volume-01

Back to Volumes
 ς ) dai quali la costituzione ( τ o λ ι τ ε i α ) della città è formata (Pol., III, 1-5). Nel I. III, che appartiene alla redazione più antica, le costituzioni vengono platonicamente divise in tre rette e tre degeneri. A seconda che il potere sia esercitato da uno, da pochi o dai molti, si hanno nella prima categoria: la monarchia, l'aristocrazia, e la politeia (per excellentiam); nella seconda, in cui all'interesse della città si sostituisce quello dei governanti : la tirannide, l'oligarchia e la democrazia. Al numero va però aggiunta anche la differenza delle ricchezze : nella oligarchia il potere è dei ricchi, nella democrazia, dei poveri (ibid., 7-8). La forma migliore è la monarchia, e dopo di essa l'aristocrazia, ma domandano uomini quali è difficile trovare su questa terra : in condizioni normali, è da preferire una città in cui, dominando la legge, il potere sia in mano dei più (ibid., 11-13; 15-16). Ciò non toglie che la filosofia debba proporsi il problema dello Stato assolutamente migliore (ibid., 18), ed A. lo affronta, sull'esempio e a correzione di Platone, nei ll. VII e VIII, ma la trattazione è rimasta incompiuta. La virtù nelle sue forme superiori domandando uomini liberi da occupazioni manuali, A. non ammette tra i cittadini che i guerrieri, i magistrati e i sacerdoti (ibid., VII, 8-9). Egli rigetta tanto la comunità delle donne, quanto quella dei beni voluta da Platone. Per le terre, tuttavia, vuole che una parte sia dello Stato per l'esercizio dei culti ed i pasti in comune, ch'egli conserva (ibid., 10; II, 2-5).

Nei ll. IV-VI, A., senza rinunziare sul piano teoretico alla costituzione "massimamente desiderabile", pone alla politica il compito di ricercare: 1) quale fra le costituzioni già attuate è la più adatta; 2) data una costituzione, quale sia il modo per conservarla più a lungo (ed è qui ch'egli precede Machiavelli); 3) quale sia la costituzione genericamente migliore e attuabile (ibid., IV, 1). Postosi sul piano della ricerca
positiva, egli corregge a più riprese e in vario modo il criterio classificatorio dei libri precedenti. I principi ai quali, fra diverse oscillazioni, più comunemente si attiene sono due: la ricchezza e la libertà. Il primo è costitutivo dell'oligarchia, il secondo della democrazia (ibid., 3-4). Terzo principio è la virtù, fondamento dell'aristocrazia. Ma la virtù in assoluto è quella definita dall'etica, e l'aristocrazia è in tal caso lo Stato ideale. Presa in senso relativo, è l'eccellenza dell'educazione e della posizione sociale propria dei ricchi, e allora l'aristocrazia si riconduce all'oligarchia (ibid., 7-8). A seconda del rapporto fra le classi e le forme dello Stato, oligarchia e democrazia oscillano tra un minimo e un massimo del principio in base a cui si definiscono (ibid., 4-6). Dalla mescolanza delle diverse forme si hanno le forme miste, ed è tra esse che va cercata la costituzione relativamente migliore o politeia (ibid., 8-9). Fondata sul principio del giusto mezzo, essa ha la sua base nella classe media, ugualmente distante dalla protervia oligarchica e dalla licenza democratica, che, ove tocchino l'estremo, trapassano alla tirannide (ibid., 11; cf. 10; V, 5-7). I ll. V e VI, dedicati alle rivoluzioni e al modo di conservare gli Stati, sono uno dei capolavori della letteratura politica di tutti i tempi.
10. Retorica. - Tutte le arti, come quelle che hanno a scopo la produzione di un bene, sottostanno alla politica, e tra esse la retorica, che è l'arte di "trovare quello che su un qualunque soggetto è atto a persuadere " (Rhet., I, 2). Alla politica essa mutua anzi una parte, quella relativa ai costumi ( ξ η̂ η ), di pertinenza dell'etica, mentre per l'altra è "l'analogo della dialettican (ibid., 1; 2, 1356 a 25 ; 3, 1359 b 8). I mezzi di cui si serve sono, parte estratecnici ( dot{ε} τ ε χ ν α τ i- σ τ ε ι ς ), parte tecnici ( δ ν τ ε χ ν α ). Nei primi rientrano le testimonianze, i risultati d'istruttoria, i documenti e quanto è del genere. I secondi sono di tre specie: 1) relativi all'ethos dell'oratore ; 2) relativi allo stato d'animo ( δ ι dot{α} δ ε σ ι ς ) dell'uditore ; 3) relativi all'argomentazione. Questi ultimi sono i più importanti, ed è per essi che la retorica è una parte della dialettica. Essi sono: l'entimema che corrisponde al sillogismo, e l'esempio, che fa riscontro all'induzione. Retorica e dialettica hanno in comune di argomentare su qualunque tema pro e contro, indipendentemente da qualunque conoscenza specifica, in forma puramente generica (ibid., 1). Quanto all'ethos dell'oratore, non si tratta del suo carattere personale, ma di quello con cui egli, in quanto oratore, si presenta agli uditori. Relativamente poi allo stato d'animo di questi ultimi, la retorica deve conoscere tutte le forme d'affetti e i mezzi per provocarli e sedarli. Il trattato a noi pervenuto dedica la più gran parte dei ll. I e II allo studio dei "luoghi" e delle passioni. Il I. III, che, come ha dimostrato H. Diels (Über d. 3 B. der Aristot. Rhetorik, in Abh. d. K. prenss. Ah., 1886), era un'opera a sé, è dedicato allo stile e alla disposizione delle parti del discorso.
11. Poetica. - Poetica è in senso lato ogni arte ( τ dot{ε} χ ∨ η ), ma per eccellenza il nome vien dato alla poesia e alle arti che per le diverse sue forme l'accompagnano: suletica, citaristica, danza. Con le arti figurative esse hanno in comune di essere imitazioni ( μ ω dot{η} σ ε ι ς ), ma se ne differenziano nei mezzi : parola, ritmo, armonia. Questi però, se distinguon le specie, non bastano a costituire il genere. I poemi d'Empedocle son tali solo per la forma, ma in se stessi son prosa. Per opposto, i mimi di Sofrone e Senarco e i dialoghi socratici di Platone, pur non facendo uso del metro, son imitazioni e quindi poesia. Oggetto dell'imitazione poetica

## Page 1135

sono «i caratteri, le passioni, le azioni -, ma passioni e caratteri van còlti nell'atto in cui li manifesta l'azione: oggetto della poesia è «l'uomo in azione" (Poet., i). Tale oggetto essa però lo toglie non da "ciò che è storicamente accaduto " : gli eventi ch'essa imita sono quelli "che potrebbero accadere: degli eventi possibili secondo il verosimile e il necessario n. "Perció la poesia è più filosofica e più elevata della storia, come quella che ha piuttosto ad oggetto l'universale, mentre la storia é ristretta al particolare" (ibid., 9). A seconda che l'imitazione sia di uomini comuni, o peggiori o migliori, e sia fatta per via di rappresentazione o di narrazione o mescolando i due modi, com'è nell'epica, e usi di una parte o di tutti i tre mezzi sopra elencati, si hanno i diversi generi in cui la poesia si divide (ibid., 2 × 5 ). Il più completo, in cui essa tocca il suo fine, è il dramma, nella duplice forma della tragedia e della commedia. La tragedia è « l'imitazione di un'azione di carattere elevato, in sé compiuta e aventi una certa estensione, in linguaggio abbellito da abbellimenti diversi a seconda delle diverse parti, in forma drammatica e non narrativa, e che attraverso pietà e terrore giunge alla purgazione che è propria di siffatte passioni ( mathrm{fl}^{′} mathbf{2} mathbf{3} mathbf{3} mathbf{2} mathbf{2} xai varphi dot{ξ} ξ ω σ σ α α dot{α} τ ξ ν τ ω̂ ν τ ω dot{τ} τ ω ν π α θ γ μ dot{α} τ ω ν α dot{α} θ α ρ σ ι ν [ibid., 6], dove nelle tante traduzioni che se ne dànno non si pone affatto mente alla posizione attributiva del genitivo " ω̂ ν π. ) . Le ultime parole sono state fin dal Rinascimento oggetto d'infinite discussioni e battaglie, e la questione è ancora sub indice. Che tanto il termine quanto la nozione della catarsi derivino dalla medicina, risulta da Pol., VIII, 7, 134 I b 38; II, 7, 1267 a 5, e da Probl., I, 42,864 a 32 . Esso non va però interpretata in modo da far della tragedia una specie di farmaco omeopatico. La tragedia, la quale ha in proprio di suscitare pietà e terrore (la defin. risale al V sec.: cf. M. Pohlenz, Die Anfänge der griechiechen Poetik, in Nachr. d. Gesell. d. Wiss. zu Göttingen, phil.-hist.-Kl., 1920, p. 142 sgg.), ne opera nel medesimo tempo la purgazione, nel modo che simili affetti comportano. Ciò è detto da A. a correzione della dottrina di Platone. Se la cosa avvenga per il piacere che di tal genere di poesia è proprio (Poet., 14, 1453 b 10) o per lo sfogo che la passione nel suo medesimo eccesso ritrova, è un'altra questione.
12. Giustizio complessivo. - A. fu uno dei più grandi intelletti che mai siano stati. Nella storia del pensiero greco egli segna un culmine, a cui non si eleverà più tardi che il solo Plotino. Ma Plotino fu soltanto un filosofo. A. fu anche il più grande scienziato e l'organizzatore di tutto il sapere del suo tempo. Gli schemi da lui creati rimasero nei secoli e sono ancora oggi al fondo del nostro linguaggio. Il giusto mezzo, in cui egli ripone la virtù, caratterizza la sua intelligenza, che uni conodiandole due attitudini opposte : la meditata ansia dell'ideale, nutrita, negli anni della sua prima formazione, dalla religiosità di Platone, e il gusto dell'osservazione minuta, che gli veniva dalla tradizione avita degli Asclepiadi, ai quali apparteneva. L'una e l'altra erano articolate e tenute in movimento da una problematicità, che l'acuto senso analitico della sua incomparabile natura di logico e l'abito alla dialettica rinnovavano di continuo. E noto il giudizio del Goethe: a Platone il cielo, ad A. la terra. Solo in parte è vero. A. fruga la terra per ritrovarvi il cielo, a cui tiene sempre volta l'anima. Nulla val meglio a caratterizzare la sua posizione di pensatore e di uomo quanto ciò ch'egli scrisse in quel "discorso del metodo" (Jaeger) che è il cap. 5 di De part. an., I. Dopo aver detto che delle
realtà divine solo poco possiamo conoscere, ma pure quel poco ci è assai più piacevole di quanto troviamo sulla terra, così «come delle cose che si amano, se si riesce a scorgerne pure una piccola parte, ciò è più dolce che il vedere con ogni precisione tante altre cose anche importanti ", continua: «In tutti gli esseri della natura vi è qualcosa di meraviglioso. E come si racconta che Eraclito dicesse a quelli ch'eran venuti a trovarlo e, vistolo che si scaldava alla stufa, s'erano arrestati sulla soglia, ed egli disse loro che si facessero animo ed entrassero, perché anche lì c'eran gli dèi, allo stesso modo bisogna procedere nello studio di ciascun animale e non aver ripugnanze, ché in tutti v'è una parte di natura e di bellezza. La legge infatti da cui le cose della natura son governate, è legge di finalità e non caso, e il fine in vista del quale un essere è costituito od è nato, è appunto la sua bellezza». Ma la natura, come egli insegna, trae il principio d'ogni suo moto da Dio. L'universo non è oggi per noi quale egli lo vedeva e che Dante cantò. I principí e i problemi sono però ancora i medesimi, e immutata è l'esigenza di quell'Essere trascendente, che nel suo pensiero è, non già come vuole il Jaeger, un residuo non risoluto di platonismo, ma il complemento necessario e inevitabile della sua metafisica e della sua fisica. Tutto il pensiero greco, orientato verso l'ideale, tendeva l'affermazione di Dio (neanche Epicuro poté eliminarlo dai suoi mondi di atomi), ma correva anche il rischio di farne un principio astratto. A. ne fece una persona. La Rivelazione diede ad essa un contenuto, facendola, oltre che oggetto, soggetto d'amore e Padre.

Bres.: Fonti per la vita: D. Laerzio, V: Dionigi d'Alicarnasso, Lettera ad Amores, cap. 2; Vita Menagiana, dal Menagion, che la pubblicò per primo: risale a Esichio; Suida (concordanze letterali con la Vita Men.): una Vita di origine neoplatonica, in 3 redazioni: a) Vita Marciana (dal cod. marc. 257); b) Vita Pseudanmaniana: c) Vita latina (in corrispondenza con a e b messa insieme da V. Rose di su un traduttore del sec. xit1). La fonte prima è il peripatetico Tolomeo (I o II sec. d. C.), che risale ad Andronico di Rodi. Per le biografie siro-arabe v. A. Baumstark, Arist. bei den Syrern vom V-VIII 7ahr. herausg., übers. u. unters., I, Lipsia 1900. Altri testi antichi: W. Ditterberger, Syll. Jearr. Graec., 3^{°} ed., Lipsia 1913, n. 273; Filodomo. Acad. philos. Ind. Herc., 70. 23. 54. 38; Mekler : id., in Pap. Herc. 1012, 832; v. S. Nudhaus, in Rhein. Mus., 48 (1893), p. 332 sgg. Nuovi elementi sono stati forniti dal Commento di Didimo a Demostene, di su pap. egiz. edito da H. Diels e W. Schubart, Lipsia 1904.

Edizioni: A) Complete: A.s Opera ed. Acad. Reg. Boracica, 2 voll., Berlino 1831-70: voll. I-II: testo, ed. I. Bakker (1831); vol. III: trad. lat. di varii (1831); vol. IV : scoli, ed. Chr. Brandiand H. Usener (1836); vol. V: A.squillersbantic librarianfrag. menta, ed. Val. Rose. Supplementum scholiorum, ed. H. Usener, Index a cura di H. Bonitz (1870). Un Supplementum Aristoteli. cum in 3 voll. (Berlino 1882-1903) contiene, oltre varie opere di commentatori. la Res publica Atheniantium a cura di F. G. Kenyon (vol. III, II). A.s Opera monia, ed. F. Duebner, U. Bussemaker, E. Heitz, 4 voll., Parigi 1848-69; vol. V, continens indicem nominum et rerum, ivi 1874. Incompleta è a tutt'oggi l'edizione delle singole opere della Bibliotheca Scriptorum Graecorum et Romanorum Trubneriana; B) Ed. speciali: A. griech. u. deutsch. mit zacherbl. Anm., von Prantl. Aubert, Wimmer, Susemihl. Frantzius, 7 voll. (incompleta), Lipsia 1834-79. Nella Collection des Universités de France (An. G. Budé) sono finora apparsi (testo, trad. e noce) : la Fisica, la Retorica, I e II, la Costituzione d'Atene e la Poetica. Fra le edizioni commentate delle singole opere vanno ricordate: Organon di Th. Waitz, 2 voll., Lipsia 1844-46; la Fisica di W. D. Ross, Oxford 1936; il De gener. et corrupt. di H. H. Joachim, Oxford 1922: per il De anima, l'ed. di E. Wallace (con trad.). Cambridge 1882: per la Metufisica le edd. di H. Bonitz, 2 voll., Bonn 1848-49; di W. D. Ross, 2 voll., Oxford 1924: per l'Etica Nicomachea l'ed. di A. Grant, 4^{°} ed., Londra 1883: il solo commento di J. A. Stewart, Oxford 1892: per la Politica è fondamentale l'ed. di W. L. Newman, 4 voll., Oxford 1887-1902: per la Retorica l'ed. di E. M. Cope e J. E. Sandys, 3 voll., Londra 1877: per la Poetica le edd. di J. Vahlen 3^{°} ed., Lipsia 1883: diS. H. Butcher, 4^{°} ed., Londra 1920: di A. Rostagni, Torino 1927, 2^{°} ed., ivi 1934: una versione araba della Poetica è stata edita con trad. lat. da D. S. Margoliouth, Londra 1911. Per la Costituzione

## Page 1136

d'Atene, restituitaci da due papiri egiziani, l'ed. princeps è quella del Kenyon, Londra 1891 ( 2^{°} ed., Oxford 1920), che nello stesso anno pubblicò il papiro in fac-simile. Per i Frammenti, alla sua prima ed. del 1870 il Rose fece seguire una seconda in a vell. nella Bibliotheca Teubneriana: A. pseudepigraphus, Lipsia 1883, ed A.s qui fer. libr. fragm., ivi 1886. Gli studi del Jacger e del Bignone avendone notevolmente aumentato il numero, una nuova edizione è stata curata per i soli dialoghi da R. Walzer, A.s dialogarum Fr. nel 1934 a Firenze.

Traduzioni: Una traduzione completa è la francese di Barthélémy Saint-Hilaire, Parigi 1879-92, ma è quasi inservibile. Ottima ma ancora incompleta la trad. inglese iniziata nel 1923 sotto la direzione di J. A. Smith e W. D. Ross. Una trad. annosata francese è in corso ad opera di J. Tricot. Nella Collezione dei filosofi antichi del Laterza (Bari) sono apparsi in italiano: la Metafisica di A. Carlini, la Politica di V. Costanzi e la Poetica di M. Valgimigli. Traduzioni parziali si hanno in diverse collezioni scolastiche: la migliore è quella della Casa Laterza.

Il repertorio bibliografico più ricco è quello di Moïse Schwab, Bibliographic d'A., Parigi 1896, con più di 3700 numeri. Fino al 1926 si veda il manuale di Fr. Ueberweg, 12 ed. curata da K. Praechter, Berlino 1926. Per gli anni posteriori l'Aunte Bibliographique di J. Marouzesu. Fra le storie generali della filosofia antica basterà ricordare: Ed. Zeller, Die Philosophie der Griechen, II Teil, 2 Abt., ³² ed., Lipsia 1879, e Th. Compers, Griechische Denker, Bd II, ³² ed., ivi 1912 (trad. franc., vol. III, Parigi 1910).

Opere d'insieme: G. Groto, Aristotle, ³² ed., Londra 1883; E. Wallace, Outlines of the Philos. of A., ³² ed., Cambridge 1887; Cl. Piat, Aristotle, ²² ed., Parigi 1912; A. E. Taylor, Aristotle, ²² ed., Londra 1919; O. Hamelin, Le système d'A., Parigi 1920; H. Siebeck, Aristoteles, ²² ed., Stoccarda 1922 (trad. ital. Palermo 1911, con ampia bibl.); L. Robin, Aristote, Parigi 1944.

Per lo sviluppo storico d'A. è fondamentale W. Jacger, Aristoteles, Grundlegung einer Gesch. seiner Entsichlung, Berlino 1923 (trad. ital. con aggiunto dell'eutore, Firenze 1935). Vanno aggiunti: J. Stenzel, Zahl u. Gestalt, Lipsia 1954; F. Salmson, Entw. d. arist. Logik u. Rhetorik, in Neue Philolog. Unters., Berlino 1929; E. Bignone, L'A. perduta, 2 voll., Firenze 1936.

Studi speciali: U. v. Wilamowitz-Moellendorf, Die Philosophenschulen u. die Politik e Die rechtliche Stellung der Philosophensch., in Antigones von Karystos, Berlino 1881; H. Cherniss, A.s criticism of Pres. Philosophy, Baltimora 1935; id., A.s Criticism of Plato and the Academy, Baltimora 1944; A. Trendelenburg, Elemonia logicos aristoteloos, ⁹² ed., Berlino 1892 (raccolta di testi con commento); C. Prantl, Gesch. der Logik im Abendlande, I. Monaco 1833 (v. id., in Abb. Bayer. Ak. Phil.-hist. Kl., VII, 1 [1833]); H. Maier, Die Syllogistik des A., 3 voll., Tubinga 18961900; G. Calogero, I fondamenti della logica aristotelica, Firenze 1927; Fr. Wolmsen, op. cit.; J. M. Le Blond, Logique et méthode chez A., Parigi 1939; F. Ravaisson, Essai sur la Métaphysique d'A., 2 voll., Parigi 1837-46; W. Jacger, Studien zur Entstehungsgeschichte der Metaphysik des A., Berlino 1917; J. Stenzel, op. cit.; R. Magniez, La théorie du Premier Moteur et l'évol. de la pensée d'A., Thèse Clermont, Parigi 1930; A. Massion, Introduction à la physique aristotélicienne, ³² ed., Lovanio 1947; J. Nuyens, L'évolution de la psychologie d'A., Lovanio 1948 (di grande importanza per la confutazione delle Jaeger); M. De Corte, La doctrine de l'intelligence chez A., Parigi 1934; L. OlléLaprune, La morale d'A., Parigi 1881; U. v. Wilamowitz-Moellendorf, A. und Athen, 2 voll., Berlino 1893; E. Barker, Political thought of Plato and A., Londra 1906; M. Delourny, A., Etudes sur la politique, Parigi 1932; J. Bernays, Grundzüge der verlor. Abbandl. des A. über die Wirkung der Tragödie, Breslavia 1837, ²² ed., sotto il titolo Zwei Abbandl. über die arist. Theorie des Dramas, Berlino 1880; C. Giscon, Il divenire in A., Padova 1947.
II. La pedagogia di A. - A. non mancò di interessarsi anche, come il suo grande maestro Platone, del problema educativo. Nei II. VII e VIII della sua Politica egli ci ha lasciato un piano concreto circa l'educazione dei giovani; piano che per esserci giunto incompiuto, non ci parla della educazione superiore, la quale certamente doveva tenere in particolare cura l'apprendimento delle discipline positive quali la matematica e la fisica. L'educazione in A. si accentra tutta nello Stato. Come Platone, A. vuole che lo Stato si ingerisca della vita dei cittadini e ne regoli l'educazione, senza tuttavia spingersi alla visione platonica che accomunava nell'ambito della vita statale le donne, i figli, i beni, sopprimendo cosi la famiglia e ogni particolare sua funzione etica nell'organismo statale. La felicità dello Stato per A. dipende dalla virtù dei cittadini. La virtù non nasce dalla fortuna ma dalla
libera volontà e dall'intelligenza. Lo Stato deve curare l'educazione dei cittadini al fine di indirizzarli ad essere virtuosi, perché è con le virtù che si acquistano i beni esteriori e non viceversa. Ora non vi può essere virtù nello Stato se la virtù stessa manca nei cittadini che lo compongono; è perciò interesse particolare dello Stato che i cittadini vengano, attraverso l'educazione, indirizzati alla virtù. A. traccia quindi il suo piano educativo, di cui queste sono le linee essenziali.
A. pensa che anima e corpo sono due cose distinte, donde vede nell'anima come due parti: la ragionevole e la irragionevole, e due forme, in cui le due parti si manifestano, cioè l'istinto e l'intelligenza. E come il corpo precede la generazione dell'anima, cosi anche l'irragionevole precede le ragione. L'educazione del corpo deve perciò precedere quella dell'anima. Fine dello Stato, del legislatore, dice A., è che i fanciulli crescano - prosperi e vigorosi fisicamente -. Ma perché questo fine possa essere raggiunto è necessario che la generazione dei figliuoli non sia abbandonata alle forze irrazionali della natura dell'uomo ma sia regolata dalle leggi. E cosi bisogna badare al tempo opportuno dei matrimoni, alle persone che li contraggono, a tutta, inoltre, una serie di norme igieniche, sanitarie e morali: all'età degli sposi, che dove essere per l'uomo sui 37 anni, per la donna sui 18 ; alla stagione più propicia, ai venti ecc. Buoni genitori sono quelli che hanno una struttura fisica temprata alle fatiche, non però eccessive, nè di una sola specie, ma adatta a tutti gli esercizi degni di uomini liberi. Le donne incinte debbono, per generare figliuoli sani, avere cura del loro corpo, non debbono essere pigre e non debbono prendere magro cibo. Il legislatore dovrà loro prescrivere che ogni giorno facciano una visita agli altari delle dee che hanno il patrocinio dei parti. A. riteneva opportuna una legge che vietasse l'allevamento degli storpi e voleva, a causa della moltitudine dei figli, l'esposizione dei nati. Ammette poi l'aborto nel caso che i genitori procreino oltre il limite, aborto che deve essere provocato prima che il feto abbia acquistato sensibilità e vitalità. Per lui l'innocenza o la reità dell'atto è relativa alla sensitività e vitalità. La procreazione deve essere regolata : essa può permettersi fino al massimo sviluppo dell'intelligenza che, per l'uomo, è sui cinquant'anni; o chi abbia superato di quattro o cinque anni questa età deve essere proibita al mettere al mondo figliuoli. Nati che siano i figliuoli ha grande importanza, al fine di rendere il corpo vigoroso, la nutrizione: quella fatta con latte è buona. Il vino è nocivo. Gli esercizi fisici sono utili ai fanciulli, purché siano proporzionati alla loro età. E bene abituare i fanciulli fin dall'infanzia al freddo. A. loda a questo proposito il costume di alcuni popoli di immergarsi i neonati in un corso d'acqua fredda. Dopo l'infanzia, fino ai cinque anni, età ancora immatura per impartire loro qualche insegnamento o far sopportar loro qualche fatica, i fanciulli faranno del moto, quanto ne occorre per vincere, con giuochi fanciulleschi, il torpore del corpo. I magistrati, che A. chiama "pedonomi», dovranno pure preoccuparsi dei discorsi e dei racconti che debbono essere ascoltati dai fanciulli: essi costituiscono una propedeutica all'età matura, perché sono le prime impressioni quelle che lasciano una più durevole traccia nell'animo. I pianti e i gradi dei bambini non sono da impedire, sono anzi di giovamento al loro sviluppo. I pedonomi ancora debbono aver cura che i fanciulli, dato che fino all'età di sette anni debbono essere educati in famiglia, non si trattengano con gli schiavi perché, essendo ancora in tenera età, facilmente, con gli orecchi e con gli occhi, sarebbero portati ad apprendere cattivi costumi. Il legislatore dovrebbe inoltre bandire il turpiloquio dalla città. I giovani non dovrebbero avere contatti con chi usa sconce parole perché breve è la via dalla parola al fatto. Ma per bandire il turpiloquio bisogna pur produrre gli spettacoli di figure e di rappresentazioni oscene. Lo spettacolo dei giamhi e delle commedie deve perciò essere vietato ai fanciulli e ciò fino all'età in cui saranno ammessi ai sissitii (mense comuni alle quali non partecipavano i fanciulli)

## Page 1137

e fino a quando l'educazione non li avrà resi guardinghi dall'abbrezza e dal danno che provengono da tali spettacoli.

Due sono, secondo A., le età in cui si dovrà dividere l'educazione: dai sette anni fino alla pubertà, dalla pubertà fino al ventunesimo anno. Lo Stato non può disinteressarsi dell'educazione dei giovani perché, se nella palla viene trascurata l'educazione, lo Stato stesso verrà a risentirne tutte le dannose conseguenze. Lo Stato educa secondo il concetto che informa la sua costituzione. Un'educazione democraclica della gioventù suola conservare la democrazia, quella oligarchica l'oligarchia. Essendo uno solo il fine della Stato, una sola deve essere l'educazione : ecco perché, secondo A., l'educazione deve essere affidata allo Stato. L'esercizio delle attività dei singoli cittadini deve essere subordinato all'inreresse collettivo, perché il cittadino non è padrone assoluto di sé, ma come tutti gli altri appartiene alla città, perché ciascuno è parte di essa e la cura di ciascuna parte è subordinata alla cura della totalità. Lo Stato pertanto non deve disinteressarsi dell'educazione e questa deve impartirsi in comune. Tra le discipline utili si debbono insegnare quelle che non deprimono lo spirito di chi le pratica. Sono deprimenti quella discipline che rendono il corpo, l'anima o l'intelligenza inutili all'uso e alla pratica della virtù, come sono le opere che si esercitano per un materiale guadagno. Ciò non vuol dire però che l'uomo libero non possa acquistare nozioni concernenti discipline illiberali; l'interessante è che esse mantengano il carattere proprio di un fine non utilitario. Le discipline, poi, solite ad essere insegnate, sono quattro : le lettere, la ginnastica, la musica e il disegno. Le lettere e il disegno sono utili alla vita e giovevoli a molti usi; la ginnastica dispone al valore; la musica produce la concordia. A. considera la musica in senso ristretto non comprendendo in essa, come aveva fatto Platone, la poesia. La musica è il migliore ricreamento dell'uomo libero, essa deve essere impartita senza nessun riguardo all'utilità o necessità, "ma per la sua intrinseca bellezza spirituale che la rende degna di uomo libero». La musica, che è per la sua natura tra le cose più dilettevoli e soavi, è fonte di ingenui piaceri e può dare all'animo una formazione, ma il piacere non puó costituire lo scopo precipuo di questo insegnamento. La musica è idonea alla formazione del carattere perché parla un linguaggio universale che sa esprimere e comunicare tutti i moti dell'anima; sveglia negli uditori sentimenti che valgono a tradurti in interiori abitudini, che si fanno poi sentire sull'operare virtuoso. La musica è armonia e trova immediato riscontro nell'anima, che alcuni sapienti dicono un'armonia, altri che contiene un'armonia. L'educatore deve proporsi l'educazione, non l'esercizio musicale. Non sarà male che i fanciulli fin dalla prima età si esercitino nella musica per acquistare competenza nel giudicare e, cresciuti che saranno in età, godere, con l'affinamento del giudizio, i frutti della pratica. In altri termini l'apprendimento musicale nou deve mirare ad un lucro, ma deve essere un mezzo per arricchire la propria cultura ed affinare il proprio spirito. Esso ha valore se riesce a farci migliori e se contribuisce ad armonizzare nei poteri della ragione l'irragionevole che è in noi. Gli uomini liberi debbono darsi alla musica semplice e tranquilla scegliendo certi strumenti ed escludendone altri, come il flauto. Nelle pubbliche manifestazioni può essere ammessa una musica più vivace, mentre per la plebe e per gli schiavi si può usare una musica più sciolta.

Il principio affermato circa l'apprendimento musicale, che deve essere impartito non solo perché utile ma soprattutto perché contribuisce, in definitiva, alla formazione morale dei giovani, è da A. affermato anche per le altre discipline. Il disegno deve infatti essere insegnato non già per evitare di essere ingannati nella comparsa di quadri, ma perché affina il gusto nella contemplazione della bellezza dei corpi. Il cercare dappertutto l'utilità non conviene all'altezza d'animo e agli spiriti liberali di un uomo bennato. E poiché il corpo va educato prima dell'anima, ne consegue che particolare importanza acquista la ginnastica nell'educazione dei fanciulli: i fanciulli debbono prima essere abituati alla ginnastica e agli esercizi
pedotribici. La ginnastica accresce la robustezza e il decoro del corpo, gli altri esercizi la facilità del movimento. L'educazione fisica si traduce essa stessa in una educazione morale in quanto deve mirare a irrobustire il coraggio, che è proprio dell'uomo virtuoso, e che si distingue dalla ferocia. Gli Spartani, difatti, col dare grande preferenza alla ginnastica allo scopo di rafforzare il corpo e di indurirlo per renderlo atto alle fatiche della guerra, svegliavano nei giovani una ferocia che veniva a turbare quell'equilibrio tra anima e corpo in cui consiste la vera educazione. Perché non apporti nocumento fisico, A. vuole che la ginnastica continci fin dall'adolescenza; si capisce, con esercizi leggeri adeguati all'età dei fanciulli.

Come si vede, nella visione educativa di A. lo Stato è posto al centro dell'educazione, ma A. riconosce alla famiglia, che non trova posto alcuno nella ideale repubblica platonica, una sua particolare funzione etica, perché è soltanto nella famiglia che vivono e si potenziano i migliori e più profondi sentimenti umani, che difficilmente troverebbero nella società comunistica il terreno propizio al loro crescere e affermarsi.

Bim.: F. M. Zanotti, La filosofia morale di A., Roma 1882; R. Caverni, Dell'educazione secondo A., Torino 1884; E. Passamonti, Le idee pedagogiche di A., in Riv. Ital. di Filosofia, 11891, 1); T. Davidson, A. and the ancient educational ideals, Londra 1892; L. M. Billis, Arcenni all'idea dell'educazione in Platone e A., in Nuovo Risorgimento, Torino 1900; I. Barnes, A. on education, Cambridge 1904; M. Defourny, A. et l'éducation, in Annales de l'Institut Supérieur de Philosophie, 4 (Loronio 1920), pp. 3-178; E. Zeller, Compendio di storia della Filosofia greca, trad. ital., Firenze 1921, pp. 182 sgg., 359 sgg., 375 sgg.; O. Willmann, A. als Pädagog und Didaktiker, Berlino 1920. Nine Summarians

ARISTOTELISMO. - L'A. MEdievale. - Av-
venimento di primaria importanza nello sviluppo del pensiero medievale, destinato a produrre conseguenze di prim'ordine nella vita intellettuale, fu l'incontro. nel sec. xim, dei maestri dell'Università di Parigi con la filosofia aristotelica araba e giudaica. Per la prima volta la cristianità - sino allora platonizzante e agostineggiante, dalla mentalità tipicamente teologica - si trovò in presenza della formidabile sintesi scientifica e filosofica di Aristotele, di ispirazione naturalista, che per più ragioni si poteva dire in contrasto con la sua visione della vita. A. costituì una vera sorpresa per i maestri della Fede, e l'apparire della sua dottrina sul tranquillo specchio delle acque teologiche, diede luogo ad uno dei più penosi travagli che ricordi la storia della cultura.

Verso il 1200 la maggior parte delle opere di Aristotele erano state già tradotte in latino. Dell'Oppman sappiamo che in Logica extus era stata tradotta da Boezio, ed essa si trovava in circolazione già nel s.c. xir. Gerardo di Cremona (m. nel 1187) ed Enrico Aristippo (m. nel 1164) tradussero, il primo dell'arabo, il secondo del greco, quasi tutti i Libri naturales. Nel sec. xir si conobbero anche le traduzioni della Physica, del De anima, e una parziale della Metaphysica (ll. I-IV, 4: Metaphysica cetustissima) e dell'Ethica nicomachea (ll. II e III: Ethica vetus). Inoltre l'Isagoge di Porfirio, i commenti di Boezio alle Categoriee e al De interpretatione, i commenti di Temistio agli Analytica posterioria, la Distinetio super librum Aristotelis de naturali auditu di Alfarabi, le Parafrasi di Avicenna, ecc., contribuirono tutti validamente a far conoscere Aristotele.

Al principio del sec. xili la penetrazione di Aristotele nel mondo latino doveva essere già avanzata, se nel Concilio di Parigi del 1210 (Chartularium Univ. Paris., I, p. 70, n. 11) e nelle ordinanze del legato pontificio Roberto di Courçon del 1215 (ibid., I, pp. 78-79, n. 20) era fatto divieto d'insegnare i Libri naturales e i loro commenti. Abbiamo poi una lettera in data 7 luglio 1228 di Gregorio IX, indirizzata ai professori di teologia dell'Università di Parigi (ibid., I, pp. 114-16, n. 59), in cui si mostra vivissima la preoccupazione per l'invadenza della filosofia nel campo delle scienze sacre: il Papa afferma che la teologia è regina di tutto il sapere e la filosofia non ha, rispetto ad essa, che un compito ancillare. Nel 1229 viene creata, in occasione di una grave crisi scoppiata in seno all'Università parigina, l'Università di Tolosa, dove, tra le materie

## Page 1138

![img-14.jpeg](img-14.jpeg)

Aerotelle - Inghit del I libro del De naturali auditu, tradotto dall'arabo da Gerardo di Cremona. Codice membranaceo (sec. xili-xiv) - Aosta, biblioteca del Seminario Maggiore.
d'insegnamento, vengono accolti i Libri naturales. In una lettera del 13 apr. 1231 (ibid., I, p. 138, n. 79), Gregorio IX, nel tace la crisi dell'Università di Parigi, conferma le onioni del 1215 contro i Libri naturales di Aristotele «quousque examinati fuerint et ab omni errorum suspi" tione purgati ». Infatti, con lettera del 23 apr. 1231 (ibid., I, pp. 143-44, n. 87), il Papa elegga una commissione incaricata di questa correzione dello Stagirita in vista della sua migliore utilizzazione ai fini della scienza cristiana. Questa commissione non dovette portare a termine il suo lavoro, se abbiamo una lettera del 22 sett. 1245 di Innocenzo IV, che ancora profibisce l'insegnamento dei libri naturali "quousque examinati fuerint» (ibid., I, pp. 185-86, n. 149).

L'introduzione di Aristotele nell'Università di Parigi incontra dunque delle difficoltà sino verso il 1245 . Il profurare di questa diffidenza contro i Libri naturales si deve forse anche al sopraggiungere del commento di Averroè che, incominciato a tradurre da Michele Scoto (cf. R. De Vaux, La première entrée d'Aristote chez les latins, in Revue des sciences philos. et théol., 27 [1933], pp. 193-245), entra definitivamente nella biblioteca filosofica dei latini verso il 1235. La traduzione di Averroè costituisce l'avvenimento culturale più importante della prima metà del sec. xili. Per essa i latini vennero a contatto con un pensatore di grandissimo talento, fanatico di Aristotele, di cui aveva commentato quasi tutta l'immensa enciclopedia scientifica. Averroè sottolineò alcune posizioni naturalistiche dello Stagirita, e in psicologia professò il monopsichismo umano. Questa tesi, contraria al dogma cristiano della sopravvivenza dell'anima individuale, divenne ben presto il centro di distribe, ram pogne e interventi ufficiali dell'autorità ecclesiastica, che certamente resero sempre più difficile l'accettazione del l'insegnamento di Aristotele nelle scuole (v. AVERROÈ e averroismo).

I commenti di Ruggero Bacone (ca. 1245) su Aristotele e su Proclo (Liber de causis) costituiscono il documento più antico che renda testimonianza dell'insegnamento della Physica e della Metaphysica a Parigi. Ufficialmente A. entra tutto nelle facoltà delle arti nel 1255 (statuto del 19 marzo). Quasi contemporaneamente Alberto Magno inizia la pubblicazione delle sue monumentali parafrasi dei vari testi
aristotelici alla maniera di Avicenna, che ottennero l'effetto di divulgare rapidamente tra i latini il vasto sapere dello Stagirita. La parafrasi albertina, oltre che opera di divulgazione, rappresenta anche il primo tentativo serio di ripensare cristianamente il peripatetismo. Per cui Alberto dev'essere considerato il vero fondatore dell'a. cristiano.

Ma la sintesi più completa, più duratura e che sorpassa di gran lunga il rifacimento albertino e porta l'impronta dell'originalità del genio a quella di s. Tommaso d'Aquino, discepolo di Alberto. Il quale ripensò Aristotele usufruendo degli autori neoplatonici e cristiani, antichi e contemporanei, dando vita ad un sistema filosofico del tutto nuovo e che non può essere meglio designato che col nome di "tomismo" (v.) nel quale, però, l'ossatura principale è costituita dagli elementi aristotelici e cristiani. Il tomismo rappresenta, possiamo andbe dire, l'espressione più cospicua dell'a. ortodosso e moderato, mentre l'averroismo ne sta a rappresentare la corrente radicale ed eterodossa.

L'a. eterodosso, o averroismo, subì due condanne dal vescovo di Parigi, nel 1270 e nel 1277. Tra le teorie condannate nel 1277 si trovano alcune proposizioni aristoteliche accertate da s. Tommaso. Ma questa doveva essere l'ultima rivincita che i maestri di teologia ancora platonizzanti si presero contro l'a. moderato, perché, grazie specialmente all'Aquinate, esso fu introdotto in tutte le scuole e divenne parte integrante della scienza ufficiale della Chiesa, sia filosofica che teologica (scolastica).

Bric.. Un'opera fondamentale per la comprensione più aggiornata di questo capitolo della storia della filosofia è: van Steenberghen, Siger de Brabant, II : Siger dans l'histoire de l'aristotéline (Les philosophes belges, 13), I, I, Iovanio 1942. L'opera di van Steenberghen contiene inoltre tutta la bibliografia principale pubblicata sul complesso argomento. Per altre indicazioni bibliografiche di misure contro, relative a temi più particolari, cf. il Bulletin de théologie sur. et méditio., nelle diverse annate. - Per la documentazione storica: H. Deniffe e A. Cherubin, Char. talarium Universitatis Paritienis, 4 voll., Parizi 1889-97; M.., Anctuaiana Chartularii Universitutis Paritienis, 4 voll., (il 3^{°} e 4^{°} a cura di C. Samaran e E. R. van Moë), ivi 1894-1938.

Gerardo Brun
2. L'A. MODERNO. - In questo periodo di evoluzione dell'a. non si tratta più di una ripresa integrale di esso, bensì di una concezione filosofica del mondo, più o meno sistematicamente elaborata in base a certi elementi fondamentali aristotelici, procedendo i vari filosofi secondo criteri diversi e con diversi compiti, secondo le varie esigenze storiche, culturali, ambientali e religiose.

Possiamo distinguere varie tappe di questa evoluzione, le quali però, sotto l'aspetto problematico e storico-evolutivo, non sono strettamente connesse l'una con l'altra: i) il neo-a. italiano del Rinascimento con movimenti analoghi (più deboli) in Francia, Spagna, Inghilterra; 2) l'a. scolastico; 3) l'a. protestantico; 4) la rinascita aristotelica nel sec. xix che, nei vari aspetti (sistematico, interpretativo e storico) dura fino ad oggi.

1. Neo-a. italiano del Rinascimento. - I motivi che diedero impulso alla prima fase dell'a. si possono distinguere in due categorie. La prima comprende i vari nessi, materiali-formali o problematico-metodici, con la scolastica. La filosofia del Rinascimento, infatti, con l'intensione di una nuova fondazione metodica della visione del mondo, può in un certo senso considerarsi come continuazione del pensiero scolastico, in quanto assume da esso alcuni gruppi di problemi fondamentali (logico, criteriologico, metafisico, non tanto quello ontologico), i quali esigevano una profonda riflessione sui principi metodici; esigenza che si fece sentire ancor più nelle scienze naturali. Alla seconda categoria di motivi appartengono i vari influssi

## Page 1139

provenienti dal contatto con l'a. orientale e con le vivaci discussioni svolgentisi tra i filosofi arabi sul significato e valore di esso, specialmente in confronto alla filosofia platonica. Sono precisamente questi influssi che determinano in gran parte la singolare fisionomia polemica e sincretistica dell'a. del Rinascimento. In seguito ai contatti con la letteratura orientale sorte il problema di un doppio a., averroistico cioè e alessandrinista, che rese assai arduo il compito degli aristotelici del Rinascimento di scoprire l'Aristotele genuino, ché le traduzioni e i commenti, rispecchiando il pensiero dell'uno o dell'altro indirizzo, non conducevano ad una assoluta oggettività. (I principali traduttori del periodo sono: Bessarione, T. Gaza, Argiropulo, Giorgio di Trebisonda, L. Bruni, E. Barbaro).

Il rinnovato a. trovò appoggio e coltivazione scientifica specialmente a Padova (con diramazioni a Bologna, Pavia, Ferrara, Siena e Napoli) ove s'era conservata la tradizione dell'a. averroistico. Come primo rappresentante dell'influsso averroistico alla Università padovana è da considerarsi il medico e filosofo Pietro d'Abano (v.). Essenzialmente compilatore, le sue traduzioni sono senza importanza; spetta però a lui il merito di avere introdotto i Problematis pseudo-aristotelici nell'ambiente filosofico occidentale. Molto usata fino ai tempi umanatici fu la sua opera principale Conciliator differentiarum philosophorum et praecipue medicarum. Oscuro rimane il rapporto di Pietro con le idee fondamentali della filosofia araba (ad es., eternità del mondo e della materia) e particolarmente con la teoria averroistica dell'unità dell'intelletto.

Comunque, nonostante ogni entusiasmo per l'autorità di Averroè, Pietro non ha mai sostenuto e promosso le idee averroistiche con quella audacia che caratterizza il capo degli averroisti parigini Giovanni di Jandun ed il suo amico Marsilio da Padova. Giovanni difende l'eternità dell'universo e del moto come lo Stagirita e gli Arabi, e afferma energicamente il principio della doppia verità. Con le idee averroistiche congiunge uno scetticismo che senza riserve predomina nel campo della psicologia metafisica. Insieme a Marsilio, Giovanni sviluppò inoltre un a. etico-politico eterodosso. Nello spirito di Giovanni intese l'averroismo anche Paolo Veneto (m. nel I429), noto per i suoi commenti, piuttosto enciclopedici, della Fisica aristotelica; i suoi testi di logica (con qualche influsso occamistico) furono ufficialmente imposti a Padova.

Un discepolo di Paolo Veneto, Gaetano da Thiene (m. nel 1465), professore poi a Padova, tentò la conciliazione di averroismo e dottrina ecclesiastica. Sulla stessa linea di oscillazione tra ragione e fede, tra A. e Averroè, seguirono A. Achillini, N. Vernia, A. Nifo, M. A. Zimara. Notevole è il tentativo dello Zimara di interpretare l'unità dell'intelletto umano nel senso dell'unità dei princìpi universali del conoscere.

In questo periodo si ebbe pure la prima edizione tipografica di Averroè a Padova nel 1472.

Intanto incomincia a sorgere l'a. alessandrinista, che si ricollegò con Aristotele attraverso i commentatori greci, specialmente Alessandro d'Afrodisio, con tendenze schiertamente deistico-naturalistiche contro quelle alquanto mi-stico-panteistiche dell'averroismo, con cui convenne però nel negare la possibilità dei miracoli e l'immortalità dell'anima individuale in senso assoluto. Il fondatore di questa cosidetta scuola alessandrinista fu Pietro Pomponazzi (v.), cui si deve la massima crisi dell'a. averroistico.

L'influsso del Pomponazzi fu grande. Ricordiamo fra i suoi discepoli: S. Porta, G. Contarini, poi avversario, lo spagnuolo Sepúlveda. Dipende da S. Porta, ma anche da Nifo, A. Cessipino, un aristotelico non precisamente classificabile come averroista o alessandrinista. Anche il più noto aristotelico della scuola di Padova del sec. xvi, G. Zabarella (v.), famoso per i suoi scritti logici, viene annoverato ora tra gli averroisti ora tra gli alessandrinisti. Il successore alla sua cattedra, C. Cremonini (s l'Aristotele redirivo x, 1550-1631 ), ancora più esplicitamente dello Zabarella, proclama l'autonomia della fisica come scienza,
secondo i principi dell'a. genuino, e la sua esigenza di fondarsi esclusivamente sulla esperienza.

Mentre si svolgevano queste lotte intorno alla logica, fisica e metodo di Aristotele, la Postica segna un trionfo. Nel 1498 Giorgio Valla ne dà la prima traduzione. Varie edizioni e traduzioni si ebbero in seguito per opera di A. de Pazzi, P. Robortello, B. Segni, P. Vettori, L. Castelvetro, A. Piccolomini, L. Salviati.

Sul finire del sec. xv l'a. ha una ripresa in Francia con G. Lefèvre d'Etaples (Faber Stapulensis), commentatore di scritti di Aristotele e purificatore di esso da a falsificazioni e scolastiche, e col suo discepolo C. Bouillé che tentò una singolare fusione di Aristotele con il neoplatonismo del Cusano.

In Inghilterra si mantenne sempre una forte tradizione aristotelica, almeno nelle questioni generali di filosofia e metafisica fino alla metà del sec. xvir; il suo centro principale è a Oxford con I. Sanderson, I. Case, R. Crakantheap, T. Wilson, R. Lever; importante come metafisico M. Carpenter; K. Digby tentò una conciliazione delle idee fondamentali metafisiche peripatetiche con la corrente cartesiana e la nuova scienza naturale. Anche in F. Bacone lo studio della natura è ancora strettamente legato all'orizzonte aristotelico-scolastico.

Il rifiorire dell'a. era, per tutto il periodo, ostacolato da seri contrasti a cui finalmente soccombette. I rappresentanti del platonismo non senza fortuna si sforzavano di dimostrare Platone consono al cristianesimo più di Aristotele. Una delle opere più caratteristiche di questa controversia è il libello violento De platonicae atque aristotelicae philosophiae differentia (scritto in greco) di G. Pletone (1355-1450) a cui risponde Giorgio da Trebisonda con la Comparatio Platonis et A. (1458). Replica il card. Bessarione, riconoscendo i meriti scientifici di Aristotele, ma anteponendogli Platone nel campo teologico-filosofico. Altre forti reazioni nascevano più tardi da parte di scienziati contro l'astrazionismo e la tendenza qualitativa (anziché quantitativa), che comandarono le soluzioni dei problemi fisici date dagli aristotelici in contrasto con Galilei; accanito ad es. F. Patrizzi (1529-97). Alla logica di Aristotele si opposero energicamente L. Vives (1492-1550) in Spagna e P. de la Ramée (1515-72) in Francia.

Ma non furono queste reazioni dal di fuori a decidere la sorte dell'a. del Rinascimento, bensì piuttosto deficienze intrinseche che causarono la sua quasi totale scomparsa al sorgere della nuova filosofia con Cartesio. Istituendo un esame oggettivo non si può non constatare che era un tentativo di fondazione e sistematizzazione di una visione del mondo con mezzi inadeguati e insufficienti. La questione del metodo, che prima di tutte le altre s'impose, non era stata risolta, malgrado qualche buon germe, ad es. in Pomponazzi; conseguentemente si osservano delle polemiche senza valido criterio di discernimento, dei tentativi sistematici senza adeguata penetrazione dei problemi e, peggio ancora, il principio filosoficamente indegno, della doppia verità. Il troppo attaccamento alle tradizioni impedì la comprensione del pensiero autentico di A., e questa incomprensione a sua volta, fu una delle cause principali per cui si omise l'elaborazione di una dottrina sistematica dell'essere. Furono trascurate le profonde intuizioni metafisiche dello Stagirita, mentre si accentuarono sempre più le sue teorie fisiche ormai superate. Tutto questo, insieme al formalismo in logica ed all'astrazionismo e deduttivismo sotto l'aspetto metodico, escluse ogni possibilità di un vero ripotenziamento dell'a.
2. A. scolastico. - Invece di segnare un esordio di progresso, la grande sintesi aristotelico-tomista storicamente e speculativamente divenne una sosta, forse

## Page 1140

per il suo carattere troppo sistematico e, per conseguenza, chiuso. Infatti, negli scolastici ortodossi dal sec. xiv in poi si osserva, essenzialmente, una riaffermazione del pensiero aristotelico-tomista insieme con la convinzione di possedere l'a. genuino (quindi poche preoccupazioni esegetiche), ma senza notevoli progressi speculativi, specialmente nei secc. xvII e xviri.

I primi continuatori, teologicamente più che filosoficamente interessati, commentavano opere di Aristotele e di s. Tommaso : cosi Capreolo (1380-1444), il card. Gaetano ( 1486-1534 ) che tenne fede all'a. tomista nell'ambiente averroistico padovano, e Silvestro da Ferrara (14741526); cf. C. Giacun, La seconda scolastica, parte I: I grandi commentatori di s. Tommaso, Milano 1944. Nel sec. xvi una vigorosa ripresa aristotelico-tomista si ha solo nella scolastica spagnola: F. da Vitoria, M. Cano, D. Soto, D. Báñez, Fr. Toledo, G. Vásquez, fedeli tomisti; L. Molina, F. Suárez, piuttosto eclettici, sono aristotelici in logica (con influssi occantistici) ed in fisica, accettando pure, particolarmente l'ultimo, decisivi motivi ontologici e metafisici dal pensiero dello Stagirita. Sono da notare gl'importanti Commentarii collegii Conimbricensis Societatis Iesu (Coimbra, 1382-1806) su varie opere di A. (ideatore principale P. Fonseca, 1528-97). Nel sec. xvir all'a. tradizionale rimangono fedeli alcuni tomisti di valore: Giovanni di S. Tommaso, Silvestro Mauro. L'importanza storica di questa direzione strettamente scolastica dell'a. sta principalmente nell'aver tenuto vivo il pensiero di Aristotele, nell'aver conservato un alto livello speculativo, anche mancando, come si è detto, di un vero progresso problematico: e ciò ne rese possibile una vigorosa ripresa nel sec. xix, dopo un arenamento ed anche smarrimento, in mezzo alle correnti moderne, per circa un secolo e mezzo.
3. A. protestantico. - Un quadro del tutto differente dalla scolastica ortodossa, divenuta nel sec. xvi ormai stagnante, offre l'evoluzione progressiva dell'a. nel protestantesimo.

Questa evoluzione cominciò col ritorno ad Aristotele, iniziato da Melantone (1497-1560), che anche sotto l'influsso dell'a. italiano conduceva ad una completa rinascita della filosofia aristotelica. Intorno al 1600 anche la metafisica di Aristotele fu inquadrata nel nuovo sistema dottrinale e dava in seguito alla filosofia protestantica nel sec. xvir la sua particolare impronta. Uno dei particolari più importanti fu la crescente tendenza di autonomizzazione dell'ontologia. In stretto contatto pure con la scolastica venivano tratte e criticamente discusse le questioni tradizionali della metafisica dell'essere; sotto alcuni punti di vista, questa direzione era più aderente ad Aristotele della stessa scolastica ortodossa. Questo indirizzo, il cui m