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 un ricco patrimonio poetico musicale che, raccolto più tardi in una collezione, fu chiamato Saracan (collana di gemme, innario, canzoniere). I modi ecclesiastici presero forma definitiva nel sec. viII e si dividono in due categorie : 4 autentici e 4 plagali, a cui se ne aggiungono, secondo gli antichi, anche due steghi (cioè canti melismatici aventi tecnica speciale, riservati al solista). Ciascuno degli 8 toni armeni è fondato su tipi specifici melodici, riferiti dall'antica tradizione. Inoltre ad ognuno di essi vengono date una o due specie di Dartavada (mutamento) che è una struttura melodica più solenne, eccetto la cadenza finale comune col modo, di quella del tipo principale arcaico. La tonica, sulla quale è fondata tutta la struttura, ha ordinariamente un compito di prima importanza, specialmente nelle melodie a solo, come l'ison dei Greci.

La sacra melodia del Saracan può dividersi in tre generi distinti : semplici, festivi e gravi, corrispondenti a quelli irmologici, sticheratici e papadici bizantini. La notazione musicale può essere distinta in tre periodi: 1. Semiografica. Gli intografi armeni usarono dei neuni antichi introdotti da Kaciatur Vartapet di Tarōn (sec. xit). Provenienti da quelli bizantini, hanno preso combinazioni tali da rendercene difficile oggi l'esatta lettura. E attraverso tali segni neumatici che i codici di Saracan, nonché vari altri generi di canti sacri, denominati Gantz, Tagh, Meghedi, ecc., ci tramandano la musica sacra antica armena. - II. Neumatica moderna. Al sistema semiografico musicale antico succede quello moderno verso il 1815 , ad opera di Papà Hambar-

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tzum Limončcan (1768-1839) il quale della notazione antica adotta soltanto una serie di segni neumatici. Il merito suo è nella scelta di questi segni neumatici che chiamd con nomi arabi. Dopo di lui i suoi seguaci li indicarono prima con nomi armeni, poi li accorciarono e li distinsero con le prime sillabe di essi. Nei tempi posteriori queste note musicali furono anche denominate come quelle europee. Intanto oltre i libri teorici per le scuole, furono scritti nella notazione moderna anche inni dello Saracan, canti della Messa ed altre melodie. Merita particolare menzione l'opera colossale dello Saracan di Eğmiadzin, diviso in due volumi, pubblicazione in gran parte di Nicola Thas̆cian, sotto l'auspicio di Giorgio V, katholikós degli Armeni. Una importanza non minore ha pure la trascrizione della maggior parte delle melodie contenute nel Saracan ( 8 voll., Istanbul 1934), opera postuma, tradizionalmente più pregevole, del musicologo e musicista Elia Tentesian. tri. Notazione europea. Il sistema della riforma di Papà Hambartzum, benché abbia arrecato un valido contributo alla conservazione del tesoro artistico nazionale, risolto insuffciente, e fu opportuno ricorrere al sistema di nonazione europea. Vennero i nuovi maestri diplomati nei conservatori europei, i quali presentarono composizioni originali e trascrizioni di canti popolari e liturgici, di musiche da
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concerto e diverse altre produzioni musicali. Tale movimento ebbe origine verso la metà del sec. xix. In questi ultimi tempi alcuni musicisti armeni di Costantinopoli pensarono di pubblicare sotto il titolo Tanakarg (tonone delle feste) gli inni delle solemnita festive annuali dello Saracan in cinque volumi, in note musicali armeno-moderne, confrontate con quelle curopee. Finora è stato pubblicato solo il primo volume.

I centri culturali antichi sono : il convento di Tathev (sec. Ix), i monasteri di Halpat, Sanahin, Narek e quello famoso di Arkhakaghin e molti altri in Cilicia, in cui il sistema neumatico e l'arte musicale arrivarono al loro apogeo. A quest'epoca incontriamo in tutti i centri il nome Manrusmunk, la scienza dei documenti neumatici e delle composizioni melismatiche, e talvolta la collezione degli stessi documenti.

I principali cultori di musica armena sono: i due consanguinei Stefano di Sunia e la sorella Sahakduxt (sec. viII), Samuel di Kamrğatzor (sec. x), Teodoro Alaxosik (sec. xi), il celebre innografo s. Narsete il Grazioso (sec. xit). Dopo le tante vicende politiche dell'A., che hanno devastato e messo a rovina i gloriosi monasteri, oggi esistono due soli centri fedeli alla tradizione antica : il monastero mechitarista di S. Lazzaro a Venezia e il convento di Eğmiadzin, sede patriarcale degli Armeni dissidenti e quest'ultimo fino all'inizio della guerra europea del 1914-18. I più celebrati cultori di musica sacra armena sono: l'abate Mechitar di Sebaste, fondatore della congregazione omonima, autore di numerose odi ispirate e dedicate alla Madonna in soavi melodie, il quale ha scritto anche alcune parti proprie per diverse feste adattabili all'ufficio divino; p. Minas Bašǎkean (1777-1851), dotto musicologo mechitarista e principale cooperatore di Papà Hambartzum per la riforma della notazione armena; mons. Ignasio Ghiurekian (1833-1921), arciv. abate generale di S. Lazzaro, benemerito per gli studi paleografici musicali e per le pubblicazioni : Innario e

Ore Canoniche, con notazione neumatica armena. Nella seconda metà del sec. xix alla omofonia fino allora imperante incominciò a sostituirsi la polifonia ad opera specialmente di Cristoforo Ghara-Murza (1854-1902), autore di una Messa armena a più voci; Makar Ekmalean (1852-1902) scrisse una Messa a tre e quattro voci (Vienna 1896) diffusa in quasi tutte le chiese; Komitas Vartapet (1869-1935), il più celebre fra i musicisti armeni finora esistenti, il quale tra i suoi studi musicologici e numerosi canti popolari armeni è autore di una pregevole Messa per voci virili ( mathrm{Pa}- rigi 1933).

Leonzio Dayan
VIII. - L'Archeologia.

Lo Strzygowski nel 1918 ritenne che alcuni tipi architettonici di edifici di culto, specie a forma centrale, fossero stati creazione armena; è invece innegabile che le costruzioni armene sono ispirate ai più noti e tipici modelli dei vari paesi mediterranei, non esclusa l'Africa del Nord, spesso con interpretazione caratteristica e sempre con murature assai spesse; un grande fattore d'imitazione è costituito dalla riproduzione di molti santuari della
Palestina, specie relativi alle Teofanie, sotto l'impulso di s. Gregorio Illuminatore, il quale costruì chiese cristiane sul posto dei templi pagani distrutti e sostituì feste cristiane a quelle pagane.

Le forme architettoniche che si riscontrano negli edifici sacri in A. si possono riassumere nei seguenti tipi : tipo quadrilatero con cupola e 4 nicchie absidate; tipo analogo, ma con cupola sorretta da 4 pilastri; tipo a cupola con 6 absidi; tipo rettangolare a nave unica con abside inscritta; tipo a tre navate con pilastri e abside esterni; tricora a cupola con nave unica; tricora triabsidata a tre navi con cupola sorretta da 4 pilastri; tipo rettangolare a tre navate con abside unica inscritta e cupola centrale sorretta da 4 pilastri.

Porse l'opera architettonicamente più notevole è quella della chiesa di Svartnotz (letteralmente «le potenze crescenti degli Angeli»), dedicata agli Angeli, fondata da Narsete III (641-61) sulla via dove, secondo la tradizione, il re Tiridate sarebbe andato incontro a Gregorio Illuminatore.

Più antica la cattedrale di Eğmiadzin fondata da Vahan Mamikonean circa l'a. 484; costituita nella sua forma primitiva di un grande quadrato, avente nell'interno una sala cruciforme con un'abside interna per ogni braccio e compartimenti rettangolari agli angoli. La cupola sorgeva in pietra o in legno; era munita di una cripta sepolcrale (J. Strzygowski, Die Baukunst der Armenier, fig. 381).

Presso Wagharšapat il Santuario di S. Rhipsimè eretto nell'anno 618 dal katholikós Comitas in luogo della primitiva basilica eretta da Sahak il grande, prima della metà del v sec.; tipo riprodotto anche a Bagaran. A Kutals era riprodotto fedelmente il piccolo mausoleo contenuto nella basilica del S. Sepolcro a Gerusalemme. Ad Ani la chiesa di S. Gregorio fondata da Abughamreutz. A Ereruk una grande basilica con cappelle che non comunicano con le navi laterali.

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BibL.: I. Strzygowski, Die Baukunst der Armenier u. Europa, 2 voll., Vienna, 1918; id., Ursprung der christl. Kirchenkunst, Vienna 1920; C. M. Kauffmann, Handbuch der christl. Archäologie, Paderborn 1922, pp. 218-19, figg. 92, 920; P. Peeters, S. Grégoire l'Iluminateur dans le calendrier lapidaire de Naples, in Anal. Bolland., 40 (1942), pp. 91-130. Enrico Iosi IX. L'ARTE SACRA.

La posizione geografica e le condizioni politiche favorirono in A. una vasta attività artistica pienamente individuata per i suoi caratteri originali. Specialmente l'architettura raggiunse una coerenza di intenti e di forme che in un periodo di maggiore splendore poté sottrarsi e finanche opporsi alla concezione bizantina, alla quale invece rimasero in certo modo sottomesse la scultura e la pittura.

Nel sec. vir si inizia la fioritura di edifici a cupola; non ne è estraneo l'influsso anatolico, tuttavia il complesso sistema di trasmissione delle spinte attraverso archi e semicalotte ai muri perimetrali richiama la tecnica costruttiva tardo-romana e l'evoluzione della pianta cruciforme ad analoghi modi bizantini. La cupola su pennacchi a tromba e con il tamburo traforato da finestre si imposta dapprima sui muri perimetrali disposti secondo una pianta circolare, quadrata o poligonale, spesso con quadriconchi a camere angolari di raccordo. I monumenti principali di questo tipo sono la chiesa di S. Rhipsimè a Vagharšapat (618), di Mastara (650), di Artik (sec. vir), di Mzket (sec. vir), ecc. Contemporaneamente i sostegni si isolano dal muro perimetrale formando un quadrato centrale : l'esempio più antico è quello della chiesa di Bagaran (624). La cupola si inserisce anche sulla basilica, determinando un transetto alto quanto la navata, nella quale si aprono cappelle come a Thallà (sec. vir). L'applicazione nelle basiliche a croce inscritta con o senza campate addizionali dà origine agli edifici più complessi e tipici dell'architettura armena, come le chiese di Odzum, Mren, di S. Gaiana ad Eğmiadzin, appartenenti per la maggior parte al sec. viII. Le cupole sono in esse costantemente nascoste all'esterno da un tetto conico o piramidale e le masse murarie si differenziano in blocchi nitidi e precisi che rivelano all'esterno la logica concatenazione degli spazi interni.

Nel terzo periodo aureo dell'architettura armena, che va dal IX al XII sec., accanto ad edifici centrali con camere angolari, come ad Altamar (sec. x), si hanno le forme più svariate di costruzioni cupolate con sostegni liberi entro un perimetro circolare (S. Salvatore ad Ani, S. Sergio di Xckonk, chiesa di Bana, XI sec.), quadrato (S. Gregorio di Sanahin, sec. xi), poligonali con absidi e vani radiali (S. Apostoli a Kars, Agrak, Sarinz, sec. xi) o poligonali semplici (S. Gregorio di Ani, sec. xi). Fra le basiliche cupolate merita particolare menzione la cattedrale di Ani del sec. x. Le opere di quest'ultimo periodo, oltre che per una maggiore complessità di effetti e di risoluzioni costruttive, si distinguono per la decorazione ad arcature cieche su colonne, che fascia il tamburo delle cupole o il paramento delle navate, per le cornici a linee spezzate od altre che circondano la parte superiore delle finestre alte e strette. Taluni motivi ricorrenti nell'architettura armena poterono passare attraverso scambi commerciali e culturali nell'Occidente romanico, e specialmente nell'ambiente pisano, ma non ebbero quella funzione formativa che taluno ha voluto scorgervi.

Con l'architettura occidentale quella armena presenta qualche affinità nella serrata logica delle masse e nell'articolazione degli spazi, in contrasto con l'architettura bizantina che gli spazi stessi dilata in una rarefazione dei limiti risolta in immobilità contemplativa; essa non cessa
di essere orientale, poiché è sempre priva di un interiore dinamismo.

Oltre alle chiese sono notevoli alcuni complessi di carattere sacro con conventi, torri campanarie, tombe e sacelli, spesso cintati di mura, vere entità urbanistiche non disciplinate razionalmente come in Occidente, quali i conventi di Sanahin e di Svartnotz.

La scultura armena asservita all'architettura svolse con rilievo piatto e con una frontalità di derivazione siriaca fregi con animali favolosi o storic del Vecchio e Nuovo Testamento, come nella chiesa di Althamar (sec. x) o nel S. Gregorio di Amaghu (sec. xir). Interamente assoggettata ai canoni bizantini provinciali appare la pittura nei poveri e tardi cicli pittorici del Salvatore e di s. Gregorio ad Ani che raggiungono già il sec. xili. Discende invece da forme siriache la più antica miniatura armena, la quale raggiunse dopo il Mille una sua individualità fondata sulla fantastica ricchezza dell'ornato, non immune da qualche spunto decorativo d'origine musulmana.

Nella produzione più recente l'A. si adagiò su una vuota ripetizione di temi e formole che per essere private di ogni loro ragion d'essere hanno scarso interesse. - Vedi Tavv. CXXXV-CXXXVI.

BibL.: II. F. Lynch, A., Londra 1901; F. Macler, La Miniature Armenienne, Parigi 1913; J. Strzygowski, Baukunst der Armenier, già citata: F. Macler, Manumets d'art arménien, Parigi 1927.

Guglielmo Matthías
ARMENIA MINORE : v. IRĀQ.
ARMENOPOLI. - Città armena in Transilvania, fondata nel 1700, dagli Armeni emigrati da Ani già dal sec. xiri. Il progetto della città fu tracciato dall'ingegnere armeno Alexanian, che il vescovo Verzerian (Verzeresko), capo degli Armeni emigrati, aveva condotto con sé da Roma. A. è situata sulla riva orientale del fiume Kis Samos, e vicino alle rovine di una antica colonia romana. Costituisce una amministrazione apostolica degli Armeni cattolici di Rumenia ( 5 giugno 1930) immediatamente sottomessa alla S. Sede. Nel 1932 contava 36.000 fedeli e 18.000 dissidenti. A. viene anche nominata Armenierstadt, Szamosz-ojvár e anche Giberla.

BibL.: C. Lukacsí, Historia Armenarum Transilvaniae a primordiis gentis usque ad uestram memoriam, Vienna 1839, p. 18; G. Klevighian, Descrizione di Gherla A., ivi 1896, pp. 1-348; Statistica... della Gerarchia e del fedeli di rito Orientale, Città del Vaticano 1932, p. 86 sg.

Scrafino Akelian
ARMENO, PONTIFICIO COLLEGIO: v. COLLEGI ORIENTALI.

ARMENTIA, Nicolás. - Frate minore, missionario, esploratore e vescovo nella Bolivia, n. in Bermedo (Spagna) il 6 dic. 1845, m. a La Paz il 24 dic. 1919. Compì gli studi umanistici in Eborrio. Giovane ebbe un colloquio con il futuro martire domenicano Berriochoa cui, in seguito, attribuì la sua vocazione. Lasciata la Spagna a causa della soppressione degli Ordini religiosi, prese l'abito francescano nel convento di Amiena nel 1860 ; nel 1864 partì per la Bolivia, dove, incorporatosi nel collegio missionario di La Paz, fu ordinato sacerdote il 29 apr. 1869. Oltre gli studi teologici, già aveva coltivato l'astronomia, la matematica, la geografia e la geologia ; dedicatosi, poi, agli studi linguistici, imparò presto le lingue quichua, aimarà e guarani. Volendo prendere contatto con gli Araonas e i Pacaguaras, fece una spedizione dal giugno 1881 fino al 1883; così fu il primo che navigò il Beni e il Madre de Dios in tutta la loro lunghezza. La relazione di questa spedizione fu pubblicata in La Paz nel 1883. Pregato dal governo di continuare le sue esplorazioni, era di nuovo in viaggio nel maggio 1884. Ne ricavò una carta esatta del corso del Madre de Dios, del Taramanu e di altri fiumi di minore importanza e una completa conoscenza di regioni fino allora sconosciute e delle condizioni delle tribù e dei

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gruppi di Araonas, Paraguaras e Cavinas. Costretto da una grande inondazione a far ritorno, l'A. non volle lasciare incompleto le sue esplorazioni; perciò discese il Madre de Dios per raggiungere, poi, il Parà, nel Brasilis ( 6 marzo 1886), e, nell'agosto, la città di La Paz, dove stese il suo diaclo semplice e modesto, ma di grande valore scientifico. I meriti dell'A. per la geografia, l'etnologia e la linguistica furono riconosciuti ovunque. Nel 1888 A. fu eletto vicario e nel 1891 guardiano del collegio missionario di La Paz; indi commissario generale e visitatore di tutti i collegi missionari della Bolivia e della provincia religiosa di S. Antonio de las Charcas. Per desiderio del Presidente della Repubblica boliviana, Pio X lo nominò nel 1911 vescovo di La Paz. La consacrazione ebbe luogo in Sucre il 24 febbr. 1912 con una imponente partecipazione delle autorità civili e della intera popolazione. In occasione della sua morte il mondo scientifico offrì clogi e apprezzamenti alla sua memoria. Un elenco quasi completo delle opere pubblicate dell'A. si trova in S. Mendizábal, Acción Franciscana en Sucre, Sucre 1921.

Bibl.: H. Polakowski, in Verhandlungon der Gesellschaft für Erdkunde, Berlino 1888; A. C. Nusser, Padre Atsmentius. Reise in der bolivianischen Provinz Caupolican, in Globus, vol. LX, Berlino 1891; M. da Civezza, Storia univoruale delle Missioni francescane, VII, iv, Firenze 1894; D. Fr. v. Schutz-Belshausen, Der Amazonas, Friburgo in Br. 1892; A. Groetchen, Bischof A. O.F.M. und die Erforschung des Rio Madre de Dios, in Autònpos, 2 (1907), pp. 730-34; Archivo de la Comisaria Francescana de Bolivia, I, Tarata 1909; id., III, ivi 1911; S. Mendizábal, Acción Franciscana en Sucre, Sucre 1921; J. Lavadenz, La Colonización en Bolivia del Beni. Descripción de su territorio y sus misiones, La Paz 1932; B. Salazar, Fra Nicolás A. (1842. 1910), in Misioneros Franciscanos en América. Colección de articolus publicados... en la Revista "Misiones Franciscanas", Bilbao 1932. Pancrasio Maarschalkerweerd

ARMI, divieto di. - Il CIC (can. 138), riproducendo una norma che, con poche varianti sostanziali, è fin dai primi secoli in vigore nella Chiesa, vieta ai chierici di portare armi, salvo che lo richieda la necessità di premunirsi contro eventuali pericoli.

La legislazione italiana, soprattutto allo scopo di prevenire i reati contro la vita e l'incolumità delle persone, contro lo Stato e contro l'ordine pubblico, stabilisce a sua volta varie limitazioni al libero uso nonché alla fabbricazione, alla vendita, alla detenzione e alla raccolta delle armi, comminando, secondo i casi, a carico dei contravventori la pena dell'arresto o dell'ammenda (artt. 695-704 del Cod. pen.; artt. 28-57 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza 18 giugno 1931, n. 713). Relativamente a queste disposizioni, si intendono per armi: 1) quelle da sparo e tutte le altre la cui destinazione naturale è l'offesa alla persona (armi proprie); 2) le bombe, qualsiasi macchina od involucro contenente materie esplodenti, ed i gas asfissianti o accecanti.

Bibl.: Per il diritto canonico cf. L. Ferraris, Arma, in Bibliotheca canonica juridica etc., I, Roma 1767, pp. 151-53; per il diritto italiano, cf. V. Manzini, Trattato di diritto penale italiano, IX, in Torino 1939, pp. 321-607.

ARMIDALE, diocesi di. - Nell'Australia meridionale, eretta il 28 nov. 1862, per smembramento dell'arcidiocesi di Sydney. La superfice del territorio è di 72.400 kmq . e la popolazione totale di ca. 120.000 ab., di cui 23.000 cattolici; parrocchie, chiese e cappelle 84. La cura pastorale è affidata a 40 sacerdoti secolari coadiuvati da 19 fratelli (Fratelli delle scuole cristiane e Christian Brothers) e 220 suore. Scuole elementari 32 , con 3004 alunni; secondarie 11 , con 779 alunni, e due magistrali. Associazioni caritative e culturali e gruppi di Azione Cattolica, specie giovanili ed anche rurali (tra cui è diffuso il foglio Rural Life), concorrono al progresso spirituale e materiale della diocesi.

Bibl.: Ins. Pont. de Prop. Fide, VI, p. 384; Leonis XIII PP. Acta, VII, Roma 1887, pp. 86-89, 92-95; Australasian Catholic Directory, 1930, pp. 173-78; MC, p. 20. Giuseppe Monticone

ARMILOSTRIO (Armilustrium). - Festa del più antico calendario romano, che cadeva il 19 ott. Il nome la definisce come una festa di purificazione delle armi ; ad essa partecipava il sodalizio dei Salii. La festa, che, nella sua connessione con quella del 15 ott. (equis october) ha una precisa corrispondenza con il ciclo festivo del mese di marzo ( 14 marzo: Equirria; 19 marzo: Quinquatrus), rientra nel culto pubblico romano di Marte.

Bibl.: W. W. Fowler, The Roman Festivals, ⁴² ed., Londra 1925, p. 250 sg. Angelo Brelich

ARMINIO e ARMINIANESIMO. - A. è l'autore del movimento protestante anticalvinista che da lui prese il nome.
r. Vita e dottrina di A. - Giacobbe A. (Harmensen) n. nel 1560 a Oudewater (in lat. Veteres Aquae, donde il suo soprannome di Veteresaquinas), studiò a Leida dal 1575 al 1582, poi fu discepolo di Beza a Ginevra e di Grineo in Amsterdam, e nel 1603 divenne professore di teologia a Leida. In quel tempo ardeva nei Paesi Bassi la lotta tra i supralapsarii e gli infralapsarii. Ambedue i partiti ammettevano come verità indiscutibile il decreto calvinista; ma i primi sostenevano che il decreto divino della condanna o salvezza degli uomini era antecedente alla creazione di Adamo ed esigeva per il suo adempimento, il decreto del peccato del primo uomo; gli infralapsarii, al contrario, affermavano che solo dopo la condanna di Adamo, Dio aveva decretato l'elezione o la condanna degli uomini. La dottrina supralapsaria, sostenuta da Beza, era stata attaccata da Teodoro Kornhert, e ad A. ne fu affidata la difesa. In quest'occasione A. studiò a fondo la questione, e applicando il principio del "libero esame", si persuase che la dottrina del decreto assoluto di Dio, in ambedue le sentenze, faceva Dio autore del peccato, restringeva la sua grazia, lasciava molti senza speranza di salvezza, e dava a coloro che si credevano eletti una falsa sicurezza, senza nessun fondamento etico. Espose dunque semplicemente le sue dottrine, senza voler suscitare questioni né attaccare gli avversari, credendo nella liceità del "libero esame", e, come conoscenza, nella tolleranza di dottrine diverse. Invece le sue conclusioni furono causa di aspre e profonde lotte e divisioni teologiche, che si trascinarono a lungo anche dopo la morte di A. (avvenuta nel 1609).

I calvinisti olandesi erano tra i più rigorosi seguaci delle dottrine estreme di Calvino; la teoria della «massa dannata» si manifestava in atti di estremo rigore verso tutti i non calvinisti, e principalmente contro i cattolici e le loro dottrine, come consta, tra l'altro, dal supplizio dei martiri di Gorkum e dalla spietata crudeltà con la quale fu sradicato il cattolicismo dalle colonie portoghesi da essi conquistate. Era dunque naturale che contro A. essi insorgessero violentemente. Fra i più accaniti fu proprio un collega di A., professore anch'egli all'Università di Leida, Francesco Gomar (1563-1641), che cosi esponeva le estreme conseguenze del decreto calvinista e del supralapsarismo (cf. Worhr, III, 608, 609, citato da Harrison): «Nel primo atto o momento, Dio volle condannare alcune creature razionali, ma non poteva condannarle se non fossero esistite; nel secondo momento decrete la creazione dell'uomo; ma lo doveva condannare giustamente, e per questo era d'uopo che l'uomo peccasse, e quindi lo creò senza peccato e gli impose alcune leggi; nel terzo momento determinò che le trasgredisse. In questo modo assicurò il fine della creazione, cioè la condanna di creature razionali, per la sua gloria .

Dopo la morte di A., i suoi partigiani continuarono la lotta contro queste dottrine. Fra di essi vi erano uomini di Stato, come l'Oldenbarneveldt (1547-1619)

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e lo stesso statholder Maurizio di Nassau (1567-1625), il quale cambiò in seguito idea, forse più per ragioni politiche e personali contro l'Oldenbarneveldt, che per motivi di teologia. Si trovarono pure teologi notevoli come Simone Episcopio (1583-1643), Wittenbogacrt, intimo amico di A. (1557-1644), e il famoso giureconsulto Grozio (1583-1645), i quali ridussero le dottrine esposte da A. a cinque proposizioni, che, sottoscritte da 45 ministri, furono presentate, nel 1610 , agli Stati generali.

Esse sono conosciute sotto il nome di «rimostranze» (remontrances), ed i loro partigiani con quello di «rimostranti" (remontrants). Nella prima si stabiliva l'elezione condizionale, ossia dipendente dalla previsione divina della fede negli eletti e dalla mancanza di questa nei dannati. La seconda affermava il valore universale dell'espiazione (atonement) di Gesù Cristo, nel senso che Nostro Signore la volle per tutti, benché non tutti si salvino. La terza professava l'incapacità dell'uomo ad esercitare la fede salvifica e a fare opere buone, senza la rigenerazione dello Spirito Santo. La quarta dichiarava che la grazia divina è indispensabile per ogni atto della vita spirituale, ma non è irresistibile. La quinta spiegava che la grazia dello Spirito Santo è sufficiente per vincere le tentazioni ed i peccati, ma che la perseveranza finale è incerta per tutti i fedeli. Gli arminiani illustrarono poi questo punto sostenendo che la grazia si può perdere.

Su queste cinque proposizioni o articoli di fede arminiana si svolse la controversia chiamata "quinquarticolare", che non poté essere composta né dalla conferenza del l'Aia del 1610, né da quella di Delft del 1613. Neppure ebbe effetto un decreto degli Stati generali del 1614, che promulgava la conciliazione e proibiva le controversie. I calvinisti erano così ostili agli arminiani che non vollero ubbidire e chiesero la loro soppressione anche col sangue, se non si poteva in altro modo. Allora il principe di Orange, già divenuto antiarminiano, e gli Stati generali convocarono il famoso Sinodo di Dort o Dordrecht, che durò dal 13 nov. 1618 alla fine di apr. del 1619.
2. Sinodo di Dort. - Il protestante Gangale (Calvino, p. 59) così si esprime sul Sinodo: «Il Sinodo calvinista riunito a Dort, sotto gli auspici di Maurizio di Nassau, fu l'ultima parola a difesa della fede calvinista contro la crisi che nel protestantesimo apriva il razionalismo. In seguito avremo sì la confessione di fede di Westminster del 1643, e il luterano "consensus repentitus" del 1664, ma l'ultima parola di difesa integrale, di testardaggine eroica, irragionevole, fu pronunciata a Dort con "cinque punti" del calvinismo [non furono "cinque punti" ma "cinque capi di dottrina", ognuno con molti punti] nell'inverno del 1618 ".

Vi accorsero i rappresentanti della Svizzera, della Francia, dell'Inghilterra, della Scozia, della Transilvania ed i calvinisti tedeschi. L'atteggiamento del Sinodo fu assolutamente unilaterale. Esso rifiutò di udire l'esposizione della dottrina arminiana, che doveva essere fatta da Simone Episcopio, professore di teologia a Leida; anzi considerò lui e i suoi compagni come accusati e rei, che solamente dovevano pensare a difendersi. Davanti a questo atteggiamento del Sinodo, tutti gli arminiani si ritirarono.

Le cinque proposizioni arminiane furono unilateralmente esaminate. In cinque capi, corrispondenti alle cinque proposizioni, si espose dapprima la dottrina calvinista nel senso più rigido e tradizionale, indi seguil la condanna della dottrina arminiana. Il primo capo, che tratta «De divine praedestinatione et annexis ei capitibus», contiene 18 articoli e la condanna di nove errori; in tutto 27 canoni. Il secondo tratta «De morte Christi et hominum per eam redemptione», con 9 articoli e la condanna di sette errori; in tutto 16 canoni. Il terzo e il quarto sono raggruppati sotto il titolo «De hominis corruptione et conversione ad Deum, eiusque
modo » con 17 articoli e nove condanne; in tutto 26 canoni. Il quinto finalmente tratta "De perseverantia sanctorum", con 15 articoli e condanna di nove errori; in tutto 24 canoni. Questi 93 canoni sono i famosi "canoni di Dort». La sentenza poi fu oltremodo severa. Gli arminiani furono considerati quali rei «corruptae religionis, scissae Ecclesiae unitatis, gravissimerum scandalorum et pervicasiae», e quindi vennero privati di qualsiasi ufficio ecclesiastico, deposti dai loro impieghi, dichiarati indegni di esercitare qualsiasi funzione accademica, fino a tanto che "per seriam reciprocantiam, dictis, factis, studiis contrariis abunde comprobatum, Ecclesiae satisfaciam".

La persecuzione fu implacabile. L'Oldernbarneveldt fu condannato a morte (1619), benché si dica che Maurizio di Nassau abbia fatto ciò, mosso piuttosto da ragioni politiche e personali; 300 ministri furono esiliati e gli altri furono multati e incarcerati. Anche l'eminente giureconsulto di fama mondiale, Grozio, fu condannato al carcere perpetuo, dal quale però poté fuggire. Alla morte di Maurizio, nel 1625 , il fratello e successore Federico Enrico si mostrò più tollerante, cosicché alcuni arminiani poterono ritornare in patria e Simone Episcopio poté fondare ad Amsterdam una scuola arminiana con tendenza antitrinitaria ed universalista. L'a., come tale, ha solo qualche chiesa in Olanda.
3. L'A. DOPO il Sinodo di Dort. - Ma se l'importanza dell'a., come setta, è quasi nulla, come dottrina fu ed è ancora importante, per essere stati, A. e i suoi seguaci, strettui campioni della dottrina del «libero esame».

Dal "libero esame" della S. Scrittura, e senza alcun contatto né simpatia con la dottrina della Chiesa cattolica, A. dedusse conclusioni sulla prescienza di Dio, sul valore universale della soddisfazione di Gesù Cristo ecc., molto più affini alla dottrina cattolica che quelle di qualunque altro eretico. Per questo in Inghilterra, durante l'effervescenza puritana, i partigiani delle sue dottrine furono accusati quali "papisti». D'altra parte, sostenendo gli arminiani la prevalenza assoluta della ragione nell'interpretazione individuale della S. Scrittura, molti dei suoi seguaci inclinarono al socinianismo (nelle colonie inglesi del Nordamerica, i nomi di Socino e A. suonavano identici) e altri al razionalismo. Finalmente, la dottrina degli arminiani secondo cui poteva ognuno dalla S. Scrittura cavare la sua interpretazione individuale, diffuse a poco a poco il concetto che tutte le idee dovevano essere rispettate e ne nacque l'indifferenza religiosa, la quale condusse alla tolleranza religiosa tra i protestanti, dapprincipio soltanto verso le altre sète e poi anche verso i cattolici. Di questo polimorfismo arminiano si ebbe un esempio in Inghilterra. Durante le guerre civili e religiose del sec. xvir, si dava il nome di arminiani ed anche di papisti a tutti coloro che negavano il decreto di Calvino, cioè agli anglicani della Chiesa Alta. Dopo la restaurazione degli Stuart (1660), una parte degli anglicani - i latitudinarii - che insistevano nella tolleranza delle altre sète ricevettero a loro volta il nome di arminiani. Un gran propagatore delle dottrine arminiane nel sec. xviri fu il fondatore dei metodisti, Giovanni Wesley, mentre il suo compagno Whitefield abbracciò piuttosto le dottrine calviniste e fondò i metodisto-calvinisti. Tra i presbiteriani scozzesi, celebri per il loro attaccamento al calvinismo, si trovano adesso non pochi che hanno abbandonato la rigida dottrina calvinista e accettato la dottrina arminiana. Non è raro udire da essi espressioni come questa: "Noi siamo calvinisti quando preghiamo, ma arminiani nella opere" (cf. R. H. Benson, Non Catholic-Denominations, Londra 1910, p. 94). Più espliciti ancora sono i valdesi, che formano parte dell'«alleanza delle Chiuse presbiteriane». Nel Manuale compendio di verità fondamentali si dice chiaramente: «La teoria di una doppia predestinazione degli uni alla salvezza e degli altri alla perdizione non è sostenibile con argomenti scritturali e ripugna al sentimento cristiano». Gli stessi Olandesi, che prima di A. si mostrarono così spietati persecutori dei cattolici, alcuni anni dopo il Sinodo di

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Dort salvavano dalle mani degli Irochesi il missionario gesuita s. Isacco Jogues, e con l'andar del tempo divennero i più tolleranti fra i protestanti.

BibL: H. A. Niemeyer, Collectio Confessionum in Ecclesils refermutis juddizatarum, Lipsia 1840; Ph. Schaff, The C'veds of Christendom, 3 voll., Nusva York 1877; W. Haxthie, The Theology of the Reformed Charch in its Fundamental Principles, Edimburga 1904; A. W. Harrison, The Beginnings of Arminianism, Londra 1926; E. Caniba e U. Janni, La Religione Cristiana, Manuale compendia delle verità fondamen'ali del cristianesimo, 2^{°} ed., Torre Felice 1931; Camillo Crivelli

ARMISTIZIO. - L'a. è l'accordo mutuo dei belligeranti, che ha per effetto la sospensione delle ostilità, totale o parziale, per un tempo determinato o indeterminato. Differisce dalla semplice sospensione d'armi, con la quale si interrompe per breve tempo l'impiego dei mezzi di combattimento, per provvedere ad esigenze che non interessano la condotta generale della guerra, come raccolta dei feriti, seppellimento dei caduti. Può essere, come si è detto, generale o parziale, estendersi a tutto il teatro di guerra o ad una parte di esso, temporaneo o perpetuo, secondo le stipulazioni delle parti contraenti. Il perpetuo precede generalmente le trattative di pace, e serve a facilitarne la conclusione.

L'a. non ha come effetto la cessazione dello stato di belligeranza, che perdura con tutte le sue conseguenze giuridiche fino alla stipulazione della pace. Per la sua conclusione si richiedono speciali poteri conferiti dal comando supremo dell'esercito. Si discute quali siano i suoi effetti giuridici : una sentenza rigida opina che esso interdica qualsiasi opera o movimento di truppe tendente a migliorare le posizioni rispettive dei belligeranti a danno dell'altro; una più larga ritiene che siano permessi nelle retrovie gli ordinari movimenti, le opere di riparazione, i rifornimenti ed altro, e questa sembra la più vera, non essendo l'a. una convenzione di assoluta immobilità. Del resto sta alle parti di determinare le modalità, per premunirsi dai pericoli.

Vale per l'a. la norma generale dei contratti, che impone alle parti l'obbligo dell'osservanza delle clausole pattuite e ne interdice la violazione unilaterale, avvenuta la quale, l'altra parte può legittimamente riprendere le ostilità. Per rendere più umana la guerra, grande influenza ebbero nel medioevo le cosiddette tregue (v.), a. temporanei, imposti dalle autorità ecclesiastiche.

BibL.: P. Fiore, Trattato di diritto internazionale pubblico, III, Torino 1891; H. Bonfils-Fauchille, Abouzel de droit international public, Parigi 1903; L. Le Voir-G. Chklavec, Recueil de textes de droit international, ivi 1934; A. Muzzioli, Raccolta delle concessioni internazionali del diritto bellico terrestre marittimo ed aereo, Firenze 1938. Antonio Messineo

ARMONIA (L') DELLA RELIGIONE CON LA CIVILTÀ. - Giornale cattolico di battaglia, fondato a Torino nel 1848. Diretto di fatto dal sacerdote Giacomo Margotti, il foglio cominciò ad uscire il 4 luglio, due volte la settimana prima, tre volte poi. Fedeli collaboratori ne furono, tra altri, il marchese Fabio Invrea, Gustavo di Cavour, il Rosmini, ed il futuro cardinale Gaetano Alimonda. Sorto a intransigente salvaguardia degli alti principi e dei diritti anche temporalisti del papato e della Chiesa, seppe ben presto imporsi come il più considerato, e, dagli avversari, temuto organo clericale della penisola, trattando di tutti i maggiori problemi religiosi o politici del tempo, dalle leggi sulle corporazioni religiose alle guerre d'indipendenza, dalle discussioni sull'inamoribilità dei vescovi alla questione d'Oriente, dal Congresso di Parigi al matrimonio civile, dalla abolizione del furo ecclesiastico alle annessioni ed alla proclamazione del Regno, a tutta la politica antiecclesiastica
ed anticuriale del Cavour. Arricchito col 1850 di appendici, di notizie, di ottime rassegne settimanali della stampa, mutò nel 1852 i giorni di pubblicazione, iniziando anche un supplemento domenicale, cui fecero seguito l'anno successivo numeri esclusivamente volti alla divulgazione di documenti contemporanei. Nel 1855 divenne finalmente quotidiano con nuovo programma, e, dal ' 56 , diede alla luce le Effemeridi libertine, per tener vivo il ricordo dell'opera laicisticamente riformatrice del liberalismo in Fiemonte. Sospeso a tempo indeterminato dal Cavour nel 1859, e momentaneamente sostituito da altro foglio, riapparve nel ' 60 con colore sempre più temporalista ed a tendenza sempre più reazionaria; ma lentamente e decisamente decadde, specie quando, tre anni dopo, per suggerimento di Pio IX, il Margotti diede vita all'Unità Cattolica in quella stessa Firenze, ove pure l'A. si trasferiva il 4 dic. 1866, cessando entro breve tempo le pubblicazioni.

BibL.: A. Manno e V. Promis, Bibliografia storica degli Stati della Mimarchia di Savoia, I, Torino 1884, p. 283, p. 2391; E. Amicucci, Giornalismo, in Enc. Ital., XVII, p. 197; A. Colombo, s. v. in Dic. d. Risorg. Nasc., I pp. 53-56. Paolo Dalla Torre

ARMONIA PRESTABILITA. - E una dottrina - o ipotesi - centrale d. 1 Leibniz, la quale, pur avendo varie radici storiche (armonia pitagorica, mimesi platonica delle idee nelle cose, dottrina scolastica dell'analogia, problema della predestinazione nella teologia del sec. xvir, ecc.) s'imposta specificamente sulla piattaforma della filosofia cartesiana. Cartesio infatti, col suo dualismo di res cogitans e res extensa, aveva sdoppiato l'unità sostanziale umana in due sostanze complete, anima e corpo, ciascuna con propri attributi e leggi perfettamente eterogenee. Diventava cosi impossibile un loro influsso reciproco, e nasceva il problema di spiegare razionalmente quel loro rapporto, che pur l'esperienza ci attesta. Lavorando su tale base cartesiana, il Malebranche si era appellato alla causalità di Dio, operante nei corpi e negli spiriti ad occasione di certe loro modificazioni (occasionalismo, v.); mentre lo Spinoza aveva concluso nel monismo panteistico di un'unica sostanza, esprimentesi e concepibile sotto diversi attributi, le cui modificazioni si corrispondono in serie parallele (parallelismo dei modi dell'estensione e del pensiero). La speculazione leibniziana introduce correzioni critiche e apporti di motivi originali. Critica Cartesio, radicalizzandone le esigenze con l'osservazione che l'anima non solo non può accrescere la quantità di moto esistente nei corpi, ma neanche può far variare la direzione di esso; lo integra, superandone il meccanizismo e il razionalismo, con la rivendicazione dell'unità e finalità del corpo organico e con l'ampliamento della intellettualistica mens ad anima fornita anche di subcoscienza. Critica il Malebranche, osservandogli che quel ricorso, caso per caso, all'intervento diretto di Dio postula più o meno un continuo miracolo. Contro lo Spinoza fa valere l'innegabile esistenza di un pluralismo di centri attivi o coscienti, cioè di monadi sostanziali e microcosmiche. Resta però inconcussa la persuasione (metafisica e metodologica) che è impossibile un influsso fra monade e monade, o fra leggi meccaniche e leggi vitali e leggi spirituali. Sicché, per spiegare il consensus o la corrispondenza fra corpo e anima e tre monade e monade, non rimane che l'ipotesi di un'a. p.: Dio, cioè, ha così congegnato sin dall'inizio, una volta per sempre, gli elementi e il nesso del mondo esistente, che ogni monade, in ogni momento del suo sviluppo indipendente e spontaneo concorda con lo stato contemporaneo dell'universo (si ricordi il pa-

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ragone degli orologi, un po' meccanico, ma appunto perciò significativo).

E facile indovinare quali discussioni dovesse provocare tale dottrina: discussioni che si protrassero in vario senso per più di un trentennio nel mondo dei filosofi e dei teologi. La difficoltà principale che le venne opposta partiva dalla preoccupazione di salvare la libertà della volontà umana, effettivamente compromessa da tale prospettiva comandata da una rigorosa quanto raffinata mentalità razionalistica. Ben presto però, dopo la metà del '700, alle accuse, alle difese e ai tentativi di contaminazione e di conciliazione degli epigoni subentrò una trasfigurazione del problema, dovuta alla risoluzione del razionalismo leibniziano nell'idealismo. In Kant e nei grandi sistematici dell'idealismo (Fichte, Schelling, Hegel), con la soggettivazione del mondo corporeo e con l'assorbimento degli io monadici nell'Io trascendentale venivano a svuotarsi e mancare i termini stessi dell'a.: benché peraltro i problemi dell'a. si ripresentassero a fecondare l'idealistica soggettività trascendentale e quasi a superarne certi punti morti (specialmente nella Critica del giudizio di Kant e in Schelling).

Bibl.: Come fonti basti ricordare i due scritti del Leibniz: Système nouveau de la nature et de la communication des substances aussi bien que de l'union qu'il y a entre l'âme et le corps, e Monadologie, composti rispettivamente nel 1693 e nel 1714. Quanto alle bibl., si parla della questione in ogni monografia sul Leibniz e in ogni storia della filosofia moderna. La storia delle polemiche si può trovare in G. C. Ludovici, Ausführlicher Entwurf einer vollständigen Historie der Wolfischen Philosophie, parte III, Lipsia 1737-38; M. Campo, Cristiano Wolff e il razionalismo precritico, I, Milano 1939, capp. 8-9. Mariano Campo

ARMONIO. - E uno strumento a tastiera il cui suono viene prodotto da ance libere senza risuonatori, collocate in posizione orizzontale sotto la tastiera. L'aria è fornita da un mantice messo in azione da due pedali. Deriva dall'antico "regale», piccolo organo portatile con i registri ad ancia senza risuonatori o con risuonatori molto piccoli. Dopo i vari esperimenti fatti da C. Perrault, S. Erald, C. Buffet, Cavaille Coll, il Debain (1809-77) costrui i primi modelli dell'attuale a. Da successivi fabbricanti furono portati miglioramenti : Vittorio Mustel (1815-90) può dirsi il padre del moderno strumento.

Può essere costruito con due diversi sistemi : a pressione o ad aspirazione a seconda del diverso modo col quale l'aria agisce sulle ance. La serie completa delle ance producenti un suono di determinato timbro per tutta l'estensione della tastiera si chiama gioco. Il flauto, clarinetto, bordone, oboe, corno inglese, fagotto, dulciana, eolina, voce celeste, ecc., sono tra i principali giochi, che, rispetto alla loro altezza, possono essere di 16,8,4,2 piedi. Il mezzo meccanico col quale l'esecutore si serve del gioco e di altri congegni si chiama "registro". I principali registri meccanici sono: l'espressione, registro di molta importanza estetica e che dà all'a. una particolare fisionomia; la percussione, utilizzima per l'esecuzione chiara dei passi di agilità e dei pianissimi; il forte fisso che apre o chiude una specie di persiana; il forte espressivo (Mustel) per il quale la persiana viene aperta più o meno da un piccolo mantice in dipendenza dalla varia pressione esercitata sui pedali; il prolungamento per il quale uno o più suoni della regione grave possono essere indefinitamente allungati senza ostacolare il libero gioco delle due mani; la super e sub ottava; il tremolo; la sordina. Due ginocchiere servono per manovrare una griglia divisa in due parti, una per la regione grave, l'altra per la regione scuta della tastiera, che apre o chiude il suono. Le due parti della griglia possono manovrarsi indipendentemente (doppia espressione). Un altro dispositivo permette di aprire contemporaneamente tutti i giochi.

Il tipo di a. più comune è ad una sola tastiera, ma ve ne sono anche a due con pedaliera. Serve più comunemente per sostenere cori in chiesa e nella
scuola; ma l'a. d'arte tende a diventare uno strumento da concerto essendosi arricchito di una importante letteratura con le opere, soprattutto, di C. Frank, L. Boëllmann, A. Guilmant, C. M. Widor, Max Reger, S. Karg-Elert.

Alessandro Santini
ARMORICA: v. BRETAGNA.
ARNALDI, GIOVAN Battista. - N. a Castellaro, in diocesi di Ventimiglia, 18 genn. 1806, m. a Spoleto il 28 febbr. 1867. Nel 1829 l'A. dedicò una Conclusione a Pio VIII. Gregorio XVI fece l'A. cappellano segreto, protenotario apostolico e votante della segnatura di giustizia, nonché abbreviatore del parco maggiore e canonico coadiutore della basilica Liberiana. Da Pio IX l'A. fu fatto il 18 marzo 1852 vescovo in partibus di Auria e deputato amministratore di Terni ed un anno dopo, nel Conciletoro del 7 marzo 1853, fu presonizzato arcivescovo di Spoleto. Dopo il 1860 l'A. si distinse per la sua fiera condotta di fronte alle nuove autorità statali. Già nel nov. 1860 aveva lamentato le offese e la guerra fatta alla Chiesa in Umbria accorandosi in particolar modo della propaganda anticattolica. Nel 1863 l'A., insieme col futuro papa Leone XIII, allora vescovo di Perugia, protestò violentemente contro il decreto dell'exequatur. Avendo inoltre indirizzato l'A., durante la quaresima, ai suoi fedeli, una pastorale in cui attaccava la politica del nuovo governo, fu rinchiuso nella rocca di Spoleto. Liberato, persistette nel suo atteggiamento e nel 1866 protestò nuovamente presso il Ricasoli, contro le misure prese nei riguardi del clero durante la guerra con l'Austria.

Bibl.: G. Moroni, Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica, Venezia 1840-79, passim; P. Balan, Continuazione alla storia universale della Chiesa Cattocica, dell' Abate Rohrbachcr, 3 voll., 2^{°} ediz., Torino 1879-86, passim.

Silvio Furlani
ARNALDISTI: v. ARNALDO DA BRESCIA.
ARNALDO (ARnoldo, ERNAldo), abate di Bonneval. - Amico e biografo di s. Bernardo. La sua vita è poco nota. Era monaco a Marmoutier quando, dopo il I138, fu eletto abate del monastero benedettino di Bonneval (Bona Vallis), in diocesi di Chartres: ond'è chiamato anche A. di Chartres. Quivi soffrì varie contrarietà, per cui si recò a Roma, dove il Papa riconobbe la sua innocenza. Godette la stima e l'amicizia di s. Bernardo, con cui fu in corrispondenza (cf. s. Bernardo, Ep. 310: PL 182, 514), e di cui imitò il metodo esegetico. Morì dopo il 1156 . Il Menologio cistercense lo commemora il 6 febbr., elogiandolo come «vir doctrina pariter et pietate celebris».
I suoi scritti hanno importanza esegetica e ascetica: 1) De operibus sex discum o Hexaemeron, di cui l'esemplare nella bibl. Naz. di Parigi (ms. lat. 1923) ha per titolo Paradisus animae: vi si citano s. Ambrogio e s. Basilio. Il suo primo editore, Denis Perronet, lo definl una «fulgida gemma n. 2) Commentarius in Ps. CXXXII: 5 omelie, modello di pietà e di dolce eloquenza. 3) Expositio super Isaiam, inedito (ms. 923 della bibl. di Troyes) : è un compendio del commento di Girolamo. 4) De cardinalibus operibus Christi, già attribuito a s. Cipriano (cf. J. Huby, Une exigèse finalement attribuée à s. Cyprère in Biblica, 14 [1933], p. 96): 12 discorsi sui misteri della vita di Gesù Cristo, preceduti da un pio Prologo dedicatorio al papa Adriano IV, dei quali è interessante il VII (De ablutione pedum) sul simbolismo della lavanda dei piedi, riecheggiante s. Bernardo (cf. A. Malvy, in DThC, IX, col. 34); teoria che s. R. Bellarmino e il Maldonado (In 76. 13, 7) hanno messo in evidenza come di s. Cipriano (M. J. Lagrange, Ev. Selon s. fean, 7^{text {a }} ed., Parigi 1947, pp. 349 e 550 , gli attribuisce, esagerando, l'efflcacia sacramentale). 5) De septem verbis Domini in cruce: «in eis - scrive - sua omnia Christus recapitulat dogmata" (PL 189, 1678). 6) Meditationes (sulla Passione del Signore), già

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pubblicate tra gli scritti di Cipriano. 7) De septem donis Spiritus Sancti, in 17 capitoli. 8) De laudibus B. Mariae Virginis, sermone vivace e devoto. 9) Liber secundus della Vita s. Bernardi, scritto su richiesta dei monaci di Chiaravalle, erroneamente del De Visch attribuito ad altro autore del medesimo nome, che sarebbe stato abate del monastero cistercense di Bonnevaux (Bonavallis) presso Vienne. Secondo il Vacandard, il lavoro denota «une remarquable sagacité x.
A. ha i pregi di scrittore delicato, eloquente e pio, dotato di profonda dottrina. Più che esegeta, è un mistico anelante alla scienza e alla vita divina.

BibL.: Testi: La Vita di s. Bernarda in PL 183, 267. 302; esterpte della stessa, ed. critica di C. Waitz, in MGH, Scriptores, XXVI, pp. 99-109. Gli altri scritti in PL. 189, 13071762. - PP. Maurini, Hist. Littr. de la France, XII, Parigi 1763, pp. 232-41; L. Bourgoin, La Chaire Française au XII { }^{e} siècle, ivi 1879, pp. 84-85; E. Vacandard, Vie de s. Bernard, I, 6^{°} ed., ivi 1920, pp. xv-xxvi; A. Prévost, s. v. in DIG. IV, coll. 421-23; J. Leclercq, Les méditations escharistiques d'A. de B., in Recherches de ibdel. ancienne et médite., 13 (1946), pp. 40-56 (con testi inediti).

Igino Cecchini
ARNALDO da Brescia. - N. alla fine del sec. xi o agli inizi del successivo in Brescia, si avviò alla carriera ecclesiastica, ma è dubbio se sia andato oltre gli ordini minori. Della sua giovinezza si conosce soltanto il suo viaggio a Parigi e la sua permanenza alla scuola di Abelardo, di cui divenne il discepolo più affezionato ed il difensore più caldo. Dopo il I119 rientrò in patria e prese parte alle lotte che si agitavano nella sua città nei confronti del clero simonioso e dell'autorità temporale del vescovo. In quel tempo le conseguenze della lotta per le investiture si facevano sentire ovunque e mettevano in agitazione non solo il clero, ma soprattutto la popolazione più bassa delle città, che faceva della questione morale un argomento di ribellione politica. A Brescia il vescovo Villani era favorevole all'antipapa Anacleto II, mentre i consoli parteggiavano per Innocenzo II; il vescovo fu sostituito da Manfredi, favorevole alla riforma, che però dopo una sommossa venne copulso dalla città. Intanto A., andato molto oltre nel suo atteggiamento anticlericale, che colpiva tutto il sistema gerarchico cattolico, fu denunciato al Papa per il suo contegno ribelle e condannato nel II Concilio Lateranense del 1139. Ritornò allora in Francie, ma qui si buttò nelle dispute vivacissime che fervevano tra Abelardo e s. Bernardo, sostenendo il primo; per questo fu condannato con lui nel Concilio di Sens e chiuso in un convento. Poco dopo poté aprire una scuola di teologia morale sulla montagna di S. Genoveffa, nella quale riprese le sue invettive contro la mondanità del clero,