cioè la presentazione di tre candidati, fra i quali farebbe la scelta la S. Sede, e ciò perpetuis futuris temporibus. Deposto il patriarca Hassun, fu assunco in anti-patriarca Hagop Bahtiarean, vescovo di Diyar-Bekir, al quale succedette in seguito Kupelean. Mons. A. Franchi fu inviato dalla S. Sede per trattare in via diplomatica con Ali pascià, ma falli. La lotta continuò accanita fra i due partiti di hassunisti e anti-hassunisti: le chiese sia della capitale che delle province una per una venivano contestate e rapite. Leone XIII mitigò le disposizioni della Reversurus, riconoscendo al sinodo dei vescovi il diritto di elezione, con l'obbligo di farla verificare quanto alla canonicità. Kupelean ottenne la grazia di fare la propria ritrattazione alla presenza stessa del Papa, ed essere così assolto con solennità, presenti i cardinali dell'Urbe, il 18 apr. 1879. Il patriarca Hassun nel 1880 fu creato cardinale, e morì l'anno 1884, dopo aver ottenuto dal munifico Papa la erezione a Roma del Pont. Collegio armeno (1883). Azarian venne assunto a succedere come patriarca ad Hassun, il 24 genn. 1881, e vide presto la fine dell'incendio che aveva per quasi trenta anni devastato un gran bene.
Nel sec. xviri le persecuzioni, e nel xix le controversie interne, in gran parte originate dalla mancata conciliazione di istituti rituali e disciplinari e dei valori armeni coi sani principi del cattolicesimo, frustrarono non solo le fondate speranze del sec. xvir di un ritorno della massa del popolo all'unità cattolica, ma ostacolarono pure il ritmo delle conversioni.
Il cattolicesimo armeno si condannò a crescere solo per virtù interna di nascite, rimanendo sempre la minoranza della nazione.
Diciotto anni di sapiente governo di Azarian (18811899) diedero notevoli risultati per la propagazione
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(da Strezgonski, Panhunst der Armenier)
Armenia - Basilica di Odzum (ca. sec. viII).
del cattolicesimo. Gli fu ascritto a torto di avere concesso, nel Regolamento del patriarcato, ai laici nell'elezione dei patriarchi una parte condannata dalla Reversurus. Tale regolamento però servì per l'elezione dei suoi successori Paolo Pietro XI Emmanuelean (1899-1904) e Paolo Pietro XII Sabaghian (1904-1909), senza che Roma protestasse. Il fuoco si riaccese sotto i primi tre anni di patriarcato di Paolo Pietro XIII Terzian (1910). In Turchia era stata proclamata la nuova costituzione ottomana. Terzian non volle firmare un nuovo Regolamento che i laici avevano già presentato al predecessore suo Sabaghian, in cui volevano introdurre il voto popolare anche nell'elezione dei vescovi diocesani. Venuto a Roma, raccolse l'episcopato in un sinodo nazionale (1911); Pio X si riservò per quella volta la nomina delle sedi vacanti. Gli agitatori, questa volta esclusivamente laici, si ribellarono; e aiutati dalla Sublime Porta dichiararono deposto Terzian, quanto agli attributi civili di caponazione (1912). Lo scandalo non finì purtroppo che sotto la spada dei massacratori Turchi nel 1913-18, in cui 5 vescovi furono martirizzati, tre altri morirono in esilio; delle 16 diocesi rimasero 3 sole; di 250 sacerdoti, ca. 126 furono insieme massacrati, con una moltitudine di monache.
La conferenza episcopale armena tenuta a Roma nel 1928, per la munificenza di Pio XI, trasferiva da Costantinopoli a Beirut (Libano) la sede patriarcale di Cilicia, dove oggi risiede il card. Gregorio Pietro XV Agagianian, verso il quale sono rivolte le
speranze di tutti per una resurrezione spirituale della nazione armena.
Bibl.: P. M. Ciamcian, Storia armena, 3 voll. (in arm.). Venezia 1788; P. C. Galanus, Contiliatio Ecclesiae armenae cum romana, 3 voll., Roma 1651-90; G. Serpos, Compendio storico..., 3 voll., Venezia 1786; S. Weber, Die betholische Kirche in A., Friburgo 1903; F. Tournebize, Histoire politique et religieuse de l'A., Parigj 1900; P. L., Alishan, Sirah (in arm.), Venezia 1881; id., Aivarat, in-4. (in arm.), Venezia 1890; id., Sissouan ou l'Armino-Cilicie, in-4, Venezia 1899; id., Sinaikan (in arm.), Venezia 1893; id., L'aurora del cristianesimo armeno (in arm.), Venezia 1901; A. Balgy, Historia doctrina catholicae iuter Armenos unionisque eorum in Conc. Florentino, Vienna 1878; S. Azarian, Ecclesiae Armeniae traditio de R. Pontificis Primatu, Roma 1870; P. G. Golemkiarian, Le vite di due patriarchi e dieci vescovi armeni (in arm.), Vienna 1915; J. Morgan, Hist. du peuple arménien, Parigi 1909; Aršak Ter-Mikelian, Die armenische Kirche in ihren Beziehungen zur byzantinischen vom IV. bis zum XIII. Jahrhundert, Lipsia 1892.
Garabed Amadum
IV. - Il RITO ARMENO.
1. Origine. - L'origine del rito armeno è collegata con la diffusione del Vangelo in A., avvenuta verso il 300, ad opera di s. Gregorio Illuminatore (v.), cresciuto a Cesarea di Cappadocia, e di altri seguaci. Costoro portarono in A. il rito di Cesarea che, a sua volta, derivava da quello di Antiochia, da cui erano partiti i primi missionari della stessa Chiesa. Grande era poi l'affinità tra i riti antiocheno e gerosolimitano, il quale era pure tenuto in grande considerazione dagli Armeni.
2. Lingua. - Col rito di Cappadocia venne adottata pure la lingua greca nel culto divino, per mancanza dell'alfabeto armeno. La Persia, antagonista di Bisanzio, nel breve periodo della sua invasione in A. (368369), cercò di sostituire alla greca la lingua dei Siri, suoi fedeli sudditi, sostenendo la sua conservazione anche dopo la divisione dell'A. nel 387. L'inefficacia di quella incomprensibile favella per il profitto spirituale del popolo suggerì al dottore s. Maâthoc (Mesrop) di creare la scrittura armena, alla quale diede vita nel 404, ponendovi a base l'alfabeto greco. Con l'aiuto del patriarca Isacco e dei suoi discepoli, versati nelle lettere greche e siriache, tradusse subito la S. Scrittura e i libri liturgici. Dopo il Concilio di Calcedonia (v.) avvenne la separazione della Chiesa ufficiale armena (591), che si orientò verso i Siri suoi istigatori allo scisma monofisita, e cominciò a subirne l'influsso anche nel rito. Difatti sono del sec. vi: la soppressione dell'acqua nel calice della Messa, il ritorno all'antica unione del Natale con l'Epifania; nonché l'aggiunta «qui crucifixus es pro nobis» nel Trisagio, accettata e conservata ancora presso i giacobiti ed armeni dissidenti.
3. Ufficio. - Nel sec. v, in cui comincia il rito armeno propriamente detto, la preghiera pubblica (in armeno Pahton, ufficio) era composta di sei ore: tre, riportate dagli storici dell'epoca, recitate dai sacerdoti leonziani in carcere presso i Persiani : il Notturno, che aveva luogo a mezzanotte; il Mattutino, che incominciava al canto del gallo; e il Vespro, detto alla sera; c'erano pure le preghiere delle ore Terza, Sesta e Nona, che il Mandacuni arricchì dei suoi Avvertimenti e Preghiere quaresimali. Stefano, vescovo di Iunia, nel sec. viII, alle ore suddette aggiunse altri due uffici, l'uno Al sorger del sole (Prima), e l'altro Del riposo (Compieta), che seguiva il Vespro. Ma questi due, propri in origine di quella diocesi, al sec. x erano già divenuti comuni, per cui poté commentarli Khosrov, vescovo degli anzevesi.
Negli esemplari del breviario del sec. xiv troviamo un'altra ora, che seguiva quella Del riposo ed era chiamata Ora della pace. Si recitava privatamente, prima di coricarsi, e solo più tardi divenne pubblica. In certi ambienti tutti e nove gli uffici erano recitati ogni giorno feriale, come nel Sunia, mentre altre testimonianze dal sec. viI al xiv parlano
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della recita di sette solamente. Il Natturno era riservato alle feste, e quello del Sorger del sole si giorni feriali, alternato a sua volta con quello dell'Ora della pace. Era questo il sistema seguito da tutta la nazione. In certi ambienti e periodi due di essi erano affatto soppressi, come affermano Mosè d'Ersinca, nel sec. xili, ed altri.
Gli uffici obbligatori erano recitati dapprima privatamente, poi pubblicamente in chiesa, secondo testimonianze dal sec. viII in poi.
Nel sec. v il breviario (Alotanoc o Alotamatoic) era composto dei 150 salmi e delle benedizioni profetiche, per cui nei canoni di s. Isacco è definito : «Ufficio di Salmodia». Questo patriarca divise i salmi in otto "canoni " o gruppi, facendo seguire ad ognuno una benedizione, un "avvertimento" e una "preghiera" doppia. L'ufficio era completato poi da letture bibliche e spiegazioni dottrinali. Il Mandacuni vi aggiunse i suoi avvertimenti, come abbiamo detto sopra; e man mano si arricchi, anche con inni successivamente composti, che formarono un volume a parte, detto Sorocan (Innario); mentre l'ufficiatura di tutto l'anno, con le cerimonie e le letture della Messa, formavano il Conatoic (Calendario).
4. Rituale (Maklnoc). - Il rituale fu composto, dopo l'abbandono di quello siriaco, nel sec. v, come prova la sua affinità con quello greco, per quei legami di simpatia che legavano allora gli Armeni all'ellenismo. Non ci è nota la prima vera struttura di questo libro; ma sappiamo con certezza che esso cominciò presto a svilupparsi. Nel più antico esemplare del sec. xi conservato a S. Lazzaro di Venezia, il primo capitolo è sull'Ordine della Fondazione (e Consacrazione) della chiesn, di Giovanni Mandacuni, Katholikós degli Armeni (anni 478-90).
Il rituale subì nel sec. ix un'altra riforma, o meglio furono riunite in un solo volume tutte le benedizioni, prima separate, per facilitarne l'uso; quest'opera è attribuita da autori posteriori a Mašthoc, superiore del convento di Sevan, il cui nome sarebbe stato apposto ai libri, mentre il suo discepolo Stefano, nel memoriale pervenutoci, avverte di aver compiuto egli stesso quel lavoro: «Feci, dice, questo libretto infimo nell'893" (cod. n. 1571 di S. Lazzaro). Siccome questo memoriale trovasi solo nei rituali, riguarda dunque la stessa opera, che egli non pensa punto di attribuire al maestro nella biografia inserita nello stesso suo documento. E ben lungi però dall'essere un "libretto", poiché contiene 45 capitoli : è l'unico e prezioso rappresentante dello stato antico, non certo primitivo, del rituale, e pubblicato in inglese da Conybeare (Oxford 1905). Con l'avvicinarsi della Chiesa occidentale, all'Oriente e alla Cilicia armena al tempo delle crociate, il rito armeno subl l'influenza di quello romano. Il katholikós Gregorio IV, nel 1185 , chiese al papa Lucio III il rituale romano, che fece tradurre in armeno. Nel codice Bb 100 del Vaticano (sec. xiri) ci sono due ordini di Battesimo: l'armeno e il latino e l'ordine della Cresima che viene conferita dal vescovo; e tutti e due praticati a volontà come confermava il Concilio di Sis nel 1342. E più abbondante l'elemento latino nell'esemplare scritto a Sis nel sec. xiv. Il concilio accenna pure ad altre innovazioni latinizzanti. Questa confusione di riti non poté perdurare neppure in Cilicia per la ragione che l'A. Maggiore non ha voluto mai saperne, e fu soppressa nei rituali successivi. Furono invece accolti spontaneamente e conservati da tutta la nazione gli ordini minori, sconosciuti nella chiesa armena, per la prima volta citati da Zaccaria Dsordsoretzi, nel primo quarto del sec. xiv, e dal Concilio del 1342, e inseriti nel predetto codice del 1345, insieme con l'unzione dei vescovi e sacerdoti, e la consegna dei vasi, ricordate pure dal suddetto concilio, e finora praticate; come pure l'ordine dell'incoronazione dei re, usato in Cilicia. I cattolici poi accettarono, per suggerimento di Roma, l'infusione dell'acqua nel vino del calice, la separazione del Natale e delle feste connesse, e l'Estrema Unzione, abbandonata del sec. x, che si era già tentato di ripristinare in Cilicia; nonché la modifica del Trisagio. e la benedizione dell'olio degli infermi, fatta dal vescovo invece che dal sacerdote. Oltre a questi, parecchi altri punti del rito latino sono stati adottati dal clero cattolico nel suo rituale, che pubblicò l'Hassunian (1880), e che si allontana
da quello approvato dalla S. Congregazione di Propaganda Fide nel 1840, ed edito dai Mechitaristi di Venezia, sulla base dei testi antichi (1831).
Col rito di Cappadocia l'A. adottò naturalmente anche la liturgia della Messa (Patarag), che era detta di s. Giacomo, formata in Anticchia su quella conservata nelle Costituzioni apostoliche, in lingua greca, e che fu diffusa in Siria, a Gerusalemme, in Cappadocia e in altre parti dell'Asia Minore (cf. L. Duchesne, Origines du culte chrét., Parigi 1925, pp. 65-69). S. Basilio ritoccò quella liturgia nella sua diocesi, dandole il proprio nome; fu conosciuta come tale da vari scrittori antichi, ed accettata dal De Meester, almeno nella sua forma primitiva.
Quel che interessa qui è il fatto che detta Messa fu accolta subito anche dalla Chiesa armena, come risulta da un passo messo in bocca ad un celebre armeno da Fausto, che scriveva verso la fine del sec. Iv, e posto in rilievo da P. Gathircian (SS. Liturgie degli Armeni, pp. 97-132). La traduzione armena di questa liturgia, eseguita nel sec. v, è ancora conservata nei codici insieme ad un'altra sua versione del medioevo. Essa fu seguita da quella attuale, che fin dal sec. x è nota in A. con il nome di Atanasio. Il Gathircian ha trovato, tra i secc. v e viII, tracce di questa Messa nella letteratura armena. Un passo comune a questa e ad un "avvertimento" del Mandacuni, gli bastano per concludere che c'era la mano del medesimo patriarca in quella liturgia (op. cit., pp. 323-28). Fuò egli essere un rimaneggiatore della medesima, che nella parte essenziale risponde a quella in uso oggi nel rito greco-bizantino, col nome di Criaestomo. Quindi è chiara la sua origine; e ragionevolmente F. Cabrol la collegò con la bizantina (in DThC, IX, col. 817). Ed è ancora la stessa liturgia, dapprima più breve e in seguito sviluppata nel testo greco e nell'armeno, che venne commentata da Khosrov verso il 950 (Comment. Missae, Venezia 1869) e da Narsete Lambronesc, arcivescovo di Tarso, nel 1177 (Comment. Missae, Venezia 1846), il quale ultimo "abbellì "egli pure il messale. Dopo di lui, vi

(da Stropgovski, Bankunst der Armenier) Armenia - Basilica di Ereruk (sec. x).
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furono aggiunti : l'inizio del breviario e della versione armena del messale romano, tradotto probabilmente insieme col rituale, le preghiere della vestizione, il Confiteor, nelle sue tre parti, che si vedono per la prima volta nei codici del sec. xiri, e l'ultimo vangelo (cf. Hatzuni, Messale armeno, pp. 14, 15, 25). Insieme a questa, esistevano altre liturgie in A., e Khosrov le vedeva senza poterle spiegare tutte; ciò significa che erano in uso esse pure in dati giorni. Ce lo fa capire anche Ukhtanes, verso la fine dello stesso sec. x, ricordando il suo incontro con Anania sulla riva del fiume Akhuzian; ove "dicevano la Messa del Domino potentiae (così comincia la Messa), che dicono di Atanasio " (p. 12). E appunto questa distinzione la prova che erano in uso altre Messe, delle quali nei codici successivi si contano dieci, oltre quella solita. Tre di esse, cioè le due traduzioni della basiliana e la crisostomiana, contengono dei passi del messale ordinario, e sono poi citate dai Cancili del 1307 e 1316 (Gathircian, op. cit., p. 352); e un indicatore, la cui più antica copia data dal 1287 (cod. 1411 di S. Lazzaro), segna anche i giorni della celebrazione di quello di Atanasio (la comune), del Crisostomo e di Basilio ( 2ᵃ traduzione), benché il Lambronese dichiari che al suo tempo non avessero la riforma crisostomiana. Può darsi che questa sia stata tradotta ed ammessa dopo di lui.
Una delle caratteristiche della liturgia armena è, oltre l'assenza dell'acqua dal calice, l'azzimo, il cui uso è antichissimo, e confermato da tutti gli scrittori armeni, a continuiare da Mosè II, che, nella lettera all'imperatore Maurizio (591), dichiarava di non voler recarsi da lui, per "non mangiare del pane cotto in forno, o bere dell'acqua calda", che erano gli elementi della Messa greca. Nelle antiche collezioni liturgiche armene troviamo pure quella dei Presantificati, conforme al testo greco, mentre il codice ciliciano n. 1411 di S. Lazzaro l'ha modificata con varie soppressioni e con l'aggiunta di qualche passo dell'ordinario messale armeno, intercalandola poi nell'ufficio vespertino. Era da celebrarsi "nel mercoledì e venerdí di quaresima". Pare che fosse arbitrariamente praticata in Cilicia, mentre l'A. Maggiore non voleva saperne, di questa "semimessa" o "Messa presantificata", secondo Gregorio di Tael 1397 .
Messa cantata - e anche l'unica dapprima - era riservata, oltre che ai giorni festivi, al sabato e alla domenica, come disponeva il Concilio di Duin, nel 645 (can. 8). Ma più tardi appare in A. pure la Messa piana, derivante dall'applicazione ai privati del divino Sacrificio in "quarantine", che è citata nei canoni del Concilio di Partave nel 768 (can. 18), e che rendeva necessaria la quotidiana celebrazione privata. Questa maniera era diffusa nel medioevo per tutto il paese, come confermano innumerevoli lapidi rimaste nelle antiche chiese e il Lambronese, che descrive pure la forma semplicissima di essa, col solo celebrante (Comment. Missae, p. 438), o con l'assistenza di un ministro. Questo sistema continuò fino al sec. xvir e quindi fu conservato soltanto presso i cattolici. Nella quaresima, in cui era sospesa la liturgia, tranne il sabato e la domenica, si usava invece in tutta l'A. un "Ordine della preghiera di refezione all'ora nona di quaresima ", che era la cosiddetta Messa secca, cioè senza oblazione. A quell'epoca essa non aveva ancora uno schema proprio, ma si leggeva una delle Messe in uso, ad es. quella di s. Atanasio. Più tardi ebbe un formolario suo, che è descritto nelle "Istruzioni", prese nel sec. xir dal convento Theleni (cod. n. 1372 di S. Lazzaro). Era un riassunto della Messa ordinaria, come figura nel breviario della principessa Mariun (sec. xiv) a S. Lazzaro (cod. n. 521), e nel codice V_{3} del Vaticano (sec. xiri), il quale ultimo finisce cosi : il sacerdote "benedice del pane e lo distribuisce, e si congedano", come nella liturgia comune. Il messale in pratica oggi presso i cattolici è doppio; quello stampato a Roma nel 1677, con alcune arbitrarie correzioni dottrinali del sacerdote armeno Barsech; e quello pubblicato dal patriarca Hassunian, nel 1879, per la Messa letta, e alquanto latinizzato. Tutti gli altri sono in disuso.
Bib.: G. De Serpos, Compendio storico, III (del cito contemporaneo armeno), Venezia 1787; H. Densinger, Ritus orientalium, 2 voll., Würzburg 1863-64; P. G. Gathircian, Sithacian Pataragamataich Itainda, (SS. Liturgia degli Armeni), Vienna 1897; Fr. Tournahize, Histoire politique et religieuse de l'Arménie,
Parigi 1900, pp. 252-653; L. Petit, s. v. in DThC, I, coll. 1924-68; F. C. Conyheare e A. J. Maclean, Rituale Armenorum and the East Syrian Epiphany rites, Oxford 1905; V. Hatzuni, Hal Diese 1911 tavanj azygün sinodani garduoda mag. (Il rito armeno negli atti del Sinodo nazionale del 1911), Venezia 1919; R. Janin, Les Eglises orientales et les Rites Orientaux, Parigi 1922; V. Hatzuni, Patnaathün bin hai Taracou (Storia degli antichi sui armeni), Venezia 1924; J. Muyldermans, Le costume liturgique arménien (tratto dal lavoro precedente), Lovania 1926; J. M. Hanssens, Institutiones liturgicae de ritibus orientalibus. De Missa ritoum orientalium, 2 voll., Roma 1930-32; V. Hatzuni, Pataragamataizz (Messale), con descrizione del rito canonico della Messa, Venezia 1936; C. Gatti e C. Korolevskij, I riti e le Chiese Orientali, Genova-Sampierdarena 1642.
V. - Il Diritto canonico.
Fino al sec. v il repertorio canonico della Chiesa armena era costituito, come per le altre chiese d'Oriente, dalle decisioni di concili ecumenici, dalle collezioni pseudo-apostoliche, e da qualche sinodo nazionale.
I canoni di Nicea (325) furono introdotti tramite s. Aristakes che vi aveva preso parte. Per i canoni dei concili topici ci mancano allusioni contemporanee delle fonti storiche; però non è improbabile che siano stati introdotti i canoni di questo o di quel concilio topico, ai quali gli Armeni avevano preso parte attraverso l'esarcato di Cesarea.
E degna di essere ricordata la lettera canonica, costituita dalle risposte alle 9 domande degli Armeni, presumibilmente scritta verso l'anno 333 da Macario I Gerossi limitano a s. Verthanes katholikós (n. secondo alcuni, verso il 564 da Macario II a Verthanes vescovo della Sunia).
Vi erano inoltre le decisioni canoniche del I Sinodo nazionale legislativo di Aštisat (354-55), ove furono adottati i cosiddetti Primi Canoni Apostolici, cioè la Doctrina Apostolorum composta di 34-35 articoli; quindi i canoni Efesini (dogmatici) introdotti in A. ufficialmente tramite i Traduttori sotto il katholikós S. Sahak nel sinodo nazionale di Aštisat verso il 435 ; i canoni disciplinari del Concilio nazionale di Sahapivan ( 447 ), e presumibilmente anche i cosiddetti Canoni di S. Sahak il Grande, Superh Haykahanhh, Venezia 1853, 2^{text {a }} serie, pp. 71-134 (arm.), come anche i cosiddetti Secondi Apostolici che sarebbero i Canones Apostolici costituiti da 85 articoli, pubblicati dal Funk, e infine i Canoni di s. Taddeo Apostolo.
Al principio del sec. viri sembra che sia stato fatto il primo lavoro di sistemazione o di coordinazione nella forma di una Collezione canonica ufficiale, Kanonaghirkh, da Giovanni Oznetzì katholikós detto il Filosofo (717-28), della serie dei canoni fino allora introdotti o in uso nella Chiesa armena, esistenti nella Curia patriarcale. Il merito dell'opera sembra sia stato l'aver raccolto tali norme secondo l'ordine cronologico, ricostituendo di ciascuna serie la prefazione ove indicava la motivazione, l'epoca, l'indice, per agevolarne il suo. Mancandoci la Collezione di Oznetzì in originale o in un manoscritto coevo, non è facile fissare con precisione di quali gruppi canonici fosse essa costituita. Possiamo congetturare solo, attraverso le testimonianze storiche e le citazioni fatte dagli scrittori contemporanei, che la detta Collezione dovrebbe contenere, oltre la serie dei canoni da noi citati sopra, altri gruppi nuovi introdotti nella Chiesa armena dopo il sec. v fino all'epoca sua. Sicuramente vi era la serie dei canoni dei Concili di Ancira (314), di Neocesarea (314-25), di Antiochia (341), di Laodicea (343-81); forse anche i canoni cosiddetti di s. Atanasio e dei sinodi nazionali convocati nella città della residenza patriarcale a Duino, cioè i 39 canoni di Nerses II di Aštarak, i 12 canoni di Duino del 645 , sotto Nerses III, e del 719 sotto Giovanni Oznetzì; e forse altre serie di canoni dei Santi Padri che non ci è possibile fissare. Questa Collezione di Oznetzì è stata ulteriormente arricchita fino al sec. x o anche xi, con l'aggiunta degli altri gruppi canonici dei sinodi armeni, e forse anche di Santi Padri.
A giudicare dal codice più antico che ci sia rimasto di
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detta Collezione canonica (codice di Giulfa, Persia, scritte nel ro98, oggi conservato nel monastero del S.mo Salvatore), alla fine del sec. xi la Collezione canonica armena, il Kanonaghirkh, conteneva oltre i sopracitati gruppi canonici, anche i ria canoni detti Secondi Niceni (realmente una giustapposizione eclettica dei canoni niceni e topici); i so canoni di s. Basilio della prima serie, detti i primi, e della seconda serie, detti i secondi; i 2 i canoni di Sardica (343-44), i 23 canoni di Gangra, i 24 canoni del Sinodo nazionale di Partaw (77r), i canoni detti di s. Gregorio Illuminatore, e molti altri canoni pervenutici sotto il nome di Giov. Mandacuni, di Abramo vescovo dei Mamikoneani, e del Sinodo nazionale di Karin (Erzerum); e sotto il nome dei Santi Padri e scrittori ecclesiastici, come i 27 canoni pervenutici sotto il titolo dei Padri Succesori degli Apostoli, oltre a quelli a nome dell'Apostolo Filippo, di Clemente Romano e di s. Nettario, di s. Ippolito e di s. Epifanio, s. Efrem, s. Gregorio Teologo, s. Cirillo, s. Dionigi aless., s. Giovanni Gerosolimitano, Dionigi arcopogita, ecc. contenenti uno o due canoni di minore importanza.
Dal sec. xi in poi questa collezione ufficiale non ha subito ulteriori sviluppi in maniera che le decisioni dei sinodi nazionali susseguenti, dei secc. xir-xvir, sono rimasti fuori della collezione. Quasi tutti i codici dei Kanonaghirkh dei secc. xi-xvir mantengono l'identico contenuto.
Tutta questa serie canonica fu raccolta sotto forma di

Amenia - Monastero di Sanahin (sec. xi ca.).
Nomocanone dal glossatore Mechitar Gos (m. nel 1213) nel Datastanaghirkh (libro dei giudizi o di sentenze giudiziali) ove l'autore secondo un ordine sistematico proprio cita il testo del canone, o di un vóuos, e ne dà il commentario. L'opera è scritta tra il 1184 -1213. Questa Collezione Nomocanone domino per tutto il medioevo quale manuale di Codice ecclesiastico-civile, sia nell'A. Maggiore che in Ci licia, ove domino piuttosto sotto la veste della redazione del Codice di Sanpat Comnetable, sia anche nelle colonie arnene di Polonia, ove una versione latina fu ratificata da Sigismondo I nel 1519, e della Tartaria ove fu fatta una versione tartara per le colonie arnene di Astrakhan e della Crimea. Anzi ebbe notevole influsso sul Codice georgiano nella redazione di Vahtank VI (sec. xviri), nella cui parte ³ᵃ è incorporata, e indirettamente anche sul Codice generale dello zzr Nicola I nel 1835, quando fu deciso che il Senato russo si sarebbe servito del suddetto Codice di Vahtank VI.
La Collezione Canonica del Kanonaghirkh, come del Nomocanone Datastanaghirkh, di Mechitar Gos, essendo chiusa alla fine del sec. xir, gli atti disciplinari dei sinodi armeni susseguiti, o le encicliche patriarcali, tra i secc. xiri e xvr, sono rimasti fuori delle collezioni sopra citate. Tre questi atti sono degni di menzione l'Enciclica Patriarcale di s. Nersès Glajese (1166-73), di Costantino I katholikos (1220-67), gli Atti dei Sinodi armeni di Sis degli
anni 1204, 1246, 1307 (l'ultimo sotto Gregorio VII di Anazarba), del Sinodo di Adana dell'anno 1316, che confermò gli Atti del sinodo precedente (1307), del Sinodo di Sis del 1342; come pure le Costituzioni del monastero di Zak del 1270, e del Sinodo di Gerusalemme del 1651. I Sinodi di Sis dell'anno 1307, e di Adana dell'anno 1316, quali sinodi di tendenza latinizzante, non furono accettati dal vartapet orientali. Era l'epoca in cui aveva preso inizio l'influsso della disciplina latina, attraverso le fitte corrispondenze e le ambasciate fra i romani Pontefici ed i patriarchi, i re ed i principi della Cilicia armena, durante i secoli delle Crociate. Tale influsso, benché fosse contrastato, crebbe sempre in proporzione diretta della penetrazione dei missionari occidentali, Francescani e Domenicani prima, poi in seguito, dopo il sec. xvi, anche di altri Ordini (Gesuiti, Teatini, Carmelitani, Cappuccini ecc.), e infine degli alunni armeni del Collegio Urbano, e del Collegio armeno di Leopoli.
All'inizio del sec. xvir, come conseguenza dell'ufficiale e definitivo scisma armeno, la Disciplina canonica armena si biforca: Disciplina cattolica armena e Disciplina non-cattolica e dissidente. Questa ultima è costituita prevalentemente dalla Collezione tradizionale antica di Kanonaghirkh, dai canoni di sinodi armeni extra-Collezionali, dal libro Datastanaghirkh di Mechitar Gos, e dalle decisioni sino-
dali o extrasinodali dei patriarchi di Eğmiadzin. Le lettere encicliche e private dei katholikói di Eğmiadzin, di Simeon d'Erivan (1763-80) di Lukas Karmetzi (1780-99), di Hovsep Arluthian (1800-1801), di Daniele I (18or-1808), si trovano raccolte in Alaneantz sac. Kiut, Archivio della Storia Armena (in arm.), tt. III, IV, IX, Tiflis 1893-99.
La disciplina armeno-cattolica, invece, anche dopo il ripristino (1741) parziale di una nuova gerarchia armena cattolica nella sede del patriarcato di Cilicia (perché la maggior parte del territorio ecclesiastico ar-meno-cattolico quanto allo spirituale rimase sotto il Vicariato patriarcale latino di Costantinopoli fino all'anno 1830), non ha avuto per tutto il sec. xviri fino alla metà del sec. xix, nessuna produzione canonica degna di nota. I nuclei di Armeni cattolici sparsi ed isolati in tutto l'impero ottomano, erano governati, salvo per gli istituti canonici più conosciuti attraverso la tradizione, « secondo i principi chiari ed organici della disciplina occidentale», meglio conosciuta sia dalla gerarchia alla quale sottostavano direttamente (Vicariato patriarcale di Costantinopoli; Patriarcato di Cilicia; S. Congr. di Propaganda), sia dai missionari stessi
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Europei, o alunni armeni del Collegio Urbano. La gerarchia nuova d'altronde, sia perché era preoccupata prevalentemente dell'ortodossia e dell'integrità dogmatica e delle missioni cattoliche da alimentare nelle persecuzioni, e sia a causa della mancata conoscenza delle antiche tradizioni, ha generalmente nutrito una certa diffidenza verso le stesse tradizioni armene. Sul Monte Libano si convocano sinodi esclusivamente elettivi; per la disciplina supplisce la consuetudine, benché molto vagamente conosciuta, e più il diritto canonico occidentale. Sotto mons. Nurigian, e mons. Marusci, i primi due Primati armeni cattolici di Costantinopoli, si prendono disposizioni di carattere piuttosto liturgico.
L'anno 1848, durante la visita apostolica di mons. Innocenzo Ferrieri, si presero alcune risoluzioni (Archivio di Propaganda, Atti del 1849-50, testo dei 33 Dubbi, ff. 92-93; Rescritti, ff. 81-91); e nel 1851 si tenne la conferenza episcopale del primate Hassun (ibid., Atti del 1853, parte III, Ponenza Stato della Nazione Armena). Lo stesso anno ( 16 -18 ott.) si convoca sul Monte Libano il Sinodo Armeno di Bzommar, sotto la presidenza di Michele-Pietro VIII katholikós (Mansi, XL, col. 890 sgg.), i cui atti però esaminati a Roma non furono approvati, perché incompleti o forse piuttosto per la mancata unione dei Padri sinodali stessi. Nel 1867 vi fu la Conferenza episcopale di Roma (Mansi, XL, 953-1018). Il Sinodo armeno di Costantinopoli del luglio-ott. 1869, convocato col decreto del 4 apr. del patriarca Hassun, dietro i suggerimenti venuti da Pio IX con la lett. Commissum humilitati e Libentissime certe, dell'anno 1869, per restaurare la disciplina armena cattolica, fu preparato con serio studio da una commissione costituita da competenti teologi e canonisti, come Azarian Vartapet, Malachia Ormanian, ecc., e da personaggi eminenti del clero armeno-cattolico secolare e regolare, che insieme alla disciplina latina conoscevano pure le antiche fonti e tradizioni canoniche armene. Quando il sinodo già stava per concludersi, disgraziatamente le sedute furono sospese ex abrupto, dovendo i padri sinodali partire per il Concilio Vaticano. Bisogna confessarlo : è il primo sinodo armeno-cattolico fatto con larghe vedute, in grande stile, da persone veramente competenti quali erano quelle che costituivano le tre Commissioni Preparatorie (teologica, canonica, liturgica). Gli atti non poterono essere promulgati; si trovano soltanto nelle poche copie litografate che servirono ai padri sinodali stessi. E un documento prezioso per penetrare nella mente e nelle vedute dei prelati di un'epoca in cui vi furono molto accese controversie disciplinari e problemi di conciliazione degli istituti disciplinari e privilegi orientali con istituti occidentali, onde dare ai primi quel dinamismo e vitalità di cui erano dotati i secondi.
Il Sinodo di Calcedonia (1890), convocato dal patriarca Azarian, non è che il perfezionamento degli atti del Sinodo del 1869 di Costantinopoli. Azarian Vartapet che era stato l'anima del Sinodo di Costantinopoli e uno dei principali propulsori, a Calcedonia non fece altro che promulgare, dopo certi ritocchi e aggiunte, con la propria autorità patriarcale, gli atti stessi del Sinodo del 1869 , in attesa all'approvazione pontificia, che però non fu purtroppo ottenuta. Gli atti, complessivamente 928 canoni, furono editi l'anno 1910 a cura del! Sirounian Alessio Vartapet. E da notare che fu il sinodo più organico, meglio elaborato, e migliore rappresentante degli istituti disciplinari armeni, adattati alle esigenze dei tempi moderni. A chi studia, pur di volo, gli atti di questi due ultimi sinodi cattolici (di Costantinopoli e di Calcedonia) salta tosto agli occhi il gran servizio reso dalle dotte publicazioni storiche, teologiche, liturgiche, canoniche, fatte dalla fine del sec. xviri in poi per tutto il sec. xix, dai due cenobi mechitaristi di Venezia e di Vienna, quali furono le dotte opere di Ciamcian, di G. B. Aucher, di Ave-
dichian, di Gathircian ecc., le quali crearono la prima corrente di fiducia e di rispetto verso le antiche fonti della tradizione armena.
Il Sinodo nazionale di Roma del 1911, convocato dal patriarca T'erzian, con l'aiuto di un corpo di illustri teologi e canonisti consultori latini, che rappresentavano nella Commissione preparatoria la parte preponderante in confronto di quella di consultori armeni, è il sinodo attualmente vigente e in uso nel Patriarcato armeno di Cilicia, perché approvato in forma communi dalla S. Congr. di Prop. Fide. Sotto il punto di vista di espressione del Diritto canonico armeno, ha un valore molto limitato, sia per la larga adozione di principi e di istituti occidentali, sia per la prevalenza della parte dogmatica ed esortativa nella quale viene quasi perduta la parte dispositiva.
D'altronde bisogna notare che, data la conoscenza quasi rudimentale della tradizione canonica armena, nessuna di queste conferenze o sinodi armeni cattolici dei secc. xix-ee rappresenta l'antica tradizione disciplinare in completo, nemmeno il sinodo di Calcedonia, benché sia stato quello che ha realizzato la migliore espressione dello sforzo di ripristinare la disciplina canonica tradizionale armena. Ciò confessa il Sinodo stesso nei cann. 117, 118, 216 (ed. arm.).
Bibl.: Fonti: M. Tankcan, Il diritio ecclesiastico degli armeni (in arm.), 2 voll., Suši 1923; A. Gbélēgian, Codice degli armeni, Tiflis 1913; V. Bostamianis, Libro dei processi armeni di Mechitar Gol, Valaršapat 1880; A. Mai, Scriptorum veterum nova coll., (Ecclesiae armenos canones selecti), X, pp. 269-513, Roma 1838; G. Cappelletti, Dacvclica 1. Narcotis Glaicenis, Venezia 1809, pp. 12-174; L. Alishan, Saperh Hayshahonh, ²² serie, Venezia 1833; H. Ghedighian, Cod. Can. Or., Fonti, ²² serie, fasc. xxi, Canones apostoliis, Venezia 1941; G. B. Aucher, B. Iohannis Ozniennis sermones duo, Venezia 1833; G. Amaduni, Cod. Can. Or., Fonti, fasc. viI, Disciplina armena, Città del Vaticano 1932; G. Karst, Sempalscher Kodex, Strasburgo 1912; id., Le code de Vahsanh VI, Corpus Iuris Ibero-Canronici, Strasburgo 1934; M. Brosset, Deux historiens Arméniens Kirahos de Gantzah, Pietroburgo 1876 (per gli Atti dei Sinodi Armeni di Sis del 1204 e 1246); C. Gelanus, Conciliatiosis ecclesiae armenos cum romana, 2 tomi in 3 voll., Roma 1630-61 (per gli atti dei Sinodi di Sis del 1307 e di Adana del 1316); Mansi, XXV, coll. 11851270 (per gli atti del Sinodo di Sis del 1342).
Per il Diritto Canonico moderno delle chiese dissidenti di Eğmizzin, cf. Airaras (riv. arm. di Eğmizzin), 1882, p. 83; per le risoluzioni del Sinodo sotto Giorgio IV circa i doveri dei vicari foranei, vedi la stessa rivista 1887, pp. 47, 63, i40, 288 ecc.; e negli anni successivi vedere i titoli Antibr. del Beat. Panzarea, e la Cronaca del Sinodo. Questa rivista è ricca di notizie circa il diritto canonico dissidente.
Studi: F. Bischoff, Das alte Recht der Armenier in Lemberg, Vienna 1862; A. Balgy, Historia Dogmatis Catholici apud Armona, Vienna 1878; A. Pipas, L' Autorità legislativa degli armeni della città di Elisabetepoli di Transilvania, in Pazzeoveb 1891, pp. 104, 172, 373; 1893, pp. 335 ecc.; A. Méghavarian, Etude ethnogr. juridique sur la famille et le mariage arménien, Ginevra 1895; G. Dašcan, Doctrina Apostolorum (in arm.), Vienna 1896; V. Hatzuni, Cod. can. or., Fonti, fasc. viII, Città del Vaticano 1932, pp. 141-66; G. Amaduni, Cod. can. or., Fonti, ²² serie, fasc. xir, Monachismo, Venezia 1940; V. Hatzuni, L'autore della lettera a Verthanes à Macario I e non II, in Pazzeoveb (riv. arm.), 89 (1931), fasc. I-II.
Infine si trovano molte notizie utili riguardanti il diritto canonico armeno, negli studi circa il diritto armeno civile, come: M. Brosset, Notice sur le Code Géorgien, manuscrit de la biblise. Royale, in Nauticas fournal. Asiatique, 3 (1829), pp. 177-201; id., Détails sur le droit public arménien, extraits du code géorgien du roi Wohitapog, in Noun. jourm. Asiatique, 9 (1832), pp. 21-30; A. von Hasthausen, Transbaahasia, 2 tomi in I vol., Lipsia 1856 (contiene molte interessanti notizie circa il diritto armeno comparato con quello dei Georgiani, ecc.); M. Brosset, Rapport sur un manuscrit arménien de Mechitar Gol, in Bull. de l'Acad. impér. des sciences de Saint-Pétersb., cl. hist. phil., 6 (1849), pp. 380 382; J. Kohler, Das Recht der Armenier, in Zeitschrift f. Vergl. Rechtswissenschaft, 7 (1887), pp. 385-436; M. Ghazarian, Armenien unter der Arabischen Herrschaft bis zur Entstehung des Begrotsideereiches, Marburgo 1903, p. 87; H. Thogdachian, Politische und Kirchengeschichte Armeniens unter Abst I und Simpad I, Berlino 1905, pp. 96-215; V. Aptowitzer, Beiträge zur nossal-
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MESSA IN BITO ARMENO
Mammita della Consacrazione.
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A sinistro: CHIESA DELLA CROCE (sec. xiv) - Aklamor. A destra: FACCIATA DELLA BASILICA DI ERERUK (fine sec. v-sec. vi).
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when Resepinus im armenischen Recht, in Sitzungsberichte der K. Abad. der Wissenschaften, Phil. Hist. KI., 167 (Vienna 1907), p. 42 ; K. Samuclcen, Il Datastanaghithh di Mechitar Gat e il diritto civile armeno (in arm.), ivi 1911, pp. 1-344 (6 il vol. 73 della bibl. Naz. dei pp. Mechitaristi di Vienna); K. J. Bosmajian, Le droit arménien depuis l'origine jusqu'à nos jours, Mocon 1911; G. Amaduni, Iuffiano del diritto romano stiustinianco sul diritto armeno, in Acta Congressus Juridici Internationalis, II, Roma 1935, pp. 222-38; B. Talatinian, De contractu matrimoniali iuxta Armenos, Gerusalemme 1947; Azzahrahan Handès Tullis, rivista etnografica armena, diretta da Labyranta nel primo decennio del sec. xx; M. Eminian, Collezione etnografica (in arm.), 8 voll., Mosca-Valaršapat 1901-1904 (edizioni delle lingue orientali dell'Accademia Lazarian). Garabed Amaduni
## VI. - La letteratura.
La letteratura armena si svolge attraverso quattro periodi : 1) antico o classico, che ne costituisce il vero secolo d'oro ed è ricco di opere storiche, teologiche, parenetiche, poetiche, canoniche e morali (secc. v-xiv); 2) periodo di cantori e trovatori (secc. xivxviII); 3) di restaurazione ad opera dell'abate Mechitar (v.); 4) moderno e contemporaneo.
Facciamo appena menzione del periodo arcaico, di cui restano solo frammenti di canti popolari (i canti detti di Gokten), dedicati alle gesta di re e di eroi.
I. Il secolo d'oro e l'Accademia dei santi traduttori. La letteratura armena vera e propria comincia nel sec. v, quando gli Armeni, che prima scrivevano in greco e in siriaco, ebbero, grazie al santo monaco e dottore Mesrop (v.), un loro proprio alfabeto. S. Mesrop, insieme al patriarca s. Sahak, costituì una accademia, i cui membri, dopo una permanenza in centri esteri di cultura, come Bisanzio, Atene, Edessa, ritornarono in patria, arricchendola di copiose traduzioni, a cominciar da quella della Bibbia, e di opere patriatiche, dotandola inoltre di una liturgia propria, di un breviario e di un rituale. Questa vasta opera di traduzione, oltre a costituire un vanto e un tesoro per l'A., ha recato e reca un contributo agli studi in genere, in quanto ci ha conservato opere di grande importanza, di cui si era perduto l'originale, quali ad esempio il Clironicon di Eusebio, le opere esegetiche di Filone, le Omelie di Severiano di Gabala, l'Evangelii concordantis Expositio di s. Efrem Siro, ecc.
Centri di questa produzione culturale sono tra gli altri il grande monastero di Egmiadzin, la cosiddetta scuola di Sunia, il monastero di Narek, e moltissimi altri dal sec. v all' xi, che ebbero sede nell'A. propria, mentre dopo il sec. xi i centri di produzione culturale si svilupparono nella Cilicia, per decadere tuttavia anch'essi dopo circa due secoli a causa delle sopraggiunte dominazioni barbariche. Non va dimenticata alla fine di questo periodo di decadenza la scuola dei cosiddetti Fratres Unitores, domenicani, i quali pur animati da grande zelo e seguiti da molti armeni, ebbero il torto di deturpare la lingua armena, di alterare i libri liturgici, e di latinizzare la tradizione nazionale, provocando così una reazione dannosa ai fini dell'unione, reazione che trovò il suo focolare nel monastero di Dathev.
Durante questa prima epoca gloriosa della letteratura armena occupano un posto onoratissimo nella storia: Agatangelo, che scrisse in greco una Storia dell' A. (sec. iv); Fausto di Bisanzio, suo continuatore, che narrò il periodo dal 340 al 392; Lazzaro di Parbi, continuatore di Fausto dal 392 ai primi anni del sec. v; Koriun il mirabile, pure del sec. v, autore di una Vita di s. Mesrop che è insieme una storia del movimento culturale e della schiera dei santi traduttori; Eliseo, detto il Senofonte degli Armeni, che narrò la guerra santa sostenuta nel 45 I dagli Armeni contro i

Armenia - Facciata ovest della chiesa di S. Gregorio (1216). Amaghu.
Persiani mazdei; Mosè Corenese, il più erudito degli storici armeni (sec. v secondo la tradizione, sec. viII secondo taluni critici), che in un'ampia Storia generale dell' A. utilizzò copiose fonti offrendo cosi una larga missae di notizie. La sua opera va dalla creazione del mondo al 400 d . C. Nel sec. vir va segnalata la Storia di Eraclio imperatore, dettata da Sebeas, vescovo dei Bagratidi; nel sec. viII la Storia della conquista araba della Persia, ad opera di Leonzio: va da Maometto all'anno 788; la Storia degli Albani del Caucaso, scritta da Mosè di Katankatuk che va dalla origine di questo popolo, che ebbe relazioni religiose e civili con gli Armeni, fino dal 685. Nel sec. ix va menzionato, oltre a Shapuh Bagratide, Tommaso Arzrunl, che narrò la Storia del principato degli Arzrunî; nel sec. x Asolic di Taron detto la Storia dei monasteri armeni, fiorenti nei secc. Ix e x, e la Storia di Ukhtanes, contenente le vicende dei re e patriarchi armeni e lo scisma tra Armeni e Georgiani; nel sec. xi Aristace di Lastivert, detto il Geremia degli Armeni perché narrò la storia dolorosa del suo paese dal 989 al 1071. All'inizio del sec. xir Matteo di Urha (Edessa) compose la Storia della fondazione di Edessa, Samuele di Ani una Cronaca che giunge al 1179, e s. Narsete il Grazioso, patriarca, una Storia d'A. in versi, continuata da Vahram di Urha fino al 1280. Nel sec. xirI Vartano il Grande scrisse una Storia generale, che giunge al 1267. il suo compagno Kirakos di Ganzak narrò la Storia dell' A. dalla sua conversione alla fede ( 300 ) alla fine del sec. xiri; nel sec. xiv il principe armeno Aitone, fattosi in Cipro canonico premostratense (1305), scrisse in francese, dedicandola a papa Clemente V, una Storia dei Tartari.
Nel campo della teologia e della filosofia l'opera più insigne è quella di Eznik di Kolb (sec. v), intitolata la Confutazione delle ererie; nel sec. vir il poeta Vartanes scrive un trattato contro gli iconoclasti, il monaco Teodoro Kertenavor difende in uno scritto i! mistero dell'Incarnazione contro l'eresia pelagiana e David l'Invitto confuta i manichei. Nel sec. viII il
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patriarca Giovanni IV, detto il filosofo, di Ozun, scrisse un Trattato sull'Incarnazione e sulle due nature in Cristo contro i fantasiasti e un altro contro i pauliciani; nel sec. x Anania di Narek confutò i tondraketzi, epigoni dei pauliciani.
Il grande dottore s. Narsete IV il Grazioso diresse all'imperatore bizantino Emanuele Comneno una lettera sull'unione della Chiesa armena con la greca; altra ne scrisse al principe Alessio sulla fede e i riti della Chiesa armena. Anche i patriarchi Gregorio IV, detto Deghà (sec. xir), e Costantino I (sec. xiII) dettarono lettere di contenuto dogmatico.
Copiosa è pure la letteratura parenetica (omelie, panegirici, orazioni) in ogni secolo della storia letteraria classica dell'A.
Dei commenti sulla S. Scrittura sono da segnalare, tra molti altri : Eliseo (sec. vi) su Gmesi, Giosuè, Giudici; di Stefano, antivescovo di Sunia, su Giobbe, Daniele, Ezechiele; di s. Gregorio di Narek (sec. x) sul Cantico dei Cantici; di Vartan il Grande (sec. xiri) sul Pentateuco, i Salmi, il Cantico, Daniele.
I gioielli più preziosi della letteratura armeno-classica si trovano nei libri rituali, breviario e innario. Questa poesia (in armeno Saracan), parte in versi e gran parte in prosa, è tutta pervasa da un profondo senso di adorazione davanti ai misteri della fede celebrati nelle grandi feste liturgiche: Natale, Epifania, S. Croce, Settimana Santa, Pasqua, feste della Madonna, dei martiri, specialmente della vergine armaria s. Ripsimè e compagne. Autori di questa eletta produzione innografica sono il patriarca Gomidas, Giovanni IV il Filosofo, Stefano di Sunia e soprattutto il patriarca Narsete IV il Grazioso, la cui poesia accoppia una grazia inimitabile a una grande profondità di pensiero teologico. Fra moltissimi suoi inni va ricordato quello del Rieveglio trionfale.
Si possono considerare come facenti parte di questa sezione innografica alcune opere di elevazione mistica, scritte generalmente in metro elegiaco. Notevoli sono le 95 dovute a s. Gregorio di Narek, le varie di s. Narsete il Grazioso, massime quella intitolata Hisus Uorti "Gesù figlio", compendio dei libri divini in 8000 versi. Delle opere canoniche e disciplinari, meritano speciale menzione quelle del patriarca Giovanni IV il filosofo (sec. viII), la raccolta dei 23 canoni del patriarca Sion (sec. viI) e soprattutto il Corpus Iurii ecclesiastico e civile di Mechitar Goš (sec. xI), opera che servì di base a tutte le legislazioni armene posteriori.
2. Periodo dei cantori e trovatori. - Al tramonto della letteratura classica armena, in seguito alle invasioni dei barbari d'oriente, nasce quella popolare povera di lingua ma ricca di spirito e di grazia, con temi ora religiosi, come i canti sacri di Costantino d'Erzinca (sec. xiri), il Libro di Adamo o Paradiso perduto di Arachel di Sunia (sec. xiv), ora morali : canti di dolore, della vanità delle cose terrene, come quelli di Frik (sec. xv) ecc. I canti di amore si devono a M. Nagaš, a Gregorio di Tulguran, e massime a Kuciak.
Trovatore di gran fama è Sajat-Nova a cui dobbiamo stupendi canti morali e amorosi.
3. Restaurazione della letteratura. - Avvenne verso il 1700 per opera di Mechitar e dei Mechitaristi. In linea generale, si può dire che si tratta di un umanesimo patrocinato da un'accademia fondata da Mechitar (a somiglianza di quelle del secolo d'oro) la quale diede alla nazione armena una sua storia generale con la colossale opera di Ciamcian; la teologia, la patristica e l'agiografia dovute ai sommi Ciamcian, Avedichian, Aucherian, i quali tre, insieme con Slutmelian, compilarono il Dizionario dell'Accademia, vero
tesoro della lingua armena. Frattanto Asgherian, Tomagian, Bagratuni, Hurmuz restituiscono alla nazione la sua lingua d'oro mentre Ingigian e Ališan illustrano le antichità religiose e profane della nazione.
4. Letteratura contemporanea. - E figlia di quella neoclassica dei Mechitaristi. Bagratuni prima, poi Ališan, il più grande dei poeti moderni, risuscitano la poesia lirica a cui Besciktashlian dà eleganza e armonia, invocando insieme con i suoi maestri mechitaristi la riforma morale della nazione prima di quella politica. Turian, Terzian, Narbey, Sibil, Mezarentz, Varoujan e Tekelan, portano la lirica a forme assai elevate mentre Dussay, Zerentz, Arpiarian, Zohrab, Zartarian trattano il romanzo.
Questo ramo che chiameremo occidentale della letteratura contemporanea armena si svolge a Venezia, Vienna e Costantinopoli, usa uno stile elegante ed ha carattere internazionale a causa delle sue relazioni spirituali con l'Occidente. Invece il ramo orientale, a Tiflis ad Erivan nel Caucaso, dove la razza è ben compatta sul patrio suolo, conserva più fedelmente l'indole nazionale e manifesta tendenze sociali e popolari in una forma di letteratura virile e robusta. Abovian con il romanzo patriottico di amore e dolore Le piaghe dell'A., lancia il grido della riscossa; lo seguono Raffi, Aharonian, Scirvanzadé, Papazian, Nardos. Trattano il dramma Sundukian e Scient. Compongono liriche Nalbandian, Pathanian, Havhannessian, Tumonian, Jssakian, Derian e molti altri ancora i quali ad Erivan cantano con nostalgia le sacre memorie della loro patria.
BibL.: Per la letteratura antica: S. Somal, Quadro della storia letteraria di A., Venezia 1820; Fr. N. Fink, Geschichte der Arm. Literatur, Lipsia 1907; K. Zarbhazalian, Storia della Letr. arm. antica, ⁴² ed., Venezia 1032; id., Storia della Lett. arm. nuova, ivi roos; U. Faldati, s. v. in Eur. Ital., IV, pp. 431-35; C. Kibarian, Storia della lett. arm. antica e moderna, Venezia 1943. Per il periodo dei cantori e trovatori: A. Tchobanian, Poèmes arméniens antiens et modernes, Parigi 1902; id., Les Trouvères arméniens, ivi roob; id., Roveraie d'Arménie, 3 voll., ivi 1918, 1923, 1929; F. Mocher, Chants, légendes, épopées populaires d'A., ivi 1933. Per la letteratura moderna: A. Navarian, Anthologia des poètes arméniens, ivi 1928; M. Spizitini, Poeti del Mando, Milano 1939.
## VII. - La musica.
Nell'A. il canto si sviluppò verso il sec. v dopo la conversione al cristianesimo. Da quell'epoca comincia a formarsi un ricco patrimonio poetico musicale che, raccolto più tardi in una collezione, fu chiamato Saracan (collana di gemme, innario, canzoniere). I modi ecclesiastici presero forma definitiva nel sec. viII e si dividono in due categorie : 4 au