fu affidata l'amministrazione dei vescovati di Oppido e Gerace e fu nominato legato dell'Umbria, delle Marche e poi di Francia. Nel 1521 fu rivestito della carica di camerlengo, già a lui affidata nel 1517 per sostituire il card. Raffaele Riario, che ne era stato sospeso. Sotto Clemente VII fu nominato pro-vicecancelliere al posto del card. Pompeo Colonna. Nel 1525 divenne arcivescovo di Taranto. Perse tutte le sue sostanze nel sacco di Roma, durante il quale fu costretto a rifugiarsi in Castel S. Angelo, al seguito del Papa. Fu sepolto in S. Maria in Trastevere, dove egli stesso si era fatto preparare la tomba. L'A. non godé buona fama per la sua cupidigia e la sua condotta poco castigata.
Bibl.: P. Richard, s. v. in DHG, IV, coll. 281-83; Pastor, IV, t. p. 128 e passim.
Emma Santovito
ARMENA, REPUBBLICA SOVIETICA. - La più piccola ( 29.900 Kmq .) delle sedici Repubbliche federate costituenti l'U.R.S.S., tra le quali fu ammessa nel 1936, dopo essere stata (dal 1922) membro della Federazione transcaucasica. La Repubblica armena (A.S.S.R.), pur non facendo posto, nel proprio territorio, a minori unità che ne dipendano, racchiude entro i suoi confini la Repubblica autonoma del Na kicevan, connesso con la finitima Repubblica federata dell'Aserbaigian (v.). D'altra parte, se la Repubblica armena abbraccia anche (ad E) zone non abitate da Armeni, non riunisce per contro tutti gli Armeni che rientrano nella regione caucasica pertinente all'U.R.S.S. A breve distanza dei suoi confini, infatti, il piccolo Territorio autonomo (Autonomus Oblast) del Nagorno Karabakh (o K. montano), la cui popolazione è costituita in grandiasima maggioranza da Armeni, rimane tutto compreso nella Repubblica dell'Aserbaigian, dalla quale anche amministrativamente dipende.

(prepr. E. Jost)
ARMELLINI, MARIANO - Fotografia presa in un cubicolo del Coemeterium Maius, da lui studiato.
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La Repubblica sovietica armena corrisponde, in sostanza, al lato sinistro (settentrionale) del bacino dell'Arasse, sui versanti del Piccolo Caucaso, e presenta, non ostante la sua modesta estensione, notevole varietà di paesaggio e di condizioni climatiche. Si tratta di una regione montana, in prevalenza vulcanica, nella quale ampi e monotoni altopiani (anche oltre i 2 mila m .) separati e dominati da elevate cime nevose (Alagöz, m. 4045), si alternano con lembi depressi, sui quali in generale tende a raccogliersi la popolazione. Il clima è tipicamente continentale, con caratteri di accentuata asprezza, dovuti cosi all'aridità (200-700 mm . di precipitazioni annue) come alla notevole altitudine media; perciò nella vegetazione spontanea domina largamente la steppa (a stipa), e la prateria nelle aree culminali, mentre la foresta si riduce a piccoli lembi.
L'economia dell'A. S. S. R. è ancora imperniata sull'agricoltura, che il regime sovietico ha cercato di estendere con l'irrigazione artificiale (utilizzando le acque del lago Sevanga, capace di dar vita a 130 mila ha. di buone terre) e di potenziare con le colture specializzate (cotone, frutta, vite). Anche l'allevamento ha fatto progressi (industria del latte), ma ciò che caratterizza meglio il moderno sviluppo del paese è soprattutto la forte spinta data alla sua industrializzazione (fonderia, siderurgia, industrie chimiche, tessili, alimentari), favorita dall'impiego dell'energia idrolettrica, e dallo sfruttamento delle risorse minerali locali (rame) fino a pochi anni fa anche mal conosciute.
La popolazione, costituita per l' 85 % da Armeni, per il 10 % da Turco-tartari e pel 2,4 % da Russi, è passata da 880 mila a 1,3 milioni di ab. fra il 1926 ed il 1939; nello stesso periodo di tempo la popolazione urbana è più che raddoppiata (la relativa percentuale è cresciuta dal 19 al 29 % ).
I due centri abitati più cospicui sono la capitale Erivan, già fiorente mercato agricolo nel cuore di un fertile bacino irrigato dalle acque dello Zanga (a ca. 1000 m . di altitudine), e oggi pulsante di industrie (la sua popolazione è cresciuta da 65 a 200 mila ab. fra il 1926 ed il 1939), e Leninakan (un tempo Alexandropol), stazione di truppe ( 1450 m . d'altezza) sulla strada militare Tiflis - Qars, divenuta oggi anch'essa un notevole centro manifatturiero (tessili, alimentari).
Ad onta della sua modesta entità demografica ed economica, la Repubblica armena, presenta, nel quadro dell'U. R. S. S., un particolare interesse geopolitico, data la sua posizione sulla frontiera di due Stati (Turchia e Persia) che annoverano, nella loro popolazione, minoranze etniche armene.
Bibl.: F. Nansen, Betrogenes Volk. Eine Studienreise durch Georgien und Armenien als Oberkommissär des Völkerbundes, Lipsia 1928; L. Stammer, Die Landschaften Armeniens unter Berüchrichtigung des Menschen in der Landschaft, in Peterm. Mitteil., 75 (Gotha 1929), pp. 289-301; A. Budel, Erforschung des Göhtscha-see, ibid., 76 (1930), p. 236; K. Schneider, Klimatologie von A., ibid., 77 (1931), pp. 69-73; P. Kamaarskam, Republik A., in Mitt. der Geogr. Gesellsch. Wien, 81 (1938), pp. 198-214.
Giuseppe Caraci
ARMENDÁRIZ, Julián. - Poeta e drammaturgo spagnolo, n. forse nel 1585 a Salamanca, dove studiò arti, e m. nel 1614. In onore del santo patrono della sua città natale, Juan de Sahagún, scrisse un poema di dieci canti in quartine; come drammaturgo si conserva di lui una commedia, Las burlas veras, il cui argomento, assai divulgato nel teatro e nella letteratura narrativa (la donna che si traveste da uomo per introdursi nella casa di colui che ama e sposarlo) egli trasse da una novella del Bandello (Gl'ingannazi); lo stesso tema fu poi altrimenti ripreso da Lope e da Calderón.
Bibl.: J. de A., Patrón Salamantina... S. 7ans Facundo, Salamanca 1603 e Barcellona 1622; A. Huarte, Una edición olvidada del Patrón Salamantino, in Basilica Teresiana, 8 (1922), pp. 161-66.
ARMENGOL, Pedro, beato. - N. probabilmente nel 1238 nel villaggio di Guardia del Prats, nella provincia di Tarragona, dalla famiglia dei conti di Urgel. Dopo una gioventù traviata - suo padre Arnoldo, al servizio del re Giacomo I d'Aragona, scoprì che si era fatto perfino capo di banditi - illuminato dalla grazia divina ottenne di entrare, a Barcellona, nel giovane Ordine di Nostra Signora della Mercede per consacrarsi interamente al riscatto dei cristiani catturati dai Saraceni. Lavorò attivamente per la liberazione di molti infelici nella penisola e poi in Africa, dove per redimere 18 bambini cristiani soffrì vari tormenti. Tornato in Spagna, visse nel villaggio nativo, dove morì, come sembra, nel 1304, in fama di santità. Popolarissimi erano il suo nome e le sue gesta nella vallata di Barbera e sulle montagne di Prades. Il suo culto fu riconosciuto da Urbano VIII e confermato da Innocenzo XI nel 1687; la sua festa dal 1^{°} sett. fu trasferita al 27 apr.
Bibl.: Acta SS. Septembris, I. Parigi 1868, pp. 317-35.-A. Bernou, Historia general de la Orden de N. S. de la Merced Redención de caution, Madrid 1618, p. 188 sgg.; M. Sancho, Vida de S. P. A., Lérida 1904.
Giuseppe M. Pou y Marti
ARMENIA. - Regione storica dell'Asia occidentale, compresa fra le depressioni pontico-transcaspica a N. (valle del Cura) e mesopotamica a S. (alto Tigri) e con limiti indefiniti (e che molto variarono nel tempo) cosi ad O. come ad E., dove si ricongiunge rispettivamente agli altipiani anatolico (bacino del Kara su) ed iranico (medio Arasse).
Sommario: I. Cenni geografici. - II. Cenni storici. III. La Chiesa armena. - IV. Il rito armeno. - V. Il Diritto canonico. - VI. La letteratura. - VII. La musica. - VIII. L'archeologia. - IX. L'arte sacra.
I. - Cenni geogfatici.
È tutta percorsa da alte montagne (M. Sipan 4176 m .), tra le quali frequenti gli edifici vulcanici (M. Ararat 5156 m .), che si innalzano da un altopiano già di per sé elevato ( 1800-2000 mathrm{~m}.), e profondamente inciso dai molti corsi d'acqua che vi si originano e divergono in più direzioni (Cura, Arasse, Ciörök, Eufrate, Tigri). Numerosi i laghi, di cui i maggiori sono quelli di Van e di Urmia, salati, e quello di Gölicia, d'acqua dolce. Il clima, spiccatamente continentale, è aspro, con inverni rigidi e lunghi (nove mesi a Van), estati calde (massime a SO.) ed aride, brevi stagioni intermedie, ed in genere precipitazioni poco abbondanti (ma con lunga permanenza di nevi sulle plaghe più elevate). La popolazione, in genere piuttosto rada (la densità non raggiunge in media i 20 ab. a kmq.), si concentra di preferenza sul fondo delle conche intermontane, ossia nelle plaghe meno elevate e meglio favorite dal clima. Data la vocazione naturale del paese (steppe), l'allevamento prevale sull'agricoltura, limitata in sostanza ai cereali (grano in alcune zone fino a 2000 m .), al gelso, alla vite ed agli alberi fruttiferi (meli, albicocchi); le produzioni eccedenti i pur modesti bisogni locali si restringono a lane, pelli, sete e frutta; l'attività industriale non conosce le forme moderne, perpetuando un modesto artigianato tradizionale. Non mancano tuttavia risorse minerarie di qualche entità (ferro, rame, manganese, arsenico, argento, oro, zolfo, salgemma, ecc.). La plastica del terreno rende le comunicazioni difficili : d'altronde le frontiere politiche dividono il paese in tre compartimenti stagni : l'Armenia turca ad O., l'iranica (persiana) a SE. e la russa (sovietica) a NE.
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Armenia - Carta storica ecclesiastica dell'A. e della Cilicia.
Quest'ultima è la sola che conservi a buon diritto il nome di A., costituita com'è in una Repubblica federata (ASSR) la cui popolazione è formata per l' 85 % ca. da armeni. Il territorio dell'ASSR si estende tuttavia alquanto al di fuori dall'altopiano armeno. Nelle altre due zone gli Armeni, che alla fine del secolo scorso rappresentavano d'altronde appena i 2 / 5 degli abitanti l'intera regione storica (ridotti com'erano di numero in seguito alle stragi, ai massacri, alle deportazioni in massa avvenute a più riprese, ed anche negli ultimi due secoli), sono stati in sostanza soppressi e sostituiti dalle finitime popolazioni turche, curde o tartare. Gli Armeni formano un ramo della stirpe indo-europea; allevatori o coltivatori, sedentari e pacifici, nell'enorme maggioranza cristiani, sono in buon numero emigrati in varie città del Levante, dove esercitano con abilità il commercio e la banca.
I più importanti centri urbani armeni sono oggi Erivan (200 mila ab.) e Leninakan (già Alexandropol; 70 mila ab.) nell'ASSR; un certo numero di Armeni si trova anche ad Erzerum ( 30 mila ab. : antica Arx Romanorum) nell'A. turca; v. anche armena repubBLICA SOVIETICA.
Bild.: H. F. B. Lynch, A., Londra 1901; C. F. Lehmann, Haupt-Armenien einst und jetzt, Berlino 1910; P. Rohrbach, Armenian. Stoccarda 1919.
Giuseppe Caraci
## II. - Cenni storici.
Politicamente l'A., fin dall'inizio dei tempi storici, ebbe le due grandi divisioni : A. Maggiore, A. Minore a cavallo dell'Eufrate ad oriente e ad occidente. L'A. Maggiore, ossia l'A. propria, era anticamente formata da 15 province, ognuna delle quali era suddivisa in tanti cantoni governati ognuno da famiglie dinastiche con sistema feudale che godevano relativa indipendenza sotto l'alto dominio di un re dell'A. Visse con alterne fortune di indipendenza gloriosa
sotto i propri re o di dominio controllato dai Persiani Ar sacidi e Parti e dai Bizantini. Fu alla fine del sec. Iv divisa in due tra la Persia e l'impero bizantino conservando relativa autonomia nazionale, almeno in qualche provincia, fino al sec. xiv; dopo di che, divisa prima tra la Persia e la Turchia, nel sec. xviri ebbe la definitiva spartizione tra la Turchia, la Russia e la Persia. Al congresso di Versaglia, dopo la guerra mondiale del 1914-19, formò per effimero periodo una repubblica nazionale con capitale Erivan.
Nel sec. Iv l'A. Maggiore aveva un territorio eguale alla Francia, con 20 satrapie, 620 distretti, 40.000 comuni, e poteva mettere in armi 300.000 uomini.
Dalla più remota antichità l'A. ebbe sul suo suolo varie agglomerazioni di popoli essendo un punto centrale dove venivano a cozzarsi le diverse migrazioni. Etnograficamente corrisponde, nella quasi totalità della nazione, alla razza ariana nel ramo caucasico con infiltrazioni di elementi turanici del nord e leuco-siri e frigi dell'occidente, come di elementi semitici della Mesopotamia.
La medesima infiltrazione si verifica anche nella struttura della sua lingua che è a base indo-europea e forma l'anello di congiunzione dei due grandi rami occidentale e orientale della famiglia indo-germanica.
Con l'invasione araba nel 656 e la caduta dell'impero persiano nel 652 , l'A. conservò sempre una vita largamente autonoma se non indipendente, finché Asciot, della gloriosa famiglia di Bagratidi, fondò la nuova dinastia nell'885. Questo dei Bagratidi fu un periodo di splendore culturale di cui parlano ancora le rovine delle meravigliose chiese di Ani. Comincia in questo periodo un fenomeno straordinario : gli Armeni perdendo come nazione la loro indipendenza territoriale formano sul suolo patrio sette piccoli reami e un ottavo nella Georgia, oltre alcuni minori principati, snorati rispettati o temuti dai loro dominatori, mentre fuori del suolo nazionale, come individui occupano posizioni di primo ordine nell'impero di Costantinopoli.
L'A. Minore, invece, era formata dalla parte dell'Asia Minore situata tra l'Eufrate e il fiume Halis.
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Dal sec. x fino alla fine del xiv il nome dell'A. Minore fu ereditato da un nuovo regno indipendente fondato nella Cilicia finché a sua volta anche questa fu invasa dagli Egiziani prima e poi dai Turchi nel sec. xv.
I secoli dal xv fino al xviri furono per la nazione armena secoli di oscura fortuna sotto il giogo e la dominazione dei Mongoli, Tartari, Persiani e Ottomani fino al regno di Pietro il Grande e di Caterina di Russia che si interessarono delle deplorevoli condizioni del popolo armeno e ne approfittarono alla fine per la conquista dell'Alta A. da parte della Russia. Ben noti sono i trattati di Adrianopoli, di S. Stefano, il congresso di Berlino, la convenzione di Cipro, ecc., i fatti sanguinosi di Zeitun e di Sassun ed i massacri periodici parziali o generali perpetrati nell'A. dal dominante governo turco per mezzo e per causa delle orde barbare curde.
Giovannino Aucher
## III. - La Chiesa armena.
Epoca I: Evangelizzazione dell' A. - Il cristianesimo è penetrato in A., assai prima dell'opera missionaria di s. Gregorio Illuminatore, per la via di Edessa, attraverso le regioni meridionali di Vaspurakan, di Taron e di Sofene; e dall'A. Minore, territorio dell'impero romano, attraverso Cesarea, Melitene e Ponto. E già ve lo troviamo diffuso agli inizi del sec. it. Tertulliano nell'Adversus Iudaeos, scritto ca. il 200, cita tra i paesi cristiani, insieme alla Persia, Media, Mesopotamia, anche l'A. Questa cristianità pregregoriana dell'A. avrà avuto anche i suoi pastori. L'allusione di Eusebio (VI, 46) a una lettera di Dusnigi Alessandrino scritta verso il 249 a Merhujan (Mepuçêvŋc) vescovo dell'A. e a quelli varkappa α γ dot{α} 'A μ μ ε v i α v, in cui impartirebbe istruzioni circa i lapsi sotto Decio, sembra convenire piuttosto all'A. Maggiore (secondo Ališan, Golzer, Ormanian, ecc.), che non all'A. Minore, allora facente parte dell'impero romano e territorialmente dipendente da Cesarea di Cappadocia.
Epoca II: S. Gregorio Illuminatore. Il cristianesimo religione di Stato tra gli anni 295-300. - L'esistenza del cristianesimo pregregoriano non oscura il merito di s. Gregorio, riconosciuto universalmente quale primo apostolo dell'A., unico autore della conversione nazionale e dell'organizzazione ecclesiastica della Chiesa armena; detto perciò Illuminatore (v. gregorio illuminatore). La sua attività si svolse per un venticinquennio, proprio mentre nell'impero romano infieriva l'ultima persecuzione ed ebbe per frutto, grazie all'aiuto del piissino re Tiridate, la distruzione del paganesimo, la proclamazione del cristianesimo a religione di Stato, la erezione di varie chiese con congrua dotazione economica, l'organizzazione gerarchica della Chiesa, con a capo il katholikós. Non essendo ancora legge tra gli Armeni il celi. bato dell'alto clero, il successore di s. Gregorio, fu scelto tra i membri della sua propria famiglia Parthev, a cominciare da suo figlio s. Aristakes che prese parte al Concilio di Nicea (325), seguito dal fratello s. Varthanes, che vide la sua vita in pericolo per le mene del sacerdozio pagano superstite. Gli successe a sua volta il figlio s. Hussigh che cadde vittima della vendetta del re armeno Tiran (347) cui aveva proibito l'ingresso in chiesa per l'indegna condotta.
Dopo una parentesi di due katholikoi non appartenenti alla famiglia Parthev, salì sul trono katholikossale, s. Nersès discendente della medesima famiglia, cui si deve una radicale riorganizzazione della Chiesa armena, sull'esempio di quella di Cesarea di Cappadocia, nel Concilio di Aštišat (365) il primo concilio storicamente noto della Chiesa armena.
Vi fu disciplinato il matrimonio cristiano affermando la monogamia con esclusione del concubinato, dell'unione tra affini e del divorzio; ai riti superstiziosi di lamentazioni fu-
nebri furono sostituiti i funerali cristiani; furono prescritti canoni contro i criminali, contro l'imnoralità, per l'uso equo del potere civile, del fisco, ecc.; si fondarono molteplici istituzioni di beneficenza e di educazione: scuole, orfanotrofi, brefotrofi, lebbrosari; fu sviluppato il monachismo; si eressero sedi vescovili e canonicati affinché il clero dimorasse separato dalla famiglia; insomma la riforma nersessiana diretta a far penetrare i principi della fede e le regole del costume cristiano nel cuore delle masse è quella che ha improntato di sé tutta la storia religiosa ulteriore del paese.
La sua opera di riformatore attirò su s. Nersès l'ostilità del re Aršak e lo costrinse a ritirarsi nel suo possedimento di Aštišat, mentre il re lo sostituiva con un certo Ciunak. S. Nersès, ritornato in sede dopo la morte del re, fu ucciso (373) dal successore Pap, che nominò pure, senza l'intervento di Cesarea, un certo Hussak della famiglia Albianos. Questi, avendo contro di sé l'episcopato armeno e il Sinodo di Cesarea che colpì d'interdetro la sede katholikossale, ebbe solo un'azione limitata e negativa, durata fino al 379 quando alla sede katholikossale sali s. Sahak della famiglia Parthev soprannominato Magno, sotto il quale si ristabili la giurisdizione normale.
Sahak, chiamato da Cosroe III re armeno ad occupare la sede armena, fu veramente il genio del suo tempo e del suo paese che versava allora in tristi condizioni politiche, perché proprio al suo avvento le trattative tra Teodosio il Grande e Sapore II, iniziate nel 374, erano finite dieci anni dopo con l'ini qua spartizione dell'A. tra llisanzio, che ebbe la parte occidentale o greca, e Ctesifonte, che ebbe la parte occidentale o persiana corrispondente ai due terzi di tutto il territorio. Proprio da questa spartizione sono derivati molti dei mali politici e religiosi che hanno in seguito afflitto l'A.
Merito principale di Sahak fu di avere reso armena la liturgia, fino allora celebrata in greco o in sirisco, secondo le regioni, grazie all'invenzione dell'alfabeto armeno fatta da s. Mesrop (v.); di aver tradotto con l'aiuto di valenti monaci armeni la S. Scrittura e una vasta letteratura patristica, offrendo così agli A. sottoposti a influenze politiche e culturali straniere il mezzo di mantenere l'unità nazionale; di aver sostituito all'obbligo di ricorso per chirotonia episcopale ed investitura katholikossale alla sede di Cesarea, resosi moralmente impossibile per motivi politici, la sola comunione in fede con la sede di Costantinopoli che veniva già a assorbire le prerogative degli esorcati di Eraclea nella Tracia, come di Cesarea in Cappadocia.
Sotto i suoi successori durante tutto il sec. v nessuna controversia si deve lamentare né circa la formula di Calcedonia, né circa l'autocefalia armena la quale si delinea ormai già quale diritto consuetudinario.
Epoca III: Dal sec. VI all'anno 1065. - L'anno del Concilio di Calcedonia (451) gli Armeni erano in armi a difendere la loro fede e la loro libertà religiosa contro il mazdeismo dei dominatori persiani, lotta che durò fino al 484. Durante questo tempo essi non ebbero nessuna possibilità d'informarsi da fonti autentiche circa il concilio ecumenico che aveva creato tante controversie in Oriente. Solo nel 506 l'imperatore Anastasio I, conchiusa vittoriosamente la campagna contro Qawad, inviò al katholikós Babken (490514) l'Enotico a mezzo di messaggeri severiani. Convocato a Dvin, sede patriarcale, un concilio l'anno 506-507, il katholikós anatematizzò Nestorio e il nestorianesimo ed accettò l'Enotico. Non risulta da documenti contemporanei che abbia anatematizzato anche il Concilio di Calcedonia. Ed infatti le due lettere sinodali che portano il suo nome non condannano il duofisismo di Calcedonia ma solo la separazione in due persone (prosopa) voluta da Nestorio.
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Le tendenze anticalcedonesi della Chiesa armena sembra si siano iniziate sotto il katholikós Movses II, Elivardetzi (574-604) che non aveva voluto sottostare all'imposizione dell'imperatore Maurizio, il quale avendo ottenuto da Cosroe Parwes in cambio di servigi resigli quasi tutta l'A. orientale, meno le due province di Vaspurakan e di Sunia e la città di Dvin, sede del katholikós, impose ai vescovi armeni divenuti suoi sudditi «il pane cotto e l'acqua calda dei Greci n nella liturgia, e contro il katholikós oppositore nominò un nuovo katholikós nella persona di Hovhannós (Giovanni) III (592-610) che aveva l'anno innanzi accettato nel Sinodo primo di Karin la formula calcedonese.
Così l'anno 591-92 segnerebbe l'inizio della formazione ufficiale di una fazione armena anticalcedonese (piuttosto che monofisita) a Dvin per opera di Movses II, sebbene avesse contro di sé la grande massa dell'episcopato e del popolo armeno. Tale scisma fu consumato l'anno 606-609 da Abramo I, il quale in una sua lettera enciclica pur premettendo il simbolo ortodosso e accettando i primi tre concili ecumenici, vietava agli Armeni di comunicare in sacris e in civilibus con gli Iberi, con i Greci e con quanti seguivano le decisioni di Calcedonia; e confondeva praticamente il duofisismo della formula calcedonese con la separazione nestoriana in due persone. Da questa data comincia lo stato di fluttuazione della Chiesa armena circa la formula calcedonese duofisitica, pur ammettendone in sostanza il contenuto ortodosso. Quesro stato di flusso e riflusso nei riguardi del IV Concilio ecumenico e della sua progredita formola cristologica durò fino al sec. xI quando, trasferitosi in Cilicia la sede patriarcale e stabiliti i contatti con Roma, le informazioni circa il Concilio di Calcedonia si fecero più precise e le spiegazioni autentiche circa la formula ne chiarirono il senso.
I katholikoi che si succedettero fino alla metà del sec. xI si incontrano ora favorevoli ora contrari al Concilio di Calcedonia : contrarietà spesso determinata dall'antagonismo politico tra Armeni e Greci. Non è il caso di esaminare qui la condotta dei singoli, ma ricapitolando i quattro secoli e mezzo di storia dallo scisma di Abramo I (608) alla intronizzazione (1065) di Gregorio II Vkayascr primo katholikós di Cilicia, su 33 patriarchi 6 sono anticalcedonesi, 5 sono per giunta persecutori di cattolici, ma 15 si mostrano tolleranti e 7 sono promotori convinti dell'unione con Roma.
EPOCA IV: Periodo cilicense - Da Gregorio II Vkayascr a Gregorio Mussabeghiantz (1065-1441). Dal sec. x in poi comincia l'emigrazione del popolo armeno incalzato dalle orde asiatiche verso l'interno dell'impero bizantino, cedendo a questo i feudi più caposti e ricevendone in cambio territori situati nell'interno. Centro di immigrazione fu la Cilicia nella quale tuttavia gli Armeni non si lasciarono assorbire dai Greci, ma mantennero tenacemente i propri principati, fino a formare nel sec. xir il regno armeno indipendente di Cilicia. Naturalmente anche la Chiesa segui questo movimento migratorio, e la sede katholikossale da Dvin, dopo vari trasferimenti si stabili definitivamente a Sis, capitale del regno di Cilicia nel 1294. Da questa sede dipendevano anche gli Armeni dell'A. orientale rimasti sotto il dominio politico dei Turchi Selgiuchidi.
Quest'epoca della storia ecclesiastica armena è caratterizzata così : all'emancipazione politica da Bisanzio segue quella religiosa e l'orientamento verso Roma, facilitato anche dai traffici attraverso il Mediterraneo; si esplicita una maggior larghezza di vedute nelle questioni teologiche; quanto alle riforme disciplinari si procede con prudenza per non urlare la mentalità meno colta dell'A. orientale evitando così di trasformare la diffidenza loro in scisma formale.
Sono frequenti e strette le relazioni dei katholikoi di quest'epoca con i Romani Pontefici. Gregorio II

ida S. Der Nersesian, Manuscrits arméniens illustres, Parigi III, 100. M)
Armenia - Inizio del Vangelo di s. Giovanni.
Venezia, convento degli Armeni, ms. 16 del 1331.
dopo il 1074 si reca a Roma ad ossequiare Gregorio VII; Gregorio III (v.) fu in relazione con i papi Onorio II, Innocenzo II ed Eugenio III; Gregorio IV è in relazione epistolare con Lucio III e Clemente III; Gregorio VI rende omaggio a Innocenzo III e ne riceve il pallio; Giacomo I è invitato da papa Gregorio X al Concilio di Lione; e così via fino al katholikós Costantino V che prese parte al Concilio di Firenze (1439). In questo Concilio, pure essendo terminate le sedute, il Papa indisse una seduta pubblica il 22 nov. 1439 per l'unione degli Armeni che accettarono non solo i punti dogmatici firmati dai Greci, ma pure le nuove proposte disciplinari.
Questi Armeni cattolici rappresentanti la massa preponderante del popolo nei secc. XI-XV e la Chiesa ufficiale facente capo al katholikós si trovarono sempre tra due correnti estremiste : gli Armeni orientali troppo attaccati alle tradizioni rituali-disciplinari armene e gli Uniatisti rappresentanti e diretti dai Fratres Unitores, ramo armeno dei Fratres Peregrinantes domenicani, fondati verso il 1330 da Giovanni Kernetzi egumeno del cenobio di Kerna con l'aiuto del domenicano beato Bartolomeo da Bologna. Lo scrittore armeno Mechitar Aparanetzì, unitore moderato, attesta in un suo scritto (1410) la realtà di tale situazione.
Epoca V: Dalla creazione della sede patriarcale di Efsuiadzin allo scisma definitivo (1441-1700). - La caduta del regno armeno di Cilicia, il 16 apr. 1375, per le armi dei Mamelucchi d'Egitto, portò con sé la decadenza della sede katholikossale di Sis e insieme favorì il movimento degli Armeni orientali desiderosi di riportare la sede stessa alla sua antica residenza di Va-
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Armenia - Scene dell'Annunciazione, Natività, Battesimo, Crocifissione - Venezia, convento degli Armeni, ms. 16 del 1331.
larāapat (Eğmiadzin) nell'A. Maggiore e pronti perciò, come fece Tommaso Vartapet Mezoberzi, a incolpare la sede di Sis di eccessivo asservimento a Roma e ai Greci, di accettazione delle formole duofisite, di innovazioni rituali e disciplinari. Fu contestata a Gregorio IX Mussabeghiantz ( 1440-52 ) la canonicità dell'elezione ed egli stesso invitato a recarsi da Sis ad Eğmiadzin per il sinodo elettorale. Al suo rifiuto, Tommaso indisse per il 1^{°} dic. 1441 il Sinodo nel quale, con la partecipazione di 13 vescovi e altrettanti vartapet, 11 procuratori di vescovi impediti e molti egument, fu eletto Kirakos Virapetzi. Questi emanò subito l'enciclica con la quale assolveva dagli anatemi lanciati dal katholikós di Sis. Cosi sorse la sede katholikossale di Eğmiadzin, accanto a quelle già esistenti di Sis e di Atthamar, quest'ultima già dissidente da Sis ed ora sottomessa ad Eğmiadzin. In seguito tra le due sedi di Eğmiadzin e di Sis si addivenne ad un modus vivendi conchiuso nel Sinodo di Gerusalemme del 1651 (dove un patriarcato armeno staccato da quello di Sis, di rango soltanto arcivescovile, si era già costituito nel 1311) per cui ad Eğmiadzin rimase il titolo di suprema sede patriarcale, mentre la giurisdizione di Sis rimase limitata alla Cilicia con episcopato assai ridotto. Una terza scissione della suprema autorità ecclesiastica armena avvenne nel 1461 quando Maometto II creò il patriarcato armeno di Costantinopoli, al cui titolare vennero conferite le prerogative di capo religioso-civile di tutti gli Armeni dell'impero ottomano, inclusi anche i Caldei, i Nestoriani e i Coptl. Sebbene l'autorità gerarchica rimanesse sempre al katholikós d'Eğmiadzin, si comprende come l'autorità di fatto del patriarca di Costantinopoli, come capo
della nazione (millet) armena, fosse grandissima e come molti la ambissero e infine si sentissero stimolati all'indipendenza rispetto al katholikós di Eğmiadzin.
Le cinque sedi armene, tre katholikossali e due patriarcali, continuarono più o meno ininterrottamente la comunione sis con la Sede romana sis con la corrente cattolica, aiutata notevolmente dalle nuove missioni latine dei Gesuiti stabilitesi in Aleppo nel 1626, a Ispahan nel 1653, a Erzerum nel 1685-91; dei Cappuccini (Aleppo 1627, Ispahan 1644) che si erano aggiunte a quelle dei Fratres Unitores e dei Carmalitani.
Le relazioni e la comunione con Roma della sede di Eğmiadzin datano storicamente dalla metà del sec. xVI, prima del pontificato di Gregorio XIII. Stefano V Salmastetal (1548-50) presenta a Paolo III la sottomissione sua e del suo episcopato; Michele di Sebaste ( 1546-68 ) inviò un'ambasciata a Pio IV; Gregorio XII di Eğmiadzin fa la sua professione di fede a Leonardo vescovo di Sidone inviatogli da Gregorio XIII il quale emanò la bolla Romana Ecclesia ( 13 ott. 1584) esaltatrice della fedeltà armena, e decretò l'erezione in Roma di un Collegio armeno; Melchisedech (1593-1627) manda a Paolo V la sua professione di fede, Movses III Sunetzi (1630-33) fa altrettanto con Urbano VIII e Giacomo IV di Giuffa (1656-80) con Alessandro VII; Nahapet di Edessa (1691-1704) ottiene da Innocenzo XII in dono un bel trono, grato riconoscimento della inviatagli professione di fede; Alessandro I di Giuffa (v.; 1707-15) professa con una lettera a Clemente XI la sua adesione al primato pur lamentando la condotta dei missionari latini; le due ultime professioni di fede dei katholikói di Eğmiadzin sono quelle di Azvazadur da Hamadan ad Innocenzo XIII nel 1717 e di Karapet Ulnetzi (1726-30) a Benedetto XIII; con Lazzaro II di Giahuk (1737-51) e Simone di Erivan ( 1763 -80) comincia la serie dei patriarchi di Eğmiadzin intolleranti e avversari di Roma.
Eroca VI: Lo scisma definitivo. Il Patriarcato ar-meno-cattolico di Cilicia (secc. XVIII-XX). - Si poteva sperare che il lento ma proficuo lavorio esercitato dai fautori della corrente cattolica, costituita da tanti prelati e vartapet armeni (fra i quali eminevano nello scorcio del secc. xvII-xviII, le due figure di Ardzi- vian Abramo, futuro katholikós di Cilicia, e Mechitar da Sebaste fondatore dei monaci Mechitaristi) dagli alunni del collegio Urbano (fra i quali spiccarono Kaciatur vart. Ardazlian e Melchiorre Taabas arciv. di Merdin) e dai missionari latini, finisse col sopravvento definitivo della verità cattolica; ma un fatto nuovo venne a stroncare tutta l'opera: le persecuzioni mosse dai patriarchi di Costantinopoli.
Il fanatico Efrem nel 1701 deposto Melchisedech Sufi, patriarca di Costantinopoli, quale fautore dei cattolici, salì sul trono per la terza volta, e iniziò il 15 luglio 1701 le persecuzioni contro i cattolici cosiddetti Franchi. Gli succedettero altri non meno accaniti persecutori : Avetik, appoggiato dall'amico turco Feyzullah effendi, Giovanni di Smirne (1707-1708), sotto il quale subì il martirio il Ter-Komitas Kheomurgean sacerdote il 5 nov. 1707, proclamato beato nel 1929 da Pio XI; Sahak Abucetzi (1707, 1708, 1714), Giovanni Ganzaketzi (1714-15), Giovanni Bališetzl o Kolot (1715-41). Molti cattolici sigillarono la propria fede subendo esili o morte in carcere, fra i quali spicca la figura di mons. Melchiorre Taabas (cf. Elis Ibn al-Qoir, Une page de l'hist. de l'Eglise, de Mardin, trad. dall'arabo da Scheil O. P., in Revue de L'Orient Chrét., I (1896), pp. 43-87), e del vescovo Azvazadur che morirono in carcere.
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Armenta - S. Messa in Rito armeno: momento dell'Offeritorio.
(Frescia, fol. pp. Mechitaristi)
Finché i cattolici non furono perseguitati, le chiese armene erano frequentate promiscuamente, soprattutto ove mancavano le chiese latine, come era la condizione di quasi tutte le province dell'impero ottomano. L'unione perdurante di Egmiadzin con Roma rendeva la cosa spiegabile. Scoppiate le persecuzioni, venivano emanate le prime risposte dal Supremo Tribunale del S. Uffizio in materia di comunicazione in sacris per i casi della Turchia: il 9 sett. 1704 ai pp. Cappuccini di Costantinopoli, il 15 marzo 1706 al sacerdote Melchiorre Tasbas, il 22 febbr. 1707 a qualche commerciante armeno; il 21 giugno 1708 a certo Mgherric d'Aleppo, e tutti ancora privati; il 28 nov. 1709 ai missionari d'Ispahan. Mentre in Persia era lecito ai cattolici erigere chicse proprie, la costituzione ottomana che riconosceva un solo millet armeno e quello alle dipendenze exclusive dei patriarchi di Costantinopoli, rendeva impossibile la separazione di Armeni-cattolici in appositi edifici di culto. Tale circostanza unita ad una certa speranza di colmo dell'uragano delle persecuzioni, induceva una notevole corrente di missionari cattolici a interpretare la risposta del S. Uffizio del 1709 al VI Dubium dei missionari d'Ispahan come non ancora applicabile ai casi della Turchia. Man mano però che cresceva il fanatismo ereticale dei persecutori, la S. Sede dovette insistere su l'obbligo di non communicare in sacris, perché la tolleranza s'era ormai resa ingiustificabile (Instructio generalis del 1723 del S. Uffizio, e del 1729 Cum saepe ac diu) rimanendo solo per tre atti necessari: Battesimo, Matrimonio, sepoltura, in virtù delle competenze dello Statuto personale dei patriarchi, ai quali restavano soggetti civilmente anche i cattolici armeni.
Ne seguiva per logica naturale che i nuclei dei cattolici armeni in tutto l'impero ottomano o dovevano restare senza culto, o frequentare le chiese missionarie latine ove ci fossero, o celebrare in case private di nascosto, o sottomettersi al patriarca persecutore. La mancata organizzazione dei cattolici nelle chiese del proprio rito, a causa della tirannia dei patriarchi; la necessità di frequentare le chiese latine e di essere assistiti da stranieri fece sì che il cattoliciamo armeno dall'inizio del sec. xvir fosse sinonimo di franchizzazione o di snazionalizzazione rituale, disciplinare, e sociale; solo così una considerevole massa di fedeli cattolici, privata dei propri pastori nelle province, fu tolta alla cor-
rente cattolica. Il rimedio sperato con la creazione del Patriarcato di Cilicia non fu né notabile né tempestivo. Ciò spiega la schiacciante minoranza di seguaci rimasti ai dirigenti cattolici all'inizio del sec. xvirr.
Kolot (1713-41) nel Sinodo del patriarcato di Costantinopoli del 1727, ove venne eletto Karapet in katholikós di Egmiadzin, tolse gli anatemi contro s. Leone e il Concilio di Calcedonia onde attirare i cattolici alle sue chiese. La sua cultura, l'amicizia e la riconoscenza verso l'ambasciatore di Francia de Villeneuve, gli fecero riconoscere una certa libertà religiosa ai cattolici, con cui concluse un accordo di amicizia; e infine presentò a mons. Bona, vicario patriarcale, la propria professione di fede. Si sarebbe recato anche a Roma se la morte non l'avesse colto nel 1741. Anche il suo successore Giacomo Nalean (1741-49; 1752-64), pure indulgente alla fine del patriarcato verso i cattolici, sarebbe stato disposto e impegnato a lasciare la libertà religiosa come Kolot.
Gli sforzi separazionisti dei cattolici si realizzarono parzialmente quando in Aleppo il 26 marzo 1740 Abramo Pietro I Ardzivian (v.) venne eletto a succedere a Luca Albakean m. il 1737, nella sede sua di Sis, e venne confermato da Benedetto XIV il 26 nov. 1741 ricevendo il pallio a Roma l's dic. dello stesso anno.
Partito da Roma il luglio 1743 non poté installarsi in Cilicia, essendo stato eletto Michele dalla fazione dissidente, né a Costantinopoli, ove, quale patriarca del titolo di Cilicia nel senso ristretto, sarebbe rimasto fuori del suo territorio; ma poiché d'altra parte, il patriarca Nalean gli aveva preclusa la porta, si stabili nel Libano nel monastero di Kreim dei monaci Antoniani.
Morto Ardzivian il 1^{°} ott. 1749, gli succedettero nella residenza del Libano sette altri katholikói, dei quali i tre primi scelti tra i monaci Antoniani di Kreim: Giacomo Pietro II (1749-53), Michele Pietro III (1753-80), Basilio Pietro IV (1780-88), Gregorio Pietro V (1788-1812), Gregorio Pietro VI (1812-41), Giacomo Pietro VII (18411843), Gregorio Pietro VIII (1843-66) chiamato stella orientale.
Oltre le opere di amministrazione normale e l'erezione di qualche nuova sede, che da quattro ascesero a dieci, nulla degno di rilievo si registra, eccetto lo sviluppo della
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Congregazione degli Antoniani e di Bzommar. La convocazione del Sinodo di Bzommar 1873 (Mansi, XL), è il primo tentativo del genere, incompleto però, e che non meritò l'approvazione (vedi l'erviso del consultore G. De Ferrari, loc. cit., coll. 893-914).
Il successo dei cattolici perciò con la creazione della sede patriarcale di Cilicia fu precario: poiché a) rimase limitata fino al 1866 ai soli territori di Cilicia, parte dell'A. Minore, Siria, Mesopotamia, Egitto; e le province più popolate di tutta l'A. Maggiore e di Anatolia continuarono a dipendere dal vicariato patriarcale latino di Costantinopoli, che dal 1738 in poi cominciò a reggerla per tramite di un vescovo armeno nominato da Propaganda fra i tre candidati presentati dal clero e dai fedeli (Merassian Atanasio dal 1738, poi Messerlian Antonio ( 1787 , e nuovamente dal 1806 in poi, Sofalian Sahak vartapet nel 1784); b) i patriarchi di Cilicia residenti a Bzommar nen ebbero le prerogative civili, e perciò perdurarono le persecuzioni dei patriarchi di Costantinopoli in tutto l'impero ottomano fino al 1830 , epoca in cui i cattolici armeni furono emancipati dalla giurisdizione patriarcale di Kum-Kapū.
Frattanto nella seconda metà del sec. xviri i patriarchi di Costantinopoli cercarono di venire a qualche compromesso coi cattolici-armeni.
Così Zaccaria II (1773-81, 1782-99) tentò di guadagnarsi i cattolici alla propria Chiesa promettendo la libertà, purché volessero nelle quattro feste principali partecipare al culto e comunicarsi. Il marchese Serpos con la Dissertazione polemico-critica del 1783 tentò di trovare una via di conciliazione. La S. Sede replicò sotto pena di privazione dell'assoluzione le proprie prescrizioni de non communicando agli uffici divini e Sacramenti dei dissidenti, esclusi sempre i tre così di Matrimonio, Battesimo e dei funerali.
Durante il secondo patriarcato di Hovhannés XI, patriarca armeno di Costantinopoli ( 1802-13 ), negli anni 1809 1810, con l'iniziativa di laici ben disposti di ambedue le parti, si venne a fare firmare un Trattato di Rianione contenente cinque articoli di fede cattolica : il Primato, la formula calce donese delle due nature in una persona, il Filioque, la immediata remunerazione degli eletti dopo la morte ed il Purgatorio. L'iniziativa, salutata con entusiasmo da personaggi eminenti, sia europei che armeni, fu sventata dalla mancata concordia del clero armeno cattolico di Costantinopoli.
Paolo Grigorean (1813-23), negli anni 1816-20 riprese il tentativo di qualche compromesso, in un congresso misto fra i rappresentanti cattolici e dissidenti, sotto la sua presidenza. Mons. Messerlian ricusò di prendervi parte : fu esiliato (1820) e morì in esilio. Il congresso, al quale prese parte qualche ecclesiastico cattolico con ottime intenzioni, contro le ingiunzioni della S. Sede, falli. La famiglia cattolica armena Duzian (Duz-Gglú), influentissima presso il Sullano, fu soppressa per tradimento di Artin Pezgian effendi dissidente, sotto l'accusa di dilapidazione dei tesori imperiali.
Frattanto scoppiata la guerra russo-turca sulle frontiere del Caucaso, gli Armeni della frontiera mostravano simpatie verso lo zar Nicola I come liberatore. Nerses arcivescovo dissidente di Tiflis con ro.ooo combattenti passò dalla parte del generale Peschievitz. Nel trattato di Turkman-Clay Nicola I annesse Eğmiadzin (1828) all'impero russo; cosi la suprema Sede katholikossale armena passava sotto il dominio russo, che nel 1836 con la costituzione Polipinie la modellò sul tipo della Chiesa ortodossa russa, e da questa data in poi quella Sede segul le sorti della politica russa.
Durante questa guerra russo-turca del 1827 , allo scopo di ottenere dal sultano in favore di mons. Marusci la emancipazione della comunità cattolica armena dal patriarca armeno, Tenkerian, capo delle famiglie cattoliche influenti di Costantinopoli, adduce tra gli altri motivi anche la simpatia degli armeni dissidenti verso lo zar. Karapet, patriarca di Kum-Kapū, venuto a conoscenza di tale accusa, e aiutato da Paolo Grigorian ex-patriarca, se ne vendicò col dare al sultano ogni garanzia circa la fedeltà degli Armeni che frequentavano le chiese nazionali cioè dzi dissidenti, e ricusò qualsiasi responsabilità circa i cattolici armeni che frequentavano le chiese dei latini ed erano come stranieri. L'effetto fu la terribile persecuzione che durò
dal 3 ott. 1827 al febbr. 1828, in cui ro.ooo cattolici ancirani di Costantinopoli venivano esiliati nell'interno dell'Anatolia in pieno inverno; né furono risparmiate le altre città di Anatolia e dell'Asia Minore. Fu l'ultima delle persecuzioni, durate ben 130 anni, degli Armeni cattolici ad opera dei patriarchi di Kum-Kapū.
Sultan Mahmud, sconfitto dai Russi e ricorso ai rappresentanti della Francia e dell'Austria, veniva costretto dietro raccomandazione di Leone XII ad accettare l'emanipazione dei cattolici armeni della Turchia dalla giurisdizione civile del patriarca armeno di Kum-Kapü, con l'inserire nel trattato di Adrianopoli, il 14 sett. 1829, l'art. 12, che fu firmato dal sultano il 6 genn. 1830. Pio VIII creò quindi la sede primaziale armeno-cattolica di Costantinopoli il 6 luglio 1830 (Quod'condia), destinandole tutto il territorio fino allora sottomesso al vicario patriarcale latino di Costantinopoli.
Narigian Antonio venne nominato primo primate (18301838); a lui seguirono Marusci Antonio (1838-46), e Hassun Antonio (1846), che dal 1842 era già coadiutore cum iure successionis.
La comunità armeno cattolica dal 1830 in poi cominciava cosi ad avere due dizioni ecclesiastiche, la patriarcale di Cilicia (1741) e la primaziale di Costantinopoli (1830); ma solo il primate aveva, diconoi allo stato ottomano, gli attributi civili del millat armeno-cattolico. Il patriarca di Cilicia aveva bisogno del servizio della sede primaziale per il disimpegno degli affari civili presso la Sublime Porta. Sotto tale aspetto la Sede primaziale di Costantinopoli primeggiava sul katholikossato di Cilicia.
Narigian (e neppure il suo successore immediato) non poté riunire nelle sue mani i due poteri; perché egli quale suddito austriaco non fu ammesso dall'impero ottomano; Giacomo vartapet Ciukurian (Valle) fu chiamato a supplire tale compito col titolo di patrik. Cosi si inaugurava un cattivo dualismo; morto lui gli succedettero altri; solo per un periodo breve furono riuniti i due poteri nel primate Hassun (1845-48), che li riebbe poi come patriarca nel 1861. Presso i Greci il patriarca ecumenico governava col sinodo; presso gli Armeni il patriarca dissidente governava con l'assemblea nazionale mista. I cattolici non poterono non seguire l'esempio, tanto più che l'autorità statale spesso non gradiva i candidati e li cambiava facilmente. Spesso il patrik, capo nazione, col suo consiglio, cui competeva l'amministrazione dei beni di carattere misto, si erigeva di fronte al primate esclusivamente capo spirituale. Gli urti, per quanto si volessero oeansare, diventavano inevitabili. La fusione permanente di due competenze, che sarebbe stata la migliore soluzione, era irrealizzabile dato che i due poteri promanavano da due fonti diverse: la S. Sede e lo Stato ottomano. Inoltre vi era ancora la separazione di due sedi e due dizioni ecclesiastiche armeno-cattoliche, fra le quali la concorrenza e l'animosità. Bisognava perciò fondere in una le due sedi.
Il che avvenne dopo la morte del patriarca di Cilicia Gregorio Pietro VIII (9 genn. 1866), nella persona del primate Hassun nel Sinodo del 14 sett. 1866 tenuto a Bzommar sotto la presidenza di mons. Valerga delegato apostolico della Siria e patriarca latino di Gerusalemme. La bolla Reversurus regolava le modalità di quest'unione; il 15 luglio 1867 Antonio Hassun riceveva il pallio, e nell'ag. il berat imperiale. Hassun, primate nel 1850 , realizzatore di sei nuove sedi residenziali vescovili armeno-cattoliche (Angora, Artwin, Brussa, Erzerum, Ispahan, Trebisonda) con quelle del patriarcato di Cilicia raggiungeva il numero di ben 17 sedi. Tutto sembrava concorrere perché in un periodo di pace, il cattolicismo avesse lo sviluppo maggiore nel ceto armeno, dopo il secolo delle persecuzioni. Non fu però così. Molte furono le cause, tra le quali sembrano più importanti le seguenti : la comunità armeno-cattolica, distaccatasi dalla massa della nazione volta in gran parte allo scisma, aveva avuto un indirizzo poco felice di latinizzazione, introdotto fin da quando si era formato l'Ordine degli
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Unitori armeni (sec. xiv), al quale si era opposta dall'inizio stesso la corrente reazionaria di tradizionalismo eccessivamente isolazionista. Questo indirizzo biforcato sarebbe stato l'origine di quasi tutti i mali.
Il vuoto che separava i latinizzanti dai conservatori, non fu sufficientemente colmato, anzi si cristallizzarono le parti, e un avvicinamento reciproco tanto urgente per difendersi e opporsi alle mene dei patriarchi dissidenti di Costantinopoli non fu mai realizzato. Le forze dei cattolici si neutralizzavano nell'urto fra di loro e contro il comune avversario. Trascorsi i secoli, le controversie di rito e disciplinari, relitti di un passato poco felice, aiutate molto dall'ignoranza dell'epoca, divennero più acute. I valori della tradizione rituale, disciplinare, letteraria di tutta l'antichità armena, venivano sottovalutati o svalutati affatto, e non di rado, in segno di attaccamento alla Madre Chiesa cattolica romana, venivano affatto disprezzati dai missionari cattolici stessi, istruiti nella conoscenza di discipline teologiche e canoniche d'interesse generale e occidentale, ma poco o punto di discipline d'interesse particolare ossia nazionale. Fin le pubblicazioni dei dotti e eruditi teologi, filologi e storici, tendenti a dissipare il velo d'ignoranza, e destinate a rischiarire i problemi, venivano spesso denunziate come ereticali; opere che pur oggi farebbero onore a qualsiasi letteratura. Basterebbe ricordare le controversie acute circa le opere di Giovanni Oznetzi, la Storia di P. M. Ciamcian, le Vite dei Santi (12 voll.) di G. B. Aucher, il Commentario all'Intuario Armeno e le Epistole Paoline di G. Avedichian, pubblicate nel primo quarto del sec. xix.
Questo trattamento non incitava meno alla persecuzione gli Armeni dissidenti molto attaccati alle loro tradizioni, benché incapaci di spiegarne le ragioni; e incitava alla reazione quella corrente di sano conservatorismo e di rispetto delle tradizioni, sapientemente e costantemente raccomandati dalle istruzioni e pratiche della S. Sede, ed imposti da motivi di sano apostolato cattolico, per non creare senza necessità nuove incrinature e non allargare l'abisso di separazione fra cattolici e dissidenti. Cosi era naturale che la predicazione della luminosa fede cattolica venisse annebbiata dagli avversari dissidenti e screditata agli occhi della plebe con gli epiteti di franchizzazione di latinizzazione e di snazionalizzazione. Pio VIII, penetrando con occhio profetico nelle conseguenze nefaste di simili contrasti dall'inizio stesso della erezione della Sede primaziale esortava paternamente il clero ed i fedeli alla concordia e alla carità: cf. Quod iumdiu del 30 luglio 1830 (Mansi, XI., 754 sg .); e Benedictus Deus del cardinale prefetto di Propaganda diretto al clero e al popolo armeno cattolico di Costantinopoli (ro luglio 1830): «Verendum esset, ne opus hoc dexterse Dei protegentis auxilio tam feliciter inchoatum auctumque brevi concideret atque dilaberetur: molestiae enim illae, quae vobis antea inferebantur extrinsecus, domesticae fieri possent atque intestinae, sensimque nationem vestram ad exitium deducere, iuxta illud Apostoli ad Galatas: Si invicem mordetis et comeditis, videte ne ab invicem consummemini... ». Le stesse esortazioni scriveva Gregorio XVI l'anno 1832 nell'Inter gravissimas.
A tali controversie vennero aggiunte, nella seconda metà dello stesso sec. xix, altre più scabrose ancora, circa i diritti cosiddetti nazionali della partecipazione del clero inferiore e dei fedeli alla presentazione di candidati alle diocesi e al patriarcato, intaccati dal licet, e revocati affatto dalla bolla Reversurus. Questa,

(da Stroperski, Bankunst der Armenien) Armenia - Chiesa di S. Shipsimé (sec. viI) - Waghazàapat.
infatti, estendeva a tutto il patriarcato armeno cattolico di Cilicia le restrizioni applicate fino allora alla sola sede primaziale, cioè la presentazione di tre candidati, fra i quali farebbe la scelta la S. Sede, e ciò perpetuis futuris temporibus. Deposto il patriarca Hassun, fu assunco in anti-patriarca Hagop Bahtiarean, vescovo di Diyar-Bekir, al quale succedette in seguito Kupelean. Mons. A. Franchi f