ai fenomeni di ossido-riduzione che costituiscono la respirazione cellulare.
L'a. ordinaria è una miscela di ca. 5000 parti di a. mathrm{H}_{2} mathrm{O} e di una parte di "a. pesante" mathrm{D}_{2} mathrm{O} : questa differisce dall'altra per avere al posto dell'idrogeno di peso atomico 1 un suo isotopo, l'idrogeno pesante o deuterio, di peso atomico 2 (sarà più esatto dire però che l'a. ordinaria è una miscela di ca. 5000 parti di a. mathrm{H}_{2} mathrm{O} e di 2 parti di acqua HDO nella quale un atomo di ossigeno è unito ad uno di idrogeno e ad uno di deuterio). Il contenuto in a. pesante nelle acque naturali non è uniforme. L'a. pesante è stata ottenuta allo stato di purezza: ha densità ( mathrm{d} 20^{°} / 20^{°} ) 1,10714 , bolle a 101^{°}, 42, solidifica a 3^{°}, 82 ed ha il massimo di densità a 1 mathrm{I}^{°}, 6.
Bull. Lavori fondamentali per la conoscenza e spiegazione reanca delle proprietà chimiche e fisiche dell'a. e del suo comportamento accresciutale: J. D. Bernat e R. H. Fowler, in The Journal of Chemical Physics, 1 (1933), pp. 515-48; R. H. Fowler e J. D. Bernal, in Transactions of the Faraday Society, 29 (1933), p. 1049: per le proprietà chimiche e fisiche e per le altre notizie: P. Pascal, Traité de Chimie Minérale, I, Parigi 1931, p. 121 sgg.; P. Roudoni, Elementi di Biochimica, 3 e ed., Torino 1945; G. Oddo, Trattato di Chimica Generale ed Inorganica, 3^{°} ed., Palermo 1947. Cesco Toffoli
2. Nelle beligioni non cristiane. - L'a., che per naturale proprietà serve a nettare da ogni sozzura, fu scelta fin dai tempi più remoti, presso tutti i popoli, come simbolo di un'azione purificatrice interiore. Il mistero delle sue origini entro le viscere della terra, la sua voce ora lieve ed ora possente, la sua mobilità come di cosa viva, il suo respiro rivelantesi nell'evaporazione, il suo potere di irrigazione, sia che sgorghi dalla terra sia che cada dal cielo, l'hanno sempre fatta considerare come una potenza viva e benefica. Essa è presente in vari modi: nei mare, nei laghi, nei fiumi o torrenti, e tutti questi elementi sono stati divinizzati e onorati di culto; ma specialmente l'a. che scaturisce dal suolo - da Seneca (Quaest. nat., 3, 8) chiamata «viva seu nativa» per distinguerla da quella che cade dal cielo "caelestis seu collectiva" - è assurta a valere sacro e insieme catartico, fecondatore e divinatorio presso i vari popoli.
Come elemento fecondatore l'a. è stata dovunque oggetto di culto. I Greci hanno espresso questo potere in vari miti, dove le ninfe, patrone delle fonti, significano, con il loro stesso nome, il suo potere di fecondità. Come elemento divinatorio, l'a. agisce sia con il
mormorio delle sorgenti, sia con il gettito in essa di oggetti, sia con l'ingestione: a Delfi, la Pizia, prima di salire sul tripode, gustava l'a. delle sacre fonti Castalia e Cassotia. Il potere divinatorio si rivelava specialmente nei casi di ordalia o "giudizio di Dio " quando si trattava di giudicare della colpevolezza di un accusato, della legittimità di un parto, ecc. L'incolumità dell'individuo gettato nelle a. era una prova della sua innocenza.
Come elemento lustratorio l'a. non ha chi la pareggi per la sua capacità non solo di lavare, ma anche di portar via, scorrendo, le impurità. Naturalmente, il numero e il modo delle abluzioni variano nei vari cerimoniali, a seconda della qualità della colpa o della preparazione necessaria per accostarsi o toccare le cose sacre, per ricevere una iniziazione, ecc. Appunto l'a., nel battesimo, è la materia che simbolicamente esprime il potere spiritualmente rinnovatore dell'iniziazione cristiana, la cancellazione della macchia del peccato originale ed eventualmente degli attuali. Un caso particolare del potere lustratorio dell'a. è quello rappresentato dalle a. salutari o termali, di cui appresso.
Come donatrice di oblio, e quindi a suo modo risanatrice, l'a. ha un largo posto anche nei miti dell'oltretomba : basta pensare all'a. del Lete (donde la parola letargo) che dà il sonno dell'oblio all'ingresso dell'Ade. La collocazione degli inferi (dove non mancano né fiumi né laghi), situati in luoghi lontani a cui si arriva a mezzo di barche, può essere stata suggerita dall'esperienza della navigazione primitiva sui fiumi oltre il limite dell'orizzonte o sul mare sconfinato. Nicola Turchi
3. A. sANTA. - È il sacramentale (v.) più comune della liturgia cattolica. Mosè (Num. 19, 9-18) la prescrisse mescolata alle ceneri della combustione del sacrificio pro peccato, per mondare chi era tocco dalle impurità legali. Fissato il culto a Gerusalemme, l'a. della fontana di Siloe serviva per gli usi sacri del Tempio.
Quanto all'uso liturgico cristiano, occorre distinguere fra l'a. che oggid serve esclusivamente per conferire il battesimo, preparata alla vigilia di Pasqua e di Pentecoste con l'infusione dell'olio dei catecumeni e del crisma (a. battesimale), e l'a. semplicemente benedetta (a. santa), di cui si serve comunemente la Chiesa, confezionandola con una miscela di sale mentre si recitano apposite preghiere. Questa mescolanza di sale, simbolo d'incorruttibilità, è stata ispirata, non tanto dal fatto biblico di Eliseo profeta (II Reg., 2, 20-21) che sanò col sale le a. di Gerico, quanto dalla diffusa credenza che il sale fosse dotato d'una virtù repulsiva contro i demoni (A. Franz, I, p. 133).
La preparazione dell'a. santa, giusta le prescrizioni del rituale romano, comporta: a) un esorcismo sul sale e sull'a. per purificarli da ogni influenza impura o nociva; 6) una benedizione su entrambi, perché il sale "sia a tutti quanti ne gusteranno salute per l'anima e pel corpo" e l'a. "riceva la virtù della grazia divina di scacciare i demoni, di guarire le malattie, così che qualsiasi cosa nelle case e nei luoghi dei fedeli sarà stata aspersa con questa a., sia preservata da ogni sozzura e liberata da ogni male».
Le attuali formole erano già contenute nei libri liturgici alla fine del sec. viI (Sacram. gelosiano, III, 73-76; L. Muratori, Lit. Rom. Vat., I, 738-40), salvo quella della miscela (v Commixtio, ecc. v) introdotta dopo il sec. Ix.
L'uso dell'a. santa si trova attestato in Oriente fin dal sec. III, però la Chiesa greca nel benedirla escluse sempre il sale. In Occidente la sua esistenza non risulta in modo certo prima del sec. vi, epoca della più antica
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redazione del Liber Pontificalis. Questi ne attribuisce l'istituzione a un decreto di Alessandro I (105-1067): «Hic constituit aquam sparsionis cum sale benedici in habitaculis hominum * (Lib. Pont., ed. L. Duchesne, I, 127). Il decreto è certamente apocrifo. E difficile credere che la Chiesa si sia appropriata nel sec. II un uso pagano cosi caratteristico, nel quale Tertulliano e altri Padri scorgevano della magia. Ma più tardi, quando il cristianesimo si era ormai imposto alle masse, potè consentire che venisse santificato, come tanti altri, anche l'uso in sé innocuo dell'a. lustrale. Comunque, l'a. santa fu dapprima benedetta nelle case per la loro purificazione; in seguito il rito si compi nelle chiese per scopi analoghi. Ad es., papa Vigilio nel 538 la suppone come elemento necessario per consacrare una nuova chiesa. Il VII Ordine romano della stessa epoca (cf. M. Andrieu, Les Ordines rom., I: Les Manuscrits, I,ovonio 1931, p. 168) permette che al sabato santo i fedeli prelevino dal fonte battesimale l'a. stessa, consacrata col crisma, per spargerla nelle case e nei campi. Più tardi ciò fu espressamente vietato; e si consentì soltanto di attingerne prima che il sacerdote vi avesse infuso il crisma, come prescrive tuttora la rubrica del messale romano. La Chiesa latina fa tuttora uso larghissimo dell'a. santa specialmente negli esorcismi e nella benedizione di persone e di cose. Il suo impiego è regolato dalle norme indicate nel rituale romano. Una solenne benedizione dell'a., in memoria del battesimo di Gesù, viene fatta nel giorno dell'Epifania ( 8 genn.) dalla Chiesa greca. Per il passato veniva altresi compiuta presso molte chiese latine nell'Italia meridionale, nella Magna Grecia, nel litorale veneto, ad Aquileia e a Roma stessa (cf. C. Respighi, La bened. sol. dell'a. nell'Epifania, in Rass. Greg., 10 [1911], p. 54). In genere il formolario adottato per questa funzione nella maggior parte delle chiese suddette non aveva niente in comune con il testo ufficiale della Chiesa bizantina. Il Wilmart (in Rev. Bénéd., 29 [1912], p. 29) che ne ha pubblicato un'antica recensione (secc. Ix-x ad uso, a quanto sembra, d'una chiesa italiana), fa notare la caratteristica epiclesi in essa contenuta: "Tu Jordanis aquas sanctificasti hodie, e coelo mittens Spiritum tuum Sanctum... Tu ergo, piosime Rex, adesto nunc per adversum Sancti tui Spiritus et sanctifica aquam istam». La benedizione si conchiudeva col Te Deum.
Un'a. santa particolare, confezionata con sale, vino e cenere, è prescritta dal Pontificale romano per aspergere con un ramoscello d'issopo i muri esterni ed interni di una chiesa nel solenne rito della consacrazione. Tale a. nei rituali dopo il rooo viene chiamata gregoriana, forse perché vi allude s. Gregorio nella sua famosa lettera a s. Agostino di Canterbury: Aqua benedicta fiat, et in eisdem fanis aspergatur (Epist., IX, 71). Ma s. Gregorio non dichiara quali elementi entrassero a formarla. Il Sacramentario gelasiano (I, 78; cf. L. Muratori, Lit. Rom. Vetus, I, 610) per la dedicazione di una nuova chiesa contiene una formola di benedizione della miscela d'a. col vino; ma tace affatto degli altri due elementi, sale e cenere. Tutti e tre invece compaiono nell'uso liturgico nell'Ordo dedicationis ecclesiae pubblicato da G. Bianchini (Anast. Bibliot. Opera, t. III) secondo un codice della Bibl. Capitolare di Verona scritto nell'830 ca. Esso rappresenta il puro rito romano. La benedizione dell'a. gregoriana è riservata al vescovo.
Bus.: A. Gastoué, L'eau bénite, Parigi 1908; A. Franz, Die kirchlichen Benediktionen im Mittelalter, Friburgo 1909, pp. 43-220; Pio Alfonso, La benedizione dell'a., in Riv. liturgica, I (1914-15), pp. 287-97.
Mario Righetti
4. A. salutar. - Una vecchia interpretazione medica, seguita ancora da molti storici della medicina, vede nei riti lustrali altrettanti precetti d'igiene, volati dalla religione, mentre di fatto essi debbono essere considerati come atti rituali, aventi lo scopo di fare riacquistare il perduto stato di purezza.
Perciò molte volte essi coincidono con precetti oggi definiti igienici. L'a., in questi riti, ha il compito princi-
pale: si ricordino i bagni nei fiumi, nelle sorgenti, che si riscontrano in tutte le civiltà ed in tutte le religioni. Una sorgente doveva esistere negli asclepiei; era l'a. sacra al dio, condizione essenziale per la guarigione. Numerosissime edicole, tempietti, are votive ecc. erano costruite presso fonti sorgive, specialmente di a. minerali, dotate di particolari virtù tempestiche. E questo il punto di passaggio tra il riconoscimento delle virtù naturali dell'a. e la sua sacralizzazione.
Intervenuto il cristianesimo, il culto delle a. salutari non potd essere divelto dalla mentalità della massa, che continuò sempre ad accorrere a determinate sorgenti e fontane, o ad usare, a scopo curativo, questa o quell'a. santificata un tempo da questo o quel nume. Non riuscendosi a togliere tale uso, fu mutata la ragione primitiva del suo benefico effetto; alle antiche a. salutari venne attribuito un nuovo potere dalla vicinanza di corpi di martiri, da fatti miracolosi ad esse connessi, ecc.
Bibs.: M. Nieck, Die Bedeutung des Wassers im Kult und Leben der Alten, Lipsia 1921.
Adalberto Pazzini
ACQUADERNI, GidvanNI. - Fondatore e primo presidente della Società della Gioventù Cattolica Italiana (v.), n. a Castel S. Pietro (Emilia) il 3 marzo 1838, m. a Bologna il 16 febbr. 1922. Ad un anno di distanza dallo scioglimento della "Associazione cattolica italiana per la libertà della Chiesa in Italia", oggetto di una violenta reazione anticlericale, l'A. lanciò con Mario Fani (v.) la nuova Società il 19 giugno 1867 col fine della «difesa della società cristiana e col motto: Preghiera-azione-sacrificio.
Nel 1871 l'opera aveva già tale sviluppo che egli pensò di farne il centro promotore di una mobilitazione di tutte le forze cattoliche e ne sorse l'Opera dei Congressi (v.) che nel 1874 tenne la prima assise a Milano, e continuò per quasi un trentennio a raccogliere, mediante i comitati regionali, diocesani e parrocchiali, sotto la direzione di un comitato generale, tutti i volenterosi del laicato italiano cattolico. Fu un ideatore ed animatore di sempre nuove e varie iniziative, come l'Obolo di s. Pietro, l'esposizione per il giubileo di Leone XIII (1888), il giornale L'Abvenire d'Italia, la banca Il Credito Romagnolo.
Bibs.: P. Pericoli, Mesto anniversario, in Gioventù italica, 1923, nn. 2, 3, 4: N. Fabrizi, Il Conto G. d., Roma 1944: G. Carolin, Storia della Gioventù Cattolica, ivi 1947.
Luigi Cardini
ACQUAFORTE. - (Dal nome medievale dell'acido nitrico aqua fortis). Stampa ottenuta mediante una lastra di rame in cui i solchi che ricevono l'inchiostro sono scavati dall'azione di un acido e non direttamente dal bulino come nella puntasecca (v.). La lastra viene ricoperta con uno strato di cera mescolato a resina e poi annerita col nerufumo; con una punta sottile vi si incide il soggetto in modo da intaccare leggermente il rame e si immerge poi la lastra in una soluzione di acido nitrico (l'a. degli alchimisti), che morderà solo le parti scoperte del rame scavandovi solchi più o meno profondi. Tolta la vernice, la lastra è pronta per l'inchiostrazione e per la stampa mediante torchio. Le prime prove di stampa si chiamano «avanti lettera». Lo zinco è più facile a trattare del rame, ma di minore resistenza alla tiratura. Con più lastre variamente inchiostrate si possono ottenere a. a colori. Le stampe vengono di solito firmate a matita.
L'a. non ha il rigore formale e la precisa nitidezza dell'incisione al bulino; consente però maggiore rapidità, migliore freschezza e offre più ricca gamma di chiaroscuri. Per queste ragioni il bulino appare preferibile per stampe di genere classico e per precise riproduzioni.
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(prapr. B. Degeahart)
Acquaforte - Stato iniziale dell'incisione in un rame di A. van Dyck, copia da un ritratto di Erasmo da Rotterdam.
Sorta ad altissima dignità col Rembrandt, di cui sono celebri e ricercatissime le superbe stampe di soggetto biblico, fu coltivata da Salvator Rosa per gruppi di briganti e di soldati, dal Callot per piccole scene di guerre e di fiere, dal Berghem per soggetti pastorali, dal Tiepolo per estasi di santi, dal Goya per crude documentazioni di guerre e corride, dal Piranesi per romantiche visioni di classiche rovine.
Per favorire l'a. e in genere tutti i tipi di incisione, il papa Clemente XII istitu1 nel 1738 la Calcografia camerale acquistando tutti i rami della famiglia De Rossi. Se l'impiego dell'a. nel campo dell'arte sacra è limitato a quadri della Via Crucis, cartegloris, immagini del crocefisso per confessionali, ecc., vastissima è stata e può ancora essere la sua applicazione nel campo delle immagini di devozione. - Vedi Tav. XVIII.
Brbl.: F. Melis-Marini, L'acquaforte, Milano 1916; J. Laver, A history of british and American etching, Londra 1929; L. Bartolini, Acqueforti, in Quadrivio, 11 (1937-38); A. C. Coppier, Acqueforti di Rembrandt, Novara 1941. Corrado Mezzana
ACQUAPENDENTE, diocesi di. - Nel Lazio, in provincia di Viterbo, situata nella parte nordorientale della regione. Confina con l'Umbria e la Toscana, ed ha una superfice di 464 kmq . con una popolazione di 22.514 ab., ripartiti in 14 parrocchie, con 29 sacerdoti secolari, 11 regolari, 12 congregazioni religiose femminili e 4 comunità religiose maschili. Ha il seminario minore in A., quello maggiore, comune anche alle altre diocesi dell'alto Lazio, alla Quercia presso Viterbo.
A. corrisponde molto probabilmente all'antica A c u la, detta anche Aquesium, Aquae Taurinae e nel medioevo Aquapendent, dalla collina ove è situata e da cui
discende il torrente Quintaluna che poi si getta nel Paglia, affluente del Tevere. La città è ricordata nella donazione della contessa Matilde alla S. Sede all'inizio del sec. xir; in seguito si eresse a comune, finché nel sec. xv venne definitivamente a far parte dello Stato Pontificio.
P. P. Biondi, che scriveva nel 1588 , ci dice che dal 1102 A. apparteneva alla diocesi di Orvieto; ma quando nel 1649 fu assassinato Cristoforo Ciarda, vescovo di Castro, Innocenzo X fece radere al suolo questa sede vescovile e costituì A. capoluogo di una nuova diocesi della quale con bolla In supremo, il 13 sett. dello stesso anno, determinò i confini. Per chiesa cattedrale fu scelta quella dell'antico monastero benedettino del S. Sepolcro che, ad eccezione della bella cripta romanica, fu completamente rimaneggiata nel sec. xviri in forme barocche. Rovinata dalle azioni belliche nel 1944, è, attualmente, sottoposta a restauro che la farà tornare alle sue forme primitive.
A. è diocesi immediatamente soggetta alla S. Sede.
Brbl.: P. P. Biondi, Istoria di A. (scono 1588), edita da M. Armellini, in Cronachetta mensuale di archeologia e di scienza naturali, 23 (1889), pp. 181-87 e 24 (1899), pp. 12-122; Uphalli, I, coll. 583-84; Cappellerri, V, pp. 549-81; N. Costantini, Memorie storiche di A., Roma 1903. Benedetto Pesci
Fatto d'armi di A. - A. deve anche essere ricordata per lo scontro di cui fu teatro, nell'autunno del 1867 , fra ca. 200 garibaldini, che vi iniziarono il 30 sett. la guerriglia di invasione del Patrimonio di S. Pietro, conclusasi il 3 nov. seguente a Mentana, e 30 gendarmi pontifici della stazione locale. Questi ultimi, asseragliatisi nella caserma, dopo due ore di lotta vivace furono costretti ad arrendersi per l'incendio del tetto dell'edificio. Il giorno dopo, 1^{°} ott., un rinforzo di 230 fra zuavi e soldati di linea agli ordini del colonnello Achille Azzanesi attaccava a sua volta i garibaldini sulla strada di S. Lorenzo e, fatti una quarantina di prigionieri, li respingeva oltre confine.
Brbl.: Lombard-Martin, Précis historique sur l'insurrection romaine, Parigi 1868; P. Mencacci, La mano di Dio nell'ultima invasione contro Roma, Roma 1868; F. Cavallotti, Storia dell'insurrezione di Roma nel 1865, Milano 1869; G. G. Franco, I crociati di s. Pietra, I, Roma 1869-70; F. Gregorovius, Passaggiate per l'Italia, Roma 1907; G. Badii, s. v. in Dic. del Ris. Nav., I, Milano 1931, p. 2; P. Dalla Torre, L'Anno di Mentana, Torino 1938
Paolo Dalla Torre
AcQUARIANI. - Eretici apparsi nel sec. it, i quali al vino sostituivano l'acqua nella celebrazione dell'Eucaristia. Quest'uso era comune tra gli ebioniti ed i seguaci di Marcione e di Taziano. Pochi cattolici vi aderirono. Insorsero contro questo abuso Clemente d'Alessandria (Strom., I, 19) e s. Cipriano (Epist., LXIII).
Gli a. nel sec. iv si accostarono ai manichei, che con-

(propr. B. Degeahart)
Acquaforte - Passaggio di Adriano van Ostade (sec. xviri).
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(fol. Alioneti)
Acquasantiera - A. attribuita a Giovanni Pisano (fine sec. xili). Pistoia. Chiesa di S. Giovanni Fuorcivitas.
sideravano il vino come un veleno somministrato dal principe delle tenebre. Furono perciò condannati assieme ad essi dall'imperatore Teodocio I (Codex Theod., XVI, tit. V). Per contrasto, gli Armeni caddero nell'errore opporlo: soppressero totalmente l'uso dell'acqua nella Messa e si attirarono la condanna del Concilio «in Trullo» nel 692 (can. 32), in cui fu dichiarato deposto chiunque al vino non mescolasse acqua per la consacrazione.
Bibl.: J. Hardouin, Acta Concil., III, Parigi 1713. pp. 1172-73; G. Bareille, s. v. in DThC., I, col. 1724; P. Battifol, s. v. in DACL. I, coll. 2648-54. Antonio Giamboni
ACQUASANTIERA. - E il vaso destinato a contenere l'acqua santa. Quando è collocata vicino alle porte d'ingresso nelle chiese, ha generalmente forma di conca o di vasca, sorretta da un tronco e fissata stabilmente al suolo. Di regola è scolpita in pietra o in marmo, e talora, nelle chiese maggiori, assume forme artistiche e monumentali. Se invece serve a portare l'acqua benedetta qua e là secondo il bisogno, è costituita da un secchio metallico munito di maniglia. L'acqua viene poi spruzzata sulle persone o cose da benedire mediante uno strumento detto aspersorio.
L'a. nelle chiese non è, come taluni vollero, il succedaneo del cantharus (v. cantaro) o fontana, che in antico stava nel mezzo dell'atrio basilicale, e dove i fedeli, a scopo di purificazione interiore, si lavavano le mani ed il vino con acqua non benedetta, prima di entrare nel tempio per la preghiera.
Essa invece nacque dal desiderio di dar modo a coloro
che non avevano potuto assistere all'aspersione domenicale, di segnarsi con l'acqua benedetta e di prenderne per loro private devozioni. L'uso infatti dell'a. nelle chiese non è anteriore al sec. x, ed è quindi di poco posteriore all'introduzione della solenne aspersione domenicale. Intorno a questa stessa epoca, l'epistola sinodica che va sotto il nome di Leone IV (PL. 96, 1376) dispone che ogni retore di chiesa debba avere un vaso apposito per conservare l'acqua santa. Di queste a. portatili abbiamo un magnifico saggio nel seechiello d'avorio dell'arcivescovo Gottofredo (sec. x), conservato nel tesoro del duomo di Milano. Parecchi vasi antichi in metallo o in legno, recanti emblemi od iscrizioni cristiane, non possono dirsi a. in senso proprio, giacché ebbero lo scopo di conservare l'acqua particolarmente santificata per servire al battesimo. Tali la cosiddetta «secchia di Tunisi - ed altri vasi congeneri, di cui si può vedere l'elenco e l'illustrazione in DACL, I, col. 738 sgg . I sinodi diocesani raccomandano che le a. siano mantenute ben pulite e che l'acqua benedetta vi sia rinnovata frequentemente, almeno ogni settimana, ed anche più spesso. Quanto ai metodi per assicurare la necessaria disinfezione delle a., v. lo studio di A. Gemelli, Il problema igienico nelle Chiese, in Scuola Cattolica, I (1908), pp. 375 sgg.
Arte. - Varie sono le forme delle a. nel succedersi dei secoli. Taluni esemplari bizantineggianti, come quelle del duomo di Torcello e del duomo di Atri, hanno la vaschetta ornata di animali rampanti. Lo stelo delle a. perdette spesso, nell'età gotica, la sua semplicità architettonica per animarsi di figure, come in quella di S. Giovanni Fuorcivitas a Pistoia attribuita a Giovanni Pisano.
Nel Rinascimento ritorna la semplicità architettonica del sostegno, variamente arricchito con frutti e ghirlande, come in quella del duomo di Lucca dovuta a M. Civitali e nell'altra ancor più ricca di A. Federighi nel duomo di Siena.
Un bell'esemplare cinquecentesco è quello del duo-

(fol. Alioneti)
Acquasantiera - A. di Matteo Civitali ( 2ᵃ metà sec. xv). Lucca, Cattedrale.
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(propr. B. Begerhart)
Acquatinta - Testa di S. Giovanni Battista di T. G. Fürstenberg (sec. xvir).
mo d'Orvieto, dove già appaiono le tendenze pittoriche che prevarranno nell'età barocca fino a comporre, come in quelle di S. Pietro in Vaticano, un monumentale complesso di vasca, angeli e drappi agitati da una dinamica interna, resa ancor più fastosa dalla policromia. In generale però le a. mantengono una forma molto semplice che riduce al minimo le caratteristiche dello stile; perciò nell'architettura moderna, accanto ad alcuni esemplari a goccia, ve ne sono altri legati essenzialmente alla loro funzione e risolti con uno studio accurato delle proporzioni.
Esemplari minuscoli, che variamente ripetono forme stilistiche proprie delle arti minori e fanno parte degli accessori d'arredamento, sono destinati ad uso privato. - Vedi Tavv. XIX-XX.
Bias.: A. Venturi, Storia dell' Arte Italiana, 11 vall., Milano 1901-20, passim; C. Ricci, Architettura barocca in Italia, Milano 1925; P. Toesca, Storia dell' Arte Italiana, I, Torino 1927; E. Roulin, Vos églises, Parigi 1938.
ACQUATINTA. - Sistema di incisione che, da solo o associato all'acquaforte (v.) o alla puntasecca (v.), ottiene diverse gradazioni di chiaroscuro molto simili a quelle dell'acquarello (v.) e dei disegni a matita e a carbone, intaccando uniformemente le zone volute della lastra di rame con l'azione della polvere di zolfo. La buona granitura è oggi comunemente ottenuta soffiando sulla lastra, prima dell'immersione nell'acido, polvere finissima di resina; ma taluni usano verniciare la lastra, spruzzarvi del sale fino, e poi lavare in modo che la vernice resti tutta bucherellata. L'acciaiatura della lastra incisa ne garantisce una più lunga durata, ma ne sciupa la morbidezza.
Questo sistema, assai coltivato in Irlanda e in Inghilterra nel sec. xvir, si presta assai bene alla riproduzione di dipinti, di cui può rendere tutte le morbidezze. Non ha avuto frequenti applicazioni nel campo dell'arte sacra.
Bias.: Modern Etchings, Mezzoitots and Dry-Points (numero speciale di The Studio), Londra 1913; O. Schmitt, Arguatinta
blütter nach Cuspar David Friedrich., in Zeitschrift des deutschen Vereins für Kunstsä̈zenschafi, 3 (1936), pp. 421-23.
Corrado Mezzana
ACQUAVIVA, Claudio. - Quinto generale della Compagnia di Gesù, n. ad Atri il 4 sett. 1543, dalla famiglia dei duchi A. Nel 1567 , a 24 anni, mentre era camericere segreto di Pio V, rinunziando ad una carriera cominciata con brillanti auspici, si fece gesuita. Le sue doti attirarono l'attenzione dei superiori che ben presto lo proposero al governo delle province di Napoli e di Roma, finché nel febbr. 1581, a soli 38 anni di età, fu assunto al generalato che tenne per 34 anni, fino alla morte, avvenuta nel 1615 . Un così lungo governo fece epoca nella storia dell'Ordine che vide più che raddoppiati i suoi membri (da 5000 a oltre 13.000 ), le province da zo salite a 32 e i collegi da 144 a 372 . Affrontando risolutamente i problemi che nascevano dall'espansione stessa della Compagnia, l'A. completò l'opera dei predecessori, codificando regole per diversi uffici, promulgando una serie di «ordinazioni - e mantenendo vigorosamente il genuino spirito ignaziano con frequenti esortazioni a tutto l'Ordine. Degne di particolare menzione, per la loro fine e paterna psicologia, sono le sue Industriee pro Superioribus, ad curandos varios animi morbos, Firenze 1600 .
Promosse l'uso degli esercizi spirituali, e a lui principalmente si deve la redazione del Directorium, guida per i direttori dei medesimi (dopo saggi privati, ed. provvisoria inviata in esame alle province, 1591; ed. definitiva, Firenze 1599). Diede grande impulso alle missioni tra gli eretici e gli infedeli, destinandovi gruppi di padri. Con l'attività missionaria l'A. promosse e diresse pure quella scientifica e scolastica, conchiudendo e promulgando (1599) la celebre Ratio studiorum (edd. provvisorie o di prova nel 1586 e nel 1591; ed. definitiva, Napoli 1599). L'A. esercitò un influsso molto efficace sulla rigogliosa produzione dei grandi teologi gesuiti post-
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tridentini, come sulla costituzione d'una letteratura spirituale propria nella Compagnia. Fu lui pure a dare la spinta (1598) alla preparazione della storia generale della Compagnia (il 1^{°} tomo, per l'Orlandini, usci nel 1614) ed alla compilazione delle celebri lettere annue (anno 1583 sgg .). Seppe poi difendere con grande abilità gli scrittori dell'Ordine impegnati in varie controversie; notevole anzitutto la sua opera in difesa della posizione presa dagli autori della Compagnia nelle questioni della grazia (discussioni sulle opere del Molina e poi del Lessio, Congregazioni de Auxilín, 1602-1607).
Ma dove l'A. grandeggia, è nella difesa dell'istituto o della Compagnia contro gli assalti interni ed esterni. Gruppi piccoli, ma turbolenti di religiosi malcontenti, principalmente spagnoli, tentarono a più riprese d'introdurre nella Compagnia cambiamenti in senso decentralizzante o nazionalistico, circonvenendo all'uopo il re di Spagna e lo stesso Pontefice; ma la quinta Congregazione generale, convocata d'ordine di Clemente VIII per giudicare la condotta dell'A., non poté che riconoscerne la saggezza (1593-94). Penoso era pure stato il contrasto con Sisto V, che avrebbe cambiato il nome ed alcune costituzioni della Compagnia, se non fosse stato prevenuto dalla morte (1590). Si tentò varie volte di disfarsi del generale, facendolo promuovere all'arcivescovato di Napoli (1590), o inviare in Spagna (1596). Queste lotte misero in luce nell'A. un gran dono di prudenza ed una straordinaria serenità.
Il generalato dell'A. è inoltre illustrato dalle insigni opere di numerosi gesuiti, allora viventi, ed ora elevati agli onori degli altari; ricordiamo Luigi Gonzaga, Pietro Canisio, Roberto Bellarmino, Bernardino Realino, il fratello coadiutore Alfonso Rodriguez, i cinque martiri dell'isola di Salsete, fra cui un parente dell'A. (1583), i tre martiri gesuiti giapponesi (1597), e la folta schiera delle vittime dello scisma inglese ( 1581 e sgg.).
Bibl.: Non esiste una biografia dell'A., ma ne trattano affrivamente tutte le storie della Compagnia. Vedi specialmente: Historiae Soc. Iesu, paes V iive Claudios, I (dal Sacchini), Roma 1661: II (dal Jouvancy), Roma 1710; A. Astruin, Historia de la Comp. de fersis en la asistencia de España, III-IV, Madrid 1910-13; E. Rosa, I Gesuiti. Cenni storici, ²² ed., Roma 1930; Sommersagel, I, coll. 480-91; VIII, col. 1669; C. Schlessinger, Jesuitenporträts, Ratisbona s. a., pp. 35-81; E. Rivière, Acquaviva in DHG, I, coll. 334-38; P. Duden, Aquaviva, in DSp, I, coll. 829-34; J. de Guibert, Le généralat de Claude Aquaviva. Sa place dans l'histoire de la spiritualité de la Cempagnia de Jésus, in Architam historicum Soc. Iesu, 10 (1934), pp. 60-93. - Per il cognome - Acquaviva e non - Aquaviva e la famiglia, cf. V. Siperti, Enciclopedia storico-nobiliare italiana, I, Milano 1928, pp. 312-13. Edmondo Lamalle
ACQUAVIVA, diOCESI di. - Nel sinodo romano del 465 e nei seguenti fino al 502 compaiono rispettivamente due vescovi, Paolo e Benigno, col titolo di A.
F. Ughelli scriveva, nel sec. xvir, che alcuni collocavano allora quella sede vescovile nella Campania, altri invece nelle Puglie e altri ancora nell'Etruria romana. All'opinione di questi ultimi sottoscrisse l'Ughelli, mentre in tempi più vicini ai nostri T. Mommsen non seppe deciderci tra l'Etruria e le Puglie. L. Duchesne tiene per l'Etruria, ma rimane con qualche incertezza, mentre De Vit non esita ad abbracciare l'opinione dell'Ughelli, come ha fatto recentemente F. Lanzoni, quando J. Fraikin partecipava ancora per le Puglie.
A. nell'Etruria era una «mutatio» (stazione) della via Flaminia, non lontana da Civita Castellana, ad oriente del Soratte. Il suo territorio ecclesiastico doveva estendersi lungo la via consolare, in direzione della diocesi di Roma. E probabile che gli antichi cimiteri cristiani di Rignano e Morlupo, nella regione dei Capenati, appartenessero alla diocesi di A., che dopo il 502 scomparve. Il suo territorio fu probabilmente annesso alla diocesi di Porto.
Bibl.: Ughelli, X, col. 15; V. De Vit, Ouomonticou, I, Prato 1849, p. 398; L. Duchesne, Le sedi episcopali dell'antico ducato di Roma, in Archivio della R. Soc. Rom. di Etruria Patria, 15 (1892), pp. 491-92; Th. Mommsen, Cursiudorii Variae, in MGH, Anctores antiquiss., XII, p. 503; J. Fraikin, s. v. in DHG, I, coll. 383-84; Lanzoni, pp. 316-19; E. Martinori, Via Flaminia, Roma 1029, pp. 74-78. Benedetto Pesci
ACQUAVIVA, FRANCESCO. - Cardinale, n. a Napoli nel 1665 , m. a Roma nel 1725 . Nel 1689 fu nominato da Innocenzo XI vicelegato a Ferrara e in seguito inquisitore a Malta. Sotto Innocenzo XII divenne primo maestro di camera e quindi, poco prima che scoppiasse la guerra di successione, nunzio presso la corte spagnola. Appoggiò il partito di Filippo V e, per supplire alle spese della guerra, sacrificò la sua argenteria che mandò alla zecca a coniare. Il 17 maggio 1706 fu eletto da Clemente XI cardinale del titolo di S. Bartolomeo all'Isola, cambiato più tardi in quello di S. Cecilia, la cui chiesa fu da lui restaurata. Filippo V lo nominò ministro e protettore del regno di Spagna presso la S. Sede. Fu sepolto nella chiesa di S. Cecilia.
Bibl.: Pastor, XV, pp. 103-771, passim; P. Richard, s. v. in DHG, I, coll. 358-39. Emma Santovito
ACQUAVIVA, Giulio. - Cardinale, figlio di Giovanni Giacomo, decimo duca d'Atri, fratello del cardinale Ottavio, di Orazio vescovo e di Rodolfo gesuita e martire; n. nel 1546 , m. a Roma il 21 luglio 1574. Fu, quale referendario del Papa, mandato in Spagna nel 1568 per porgere le condoglianze a Filippo II in occasione della morte della regina. Venne creato cardinale il 9 maggio 1570 . Di vita intemerata, fu molto rimpianto alla sua morte.
Bibl.: Eubel, p. 44; Pastor, VIII, pp. 116-295.
Giovanni Meseguer
ACQUAVIVA, Marcello. - N. nel 1531 da nobile famiglia napoletana, m. in S. Omero negli Abruzzi il 18 marzo 1617. Fu creato arcivescovo di Orranto da Sisto V il 25 febbr. del 1586. Fu inviato come nunzio prima presso la repubblica di Venezia e poi, nel 1590, presso i duchi di Savoia che tentò di far riconciliare con Enrico IV. Nel 1595 fu mandato da Clemente VIII a Bologna in qualità di governatore e vicelegato, ma ottenne di essere esonerato da tale carica appena quattro mesi dopo.
Bibl.: P. Litta, Famiglie celebri italiane, I, Milano 1819; L. Maggiulli, Ottavio, Lesce 1893, pp. 233-34; H. Blauder, Les nonciatures apost. permanentes, Helsinki 1910, p. 251, indice. Emma Santovito
ACQUAVIVA, OTtavio, senior. - Cardinale n. a Napoli nel 1560 , m. ivi nel 1612. Chiamato a Roma da Sisto V, fu nominato, nel 1589, vicelegato del Patrimonio. Maggiordomo di Gregorio XIII, fu da questi, il 16 marzo 1591, creato cardinale e destinato legato della Campania. Con le stesse mansioni lo inviò Clemente VIII, nell'ott. 1593, ad Avignone, ove riorganizzò la giustizia ed incontrò non poche difficoltà da parte dei protestanti.
Nel periodo della sua delegazione avvenne la conversione di Enrico IV. Tornato, nel 1597, in Roma, ebbe accoglienze solenni dalla popolazione e fu nominato, nel 1603, da Leone XI, arcivescovo di Napoli. Pastore zelante e caritatevole, si distinse particolarmente nel tempo della carestia; soccorse premurosamente i poveri, dotò il Monte di Pietà, ampliò le rendite del capitolo ed eresse due conventi per i frati minori. Lasciò varie opere monoscritte, tra le quali una sulla Summa di s. Tommaso.
Bibl.: L. Cardella, Memorie storiche de' cardinali, V, Roma 1733, pp. 317-20; Pastor, XI pp. 9-765, passim; P. Richard, s. v. in DHG, I, col. 360 . Mario De Camillis
ACQUAVIVA, OTtavio, junior. - Cardinale, n. a Napoli nel 1608, m. a Roma nel 1674. Governatore di Jesi (1638), Orvieto (1642) ed Ancona (1643), difese queste due ultime città contro gli attacchi dei Farnesi durante la guerra di Castro.
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Chiamato a Roma da Innocenso XI, fu nominato segretario della Congregazione delle Acque finché tornó al governo amministrativo prima del Patrimonio e poi di Castro. Elevato alla porpora nel marzo 1654 col titolo di S. Bartolomeo all'Isola, che mutò poi in quello di S. Cecilia, fu ben presto destinato a reggere la legazione di Bologna e vi rimase fino al 1658 . In questa città ricevette, nel 1655 , Cristina di Svezia in viaggio per Roma.
Bial.: Pastor, XIV, i, pp. 145, 313; P. Richard, s. v. in DHG, I, col. 360 .
Mario De Camillis
ACQUAVIVA, Rodolfo, beato. - Missionario e
martire gesuita, n .
ad Atri il 2 ott. 1550 , figlio del duca di Atri Giangirolamo, nipote di Claudio Acquaviva, quinto generale della Compagnia di Gesù. Dovette vincere l'opposizione della famiglia per entrare nel 1568 nel noviziato di Roma, dove ebbe compagno s. Stanislao Kostka. Ottenute le missioni, partì da Roma nel 1577, ricevendo a Lisbona l'ordinazione sacerdotale, e sbarcò a Goa nel nov. 1578. Alla fine dell'anno seguente, era messo alla testa della piccola missione inviata alla corte del «Gran Mogor» Akbar a Fatehpur Krisi. Vi rimase tre anni, anche quando il suo compagno Antonio Monserrate tornò a Goa; imparò il persiano e si guadagnò con l'austerità della vita e la sua ardente convinzione la benevolenza del sovrano, ma non poté vincere l'opposizione dei musulmani né fare conversioni.

(fei. Arch. Mus. Gall. Vaticani)
Acquerello - Deposizione, dalla - Via Crucis - di F. Overbeck. Roma, Cappella del Palazzo Lateranense.
La sua missione ha pure importanza per l'introduzione alla corte dei sultani indiani dell'arte europea (pitture italiane ed incisioni fiamminghe, che vennero imitate dai pittori di corte). Di ritorno a Goa nel febbr. 1583, l'A. fu nominato superiore della missione nell'isola di Salsete, presso Goa. Ma dopo appena una settimana, fu ucciso a Cuncolim (27 luglio 1583) con i compagni padri Alfonso Pacheco, spagitolo, e Pietro Berno, di Ascona del Ticino, Antonio Francisco e fr. Francesco Aranha portoghesi. Fu beatificato con essi da Leone XIII nel 1893.
Bial.: D. Bartoli, Missione al Gran Mogor del padre R. A., suo vita e morte, Roma 1663 (moltissimo ristampe anche ai giorni nostri); N. Angelini, Istoria della vita e della morte dei beati R. A..., Roma 1893; F. Goldie, First Christian Mission to the Great Mogul, Dublino 1897; E. Riviére, s. v. in DHG, I, coll. 360-61; The Commentary of Father Monserrate on his journey
to the Court of Akbar, ed. J. S. Hoyland e S. N. Banerjee, Calcutta 1922; E. Maclagan, The Jesuits and the Great Mogul, Londra 1932.
Edmondo Lamalle
ACQUAVIVA, Troiano. - Cardinale n. a Napoli il 24 genn. 1696, m. a Roma il 24 marzo 1747. Nominato da Clemente XI vicelegato di Bologna e da Innocenzo XIII governatore di Ancona, fu chiamato da Benedetto XIII all'ufficio di maestro di camera. Divenuto maggiordomo, fu eletto arcivescovo titolare di Larissa e, creato cardinale nel 1732 da Clemente XII, legò il suo nome al titolo assegnatoglidi S. Cecilia, compiendovi restauri poco felici che alterarono le linee del tempio.
Ambasciatore di Spagna a Roma ed amicissimo di Carlo III, fu incaricato di affari del regno di Napoli presso la corte pontificia e si distinse per la forte propensione dimostrata verso le massime del Tanucci e per la stipulazione del concordato (1741), che sottometteva il clero alle imposte, garantendo al potere civile la preponderanza nelle nomine dei benefici. Dal 1739 alla morte fu arcivescovo di Monreale.
Bial.: Pastor, XV, pp. 665. 717; P. Richard, s. v. in DHG, I, coll. 362-63.
Mario De Camillis
ACQUEDOT-
TI, Vitale. - Monaco del monastero camaldolese di S . Apollinare in Classe. Lasciò un'opera manoscritta dal titolo De antiquitate Classitanae Urbis atque aedificatione Templi Raxennatis Commentarius o De aedificatione et mirabilibus aedis divi
apostolici Apollinaris in civitate olim Classensi, dedicato al card. Francesco Soderini nel 1511.
Bial.: F. Ginanni, Memorie storico-critiche degli scrittori ravennati, I, Fsenza 1750, p. 12; G. B. Mittarelli e A. Costadoni, Annales Camaldulensium, Venezia 1755-73: I, p. 25 e VII, p. 412 sg..
ACQUERELLO. - Modo di dipingere su fondo bianco o molto chiaro mediante colori trasparenti, preparati con gomma arabica e glicerina e sciolti con acqua, in modo che, senza ricorrere a biacche, i chiari siano dati dal fondo lasciato scoperto o leggermente velato. Taluni usano trarre fuori i bianchi più puri con l'uso del raschiatolo. E opportuno conservare gli a., dal momento che son quasi sempre di piccole dimensioni, sotto vetro e non lasciarli esposti ai raggi del sole (v. anche GUAZzO).
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Questa tecnica, che i Cinesi hanno adoperato sulla seta fino dal III sec. a. C., è stata praticata anche presso di noi soprattutto per schizzi e bozzetti o per colorire stampe e disegni. A cominciare dal sec. xvili, in Olanda, in Inghilterra, in Italia e altrove, è stata adoperata con sottili accorgimenti da artisti specializzati che hanno costituito società e organizzato mostre.
Ha limitata applicazione nel campo dell'arte sacra, cui può dare cartegloria, ex-voto, immaginette. L'Overbeck ha dipinto ad acquerello le stazioni di una Via Crucis. Vedi Tav. XXI.
Bibl.: C. Viguier, Nouveau manuel complet de miniature, de gouache, de lavis à la sépia, de l'aquarelle, et de peinture à la cire. Parigi 1845; H. M. Cundall, A History of British Watercolour painting, Londra 1929; S. Ricci, L'a. nella grande arte italiana, Milano s. a. Corrado Mazzana
ACQUE e STRADE, CONGREGAZIONE DELLE: v. Congregazioni Pontificie.
ACQUI, Diocesi di.- Città del Piemonte, sulla Bormida, affluente del Po, nell'alto Monferrato. E l'antica Aquae Statiellae, centro dei Liguri Statielli, sottomessi dai Romani verso il 163 a. C. Fu municipio romano compreso nella Regio IX e la sua posizione geografica contribuì a renderla in breve economicamente fiorente. Molti monumenti attestano il grado di civiltà raggiunto da A., fra i quali i ruderi di un grandioso acquedotto lungo 14 km ., che convogliava in città le acque dell'Erro. Dopo le invasioni dei Goti, A. fu, nel 568 , occupata dai Longobardi ed elevata a ducato, soggetto a quello più importante di Asti. Carlomagno le prepose, più tardi, come alle altre città, un conte. L'erezione del vescovato di Alessandria (1175), la cui estensione territoriale avvenne ai danni di A., fu causa di guerre tra le due città vicine ed A. fu spesso costretta a ricorrere all'aiuto del marchese di Monferrato e allo stesso Federico II che riusci, nel 1224, a far stipulare un trattato di pare tra le due contendenti. Saccheggiata da Carlo d'Angiò (1273), fu ripresa dai marchesi di Monferrato e, dopo alterne vicende e contese, rimase sotto la loro signoria. Nel 1533, spentosi l'ultimo marchese di Monferrato (Giangiorgio Paleologo), il marchesato passò ai Gonzaga di Mantova. Nel sec. xili fu ripetutamente occupata dagli Spagnoli e dai Francesi; nel 1746 passò a Carlo Emanuele III di Savoia. Devastata dalla peste nel 1630-31, subì altri danni all'epoca delle guerre napoleoniche.
A., famosa per le acque termali di cui è ricchissima, fa parte della provincia di Alessandria e conta 16.553 ab. Possiede bei palazzi, tra cui quello episcopale, del sec. xv; la cattedrale, iniziata dal vescovo Primo, è attribuita a s. Guido, che probabilmente la completò ed inaugurò nel 1067, dedicandola alla Vergine Assunta. Notevoli vicende ne hanno alterato la primitiva struttura lombardesca. Sul portale spicca la lunetta con bassorilievi di Antonio Pilacorta da Lugano, raffigurante l'Assunzione della Vergine. La parte absidale pone in evidenza il primitivo carattere romanico. Il campanile, in cotto, è del sec. xili.
La diocesi di A. fu istituita verso la fine del sec. Iv. Il primo vescovo che la tradizione ricordi è s. Maggiorino ed è probabile che la tradizione risponda alla realtà, perché il catalogo pontificale, compilato verso la fine del sec. xI, sembra degno di fede (F. Savio, pp. 9-16). L'epoca del suo pontificato è incerta; il suo corpo, sepolto dapprima in S. Pietro, fu poi trasportato nella Cattedrale, ove sono andate perdute le tracce del sepolcro. Un'iscrizione funebre dell'antica cattedrale (S. Pietro), dove venivano sepolti i vescovi, ricorda il nome di Ditario, m. nel 488. La serie sicura si inizia nel 680 con Valentino. La cattedrale fu dal vescovo Dudone trasferita dalla chiesa di S. Pietro extra muros, costruita dai re longobardi Ari-

(Gob. Folsar. Nec.)
Acqui - Esterno della chiesa di S. Pietro (sec. xil).
perto e Liutprando, a S. Maria. S. Pietro, bruciata dai Saraceni e ricostruita dal vescovo s. Guido, venne da lui concessa ai monaci benedettini, che vi ebbero un monastero fiorente fino al sec. xv. Potrono della città è s. Guido, vescovo dal 1034 al 1070, la cui festa viene celebrata la seconda domenica di luglio; il culto ab immemorabili venne approvato dalla S. Congregazione dei Riti nel 1853 . Figlio dei conti d'Acquesana, egli dotò la diocesi di beni ed arricchì la città di monumenti e di monasteri, tra i quali quello di S. Maria, presso la Cattedrale, per le religiose benedettine.
Suffraganea di Milano prima, e dal 1805 di Torino, la diocesi di A. conta 180.000 ab., dei quali 179.800 cattolici; comprende 90 comuni in provincia di Alessandria, 23 in quella di Genova, i in quella di Cuneo, 147 parrocchie, 267 sacerdoti diocesani, 46 regolari e 59 secolari.
Bibl.: Ughelli, IV, pp. 526-31; G. B. Moriondo, Monumenta Aquensia, 2 vall., Torico 1789-90; Rivista di storia, arte, archeologia della prov. di Alessandria, passim; G. Casala, Dizionario storico, statistico, commerciale degli Stati di S. M. il Re di Sardegna, I, Torino 1833, p. 37 sgg.; P. B. Garra, Sevier episcoporum ecclesiae catholicae, Ratisbona 1873; O. Jossi, Storia della Chiesa e dei Vescovi di A., Acqui 1880; F. Savio, Gli antichi vescovi d'Italia. Il Piemonte dalle origini al 1300, Torino 1898, pp. 9-48; Lanzoni, pp. 828-29, 1060. Per una bibl. esauriente rimandiamo all'opera di A. Manno, Bibliografia storica degli Stui della monarchia di Savoia, II, Torino 1891, pp. 1243.
Noemi Crostaroza Scipioni
ACQUOY, Johannes Gerhardus Rijn. - Storico ecclesiastico olandese, n. ad Amsterdam il 3 genn. 1829, m. a Leida il 15 dic. 1896. Dottore in teologia all'Università di Leida nel 1857 con una dissertazione che lo rivelò valente studioso di storia, l'A. è noto soprattutto per la sua monumentale storia del monastero di Windesheim. Nel 1881 fu chiamato a co-
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prire presso l'Università di Leida la cattedra di storia del cristianesimo, succedendo al Rauwenhoff.
Tra le sue opere ricordiamo: Gerardi Magni epistolae XIV, e codice regio Hagano nunc primum editae et perpetua annotatione qua melius et ipse et tempora ejus cognoscantur, instructae, Amsterdam 1857; Het Klooster te Windesheim, 3 voll., Utrecht 1875-86; Handleiding tot de Kerhgeschied. varsching en Kerhgeschiedschrijving, 's Gravenhage 1894 (2a ed., ivi 1910).
Bibl.: Nieno Vederlandsch Biografisch W'wordenboeh, II, 8-10. Silvio Furlani
AGRA (Agra: gr. "Aggx + fortezza»). - Citta della fatta erigere dal re di Siria Antioco IV Epifane nell'interno di Gerusalemme, verso il 168 a. C., per stanziarvi una guarnigione di sicurezza.
La sua ubicazione precisa è stata molto discussa. In genere gli studiosi, credendo fondarsi sui dati di Flavio Giuseppe (Bell. Ind., I, 1, 4; 2, 2; V, 4, 1; Ant. Ind., XII, 3, 4; 7, 6; 9, 3; 10, 5; XIII, 1, 3; 6, 7), collocano FA. a sud del Tempio, sulla cresta del colle Ophel, a ovest della fontana di Gihon, e pensano pure che essa sia stata distrutta da Simone Maccabeo. Recentemente però il p. Vincent, riesaminati i testi di Giuseppe sia in confronto coi dati del I Mach. (1, 33-38; 4, 37-61; 12, 35-37; 13, 52; 14, 36-37), sia in base alle esigenze topografiche, l'ha posto sul promontorio nord-est dell'alta collina occidentale. Di là (e non dal troppo basso Ophel) essa poteva dominare la collina del Tempio a oriente, e il nuovo quartiere che si estendeva a nord-ovest. L'A. rimase in mano dei Siri per un quarto di secolo. Dopo vani tentativi dei primi due Maccabei, Giuda (I Mach. 6, 19) e Gionata (ibid. 11, 20-22, 41; 12, 35-37), solo Simone riusci ad occuparla nel 142 (ibid. 13, 49-52), coronando così l'opera maccabaica della liberazione dall'aborrito giogo seleucida. E poiché sappiamo ancora da Giuseppe (Ant. Ind. XX, 8, 11) che il palazzo dei principi aationei sorse in quello stesso luogo, è facile concludere che esso non fosse altro che l'A., non distrutta da Simone, ma trasformata, probabilmente sotto Alessandro Janneo (103-76) o Alessandra (76-67).
Biel.: F. M. Abel. Topographie des campagnes machabalques: Copitalution de l'A., in Revue Biblique, 35 (1926), pp. 318-26; L. H. Vossens, A., in Revue Biblique, 43 (1934), pp. 205-36. Gaetano M. Perrella
## ACRABATANE: v. ACRABBIM.
ACRABBIM (ebr. Ma'aleh 'aqrabbim + salita degli scorpioni»). - Località situata tra il Mar Morto e il deserto di Sin (Num. 34, 3-4; Jos. 15, 2-3), sulla via che da Sela (Petra) saliva a Hebron (Indc. 1, 36). Segnava il confine meridionale della Terra Promessa (Num. 34, 4) e della tribù di Giuda (Jos. 15, 3), come pure il confine del territorio degli Amorriti (Indc. 1, 36). Viene comunemente identificata con la gola montana di Naqb es-Safa (a 466 m . sul mare) a sud-ovest del Mar Morto. La regione circostante fu più tardi chiamata Acrabattene ('Aqraßactiva; Volgata: Acrabathane); Giuda Maccabeo vi sconfisse gli Idumei (I Mach. 5, 3).
L'A. mentovata da Eusebio e s. Girolamo, De situ et nominibus locorum hebr. (PL 23, 866), a 9 miglia a oriente di Naplusa, corrisponderebbe all'odierno villaggio di 'Aqrabēh a sud-est di Naplusa e sembra coincidere con la toparchia Acrabattene che Plinio (Hist. Nat. V, 14) e Flavio Giuseppe (Bell. Ind. II, 20, 4; III, 3, 5; IV, 9, 3) pongono in Giudea. Garano M. Perrella
ACRI, Francesco. - Filosofo, n. a Catanzaro il 19 marzo 1834, m. a Bologna il 21 nov. 1913. E comunemente riconosciuto come il più cospicuo rappresentante in Italia dello spiritualismo cristiano nella seconda metà dell'Ottocento, anche se sulla sua speculazione i giudizi non sono concordi. Iniziato alla filosofia dalla lettura del Gioberti, ne derivò quella incli-
nazione al platonismo che sarà la sua caratteristica, mentre un soggiorno in Germania, durante il quale ascoltò Trendelenburg, gli facilitò la conoscenza delle più recenti correnti di pensiero. Ordinario di filosofia all'Università di Bologna dal 1871, egli, poco preoccupandosi di una costruzione sistematica personale, fu energico assertore di una visione del mondo e delle cose che si potrebbe chiamare idealismo cristiano, connubio originale di platonismo e agostinianesimo, egualmente lontano e contrario al determinismo scientifico e all'agnosticismo metafisico allora imperanti. E la difesa dei valori dello spirito (che ebbe talora risonanze in larghi strati culturali, come nelle polemiche con Imbriani, Spaventa, Fiorentino, per cui cf. F. Fiorentino, La filosofia contemporanea in Italia, Napoli 1876) era nell'A., oltre e più