rete della Basilica Vaticana. Dopo essere stato per qualche tempo legato nei regni di Napoli e di Sicilia, fu nominato tutore con Margherita di Durazzo del re e governatore del regno durante la minorità di Ladislao di Durazzo, da lui stesso poi incoronato re nel 1390. Gli furono affidate numerose e difficili legazioni. Sostenne i diritti di Ladislao al trono d'Ungheria e assistette alla sua incoronazione avvenuta a Zara nel 1403. Tornato a Roma, pacificò gli Orsini che si erano ribellati al Pontefice. Da Innocenzo VII ebbe l'incarico della riforma del monastero di S. Paolo fuori le Mura. Assistette all'elezione di Gregorio XII, ma in seguito prese parte al Concilio di Pisa. Nel sec. xvi il suo corpo fu trasportato da Pisa nella Certosa di Firenze.
Bibl.: Massuchelli, I. 1: G. B. Ubaldini, Istoria della cura degli Ubaldini... e l'origine della famiglia degli Acciaiuoli, Firenze 1588; P. M. Perret, in Bibliothèque del Ecole des Chartes, 23 (1892), pp. 426-37; Eubel, I, 2* ed. Münster 1913, p. 24; A. Valente, Margherita di Durazzo, in Arch. St. Nap., 42 (1918), pp. 33-36. 170: A. Cutolo, Re Ladislao I, Milano 1936, cap. iv.
Emma Santovito
ACCIAIUOLI, Donato. - Letterato e oratore dell'età di Lorenzo de' Medici, n. a Firenze nel 1429, m. a Milano nel 1478. Studiò filosofiz e retorica con insigni maestri. Nel 1461 fu vicario del Casentino e di Poppi, quindi gonfaloniere di giustizia e, come ambasciatore, dette prova della sua abilità diplomatica.
Sono pregevoli le sue traduzioni delle opere di Aristotele, di Plutarco e di Leonardo Bruni, dalla cui Storia Fiorentina trasse molte notizie per la Vita di Carlo Magno. Varie sono le orazioni da lui pronunciate, di cui famosa è quella in occasione dell'elezione di Sisto IV. Fu sepolto nella Certosa di Firenze. Le sue opere mancano di originalità di pensiero, ma valsero a divulgare la cultura classica, specialmente la filosofia aristotelica.
Bibl.: A. Segni, Vita di D. A., Firenze 1841: E. Santini, Firenze e i suoi oratori nel '400, Palermo 1922, pp. 207-214. Anna Cattani
ACCIAIUOLI, Filippo. - Cardinale, n. a Roma il 12 marzo 1700, m. ad Ancona nel luglio 1766. Nel 1724 fu nominato vicelegato a Ravenna e rimase in tale carica per quattro anni. Nel 1744 fu eletto nupzio apostolico in Svizzera e quindi presso la corte del Portogallo dove si batté con impegno, ma invano, per salvare i Gesuiti. Il 24 sett. 1759 fu creato da Clemente
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XIII cardinale del titolo di S. Maria degli Angeli. Tornato in Italia nel 1760 , fu eletto tre anni dopo vescovo di Ancona. Fu seppellito nella cattedrale di questa città.
Bial.: Pastor, XVI, 1, pp. 357-1023, passim, specie il cap. iv: J. Smith, Memoirs of the Marquis of Pombal, I, Londra 1843; Cappelletti, VIII, p. 160 .
Emma Santovito
ACCIAIUOLI, Niccolò. - Cardinale, n. a Firenze nel 1630, m. a Roma nel 1719. Studiò nel seminario e nel Collegio romano e si laureò in legge. Durante il pontificato di Innocenzo X fu chierico di camera, sotto Alessandro VII commissario delle armi e nel 1667 divenne uditore generale di camera. Il 29 nov. 1669 fu creato, da Clemente IX, cardinale diacono dei SS. Cosma e Damiano. Venne quindi mandato in qualità di legato a Ferrara dove rimase per dodici anni. Dal 1715 fu vescovo di Ostia e decano del Sacro Collegio.
Bini.: Pastor, XIV, p. 367.
Emma Santovito
ACCIAIUOLI, Zanobi. - Prefetto della Biblioteca Vaticana, n. a Firenze il 25 maggio 1461, m. a Roma nel 1519 o 1520 . Tornato a Firenze all'età di 16 anni, dopo l'esilio subito da tutta la sua famiglia dal 1464 al 1478, ebbe come insegnanti, e in seguito come amici, gli uomini più illustri del suo tempo, tra cui particolarmente il Poliziano e Marsilio Ficino. Prese l'abito domenicano l'8 dic. 1495 nel convento di S. Marco, e si dedicò agli studi ecclesiastici. Nel 1518 fu nominato da Leone X prefetto della Vaticana e gli fu affidato l'incarico di comporre un nuovo inventario della biblioteca. Fece anche un indice per gli archivi segreti conservati in Castel S. Angelo. Scrisse numerose opere in latino e molte anche tradusse dal greco. Fu seppellito in S. Maria sopra Minerva.
Bini.: J. Quétif e J. Échard, Scriptores ordinis praedicatorum, II, Parigi 1721, pp. 44-46; Mazzuchelli, I, 1, pp. 50-53; R. Coulon, s. v. in DHG, I, coll. 266-67. Emma Santovito
ACCIAPACCIO, Niccolò. - Cardinale, n. a Sorrento, m. a Roma il 3 apr. 1447. Fu consigliere di Giovanna II di Napoli. Il 17 sett. 1410 venne eletto, da Gregorio XII, vescovo di Tropea; il 24 dic. 1436, sotto Eugenio IV, divenne arcivescovo di Capua e il 18 dic. 1439 cardinale del titolo di S. Marcello. Appoggiò Renato d'Angiò e, per questa ragione, per qualche tempo gli vennero tolte le rendite della sua chiesa e fu anche mandato in esilio. Tornò a Roma dopo la morte di Eugenio IV. Fu seppellito in S. Pietro.
Bini.: A. Ciaconius, Vitae et res gentes pontif. roman. et cardin., II, Roma 1677, ccl. 902; UghaPi, VI, col. 353; Eubel, II, pp. 8, 31; C. C., Le imidie di Papa Eugenio IV contro il Conte Francesco Sforzo, in Arch. storico lombardo, 12 (1885), p. 731; Pastor, I, pp. 322, 353, 367, 369, 433, 820; J. Fraikin, s. v. in DHG, I, col. 268. Emma Santovito
ACCIDENTE. - Etimologicamente a. (dal lat. accidere = capitare; gr. σ η μ β ε β η κ δ ς ) è ciò che può esser detto di qualcosa ma non con necessità (senso logico), è ciò che inerisce a qualcosa ma senza costituirne la sostanza (senso metafisico). Nel suo significato logico, l'a. va distinto non soltanto da ciò che costituisce la "specie" ("la definizione") di una cosa ( = genere e differenza) ma anche dalla "proprietà" ( Ω ( ω ν ) cioè da quanto deriva "necessariamente" ( κ α vartheta^{′} π hat{v} τ hat{imath} ) dalla essenza di qualcosa. In questo senso Aristotele definisce l'a. come ciò che è «indifferente» per l'essenza di qualcosa :... id cui contingit inesse et non inesse uni eidemque, ut v. gr. "sedere" alicui uni (Top. I, 5, 102 b 4). L'a. logico costituisce l'ultimo "predicabile" (v.) della nota classificazione di Porfirio.
Nel suo significato metafisico, a. si oppone a sostanza ed abbraccia tutto l'àmbito dell'essere attri-
buito ai nove "predicamenti" ( κ × τ χ γ γ ρ i α mathrm{l}, v. catecoria) che seguono alla sostanza e indicano i contenuti e modi secondari dell'essere. A. allora è tutto ciò che non ha propria consistenza ontologica e che per "esistere" ha bisogno di appartenere ("inerire") ad una sostanza come proprio fondamento ovvero "sostrato" ( λ π π α α i μ α ν ν ν ) reale: è perciò l'a. una certa realtà o essenza secondaria destinata a integrare e sviluppare la realtà principale della sostanza da cui dipende tanto nell'essere come nell'esisterc. In questo senso l'a. non può dirsi «ente» ma piuttosto "ens entis" e perciò "cuius esse est inesse": Nam ens dicitur quasi esse habens, hoc autem solum est substantia. Accidentia autem dicuntur entia, non quia sunt, sed quia magis ipsis aliquid est; sicut albedo dicitur esse quia eius subiectum est album. Ideo non dicuntur simpliciter entia, sed entis entia, sicut qualitas et motus. (s. Tommaso, Comm. in XII Metaph. Arist., 1, 2419). Così l'a. esiste in forza dell'atto di essere della sostanza ed ha come proprictà la "aptitudo ad subiectum" per cui la sua definizione è: "res cui debetur esse in alio" (s. Tommaso In I^{′} Sent., dist. 24, q. I, a. 1, ad 2; cf. Sum. Theol., 3^{text {a }}, q. 77, a. 1, ad 2). In quest'ordine intrinseco, che gli a. hanno alla sostanza, Aristotele e s. Tommaso vedono la possibilità e l'unità della metafisica come scienza, in quanto resta salva e fondata l'unità dell'essere. A questo modo si manifesta il rapporto fortemente dialettico in cui stanno fra di loro nella sfera degli esseri finiti sostanza e a., perchè se la sostanza può dirsi sostegno ed anche causa degli a., gli a. alla lor volta ne costituiscono gli atti e le perfezioni: "unde et accidens forma dicitur" (s. Tommaso, Q. unica De virtutibus in communi, a. 3). E poi per via di a. che la sostanza agisce e patisce, ed è per l'azione degli a. che si "prepara" la generazione e la corruzione e tutto il divenire tanto nel mondo fisico come in quello spirituale.
Dal punto di vista fenomenologico - quando si ammetta con Aristotele che la nostra conoscenza si sviluppa necessariamente in dipendenza dell'esperienza - i primi contenuti della coscienza si riferiscono agli aspetti accidentali della realtà e l'essenza, come tale, non costituisce che l'ultimo termine della ricerca che l'uomo fa della natura delle cose. Questa prima fase della umana conoscenza, che Aristotele chiama "induzione" (v.), comprende tutto quel settore di assimilazione del reale da parte dello spirito umano che precede e prepara i processi maturi dell'astrazione e della riflessione. Perché, se è vero che il "medio" della dimostrazione per trovare le proprietà di qualcosa e il fondamento ontologico è l'essenza della cosa stessa, non è men vero che per noi anche gli a. "multum conferunt ad cognoscendum quod quid est" (De anima I, 1, 402 b , 21 s).
Nella Scolastica presero sviluppo e diedero origine a discussioni molto complicate le divisioni dell'a. (assoluto e modale, proprio e comune, intrinseco ed estrinseco, ecc.). La dottrina degli a. è di fondamentale importanza per la dottrina cattolica di alcuni misteri della fede (Grazia, peccato, sacramenti : in particolare l'Eucaristia). Nella filosofia moderna, e già nel soggettivismo antico e medievale, il problema degli a. fu assorbito da quello della soggettività delle qualità sensoriali e dalla negazione della sostanzialità dell'essere.
Bini.: H. Bonitz, Index aristotelicus, Berlino 1870, s. v.: 714, a 20 - b 44; C. Prantl, Geschichte der Logik im Abendlande, voll. II-IV, Lipsia 1861-70 (trad. it. del vol. II, parte 1, Firenze 1937); W. D. Ross, Aristote's Metaphysics, I, Oxford 1928, p. Lxxx sgg.; I. M. Bochenski, Elementa logicae graecae, Roma 1937 - Per lo sviluppo della controversia scolastiche: G. Sanseverino, Philosophia christiana cum antiqua et nova comparata. Logicae pars prima, Napoli 1862, p. clxxvi sgg.; Franz Brentano, Von der Monuigfachen Bedeutung des Seiendes nach Aristoteles, Friburgo in Br. 1862.
Cornelio Fabro
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ALCUNE IMPRESE DI ACCADEMIE : I. Arcadia; 2. Una delle imprese dell'a. di S. Luca; 3. Antica impresa de Lincei (dal ms. Linceo IV, fol. 244r) ; 4. Una delle imprese dei Virtuosi al Pantheon; 5. Pontificia a. di Archeologia (dis. di G. Valadier, inizio sec. XIX).
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(Jot. Sanssini)
STATO ATTUALE DELL'ACHEROPITA
con rivestimento argenteo di Innocenzo III e aggiunte posteriori - Roma, Sancta Sanctorum.
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STATO ORIGINALE DELL'ACHEROPITA
Pittura su tavola di noce (recto e verso, secc. v-vi) - Roma, Sancta Sanctorum.
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Tav. XVIII

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ACCIDENTI EUGARISTICI. - Sono le apparenze del pane e del vino, che, rimanendo invariate dopo la transustanziazione (v.), costituiscono come un misterioso "receptaculum» del corpo e del sangue di Gesù Cristo, rendendone cosi possibile la presenza sacramentale (v. Eucaristia).
Sulla natura degli a. e. si è discusso molto da filosofi e teologi, perché, ammessa per fede la conversione totale della sostanza del pane e del vino nel corpo e nel sangue di Gesù Cristo, si presenta il problema: qual'è la concreta realtà delle dimensioni, del colore, del sapore, e degli altri fenomeni sensibili, che conservano identiche le proprietà ch'essi avevano quando erano uniti alla loro sostanza? I teologi cartesiani (Maignan, Drouven, Witasse) per esigenza di sistema dovettero rispondere che non si tratta di realtà oggettive, ma di modificazioni dei sensi e dei corpi circostanti prodotte miracolosamente (una specie di doertismo degli a.). Alcuni atomisti del sec. xix (Tongiorgi e Palmieri) credettero di poterle spiegare con la forza di resistenza propria dei corpi, che verrebbe prodotta da Dio là dove le molecole del pane e del vino la esercitavano. Il Franzolin, indulgendo al dinamismo bilbniziano, penso che siano le forze secondarie del pane e del vino, una specie di energia (évépygıa) superstite alla mutazione del nucleo centrale e divinamente conservato.
Gli Scolastici invece, accettata la dottrina aristotelica della reale distinzione tra accidente e sostanza corporea, ed ammessa per fede la transustanziazione, logicamente conclusero che le apparenze del pane e del vino, dopo la consacrazione, conservano la stessa natura di prima, che cioè le dimensioni, il colore, il sapore ecc. sono le stesse realtà oggettive, che in antecedenza avevano, come soggetto d'inesione, la sostanza del pane e del vino. Tale illazione fu confermata dalla Chiesa nel Concilio di Costanza (1415), quando, contro Wiclaff (m. nel 1382), sostenne che gli a. e., intesi in senso peripatetico, rimangono senza soggetto (Denz-U, n. 582). Questo classico documento è avvalorato da analoghe dichiarazioni del Concilio Tridentino (Denz-U, n. 884), del Catechismo Romano, dell'enciclica Mirae caritatis (1902) di Leone XIII. Del resto il modo realistico con cui i Padri della Chiesa parlano delle specie eucaristiche, pur non suscettibile di alcun inquadramento filosofico, armonizza mirabilmente con la concezione scolastica. L'esperienza finalmente dei nostri sensi, tanto attendibile quanto è loro proporzionato l'oggetto di cui rendono testimonianza, costituisce uno riprova che s. Tommaso non si perita di chiamare infallibile.
Ammessa dunque la realtà oggettiva degli a., si conclude che essi esistono senza soggetto alcuno d'inesione. Infatti, sottratta per conversione la sostanza primitiva, non potrebbero poggiare che sul corpo di Gesù Cristo o sull'aria circostante, ma ciò è impossibile, perché, a tacere di altre ragioni, non v'è proporzione tra gli a. del pane e la sostanza corporea di Gesù Cristo o dell'aria. Tuttavia, rimanendo senza soggetto alcuno, non perdono la natura di a., perché conservano la loro relazione trascendentale alla sostanza, da cui furono separati in virtù della transustanziazione (ed è appunto in questa relazione che si trova il costitutivo formale dell'accidente e non nell'attuale inesione), né possono cadere nel nulla, perché, sebbene privi di sostegno naturale, sono conservati dall'onnipotenza divina, che supplisce eminentemente la funzione della sostanza, come supplì l'influsso virile nella concezione virginale di Gesù Cristo.
Del resto non bisogna pensare che tanti siano gli interventi divini quanti sono gli a., perché quelli che per natura sono privi di dimensione, colore, sapore, odore ecc. conservano il loro antico rapporto d'inerenza alla quantità dimensiva, la quale viene direttamente sostenuta da Dio. Se una nave, ad es., venisse sollevata in aria, si dovrebbe dire miracolosa la con-
dizione della medesima; ma non quella del nocchiero e dei passeggeri; il miracolo cioè sarebbe unico.
Conservando la loro obbiettiva realtà gli a. producono tutti gli effetti di cui erano causa prima della transustanziazione (operatio seguitur este). Quindi come prima continuano a influire nei corpi circostanti (actio) e ad essere soggetti (passio) alla divisione e all'assimilazione. Certo la corruzione e l'assimilazione fisiologica non possono avvenire che mediante un soggetto comune, su cui si avvicendino le forme: ora nel caso nostro, non essendoci la materia del pane come sostrato comune, bisogna ammettere un intervento di Dio, per cui la quantità del pane e del vino, dopo che ha supplito la sostanza nelle mutazioni previe, venga trasformata in materia, nell'istante in cui è prodotta una nuova sostanza come termine del processo assimilativo. Tale intervento è giustamente considerato da s. Tommaso come un prolungamento del miracolo della transustanziazione.
Bibl.: S. Tommaso, Sum. Theol., 2ᵃ, mathrm{o}, 77, con i commenti del Gaetano, Gonet, Giovanni di S. Tommaso, Biller, Paquet, Pègues, Garrigou-Lagrange; R. Billuart, De mente Ecclesiae circa occidentia eucharistica, Liegi 1714 ; J. Franz, Accidentia idealiste in systemate peripatetica per ecclesium Eucharistiae defensa, Praga 1720; F. Jansen, Eucharistiques (Accidents), in DThC, V, coll. 1368-1432 (la migliore trattazione moderna sull'argomento); G. Filogrossi, La realta oggettiva delle specie eucaristiche secondo il card. Franzolin, in Gregoriamum, 18 (1937), pp. 392-409; A. von Hove, De Eucharistia, 2^{text {a }} ed., Malines 1941, pp. 88-100; F. Giavarini, Accuse a i. Tommaso di Anastasio Filocolo, Padova 1942 (sulla corruzione delle specie); A. Piolanti, De sacramentis, 2^{text {a }} ed., Torino 1947, pp. 232-41. Antonio Piolanti
ACCIDIA. - (Dal gr. dot{α} α η δ i α= noncuranza, α priv. e π δ δ σ μ α ι ). Comunemente si suole indicare col termine a. quel vizio per il quale si trascura di operare il bene; quindi l'a. è propriamente «fastidio o tedio del ben fare» e «negligenza per ciò che riguarda le cose di Dio e dell'anima». E dunque apposta allo zelo e specialmente all'alacrità spirituale ; quantunque denoti pure una inerte indifferenza e negazione di qualunque idealità, per cui volgarmente è detta anche pigrizia.
Per gli scrittori spirituali a. ha il senso di «scoraggiamento di un'anima che si crede incapace di superare certe difficoltà e, ed è perciò causa alla medesima di tristezza e di sconforto. I teologi lo considerano sotto due aspetti: come passione e come vizio o peccato. a) Come passione è manifestazione di tristezza e di sconforto di fronte allo sforzo che è necessario sostenere in qualsivoglia genere di attività. Tale passione non costituisce una mala tendenza soltanto individuale, ma è comune a tutti e a ciascuno, come inclinazione a quiete ed inersia che tentano dissuadere l'uomo dall'incomodarsi per praticare questa o quella virtù. Tuttavia, anche come passione, l'a. riveste quasi sempre un carattere individuale; onde vediamo che si manifesta con innumerevoli gradazioni. b) Come colpo o peccato è non soltanto passione avente la sua sede nell'appetito sensitivo, ma anche effetto della stessa volontà: la quale però ordinariamente è secondata pure da qualche passione sensitiva. In tal senso s. Tommaso (Sum. Theol. 2^{mathrm{a}-2^{mathrm{an}}}, q. 35, a. 1) definisce l'a.: un rincrescimento del bene spirituale, in quanto questo è bene divino; vale a dire: una tristezza che nasce in noi a motivo del dover mettere in pratica ciò che riguarda il servizio di Dio. Così l'a. viene ad essere uno dei sette vizi capitali (il settimo), che si oppone alla carità verso Dio.
Questo vizio può essere considerato: 1^{°} in generale rispetto alla pratica d'ogni virtù; ed è un rallentamento d'animo, una noia, un torpore che porta alla negligenza nell'esercizio delle singole virtù, ad ognuna delle quali è necessariamente annessa qualche fatica; 2^{°} in particolare, rispetto ai beni spirituali; ed allora è un tedio dell'amicizia e grazia divina. Sotto il primo
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Accidia - L'a. in una miniatura genovese del sec. xiv. Berlino, Coll. Ball-Graepe.
aspetto può essere peccato ora mortale ora veniale, secondo che per esso venga violato il precetto di una azione gravemente o leggermente obbligatoria; sotto il secondo aspetto, se è volontario, è sempre peccato mortale, perché gravemente ripugna alla carità verso Dio.
Bibl. A. J. Stapf, Theologia Moralis, II, Innsbruck 1846. p. 232; J. Laumonier, La Thérapostique des péchés capitaux, Parigi 1922; D. M. Prummer, Manuale Theologie Moralis, I, Roma 1935, n. 433 sec.
Igino Tarocchi
ACCLAMAZIONE (lat. ad-clamatio, gr. ἐκsgo̊́vŋmz). - E il clamore che parte da una moltitudine commossa (il gridare e il cantare è proprio dell'animo in stato di commozione, che ha bisogno di sprigionare il suo interno sentimento) in segno di venerazione, di lode, di augurio, di consenso, di esortazione.
1. Nelle religioni non cristiane. - Perciò l'a. si trova in tutte le religioni, in quanto è una approvazione dell'azione divina ed anche un invito alla medesima perché continui la sua opera protettrice.
L'a. è ampiamente documentata in testi e lapidi dell'epoca ellenistica ed è derivata al mondo classico dall'oriente specialmente egizio. Era diretta agli imperatori (ed è rimasta nel cerimoniale bizantino) con significato sacromagico di buon augurio; cf. per Nerone, Svetonio, Nero 20, 3; per Alessandro Severo, Hist. Aug., Vita Alex. Sev., 56; per Commodo, Dione Cassio, LXXII, 20 e per vari imperatori la menzione negli Atti superstiti dei Fratelli Arvali. Detta a. poteva essere anche esecratoria come quella del Senato in morte di Domiziano (Svetonio, Dom., 23) e di Commodo (Hist. Aug., Vita Comm., 18).
Acclamazioni si facevano anche nella cerimonia del trionfo (io triumphe!) e nelle nozze (talassio! io hymen, hymenaie!). E frequente nelle a. pagane (e anche ebraiche e cristiane) l'augurio: per omnia suecula! eis, eidiva! e numa! nel senso di lode, onore, presso i fedeli di Mithra.
Le a. sono dirette anche a divinità per esaltarne la grandezza ( μ dot{ε} γ α ς ๖zós!) o la unicità ( ε i ς ๖ ε ós, ε i ς Zó́s Σ dot{ξ} ρ α π ι ς! ): dimostrazione quest'ultima del sincretismo in atto durante l'epoca imperiale.
Bibl.: J. Schmidt, s. v. in Pauls-Wissowa, Realencyclop., I, col. 147 sgg.; F. Cobrol, s. v. in DACL., I, col. 240 sgg.; E Peterson, Eis ๑̇ós, Gottinga 1926.
Nicola Turchi
2. Nella religione cristiana. - L'uso dell'a. passò anche fra i cristiani, i quali l'adoperarono anticamente in circostanze pubbliche e solenni : nell'elezione dei vescovi, per esprimere l'approvazione o riprovazione del popolo adunato; nei concili, come si può vedere dagli atti di quello di Calcedonia; nella consacrazione dei re e degl' imperatori in forma di preghiera litanica, di auguri, di lode, come vivat rex in sempiternum, Deus illum adiuvet, Christus vincit fortitudo nostra, ecc.; finalmente molto spesso nella sacra liturąia, sia per pregare come per glorificare Dio. L'uso è ancora vivo al presente specialmente nella Chiese orientali; in Occidente restano le forme acclamatorie delle litanie e di molte risposte della Messa. Un esempio caratteristico si ha nell'elczione del successore di s. Agostino: «A populo acclamatum est : Deo gratias, Christo laudes : dictum est vicies terties. Exaudi Christe, Augustino vita; dictum est sexies decies. Te patrem, te episcopum; dictum est vicies; bene meritus, bene dignus; dictum est quinquies. Dignus est; dictum est sexies, ecc." (PL, 33, coll. 966).
In forma privata l'a. fu adoperata ugualmente spesso, e ne restano molti esempi nell'epigrafia paleocristiana. Siccome le iscrizioni sono generalmente funebri, così la grande maggioranza delle a. è augurale, pregando ai defunti la pace, la vita, la felicità eterna: in pace, in refrigerium vivas, in Deo, cum bonis, dormi in pace, ecc. Altre volte si domandano preghiere per i superstiti, roga, pete pro nobis, pace a te che leggi, pace a tutti i fratelli, in mente nos habete, ricordati dei tuoi, ecc.; talvolta si usavano persino quelle frasi con cui i pagani salutavano i loro morti, ma certo in senso differente: χ × i ρ ε «addio", ave, vale "sta di buon animo", ε dot{ξ} dot{ξ} dot{ξ} γ ε ι, ε dot{ξ} γ dot{ξ} dot{ε} ε ι, ε dot{ξ} α dot{η} dot{ε} ι ι μ dot{η} λ ι ν ν dot{η} dot{η} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε} α dot{η} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε} dot{ε
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Acclamazione - Sarcofago di Aix (sec. iv-v).
malattie, con l'uso di formole cabalistiche e grande abuso di nomi di angeli e combinazioni di lettere alfabetiche.
Esempi singolari di a. sono: a) Quella miniata da Furio Dionisio Filocalo in fronte al libro da lui scritto per un alto dignitario del sec. iv: Valentine floreas in Deo; Valentine lege feliciter; Valentine vivas gandent, intrecciate insieme. b) Un'a. incisa più volte sulle colonne del teatro di Efeso e di altre città asiatiche nel sec. vii-viII: 6p8086bav 9001h8av xai 11p016vav π 0 λ 1 x 0 dot{ε} ε τ η, "agli imperatori ortodossi e ai verdi (fazione del circo e poi anche politica) molti anni di vita ». c) Tra i Greci ebbe moltissima fortuna e diventò come un luogo comune le formula Jesus Christos vincit, generalmente descritta sui quattro bracci di una croce ICIXC. d) Sono a., in parte già in uso presso gli Ebrei, le formole scritturali amen, osanna, alleluia, Deo gratias, Dominus vobiscum, pax vobis, hyrie eleisou, divenute correnti nella liturgia e non rare anche nella letteratura e nell'uso epigrafico. Lo stesso si dica della dossologia per eccellenza Gloria Patri et Filio, ecc., e del cosiddetto trisagio Sanctus deus, sanctus fortis, sanctus immortalis, miserere nobis, frequentissimo soprattutto fra gli orientali. e) Due acclamazioni frequentissime fra i Greci, specie in epigrafia, sono: ε í θ ε 6 ς, e xópıe ovvero θ ε 0 τ dot{ε} ε ε β 0 dot{θ} θ ε 1, scritte sulle tombe, sulle cose, sugli anelli e un po' per ogni dove (unus [est] Deus, e Domine ovvero Deipara adiuva il tale). La prima, certo di derivazione pagana, trovandosi applicata già spessissimo a Serapide, è diffusa specialmente nella Siria e nell'Egitto e di uso paleocristiano; l'altra invece si ritrova nel medioevo e in ogni regione.
Bral.: F. Cabrol, s v. in DACL, I, coll. 240-62, eccellente specialmente per le acclamazioni liturgiche: F. Grossi Gondi, Trattato di epigrafia cristiana, Roma 1917, pp. 220-33, 232234, 380-93; C. M. Kaufmann, Handbuch der christlichen Epigraphik, Friburgo in Br. 1917, pp. 132-43 e 296 sgg.; E. Diehl, Inscripiones latinas christianae velsres, 3 voll., Berlino 1924-31, nn. 2188-2380; Th. Klauser, in Reallex. für Antike u. Christentum, I, coll. 216-33, con ricca bibliografia. Antonio Ferrus 3. nel canto. - Anche nel canto si ritrovano numerose forme di a., principalmente il Gloria in excelsis, il Te Deum, i Benedictamus che chiudono l'ufficio; l'Ite Missa est del congedo finale della Messa, al quale precedevano altri congedi dei catecumeni come recedant cathecumeni; certi dialoghi come vediamo nel Prefazio, Pater Noster, ecc.
Una specie particolare di a. furono quelle chiamate "gallicane" dalle Chiese occidentali fuori di Roma, da dove passarono alla stessa Chiesa madre. Le Lamète o Acclamaciones pueriles, d'uso in certe solennità come Natale, Innocenti, Pasqua, erano acclamazioni infantili, proprie delle "Scholze puerorum" create presso le basiliche e i monasteri. Dalla circostanza solenne nella quale furono adoperate, divennero celebri le Landes Hinemari (da Hinemaro di Reims, 806-82) che hanno preso anche modernamente nuovo sviluppo con l'influsso del momento
per il quale sono state composte. A queste precede sempre il Christus vincit, Christus regnat, Christus imperat.
Musicalmente le a., collettive o di un solista, sono sempre semplici come conviene al loro carattere acclamatorio. La melodia delle più antiche viene sempre modellata sull'accento tonico, e anche le cadenze in quarte melodiche sono classiche e care ai compositori gregoriani.
Bral.: F. Cabrol, s. v. in DACL, I, pp. 240-63; R. Russo, s. v. in Eur. Ital., I, p. 263.
Gregorio M. Sului
ACCOLITATO. - Da dot{α} π 0 λ 0 ∪ θ dot{ε} ω, seguire, servire, è un ordine minore, creato nella Chiesa latina per alleggerire i diaconi da alcune loro funzioni; sconosciuto però, o almeno non considerato come formante un ordine sacro ecclesiastico, in Oriente, ad eccezione degli Armeni, e così pure per molto tempo nei paesi di rito gallicano (Francia, Milano, Spagna).
A Roma la sua istituzione risale probabilmente al papa Vittore (186-97): "Hic fecit sequentes - da rilevare l'equivalenza etimologica - cleros", scrive il Liber Pontificalis (ed. L. Duchesne, I, p. 137); comunque al tempo di papa Cornelio (Epist. ad Fabium Antioch., in Eusebio, Hist. eccl., VI, 43, II) gli accoliti già erano in numero di 42 , divisi secondo le sette regioni dell'Urbe. Papa Gaio (283-96) li enumera nel suo celebre elenco degli ordini ecclesiastici (Liber Pontif., I, p. 161) sotto il nome di Sequens. A Cartagine, dove la loro esistenza è attestata da s. Cipriano (Epist., 7, 45, 49, 52, 59, 77, 78, ed. G. Harrel, II, pp. 485, 603, 612, 616, 677,835,836 ) furono posteriormente chiamati ceroferarii, "a deportandis cereis, quando legendum Evangelium est, aut sacrificium offerendum; tunc enim accenduntur luminaria ab eis, et deportantur" (s. Isidoro, De ecclesiast. officiis, 2, 24: PL 83, 793; Etymol. VII, 12, 29). A partire dal sec. Iv la loro menzione si fa frequente in documenti letterari ed epigrafici (cf. DACL, I, col. 350 sgg.; Liber Pontif., I, p. 223, note 6 e 7; De Rossi, Bull., ser. 15, I (1863), p. 23; E. F. Le Blant, Inscript. chrét. de la Gaule, I Parigi 1856, p. 77, n. 56). Nel sec. vi, gli accoliti acquistarono a Roma un'importanza maggiore: essi servivano direttamente il diacono, o anche i sacerdoti all'altare e portavano i vasi da adoperare nell'amministrazione dei sacramenti (cf. Giovanni Diacono, Epist. ad Senarium; PL 59, 405); negli Ordines Romani (PL 78) dei secc. viII e IX sono frequentemente menzionati. Invece in Francia, Irlanda, Germania ed altrove appariscono appena, ad es. nel Missale Francorum, e nel De septem gradibus (ed. F. W. H. Wasserschleben, Lipsia 1885, pp. 23-26).
Oltre il loro ufficio propriamente liturgico gli accoliti dovevano anche accompagnare il vescovo ed
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essere sempre a sua disposizione per compiere le ambasciate ed eseguire ordini : infatti in s. Cipriano figurano come portatori di lettere; nel Concilio di Nicea (325) come compagni dei vescovi (Eusebio, Vita Constantini, III, 8), in s. Gregorio Magno (Epist., VIII, I) come esecutori di ordini disciplinari.
Secondo gli Ordines Romani (ad es., Ordo Romanus I: PL 78, 937 sgg.) essi facevano parte del corteo papale, e vi portavano i sacri oli, il Vangelo, i lintei e i sacchetti per le oblate, e anche particelle della S.ma Eucariatia; secondo l'Ordo Romanus VIII, I (PL 78, 999) nell'ordinazione si dava all'accolito il sacchetto di lino, che avrebbe poi usato per portare in determinate circostanze le Sacre Specie, ad es. nella messa papale ai preti e vescovi per la fractio panis (Ordo Rom. I, 19: PL 78, 946); già al tempo di Innocenzo I (Epist. ad Decentium, 5, 8: PL 56, 516) gli accoliti recavano il fermentum eucaristico alle varie chiese dell'Urbe. Essi portavano anche le enlogie, pani benedetti che i prelati si scambiavano fra di loro in segno di comunione. All'epoca di Carlomagno (Ordo Romanus VII, 2: PL 78, 995) sostituivano pure gli esorcisti per gli esorcismi da fare sui catecumeni nelle cerimonie dell'iniziazione cristiana.
Attualmente le funzioni dell'accolito sono molto ristrette: secondo l'odierna disciplina liturgica (Pontificale Romanum: Ordinatio Acolythorum) quest'ordine si conferisce secondo il vecchio rito gallicano (Statuta ecclesiae antiquae, sec. v: Mansi, III, 949) facendo toccare all'ordinando un candelabro con candela spenta e un'ampollina vuota, strumenti e simboli dell'ufficio: accendere e portare i lumi liturgici, preparare e porgere il vino e l'acqua per il sacrificio della messa. Il CIC elenca l'a. fra gli ordini minori nel can. 949 (v. ORDINE).
BibL.: J. Morin, Commentarius de sacris Ecclesine ordina. tiombus, II, Anversa 1683, p. 209 sgg.; E. Martène, De antiquis Ecclesiae ritibus, II, ivi 1736, p. 90 sgg.; C. G. Grabenor, De Acolythis, Dresda 1748; A. Harnack, in Texte und Untersuchun. gen. II, 5, Lipsia 1886, p. 94 sgg. (per l'origine); R. Solon, Kirchenrecht, I, ivi 1892, pp. 128-37; F. Wieland, Die genetische Entsichlung der sog. ordines minores in den drei ersten Jahrhunderten, Roma 1897; H. Leclercq, s. v. in DACL, I, coll. 348-56; L. Duchesne, Origines du culte chrétien, 5^{°} ed., ivi 1923, p. 364 sgg.; L. Eisenhofer, Handbuch der katholischen Liturgie, II, Friburgo in Br. 1933, pp. 367 sg., 391 sg.; J. Tijscront, L'ordine e le ordinazioni, vers. ital., Brescia 1939, pp. 89-92. Filippo Oppenheim
ACCOLTI, Benedetto. - Cardinale arcivescovo di Ravenna. N. a Firenze il 29 ott. 1497, m. ivi il 21 sett. 1549. Dotto umanista, percorse una brillante carriera ecclesiastica: abbreviatore delle lettere apostoliche, vescovo di Cadice (1521) e di Cremona (1523); dopo essere stato segretario di Clemente VII fu infine creato cardinale ( 1527 ), e nel 1532 successe a suo zio Pietro Accolti nell'arcivescovato di Ravenna. Nello stesso anno ebbe la legazione della Marca anconitana che due anni dopo dovette lasciare a causa del cattivo governo. Paolo III, nell'apr. del 1535, lo fece rinchiudere in Castel S. Angelo, istituendo un processo contro di lui. Ma nell'ott. venne liberato, mediante pagamento di una somma, per intercessione del card. Gonzaga e di Carlo V. Scrisse varie opere in prosa e poesia. La sua morte fu creduta misteriosa.
BibL.: E. Castanini, Il Cardinale di Ravenna e suo processo, Pesaro 1891; Pastor, VII, pp. 534 sgg., 638 sgg.
Giuseppe Sanità
ACCOLTI, Bernardo. - Poeta, più noto col soprannome di Unico aretino, n. ad Arezzo l'11 sett. 1458 e m. a Roma il 1 marzo 1535. Scrisse vivi rapporti con le corti di Mantova e di Urbino, e godé i favori di Leone X e Clemente VII. La sua lirica
oscillante tra il petrarchismo puro e le preziosità presecentesche, fu studiata egregiamente dal D'Ancona.
Più fresca una sua commedia Virginio, su trama boccaccesca e risolta nel tono di sacra rappresentazione.
I suoi scritti: Opera uona del preclarissima messer B. aretino, vennero pubblicati a Firenze, forse nel 1513 e ristampati a Venezia nel 1519.
BibL.: E. Guarnetti, B.A., Palermo 1901; F. Cavagni, L'Unico Aretino (B. A.) e la corte dei denti di Urbino, Arezzo 1906; I. Corsi, Un fenomeno della rimasenza, in Rivista di Roma, 3 (1913), fasc. 3-5.
R. G. Brignotti
ACCOLTI, Francesco. - Detto l'Aretino, fratello di Benedetto, n. ad Arezzo intorno al 1416 1418, m. a Siena nel 1484 o poco dopo. Insegnò a Ferrara il diritto dal 1448 al 1461, ad eccezione dell'anno 1455-56, in cui fu lettore allo Studio di Siena. Dal 1462 al 1466 fu segretario di Francesco Sforza, duca di Milano; morto questi, fu di nuovo lettore di diritto civile e canonico a Siena (1467-79), poi a Pisa (dal 1479 al 1484 almeno).
Scrisse varie opere giuridiche: commentari al Digesto, Consilia seu responsa, commentari al II libro delle Decretali di Gregorio IX, ecc. Fu considerato dai contemporanei il "principe dei giureconsulti", forse più per le sue lezioni che per i suoi scritti.
Ebbe anche notevole attività letteraria: tradusse la Guerra gotica di Leonardo Bruni (Venezia 1528), e compose molte poesie in italiano. Altre opere gli furono, forse erroneamente, attribuite dagli antichi biografi.
BibL.: L. Landucci, Un celebre scrittore arctino del sec. XV (Francesco A.), in Atti della Reale Accademia di scienze, lettere ed arti di Arezzo, 7 (1887), p. 25 sgg.; I. Sanesi, Sanetti inediti di F. A. di Arezzo, Pisa 1893.
Pio Ciponti
ACCOLTI, Michele. - Missionario gesuita, n. a Conversano (Bari) il 29 genn. 1807, m. a S. Francisco il 7 nov. 1878. Entrato nella Compagnia a Roma nel 1832, venne nel 1843 destinato alle missioni indiane dell'America sett. e s'imbarcò ad Anversa col p. PierreJean de Smet (v.). Una lunga relazione del suo viaggio è pubblicata da B. Accolti-Gil, Padre Michele Accolti, Bari 1916, pp. 65-129. Nel 1849 fondò, col P. Giovanni de Nobili, la nuova missione di California e nel 1850 fu superiore di quella delle Oregon. Venuto a Roma nel 1853 , riuscì a far accet. tare queste due missioni alla provincia torinese delI'Ordine. Tornato in America, A. fu professore e prefetto degli studi a Santa Clara, e predicò a Nuova York e a S. Francisco, dove passò i dieci ultimi anni.
BibL.: G. J. Garaghan, The Jesuits of the Middle United States, II, Nuova York 1938, pp. 295-435 passim; W. Bischoff, A sketch of Jesuits activities in the Pacific Northwest. The Jesuits in Old Oregon, 1840-1940, Idaho 1945. Edmundo Lamulle
ACCOLTI, Pietro. - Figlio di Benedetto e fratello di Bernardo, n. a Firenze nel 1455; fu lettore di diritto canonico a Pisa; poi, entrato nella carriera ecclesiastica, divenne uditore di Rota (dal 1484 almeno, fino al 1505 , ricoprendo la carica di decano della Rota dal 17 nov. 1500), poi vescovo di Ancona (dal 4 apr. 1505), e cardinale del titolo di S. Eusebio (conciistoro del 10 marzo 1511, tenuto da Leone X a Ravenna).
Come cardinale fu molto influente in Curia, ricoprì vari incarichi (tra l'altro fu l'estensore del primo abbozzo della bolla Essurge Domine, con cui Leone X, il 15 luglio 1520, condannò Lutero), e ricoprì importanti uffici : fu successivamente cardinale vicario (dal 1505) e vescovo delle diocesi suburbicarie di Albano (dall'8 dic. 1523), di Palestrina (dal 20 maggio 1524), e della Sabina (dal 15 giugno 1524); in questo stesso tempo ebbe in amministrazione, per brevi periodi, le diocesi di Cadice, Arras, Ancona, Maillezais, Cremona, e Ravenna.
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Accorammoni - Sepolcro del card. G. A. Intarsio in marmo (a. 1747) - Roma, Chiesa di S. Ignazio.
Mori a Roma il 12 dic. 1532, ed è sepolto nella chiesa di S. Maria del Popolo.
Bibl.: Pastor, IV, passim: E. Cerchiari, Cappellani Papas et Apostolicse Sedis, II, Roma 1920, p. 74; Eubel, II, 2ᵃ ed., Münster 1923, pp. 12, 107, 283.
Pio Ciavotti
ACCOMODATIZIO, SENSO : v. ERMENEUTICA BIBLICA.
ACCORAMBONI, Giuseppe. - Cardinale, n. a Preci nel 1672, m. a Frascati nel 1747. Alla scuola del celebre Luca Palma il giovane, si approfondi nelle scienze giuridiche, acquistando grande rinomanza nella curia romana. Uditore di Rota prima, avvocato curiale e uditore del card. Michelangelo Conti poi, eletto questi papa (Innocenzo XIII), fu creato sottodatario e canonico di S. Pietro e quindi arcivescovo titolare di Filippi. Benedetto XIII lo nominò suo uditore e gli conferì l'abbazia di S. Ilaria in Galbiate, creandolo il 20 sett. 1728 cardinale del titolo di S. Maria in Traspontina, coll'amministrazione del vescovato d'Imola.
In undici anni di governo, arricchì la cattedrale, restaurò il seminario, visitò tutta la diocesi e tenne il Sinodo del 1738. Avendo rinunziato l'anno seguente alla diocesi, si ritirò a Roma, esplicando una meravigliosa attività nelle congregazioni romane che lo ebbero membro prezioso. Nel 1743, passò alla diocesi suburbicaria di Frascati, che resse fino alla morte, avvenuta all'età di 75 anni. Il suo sepolcro si conserva a Roma, nella chiesa di S. Ignazio (cappella di S. Luigi).
Bibl.: G. Capogrossi, Ricordi storici della famiglia Accoramboni, Roma 1896.
Giuseppe Sanità
ACCORAMBONI, Vittoria. - Di nobile famiglia, n. a Gubbio nel 1557 e si trasferì presto a Roma, dove nel 1563 andò sposa a Francesco Peretti, nipote
del card. Felice Peretti, il quale fu poi papa Sisto V. Volubile, dissipatrice, ma bella, pare che, spinta dai parenti e specie dalla madre, abbia accettato i favori di Paolo Giordano Orsini, duca di Bracciano, ed abbia tramato per liberarsi del marito e convolare con lui a nozze. Il Peretti fu infatti trucidato, ed essa nel 1581 riparò in casa dell'Orsini. Incarcerata - perché non si osò toccare il duca di Bracciano, mandante ormai palese dell'assassinio, - e liberata sotto promessa di non passare a quelle nozze delittuose, vi passò invece pubblicamente nell'anno 1584. Quando però il card. Peretti divenne papa, i due sposi corsero a mettersi in salvo nello Stato di Venezia, sul lago di Garda. Sisto V non li perseguitò; ma Paolo Giordano Orsini fu colto da morte nel 1585 , dissero per avvelenamento da parte del Granduca di Firenze. L'A. si ritirò a Padova, in quello stesso anno, e vi fu pugnalata da Ludovico Orsini. Morì con molto coraggio, e cristiana pietà.
Il Quadrio la disse poetessa, ed il Mazzuchelli le dedicò un articolo; ma alla poesia ella diede solo argomento (J. Webster, The Tragedy of P. L. Orsini). Se ne scrissẹro anche romanzi, uno dei quali, molto breve, corse in centinaia di copie che si incontrano comunemente nelle biblioteche d'Italia per mano di copisti dei secoli xvI e xviI.
Bibl.: Odorici, V. A. nipote di Sisto V. Cronaca contemporanea... corredata di inediti documenti, s. I, 1861; D. Gnoli, Vita di V. A., Firenze 1890; Pastor, IX, p. 780. Luigi Berra
ACCORDO (per commettere un reato): v. COOPERAZIONE.
ACCORSO da Reggio. - Giureconsulto del secolo xiri. Insegnò diritto canonico prima a Reggio Emilia, poi forse a Bologna, dove morì nel 1280. A lui si attribuiscono alcuni Casus sulle Decretali (Basilea 1479), sul Sesto, e sulle Clementine (Strasburgo 1465).
ACCRA, prefettura apostolica di. - Questa prefettura, che prende il nome dalla città capitale, è stata smembrata dal vicariato della Costa d'Oro (Africa) nel dic. 1943. Comprende quasi tutta la Provincia Orientale (Eastern Prov.) della Costa d'Oro, cioè i distretti civili di Birim, Accra, New Juaben, Akwapim, e parte del distretto di Volta River e Ada; è situata a ovest del fiume Volta, con una supertice di ca. 10.000 kmq .
La prefettura è evangelizzata da 13 missionari della Società del Divin Verbo (Verbiti) e tre preti negri, con due fratelli. I cattolici ammontano a 19.136 , con 3.218 catecumeni, su una popolazione totale di circa 750.000 ab., appartenenti quasi interamente al gruppo di lingua Twi nelle sue due forme Fanti e Guang, mentre un'infima minoranza fa parte del gruppo Ga-Ewe. Poiché il protestantesimo locale si avvale di una poderosa organizzazione scolastica, i Verbiti, che iniziarono la missione nel 1938, hanno già creato una notevole rete di opere scolastiche, salite da 4 a 87 , con un totale di 4.632 alunni. Il maggior ostacolo per i missionari è il feticismo, assai diffuso e radicato, ma, grazie al loro zelo, la dottrina cattolica penetra facilmente e rapidamente (cf. MC, p. 2).
Giuseppe Monticone
ACCRESCIMENTO. - E il problema biologico dell'aumento di volume degli organismi durante lo sviluppo. Per quanto riguarda i mammiferi e l'uomo, esso si attua con delle fasi caratteristiche, il cui studio, per la specie umana, ha grande valore essendo in dipendenza con l'abito costituzionale.
Con l'attivazione dell'uovo si ha una prima fase in cui si riscontra sviluppo senza a., in quanto la cellula uovo si segmenta in cellule (blastomeri) via via più piccole (fase di segmentazione) sino allo stadio di morula. Si inizia quindi l'aumento di volume del ger-
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Accrescimento - A. intrauterino dell'uomo (secondo Vignes).
me, sia per la formazione di cavità interna sia soprattutto in relazione al fatto che le cellule che derivano dalla divisione di una cellula si accrescono raggiungendo le dimensioni della cellula madre; inoltre la costituzione di tessuti embrionali con quantità notevole di sostanza intercellulare (mesenchima) è un'altra causa di tale aumento. Dal mesenchima si origineranno i tessuti connettivi in cui la parte interstiziale, tra le cellule, parte prodotta dalle cellule ma non viva, acquista una notevole prevalenza sulla parte cellulare.
La riproduzione cellulare non mantiene un ritmo uniforme in tutti i tessuti del germe : fondamentali a questo riguardo sono gli studi di Bizzozzero e la sua classificazione dei tessuti in tessuti ad elementi perenni (che cessano precocemente la riproduzione, come il tessuto nervoso, e non hanno più facoltà di riprodursi), in tessuti ad elementi stabili (i quali cessano la loro attività riproduttiva con la fine dell'a. corporeo, come ad es. il fegato ed altre glandole), in tessuti ad elementi labili (che continuano a riprodursi anche dopo la fase di a. corporeo per tutta la vita, per sopperire alla loro continua usura funzionale, come ad es. l'epidermide e il sangue).
L'a. si studia riferendo il peso o il volume all'età. Ogni organismo ha un proprio ritmo di a. e in genere si notano periodi ben determinati di rallentamento e di acceleramento in relazione alla attività di particolari glandole a secrezione interna (ipofisi, tiroide, timo, gonadi). Secondo Quetelet nell'uomo si ha un massimo di a. dal 6^{°} all' 8^{°} mese di vita intrauterina e dei massimi postnatali verso il quinto anno e mezzo e verso il 15^{°}-16^{°} anno, epoca della pubertà.
Se si rappresenta la curva di a. degli organismi più svariati, o di organi o parti di essi, si constata come essa abbia la forma di una S. Tale curva è stata paragonata a quelle delle reazioni monomolecolari autocatalitiche (Robertson, Ostwald). D'Ancona mette in risalto la somiglianza delle curve di tutti quei fenomeni che si autolimitano per lo stato da essi stessi provocato; cosi come nelle reazioni autocatalitiche si ha l'autoli-
mitazione per la produzione della sostanza stessa, negli organismi la limitazione è data dal differenziamento dei tessuti.
Nell'a. degli organismi ogni fase di differenziamento è caratterizzata da un rallentamento: la maturità sessuale provoca il rallentamento più cospicuo o l'arresto dell'a. In alcuni casi, come nei petromizonti (Cotronei), si può avere addirittura una riduzione corporca. SulI'a., oltre i fattori ormonali ed altri fattori interni, agiscono fattori esterni e ambientali : la quantità degli alimenti, la temperatura, la quantità di ossigeno, lo spazio sono quelli più direttamente collegati.
Bibl.: G. Cotronei, Zoologia e Biologia generale, Roma 1938; U. D'Ancona, Elementi di biologia generale, Padova 1938; D. Thompson, Growth and Form, Cambridge 1942; G. Chisrugi, Trattato di Embriologia, Milano 1944; G. Levi, A. e senescenza, Firenze 1947. A. Stefanelli
ACCURSI, Michelangelo. - Detto anche Michele, cospiratore, n. a Roma nel 1802. Curiale innocenziano del tribunale della Segnatura di giustizia, fu carbonaro e dopo il 1830 mantenne corrispondenza col Mazzini e fece parte della congregazione romana della «Giovine Italia» diretta da Enrico Mayer. Segretario del generale Sercognani, l'A. partecipò ai moti del ' 31 e fu arrestato in Roma nel nov. '32. Si dichiarò federato, ma confessò di essere pentito del suo recente atteggiamento, promettendo, qualora gli fosse stata restituita la libertà, di informare il governo pontificio dei disegni della «Giovine Italia». Gregorio XVI prestò fede a queste parole e lo fece liberare nel marzo 1833. Recatosi a Parigi ed a Ginevra informava il governo romano dei vari tentativi mazziniani. Nel 1836 Mazzini cominciò a sospettare di lui, ma non si riusci a trovare alcunché di positivo, e le relazioni tra l'A. ed il Mazzini divennero nuovamente cordiali. Nella primavera del ' 48 ritornò a Roma ed ebbe la carica di assessore generale, ma da Pellegrino Rossi, al quale erano invisi i suoi rapporti col partito mazziniano, fu inviato in missione all' estero con l'incarico di studiare il sistema penitenziario degli altri Stati europei. Eletto deputato alla Costituente romana nelle elezioni suppletive del 24 febbr. 1849 insieme a Mazzini, Saliceti, Cernuschi, Dall'Ongaro ed altri, dopo la caduta della repubblica riparò in Francia ed in Svizzera.
Bibl.: Sull'A. manca non solo una monografia critica, ma persino una silloge elementare dei suoi dati biografici. Cosi si spiegano anche le divergenze di fatto, sussistenti tra i due autori che soprattutto se ne sono occupati, sfruttando il primo documenti dell'Archivio Vaticano, il secondo altri dell'Archivio di Stato di Roma: I. Rinieri, Le cospirazioni mazziniane nel carteggio di on transfuga, in Il Risorgimento Italiano, 16 (1925), pp. 173-212, 439-98 e 21 (1928), pp. 23-71; E. Ovidi, Diz. Risorg. Naz., II, Milano 1930, pp. 6-7. Silvio Furlani
ACCUNSIO, Francesco. - Glossatore, n. a Bagnolo Fiorentino nel 1184, m. a Firenze, nel 1263. Di umile origine, studiò a Bologna, ove ebbe a maestri Azzone e Iacopo Balduini. Quivi professò leggi dal 1212 al 1253. Trasferitosi a Firenze, forse cacciato da Bologna perché ghibellino, fu nominato giudice e assessore del podestà. La sua salma fu poi trasportata nella chiesa di S. Francesco a Bologna.
La sua fama, più che ai trattati speciali in materia giuridica, come il De arbitris, si collega alla Magna glossa, che è una glossa continua a tutte le parti del Corpus iuris civilis. Il merito dell'A. sta nell'aver raccolto, secondo l'aspirazione dei tempi, il pensiero dei glossatori che erano fioriti da Innerio alla sua epoca e di averci tramandato tanta ricchezza di interpretazioni (sempre contrassegnate con sigle indicanti il nome di ciascun autore) dei testi giustinianei, che, in altro modo, in mezzo alla congerie frammentaria delle opere dei glossatori, molto probabilmente sarebbe andata perduta.
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La glossa d'A., ebbe subito grande fama. Già nel sec. xili fu chiamata Glossa ordinaria, ed ebbe tanto influsso per gli ulteriori studi, che ancora Cujacio, dopo il fiorire della scuola dei commentatori, la considerava il vademecum del giurista. Oggi, una commissione di studiosi italiani sta attendendo alla edizione critica della vera Glossa ordinaria di A., per isolarla da tutte le aggiunte degli autori ed editori posteriori.
Bibl.: C. F. v. Savigny, Storia del diritto romano nel medioevo, trad. Bollati, II, Torino 1857, pp. 369-80; K. Kantorowicz, A. e la sua biblioteca, trad. Mochi Omery, in Rivista di storia del diritto italiano, 2 (1929), pp. 32-62, 193-212; P. Tonelli, Per l'edizione critica della Glossa d'A. alle Istituzioni, in Rivista di storia del diritto italiano, 7 (1934), pp. 429-586.
Guiscardo Moschetti
ACCURTI, Tommaso. - Sacerdote e bibliografo, n. a Porto San Giorgio (Ascoli Piceno), l'i i nov. i862, m. a Roma il 20 genn. 1946. Si dedicò in particolare allo studio delle edizioni del sec. xv, nel qual campo divenne peritissimo; pubblicò due serie di correzioni e aggiunte al grande Gesamthatalog der Wiegendeuche. Curò anche la ristampa, notevolmente arricchita, degli Scriptores trium ordinum s. Franciaci del Wadding-Sbaraglia. Dal 1928 attese alla nuova descrizione della raccolta di incunabuli della Biblioteca Vaticana.
Bibl.: L. Donati, D. Tommaso Accurti, in Bibliofilio, 46 (1944), pp. 109-11 (con bibliogra