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u inquadrata nel nuovo sistema dottrinale e dava in seguito alla filosofia protestantica nel sec. xvir la sua particolare impronta. Uno dei particolari più importanti fu la crescente tendenza di autonomizzazione dell'ontologia. In stretto contatto pure con la scolastica venivano tratte e criticamente discusse le questioni tradizionali della metafisica dell'essere; sotto alcuni punti di vista, questa direzione era più aderente ad Aristotele della stessa scolastica ortodossa. Questo indirizzo, il cui momento speculativo ancor oggi è conosciuto solo in generale ed al quale apparteneva un centinaio di filosofi in parte valenti e produttivi, per l'intero sec. xvir predominò quasi in tutto lo studio universitario nella Germania e, sebbene con minore esclusività, in Olanda. Tra i più noti aristotelici di questa corrente sono: D. Cramer, C. Martini, G. Gutke, V. Fromm, A. Calov, C. Timpler, O. Casmann, che dipende anche dall'a. italiano.

Considerando il suddetto indirizzo nell'insieme si può parlare realmente di un certo approfondimento del pensiero metafisico di Aristotele che merita considerazione. Nel sec. xviri, principalmente sotto l'influsso del pietismo nonché dell'illuminismo, la corrente, nella seconda metà del sec. xvir tanto promettente, si arrestò quasi di colpo. Però il suo influsso si fa notare ancora fino agli immediati predecessori di Kant. Questo era pure l'ambiente in cui il giovane Leibniz si formò (Lipsia, Jena), e l'influsso di esso si osserva in alcune delle teorie fondamentali del filosofo (entelechia, causalità, finalismo). Meno studiato è il rapporto innegabile che lega Spinoza e Clauberg a questo ramo della scolastica (cf. P. Petersen, Geschichte der aristot. Phil. in protestant. Deutschland, Lipsia 1921; M. Wundt, Die deutsche Schulmetaphysik des XVII. Jahrhunderts, Tubinga 1939. Quest'ultimo contiene anche un elenco completo dei centri principali e di tutti gli autori con le loro rispettive opere, edizioni, ecc.).
4. Rinascita aristotelica del sec. XIX. - Un nuovo ricollegamento con Aristotele si verificò nel sec. xix, sebbene, anche la filosofia moderna, da Cartesio in poi, non fosse riuscita a sottrarsi del tutto allo spirito dello Stagirita. Nonostante però si riconoscesse l'indiscutibile grandezza di Aristotele, per una quasi attuale diversità metodica tra le due correnti aristotelica e moderna, nessun rinnovamento dell'a. sembrava realizzabile. Sotto l'impulso della nuova valutazione della storia del pensiero filosofico da parte dell'idcalismo, ma anche per reazione contro lo stesso idealismo e contro la superficializzazione positivistica, accanto alle direzioni filosofiche dominanti nel sec. xix si venne a formare un nuovo a.; contribuì a questa formazione anche la magnifica edizione critica di I. Bekker (Berlino 1831 sgg.). Si sviluppò così abbastanza rapidamente un fervore particolare di studi aristotelici, non senza partecipazione della scolastica rifiorente.

L'anteag mano del nuovo movimento aristotelico extrascolastico fu F. A. Trendelenburg (1802-72). Per Trendelenburg Aristotele è e deve essere «l'essenziale base storica» di ogni speculazione filosofica: egli elaborò una logica in base ai principi aristotelici, opponendola a quella hegeliana (Elementa logicae arist., Berlino 1836), nella quale tendenza F. Ueberweg pienamente convenne con lui (s pens. sare è rappresentare l'essere i); nella metafisica prevalse l'idea finalistica. Gli studi e l'indirizzo fondamentale di Trendelenburg esercitarono un influsso profondo su Fr. Brentano che, conoscendo a fondo anche gli scolastici, divenne noto poi per i suoi studi esegetici su Aristotele, introdusse molti concetti aristotelici nella cultura filosofico-moderna tedesca e, con F. Bolzano, destò in quell'ambiente un nuovo interesse per la metafisica aristotelica. Tra altri sono anche da ricordare: R. Eucken (Die Methode der arist. Forschung, Berlino 1872), Th. Waitz (ed. dell'Organon, Lipsia 1844-46), C. A. Brandis e H. Bonitz (studi sulla filosofia greca), F. K. A. Schwegler (Metaphysik des A., Tubinga 1847-48). Questa vasta indagine aristotelica sviluppandosi in un primo tempo molto accentuatamente in Germania, ebbe poi forte risonanza in altri paesi dove si venne a risultati non meno importanti (in Francia : Hamelin, Ravaisson, Robin, Carteron, Tricot; in Inghilterra: Jackson, Joachim, Hicks, Ross).

Intanto il lavoro principale della suddetta corrente si svolse piuttosto nel campo esegetico con lo scopo di sincerarsi dell'a. genuino e condusse alla riabilitazione del pensiero e valore filosofico di esso (Eucken, Prantl), mentre l'interesse propriamente sistematico era desto innatoi tutto presso la neo-scolastica dell'epoca e i simpatizzanti con essa (Kleutgen, Von Hertling, Baeumker, Rolfes, Mansion, Colle). Nello sviluppo filosofico odierno l'a. sporetico, anziché quello sistematico, è diventato forza impulsiva ad es., nell'etica e ontologia di Nic. Hartmann e altri, che non trascurano però le sue grandi durevoli intuizioni, ovvero le scoprono indipendentemente (ad es., H. Driesch, [v.]). Joe. Geyser, nelle sue discussioni sulla filosofia moderna e contemporanea, ha fatto egregiamente valere i principi fondamentali dell'a.

Tutti questi studi storici, esegetici, sistematici fecero intendere sempre più l'importanza del problema circa l'evoluzione intrinseca del pensiero filosofico dello Stagirita. W. Jaeger ha per primo esposto tutti i problemi riguardanti la genesi della metafisica aristotelica e cercato di chiarire la questione dell'evoluzione dottrinale di Aristotele dal platonismo iniziale al personale pensiero della maturità (Aristoteles. Grundlegung einer Geschichte seiner Entwicklung, Berlino 1923, ed altri scritti), non senza critiche da parte di altri competenti (cf. A. Mansion, La genèse de l'oeuvre d'A. d'après les travaux récents, in Rém. Moncalast. de 36il., 29 [1927], pp. 307-41, 423-66); in Italia seguono alquanto l'indirizzo dello Jaeger, E. Bignone ed R. Oggioni.

Btsz.: Manca uno studio complessivo, mentre non scarsegiano monografie, specialmente per l'a. del Rinascimento; tra i manuali di storia della filosofia è indispensabile informatore F. Ueberweg, Grundriss der Geschichte der Philosophie, III, 12* ed., Berlino 1924; IV, 12* ed., ivi 1923; I, 12* ed., ivi 1926, per le

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edizioni, traduzioni e i commenti moderni. La bibliografia generale e speciale è aggiornata in C. Carbonara, Il secolo XV, Milano 1943, pure in W. Windelband - H. Heimsoeth, Lehrbuch der Geschichte der Philosophie, Tubinga 1933.

Oltre gli autori ed opere già citati, tra i più rappresentativi sono da ricordarsi per la prima fase: F. Fiorentino, P. Pomponazzi, Firenze 1868; id., Bernardino Tebsio, naso studi storici sull'idea della natura nel Risorgimento italiano, Firenze 1874; id., Il risorgimento filosofico nel Quattrocento, Napoli 1883 (postumo); G. Voigt, Die Wiederbelebung des Mass. Altertums, ²² ed., Berlino 1880; B. Nardi, Intorno allo dottrine filos. di Pietro d'Alsano, in Nuova Riv. Storica, 4 (1920), pp. 81-97, 484-81; 5 (1921), pp. 300-13; id., Sizieri di Brabante nel pensiero del Rinascimento Italiano, Roma 1945; A. Dempf, Geisteswissenschaftliche Aufgaben der Erforschung der Renaissance-Pbilosophie, in Deutsche Viertelsahreschrift für Literaturwissenschaft und Geistesgeschichte, 7 (1929), n. 4; E. Tenilo, Averroismo e n. padovana, Padova 1939; E. Garin, A. e platonismo nel Rinasce, in La Rinascita, 2 (1939), pp. 641-71. Sui primi inizi dell'averroismo padovano, v. F. Usberweg, II, 11" ed., Berlino 1928, pp. 612-19. Sui rapporti tra scolastica e filosofia naturale del Rinascimento, v. le opere di P. Duhent e A. Maier. - Per la seconda fase, oltre l'op. cit. di C. Giacon, K. Werner, Franz Suarez und die Scholastik der letzten Substandorte, 2 voll., Rotsibona 1861 e 1889, e gli scritti di M. Lechner e B. Jansen. - Per la terza fase: E. Weber, Die philosophische Scholastik des deutschen Protestantismus im Zeitalter der Orthodorie, Lipsia 1907. - Per la quarta fase: F. Usberweg, IV, passim; II. Windischer, Franz Brentano und die Scholastik, Innsbruck 1936.

Novato Picard
ARITMETICA: v. MATEMATICA.
ARIZZARA, GIACINTO. - Domenicano del sec. xviri, professore di S. Scrittura e di lingue orientali nell'Università di Modena. Non indegno, come ebraista, del suo contemporaneo G. Bern. De Rossi, pubblico De hobraicorum characterum in s. bibliis origine et antiquitate, Modena 1782. Notevole la sua introduzione allo studio biblico: Elementa sacrae hermeneuticae, Castelnuovo di Garfagnana 1790, in cui tratta con sodezza, riferendosi alle più sane critiche del suo tempo, le questioni relative all'ispirazione, al canone, all'autorità delle versioni. Esige dall'interprete della S. Scrittura scienza filologica (lingua ebraica e greca) e storica, e rigetta l'esegesi soggettiva. Purtroppo tale opera, venuta alla luce in un'epoca turbata, è rimasta senza eco tra i cattolici.

Bibs.: J. Thomas, s. v. in DB, I, col. 966. Vincenzo Cavalla
ARJONA, Manuel Mabía de. - Poeta spagnolo n. in Osuna, presso Siviglia, il 12 giugno 1771, m. a Madrid il 25 luglio 1820. Le sue fonti di ispirazione possono esser ridotte a tre : la letteratura latina, l'italiana e la religione. Tra i poeti latini ebbe caro soprattutto Orazio; dei nostri tradusse alcune cose dal Verri, dal Filissia e dal Guarino; Rome gl'ispirò una delle sue più lodate composizioni di gusto classico, intitolata appunto Las ruinas de Roma (1808). Con altre sue poesie, come quelle A la Natividad de Nuestra Señora, A la Immaculada Concepción, A Jesús, Al pueblo hebreo, siamo nel campo del sentimento religioso, ch'egli ebbe vivo e sincero, e del quale informò non solo i suoi versi ma anche la sua vita, una vita singolarmente travagliata che, da canonico della cappella di S. Fernando e poi della cattedrale di Cordova, lo fece trovar coinvolto in accuse di parteggiamento verso l'invasione francese, nonostante che, invece, egli si adoperasse sempre a compiere il proprio dovere con zelo e spirito patriottico.

Bibs.: Le sue principali poesie (e fra esse anche il poema Las Ruinas de Roma e la trad. di un frammento del Pastor fido dal Guarino) sono pubblicate in Poesas liricas del s. XVIII (Biblioteca de Antores Espadales, 63), Madrid 1871, pp. 499530.

Ruggero M. Ruggieri
ARLES. - Città della Francia sud-orientale, nel dipartimento delle Bouches-du-Rhône, con una popolazione di 29.000 ab. ca., A. fu sede arcivescovile, soppressa col concordato napoleonico del 180 r. Sebbene le sue origini restino oscure, vi è provata l'esistenza di
una comunità cristiana già nel sec. inr. La tradizione locale, accreditata sin dal sec. iv, vuole che il fondatore della sede arelatense fosse s. Trofimo, presentato nelle lettere di papa Zosimo come il primo vescovo di A. e il primo apostolo delle Gallie. Storicamente accertato è Marciano, di cui s. Cipriano domandava (254) la deposizione, perché fautore dello selama di Novaziano. Soggiorno preferito di Costantino, A. nel 314 divenne sede di un concilio per dirimere le controversie tra Ceciliano di Cartagine e i donatisti. Sotto l'imperatore Costanzo, uno dei capi del partito ariano, che nel Sìnodo di A. (353) condannarono s. Ilario di Poitiers, era Saturnino che un decennio più tardi, durante la reazione ortodossa, fu deposto dall'episcopato.

Sebbene l'importanza della città come centro commerciare fosse notevole, tuttavia per tutto il sec. Iv A. rimase sempre una città secondaria nel campo amministrativo e politico, e fu solo verso la fine ( 392 ca.), quando il prefetto delle Gallie vi si rifugio installandovi la sede del governo, che essa acquistò una notorietà politica mai sino allora goduta. Fu forse quella l'occasione per il vescovo locale di attribuirsi, a imitazione dei poteri civili, delle prerogative sugli altri vescovi della regione, contro il metropolitano di Vienne. Difatti, nel Concilio di Torino (401) fu dibattuta la questione, senza peraltro risolverla, quale delle due sedi - Vienne o A. - avrebbe usufruito dei diritti di metropoli ecclesiastica.
r. Metropoli e provincia ecclesiastica.-Nel 417, con l'intento di vincolare più strettamente alla Sede romana l'episcopato delle Gallie, il papa Zosimo si lasciò persuadere da Patroclo, succeduto nel 412 a Heros, ad elevare A. a sede metropolitana, non solo della provincia Viennensis, alla quale apparteneva la sede, ma anche della Narbonensis I e II. Andando oltre, il Papa fece di Patroclo una specie d'intermediario tra l'episcopato delle Gallie e la S. Sede. Da allora nessun vescovo poteva essere ammesso dinanzi al Papa senza le lettere testimoniali del vescovo di A. e tutti gli affari ecclesiastici delle Gallie dovevano essere a lui deferiti. Questa somma di privilegi ne facevano, oltre che un metropolita, un vicario del Papa.

La primazia si ecclissava poco dopo, perché il successore di Zosimo, s. Bonifacio, si mise per una via differente, seguita dai successori. S. Leone Magno, nel 445, insistendo sul carattere personale dei privilegi concessi a Patroclo, li giudicò oramai un abuso e spogliò il vescovo s. Ilario di ogni giurisdizione non solo sulle province vicine, ma sulla stessa Viennensis. Poco dopo (450), essendo vescovo Ravennio, il Papa ricevette un indirizzo firmato da 19 vescovi della Gallia in favore dei privilegi metropolitani di A. quali erano stati definiti da papa Zosimo. S. Leone rispose esponendo i lamenti del vescovo di Vienne e decidendo che tutta la Viennensis fosse divisa in due metropoli : Vienne e A. Alla prima furono attribuite come suffraganee : Valenza, Ginevra, Grenoble e Tarantasia. Alla seconda: Marsiglia, Tolone, Orange, St.-PaulTrois-Châteaux, Avignone, Aix, Vaison, Cavaillon, Carpentras. La primazia di A. cessò di far parlare di sé, quando le invasioni visigotiche obbligarono al trasferimento in Italia delle grandi amministrazioni romane. Vi ritornarono dopo la caduta del regno visigoto (507). Papa Simmaco cercò nuovamente di rialzare le sorti della primazia, nominando s. Cesario (v.) suo rappresentante nelle Gallie e nella Spagna (514). Alla morte di Cesario (542) la Gallia, salvo la Septimania, era interamente franca e A. riconosceva l'autorità del re Childeberto. Ogni legame era praticamente

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interrotto tra questa e la Spagna, compresa la Narbonensis I, e i successori di s. Cesario, Ausanio, Aureliano, Sapaudo, sebbene riconosciuti da Roma come vicari, non ebbero più un potere effettivo. Sotto il regime franco, gli arcivescovi di A. nei concili nazionali figurano ormai come metropoliti ordinari e alla fine del sec. vi non si fa più questione del vicariato. Con l'avvento dei Merovingi, la primazia passa a Lione. Ma la circoscrizione metropolitana continuò ad essere oggetto di discussioni e nel Concilio di Francoforte (794) fu confermata la sentenza del 450 che assegnava 9 sedi suffraganee ad A., 4 a Vienne. Nell'828, con la elevazione di Aix a metropoli, A. rimase con 8 sedi suffraganee; questa situazione rimase immutata sino al 1475, quando Avignone fu creata metropoli con le sedi di Vaison, Cavaillon, Carpentras come suffraganee.
2. Arcivescovato. - Successore di Patroclo, ucciso nel 426, fu s. Onorato (m. nel 429) fondatore della celebre abbazia di Lerino, dove si formarono alcuni dei suoi successori nel-
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(da Cahiers Archcologigura, PII)

Aries - Pienta archeologica.
l'episcopato: s. Ilario (429-49), s. Cesario (502-42), s. Aureliano (546-51); i due ultimi zelanti promotori della vita religiosa introdotta da s. Onorato, e fondatori di monasteri con legislazione stabile. Notevole l'azione di Lerino durante i secc. v e vi per lo sviluppo della vita parrocchiale nell'arlesiano, ostacolata in seguito dagli avvenimenti politici che portarono sotto il dominio franco allo smembramento del territorio metropolitano, e più ancora durante i torbidi causati nella Provenza dalle invasioni dei Saraceni.

Nel sec. x, con la instaurazione di una nuova dinastia comitale coincide la rinascita religiosa locale e la restaurazione della disciplina ecclesiastica, ma essa è opera del monachismo : specialmente di Lerino, di S. Vittore di Marsiglia e soprattutto dell'abbazia di Montmajour, fondata nel 974 e destinata a grande fortuna. Quanto ai vescovi, divenuti potenti signori feudali, sono vittime del sistema contro il quale più tardi insorgerà il movimento gregoriano. La loro potenza temporale, affermatasi durante l'anarchia dei secc. Ix e x , fu riconosciuta dai re di Borgogna, con la concessione dei diritti della regalia, e si consolidò sotto gli imperatori della Casa Salica. Federico Barbarossa nel 1164 qualificava A. "caput provinciae et principalis sedes imperii" e nel 1178 vi riceveva la corona di re di Borgogna dall'arcivescovo Raimondo. Nella prima metà del sec. xiri A. risentì gli effetti dei torbidi a sfondo politico-religioso, causati dall'eresia albigese, finché nel 1251 finiva sotto il dominio di Carlo d'Angiò, col quale trionfava l'influsso francese.

Il soggiorno dei Papi in Avignone non fu estraneo ad interventi nella sede arlesiana. Parecchi dei suoi titolari appartennero alla corte pontificia, la quale mise la mano anche sui vescovati vicini. Dopo lo scisma
d'Occidente notevole fu l'attività spiegata dagli arcivescovi di A. ai Concili di Costanza e di Basilea, dove il card. L. Aleman (v.), fu il fautore dell'elezione dell'antipapa Felice V, contro Eugenio IV. Sotto l'influsso della Prammatica Sanzione il capitolo di A. cercò di riprendere il suo diritto di elezione all'arcivescovo; ma col concordato del 1516 questo passò nelle mani del re di Francia. Ultimo arcivescovo fu G. M. du Lau, ucciso durante la Rivoluzione (1792), e beatificato da Pio XI il 17 ott. 1926. Col concordato del 1801 la sede fu soppressa e l'arcivescovo di Aix uni al suo titolo quelli di A. ed Embrun.

Bibl.: W. Gundlach, Der Streit der Bistimer A. und Viemo um den Primaten Galliarum, Trencoliora s. M. 1890: H. J. Schmitz, Der Vihurint von A., in Historisches Jahrbuch, 12 (1891), pp. I age., 245 age.; J. M. H. Albarás-U. Chevalier, Gallia Christiana Noviciana, 1: Arles, Parigi 1901: L. Duchesne, Faites épiscopaux de l'ancienne Gaule, I, 2* ed.. Parigi 1907, pp. 86-146, 249-62: H. Moris, L'Abbaye de Léviot, Histoire et Monnments, 2. coll., ivi 1909: E. Camau. L'Gènere de l'Eglise do VIe au XIIc siècle en Provence, ivi 1919: L. A. Constans, A. antique, ivi 1921: J. Béranger, Saint-Victor, secunda Roma, Marsiglia
1927: F. Benoit, L'Abbaye de Montmajour, Parigi 1928: L. Royer, s. v. in DHG, IV, coll. 231-431, Mario Scaduto
3. Archeologia. - Le basiliche antiche di A. - basilica Constantia, beati ac primi martyris Stephani, beati Genesii etc. - presentano ardui problemi all'archeologo, a causa delle ricostruzioni posteriori. Ma più eloquente è il ricordo del primitivo cristianesimo nelle iscrizioni e nei sarcofagi provenienti dalle necropoli cristiane ed ora riuniti in preziosa raccolta nel museo d'arte cristiana. Delle due necropoli, quella degli Aliscamps e quella di Trinquetaille, la prima è tuttora un sito molto suggestivo con le file dei suoi sarcofagi di pietra e con i monumenti medievali, tra cui predomina la chiesa di S. Onorato, sorta sui resti dell'antica basilica di S. Genesio (esistente al sec. v) e rifatta a più riprese (secc. vi-vii e xii-xiii).

Due altri monumenti, intra muros, destano il più vivo interesse: la chiesa di Notre-Dame-la Majeure, ove si tenne il Concilio del 451, ma che fu ricostruita nel sec. xir, e la primaziale di S. Trofimo. Questa, dedicata in origine a s. Stefano, fu edificata sopra resti di un edificio romano di difficile identificazione, e ricostruita anch'essa fra il 1152 e il 1180 . Il coro è un'aggiunta del sec. xv. Il suo portale (anno 1175 ca .) ed il suo chiostro, metà romanico e metà gotico, sono due gioielli d'arte medievale.

Bibl.: E. Le Blant, Etude sur les sarcophages chrétiens antiques de la ville d'A., Parigi 1878: L. A. Constans, A. antique, (Bibl. des Ecoles frang. d'Athènes et de Rome, 119), Parigi 1921: F. Benoit, A., ses monuments, son histoire, Liens 1927: L.-H. Labande, L'église de St-Trophine d'Arles, Parigi 1930: F. Benoit, Les cinetières suburbains d'A. dans l'antiquité chrétienne et au moyen-âge (Studi di antichità cristiana, 11), Città del Vaticano 1932: J. Hubert, La topographie religieuse d'Arles au VIe siècle, in Cahiers Archéologiques, 2 (1947), pp. 17-27.

Luciano De Bruyne

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(da T'itpert, Sarcofagti
arles - Cristo dorinte fra gli Apostoli. Sarcofago del vescovo Concordio (s. 380).
4. I Concili di A. - A. ha importanza grande nella storia dei primi secoli della Chiesa, specialmente per i numerosi concili che vi si celebrarono. Il più famoso è quello del 314 . Costantino convocò i vescovi del suo impero al Concilio d'A. nelle Gallie, per il 1^{°} ag. 314. Occorreva trattare il caso di Ceciliano, nuovo vescovo di Cartagine, di cui i donatisti impugnavano l'elezione. Presenti vari vescovi delle province d'Occidente, se ne fece l'apertura il giorno prestabilito dall'imperatore. Il numero dei seicento vescovi presenti è esagerato e lo si deve ridurre di alcune centinaia. Nella lettera sinodale inviata al papa Silvestro si parla di trentatré vescovi; ciò nonostante si può dire che la maggior parte della cristianità dell'Occidente vi era rappresentata. In Oriente si ignorava quasi del tutto la controversia donatista.

Nella succitata lettera al papa Silvestro, i Padri del concilio dichiaravano che la loro gioia sarebbe stata completa se il Papa fosse venuto personalmente a presiedere le sessioni. Infatti, il Papa era rappresentato da legati, che firmarono dopo i vescovi. Disgraziatamente non possediamo gli atti completi del Sinodo; sappiamo tuttavia che il caso di Ceciliano vi fu esaminato con cura. I donatisti rinnovarono le loro accuse, ma senza dar prove; perciò furono condannati o rinviati.

Dopo il giudizio su Ceciliano, i Padri formularono diversi canoni che inviarono al Papa per la conferma. Essi riguardavano la controversia pasquale, la questione del secondo Battesimo degli eretici e certi affari disciplinari.

L'edizione migliore dei ventidue canoni del sinodo è ancora quella dei Maurini, pubblicata nel 1769 . Il canone primo stabilisce che la festa di Pasqua venga celebrata dappertutto nello stesso giorno, e che il Papa informi, come di consueto, i vescovi a tale proposito. Secondo Hefele-Leclercq, si voleva soprattutto assicurare l'uniformità con l'invio delle lettere da Roma, senza proporsi direttamente l'abolizione del computo alessandrino. Il secondo canone impone ai chierici l'obbligo di rimanere uniti alla chiesa per la quale furono ordinati.

Nel terzo canone, la scomunica colpisce coloro che gettano le armi in tempo di pace. Come spiegare questo canone? Si trattava di fumeggiare ai fedeli l'obbligo del servizio militare: la Chiesa biasimava i disertori. I due canoni seguenti consideravano come indegni della comunione dei fedeli coloro che facevano professione di divertire il popolo con i vari spettacoli al circo, alle arene, al teatro e allo stadio.

Dal settimo canone si scorge che il concilio difficilmente ammetteva l'uso dei Sacramenti ai magistrati che
erano in carica. Nella nuova atmosfera politica il magistrato cristiano non è più obbligato, come per il passato, ad astenersi dal frequentare la chiesa, ma il vescovo dovrà stendere su di lui la propria sollecitudine perché non abbia a commettere ingiustizie.

Del secondo Battesimo agli eretici si tratta nell'ottavo canone. Bisogna dire che il Concilio di A. lo pone sul suo vero piano allorché dichiara valido il Battesimo conferito secondo la forma prescritta dal Vangelo e praticata dalla Chiesa. Si fa astrazione dall'ortodossia e dalla moralità del ministro. Dovevano gli eretici essere interrogati sul simbolo : eran essi stati battezzati secondo la formola trinitaria o no? In caso negativo venivano ribattezzati; in caso affermativo, s'imponevano loro semplicemente le mani «ut accipiant Spiritum Sanctum n. Questa imposizione era fatta ad paenitentiam, o ad confirmationem. Nel tredicesimo canone è dato ordine di allontanare dal clero coloro che consegnarono le S. Scritture o i vasi sacri, o i nomi dei fratelli; tuttavia l'ordinazione fatta dal vescovo "traditore" resta valida. Si sa che, con l'editto del 303, Diocleziano aveva decretato l'interdizione delle assemblee cristiane, la distruzione delle chiese, dei libri sacri e degli arredi liturgici.

Il quindicesimo canone dichiara abusivo il diritto che s'arrogavano alcuni diaconi di offrire il divino sacrificio, con il pretesto che avevano da governare parrocchie.

Tali i principali canoni del primo Concilio di A. "il più illustre che si fosse fino allora veduto nella Chiesa".

Il secondo Concilio di A. fu tenuto nel 443 ed è ordinariamente designato «Arelatense II n, perché quello del 353 non è computato, essendo contaminato di arionesimo.

Nel 455, Ravennio, vescovo di A., presiedette una assemblea per comporre la lite tra il vescovo di Fréjus e l'abate di Lerino.

Alcuni anni prima, nel 451, una riunione di vescovi in A. approvò solennemente l'Epistola dogmatica di s. Leone, letta al Concilio di Calcedonia.

Occasione del Concilio del 475 fu un sacerdote, Lucido, il quale sosteneva certi errori circa la predestinazione e la grazia. D'intesa con i Padri, Fausto di Riez prese l'impegno di ricondurre l'eretico alla verità a tale scopo scrisse due opere che sono esse stesse infette di semipelagianesimo.

Nel 524, sotto la presidenza di s. Cesario, fu celebrato un importante concilio, in alcune collezioni chiamato "Arelatense III». Fu riunito in occasione della consacrazione della basilica di S. Maria ed emanò quattro canoni disciplinari che riflettono antiche ordinanze messe di nuovo in vigore.

Verso la fine del suo regno, Carlomagno impose

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(Int. Andevan)
Armadio - A. contenente i quattro Evangelii. Particolare del musaico del mausoleo di Galla Placidia (sec. v) - Ravenna.
la celebrazione di concili riformatori; così, nell'ag. 813, un'assemblea si riunì ad A. aquesto scopo sotto la presidenza dell'arcivescovo della città e di quello di Narbona. Venticinque canoni vi furono promulgati per correggere gli abusi e ristabilire la disciplina ecclesiastica.

Nel 1211 si riuniva ancora un sinodo ad A. contro Raimondo, conte di Tolosa, che si ostinava a devastare il mezzodi della Francia ed a favorire gli eretici. Gli fu imposto l'obbligo di deporre le armi e di rinviare le truppe ausiliari. Raimondo non volle sentir ragione, ma i legati lo dichiararono nemico della Chiesa e promisero i suoi possedimenti a chi li avesse conquistati. Innocenzo III confermò la sentenza.

I tre Sinodi del 1234, del 1236 e del 1246 emanarono dei regolamenti disciplinari. Fra i 24 canoni promulgati nel 1234 vi è quello che obbliga gli ebrei a portare sui loro abiti segni distintivi. Nel quindicesimo è prescritto che in ogni sinodo e in tutte le domeniche e giorni festivi siano scomunicati gli usurai, gli adulteri notori, gli indovini e coloro che li consultano.

E da ricordare il Sinodo del 1275, celebrato nella chiesa di S. Trofimo, nel quale furon pubblicati ventidue capitula, rinnovanti antiche ordinanze.

Nel Sinodo del 1303 i Padri condannarono la falsa dottrina di Gioacchino (v.) da Fiore, abate cistercense. Alla condanna di Gioacchino e dei suoi seguaci il Sinodo aggiunse sedici canoni. - Vedi Tav. CXXXIV.

Biel.: Mansi, II, 463: VII, 1007; VIII, 625: XIV, 55: XXII, 818; XXIII, 336, 731, 1002; XXIV, 147; A. C. Pehier, Dict. des Conciles, I, parte 1, p. 275 ; parte 11, p. 869 ; II, parte 1, p. 460 ; parte II, pp. 882, 908, 1061; III, parte 1, pp. 169, 247; parte II, p. 1135; V, parte II, pp. 1289, 1360, 1706; VI, parte 1, pp. 113, 226; Hefele-Leclercq, I-VI, passim.

Romualdo Souarn
ARLINCOURT, Charles-Victor Prévot d': v. Prévot, Charles-Victor.

ARLOTTO, Plevano: v. maInardi, arlotto.
ARLOTTO da Prato. - Teologo francescano, n. a Prato, m. a Parigi nel 1286. Studiò a Parigi e, divenuto «magister», insegnò teologia almeno dal 1281. Dal

1282 al 1285 fu provinciale della Toscana e il 13 maggio 1285 fu eletto, a Milano, ministro generale dell'Ordine. Presto morì e fu sepolto nel convento di Parigi (1286), in fama di santità e di scienza.

Ci rimane di lui una Quaestio disputata (datata del 1281) nel Cod. Ist. 14726 della biblioteca Nazionale di Parigi, il quale conserva anche suoi Sermones. Molti scrittori attribuiscono ad A. le Concordanze bibliche, che cominciano con la prefazione Cuilibet. Ma queste sono la ³ᵃ edizione delle Concordanze di Ugone da S. Caro, preparate da Corrado da Halberstadt, e molte volte ristampate. A. sembra del tutto estraneo a quest'opera; ma forse ha posto l'ultima mano alle Concordance morali, composte dai frati Minori e erroneamente attribuite a s. Antonio di Padova.

Bibl.: L. Wadding, Script. Ord. Min., Roma 1906, p. 13; J. H. Sbaralea, Supplementum ad Script. Ord. Min., Roma 1906, pp. 101-102; L. Oligcr, s.v. in DHG, IV, coll. 151-52; A. Kleinhans, in Antoniacum, 6 (1231), pp. 316-24. Arduino Kleinhans

ARMA CHRISTI: v. passione, strumenti della.
ARMADIO. - Nei musaici del mausoleo di Galla Placidia a Ravenna e in una miniatura del cod. Amiatino (Firenze, Laurenziana) si hanno i più antichi ricordi di a. per la custodia dei libri liturgici. Mobili lignei del medesimo tipo dovevano servire anche per conservare arredi e parati sacri e dovevano presentare la distribuzione degli spazi interni che è tuttora in uso. Non diversi erano gli a. destinati a contenere reliquie, come quello di cipresso scolpito a rosoni del tempo di Leone III, rinvenuto nel Sancta Sanctorum al Laterano. Ancora semplice di forma, ma ricco negli ornati è l'esemplare trecentesco nella sacrestia della cappella dell'Arena a Padova. Nel primo Rinascimento furono in largo uso le decorazioni a tarsia, come negli a. di S. Maria del Fiore dovuti a Giuliano da Maiano. Successivamente l'a. si articola in più corpi e l'intaglio si fa vigoroso, come in quelli seicenteschi della Certosa di Pavia. In molti casi, a partire dal Seicento, gli a. formano un rivestimento totale delle pareti della sacrestia ed assumono così una funzione architettonica anche se mantenuti in una grande sobrietà di linee. Il mobile sacro si scosta poi dallo sviluppo di quello profano rimanendo più aderente alla tradizione ed ha potuto accogliere senza preziosità di materia e di effetti la semplicità moderna fondata su una rigorosa aderenza all'uso.

Gli a. per gli oli santi sono per lo più di piccole dimensioni e incassati nel muro: assumono l'aspetto di edicolette per l'architettura che li incornicia. Spesso sullo sportello sono le due lettere O.S. ("olea sancta»).

Bibl.: A. Jacquemart, L'art du mobilier, Parigi 1877; W. Bode, Das italienische Möbel in der Renaissance, Berlino 1920; H. Schmitz, Das Möbelwerk, ivi 1925.

Guglielmo Matthise
ARMAGEDON ('Aquay^̄̄̄v; nei codici della recensione K May̧8úv [pochi : Maẏ̧̀8̃̄v]; principali codici della Volgata Hermagedon o Magedon). - Nome ebraico ("monte di Mageddo") del luogo in cui, dopo che l'Angelo avrà versato la sesta coppa, i «re di tutta la terra», alleati della «Bestia», si concentreranno nel gran giorno di Dio per combattere l'Onnipotente (Apoc. 16, 16), sospinti da tre impuri spiriti simili a rane (ibid. 16, 14).

La località, allegorica, prende il nome da Mageddo (v.), città che si trova al limite sud-occidentale della pianura di Badrelon, quasi alla base dei colli degradanti dal Carmelo.

Per l'importanza strategica del passo di Mageddo, il lato occidentale della pianura di Esdrelon fu il più celebre campo di battaglia della Palestina, teatro di vari scontri decisivi (Thutmose III, lanciandovi il suo esercito, vi debellò i principi cananei di Siria e di Palestina, 15 maggio 1479 a. C.). Alle «acque di Ma-

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ABSIDE DELLA PIEVE (sec. xili).

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Tav. CXXXIV
ARLES
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geddo : i Cananei furono sconfitti dalle tribù galilaiche e Sisara ucciso (Iudc. 5, 19); i re Joram e Ochozia furono uccisi il presso (II Reg. 9, 23-27); soprattutto memoranda la rotta del re Giosia ( 600 a. C.), ucciso nella "pianura di Mageddo" dalle truppe del faraone Nechao II (II Reg. 23, 29-30; II Par. 35, 22-25), e tale lutto rimase proverbiale (Zach. 12, 11; v. ADADREMMON).

Il nome evoca quindi sconfitta e strage; A. è per antonomasia il luogo ove i re periscono. La narrazione della battaglia e della vittoria di Dio sulla coalizione dei re, presagita con il nome A. in Apoc. 16, 16, è rinviata a Apoc. 19, 17-21.

Bibl.: E. R. Allo, L'Apocalypse, Parigi 1921, pp. 239-40, 282: J. de Hest, Die Enthrisis der Välber: Der hommende Richter in Harmageddon, ³² ed., Giessen 1931: J. Jeremias, Har Magedon (166, 16, 16), in Zeitschr. für neutral. Wissenschaft, 31 (1932), pp. 73-77: J.-H. Michael, Har Magedon (Rev. 16, 1216), in Teorimo of Theol. Studies, 38 (1937), pp. 168-72; C. C. Torrey, Armageddon (Apoc. 16, 16), in Harvard Theol. Broiev. 31 (1938), pp. 237-48.

Antonino Romeo
ARMAGH, ARCIDIOCESI di. - Con sede ad Armagh, città dell'Irlanda settentrionale a ca. 120 km . a nord di Dublino, capoluogo di una contea. Il nome deriva dal gaelico Ard Macha, altura di Macha. La sede con la sua dignità primaziale risale a s. Patrizio, l'apostolo dell'Irlanda, il quale verso il 445 , vi crease una chiesa, un monastero e, a quanto sembra, la scuola, che divenne molto celebre nei secoli successivi. In essa fu compilato verso l' 807 il Liber Ardmachanus, opera importante scritta in latino ed in gaelico antico, che contiene quasi tutto il Nuovo Testamento, alcuni scritti ecclesiastici, la Confessione e due Vite di s. Patrizio. Si conserva ora a Dublino.

Nell'esercizio del loro diritto primaziale gli arcivescovi di A., dal sec. viII fino al xill, visitavano varie regioni dell'Irlanda per rafforzare la disciplina e per esigere le tasse loro dovute per le opere (come sembra) della sede. Questa visita fu interrotta dopo l'invasione inglese.

Fra le grandi figure che occuparono la sede di A. le più degne di nota sono s. Malachia (v.), e il beato Oliviero Plunkett (v.). La diocesi comprende 55 parrocchie, delle quali due appartengono alla mensa arcivescovile; 169 sacerdoti diocesani e 78 regolari. La popolazione è di 202.850 , dei quali 131.800 cattolici. Le diocesi suffraganee sono otto.

Bibl.: J. Lanigan, Ecclesiastical History of Ireland, Dublino 1829; Annals of the Four Masters, ed. O' Donovan, ivi 1836; J. O' Hanlon, Life of st. Malachy, ivi 1839; P. F. Moran, Memoirs of Most Rev. Dr. Oliver Plunkett, ivi 1861; J. Healy, Ireland's Ancient Schools and Scholars, ivi 1890; J. Stuart, History of A. ed. Coleman, ivi 1900: J. Linchaeus, De Praesulibus Hiberniae, ed. O' Doherty, ivi 1944. - Il Liber Ardmachanus è stato edito da Gwynn a Dublino nel 1913.

Dionisio Mac Daid
ARMAGNAC, GEORGES d'. - Cardinale, n. probabilmente nel 1507, m. il 5 giugno 1585. Ricevette una fine educazione specialmente alla corte del re di Navarra. Fu protetto da Margherita d'Angoulême, sorella di Francesco I. Deve al favore di lei l'elezione a vescovo di Rodez ( 1530 ) e a governatore delle terre di Armagnac e Rouergue. Nel 1536 fu mandato ambasciatore a Venezia. S'era nel pieno della lotta tra Francesco I e Carlo V, e il d'A. avrebbe dovuto ottenere l'alleanza o almeno la neutralità di Venezia. Nel 1538 tornò in Francia, ma due anni dopo fu inviato ambasciatore a Roma, dove rimase fino al 1545 . Già da un anno era stato creato cardinale ( 19 dic. 1544). Di ritorno in patria fu trasferito all'arcivescovato di Tours, che tenne fino al 1551. Tra il 1547 e il 1560 tornò a Roma altre tre volte. Dopo il 1560 limitò la sua attività alla Francia meridionale, sempre amico
della casa di Navarra. Anzi fu lui che battezzò il futuro Enrico IV. Diventato vescovo di Tolosa (1551), lotrò con fermezza e insieme con moderazione contro l'eresia calvinista. Partecipò al colloquio di Poissy (autunno 1561). Dal 1565 al 1585 coadiuvò il card. di Borbone nella legazione di Avignone. Nelle intricate vicende delle guerre di religione, il d'A. riusci a mantenere nel principato una relativa tranquillità. Fu amico e corrispondente dei migliori letterati francesi e italiani del tempo.

Umanista egli stesso e amante dei libri, lasciò una delle migliori biblioteche del secolo. Purtroppo il suo epistolario, che supera il migliaio di lettere, e i suoi dispacci sono ancora in gran parte inediti e dispersi in diversi archivi d'Italia e di Francia. Sarebbero, pare, fonte storica importantissima.

Bibl.: Pastor, V, pp. 482, 486; VI, pp. 6, 344; VII, pp. 14, 16, 24, 27, 377, 461; VIII, p. 338; X, p. 166; Ch. Samaran. s. v. in DHG, IV, coll. 263-67; E. G. Ledes, s. v. in Dictionn. di biographie francique, III (1936), coll. 677-79. Ireneo Daniele

ARMAITI: v. AMESA SPENTA.
ARMAND, ERNEST. - Diplomatico francese n. a Parigi il 6 marzo 1828, m. ivi il 28 nov. 1898. Primo segretario d'ambasciata a Roma, vi funzionò da incaricato d'affari in attesa del titolare De Sartiges durante quel tragico autunno 1867, in cui sembrò che il millenario Stato Pontificio, abbandonato alle sue deboli forze a causa della famosa Convenzione del sett. 1864, stesse per cadere sotto le poderose spinte di grosse bande garibaldine segretamente favorite e sostenute dal ministero Rattazzi. In quel tempo l'A. cattolico convinto, devotissimo a Pio IX, comunicava giornalmente a Parigi quanto accadeva, insistendo al fine di ottenere un nuovo intervento francese, ribadendo in ogni suo dispaccio i seguenti punti : non esservi nel Lazio alcuna insurrezione, bensì un'invasione dal regno confinante; il governo regio aiutare risolutamente i garibaldini. Roma, intanto, viveva tra angoaciose incertezze. Le truppe, sebbene valorose e combattive, apparivano sempre più stanche. Pio IX e lo Antonelli erano risoluti a difendersi fino alla fine. Da un primo successo furono coronati i nobili sforzi dell'A. il 17 ott., quando Napoleone III promise l'aiuto della Francia. Ma i nebulosi ondeggiamenti politici dell'imperatore e gli intrighi diplomatici del Rattazzi e del Nigra acuirono la crisi a tal punto che il card. Antonelli fece spedire subito dall'A. un dispaccio, che sembrò quasi la voce di un morente. Il 26 ott. la squadra partiva da Tolone; il 29 il corpo di spedizione sbarcava a Civitavecchia; il 3 nov. una colonna franco-pontificia comandata dal generale Ermanno Kanzler batteva Garibaldi e i suoi a Mentana. A. ebbe da Pio IX in ricompensa il titolo di conte ( 27 nov. 1867) e concluse la sua carriera come ministro di Francia a Lisbona nel 1878, sedendo poi per alcuni anni alla camera dei deputati sui banchi dell'opposizione.

Bibl.: P. Mencacci, La mano di Dio nell'ultima invasione contro Roma, Roma 1866-69; G. G. Franco, I crociati di S. Pietro, ivi 1869-76; P. De La Gorce, Histoire du Second Empire, Parigi 1894-1901; L. Mordini, s. v. in Diz. Ris. Naz., II, p. 110; P. Dalla Torre, L'anno di Mentana, Torino 1938, con ampia bibl.

Paola Dalla Torre
ARMANDO de Bellovisu (ARMAND DE BelVEZER). - Filosofo e teologo domenicano, n. in Provenza nella seconda metà del sec. xili : incerta è anche la data della sua morte. Le notizie superstiti che lo riguardano sono ristrette al periodo 1326-34. Nel 1526 figura quale maestro di teologia e reggente gli studi presso il convento di Montpellier. Tra il 1326 ed il 1328 fu nominato Maestro del S. Palazzo in Avignone.

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Armellini, Carlo - Ritratto - Roma, museo del Risorgimento.
Il nome di A. è legato alla questione della visione beatifica, discussasi nel 1331 in seguito al noto sermone di papa Giovanni XXII. Il Maestro del S. Palazzo fu costretto a uscire dal riserbo e a prendere la sua posizione. E lo fece in maniera franca ed ironica per cui sembra che sia caduto in disgrazia del Papa.

Opere: Responsiones mag. Armandi, magistri Sacri Palatii de ord. Praed. ad 19 articulos ex parte beatitudinis apostolicae missos fratri Armando, rectori sacri palatii (mus. nella bibl. di Cambridge, Jl. 3. 10). A. riconoscendo che gli articoli censurati dalla commissione papale del 7-8 sett. 1333 possono ammettere diversi significati, inclina verso quello più favorevole e giustifica Tommaso Walleis e Durando di S. Porciano.

Nello scritto Epistulae de visione beatifica (Cambridge, loc. cit.) respinge la tesi di Giovanni XXII come modum novum et extraneum.

Ha altri scritti notevoli per la storia delle origini del tomismo e per la dottrina della Concezione Immacolata di Maria Vergine.

Bibl.: P. Mandonnet, s. v. in DThC, I, coll. 1887-88 (cf. ibid., II, coll. 654-69; VIII, coll. 639-40); I. Taurisano, Hierarchia ordinis Praed., Roma 1916, p. 37; P.-M. Schaff, s. v. in DHG, IV, coll. 274-75; A. Bacic, Ex primordiis scholae thom., Roma 1928, pp. 64-65; Ch.-V. Langlois, Armand de Belvezer, in Histoire littéraire de la France, XXXVI, pp. 263-94; M. H. Laurent, Armand de Belvezer et son commentaire sur le "De ente et essentia", in Revue Thomiste, 35 (1930), pp. 426-36.
Francesco Pugliese
ARMANIA Y FONT, Francisco. - Agostiniano spagnolo, n. il 3 giugno 1718 a Villanueva y Geltrú (Barcellona), m. a Tarragona il 4 maggio 1803. Fu maestro dei novizi per 25 anni, vescovo di Lugo nel 1768 ed arcivescovo di Tarragona nel 1785.

Predicatore di valore, fu avverso ai Gesuiti sulla dottrina del probabilismo ed accusato di accostarsi al giansenismo e all'illuminismo. Promosse molti istituti di beneficenza. Importanti e conosciutissime sono le sue Lettere pastorali sull'infallibile verità della religione cristiana (Madrid 1783), ed i suoi Sermoni (Tarragona 1796).

Bibl.: A. Lambert, s. v. in DHG, IV, coll. 271-74; T. Lopez-Bardon, Monastici Augustiniani N. Crnsenii continnatio, III, Valladolid 1916, pp. 91-96.

Cesare Bertola
ARMANNINO DA BOLOGNA. - N. a Bologna, era notaio a Falviano nel 1320.

La sua fama è legata alla Fiorita d'Italia, una storin del genere umano dalla creazione del mondo alla morte di Pompeo, composta parte in prosa parte in versi, nel 1325. La moteria è attinta a scrittori antichi e medievali; vi si fa a volte menzione della Divina Commedia. Nel racconto sono intercalate considerazioni di carattere morale, in prosa e in versi, pronunciate dalla figura allegorica della Puesia.

Bibl.: G. Mazzatinti, La Fiorita di A. Giudice, in Giornale di Filologia Romanca, 3 (1880), pp. 1-33. Italo Borsi

ARMELLE NICOLAS, detta la bonne armelle. - Mistica francese, n. a Campénéac (Bretagna) il 9 sett. 1606, m. come domestica al castello di Roguédas (Arradon, presso Vannes) il 24 ott. 1671. Contadina analfabeta, visse da donna di servizio, non sentendosi chiamata alla vita di convento, che sperimentò per 40 5 anni come portiera presso le Orsoline di Vannes. Unendo alla vita attiva la contemplativa, rifulse per l'amore di Dio e della Croce. Ricercando il disprezzo e il sacrificio, ebbe carismi e lumi portentosi, ammirati da teologi e da vescovi, attestati da due suoi insigni direttori, i padri gesuiti V. Huby (che scrisse di A.: "c'était un séraphin") e J. Rigoleuc. Fu sepolta, fra il popolo acclamante, nella cappella delle Orsoline di Vannes.

BibL.: L'amica di A. suor Jeanne de la Nativité scrisse Le triomphe de l'amour divin dans la vie d'une grande servante de Dieu, nommée A. N., preceduto da un Témoignage del P. Huby. Vannes 1676, 1678, Parigi 1683, 1707 (riclaborato dal protestante F. Poiret, L'école du pur amour de Dieu dans la vie merveilleuse d'une pauvre fille..., Colonia 1704); C.-J. Busson, Vie d'A. N., Parigi 1843; H. Le Gouvello, A. N., Parigi 1913; H. Brémond, Hist. litt. du sentiment religieux en France, V (1920), pp. 119138; J. Buléon, s. v. in DSp., fasc. III (1934), coll. 860-62.

Antonino Ronno
ARMELLINI, Carlo. - Avvocato, triumvito della Repubblica Romana, n. a Roma nel 1777, m. a Saint-Josse-ten-Noode (Belgio) nel 1863. Durante l'invasione giacobina di Roma (1798) A., studente al Collegio Romano, celebrò, in un carme latino, gli ideali repubblicani. Tornato il Papa, esaltò in rime italiane Pio VII e Leone XII. Versatissimo negli studi giuridici, entrò tra gli avvocati concistoriali. Con l'avvento di Pio IX seguì il Pontefice nella politica liberale e fece parte del Consiglio dei deputati. Con la fuga del Papa, assunse il ministero degli interni e rappresentò Roma nella Costituente. Proclamata la Repubblica, fu triumviro con Mazzini e Saffi e si dette a dirigere i lavori legislativi. Dopo la caduta della repubblica, andò esula nel Belgio. Dei suoi figli, Torquato entrò nella Compagnia di Gesù, e Augusto, militante anticlericale, fu sindaco di Roma (1875), poi colpito da lunga infermità, tornò alla fede e fece morte edificante (1912).

Bibl.: L. Carpi, Il Risorgimento italiano, I, Milano 1884; G. Badii, s. v. in Diz. d. Risorg. Naz., II, pp. III-12.

Egliberto Martire
ARMELLINI, Mariano. - Benedettino della congregazione cassinese, n. ad Ancona il io dic. 1662, m. a Foligno il 4 maggio 1737.

Monaco nel monastero di S. Paolo a Roma, fu poi abate nei monasteri di Assisi e Foligno. Dalla dimestichezza con Antonio Magliabechi, mentre era a Firenze per insegnarvi filosofia e teologia, e molto più dalle esortazioni e dall'esempio di Prospero Mandosio, autore della Biblioteca Romana, fu indotto a comporre il ciclo delle sue opere storiche :

Bibliotheca Benedictino-Casinensis, 2 voll., Assisi 17311732; (le lettere V e Z hanno una nuova enumerazione,

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Appendix..., Foligno 1732); Catologi tres episcoporum, reformatorum et virorum sanctitate illustrium e congregatione Casinensi, Assisi 1733 (il terzo catalogo però dalla lettera C fu ripreso col titolo: Continnatio catologi virginam sanctitate illustrium..., Roma 1734); Additiones et correctiones Bibliothecoe Benedectino-Casinensis, Foligno 1735, con appendice di 20 pagine: Appendix de quibusdem aliis per Italiam G. S. B. congregationum... sitis. Altre opere rimasero manoscritte.

Sebbene le successive aggiunte diano un aspetto farraginoso a questa ampia raccolta di memorie sugli uomini illustri della Congregazione cassinese, dalle sue origini (sec.xv) ai giorni dell'autore, pure il valore di essa è notevole sia per l'accuratezza che per il numero di notizie spesso sottratte cosi all'oblio. La consultazione è facilitata da vari indici e i personaggi sono elencati sotto il nome di persona.

Bibl.: Harter, IV, col. 1262.
Tommaso Lectioni
ARMELLINI, Mariano. - Archeologo, n. a Roma il 17 febbr. 1852, m. il 24 febbr. 1896. L'amore per l'archeologia cristiana gli venne dalle lezioni udite al Collegio Romano dal p. Francesco Tangiorgi, che seguiva le alte tradizioni dell'insigne p. Giuseppe Marchi e di Giovanni Battista De Rossi. Più tardi fu lo stesso De Rossi a considerare con molto affetto le buone disposizioni dell'A.; si formò cosl il gruppo di seguaci del maestro, cioè l'A., il Marucchi e lo Stevenson, e, per non molti anni (ché presto mori), Raffaele Santambrogio.

Alla scuola del De Rossi, e dopo lunghe letture del Bosio ed esplorazioni cemeteriali, il giovane archeologo poté mettere insieme i suoi primi studi, iniziati con la Scoperta d'un graffito storico del cemeterio di Pretestate (Roma 1874). Del 1872 è la prima indagine di una chiesa: l'oratorio dell'arcangelo Gabriele e del Sette Dormienti sulla Via Appia. Nel creduto Cimitero Ostriano (il Coem. Maius) l'A. scoprì quella che ritenne la tomba di s. Emerenziana (Scoperta della cripta di S. Emerenziana e di una memoria relativa alla cattedra di S. Pietro nel cimitero Ostriano, Roma 1877). Vennaro poi, nel 1880, la importante monografia I^{1} Cimitero di S. Agnese (ivi) e Le catacombe romane descritte (ivi). A coronare gli studi sulle catacombe usci, nel 1893 , il grosso volume su Gli antichi cimiteri cristiani di Roma e d'Italia (ivi), la sintesi dell'opera del De Rossi, e fu a lui dedicata. Ma, riguardo alle chiese, già nel 1887 apparve la prima edizione dell'opera Le Chiese di Roma dalle loro origini fino al sec. XVI (ivi), che ne ebbe una seconda nel 1891 (con la variante: dal sec. IV al XIX). L'opera è stata ripubblicata nel 1942 a cura di C. Cecchelli. Ricordiamo ancora il trattatello di volgarizzazione Le lezioni popolari di archeologia cristiana (Roma 1883) e le più voluminose Lezioni di archeologia cristiana (Roma 1898), raccolte postume dell'amico Giovanni Asproni. Dovremo anche ricordare la sua collaborazione e continuazione della Crocachetta mensuale di archeologia e storia e altri minori studi sul Medioevo e sul Rinascimento.

L'A. uomo di rettissimi costumi, di fede battagliera, di attaccamento straordinario alla Sede apostolica, dette nel breve corso della sua vita prove di dotta operosità, cosi negli scritti come nell'insegnamento (nel liceo dell'Apollinare ed in altri istituti ecclesiastici; fra i suoi allievi fu anche Pio XII). Fu uno dei fondatori del Collegium Cultorum Martyrum (v. Roma). Morì mentre stava commentando agli allievi di Propaganda Fide l'epitafio del papa Fabiano.

Bibl.: A. Grossi Gondi, M. A. (I Vostri), Milano s. d.; G. Asproni nella prefaz. alle citate Lezioni di Archeol. Cristiana. Roma 1898; P. Tacchi Venturi nella prefazione alla nuova ed. delle Chiese di Roma, Roma 1942.

Carlo Cecchelli
ARMELLINI de' Medici, Francesco. - Cardinale, n. a Perugia o a Fossato (diocesi di Nocera) nel 1469, m. a Roma nel 1527. Figlio di mercanti, cambiò il suo cognome Pantalassi con quello di uno zio materno, che lo aveva fatto educare e lo aveva lasciato erede delle sue sostanze. Entrato nel clero, percorse vari gradi della gerarchia ecclesiastica. Leone X lo
fece entrare nella sua famiglia, concedendogli di aggiungere al suo il nome de' Medici. Nel 1517 venne creato cardinale del titolo di s. Callisto e poi di S. Maria in Trastevere. Gli fu affidata l'amministrazione dei vescovati di Oppido e Gerace e fu nominato legato dell'Umbria, delle Marche e poi di Francia. Nel 1521 fu rivestito della carica di camerlengo, già a lui affidata nel 1517 per sostituire il card. Raffaele Riario, che ne era stato sospeso.