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Laon, Roma, Genova e le più recenti in Russia.

La storia dell'a. di Edessa è oscura. Il più antico documento che ne parla è la lettera tante volte riprodotta, con la quale Cristo avrebbe accompagnato il proprio ritratto inviato al re Abgar Ukkämä. Eusebio di Cesarea (Historia eccl., I, 13) asserisce che la lettera deriva da un antico testo siriaco dell'archivio di Edessa, contenente la promessa di Cristo di visitare il re per guarirlo.

In un testo posteriore si parla per la prima volta dell'icona come opera del pittore Anania; è poi del 600 circa la notizia secondo cui nell'anno 544, mercé l'aiuto dell'icona stessa, sarebbe stato respinto l'attacco dei Persiani contro Edessa. Una leggenda ricca di particolari, falsamente attribuita a Costantino Porfirogenito, compare nel 944: in essa l'a. di Edessa viene definita, seguendo ciò che già aveva detto Evagrio, come l'impronta lasciata dal volto di Cristo su di un panno; sarebbe poi rimasta murata, dal tempo di Abgar sino al 544, sopra la porta della città. La leggenda accenna ad altre due impronte miracolose, impresse su mattoni, uno dei quali fu conservato a Gerapoli e l'altro ad Edessa ; nella disputa fra nestoriani e monofisiti si parla di due altre copie che dovevano trovarsi nelle chiese di Edessa.

A quanto pare, nell'anno 944 l'icona di Edessa fu portata a Costantinopoli, probabilmente con la accennata lettera di Cristo al re Abgar e con la copia su mattone detta Keramidion, la quale venne collocata nella cappella del palazzo imperiale. Nel 1247 queste reliquie trasmigrarono in Occidente e può darsi che l'a. scomparsa dalla Sainte-Chapelle di Parigi durante la rivoluzione del 1792 abbia diretto rapporto con esse.

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Anche altre icone furono identificate con il madilion di Costantinopoli : tra queste la tavola conservata a Roma in S. Silvestro in Capite e fatta portare da Pio X in Vaticano, e quella di S. Bartolomeo degli Armeni a Genova. Ma sono ambedue lavori orientali, che, come testimonia la loro iscrizione in lingua slava, risultano posteriori allu tavola di Laon, dipinta non prima del sec. xit e forse mandata da Roma a Montreuil-les-Dames nel 1249. Esse ripetono tutte il tipo dell'a. di Edessa.

Fra il 560 e il 574 occorre la prima menzione dell'a. di Kamulia. E dipinta su lino e rappresenta Cristo come "Pantokrator". Si racconta che, trovata da una donna pagana in una fontana, per virtù propria si riprodusse sul suo vestito, che venne poi inviato a Cesarea. Una seconda copia si trova a Diobulion.

L'a. kamuliana fu traslata nel 574 a Costantinopoli, dove si sarebbe riprodotta miracolosamente su un panno, donato più tardi ad un convento di Melitene. L'originale di Costantinopoli, considerato come il pelladio della città, scomparve verso l'80o. Antonio da Piacenza dice di aver visto Fa. a Montl, in Egitto, su un "pallium lineum".

Anche il Pantokrator del Sancto Sanctarum in Roma si credeva nel medioevo un'a. La tavola, che è molto rovinata e raffigura Cristo in trono, sembra sia stata dipinta a Roma tra il sec. v e il vi. La testa già nell'alto medioevo fu sostituita da un'altra dipinta su tela, imitazione della Veronica di S. Pietro.

Quest'icona era molto venerata già nel sec. viri. Nel 752 fu portata in processione da Stefano II; e da allora si iniziò l'uso che nella processione solenne del 15 ag. il Papa la portasse in visita a S. Maria Maggiore. Diffondendosi la pratica di questa processione in tutto il Lazio, quasi tutte le città della regione, come Velletri, Tivoli, Tarquinia, Sutri, si procurarono una copia di quest'a.

Della Veronica di S. Pietro a Roma si ha certa notizia già nel sec. Ix; custodita dapprima nella cappella di Giovanni VII, oggi è nel pilone della Basilica Vaticana, detto per l'appunto della Veronica. Fedele alle più antiche riproduzioni, anche quest'a. mostra il volto del Cristo barbato, con lunghi capelli e dall'aspetto sofferente. L'originale venne senza dubbio dall'Oriente e forse stilisticamente ricordava l'icona di Edessa.

La tradizione della Santa Veronica, il cui nome alcuni studiosi credono sia una derivazione da vera icona, è influenzata da quella del re Abgar. Veroo il 1300 Roger di Argentenil racconta che s. Veronica prese l'effigie di Cristo, asciugandone il volto durante il tragitto al Calvario; pertanto il sudario fu chiamato semplicemente Veronica. Durante il medioevo fu riprodotto cosi frequentemente da suscitare una specie di artigianato nei pittori (i «pictures Veronicarum »); fu portata in tutto il mondo da pellegrini che ne lucravano indulgence.

La storia della S. Sindone (v.) ricorda quella del sudario di Roma, ma si riferisce all'impronta lasciata dall'intero corpo di Gesù. Già nel sec. vir troviamo tracce del culto tributato alla S. Sindone e nell'alto medioevo si parla di diversi esemplari della reliquia esistenti a Costantinopoli, a Compiègne, a Caen. Oggi per S. Sindone s'intende quella che si conserva nella metropolitana di Torino. Mostra il corpo del Signore dalla parte facciale e da quella dorsale. L'impronta è lunga m. 1,78 ; il lenzuolo ha un'ampiezza complessiva di m. 4,36 × 1,10.

La reliquia fu custodita dal 1353 al 1478 a Sirey in Champagne e quindi, fino al 1578, a Chambéry, donde venne a Torino, con i duchi di Savoia. Gli attuali studi sulla S. Sindone tendono a identificarla con quella che scomparve da Costantinopoli.

Alcune a. della Madonna furono venerate fin dal sec. vir. Nel sec. viri si ricorda un'icona a Diospolis in Palestina; sulla sua origine corre una doppia versione: l'una afferma che l'immagine si sarebbe prodotta per contatto della Vergine con una colonna, l'altra la presenta come determinata miracolosamente solo per volontà della Madonna stessa. Altre a. della Madonna sono conservate a

Costantinopoli, in Roma (S. Maria in Trastevere) e in diverse chiese dell'Italia meridionale.

Tra le a. di santi una delle più venerate è quella di S. Giorgio che si conserva nella sua chiesa presso Diospolis-Lydda in Palestina; si racconta che si produsse sulla colonna al contatto del santo quando questi vi fu legato per la flagellazione. - Vedi Tav. XVI.

Bibl.: S. Dubechütz, Christoehlder (Texte und Untersuchungen, III), Lipsia 1809; I. E. Weis-Liebersdorf, Christus und Apostelbilder, Friburgo 1902; L. Cuni e E. von Dubechütz, The Liberals of Christ, in The Burlington Magazine, 5 (1904), p. 517; Wilpert, Mosaihen, p. 196; J. Sauer, Das Aufkommen des bärtigen Christutzpns in der fröhchristlichen Kunst in Strena Baltizana, Zagabria-Spalato 1924, p. 303-29; A. Gruber, La Sainte Face de Laon, Praga 1931; C. Cecchelli, Le più antiche illustrazioni di S. S. Gesù Cristo, in Illustrazione Vaticana, 3 (1932, 1), p. 283-87; P. Perdrizet, De la Veronique et de Sainte Veronique, in Seminarium Kandahocianum, 5 (1932), pp. 1-15; S. Der Nersessian, La légende d'Abgar, in Bulletin de l'Institut arch. bulgare, 10 (1936), p. 98; P. Vignon, Le Saint Suaire de Turin, Parigi 1938; G. de Jerphanion, L'image de Jésus-Christ dans l'art chrétien, in La Voix des Monuments, II (nouvelle série), Roma-Parigi 1938, pp. 1-26; W. F. Volbach, Il Cristo di Sutri, in Atti della Pont. romana Accademia di Arch., sec. 3*, Rendiconti, 18 (1942), p. 97; C. Schneider, s. v. Acheirapoistos, in Reallex. für Antike u. Christentum, I, col. 68. - Wilhelm Friedrich Volbach

ACHERY, Jean-Luc d' (Dacherius). - Dotto editore di testi ecclesiastici antichi, n. a S. Quintino nel 1609, benedettino della congregazione maurina dal 1632, m. il 29 apr. 1685 , nell'abbazia di Saint-Germain-des-Prés ove dal 1637 era bibliotecario.

Benché malaticcio, studiò indefessamente e avviò i suoi confratelli, fra cui J. Mabillon, all'attività scientifica. Raccolse e pubblicò molti preziosi fondi di biblioteche. Tra le sue compilazioni viene in primo luogo la raccolta Veterum scriptorum qui in Galliae bibliothecis, maxime Benedictivorum, latuerant spicilegium, 13 voll., Parigi 16351677; la ³ᵃ edizione, riveduta e riordinata da L. F. J. de la Barre, fu pubblicata a Parigi nel 1723, col titolo : Spicilegium sive collectio veterum aliquot scriptorum (in 3 voll.). In questa raccolta, che tra l'altro contiene vari documenti di atti di concili e altre importanti fonti giuridiche, è per la prima volta pubblicata (vol. IX, p. i sgg.) una collezione sistematica, chiamata perciò Dacheriano, di concili e decretali, compilata in Francia tra il 774 e l'831, divisa in tre parti che trattano rispettivamente della penitenza, dei giudizi e del clero.

Importante è anche la raccolta Asceticorum, vulgo spiritualium, opusculorum... indiculus, Parigi 1648 (2a ed. 1671). D'A. pubblicò inoltre: B. Lanfranci opera (in appendice : la vita di s. Agostino, apostolo degli Anglosassoni), Parigi 1648; Guiberti abb. de Novitiatu opera, ivi 1651 ; Grimlaici regula Solitariorum, ivi 1653 ; e l'opera inedita del 1648 (Bibl. Naz. Parigi, F. F. 16866, f. 120) dal titolo : Responses aux raisons des chanoines de l'ordre Saint-Augustin, de Sainte-Gènevieve de Paris, et l'establissement du droit que les religieux de Sant-Germain-des-Pres ont de préséance dans les assemblées publiques et particulièrement es enferremens des Roys. Fu anche tra i maggiori collaboratori degli Acta SS. Ord. s. Benedicti, e lasciò un vasto epistolario (inedito) coi dotti del suo tempo.

Bibl.: Analecta Bollandiana, 18 (1899), pp. 45-49; U. Berlière, s. v. in DHG, I, coll. 309-10; Hurter, IV, coll. 480-83, 883 sg.; P. Fournier-G. Le Bras, Hist. des collect. canoniques en Occident, I, Parigi 1931, pp. 103-107. Pio Ciprotti

ACHESIO. - Vescovo della comunità novazianca di Costantinopoli. Partecipò al concilio di Nicea e ne accettò tutte le decisioni. Interrogato allora da Costantino per quale ragione volesse persistere nello scisma, egli rifece la storia dello scisma novazianeo, sostenendo che solo Dio e non la Chiesa poteva perdonare il peccato d'apostasia. Al che Costantino avrebbe osservato: «O Achesio, prendi una scala e va su per tuo conto al cielo». L'episodio è riferito da Socrate (Hist. eccl., I, 10) e da Sozomeno (Hist. eccl., I, 22). Quest'ultimo dice anche che Costantino stimava assai A. per la sua vita austera (ibid., II, 32).

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ACHIA (ebr. 'Abiyyah « fratello di Jahweh»; nome di ca. zopersone nel Vecchio Testamento, tradotto dalla Volgata Achias o Ahia [v.]; Settanta: 'Ayzá). - Pronipote di Eli (v.), per il nonno Finees e il padre Achitob. Fu sommo sacerdote e ministro dell'ephod, nella guerra di Saul contro i Filistei. Saul, volendo con 600 uomini sorprendere il nemico, chiamò A. perché consultasse l'oracolo (I Sam. 14, 3-18). Mentre il testo massoretico e la Volgata hanno (v. 18) : "avvicina l'arca" (l'arca si trovava allora a Cariathiarim, sotto l'attenta sorveglianza dei Filistei, cf. v. 5), la vera lezione è data dalle versioni greche: «E Saul disse ad Achia: avvicina l'ephod». Nello stesso libro (capp. 21-22) si parla di un Achimelek (v.) sommo sacerdote, anch'esso figlio d'Achitob: è opinione comune si tratti dello stesso A.

Francesco Spadafora
ACHIACHAR (ACHIHAR) : v. AHQAR.
ACHILLA. - Successore di Pietro e predecessore di Alessandro nella sede patriarcale di Alessandria, che tenne per pochi mesi tra il 25 nov. 311 e il giugno 312. Era stato prima direttore della celebre scuola alessandrina. Da lui sarebbe stato ordinato prete Ario, e perciò i copti ne esclusero il nome dal loro calendario, mentre fu accolto nel Martirologio Romano al 7 nov., forse per la sua opposizione al rigorismo morale, propugnato fino allo scisma, da Melezio, vescovo di Licopoli (cf. Martyr.Romanum, p. 503). Gaetano Corti

ACHILLEO, santo, martire: v. NEREO e ACHILLEO, santi, martiri.

ACHILLEO, vescovo di Spoleto. - Venne prescelto dalla Corte imperiale di Ravenna nel 419 per compiere le funzioni pasquali a Roma, priva in quel momento del suo vescovo, essendo stati allontanati da essa Bonifacio I e il suo competitore Eulalio (cf. Avellana Collectio, lettere 21, 22 [ad A.], 23, 24, 29, 31, 32 del 15, 23, 26, 29 marzo 419: ed. O. Günther, in CSEL 35, 1, Vienna 1895, pp. 68-71, 74-79).
G. R. De Rossi gli attribuisce con buon fondamento 4 epigrammi conservati, senza alcuna indicazione topografica, nella silloge epigrafica Centulense (carmi 10-12, incompleti e confusi con quelli della basilica di S. Pietro) e in quella Laureshamense IV (carmi 79-82, completi), detta anche Palatina, dal cod. Vat. Pal. lat. 833, che la contiene. Essi dovrebbero riferirsi alla chiesa di S. Pietro extra moenia di Spoleto, posta sulla via Flaminia e costruita per l'appunto da A. Che tale chiesa esistesse nel sec. v ce lo confermano alcune epigrafi di vescovi spole. tini dello stesso secolo ivi sepolti.

I carmi 80 e 82 della Laureshamense IV (il io, incompleto, e l'i i della Centulense) trattano con notevole efficacia del Primato di Pietro.

Bim.: G. B. De Rossi, Spicilogio d'archeologia cristiana nell'Umbria, in Bollettino di arch. crist., ²² serie, 2 (1871), pp 116-20, da aggiornare con Inscriptiones christianae Urbis Romae II, 1, Roma 1888, pp. 76, 80 (testo della Cent.), 95. 96, 97, 113-14 (testo della Laur.), 254; H. Grisar, Archeologia, nn. 94-96 (sulla catena di s. Pietra), in La Civiltà Cattolica, (1898, III), pp. 210-14; C. Pietrangeli, Spoleilum (collez. Italia Romana. Municipi e Colonie), Roma 1939, p. 74.
A. Pietro Frutaz

ACHILLI, Giacinto. - Domenicano di Viterbo, fattosi, durante la repubblica romana (febbr.-luglio 1849), propagatore del protestantesimo in Italia. Caduta la repubblica, venne incarcerato. Il padre Theiner, oratoriano, cercò invano di distoglierlo dal suo errore. Fuggito dal carcere e rifugiatosi a Londra, si dette a propalare calunnie contro la Chiesa, l'Inquisizione e il Papa. Il card. Wiseman, in un affrettato articolo su The Dublin Review, lo smascherò. L'A., senza punto curarsene, si recò a ripetere le sue calunnie a Birmingham, dove Newman era rettore del locale Oratorio filippino. Newman insorse e, a sua volta, ribadì
le accuse già mosse dal card. Wiseman, rivelando la poco edificante vita dell'A., con precisi particolari.

I sostenitori dell'A. persuasero quest'ultimo ad appellarsi in giudizio, e s'iniziò così (marzo 1851) una vicenda giudiziaria nella quale si agitarono tutte le passioni anticattoliche contro l'animatore del «movimento di Oxford». Il Pusey definì quel processo «il più grande avvenimento dopo la Riforma».

Giunto a Londra per il processo, il Newman poté scrivere: "Al momento di comparire davanti ai miei giudici, so che diecimila euori cattolici mi accompagnano alla soglia del tribunale, né io provo ansietà e inquietudine o timore di sorta circa quanto mi può accadere». Il 21-22 genn. 1852 fu il giorno fissato per il giudizio. Cinque avvocati perorarono la causa del Newman. Il giudice Coleridge, incapace di disincogliarsi dal pregiudizio settario, pur riconoscendo * i talenti, la pietà ardente e la vita santa del Newman», lo ritenne tuttavia colpevole di diffamazione, imponendogli l'ammenda di cos lire sterline. La prova che l'innocenza e la veridicità del Newman era ammessa da tutti, s'ebbe del fatto che, in data 2 febbr. 1853, il quotidiano Morning Chronicle sconfinno l'A. affermando che egli nessun rapporto aveva con l'anglicanesimo.
L'A. morì poi aderendo alla setta degli avcidentiorgiani. BML.: A. Theiner, Dell'astroduzione del protestantesimo in Italia tentata per le mene dei novelli banditari di cirtori nelle recenti congiunture di Roma, Roma 1820, pp. 240-59; N. P. Wiseman, Authentic Brief Sketch of the Life of Dr. Giacinto Achilli, Londra 1820; J. H. Newman, Lectures on the Position of Catholics in England, Londra 1831, pp. 197-98; C. E. Eardley, Imprisonement and Delivrance of Dr. Achilli with Some Accounts of his Previous History and Labours, Londra 1830; Eon. R. Finlanson, The Correct and Authentic Report of the Trial and Preliminary Proceedings, ecc., Londra 1853; Jules Condon, Notice biographique sur le R. P. Newman, Parigi 1853: A. Capocelatro, Newman e la religione cattolica in Inghilterra, III, Roma 1886, p. 296 sgg. Piero Chiminelli

ACHIMAAS (ebr., prob. "fratello dell'impero»). - Agilissimo, eroico figlio del pontefice Sadoc. Rimasto col padre a Gerusalemme e unitosi con Gionata, figlio di Abiathar, entrambi dalla fonte di Rogel trasmettevano a David, fuggito dinanzi al ribelle Absalom, le notizie che i loro padri apprendevano nella città. Scoperti e inseguiti, riuscirono a nascondersi in una cisterna a Bahurim; raggiunsero quindi David, cui riferirono il perfido consiglio del traditore Achitofel (v.), e l'avviso dei loro genitori di passare subito il Giordano (II Sam. 15, 27-36; 17, 17-20). Combattente fra le truppe di David, A., velocissimo, portò al re la notizia della vittoria sui ribelli, ma lasciò al nunzio cušita, ch'egli aveva preceduto nella corsa, l'ingrato incarico di comunicargli la morte di Absalom (ibid. 18, 19-31). Molti ritengono che l'A. di I Reg. 4, 7-15, ufficiale delle imposte su Nephtali e genero di Salomone, sia il nostro A.

Francesco Spadafora
ACHIMELEK. - Figlio di Achitob, sommo sacerdote nel santuario di Nob (I Sam. 21-22). Comunemente lo si identifica con Achia (v.). In realtà i due nomi 'Ahlmeleh (prob. «fratello del re») ed 'Abiyyah (prob. «fratello di Jahweh») si equivalgono: «re» è infatti un attributo della divinità. Presso A., in Nob, si fermò David, disarmato, fuggente l'ira di Saul. Assicurò trattarsi di missione segreta e chiese cibo ed armi. In mancanza d'altro, A. gli diede i pani della proposizione, la spada di Golia e consultò per lui l'ephod. Saul, furente, fece uccidere A. e i sacerdoti di Nob, mentre sfuggì alla strage il solo figlio di A., Abiathar (v.).

Gesù richiama questo episodio per inculcare lo spirito di carità (Mc. 2, 26). Gran sacerdote ivi è detto Abiathar, invece di A. suo padre. Si è pensato ad una glossa o a un errore di amanuense; meglio: è nominato Abiathar perché più noto e più celebre (cf. M.-J. Lagrange, Saint Marc, 5^{text {a }} ed., Parigi 1929, p. 53).

Francesco Spadafora

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![img-2.jpeg](img-2.jpeg)
(pst. Anderson)
ACQUASANTIERA DEL DUOMO DI TORCELLO (sec. xit).

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![img-3.jpeg](img-3.jpeg)
(pst. Alinori)

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ACHIOR. - Nome di due personaggi biblici.
I. Capo militare supremo degli Ammoniti. Ad Oloferne, generale assiro, che gli domandava informazioni sul popolo d'Israele contro cui egli muoveva, A. con franchezza dimostrò - narrandone la storia (Iudt. 5, 5-25) - trattarsi di un popolo protetto da un Dio che lo rendeva indastibile, quando Israele gli era fedele. Oloferne, che si attendeva tutt'altro da un capo militare, trattò A. da traditore e lo diede in balia degli Ebrei, presso Betulia che cinse d'assedio, per ucciderlo poi, appena espugnata la città. A. fu ben trattato dagli Ebrei. Quando Giuditta gli mostrò la testa di Oloferne, A. conobbe la rotta degli Assiri e, dopo un momentaneo sbigottimento, adorò il Dio d'Israele; per eccezione al divieto di Deut. 23, 3, fu ammesso alla circoncisione (Iudt. 5; 6; 13, 27-31; 14, 6).
2. Amico e cugino di Tobia, che si congratulò con questi per i benefici concessigli da Dio (Tob. i i, 20 sg., Volgata). Era della tribù di Nephrali tra i deportati da Salmanssar a Ninive. I Settanta lo chiamano ' λ_{2} γ_{i} α_{2} γ_{2} e lo dicono gran coppiere alla corte di Sennacherib e di Asarhaddon (v. AHIGAR).

Francesco Spadafora
ACHIS (ebr. 'Ahish; Settanta ' λ γ_{2} γ_{2} 'os che richiama ' λ γ_{2} i σ η ς; cf. I-ha- u-su delle iscrizioni assire del sec. viI). - Figlio di Maoch e re (séven) di Geth, uno dei 5 satrapi filistei, contemporaneo di David. David, dopo essere stato salvato a Nob dal pontefice Achimeleli (v.), cercò asilo presso A., ma, riconosciuto dai cortigiani per l'uccisore di Golia, si finse pazzo e A. lo mandò via (I Sam. 21, 11-16). Il titolo di Ps. 33 (34), i, si riferisce a questo episodio, ma il nome è corrotto in Abimelech (testo massoretico) o Achimelech (Volgata). David ritornò poi a Geth, razziatore ormai famoso, con una banda di 600 uomini e fu bene accolto da A., che gli diede la città di Siceleg. Da qui David razziava Amaleciti, Ghesuriti e Gherciti, mentre ad A., cui dava parte del bottino, diceva di combattere Israele. A. voleva condurre seco David ed i suoi uomini, nella campagna contro Israele che si concluse a Gelboe con la morte di Saul, ma gli altri capi, meno ingenui di lui, vi si opposero (I Sam. 27 e 29). Al tempo di Salomone, A. restituisce a Semei (v.) i suoi schiavi fuggiti (I Reg. 2, 39 sg.). A meno che qui si tratti di un omonimo (A. poteva essere un nome ereditario), il regno di A. a Geth durò almeno 50 anni. Francesco Spadafora

ACHITOVEL. - Avveduto consigliere, poi traditore, di David, oriundo da Gilo (Giala) nei monti di Giuda, padre dell'eroe Elia (II Reg. 23, 24). Nella congiura di Absalom parteggiò per il figlio ribelle, provocando grande dolore e sfiducia in David che, vistosi ormai perduto, si rivolse al Signore perché rendesse vani i di lui consigli (II Reg. 15, 31). Per impedire qualsiasi accordo tra padre e figlio, A. consigliò Absalom di unirsi incestuosamente ed in pubblico alle concubine lasciate in Gerusalemme dal padre e di non dare tregua allo sfiduciato re fuggitivo. Ma Absalom eseguì il suo consiglio solo per la prima parte, e si lasciò persuadere da Chusai a temporeggiare. Per puntiglio personale e conscio della causa ormai disperata del ribelle, A. se ne tornò a Gilo e, messa in ordine la sua casa, s'impiccò. II Reg. 16-17.

Nei Salmi (40, 10; soprattutto 54, 13-15) David esterna il suo sdegno e dolore per il tradimento del suo intimo confidente, cui Gesù sembra alludere a proposito di Giuda (Io. 13, 18). Faustino Salvoni

ACHMIM, santuario copto: v. akнмім.
ACHONRY, diocesi di. - Nell'Eire (Irlanda).

Il nome deriva dal gaelico Achadh Chonnaire, cioè "campo di Connaire". L'origine della diocesi risale alla prima metà del sec. vi, quando s. Finiano di Clonard fondò una chiesa e un monastero in un terreno donatogli dal principe della famiglia Connaire. Si considera come primo vescovo di A. il suo discepolo Nathi, primo superiore del monastero, che divenne patrono della diocesi. La sua festa si celebra il 9 ag. Dei tre vescovi irlandesi che presenziarono al Concilio di Trento, uno era il vescovo di A., Eugenio O' Hart.

La diocesi comprende 22 parrocchie, delle quali due appartengono alla mensa vescovile ; 41 fra chiese e cappelle; un istituto di fratelli; 9 conventi di religiose. Il numero dei sacerdoti è di 68 ; la popolazione cattolica è di ca. 61.500 anime.

BibL.: J. Lanigan, Ecclesiastical History of Ireland, Dublino 1829: Annals of the Four Masters, ed. O'Donovan, Dublino 1836: W. M. Brady, Episcopal Succession in England, Scudized and Ireland, Roma 1876.

Dionisio Mac Daid
ACHTERFELDT, Johann Heinrich. - Teologo cattolico tedesco, n. il I { }^{°} giugno 1788 a Wesel, m. a Bonn l'i i maggio 1877. Ordinato sacerdote nel 1813 , nel 1826 divenne professore di teologia morale e di omiletica nella facoltà di teologia cattolica dell'Università di Bonn.

Interamente imbevuto delle dottrine di Hermes, nel 1832 insieme col suo collega Giovanni Guglielmo Braun, fondò la rivista Zeitschrift für Philosophie und katholische Theologie, a difesa degli insegnamenti hermesiani, e nel 1834-36, dopo la morte di Hermes, ne pubblicò la Christhatholische Dogmatik.

Papa Gregorio XVI, in data 26 sett. 1835, condannò Hermes; ma A. continuò a difenderne le dottrine, sostenendo che gli errori condannati non si trovavano nelle sue opere. Per questo suo attaccamento alle dottrine di Hermes, A. nel 1843 fu sospeso e fu anche privato dell'insegnamento. Dopo il 1860 , però, A. si riconcilió con la Chiesa, per cui gli venne tolta la sospensione e morì nella ortodossia.

BibL.: H. Schrörs, Geschichte der kath. theol. Fakultät zu Bonn 1812-1231, Colonia 1922: G. Gorau, s. v., in DHG, I, col. 332 .

Cesare Bertola
ACHTERMANN, Theodor Wilhelm. - Scultore, n. nel 1799 a Münster, m. nel 1884 a Roma. Scolaro di Fr. Tieck e del Rauch all'Accademia berlinese, ma refrattario al freddo classicismo ed al protestantesimo «illuminato" dell'ambiente, nel 1840 si trasferì in Italia dove aderì agli ideali dei « nazareni» (v.). I suoi capolavori sono una grande Pietà ed un gruppo colossale della Deposizione (1858), ambedue nel duomo di Münster. A Rocca di Papa è ordinata una gipsoteca delle sue opere.

BibL.: H. Mackowsky, s. v. in Thieme-Becker, I, coll. 46-47.
Kurt Rathe
ACILI, ipogeo degli : v. Priscilla.
ACILIO GLABRIONE, Manio: v. Glabrione ACILIO.

ACINDINO: v. AKINDYNOS GREGORIOS.
ACIREALE, diocesi di. - Città situata nella Sicilia orientale, a 16 km . da Catania. Nel luogo attuale risale ai primi del sec. xiv, e si chiamò in origine Aci; acquistò notevole importanza nel corso del sec. xiv e nell'anno 1642 ricevette da Filippo IV il nome di A. Tra i monumenti sacri della città sono da ricordare principalmente: la caratteristica chiesa di S. Sebastiano, con una ricca facciata barocca (1705), preceduta da una balaustra con 10 statue di G. B. Marino; all'interno notevoli gli affreschi ed un quadro della Pietà di P. P. Vasta, il miglior pittore del Settecento siciliano, e il Duomo con la facciata moderna

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di G. B. Basile e col portale di P. Blandamonte (1667); all'interno affreschi del Vasta nel transetto, di G. Sciuti nella volta centrale e di A. Filocamo (1711) nella cappella barocca di s. Venera. Altri lavori pregevoli del Vasta si trovano nelle chiese della Maddalena, di S. Antonio, del Crocefisso, del Suffragio. Nel palazzo municipale (sec. xvir) ha sede l'Accademia degli Zelanti, dotata di ricca biblioteca ( 100.000 volumi), di una pinacoteca e un museo archeologico. Oggi A. è anche centro di numerosi istituti di educazione affidati a religiosi, tra i quali notevole il collegio Pennisi con un osservatorio meteorologico diretto dai Gesuiti.

La diocesi è di istituzione recente, essendo stata creata da Gregorio XVI nel giugno del 1844 . Fu primo vescovo nel 1872 mons. Gerlando Genuardi, che resse la diocesi sino al 1907. La giurisdizione del vescovo di A. si estende su 14 comuni della prov. di Catania, con 91 parrocchie, 235 sacerdoti diocesani e 98 regolari. La popolazione è di 167.000 ab., in massima parte cattolici.

Bibl.: V. Raciti Romeo, Cenni storici e documenti sulla Chiesa di A., in La Sicilia Sacra, I, Palermo 1899; id., A. e dintorni, Acireale 1927.

AGKERMANN, Leopold. - Esegeta, n. e m. a Vienna ( 17 nov. 1771-8 sett. 1831). Entrato (1790) tra i Canonici regolari di s. Agostino, col nome di Pietro Fourier, a Klosterneuburg, vi insegnò, dopo terminati a Vienna gli studi teologici, ermeneutica, archeologia e lingue bibliche e vi diresse, arricchendola, la biblioteca. Nel 1806 successe a J. Jahn (v.) nell'Università di Vienna, ove per 25 anni insegnò introduzione e archeologia biblica, e lingue orientali, distinguendosi per scienza e pietà.

Ripubblicò corrette le due opere di Jahn, Introductio in libros Veteris Foederis (Vienna 1825, come ³² ed.; ristampa 1839), e Archaeologia biblica breviter exposita (ivi 1826), inclusa dal Migne nel Cursus Scripturae Sacrae, II (1840), coll. 823-1068. Neanche molto personale è Prophécae minores perpetua annotatione illustrati (ivi 1830), ma buono il commento filologico che A. vi dedica al testo massoretico.

Bibl.: V. Sebacà (confratello di A.). Petrus Porevius A., biographiche Shizes, in I. Plesz, Neue Theologische Zeitschrift, 17 (1831), pp. 329-43; Hurter, II, ²² ed. 1895, coll. 582, 791. Antonino Romeo

AGKERMANN CHOQUET, Louise-Victorine. - Poetessa francese n. a Parigi nel 1813, m. a Nizza nel 1870 .

Le sue opere, tra cui principali i Contes en vers (1855), Premières poésies (1873), Poésies philosophiques (1874) e Pensées d'une solitaire (1883), mediocri dal punto di vista artistico, sono intessute di considerazioni filosofiche ispirate ad una concezione atea e pessimistica della vita. Sotto la guida del padre, ardente volteriano, la sua cultura si venne formando nell'ambito della filosofia illuministica. Dopo alcune sventure familiari, che la colpirono profondamente, ella cercò di rinsaldare le sue idee con lo studio dei razionalisti, di Kant e di Schopenhauer in particolar modo. I suoi scritti, dal punto di vista religioso, risentono l'influsso del razionalismo e dimostrano poca conoscenza della teologia e filosofia cristiana.

Bibl.: M. Citoleux. La poésie philosophique au XIX e siècle; Mme A., Parigi 1906; P. O. de Cléron d'Haussonville, Femmes d'autrefois, hommes d'aujourd'hui, ivi 1912, pp. 281-338. Chiara Piva

A.C.L.I.: v. ASSOCIAZIONI CRISTIANE LAVORATORI ITALIANI.

ACOLIO. - Vescovo di Tessalonica, battezzò l'imperatore Teodosio prima che questi intraprendesse la guerra gotica (380); m. nel 383. In occasione della sua morte, s. Ambrogio scrisse una lettera alla Chiesa di Tessalonica, nella quale paragona A. al profeta Eliseo, per avere ricacciato indietro con le sue preghiere i Goti dalla Macedonia. Fu tra i presenti al Concilio di Costantinopoli del 38 I e di Roma del 382. Durante
questo tempo fu anche in rapporti con papa Damaso. (Cf. A. Fliche e V. Martin, Storia della Chiesa, vers. it., III, Torino [1940], pp. 293, 297, 303, 485, 490).

Mario Scadam
ACOLUTIA ( dot{α} π λ λ 0 ∪ θ i α ). - Ordinamento, disposizione delle preghiere e delle cerimonie. Corrispondente al latino ordo, ritus. In questo modo troviamo nella liturgia bizantina a. per la recita delle ore canoniche, per l'amministrazione dei sacramenti, per la preparazione del pane e del vino prima della messa, per l'assistenza ai moribondi, per le esequie, ecc. Sinonimo: " dot{ξ} ξ mathrm{l}.

Placido De Mecster
ACOMINATO, Michele: v. MICHELE ACOMINATO.
ACONCIO (Acontio, Concio), Cicconio. - N. a Ossana nel Trentino sul principio del sec. xvi, m. in Inghilterra; secondo il Cheynel viveva ancora nel 1613. Per le sue dottrine antitrinitarie dovette abbandonare l'Italia nel 1557, e si riunì nella Svizzera con altri rifugiati italiani dei quali scriveva il Coman-der: "sono litigiosi e inquieti, disputano per ogni bagatella, non vogliono essere istruiti e non si può smuoverli dalla loro pervicacia ". Dalla Svizzera si recò in Inghilterra verso il 1560 e dedicò alla regina Elisabetta il suo famoso libro Stratagemata Satanae.

Pare che in questo libro l'A. sia il precursore di alcuni protestanti moderni, giacché scrive che basta conoscere e professare alcuni pochi articoli di fede, dedotti direttamente dalla Scrittura, considerando tutti gli altri come indifferenti. Il suo scopo, nel ridurre a pochissimi i dogmi della fede, era di indurre le sotte a vicendevole tolleranza, dalla quale non escludeva il Cattolicesimo. Tra i dogmi indifferenti comprende egli anche l'Incarnazione, anzi nella lettera all'arcivescovo di Canterbury, Grindel (1575-83), nega chiaramente la divinità di Gesù Cristo. Scrisse anche De Methodo sive recta investigandarum tradendarumque scientiarum ratione, dove ripudia la dialettica ordinaria e propone di giungere al vero con lo scomporre e ricomporre più volte la cosa ed esaminarla sotto diversi aspetti.

Bibl.: Opere: G. Acancio, Stratagematum Satanae II. VIII. a cura di G. Radetti (ed. dei Classici del Pensiero Italiano, VII). Firenze 1946; id., De Methodo e opuscoli religiosi, a cura di G. Radetti (ibid., VII, Firenze 1946. - Letteratura: R. Wallace, Antitrinttarian Biography, 3 voll., Londra 1820; C. Cantù, Gli Eretici d'Italia, 3 voll., Torino 1866; D. Cantinori, Eretici Italiani del Cinquecento, Firenze 1939.

Camillo Crivelli
ACOSMISMO. - Venne indicato con questo nome (da Hegel) il sistema filosofico dello Spinoza, riguardante la natura e le origini dell'universo, in quanto egli ne nega l'esistenza, come di un qualche cosa distinto da Dio. L'a. venne contrapposto all'ateismo, poiché alla negazione di Dio si sostituiva quella del cosmo come realtà effettiva, ma in fondo si identifica col panteismo: in esso Dio è infatti concepito non più come essere trascendente, bensì come unica sostanza universale che si esplica secondo necessari attributi, risolvendo in sé il mondo.

Paolo Rossi
ACOSTA, José. - Gesuita spagnolo, scrittore e missionologo, n. a Medina del Campo nel sett. od ott. 1540, m. a Salamanca il 15 febbr. 1600. Entrato in religione a Salamanca a soli dodici anni (ebbe quattro fratelli gesuiti), insegnò grammatica in vari collegi prima di studiare filosofia e teologia in Alcalá; in questi anni scrisse per incarico dei Superiori locali molte "lettere quadrimestrali" (di cui dodici pubblicate nei Monum. Histor. Soc. Iesu, Epist. Quadr., voll. III, VI, VII). Cominciava ad insegnare teologia (Ocaña-Palencia) ed era richiesto come successore del p. Toledo al Collegio Romano quando ottenne il suo invio al Perù (1572). Piuttosto che missionario nel senso stretto della parola, vi fu professore di teologia, predicatore, organizzatore. Rettore del collegio di Lima (1575), poi secondo provinciale del Perù (1576-81),

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fondò varie case e missioni e fece la visita dell'ampia provincia, raccogliendo il materiale per le sue opere future. Prese poi come teologo dell'arcivescovo s. Toribio de Mogrovejo una parte preminente ai lavori del III Concilio provinciale di Lima (ag. 1582 -oct. 1583), di grande importanza storica; ne redasse gli atti e, con altri confratelli esperti nelle lingue, compose il catechismo bilingue: spagnolo, quichua e symara, di cui curò pure la stampa (Lima 1585 , è questo il primo libro stampato a Lima); collaborò pure al Confessionario para los curas de Indios (Lima 1585) e ad altre opere prescritte dal Concilio.

Richiamato in Europa, dove sbarcò nel 1587, l'A. ottenne a Roma da Sisto V l'approvazione del Concilio (1588), e ne stampò gli atti: Concilium Limense (Madrid 1590). Tornato in Spagna, dove fu visitatore delle province gesuitiche di Andalusia e di Aragona, si diede alla composizione letteraria ed alla predicazione, usando in pro delle missioni l'autorità che godeva in materia sia nel suo Ordine, sia nei Consigli regi. L'Acquaviva si serviva di lui per negoziazioni delicate con la corte di Madrid, nelle difficoltà che la Compagnia incontrava allora in Spagna, ma qui l'A., nominato da poco preposito della casa professa di Valladolid, si lasciò indurre ad appoggiare con la sua autorità le mene d'una piccola fazione di religiosi inquicti a scopi principalmente nazionalistici contro lo stesso Acquaviva. Con l'appoggio di Filippo II venne a Roma (1592) ed ottenne da Clemente VIII la convocazione della V { }^{a} Congregazione generale della Compagnia (1593-94). Quando essa ebbe giustificato l'Acquaviva e mantenuto intatto l'Istituto della Compagnia, l'A. si sottomise e si riconcilió con il generale, protestando di aver sempre agito in buona fede (la sua apologia è stampata in Rodriguez Carracido, pp. 123153). Tornato in Spagna riprese il governo della casa di Valladolid, poi del collegio di Salamanca.

L'A. fu uno scrittore instancabile (lista completa delle sue opere nella bibliografia di E. Uriarte-M.Lecina). Abbiamo menzionato gli scritti in relazione con il Concilio di Lima. Frutto dell'insegnamento teologico nel Perù sono il De temporalbus novissimis, Roma 1590 ed il De Christo revelato, Roma 1590; l'A. pubblicò egli stesso tre volumi di Consiones, Salamanca 1596-99 (altri rimasero inediti). Ma deve principalmente la sua fama a due opere divenute classiche: De natura novi Orbis et de promulgatione Evangelii apud barbaros sive de procuranda Iudorum salute, Salamanca 1589 (parecchie ristampe, l'ultima a Manila 1858; l'opera si cita comunemente: De procuranda Iudorum salute). Senza essere la prima sintesi di missionologia teorica, è la prima che ebbe una larga diffusione ed il suo influsso fu molto grande; l'opera conserva ancora il suo valore per i problemi generali di metodologia missionaria e quelli d'una politica coloniale cristiana. Ebbe una diffusione ancora più grande, benché di valore meno durevole, la Historia natural y moral de las Indias, Siviglia 1590 (numerose ristampe e traduzioni; in italiano da Gio. Paolo Galucci, Venezia 1596). Dei 7 libri, i due primi sono il De natura novi Orbis dell'opera precedente; i tre seguenti trattano dei regni minerale, vegetale ed animale; i due ultimi, sull'etnografia americana, si rivolgono più direttamente ai missionari. Senza essere originale in tutte le parti (quella sul Messico dipende dall'Historia de los Indias de Nueva España del domenicano Diego Durán), questa vasta sintesi meritò all'A. il nome di «Plinio del nuovo mondo» datogli dal critico benedettino P. Feilon.

BibL.: J. E. de Uriarte-M. Lecina, Biblioteca de Escritores de la Compañia de Jesús..., I. Madrid 1923, pp. 24-33; Streit. BibL., I. pp. 72-74; II, pp. 249-54 e passim; J. Rodriguez Carracido, El p. 706 Acosta y su importancia en la literatura cientifica española, Madrid 1889; L. Lopetegui, El p. 706 de A. y las Misiones, Madrid 1942 (sostituisce le pubblicazioni anteriori per la parte missionaria); id., Como debe entenderse la labor mi. sional del p. 706 de A. S. I. F, in Studia missionalia, i (Roma
1943), pp. 115-36; L. Kiber, Die Peru-Relation des José de A. 1376 und seine Missionstheorie, in Neue Zeitschrift für Missionwissenschaft, i (Schöneck 1943), pp. 24-36; A. Astruin, Historia de la Compañia de Jesús en la Asistencia de España, III, Madrid 1923, pp. 401-29, per gli incidenti del 1592-94 e la lotta con l'Acquaviva.

Edmondo Lamale
ACOSTA (Da Costa), Urteil. - Razionalista ebreo, n. a Oporto tra gli anni 1580 e 1585 , m. ad Amsterdam nel 1640 . Di ricca famiglia marrana, studiò filosofia e diritto canonico all'Università di Coimbra (16041608). Nominato tesoriere di una collegiata di Oporto (1610), si dimise verso il 1615 e, non ammettendo più che un vago deismo, fuggì coi suoi ad Amsterdam, ove passò al giudaismo con la madre e i quattro fratelli, cambiando il suo nome di battesimo Gabriele in quello di Uriel.

Scontento anche della religione ebraica, A. cominciò tosto a negare l'immortalità dell'anima e la retribuzione futura, come escluse dalla Bibbia ebraica. Il 14 ag . 1618 fu scomunicato una prima volta a Venezia e ad Amburgo. Contro lui insorse il medico Samuel da Silva col Tratado da inmortalidade da alma (1623); A. quindi pubblicò l'Examen das tradições phariseas conferidas com a ley escripta (Amsterdam 1624), che combatte le dottrine e gli usi del rabbinismo, propugnando un ritorno al sadduceismo. Fu perciò espulso come ateo dalla sinagoga di Amsterdam, imprigionato dal tribunale civile, che gli commuttò il carcere in una mufia di yoo fiorini; il suo libro venne distrutto. A. riparò allora per qualche anno ad Amburgo. Dopo nove anni di isolamento anche dalla famiglia che lo abbiere, fa pubblica ammenda ed è riammesso nella comunità (1633), ma si rivela presto pertinace nei suoi errori ; nega anche apertamente l'origine divina della legge mosaica. Di nuovo scomunicato, dopo sei anni (1639) si sottomette di nuovo nella sinagoga di Amsterdam, ove subisce la flagellazione; ma di lì a poco, dopo aver attentato alla vita d'un suo congiunto, si uccide (apr. 1640), lasciando la sua autobiografia col titolo Exemplar humanae vitae.

L'inquieto A. precorre Spinoza. Suscitò molte reazioni negli ambienti giudaici del tempo: in Italia Leone Modena (m. nel 1648) scrisse in ebraico due opere per confutarlo, per incarico della comunità sefardita di Venezia, cui A. aveva inviato il suo scritto contro le tradizioni farisaiche.

BibL.: C. Gebhardt, Die Schriften des U. da Costa in Bibliotheca Sininacana, II. Amsterdam 1922; C. Michaelis de Vasconcellos, U. da Costa, Coimbra 1922; A. B. Duff e P. Kaan, Une vie humaine, par U. da Costa, Parigi 1926. - L'Exemplar vitae humance fu pubblicato nel 1687 dall'olandese Filippo Limbarch, che lo confuta, in appendice al libro De veritate religionis christianae: amica colutio cum erudita Judice; in seguito da H. Jellinek, U. A.'s Selbstbiographie, lateinisch und deutsch, Lipsia 1847; le più recenti edizioni sono quelle di A. Kban (Berlino 1909), O. Jancke (Aquisgrana 1923), Duff e Kaan. Il tragico destino di questo libero pensatore doveva allestare i letterati: K. Gutskow gli dedicò la novella Die Sadduzder von Amsterdam, 1834, e la tragedia Uriel A., Lipsia 1847, tradotta in ebraico da Salomon Rubin, Vienna 1898; I. Zangwill, un capitolo di Dreamers of the Ghetto, Filadelfia 1898, pp. 68-114.

Antonino Romeo
ACQUA. - i. A. nelle scienze. - Ogni forma di vita, compresa quella umana, si svolge in ambiente acqueo. Alcuni animali, come le meduse, contengono più del 95 % di a. : anche nell'organismo umano la quantità di a. è notevole e diminuisce con il progressire dallo sviluppo e della senescenza: 97,5 % nell'embrione di un mese e mezzo, 82,9 nel feto di 4 mesi, 71,2 nel neonato, 64,5 nell'adulto, 58,3 nel vecchio. Tutte le reazioni chimiche dell'organismo avvengono in a.; ed anche la respirazione degli animali terrestri, uomo compreso, è resa possibile in quanto l'ossigeno dell'aria si scioglie nel velo acqueo che bagna gli alveoli polmonari od altre superfici che disimpegnano una simile funzione (v. MOCNIMICA, MENTAZIONE). Interessanti sono i meccanismi con i quali i viventi si appropriano dell'a. contenuta nell'ambiente, si difen-

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dono dall'eccessiva perdita d'e. e quelli con cui sfruttano ripetutamente la stessa massa d'a. per la trasformazione di notevoli quantità di sostanza organica. Grandi quantità difatti ne sono richieste per le varie funzioni vitali: per la formazione di un kg. di sostanza organica secca i vegetali abbisognano dai 500 ai 700 litri d'a. e per la formazione del pulcino la limitata quantita d'a. contenuta nell'uovo viene sfruttata innumerevoli volte.

La conoscenza delle proprietà fisiche e chimiche dell'a. è importante non solo per la chimica e per la biologia ma anche per tutta l'economia del nostro pianeta, per spiegare la sua storia geologica e l'aspetto geofisico attuale. L'erosione delle rocce eruttive, la formazione e le successive trasformazioni delle rocce sedimentarie, i fenomeni della troposfera e molti altri sono legati alla presenza ed all'azione dell'a.; ed all'a., in quanto alimento dell'uomo, condizione di vita delle piante e mezzo di comunicazione fluviale e marittima, sono legate la distribuzione della vita sulla terra e la formazione, migrazione e sviluppo culturale dei raggruppamenti umani.

La molecola d'a. è costituita da un atomo di ossigeno legato a due atomi d'idrogeno i quali formano con il primo un angolo di 104^{°} 31^{′}. In tale combinazione gli atomi d'idrogeno assumono carattere positivo, quello d'ossigeno carattere negativo, cosi che la molecola presenta polarità elettrica la quale, unitamente a motivi più complessi di ordine quantomeccanico, è causa dell'associazione fra molecole ed in definitiva di alcune importantissime e singolari anomalie nelle proprietà fisiche dell'a., che verranno qui ricordate.

L'a. ha una densità ( 1,000 ) notevolmente inferiore a quella che dovrebbe avere (ca. 1,84 ) in dipendenza del suo raggio molecolare ( 1,40 A; un Angstrom =1 / 100.000 .000 di cm .) se la sua struttura non fosse associata ma fosse quella dei liquidi ideali monoatomici. E regola generaie che il volume dei corpi diminuisca con lo scendere della temperatura e nel passaggio dallo stato liquido a quello solido. Anche l'a. per raffreddamento si contrae ma solo fino a 4^{°}; continuando il raffreddamento si dilata leggermente fino alla solidificazione che è accompagnata da notevole aumento di volume : 100 vol. di a. a 0^{°} (dens. 9,999868 ) ne dànno ca. 109 di ghiaccio a 0^{°} (dens. 0,9167 ). Tali farti vengono spiegati : 1) con la formazione, per raffreddamento, di molecole polimere (associazioni di due o più molecole semplici) a spese di quelle monomere (o semplici); 2) con l'esistenza di una struttura cristallina anche nella comune a. liquida; 3) con la particolare struttura cristallina dell'a. liquida e del ghiaccio a motivo della quale le molecole nell'associarsi in aggruppamenti cristallini assumono una disposizione più larga, vengono cioè ad occupare maggior volume. Ne deriva una conseguenza di grande importanza in natura: il ghiaccio che si forma sui mari e sui laghi, più leggero dell'a., non cade al fondo ma resta alla superfice; ed essendo cattivo conduttore del calore impedisce il congelamento dell'a. sottostante: viene evitata cosi la solidificazione d'immense masse d'a. e rese possibile la vita marina e lacustre al disotto della crosta di ghiaccio. Quando l'a. gela in ambiente limitato può sviluppare forti pressioni capaci anche di far scoppiare bombe di acciaio di più centimetri di spessore: si spiega cosil l'azione del gelo nel produrre lo sgretolamento delle rocce.

L'a. cristallizza nel sistema esagonale (v. cristalli): gruppi di cristalli a forma stellare si osservano nella neve.

Si calcola che se l'a. non desse associazioni molecolari ma avesse la costituzione dei liquidi ideali dovrebbe fondere a -130^{°} e bollire a -100^{°}; alle temperature ordinarie non potrebbe esistere l'a. liquida e tutta l'a. del nostro pianeta anziché trovarsi nei mari e nei fiumi costituirebbe la massima parte dell'atmosfera. Anche i valori del calore specifico (prossimo a
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(prepr. Eur. Catt.)
Acqua - Schema della struttura fisica. Allo stato cristallino, ed in parte anche allo stato liquido, ogni molecola di a. è legata con forse intermolecolari ad altre quattro molecole dizzonte attorno alla prima come i vertici di un tetracolvo regolare attorno al centro di figura: i protoni, o nuclei positivi dell'idrogeno, di ogni molecola sono rivolti verso l'atomo di ossigeno (negativo) di altre due molecole contigue con la prima.
1,00 per tutte le temperature ordinarie), del calore latente di fusione ( 79,2 mathrm{a} mathrm{o}^{°} ), del calore latente di evaporazione ( 595 a 0^{°}, 585 a 20^{°}, 574 a 40^{°}, 540 a 100^{°} ) (v. termologia; unitá fisiche) sono superiori alle rispettive grandezze di quasi tutte le sostanze inorganiche ed organiche. Ciò si deve attribuire non tanto allo stato associato delle molecole quanto al valore eccezionalmente basso del peso molecolare dell'a. (18,016). Difatti le stesse grandezze riferite alla gram-mo-molecola e che si ottengono moltiplicando quelle specifiche (espresse in cal/g o Cal/kg) per il peso molecolare sono del tutto normali confrontate con quelle delle altre sostanze. Per gli alti valori del calore specifico e dei calori latenti di fusione e di evaporazione l'a. è un grande regolatore termico della superfice del nostro pianeta. L'alto valore della tensione superficiale dell'a. (mg. 7,692 / mathrm{cm} . mathrm{a} 0^{°}, 7,086 a 40^{°} ) assieme alla capacità di aderire alla superfice di molti corpi (bagnare) ha importanza in geologia ed in biologia per i fenomeni di imbibizione, di capillarità, di rigonfiamento, ecc.

L'a. è stata scelta come sostanza di riferimento nella definizione di alcune unità fisiche (v.).

Il particolare modo di associazione delle sue molecole giustifica in parte l'alto valore della costante dielettrica dell'a. ( 88 a 0^{°}, 80,5 a 20^{°}, 73,4 a 40^{°}, 70,5 a 50^{°} ). Tale costante (v. elettrologia) sta a rappresentare di quanto si riduce la forza di attrazione di due cariche elettriche di segno contrario quando al posto del vuoto (praticamente dell'aria) si interpone l'a. ed è presente al denominatore nella classica formula di Coulomb. L'alto valore di tale costante spiega il forte potere ionizzante dell'a.: sali, acidi e basi in essa disciolti subiscono la dissociazione elettrolitica in catione (o ione positivo) ed anione (o ione negativo). A loro volta tali ioni, appunto a motivo della loro carica elettrica e della polarità delle molecole d'a., si idratano, si legano cioè in modo più o meno labi'e od esergico ad un numero indeterminato di molecole d'a.; e gli ioni cosi idratati assumono alcune caratteristiche dell'a. stessa : ciò spiega l'alto potere solvente dell'a. per la gran parte delle sostanze, specialmente di natura salina. L'a. è un buon solvente anche di molte sostanze non ionizzabili e ciò si spiega con la presenza nella molecola di queste sostanze:

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1) di legami parzialmente polari; 2) di una distribuzione asimmetrica delle cariche elettriche; 3) di aggruppamenti che reagiscono con l'a. formando legami polari: tutte circostanze che favoriscono la formazione di associazioni fra le molecole del soluto e quelle del solvente.

Oltre che ionizzante in quanto solvente, l'a. è essa stessa ionizzata : un litro d'a. a 22^{°} contiene 10^{-7} grammo-molecole d'a. dissociata secondo l'equazione mathrm{H}_{2} mathrm{O} rightleftarrows mathrm{H}+1 mathrm{OH}^{-}; e poiché un litro di a. contiene 1200: 18=53,6 mathrm{gr}. mol., risulta che vi è una molecola dissociata su mezzo miliardo di molecole ( 0,556.10^{8} ). A 0^{°} la dissociazione dell'a. è di 1.3 ed a 100^{°} ca. 8 volte quella che si misura a 22^{°}. A tale dissociazione, per quanto modestissima, si deve attribuire la capacità dell'a. a partecipare a molte reazioni chimiche, alcune delle quali sono fondamentali per la vita. L'a. difatti non è solo un costituente essenziale delle cellule vive in ogni forma di vita ma partecipa pure, non meno degli altri costituenti, a meravigliose reazioni biofisiche e biochimiche. L'imponente processo di fissazione del carbonio ad opera delle piante verdi (v. Fotosinresi Clorofilliana) si compie con l'intervento dell'a., l'ossigeno della quale si elimina come ossigeno molecolare gassoso mentre l'idrogeno della stessa riduce l'anidride carbonica mathrm{CO}_{2} con formazione di a. e di una serie di prodotti intermedi ancor oggi ( 1948 ) usci conosciuti dai quali si formano in definitiva gli idrati di carbonio (amido e zuccheri). L'a. partecipa pure ai fenomeni di ossido-riduzione che costituiscono la respirazione cellulare.

L'a. ordinaria è una miscela di ca. 5000 parti di a. mathrm{H}_{2} mathrm{O} e di una parte di "a. pesante" mathrm{D}_{2} mathrm{O} : questa differisce dall'altra per avere al posto dell'idrogeno di peso atomico 1 un suo isotopo, l'idrogeno pesante o deuterio, di peso atomico 2 (sarà più esatto dire