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 Si dedicò in particolare allo studio delle edizioni del sec. xv, nel qual campo divenne peritissimo; pubblicò due serie di correzioni e aggiunte al grande Gesamthatalog der Wiegendeuche. Curò anche la ristampa, notevolmente arricchita, degli Scriptores trium ordinum s. Franciaci del Wadding-Sbaraglia. Dal 1928 attese alla nuova descrizione della raccolta di incunabuli della Biblioteca Vaticana.

Bibl.: L. Donati, D. Tommaso Accurti, in Bibliofilio, 46 (1944), pp. 109-11 (con bibliografia delle opere) ; Miscellanea bibliografica in memoria di don Tommaso Accurti, a cura di I.. Donati (Storia e letteratura, XV), Roma 1947. Nello Vian

ACCUSA. - Nel suo significato più proprio è l'atto con cui si deferisce taluno al giudice competente perché risponda di un determinato delitto e ne riceva la giusta punizione. In questo senso l'a. si confonde con l'azione criminale, che il diritto canonico (can. 1934) riserva in modo esclusivo al promotore di giustizia (v. AZIONE); mentre rimane distinta tanto dalla democrazia (v.) quanto dalla querela (v.), che ne costituiscono talora il presupposto.

In diritto canonico, il termine a. viene anche usato per indicare l'impugnazione giudiziale della validità di un matrimonio o di una sacra ordinazione (v. MAtRIMONIO, ORDINE SACRO).

Per l'a. dei peccati v. confessione. Ferruccio Liuzzi
ACOUSE CONTRO I CRISTIANI. - Sono le ingiurie e le calunnie lanciate dai Giudei e dai pagani contro i seguaci della religione di Gesù Cristo nei primi tre secoli, che servirono di pretesto allo Stato romano per la sua politica persecutrice contro i medesimi.

I Giudei che avevano perseguitato e crocifisso Gesù si mostrarono fin dal principio accaniti nemici dei suoi discepoli. Le accuse principali che rivolgevano ai cristiani si possono desumere dal Dialogo di s. Giustino col giudeo Trifone, secondo il quale i Giudei rimproveravano ai cristiani : a) di non osservare la Legge, cioè che non si circoncidevano e non osservavano le feste e il sabato (Dial., ro); b) di professare una falsa dottrina, che negavano cioè il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe (Dial., 11); c) di riporre la loro speranza in un uomo crocifisso (Dial., ro), ritenendolo come il Messia promesso, mentre per i Giudei questi non era ancor nato oppure viveva nascosto, perché non era ancora tornato Elia che doveva preparargli la via, dargli l'unzione e renderlo noto a tutti (Dial., 8).

L'ostilità giudaica trovò ben presto riscontro nell'atteggiamento ostile e nella persecuzione dei pagani verso il cristianesimo.

In un primo tempo, quando cioè la religione di Cristo era considerata dai pagani una setta del giudaismo, i cristiani, secondo l'espressione di Tertulliano
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(Est. Altraiti)
Accuse contro i cristiani - Caricatura blasfema contro i cristiani. Graffito del pedagogium del Palatino (sec. III) - Roma, Museo Naz. delle Terme.
(Apologeticum, 21), vissero "quasi sub umbraculo insignissimae religionis certe licitae", ma non andarono esenti dal trattamento poco benevolo che l'opinione pubblica spesso riservava al giudaismo. Tale opinione, diffusa tra gli antisemiti alessandrini ed egiziani, passata poi nella letteratura greca e latina, non solo metteva il ridicolo su alcune pratiche giudalche, come la circoncisione, il riposo sabatico, l'astinenza dalla carne degli animali immondi, ecc., ma accusava apertamente i Giudei: a) di venerare l'immagine di un asino, al quale immolavano un montone o un bue (Tacito, Hist., V, 4); b) di essere atei, perché non adoravano gli dèi, ma li disprezzavano (Flavio Giuseppe, Contra Ap., II, 6; Tacito, Hist., V, 5; Plinio, Hist. Nat., XIII, 4, 46); c) di odiare il genere umano e di nutrire "adversus omnes alios homines hostile odium" (Tacito, Hist., V, 5).

Quando apparve netta la distinzione tra cristianesimo e giudaismo - ufficialmente durante la persecuzione di Nerone ( 64-68 ) - i cristiani ebbero contro di loro i pagani sia del popolo sia della gente colta.

Il popolo li accusava di ateismo, di antropofagia e d'incesto: "Tria nobis - scrive Atenagora, Legatio pro Christianis, 3 - affligunt crimina: atheismum, Thyesteas coenas, Oedipcos concubitus ".

Il delitto di ateismo, già attribuito ai Giudei, trovasi imputato ai cristiani durante la persecuzione di Domiziano. Dione Cassio (Hist. Rom., LXVII, 14) riferisce infatti che Flavio Clemente e Flavia Domitilla e molti altri furono condannati per delitto di ateismo. Durante il martirio di s. Policarpo (cf. Eusebio, Hist. eccl., IV, 15), la folla presente gridava «abbasso gli atei» e il giudice pretendeva che il martire ripetesse quel grido. S. Giustino ( I^{0} Apologia, 6) scriveva; "athei appellamur» e riferiva del filosofo cinico Crescente (IP Apologia, 3) "... publice testatur... atheos et impios esse Christianos, ad gratiam... plebiculae».

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Nel 177 il martire Vezzio Epàgato, a nome degli altri martiri di Lione, dimostrava apertamente che tra i cristiani non esisteva né ateismo né empietà (cf. Eusebio, Hist. eccl., V, 1). Atenagora (Legatio pro Christianis, 13 e 14) afferma che i pagani «nos atheos esse criminantur» e Minucio Felice (Octavius, VIII, 2) fa dire al pagano Cecilio Natale che i cristiani sono peggiori di Diagora "cui 8020 v cognomen adposuit antiquitas». Da ultimo Tertulliano (Apologeticum, 24 e 27) ricorda che ai cristiani è imputato il "crimen lesae romanae religionis ", "crimen irreligionis ", "crimen lesae divinitatis", che viene designato anche col nome "sacrilegium" (Apol., 10).

Il delitto di antropofagia, detto comunemente di "cene tiestee" (Atenagora, Legatio pro Christianis, 3; Atti dei Martiri di Lione, in Eusebio, Hist. eccl., V, 1) e talvolta anche di "Misteri di Saturno" (s. Giustino, II { }^{0} Apologia, 12) o di "infanticidio" (Minucio Felice, Octavius, IX, 5; XXVIII, 2; Tertulliano, Apol., 2, 4, 9), è ricordato la prima volta, indirettamente, nel Dialogo con Trifone, 10, quando s. Giustino domandava al suo interlocutore i "utrum hanc de nobis opinionem vos quoque accepistis, humanis nos vesci carnibus». Dalle testimonianze degli Apologisti del II e III sec. risulta che tale accusa era rivolta ai cristiani quasi dappertutto : nella Siria, nell'Asia Minore, nella Grecia, nell'Africa, in Italia. Non v'ha dubbio che l'accusa di antropofagia rivolta ai cristiani si connetta con l'uso eucaristico di mangiare le carni dell'Agnello divino.

Il delitto d'incesto o di unioni edipee era imputato ai cristiani più o meno nei medesimi luoghi del delitto di antropofagia (s. Giustino, I^{0} Apologia, 26; Dial., 10 ; Atti dei Martiri di Lione, in Eusebio, Historia eccl. V, 1; Atenagora, Legatio, 3 e 31; Teofilo Antiocheno, Ad Autolicum, III, 4; Epistola ad Diagnetum, V, 7; Minucio Felice, Octavius, IX, 6-7; XXXI, 1; Tertulliano, Apol. 4, 9).

Accanto a queste tre accuse, ve ne erano altre di minore importanza e meno diffuse. Tali sono, ad es. : l'accusa di onolatria (Minucio Felice, Octavius, IX, 3; XXVIII, 7; Tertulliano, Ad nationes, I, 11, 14; Apol. 16, sarebbe stato Tacito ad accusarne i cristiani; Graffito del Palatino) ; l'accusa di adorazione dei "genitalia sacerdotis" (Minucio Felice, Octavius, IX, 4; XXVIII, 10).

Nell'Octavius di Minucio Felice (IX, 3-7), il pagano Cecilio Natale espone così le ultime quattro accuse da noi enumerate contro i cristiani: "Audio eos (Christianos) turpissimae pecudis caput asini consecratum inepta nescio qua persuasione venerari... Alii eos ferunt ipsius antistitis ac sacerdotis colere genitalia et quasi parentis sui adorare naturam... Iam de initiandis tirunculis fabula tam detestanda quam nota est. Infans farre contectus, ut decipiat incautos, adponitur ei qui sacris imbuatur. Is infans a tirunculo farris superficie quasi ad innoxios ictus provocato caecis occultisque vulneribus occiditur. Huius, pro nefas! sitientem sanguinem lumbunt, huius certatim membra dispertiunt, hac foederantur hostia, hac conscientia sceleris ad silentium mutuum pignerantur! Haec sacra sacrilegis omnibus taetriora. Et de convivio notum est; passim omnes loquuntur, id etiam Cirtensis nostri testatur oratio. Ad epulas sollemni die coeunt cum omnibus liberis, sororibus, matribus, sexus omnis homines et omnis aetatis. Illic post multas epulas, ubi convivium caluit et incestae libidinis ebrietatis fervor exarsit, canis, qui candelabro nexus est, iactu offulae ultra spatium lineae, qua vinctus est, ad impetum et saltum provocatur. Sic, everso et extincto conscio lumine, impudentibus tenebris nexus infandae cupiditatis involvunt per incertum sortis, etsi non omnes opera, conscientia tamen pariter incesti, quoniam
voto universorum adpetitur quicquid accidere potest in actu singulorum ".

L'accusa di onolatria, come abbiamo veduto, era stata rivolta già ai Giudei; quella di adorare i "genitalia sacerdotis" è quasi sicuramente in relazione all'atteggiamento dei cristiani durante il sacramento della penitenza.

L'accusa di adorare il sole, di cui parlano Tertulliano (Apol. 16) e Minucio Felice (Octavius, XXVIII, 10), è in relazione alla posizione che i cristiani tenevano durante la preghiera, che facevano rivolti ad Oriente.
S. Giustino, ripetutamente, imputa ai Giudei la responsabilità di aver inventate e poste in circolazione le calunnie che i pagani attribuivano ai cristiani: "... scelestos viros, tunc (dopo la risurrezione e l'ascensione di Cristo) Hierosolymis in universum orbem misistis, impiant christianorum haeresim prodiisse dicentes, eaque spargentes quae in nos ab iis omnibus, quibus noti non sumus, dicuntur. Itaque non vobis solum iniquitatis causa estis, sed aliis etiam omnibus prorsus hominibus..." (Dialogo con Trifone, 17). La stessa cosa asserisce Origene, particolarmente per quanto riguardo le accuse di antropofagia e d'incesto (Contra Celsum, VI, 27).

I cristiani venivano accusati anche di magia, che suscitavano venti e tempeste, che chiamavano la fame e la peste, che esercitavano sui sacrifizi influenze maligne. Tertulliano, raccogliendo l'eco popolare che presentava i cristiani come causa di tutti i mali, scriveva (Apol., 40): «Si Tiberis ascendit moenia, si Nilus non ascendit in arva, si caelum stetit, si terra movit, si fames, si lues, statim: "Christianos ad leonem-adclamatur ". Lattanzio (De mortibus persecutorum, 10) racconta che la persecuzione di Diocleziano sarebbe stata occasionata dall'influenza maligna con la quale gli ufficiali cristiani avrebbero impedito la risposta che l'imperatore attendeva dall'aruspricio praticato ad Antiochia dopo l'offerta del sacrificio. Almeno questa fu la spiegazione che il capo degli aruspici, chiamato Tagi, dette a Diocleziano. Spesso s'insisteva sulle vane e terrificanti fantasie diffuse dai cristiani (Minucio Felice, Octavius, V, 6 sg.).

La gente colta del mondo pagano non ebbe per i cristiani un trattamento migliore di quello del popolo, di cui non si peritava seguire i pregiudizi, allorché era chiamata ad esprimere il suo giudizio.

Plinio il Giovane (m. nel 113) giudicò il cristianesimo una "superstitio prava et immodica" (Epist., X, 96, 8); Tacito (m. nel 119) lo definì una "exitalis superstitio" (Annales, XV, 44); Svetonio (m. nel 160) una "superstitio nova ac malefica" (Vita Neronis, 16, 2).

Il filosofo cinico Crescente (vissuto ca. il 160), avversario di s. Giustino, nelle sue δ i α τ ρ ι β α i ripeteva pubblicamente contro i cristiani l'accusa di ateismo e di empietà (s. Giustino, I I^{0} Apol., 3).

Frontone di Cirta (m. ca. il 170), precettore dell'imperatore Marco Aurelio, in un discorso tenuto o in tribunale o in Senato, ripeteva contro i cristiani le volgari calunnie di antropofagia e d'incesto (Minucio Felice, Octavius, IX, 6; XXXI, 2). Luciano di Samosata (m. nel 180), nel De morte peregrini, volendo far la satira dei filosofi cinici in genere e del suo contemporaneo Teagone in specie, scelse a protagonista del suo Dialogo, Proteo Peregrino che era stato cristiano, poi asceta egiziano e finalmente filosofo cinico e suicida. Riuscì in tal modo a porre il ridicolo sui cristiani per il loro eroico disprezzo dei tormenti e della stessa morte.

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Celso (m. ca. il 180), scrisse nel 175 una grande confutazione del cristianesimo, ' λ λ η vartheta δ ς λ δ γ ° ς, andata perduta, ma che Origene, nel confutarla verso il 248 , ha conservato quasi per metà nel suo testo dandone pure tutto il piano. Secondo questo, l'opera risultava di quattro parti : nella prima un giudeo confutava la fede dei cristiani nel Messia promesso e venuto; nella seconda, un pagano criticava il messianismo del popolo giudaico; nella terza, lo stesso pagano polemizzava contro il cristianesimo, negando l'incarnazione del Verbo, perché contraria alla teoria di Platone sulla trascendenza divina, e considerando Gesù come un semplice uomo, che meritò la condanna della morte in croce e il tradimento degli stessi discepoli «omni peccato nequiores»; nella quarta, Celso difendeva la religione di Stato come fonte principale della grandezza dell'Impero Romano e rivolgeva ai cristiani l'invito di abbandonare la loro fede e tornare alla religione dei padri.

Un secolo dopo Celso, verso il 268, Porfirio riprendeva la lotta contro il cristianesimo con una grande opera in quindici libri, matà χ ρ ι σ τ ι α ω ̃ ν. Nei particolari s'incontra spesso con Celso, dal quale differisce per le mire polemiche e la viva preoccupazione dei destini dell'Impero Romano, estranee alla mente di Porfirio o che per lo meno lo lasciano indifferente. A giudicare dai frammenti superstiti dell'opera, conservati nell'Apocriticus di Macario Magnete, Porfirio non vede nel cristianesimo che oscurità, incoerenza, illogicismo e menzogna. Per lui è in campo una lotta decisiva tra la civiltà antica, rappresentata dalla tradizione e dalla legge, e la nuova, impudente e barbara, rappresentata dal cristianesimo, che ne minaccia la stessa esistenza. In questa lotta egli si gettò con tutta l'anima sua di parte.

Durante le persecuzioni di Diocleziano, alcuni scrittori pagani si unirono a quella grande guerra di religione. Lattanzio (Institutiones divinue, V, 7) ricorda un filosofo che non nomina, il quale avrebbe " vomitato " tre libri contro il "nome cristiano", con successo mediocre. Al contrario giudica pericoloso il libello di un giudice che concordemente viene identificato con Sossiano Gerocle, governatore del Basso Egitto. Elementi interni del libello, intitolato λ δ γ ° ς Φ ι λ α λ δ vartheta η ς, inducono a credere che il suo autore abbia conosciuto la grande opera di Porfirio e abilmente l'abbia utilizzata.

Non pochi filosofi, sofisti, retori e grammatici, anche dopo il riconoscimento ufficiale del cristianesimo da parte dello Stato romano, continuarono nelle scuole con ostinatezza il culto della letteratura antica e della vecchia religione, contribuendo così alla persistenza di questa nella classe intellettuale.

Lo Stato romano dal momento che riusci a distinguere chiaramente il cristianesimo dal giudaismo e che nel programma cristiano vide la distruzione del paganesimo, cioè della religione ufficiale dell'Impero (of. Minuclo Felice, Octavius, VIII, I: "... hanc religionem ... dissolvere aut infirmare... ") iniziò contro i cristiani quella lotta sanguinosa che va da Nerone a Costantino, dal 64 al 313 , dalla quale il cristianesimo uscì vincitore (v. FEBSCUZIONI CONTRO I CRISTIANI). Nai processi contro i seguaci di Cristo affiorano un po' tutte le accuse che il popolo e la gente colta attribuiva loro, ma quella su cui lo Stato romano fondò la sua azione repressiva, che negava al cristianesimo il diritto di esistere, è sempre l'accusa di ateismo. Il rifiuto di sacrificare alle statue degli dèi e dell'imperatore è l'unico punto di contrasto tra Stato e Chiesa,
per cui trovavansi irrimediabilmente alle prese. Tertulliano (Apol., io) scriveva : «Sacrilegii et maiestatis rei convenimur, summa hsec causa, imo tota est ", per conseguenza giustamente gli Apologisti cristiani affermavano che il "nomen ipsum" era punito con la morte, giacché l'esperienza dimostrava che il vero seguace di Cristo non avrebbe mai sacrificato: "quorum nihil posse cogi dicuntur qui sunt revera Christiani" (Plinio, Epp., X, 96, 5).

Quale triste impressione lasciassero le accuse sopra enumerate sull'animo di tutti i contemporanei è confermato dalle Apologie che nel II e III sec. furono rivolte dagli scrittori cristiani agli imperatori che stimavano più clementi, o ai pagani in generale, o a persone private. Tutte erano dirette a cancellare quella cattiva impressione, sia descrivendo la vita pura e caritatevole dei cristiani e la loro perfetta lealtà, sia ritorcendo l'accusa con giusta e severa critica del mondo pagano.

Bibl.: Le accuse riferite dalla letteratura dell'epoca sono state spesso raccolte, a cominciare da T. Mamachi, Originum et antiquitatum christianarum tibet XX, Roma 1749. Vedere la raccolta di H. Leclercq, s. v. in DACL, I, call. 205-327. Una esposizione completa delle a. c. c. durante i primi tre secoli può legermi in A. Harnack, Geschichte der altchristlichen Literatur bis Eusebius, I, Lipsia 1803, pp. 863-76. Molto chiara con citazioni dalle fonti per ogni singola accusa, è quella di A. Casamassa, Gli Apologisti greci (Luteranum, nuova serie, an. IX-X, n. 14), Roma 1943-44, pp. 4-13. Per le accuse della classe colta pagana contro i Cristiani è fondamentale l'opera di P. De Labriolle, La réaction polenne. Etude sur la polémique antichrétienne du 1^{text {er au } 17^{text {e }} siècle, Parigi 1934 (si vedano le pp. 28-296). Sull'accusa di ateismo vedere A. Harnack, Der Vorwurf des Atheismus in drei ersten Jahrhunderten (Texte und Untersuchungen, XXVIII, 4), Lipsia 1905; su quella di antropologia: J. P. Waltzing, Le crime rituel reproché aux chrétiens du IIr siècle, in Musio belge, 29 (1925), pp. 209-38; F. J. Dölger, Sacramentum infanticidii, in Antike und Christentum, Münster i. V. 1934, pp. 188-288; su quella di onolatria J. Halévy, Le culte d'une tête d'âne, in Revue Sémitique, 11 (1903), pp. 154-64: D. Mallardo, La calumnia onolatrica contro i Cristiani, in Atti della R. Accad. di Archad., Lettere e Belle Arti ...di Napoli, 5 (1936), pp. 113-38. Nelle opere citate si troverà indicata la copiosa letteratura precedente.

Benedetto Pesci
AGEFALI. - I. ERESIA. - Nome dato a quei monofisiti che rifiutarono di accettare la formola di fede promulgata dall'imperatore Zenone nell'anno 482 con l'Enotico. Vennero così chiamati perché per qualche tempo non furono in comunione con nessuno dei cinque patriarchi che si dividevano l'alta giurisdizione su tutti i vescovi della cristianità: erano dunque senza capo ( dot{α} α dot{α} γ α λ 0 ι ), cioè senza patriarca, quantunque non fossero senza vescovi. Essi diedero luogo alla prima scissione importante tra gli avversari del Concilio di Calcedonia. Ma tale scissione fu di breve durata; anzi, si può dire che cessò prima ancora che l'Enotico fosse ufficialmente revocato dall'imperatore Giustino I nel 518 , perché, in quell'epoca, gli a. non erano più senza capo, avendo conquistato i tre patriarcati di Alessandria, Costantinopoli ed Antiochia, mentre il solo patriarcato di Gerusalemme continuava a mantenersi aderente alla formula enotizzante.

Morto l'imperatore Zenone, Anastasio, suo successore (491-518), abilmente raggiunto dal monaco Severo, principale esponente degli a., divenne loro nettamente favorevole. Nel 5 II un prete acefalo, Timoteo, prese sulla cattedra di Costantinopoli il posto dell'enotizzante Macedonio II, che era stato deposto. L'anno seguente, Severo veniva eletto patriarca di Antiochia, mentre Alessandria si trovava già in possesso di un a. Oramai il nome non aveva più ragione di essere, ma i cattolici continuarono a servirsene per indicare i monofisiti dissidenti autonomi nell'Egitto e nella Siria. Nei secc. viII e ix s. Giovanni Damasceno e s. Teodoro Studita componevano ancora trattati contro gli a.

La storia del movimento a. tra gli anni 482 e 518 presenta molte complicazioni, specialmente in Egitto ed in

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Palestina. La grande maggioranza dei monaci di questi paesi coi loro archimandriti furono a. Oltre Severo d'Antiochia, i principali capi del movimento furono-Filosseno di Mabbug, Pietro l'Iberiano, vescovo di Maiuma, e il nubiano Nephalios, che poi passò al partito enotico (v. anche mensofisiti).

Bibl.: Zaccaria il Retore, Vita di Severo d'Antiochia: PO 2. 7-115; R. Raabe, Petrus der Iberer, Lipsia 1895; K. Ahrense G. Krüger, Die sogenannte Kirchengeschichte des Zacharias Rhetor, Lipsia 1899, pp. 75-139; Les Pénaphories de Jean de Maiuma, traduzione E. Nau: PO 8, passim; P. van Cauwenbergh, Etudes sur les moines d'Egypte depuis le Concilie de Chalcéthèse jusqu'd l'invasion arabe (640). Parigi 1914: S. Vailhé, s. v. in DHG, I. coll. 382-88.

Martino Jusie
2. Diritto Canonico. - Nel linguaggio dei canonisti si dicono talvolta a. quei chierici secolari che non sono incardinati in alcuna diocesi o circoscrizione similare; tali chierici si dicono anche, più comunemente, clericí sugi o vagantes (v. incardinazione).

ACEldAMA: v. Haceldama.
ACËMETI. - Cioè gli «insonni» (áxó μ η τ o t ) : asceti chiamati così perché, divisi in vari turni, ininterrottamente si alternavano nella recitazione delle preghiere liturgiche. Furono istituiti da s. Alessandro l'Acemeta, di Costantinopoli. Risiedettero prima nell'Irenaior (oggi Cibukli) sulla costa asiatica del Bosforo, poi a Costantinopoli nel monastero di Studios.

Il più illustre di essi fu s. Marcello, discepolo di Alessandro. Gli A. ebbero una parte efficace nelle controversie teologiche dei secc. v e vi, come difensori dell'ortodossia specialmente contro l'imperatore Anastasio e la basilissa Teodora.

Furono infatti gli A. a denunziare al papa Felice III il patriarca Acacio che aveva osato leggere sui dittici il nome del monofisita Pietro Mongo, durante la liturgia alla quale erano presenti anche i legati pontifici, i quali furono perciò scomunicati dal Papa che depose il patriarca (484).

Altra occasione di difendere l'ortodossia si presentò agli A., quando alcuni monaci della Scizia Minore (oggi Dobrugia) proposero a Costantinopoli (319) la formula "Uno della Trinità ha patito nella carne", ortodossa in se stessa, e che secondo loro avrebbe dovuto conciliare il tomo di Leone e gli anatematismi di Cirillo. La formola mise però in sospetto gli A. che attaccarono i monaci sciti, i quali si recarono a Roma ad esporre le loro idee al papa Ormisda. Questi, dopo quattordici mesi (giugno 519-ag. 520) della loro non tranquilla permanenza a Roma, li rinviò in Oriente dichiarando, in una lettera all'imperatore Giustiniano e al patriarca Epifanio, superflua la formola cristologica da loro patrocinata di fronte a quella adottata dal Concilio di Calcedonia.

La posizione antimonofisita degli A., finì per spingerli verso l'eresia nestoriana in quanto per rivendicare la doppia natura, divina e umana, in Cristo, giunsero sino a velare il carattere divino della sua unica Persona; ciò che implicitamente fecero negando anch'essi, come i nestoriani, alla Vergine il titolo di Madre di Dio ( Θ ε σ τ σ ε σ ς ). Il papa Giovanni II, dietro formale richiesta di Giustiniano, pronunziò contro di loro sentenza di condanna ( 24 mar20334).

Dopo questo tempo gli A. scompaiono dalla storia. Ad essi succedono nel monastero di Studios e nella riforma della vita monastica i monaci studiti sotto la guida dell'egumeno s. Teodoro.

Bibl.: S. Vailhé, s. v., in DHG, I, coll. 274-82; G. Pargoire, s. v. in DACL, I, coll. 307-21; id., Un mot sur les Acémètes, in Échos d'Orient, 2 (1899), pp. 304-308, 369-72.

Martino Jugie
AGERENZA E MATERA, ARCIDIOCESt di. - A. sorge sulle rovine di Acheruntia, detta da Orazio «celsa» (Carm., III, 4, 13-16). Per la sua posizione sul confine tra l'Apulia Daunia e la Lucania, venne considerata come il più importante punto di difesa delle due regioni. Fu più tardi una delle roccaforti del dominio bizantino nell'Italia meridionale e presidio di Totila
nella lotta tra Greci e Goti. Aggregata al ducato di Benevento, le terre del suo gastaldato vennero, nell'849, suddivise tra Benevento e Salerno, ma tutto la faceva gravitare verso l'orbita di influenza greca, tanto che gli stessi funzionari longobardi finirono col collaborare con il governo bizantino. Nel 1041 fu conquistata dai Normanni, e Roberto il Guiscardo ne fece un baluardo di offesa e un centro di resistenza per la riconquista della Lucania e delle Puglie. Fu una delle poche città regie che si schierarono con Manfredi contro il Papa e, più tardi, con Renato d'Angiò contro Alfonso d'Aragona.

La città decadde a poco a poco e nel 1561 non contava che 2000 ab.; le forti correnti migratorie non permisero che potesse rifiorire. A. ha una superfice di kmq. 77, e fa parte della provincia di Potenza, da cui dista 42 km . Grandi lavori di consolidamento dell'abitato sono stati iniziati in questi ultimi tempi per ovviare alle gravi frane prodotte dalle piogge. Notevolissima la Cattedrale, eretta verso la fine del sec. viII dal vescovo s. Leone II, con tre absidi circolari, un portale di stile romanico-pugliese ed un busto romano di Giuliano l'Apostata, venerato nel passato perché supposto quello di s. Canio, il cui corpo fu trasportato in A. nel 799. Distrutta da un incendio, fu ricostruita verso il 1082.

M. città di origine greca, fu colonia romana ( M a teola), occupata da Pirro e da Annibale. Devastata
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(fol. Andersen)
Acerenza - Portale della Cattedrale (fine sec. xit-prine. xili).

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dai Goti, fu ricostruita da Belisario e più tardi unita al ducato longobardo di Benevento. Distrutta ancora dai Franchi e dai Saraceni, alla fine del sec. x, dopo un breve periodo di dominazione greca, passò, nel 1042, sotto i Normanni e nel 1133 sotto il dominio regio. Nel 1663 passò a far parte della Lucania di cui fu capoluogo fino al 1806.

La Cattedrale è magnifica costruzione in stile ro-manico-pugliese della prima metà del sec. xiri. Interessanti le due chiese di S. Pietro Caveoso e S. Maria d'Idris, entrambe situate sul Sasso Caveoso e scavata, la seconda, quasi interamente nel cuore della rupe. Numerose e notevoli chiese bizantine ipogee, sparse nel territorio materano, attestano il fiorire del rito greco nella regione. M. possiede inoltre i resti di un antico castello incompiuto ed un interessante museo paletnologico con suppellettili della necropoli di Timmari. Capoluogo di provincia, M. conta 20.243 ab.; la provincia ha una estensione di kmq. 3793 ed una popolazione di 157.002 ab., distribuita in 32 comuni.

La diocesi di A. fu fondata nel sec. iv ed il suo primo vescovo sarebbe stato Romano, ma il primo preside che si conosca con sicurezza è s. Giusto, che prese parte al Sinodo romano del 499 . Nel sec. x l'imperatore e l'arcivescovo di Costantinopoli aggregarono abusivamente A. all'arcivescovato greco di Otranto e questo passaggio segnò un'altra vittoria del rito greco in Italia. Nel 993 fu unita di nuovo a Salerno e nel Concilio di Melfi del 1059 elevata ad arcidiocesi; Alessandro II nel 1068 confermò il provvedimento e Pasquale II, nel iro6, le assegnò come suffragance Venosa, Gravina, Tricarico, Anglona-Tursi e Potenza. Nel 1203, essendo quasi scomparsa A., Innocenzo III innalzò a cattedrale la chiesa di S. Pietro in M. affinché il vescovo potesse risiedervi degnamente, ma solo nel 1440 M . fu elevata a diocesi da Eugenio IV, e più tardi riunita ad A. neque principat liter. Per capire discordie e suscettibilità locali, nel 1471 Sisto IV decretò che l'arcivescovo si chiamasse di A. e M. quando si trovava in territorio di A., e di M. e A. quando si trovava in territorio di M. Nel 1599 Clemente VIII decretò la precedenza di A. per l'antica sua costituzione e stabilì la residenza in M. La diocesi di M. venne soppressa nel 1818, ma, aderendo alle preghiere dell'Arcivescovo e del Re, venne da Pio VII ristabilita nel 1822.

L'arcidiocesi ha ora come suffragance AnglonaTursi, Potenza, Tricarico e Venosa. Ha unito il titolo abbaziale di S. Michele Arcangelo di Montescaglioso. L'arcivescovo risiede in A. da maggio ad ott., in M. da nov. ad apr. In totale si contano oggi 168.794 cattolici su 169.069 ab.; 185 chiese, 31 parrocchie, 88 sacerdoti diocesani e 7 regolari.

Bibl.: Ughelli, VII, p. 13; P. B. Gams, Series episcoporum ecclesiae catholicae, Ratisbona 1873, p. 841; F. Festa, Notizie storiche sulla città di M., Matera 1875; G. Gattini, Note storiche sulla città di M., Napoli 1882; Ch. Diehl, L'ari byzantin dans l'Italie Méridionale, Parigi 1894; E. Bertonzo, I monumenti medievali nella regione del Vulture, Napoli 1897; P. Voss, Chiesa metropolitana e Seminario diocesano di A., Napoli 1897; Lanzoni, pp. 204, 209-300.

ACERNO: v. SALERNO.
ACERRA. - Due strumenti di sacrificio son designati dagli antichi con questo nome: una cassetta per l'incenso (ascula turaria; turalis) che veniva adoperata nei sacrifici agli dèi, e un altarino portatile sul quale si faceva bruciare l'incenso, e che nelle cerimonie funebri veniva collocato innanzi al letto del morto. Questo secondo uso venne interdetto da una
legge delle XII tavole. Le cassette per l'incenso si trovano talora rappresentate sui rilievi classici; in quanto agli altarini portatili, sono forse da identificarsi con le cosiddette orulae in terracotta, di cui ci son giunti, interi o in frammenti, circa un centinaio di esemplari.

Per l'arte, v. turibolo.
BibL.: P. Habel, s. v. in Pauly-Wissowa, Realencyd. der blass. Altertumsisiz., I, coll. 123-24; E. Vinet, s. v. in Ch. DarembergE.Saglio, Dict. des antiquités, I, p. 22. - Le arulae sono elencate da E. D. van Buren, Terracotta arulae, in Memoirs of the American Academy in Rome, 2 (1918), pp. 15-23, tavv. 16-22.

Paolino Mingazzini
ACERRA, DIOCESI di. - Nella regione campana, in provincia di Napoli, suffraganea della medesima. Occupa il territorio sito tra Napoli e Caserta, con una superficie di 140 kmq . e una popolazione di ca. 50.000 cattolici, dei quali 22.000 nella città e comune di A. In diocesi si trovano 46 chiese, 20 parrocchie, 48 sacerdoti diocesani e 25 regolari.
A., una delle più antiche città della Campania, già ricordata nel 322 a. C. come civitas sine suffragio, fu distrutta da Annibale durante la ²ᵃ guerra punica nel 216. I Romani la ricostruirono, e più tardi, nella nuova ripartizione amministrativa fatta da Augusto, fu assegnata alla I Regione (Lazio e Campania). Nel medioevo fece parte del ducato di Napoli, subendo le devastazioni dei Longobardi. Eretta in contea dopo la conquista normanna, fu spesso coinvolta nelle ribellioni dei suoi conti contro i re di Sicilia. Prima di cadere alla fine del sec. xiri in potere degli Angioini, era stata, dai primi decenni di quel secolo, feudo dei conti di Aquino. Subì l'assedio degli Aragonesi nel 1420 e nel 1480 si arrese definitivamente al re Ferdinando I, che sui primi del ' 500 la cedeva in feudo a Ferdinando de Cardenas. In possesso di questa famiglia A. rimase sino al 1806.

Le origini della diocesi non possono essere riportate, come ha fatto il Gams, alla fine del sec. v o all'inizio del vi, perché il Concordius, preteso vescovo di A. e presente al Sinodo romano del 501 e 502, era invece vescovo di Miseno. Del resto, non si hanno poi notizie di vescovi di A. sino alla ²ᵃ metà del sec. xi. E più probabile quindi che A. abbia avuto i suoi primi vescovi con l'inizio della dominazione normanna. Tra i più insigni, sono il card. Vincenzo Carafa (1535), il nobile napoletano Vincenzo Pagano (1606) e Ciro degli Altieri (1761), pure di Napoli. Monumenti degni di rilievo sono il Duomo, dedicato all'Assunta, ricostruito nel sec. xix, e la chiesa dell'Annunziata, con una tavola dell'Annunciazione del sec. xiv.

BibL.: Ughelli, VI, pp. 216 sgg.; P. Gams, Series episcoporum ecclesiae catholicae, Ratisbona 1873, p. 844; G. Caporale, Memorie storico-diplomatiche della città di A. e del Conti che la tennero in feudo, Napoli 1889-90; id., Ricerche archeologiche, topografiche e biografiche della diocesi di A., Napoli 1892-93; Lanzoni, pp. 122-23.

Mario Scaduto
ACETI, Serafino: v. serafino da fermo.
ACEVEDO, Alonso de. - Poeta spagnolo (sec. xVI-xVII). Di questo scrittore, che il Cervantes ricorda come famoso, noi sappiamo solo che fu canonico di Plasencia e soggiornò a lungo in Roma, dove pubblicò nel 1615 un poema in ottave, sulla creazione del mondo.

Diviso in sette canti, ognuno dei quali dedicato a uno dei giorni della creazione, il poema trae la materia e l'ispirazione più che altro da un poema francese di argomento analogo (La Semaine di Guillaume du Bartas). I versi di A. non mancano di vivacità e di lirismo, specie là dove si indugia a ritrarre gli aspetti pittoreschi della flora e della fauna che nasce dalla potenza di Dio. L'opera si può

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leggere nel vol. XXIX della Biblioteca de autores españoles, p. 245 sgg.

Bibl.: M. Thibaut de Maisières, Les polmes inspiris du début de la Génèse, Lovanio 1931; L. Pfandl, Historia de la literatura nacional española en la edad de oro, Barcellana 1933. pp. 363-68.

Ruggero M. Ruggieri
ACHAB (ebr. "fratello del padre"; assir. A-haa b-b u ). - Re d'Israele dall' 875 all' 853 a.C. La sua storia è narrata in I Reg. 16, 29-22, 40. Ereditò dal padre Omrí un regno prospero e temuto. La stretta alleanza coi Fenici, che aveva facilitato gli scambi e il commercio, si concretò in un matrimonio: A. ricevé in sposa Jezabel (v.), figlia del re di Tiro, donna autoritaria che lo dominò, trascinandolo all'apostasia. A. "fece male al cospetto del Signore più di tutti coloro che furono prima di lui" (ibid. 16, 30-33). Concesse a sua moglie il culto del dio di Tiro: Baal Melqart, al quale fu eretto un tempio nella capitale. L'idolatria dilagò negli strati popolari, infiammando di zelo il profeta Elia che annunziò il castigo divino: la siccità devastò il paese per tre anni e mezzo. A. avrebbe forse ceduto all'uomo di Dio, specialmente durante i memorabili eventi del Carmelo (v. elia), ma Jezabel fu implacabile.

Notevole fu l'attività edilizia di A.: resuscitò città, ampliò la reggia di Samaria, come risulta dagli scavi del 1908-10 che l'hanno rimessa in luce, e costruì la "casa d'avorio" (ibid. 22, 39), di cui alcuni ornamenti d'avorio sono stati ritrovati nel 1932-33 (illustrati dai coniugi J. W. e G. M. Crowfoot, Early Ivories from Samaria, Londra 1938).

Nelle relazioni con l'estero, fu in pace col regno di Giuda e tenne soggetti i Moabiti. Con Damasco ebbe alternative di amicizia e di guerre. Aderì alla coalizione siriana, e con altri undici re alleati della sponda marittima combatté a Qarqaru sull'Oronte contro Salmanasar III (v.), che ebbe la meglio (854). Nella spedizione per la riconquista di Ramoth in Galaad, colpito da una freccia, morì dissanguato.

Bibl.: R. Dussaud, Samarie au temps d'Achab, in Syria, 6 (1923), pp. 314-38; 7 (1926), pp. 9-29; G. Ricciotti, Storia d'Israele, I, Torino 1932, nn. 433-36; J. W. Jack, La situation religieuse d'Israël au temps d'Achab, in Revue d'Histoire des Religions, 112 (1932, 10, pp. 145-68. Per gli ultimi scavi v. sAmaNIA.

Salvatore Garofalo
ACHAD : v. ACAD.
ACHAN. - Figlio di Charmi, della tribù di Giuda (ebr. 'Ahaán "affliggente" [?]; Settanta 'A χ dot{ρ} ρ; cf. il nome áhran in Num. 1,13; 2,27). Partecipando alla conquista di Gerico, noncurante dell'anatema divino, nascose sotto terra nella propria tenda un mantello scarlatto, 200 sicli d'oro e un regalo d'oro, appartenenti ai nemici. Alienatasi in tal modo la benedizione divina, l'esercito di Giosuè venne parzialmente sconfitto dal piccolo presidio di Hai. «Il folle Achan» (Dante, Purg., XX, 109), indicato dalla sorte come colpevole, confessò la sua colpa e venne condannato con la famiglia, per terribile monito altrui, alla lapidazione, mentre ogni sua proprietà doveva darsi alle fiamme. La sentenza si esegui in una valle a sud di Gerico e Galgala, che fu perciò denominata di 'Achor o del "conturbante». Per contaminazione con tale nome si spiega il mutamento di A. in Ahar in I Par. 2, 7 (Ios. 6, 17-19; 7, 1-26).

Faustino Salvoni
ACHARDO di San Vittore: v. acardo (achardus).

ACHAZ (ebr. "Egli [Dio] tiene»). - Re di Giuda per 16 anni, probabilmente dal 743 al 728 , o dal 741 al 726. Figlio di Joatham, gli successe a 25 anni.

Non avendo A. aderito all'alleanza anti-assirica, i re confederati gli mossero guerra per detronizzarlo. Da
occidente i Filistei invasero le finitime città giudce, mentre da settentrione Facec re d'Israele inseguiva i Giudei sbaragliati, dopo averne uccisi 20.000 , e Rasin (Razon) re di Damasco, occupato il porto di Elat, risolva al nord stringendo d'assedio Gerusalemme, desideroso di insediarsi come re il "figlio di Tabeel" suo simpatizzante. Isaia serena, mentre tutti tremavano come foglie al vento (Is. 7, 2), raccomandava una fiduciosa attesa, assicurando di poter comprovare, anche con un miracolo, che il Signore era pronto ad intervenire in favore del popolo suo. Ma avendo A. rifiutato di chiedere il miracolo probativo, il profeta preannunziò la futura nascita dell'Emmanuele. A. cercò prima di accaparrarsi con sacrifici e preghiere l'aiuto e la benevolenza delle divinità nemiche, immolando il proprio figlio a Moloch ed offrendo vittime agli dèi di Damasco (II Par. 28, 23), poi ricorse a Teglatfaiasar III (autunno del 735) mediante una ambasceria che, con le richieste di aiuto, gli recò tutto l'oro e l'argento del palazzo reale e del Tempio. Il re assiro, espugnata Damasco ( 732 a. C.), vi ricevette l'assequio dei re vassalli tra cui anche quello di A (Iauhazi, nel testo assir.), che per pagare il tributo dovette spogliare il Tempio anche della suppellettile preziosa.
A. introdusse nel regno il politeismo, favorendo il culto delle alture (hamath, v. bAMÁH) e imitando quello del patrono ninivita. Rimosso l'altare degli olocausti, ne fece costruire uno sul modello di quello assiro visto a Damasco, su cui per primo offrì sacrifici. Infine osò chiudere il Tempio stabilendo altari "in tutti gli angoli di Gerusalemme" (II Par. 28, 24). L'empio re, alla sua morte, non venne seppellito nei sepolcri reali. II Reg. 16, 1-30; II Par. 28, 1-27.

Bibl.: R. Kittel, Geschichte des Volkes Israel, II, Stoccarda 1923, pp. 334-64; G. Ricciotti, Storia d'Israele, I, Torino 1932, pp. 439-42; A. Pohl, Historia populi Israel, Roma 1933, pp. 12022; A. Feuillet, Le signe proposé à A. et l'Emmanuel (Is. 7 , 10-13), in Recherches de science religieuse, 30 (1940), pp. 120-42; G. Governanti, In Isaiam 9, 3 (Volg. 9, 6), Gerusalemme 1945.

Faustino Salvoni
ACHELIS, HANS. - Archeologo e storico del cristianesimo antico, n. a Hastedt, presso Brema, nel 1865, m. a Lipsia nel 1937. Figlio di un pastore protestante, fu avviato dall'Harnack allo studio della storia ecclesiastica, dedicandosi specialmente ad investigare le istituzioni della Chiesa primitiva e applicando ad essa i risultati della ricerca archeologica. Perciò, specialmente negli ultimi anni, dedicò gran parte della sua attività anche a temi strettamente archeologici. Il suo indirizzo fu liberale e razionalista, ma moderato. Nel 1907 fu professore a Halle, nel 1916 passò a Bonn e nel 1918 a Lipsia.

Pubblicò : Das Symbol des Fisches und die Fischdenkmäler der römischen Katakomben (Marburgo 1888); Die alten Denkmäler des orientalischen Kirchenrechts (2 voll., Lipsia 1891 e 1904); Acta Nerei et Achillei (Lipsia 1893); Hippolytus' Werke, vol. II e Hippolytus-Studien (Lipsia 1897); Die Martyrologien, ihre Geschichte und ihr Wert (Gottings 1901); Virgines subintrodactae (Lipsia 1902); Das Christentum in den ersten drei Tahshunderten (2 voll., Lipsia 1912; ²² ed., ivi 1925); Entwicklungsgeschichte der altchristlichen Kunst (Lipsia 1919); Römische Katakombenbilder in Kationien (Berlino 1932); Die Katakomben von Neapel (Lipsia 1936).

Antonio Ferrus
ACHEMENIDI (antico persiano hakhamanidiṣi, gr. 'A χ α η μ ε τ i δ α ι ). - Dinastia persiana (capostipite Achalmenes) della tribù dei Pasargadi che nel sec. vir a. C. dalla prima sua capitale Pasargada passò in Susiana, fondandovi il regno elamita di Anšan, poi, con Ciro, il grande impero persiano ( 549-330 a. C.), conglobante Media, Assiria, Babilonide, Lidia (Asia Minore), Siria e Palestina e (dopo Cambise) l'Egitto. Cessato l'esilio babilonese, Israele, ridotto ai Giudei, visse sotto il loro dominio ("periodo persiano"), tra vicende interne ed esterne a noi poco note (libri di Eid. e Nali., Esth., Agg., Zach., Mal.). Il periodo persiano è

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(fot. Alinari)
acchemenidi - Arcieri del palazzo di Dario I - Parigi, Louvre.
caratterizzato dalla restaurazione religiosa tra i Giudei reduci dall'esilio. Alle trasformazioni della vita nazionale d'Israele segue l'elaborazione d'un'organizzazione culturale e dottrinale, che costitui il "giudaismo".

Il successo degli A., che formarono la potenza politica dell'Iran e per primi realizzarono una monarchia universale assorbendo le precedenti monarchie, si deve anzitutto al genio e alla magnanimità di Ciro, che salvò la vita ad Astiage ed a Creso, risparmiò le città vinte Ecbatana e Babel, e permise ai molteplici esuli di rimpattiare, e poi al genio organizzatore di Dario I. Sotto gli A. i Persiani assursero ad alta cultura e derivarono dai cuneiformi babilonesi una scrittura alfabetica, ancora però parzialmente sillabica, composto di 4 I segni.

La religione dei re A. era l'antico mazdeismo: adoravano Ahura-Mazda, simboleggiato nel fuoco; non pare che abbiano adottato lo zoroastrismo, religione dei Magi, ancora confinato alla Battriana. J. Hertel afferma l'identità della dinastia dei Caianidi (Kayāni), menzionati nell'Avesta, con gli A.; Istaspe ('Tozāazegc) padre di Dario I si identificherebbe col re Vistrāspa, isolato nell'Avesta come protettore e fautore di Zarathuštra. Ma G. Messi-
na dimostra che Zarathuštra va collocato molto prima, nel sec. XI a. C., e che Dario I non fu propriamente zoroastriano. Eclettici, i "grandi re" non si curavano di far proselitismo. Gli A. dovettero sentirsi religiosamente affini agli Ebrei monoteisti, rifuggenti pur essi dalle raffigurazioni della divinità. Il desiderio di cattivarsi l'amore dei sudditi spinse però Ciro ad un politeismo pratico, per cui attribuiva indifferentemente a Marduk e a Jahweh la sua ascesa al trono (cf. Eidr. I, 2).

L'organizzazione interna fu sapientemente attuata da Dario I. L'impero, fortemente centralizzato, fu diviso in 23, poi, sotto Dario I, in 31 satrapie, il cui satrapo (khtathrapa), potente viceré sottomesso al "re dei re", doveva regolare l'ordinaria amministrazione civile e militare, ed eseguire il pagamento dell'imposta fissata. Sotto di lui, ma responsabili solo davanti ai Re, vi erano un capo dell'esercito (koranas) e un incaricato dell'andamento burocratico. Ispezioni periodiche riferivano al gran Re la situazione della satrapia. Ma, sotto re inetti come Serse I e Artaserse II, le cariche si vennero cumulando in poche persone, e le ispezioni divennero vuote formalità.

Grandiose costruzioni di strade (Dario I costrul la

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«via reale» tra Sardi e Susa, di ca. 2400 km ), rapidi servizi postali, arditi viaggi di esplorazione, collegavano sempre meglio le più lontane province. Si sviluppa quindi il movimento sinoretista; «dall'oriente all'occidente dell'impero, si mescolano i culti e si uniscono gli dèi» (A. Causse).

Ma continue ribellioni dei vari popoli condussero allo sfocclo la dinastia e l'impero. Dario I sostenne 19 combattimenti in 7 anni; sotto Dario II (404) l'Egitto defezionò, sino al 341. Le rivolte furono fomentate dalle atrocità di indegni successori di Ciro. In Egitto, Cambise giunse ad uccidere il bue Apis, poi Artaserse Oco ne ripeté le devastazioni; Serse I distrusse la grandiosa città di Babel. Crudeli soppressioni dei pretendenti al trono (Smerdi ucciso dal fratello Cambise, 80 parenti uccisi da Artaserse III), favorirono congiure che uccisero Serse I, Serse II dopo solo un mese di regno, Sogdiano dopo sei; poi l'eunuco Bagoas avvelenò Artaserse III e Arsete. L'interna decadenza del regno achemenide permise ad Alessandro Magno di debellare i Persiani al Granico (334), ad Isso (333) e ad Arbela (330), dove il fuggitivo Dario III fu ucciso.

A Susa (v.) sono stati esplorati da M. Dieulafoy e da J. de Morgan, dal 1884 in poi, i palazzi degli A. e la loro cittadella (Neb. 1, 1; Eith. 1, 2). A Persepoli E. Herzfeld ha scoperto nel 1933 gli archivi dei re A. con oltre 30.000 tavolette, di cui 500 in aramaico.

Elenco cronologico del re A. - La genealogia da Achaimenes in poi ci è nota dal «silindro di Ciro» e dall'iscrizione di Behistün. Dopo Teispes, figlio di Achaimenes, comincia un doppio ramo (Erodoto, I, 209.)

1) Ciro (v.) [II], pronipote di Teispes, re di Anšan dal 558 e di Persia dal 549; 2) Cambise, 530-522, conquistatore dell'Egitto, contrastò la restaurazione giudaica; 3) Gatumata mago, il «falso Smerdi», tentò di innalzare al trono lo zoroastrismo; 4) Dario I (v.) d'Istaspe (nipote di Ariaramnes, figlio minore di Teispes) del secondo ramo achemenide, (522-486), fu favorevole ai Giudei; 5) Serse I (v. ASSUERO) poco benevolo ai Giudei (486-465); 6) Artaserse IVv.) Longimano (465-424); 7) Serse II (424; 1 mese); 8) Sogdiano (424: 6 mesi); 9) Dario II Nothas (424-405 [404]), sotto cui avvenne il sollevamento dell'Egitto; 10) Artaserse II Mnemon (405 [404]-358); 11) Artaserse III Gökos (358-337), che riconquistò l'Egitto; 12) Arsete (337-335);13) Dario III Codomano (335-330). - v. persia.

Bias.: J. Nikel, Die Wiederherstellung des jüdischen Gemeinwesens nach dem babyömischen Exil (Bibl. Studien, V, 2-3), Friburgo in Br. 1900; S. Jasquel, Die Wiederherstellung Israels unter den Achämeniden. Kritisch-historische Untersuchung mit inschriftlicher Beleuchtung, Breslavia 1904; J. Touzard, L'âme juive au temps des Perses, in Revue Biblique, 28 (1919), pp. 3-88; 29 (1920), pp. 5-42; 33 (1926), pp. 174-205, 329-81; Ch. F. Jean, Le Milieu Biblique, I. Parigi 1922, pp. 154-75; II, ivi 1923, pp. 307-90; III, ivi 1936, pp. 444-50; J. Hertel, Die Zeit Zoroaster, Lipsia 1924; id. Achaemeniden und Kayaniden. Ein Beitrag zur Geschichte Irans (Indaiswische Quellen und Forschungen, V), ivi 1924; R. Kittel, Geschichte des Volkes Israel, III, 1, Stoccarda 1927, pp. 268-73; III, II, ivi 1929, pp. 484-500, 663-71; A. Causse, La diaspora juive à l'époque perse, in Revue d'Hist. et Philos. religieuses, 8 (1928), pp. 32-65; id., Judaïsme et synchrétisme oriental à l'époque perse, ibid., pp. 301-28; L. Vandervorst, Israël et l'Asu'ien Orient, 2ᵛ ed., Bruxelles 1929, pp. 179-210; A. Pagliaro, s. v. in Enc. Ital., I (1929), p. 309-10; V. Schell, Inscriptions des Achéménides à Sase (Mémoires de la Délégation duPorte, XXI), Parigi 1929; id., Inscriptions des Achéménides (ibid., XXIV), ivi 1933; G. Messina, Der Ursprung der Magier und die zaraithn. itrische Religion, Roma 1930, pp. 64-66, 76-89, 87-99, 102; G. Ricciotti, Storia d'Israele, II, Torino 1934, pp. 12-37, 121-65; E. Herzfeld, Die Religion der Achämeniden, in Revue d'Hist. des Religions, 113 (1936, 1), pp. 21-41; id., Altpersische Inschriften, Berlinc 1938; K. Galling, Syrien in der Politik der Achämeniden bis zum Aufstand des Megabyzos 446 v. C. (Der alte Orient, XXXVI, 3-4), Lipsia 1937; B. Meissner, Die Achämenidenbönige und das Judentum, Berlino 1938; H. S. Nyberg, Die Religionen des alten Iran (trad. H. H. Schaefer), Lipsia 1938; H. Grimme, Beziehungen zwischen dem Staate der Libjön und dem Achämenidenreiche, in Orient. Literaturzeitung, 44 (1941), pp. 337-43; C. Huart (m. 1926) e L. Delaporte, L'Iran antique, Elam et Perse; la civilisation iranienne, ed. rifusa (di C. Huart, La Perse antique, 1925), Parigi 1943, pp. 231-94.

Antonino Romeo
ACHEN (AKEN), HANS von. - Pittore tedesco, appartenente alla scuola di Colonia, n. nel 1552, m. nel 1615. Nel 1574 si recò a Venezia, dove subì l'influsso decisivo del Tintoretto, poi a Roma, dove dipinse una pala d'altare per la chiesa del Gesù. A Firenze eseguì numerosi ritratti, fra i quali quelli del granduca Francesco e di Giovanni da Bologna. Tornò nel 1588 a Colonia e venne poi chiamato alla corte di Monaco di Baviera, dove, in molti altari e ritratti, sviluppò un manierismo simile a quello del Peter Candid (de Witte) e Fr. Sustria. Per la sua fama di ritrattista, divenne, con Jos. Heinz e Barth. Spranger, pittore di corte dell'imperatore Rodolfo II, che lo inviò in Italia (Torino, Mantova, Modena ecc.), soprattutto per copiare quadri italiani. Josef Heina fu suo scolaro. La sue composizioni furono incise dal Sadelet e dal Kilian.

Bibl.: E. Firmenich-Richartz, s. v. in Thieme-Becker, I, pp. 40-42; F. Baldinucci, Notizie dei Professori del Disegno, III, Firenze 1846 (a cura di F. Ranalli), pp. 30-33; A. Venturi, in Repertorium f. Kunstw., VIII, Stoccarda 1882, pp. 10-23; R. v. Mander, Das Leben der Nixderl. u. deutschen Maler, ed. Florebs, II, Monaco 1906, p. 297; G. Dehio, Geschichte der Deutschen Kunst, III, Berlino 1931, p. 187.

Bernardo Degenhart
ACHEROPITA (da dot{α} χ ε ε ρ ω τ o i η τ o ς, letteralmente "non fatta da mano [umana]", e in senso proprio «immagine non falsa [quindi vero] di Cristo»). Già l'antichità credette che i simulacri di Pallade ad Atene e a Troia e quello di Artemide ad Efeso fossero caduti dal cielo, mandati da Glove (Konotéç).

Tra le a. cristiane dell'alto medioevo le più famose sono due immagini di Cristo: quella di Edessa e quella di Kamulia in Cappadocia. Oggi non esistono più, ma l'effigie di Cristo paziente, che esse riproducevano con la barba e i capelli lunghi, è possibile ricostruirla dalle molte copie che ce ne ha trasmesso l'alto medioevo e che ora si conservano: le più antiche a Laon, Roma, Genova e le più recenti in Russia.

La storia dell'a. di Edessa è oscura. Il più antico documento che ne parla è la lettera tante volte riprodotta, con la quale Cristo avrebbe accompagnato il proprio ritratto inviato al re Abgar Ukkämä. Eusebio di Cesarea (Historia eccl., I, 13) asserisce che la lettera deriva da un antico testo siriaco dell'archivio di Edessa, contenente la promessa di Cr