o tra cose mobili con immobili) appartengono le seguenti figure : alluvione, avulsione, nuova isola, alveo abbandonato, in cui prevale l'opera della natura, ed edificazione, piantagione, in cui il lavoro umano prevale sull'opera della natura; alla seconda categoria (a. tra cose mobili) appartengono l'unione, la commistione, la specificazione ecc., in cui è prevalente ancora l'industria umana.

1.     - Sotto il nome di allusione vanno le unioni di terra e gli incrementi che si formano successivamente e impercettibilmente (incrementum latens) nei fondi posti lungo le rive dei fiumi o torrenti (Cod. Civ. It., art. 941). L'avulsione si ha se un fiume o torrente stacca per forza istantanea una parte considerevole e riconoscibile (incrementum patens) di un fondo contiguo al suo corso e lo trasporta verso un fondo inferiore o verso l'opposta riva. Nell'uno e nell'altro caso il proprietario del fondo diventa anche proprietario della terra aggiunta al fondo, eccetto il caso in cui l'alluvione derivi da regolamento del corso del fiume, da bonifiche e da altre cause simili (artt. 941, 947), e salvo, nel caso di avulsione, l'indennità da pagarsi all'altro proprietario nei limiti del maggior valore recato al fondo ingrandito dall'avulsione (art. 944).

Una regola diversa si applica, quando l'avulsione dà origine ad una nuova isola nel letto del fiume: il proprietario del fondo, da cui è avvenuto il distacco, ne conserva la proprietà; e la stessa regola si osserva, quando l'isola vien formata non da un'avulsione propriamente detta, ma dal nuovo corso di un fiume o di un torrente, che attraversa e circonda il fondo o porte del fondo di un proprietario confinante (art. 943). T'olti questi due casi, in tutti gli altri, le isole e unioni di terra che si formano nel letto dei fiumi o torrenti appartengono al demanio pubblico (art. 943). Però le regole che riguardano le isole e le unioni di terra non si applicano nel caso in cui il mutamento nel letto del fiume derivi da regolamento del suo corso, da bonifiche o altre simili cause (art. 947).

Se un fiume o torrente si forma un nuovo letto, abbandonando l'antico, l'alveo abbandonato spetta ai proprietari confinanti con le due rive. Essi se lo dividono fino al mezzo del letto medesimo, secondo l'estensione della fronte del fondo di ciascuno (art. 946). Se, anziché cambiare letto, il fiume o torrente si allontana insensibilmente da una delle rive, portandosi sull'altra, il terreno abbandonato dall'acqua appartiene al proprietario della riva scoperta, senza che il confinante della riva opposta possa reclamare il terreno perduto, natura enim contingit (art. 942). Che se invece c'è la mano dell'uomo con regolamenti del corso dei fiumi, bonifiche, ecc., le predette regole non si applicano (art. 947).

Edificazione - Piantagione - Nuove opere. - In linea generale qualsiasi piantagione, costruzione o qualsiasi opera fatta sopra o sotto il suolo appartiene al proprietario del suolo (art. 934) secondo il classico principio: Quidquid plantatur, seritur vel incedificatur, totum solo cedit, radices si tamen egit. Occorre però tener presenti le particolari norme che la legge civile formula per le varie ipotesi possibili, in relazione alla proprietà del materiale adibito nella costruzione e simili, ed al diritto e dovere di indennità (artt. 934-38).
2.     - Tra cose mobili l'a. si può verificare in una serie indefinita di casi, che non possono tutti e singoli essere contemplati dal legislatore. Il legislatore italiano si occupa di tre casi principali : unione, commistione (o mescolanza), e specificazione.

Nell'unione e nella commistione le diverse cose, pur formando un solo corpo, rimangono sostanzialmente distinte, come nella scrittura, pittura, tessitura, nelle leghe

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dei metalli ecc.. Conservando ciascuno la proprietà della cosa sua, ha il diritto di ottenerne la separazione, se possibile : altrimenti si ha una proprietà comune in proporzione del valore delle cose spettanti a ciascuno; ma se una delle cose ha un valore molto superiore, oppure può riguardarsi come principale, il proprietario di essa acquista la proprietà del tutto, rimanendo peraltro obbligato a pagare all'altro o agli altri il valore della loro cosa, o, se l'unione è avvenuta senza il suo consenso, la somma minore tra l'aumento di valore apportato alla cosa principale e il valore della cosa accessoria, salvo il diritto al risarcimento dei danni, in caso di colpa grave (art. 939).

Specificazione è l'a. di una nuova forma ad una materia preesistente, si da dar corpo ad una nuova cosa, ad una nuova specie. Se taluno ha adoperato una materia che non gli apparteneva per formare una nuova cosa, possa o non possa la materia riprendere la sua primitiva forma, ne acquista la proprietà, pagando al proprietario il prezzo della materia, salvo che il valore della materia sorpassi notevolmente quello della mano d'opera : nel qual caso le parti si invertono (art. 940).

BibL.: A. Guarneri-Ciisti, Appunti critici in materia di accessione in diritto romano, in Ann. della R. Universitá di Macerata, 5 (1926), pp. 260-88; Th. A. Iorio, Theologia Moralis, II, 6^{°} ed., Napoli 1939, pp. 392-94; id., Supplementum novi iuris italici, Napoli 1942, pp. 16-17; F. De Martino,' Beni in generale. Proprietà, in Commentario al codice civile a cura di A. Scialoja e G. Branca, libro III, artt. 810-956. Bologna-Roma 1946, pp. 582-99. Pietro_Palazzini

## ACCETTAZIONE DI PERSONA. - Espressione propria del linguaggio ecclesiastico, sinonimo presso a poco di parzialità. Si usa infatti a designare un giudizio (favorevole o sfavorevole) fondato su ragioni puramente soggettive e interessate, come ad es. di chi avendo a distribuire lavoro o beni di pertinenza pubblica, non tenesse conto della dignità e delle condizioni delle persone e si lasciasse guidare da motivi non rispondenti all'ordine morale. Essa è perciò definita: "Iniustitia qua praefertur persona personae propter causam indebitam" (Van Espen, Ius ecclesiasticum, p. 11, th. 31, c. 1, n. 1). L'origine dell'espressione è biblica (Rom. 2, 11; Col. 3, 25). I Settanta, traducendo l'ebraico nāsa "intueri faciem", la rendono con la voce greca π ρ ° α ω π o λ η dot{η} dot{α}, "acceptio personae ".

L'a. di persona è peccato a cagione del disordine volontario che porta alla formazione di giudizi e di decisioni pratiche a danno altrui, violando così la giustizia distributiva (cf. Sum. Theol., 2ᵃ-mathbf{2}^{mathrm{ac}}, q. 63, a. 1).

Perchè vi sia peccato si devono verificare due condizioni : 1^{°} che i beni da distribuirsi siano in qualche modo comuni rispetto a chi vi aspira (p. es. il premio da distribuire tra i vincitori di una gara; sarebbe colpevole e ingiusto chi lo distribuisse o aggiudicasse a un non vincitore per amicizia o per altro suo personale motivo); 2^{°} che nell'atto dell'aggiudicare o di distribuire si guardasse a qualche speciale condizione della persona, invece che alla debita esecuzione dell'atto, cosi che si venga a preferire uno meno degno ad uno più degno. I casi più comuni in cui può avverarsi l'a. di persona, sono quattro : a) nella collazione di benefici od uffici; b) nell'elezione o nella presentazione ai medesimi, nel campo sia civile sia ecclesiastico; c) nella distribuzione degli oneri; d) nella manifestazione pubblica dell'onore e della riverenza dovuta ad una persona.

Il peccato sarà più o meno grave, secondo l'importanza degli interessi che restano compromessi con questa violazione della giustizia distributiva.

Già nel Vecchio Testamento l'a. di persona si trova più volte condannata (Deut. 16-19; Prov. 24, 32) e nel Nuovo Testamento è detto che Dio abborrisce le preferenze indebite (Lc. 20, 21; Art. 6, 34; Rom. 2, 11; Gal. 2, 6) e con questo gli Apostoli volevano condannare sia la pretesa di privilegi da parte dei Giudei e sia la disparità che i pagani intendevano mantenere fra liberi e schiavi.
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Accetto-Pulpito dello scultore A. (metà sec. x1) - Cattedea, Cattedrale

Nel CIC l'a. di persona viene condannata con parole e pene severe nella collazione degli uffici (can. 153) e nella nomina alle parrocchie (can. 459; cf. anche cann. 232, 267).

BibL.: G. J. Waffelacrt, De Virtutibus Cardinalibus, Ir. II; De Fattitia, II, Bruges 1885, n. 404 sg. Igino Tarocchi

ACGETTO. - Marmorario pugliese del sec. xi. Un pulpito nella cattedrale di Canosa reca il suo nome e quello del committente: "Per jussionem domini mei Guitberti venerabilis presbyteri - Ego Acceptus peccator archidiaconus feci hoc opus ". Il pulpito risale alla metà del sec. xI, ed è uno dei più antichi saggi della scultura romanica pugliese : è di forma rettangolare con specchiature lisce ed un piccolo avancorpo semicilindrico con il leggio sostenuto da un'aquila; poggia su quattro arcatelle a pieno centro, rette da colonne poligonali. Le incorniciature degli specchi, i pennacchi e le ghiere degli archi e i capitelli sono intagliati secondo motivi ornamentali bizantineggianti con qualche eco musulmana: l'esecuzione di questi ornati è singolarmente nitida e vigorosa. Ad A. vengono attribuiti i resti di un altro pergamo, datato del 1041, nella chiesa di S. Michele a Monte S. Angelo.

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Bibl.: E. Bertaux, L'art dans l'Italie méridionale, I, Parigi 1904. p. 444: P. Toesca, Storia dell'Arte Italiana, II, Torino 1923, p. 833: F. Schettini, La scultura pugliese dall'XI al XII sec. Bari 1946.

Enzo Carli
ACCHO : v. tolemaide.
ACCI. - Oggi Guadix, in provincia di Granata (Spagna), città antichissima, già colonia romana. Fin dai primi anni del sec. Iv cra sede vescovile. Difatti Felice, primo fra i dieiannove vescovi presenti al Concilio di Illiberis (Elvira, Granata), tenutosi verso l'anno 300, era vescovo di A. Dalle firme dei concili toletani e da due iscrizioni si ricavano i nomi di parecchi vescovi di A. (fine del sec. vi e sec. viI). Isidoro Pacense ha conservato la memoria di Frodoario, illustre per virtù e per scienza, che governava la sede accitana l'anno 719 , sotto gli Arabi. Più di un secolo dopo, Quirico, ultimo vescovo conosciuto di A., assisteva al Concilio di Cordova (839), nel quale fu condannata l'eresia degli acefali. S. Eulogio di Cordova racconta il martirio dell'accitano s. Pandila, avvenuto in quella città il 13 giugno 853 . La sede fu ristabilita nel sec. xv sotto il nome di Guadix (v.).

Bibl.: Eulogio, Memoriale Sanctorum, III, 7: PL 115, 804-805; Isidoro Pacense, Chronicon: PL 96, 1267; E. Flórez, España Sagrada, VII, Madrid 1751, pp. 1-52: XV, ivi 1720, (nei prolegomeni, Atti del Concilio di Cordova); E. Hübner, Incript. Hispaniae Christianae, Berlino 1871, nn. 112, 175, e Supplementum, ivi 1900, n. 115; Hefele-Lochreq, IV, 1, pp. 104-105.

Giovanni Meseguet
ACCIA (Acci). - Antico vescovato nell'isola di Corsica, situato nel cantone della Porta, circondario di Bastia. Questa antica diocesi, di cui le rovine della cattedrale di S. Pietro d'A. ci richiamano il ricordo, fu creata nell'anno 1133, allorché papa Innocenzo II volle ristabilire la pace tra la repubblica di Genova e
![img-22.jpeg](img-22.jpeg)

Acciaiuoli, Angelo - Particolare della pietra tombale. Maniera di Donatello - Firenze, Certosa.
quella di Pisa (v. A/accio). In realtà, il pontefice l'avrebbe eretta in detto anno in seguito allo smembramento delle diocesi di Aleria e di Mariana, non solo, secondo Rinieri, per un'equa ripartizione di sedi suffraganee all'uno e all'altro arcivescovato, ma anche in ricordo dell'antica diocesi di Taina o Tavagna, distrutta dai barbari nel sec. vi. Nel 1563 Pio IV riunì e vescovato di A. con quello di Mariana, al quale restò annesso, come testimoniano gli archivi concistoriali, fino alla soppressione di ambedue le diocesi, avvenuta in seguito al Concordato napoleonico del 1801 .

Bibl.: Cf. nell'Archivio Vaticano, fondo concistorials : Acta Camerarii, voll. 30-41 (1730-98); J. Fraikin, s. v. in DHG, I, col. 262; Lanonei, p. 704; I. Rinieri, I vescovi della Corsica (Collana st. Corsa, II), Livorno 1934. Corrado Morin

ACCIAIUOLI, Angelo. - Cardinale, n. a Firenze il 15 apr. 1340, m. a Pisa il 31 maggio 1408 o il 12 giugno 1409. Il 3 dic. 1375 fu nominato da Gregorio XI vescovo di Rapolla, nel regno di Napoli. Nel 1383 fu trasferito da Urbano VI all'arcivescovato di Firenze e nel dic. del 1384 o nel genn. del 1385 venne creato cardinale di S. Lorenzo in Damaso. Difese Urbano VI col suo scritto Apologeticus libellus contra Transalpinos Senatores de Urbani VI electione.

Fu di grande aiuto a Bonifacio IX da cui venne nominato vice cancelliere della Sede Apostolica (1406) e orciprete della Basilica Vaticana. Dopo essere stato per qualche tempo legato nei regni di Napoli e di Sicilia, fu nominato tutore con Margherita di Durazzo del re e governatore del regno durante la minorità di Ladislao di Durazzo, da lui stesso poi incoronat