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� nelle dispute vivacissime che fervevano tra Abelardo e s. Bernardo, sostenendo il primo; per questo fu condannato con lui nel Concilio di Sens e chiuso in un convento. Poco dopo poté aprire una scuola di teologia morale sulla montagna di S. Genoveffa, nella quale riprese le sue invettive contro la mondanità del clero, ma ebbe poco successo. Per opera di s. Bernardo, che chiese aiuto anche al re di Francia, fu espulso e si rifugiò in Svizzera presso i canonici agostiniani di Zurigo; godette pure per qualche tempo della protezione del vescovo di Costanza, ma poi s. Bernardo riuscì a metterlo nella delia a luce, e dovette allo.stanarsi. A. aveva però un amico nel card. Guido di Castello, allora legato papale in Boemia, e poté restare con lui tranquillamente; qui conobbe Geroh di Reichersberg che lo raccomandò a Celestino II. Forse al seguito del cardinale, A. venne in Italia e verso il 1145 giunse a Roma. Le condizioni della città in quegli anni erano assai torbide, in quanto era avvenuta la renovatio senatus, la restaurazione dell'autonomia cittadina con netto carattere antipapale e col prevalere di elementi popolari. Qualche pontefice che aveva tentato di opporsi al movimento era finito malamente, altri si erano allontanati da Roma. In un primo tempo A. fu estraneo alle lotte politiche. Dopo aver abiurato i suoi errori davanti al papa Eugenio III in Viterbo,
fu inviato da lui (a quanto pare) a Roma in abito di penitente per compiere un pellegrinaggio espiatorio. Poco dopo, però, la passione politica lo riprese ed egli incominciò a predicare di nuovo raccogliendo ben presto largo consenso intorno a sé. Oggetto dei suoi discorsi era ancora la sola riforma dei costumi ecclesiastici, l'invito ad una vita ascetica più conforme agli ideali evangelici. Tuttavia era fatale che si stabilisse una intesa tra i due movimenti, quello religioso di A. e quello politico del senato romano, data la loro affinità di programmi, la comunanza del nemico da combattere e l'identità dei richiami storici ai quali si rifacevano entrambi. Il punto d'incontro avvenne quando A. proclamò che gli ecclesiastici non dovevano possedere beni terreni e che questi erano tutti di proprietà dei laici e quindi del principe. L'urto tra il Pontefice ed il ribelle assunse toni di asprezza notevole: Adriano IV chiese l'espulsione di A., il senato si rifiutò impegnandosi a garantirne l'incolumità, mentre A. giurava di difendere la repubblica con la sua parola; in una sommossa un cardinale restò ferito, ed allora il Papa lanciò l'interdetto sulla città. A. dovette fuggire da Roma, ma a questo punto entrò in scena un nuovo protagonista e la sua azione fu decisiva: Federico Barbarossa, da poco salito all'impero e profondamente convinto dei suoi doveri di difensore armato della Chiesa, fu ben lieto di fare cosa grata al Papa, col quale invece aveva molti altri motivi di contrasto. In tal modo A. fu raggiunto dai partigiani del Barbarossa, e consegnato al prefetto della città Pietro, che lo condannò a morte; è molto probabile che sia stato impiccato e poi arso. Le sue ceneri vennero gettate nel Tevere perché non divenissero oggetto di venerazione da parte dei seguaci numerosi e convinti che ancora rimasero in Roma dopo la sua morte.

È stato giustamente osservato che le critiche di A. contro il clero mondano non sono più severe e violente di quelle di un s. Pier Damiani e che, in definitiva, egli e il suo grande avversario s. Bernardo combattevano gli stessi vizi in forme apparentemente simili. Eppure la differenza tra i due è veramente radicale e spiega la diversità della riuscita. Non è possibile distinguere quanto di personale vi fu nella predicazione di A. e quanto egli ripeté di concetti e aspirazioni comuni a larghi strati di popolo. Senza dubbio fu molto colto, di vivo ingegno, caldo parlatore; condusse una vita austera e seppe infondere in molti i suoi sentimenti; non scrisse nulla o ben poco.

BibL.: Le notizie sulla vita e il pensiero di A. da Brescia si ricavano dagli scritti di s. Bernardo, dalla cronologia di Ottone di Frisinga, dall'Historia Pontificalis di Giovanni di Salisbury e dal poema sulle gesta di Federico Barbarossa scritto da un anonimo lombardo. - Cf. F. Gregorovius, Storia della città di Roma nel Medio Evo. IV, versione R. Manzato, Venezia 1873, p. 367 sgg.; P. Tocco, L'eresia nel Medio Evo, Firenze 1884; P. Fedele, Per la storia del senato romano nel sec. XII, in Arch. Soc. Rom. di Stor. Patr., XXXIV, Roma 1912; A. De Stefano, A. da B. ed i suoi tempi, ivi 1921; G. Volpe, Movimenti religiosi e sotte ereticali nel Medio Evo, Firenze 1924. Paolo Brezzi

Citi aRNALDISTI. - Così furono chiamati quei seguaci di A. che nella seconda metà del sec. xit costituirono in Lombardia una particolare setta ereticale; sono condannati nominalmente nella costituzione Ad abolendam di Lucio III e Federico I Barbarossa (Verona 1184). A. considerava prevaricatore ed esautorato il clero che non conducesse vita povera, senza possessioni, senza fasto; i suoi discepoli vivevano di mendicità; non è provato che insegnasse errori circa il Battesimo dei bambini e l'Eucaristia. Gli arnaldisti considerano fondamento dell' «ordo » sacerdotale e della gerarchia le virtù evangeliche; rifiutano i Sacramenti, come inefficaci, perché amministrati da sacerdoti che essi ritengono indegni; insegnano che è doveroso resistere all'esercizio abusivo da parte

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della Chiesa della potestà giudiziaria e coercitiva, e che la vita austera e povera dà ai laici il diritto di predicare senza l'approvazione ecclesiastica. Essi spinsero il loro pauperismo evangelico a posizioni dottrinali eterodosse; per il carattere antigerarchico e antisacerdotale della loro predicazione influirono sull'evoluzione ereticale dei valdesi (v.) italiani e degli umiliati (v.). Nel sec. xili sono menzionati nelle liste di condanna delle varie sètte; ma non perdurarono come gruppo distinto; i loro errori diventarono il fermento di altre correnti ereticali.

BibL.: A. De Stefano, Riformatori ed eretici del medioevo, Palermo 1938, pp. 109-24; Ilarino da Milano, La "Manifestatio haeresis curarorum quam fecit Bonacursus", in Aevum, 12 (1938), pp. 301-324; id., L'eresia di Ugo Speroni, Città del Vaticano 1945, pp. 444-52.

Ilarino da Milano
ARNALDO di Chartres: v. arnaldo di BONneval.

ARNALDO Daniello (Arnautz Daniel). - Trovatore provenzale della seconda metà del sec. xir. Da una piccola biografia del tempo, in lingua provenzale, e dai suoi diciotto componimenti poetici, tutti di carattere astratto ed amoroso, si possono desumere soltanto poche notizie: n. a Ribérac nella Dordogna (s'ignora la data); partecipò alla cerimonia dell'incoronazione di Filippo Augusto (21 maggio 1181); fu alla corte di Riccardo Cuor di Leone a Poitiers. Cantò "l'amore fino " per donne immaginarie o, comunque, denominate, alla maniera provenzale, col solo seolal (vezzoso pseudonimo; letteralmente "segnale"). Fu il massimo esponente del cosiddetto "trobar clus" (parlar chiuso o ermetico), stile poetico comune ad un gruppo di trovatori provenzali, che si compiaceva di un'ingegnosa oscurità dell'espressione, ricca di vivide immagini. Dante ebbe molta stima per A. ed ai suoi giudizi favorevoli è dovuta la fama che il poeta provenzale godette in Italia dal sec. xiv in poi. Dante lo ammirò in particolare quale inventore della testina e maestro di espedienti tecnici complessi ed elaborati (cf. De Vulg. Eloq., II, 2. 6. 10. 13); nel XXVI canto del Purgatorio, dopo averlo esaltato, per bocca di Guido Guinizelli, come il massimo poeta provenzale (vv. 118-19), lo fa parlare nella sua stessa lingua (vv. 140-47). Il Petrarca, nel Triunfo d'Amore, IV, inizia da A. la serie dei grandi trovatori ("Fra tutti il primo Arnaldo Daniello - Gran maestro d'Amor, ch'a la sua terra - Ancor fa onor col suo dir strano e bello ").

BibL.: C. Pino, Nazioni critico-letterarie sulla vita e le opere di A. D. in relazione ad alcuni passi della Divina Commedia, Castel San Giovanni 1804; La vita e le opere del trovatore A. D., ed. crit. con le note e rimario di U. A. Canello, Halle 1883; G. Rossi, Le prose dei romanci, Bologna 1906; R. Lavaud, Les poésies d'A. D., rósdition critique d'après Canello, avec trad. et notes, Tolosa-Périgueux 1910; F. Torraca, in Bull. Soc. Dant. Ital., 12 (1901), p. 336 sgg.; N. Zingarelli, Dante, nuova ed., Milano 1929. cap. 8.

ARNALDO (Annoldo, Renaldo) da Foligno. Francescano. A torto fu detto di Corbie. Contro l'opinione dello Sbaralea (I, 103), sembra certo che fra' A. fosse di Foligno e non francese; è da distinguersi perciò dall'omonimo frate zelante, colpito con gli altri spirituali di Provenza da Giovanni XXII nel 1317 (C. Eubel, Bullarium Francisc., V, Roma 1898, n. 293, p. 132 sg.). Fu parente, segretario e confessore della beata Angela (v.) da Foligno, cui è legata la fama del suo nome. Scrisse sotto dettatura (volgendo in latino ciò che ella veniva dettando nel volgare umbro-folignate) l'autobiografia o Libro delle molteplici Vizioni e Consolazioni divine della beata (ca. 1292). Questo lavoro, ineccepibile per fedeltà e sincerità storica, riusci - a detta della beata - inferiore alla realtà soprannaturale delle rivelazioni, intraducibili in umano lin-
guaggio, ma approvato da Dio. L'opera, esaminata dal card. Giacomo Colonna (prima del 1297) e da una commissione di otto teologi francescani, fu trovata incensurabile.

Il Martirologio francescano lo dice "beato" a voce di popolo. Morì a Foligno più probabilmente verso la fine dell'estate del 1300 (secondo altri il 17 giugno 1313 ).

BibL.: L. Iacobilli, Vite dei Santi e Beati dell'Umbria, III, Foligno 1647, p. 394: Joannes a s. Antonio, Bibliotheca universa franciscana, I, Madrid 1731, p. 141; L. Wadding, Annales Ord. Min., VI, Roma 1733, p. 136, n. 21, e p. 217, n. 14; J. H. Sbaralea, Supplementum ad Script. Ord. Min., I, 2* ed., Roma 1908, p. 103; M. S. Ferré, Principales dates de la vie d'Angèle de F., Parigi 1922, pp. 2-6; M. Falaci-Pulignani, L'Antobiografia e gli Scritti della b. Angela da F., Città di Castello 1932, p. x sge.: Arturo a Monasterio, Martyrologium franciscanum, 4* ed., Roma 1939, p. 227, n. 2.

Lorenzo Di Fanto
ARNALDO di TONGERN. - Canonico regolare agostiniano, n. a Tongern non si sa quando, m. a Leida nel 1540. Decano della facoltà degli artisti di Colonia e professore di teologia e diritto canonico, prese parte alla polemica reuchliniana, e scrisse allora gli Articuli de iudaica favore. Come si sa, Reuchlin si pronunciò in favore della conservazione dei libri ebraici, che, con permesso dell'imperatore Massimiliano si cercava di distruggere se contrari all'insegnamento della dottrina cristiana.

BibL.: S. Schottenluber, in LThK, I, col. 694. Luigi Berra
ARNALDO da Villanova. - Medico e teologo laico, fecondo scrittore catalano, n. verso la metà del sec. xili, nella diocesi di Valencia, m. a Genova il 6 sett. 1311. Studiò medicina a Montpellier, dove per sei mesi frequentò anche le lezioni di teologia presso i Domenicani. Studiò pure l'arabo e l'ebraico, ma si distinse soprattutto nella medicina, tanto che fu medico dei re d'Aragona e di Sicilia, e dei papi Bonifazio VIII e Clemente V. Insegnò per qualche anno medicina a Montpellier e fu incaricato anche di missioni diplomatiche. Si valse di questa sua posizione per propagare nebulose idee escatologiche e per promuovere piani riformatori ispirati ad un falso spiritualismo, teorie tanto più accarezzate, in quanto egli credeva d'aver ricevuto per rivelazione divina la missione d'annunziare al mondo la già avvenuta nascita dell'Anticristo. Essendo nel 1299-130I ambasciatore di Giacomo II d'Aragona a Parigi, quella università ripudiò le sue teorie e lo fece incarcerare. La stessa sorte ebbe a Roma sotto Bonifacio VIII e a Perugia sotto Benedetto XI. Dopo la sua morte parecchi suoi scritti furono condannati dall' Inquisizione di Tarragona (1316). Fu anche protettore dei "beghini" catalani e degli spirituali francescani di Provenza che difendeva nei suoi opuscoli. Sembra indubbia la sua buona fede.

I suoi scritti di medicina furono pubblicati in edizioni incomplete a Lione (1304), Parigi (1309), Venezia (1314) e Basilea (1383). Una buona raccolta delle opere teologiche si trova nel cod. Vatic. lat. 3824, dondz il Finke (v. bibliografia) ne pubblicò parecchie. Altri scritti sono sparsi qua e là in codici e in edizioni. Alcuni esistono in latino e in catalano.

BibL.: Nic. Antonio, Bibliotheca hispana vetus, II, Madrid 1788, pp. 112-19; B. Hauréau, in Histoire littéraire de la France, XXVIII, Parigi 1881, pp. 26-126, 487-90; M. Haven, La vie et les œuvres de maitre Arnaud de Villeneuve, iv 1896; H. Finks, Aus den Tagen Bonifaz VIII, Münster in V. 1902, pp. 190226 e cxvii1-cxxi (testi di Arnaldo); id., Acta Aragonraria, Ber lino-Lipola 1908; I, p. 450 sg.; II, pp. 694-99, 701 sg., 870-79, 884-86 sg., 890-98 e passim; P. Diengen, Arnaid von Villanova als Politiker und Laientheologe, Berlino 1909; M. Menéndez y Pelayo, Historia de las heterodoxas espafiales, III, 2* ed., Madrid 1917, pp. 179-225, e xlix-cxxix (testi e documenti); F. Ehrle, A. de V. ed i "Thonazlista", in Gregorianum, I (1920), pp. 472-501; J. Pou y Marti, Visionarios Beguinos y Fraticelos catalanes, Vich 1930, pp. 34-99.

Livario Oliger

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ARNAULD, famioliA. - Tre nomi che accentrano la spiritualità giansenista nei suoi aspetti teologici, ascetici e mistici appartengono a questa famiglia, originaria di Provenza e trapiantata a Parigi nel 1547: Antoine, Angélique, Agnès. Il loro padre Antoine, sposato a Catherine, figlia di un avvocato generale al Parlamento di Parigi, ebbe venti figli. Dei dieci che raggiunsero l'età matura, Robert, Henri (vescovo di Angers), Simon, Catherine, Jacqueline, Jeanne, Anne-Eugénie, Marie-Claire, Madeleine, Antoine, tutti, fuori che Simon (m. soldato nel 1639), appartennero in qualche modo a Port-Royal. Port-Royal determinò la fortuna del giansenismo per l'attiva e infiammata opera di mère Agnès, mère Angélique e del loro fratello Antoine, che furono l'anima e il cervello di tutto il movimento. Già il loro padre si era reso famoso nella lotta antigesuitica, ma chi ebbe su loro singolare influenza fu Jean Duvergier de Hauranne, abate di Saint-Cyran, amico intimo di Giansenio e primo apostolo delle idee giansenistiche in Francia.

BibL: J. Brucker, s. v. in DThC, I, coll. 1978-83.
I. Acuès (Jeanne). - N. il 3 I dic. 1593 , m. il 19 febbr. 1671, era la terza figlia dell'avvocato Antoine. La sua storia e la sua fortuna sono legate a quelle della grande sorella Angélique. Pensò, pregò, lavorò nella sua orbita, meno audace di lei nell'intraprendere, ma più tenace nel perseverare. Pia, delicata, sottile, dopo lunghe esitazioni antepose, alla direzione spirituale di s. Francesco di Sales, quella dell'abate di Saint-Cyran, più austera e rigorista, iniziando una pietà triste e severa, dove il timore dominava l'amore. Ma seppe conservare il sentimento personale di una umanità ponderata e discreta, e fu di una gravità dolce e tenacemente penetrante. Il documento più vivo della sua spiritualità sono le lettere, scritte dal 17 dic. 1626 al 10 febbr. 1671. Severa e austera, pur conservando sempre una certa indulgenza e accondiscendenza, risalì al cristianesimo primitivo e intese riformare la vita cristiana con la meditazione diretta della S. Scrittura e dei santi, con il contatto immediato, senza mediazione e direzione dell'autorità ecclesiastica, con il Cristo. Fu abbadessa nell'abbazia benedettina di Saint-Cyr, dove prese il velo il 15 giugno del 1600 . Chiamata dalla sorella a Port-Royal, vi esercitò gli uffici di maestra delle novizie e coadiutrice nel 1620 , e di badessa due volte, dal 1636 al 1642 e dal 1658 al 166 r . Fu pure badessa di Tard dal 1630 al 1636 .

Scrisse: Le chapelet secret du Saint Sacrement (1627); Avis donnés aux religieuses de Port-Royal, sur la conduite qu'elles doivent garder, au cas qu'il arrivât du changement dans le gouvernement de la maison (giugno 1665); L'image d'une religieuse parfaite et d'une imparfaite, avec les occupations intérieures pour la journée (Parigi 1665 e altre edizioni nel 1666, 1693 e 1711; alla fine di quest'ultima edizione vi è annesso un Manuel des âmes religieuses ou abrégé des règles qu'elles doivent observer dans leur conduite).

Rimane come suo testamento spirituale la Relation de la capricité de la Mère Catherine-Agnès de Saint-Paul Arnauld, in data del ro dic. 1664, nella quale essa, equivocamente, come le altre religiose di Port-Royal, resiste con una curiosa protesta di obbedienza all'autorità della Chiesa.

BibL.: P. Vatin, La vérité sur les A., complétée à l'aide de leur correspondance inédite, II, t. II, Parigi 1847, pp. 310-32; H. Bremond, Histoire littéraire du sentiment religieux' en France, IV: La conquête mystique. L'École de Port-Royal, Parigi 1923, pp. 177-243; J. Frencken, Agnès A., Utrecht 1932; J. Curreyre, s. v. in DSp, I, coll. 876-78.
2. Angélique (Jacqueline). - N. l'8 sett. 1591, m. il 6 ag. 166 r. E la seconda delle sei sorelle A. A sette anni ( 1598 ) fu coadiutrice, con diritto di successione, di Jeanne Boulehart, abbadessa dell'abbazia cister-
cense di Port-Royal, e prese il velo il 27 sett. 1599, invece che nell'abbazia di Port-Royal (per avere il Papa rifiutato le bolle a causa dell'età infantile), nell'abbazia di Maubuisson, presso Pontoise. Morta Jeanne de Boulehart il 5 luglio 1602, sei mesi più tardi, nel giorno della sua prima comunione, prese possesso della sua abbazia. La bolla d'istituzione fu ottenuta con inganno (il cardinale d'Ossant fece passare Jacqueline come Angélique e le dette l'età di 17 anni) e undicenne iniziò la sua vita di comando. Le riforme risalgono al 1608 , e sono delta massima austerità : comunione assoluta dei beni, clausura stretta, astinenza perpetua.

Andante, energica, impaziente, inumana quasi, superò impavida prove, lotte, ostacoli familiari ed ecclesiastici. Sainte-Beuve (Port-Royal, t. I, pp. 106-13) descrive la famosa "journée du guichet", che segna l'atto d'inaugurazione di Port-Royal e della storia della pietà giansenista. Le sue tendenze rigide ed arroganti furono scuite dall'influenza che sopra di lei esercitò l'abate di Saint-Cyran, che ella aveva conosciuto nel 1623 e al quale rimase fedele anche dopo l'imprigionamento e la morte (1643). Autoritaria, identificò la storia di Port-Royal col suo governo abbaziale, imponendo rinunzie sovrumane, mortificazioni e una lotta spietata contro la natura corrotta. Tutta la vita cristiana per lei consiste nella resistenza e nella vittoria contro la concupiscenza terrestre, che non è possibile senza la grazia efficace o dilettazione celeste. Pietà chiusa e sigillata, senza aperture di misericordia e di confidenza, penetrata di timore e di terrore. Mère Angélique è irriducibile, condanna quanti sono contrari alla ascetica giansenista e alle sue riforme eccessive. Rinunziò a tutto, ma non all'amor proprio, e mai riusci a possedere l'umiltà e la carità, elemento essenziale di ogni austerità esteriore.

Estese le riforme ad altre abbazie : a Maubuisson, presso Parigi, a Tard, presso Digione. A Port-Royal fu badessa dal 1609 al 1630 , quando si dimise (avendo ottenuto dal re che la carica di badessa fosse elettiva e temporanea) e nuovamente tornò in carica dal 1642 al 1654. Fondò in Parigi, d'accordo con Zamet, vescovo di Langres, il monastero del S.mo Sacramento in rue Coquillière, che durò solo pochi anni.

La sua dottrina spirituale è consegnata in opere o composte da lei o di sua ispirazione immediata: Mémoires pour servir à l'histoire de Port-Royal et à la vie de la Révérende Mère Marie-Angélique de Sainte-Margaleène Arnaudé, abbesse et réformatrice de Port-Royal (3 voll., Utrecht 17421744); Entretiens ou Conférences de la Révérende Mère Angélique Arnaudé ( 3 voll., ivi 1757); Mémoires et relations sur ce qui s'est passé à Port-Royal des Champs, depuis le commencement de la Réforme de cette abbaye (ivi 1716); Relations écrites par la Mère Marie-Angélique Arnauld sur ce qui est arrivé de plus considérable dans Port-Royal, sino al 12 genn. 1653, con la Relation de la vie et de la mort de la Mère Angélique.

Mère Angélique fu singolarmente nemica, secondo il costume giansenistico, di ogni insinuazione o decreto o bulla dell'autorità ecclesiastica, sia pure del Sommo Pontefice. E rimane, come tante altre figure di Port-Royal, ancora un mistero morale per la sua vita, che non fu davvero indulgente ai vezzi del secolo e pur contrastante con i principi della fede.

BibL.: G. Dall, La Mère Angélique abbesse de Port-Royal d'après sa correspondance, Parigi 1893; R. Monleuz, Angélique A., Parigi 1901; R. Plus, Angélique A, et ses relations avec s. Frunscois de Sales, in Etudes, I (1910), pp. 433-84; id., La vocation d'Angélique, ibid., 4 (1912), pp. 433-59; J. Curreyre, s. v. in DSp, I, coll. 879-81.
3. Antoine. - N. il 5 febbr. 1612, m. il 2 ag. 1694. E il ventesimo figlio di Antoine A., ed è detto

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anche il grande Arnauld. Cresciuto all'ombra di Jean de Hauranne e da lui avviato alle idee giansenistiche, si deve considerare non solo come il rappresentante maggiore del giansenismo francese, ma anche come caposcuola del giansenismo, che forse si sarebbe fermato alle prime condanne senza il suo valido appoggio. Polemico, aggressivo, razionale e vivace, dette anima e sistema alle dottrine di Giansenio. Laureato alla Sorbona nel 1641 e ordinato sacerdote nel medesimo anno, vi fu maestro aggregato nell'anno 1643 . Ebbe vita inquieta, aspre polemiche, esilio. Alla sua morte, avvenuta a Bruxelles, il suo cuore fu portato a Port-Royal des Champs e la sua memoria celebrata con numerosi epitafi, dei quali i più celebri quelli di Santeuil e di Boileau.

Occasione a manifestare le sue idee giansenistiche fu un opuscolo del gesuita P. de Sesmaisons, scritto per assicurare la marchesa di Sablé, che si comunicava spesso, con grande scandalo della principessa di Guéniéné, diretta dal Saint-Cyran, intitolato: Question: s'il est meilleur de communier souvent ou rarement?, dove si giustificava la pratica della comunione frequente con l'uso della Chiesa primitiva e le raccomandazioni del Concilio di Trento. Antoine, istigato dal Saint-Cyran, rispose con uno scritto che può essere considerato come il programma di tutta la spiritualità giansenistica e di Port-Royal : De la fréquente communion, nell'ag. 1643, che ebbe ripetute edizioni e rapida diffusione.

L'idea centrale e dominante è questa: ritornare agli usi della Chiesa primitiva che è contraria alla comunione frequente; nessuno può modificare la disciplina penitenziale della Chiesa primitiva perché d'istituzione divina. Un esagerato valore si dà alla penitenza a danno dell'assoluzione sacramentale. Per comunicarsi bisogna meritarne le disposizioni necessarie. La comunione non è che la ricompensa delle virtù, e cessa di essere alimento per le virtù. Questo libro fu oggetto di interminabili polemiche. Alessandro VIII ne risavò tre proposizioni, prese quasi testualmente e fondamentali (la 18ª, la 22ª, la 23ª delle 31 proscritte) e le condannò il 7 dic. 1690 .

Altri due libri di Antoine A. sono le Apologies de M. fansénius (1643-44), dove son sostenute le tesi del vescovo d'Ypres contro la grazia sufficiente e la riprovazione positiva. Nel 1649, contro Nicolas Cornet, sindaco della facoltà di teologia, che lavorava per far censurare cinque proposizioni estratte dall'Augustinus (che furono condannate poi come eretiche da Innocenzo X il 31 maggio 1653), A. scrisse prima Considérations su questa intrapresa e poi, nel 1651, una Apologie pour les saints Pères de l'Eglise, défenseurs de la grâce de Jésus-Christ contre les erreurs qui leur sont imposés (nuova apologia di Giansenio).

Nelle Lettres à un duc et pair (1655-56) sostiene la famosa distinzione di diritto e di fatto (di diritto: censura di una dottrina, si accetta. Di fatto: attribuzione di questa dottrina al libro di Giansenio, si rifiuta l'adesione sotto il pretesto che la Chiesa non è infallibile nelle questioni di fatto).

Due proposizioni tolte dalla seconda lettera, e di cui una conteneva questa distinzione, deferite alla Sorbona, furono censurate il 30 genn. 1656. L'esclusione di Antoine, per aver negato la sottoscrizione, dalla facoltà di teologia, dette occasione e soggetto alle Lettres à un provincial di Pascal.

Prolisse e vivaci discussioni ne seguirono, e Innocenzo X, per eliminare ogni equivoco e ogni ambiguità, il 15 febbr. 1665 accolse una nuova proposta a domanda
del clero di Francia e del re e prescrisse un formolario da sottoscrivere, condannante le cinque proposizioni di Giansenio da parte di tutti gli ecclesiastici (decreto reale del 29 apr. 1665). Il monastero di Port-Royal, cittadella del giansenismo, invitato a sottoscrivere, non sottoscrisse se non con la riserva sul fatto di Giansenio. Ne seguì, dopo trattative, la pace di Clemente IX, che però interiormente poco risolse. Risale a questo tempo la grande opera di Antoine, scritta in collaborazione con Nicole, Perpetnité de la foi de l'Eglise touchant l'Eucharistie (1669, 1672, 1676), che ebbe approvazioni da Clemente IX e da Innocenzo XI.

Poi, per i rigori instaurati contro i giansenisti da Luigi XIV nel 1679, Antoine credette bene rifugiarsi in Olanda, dove alla macchia continuò le sue opere polemiche in favore del giansenismo, spesso anonime, perché potessero facilmente infiltrarsi anche in Francia, come Phantôme du jansénisme (1686); Morale pratique des Jésuites representés en plusieurs histoires arrivés dans toutes les parties du monde (I, 1669; II, 1683); De la calomnie, che apparve nel 1695. Pubblico, con Nicole, La logique de Port-Royal (1662) e, con Lancelot, Grammaire générale et raisonnée (1664).

L'attività di Antoine è quindi molteplice ed animata da una sola idea fissa: la lotta contro i Gesuiti. Poteva diventare un fervido apologista della fede e divenne un impenitente, ostinato apostolo di idee ereticali. Uomo in cui prevalse la ragione sul cuore, predicò un vangelo senza umiltà e senza cuore, e una teoria fredda e rigida come il vetro.

Bibl.: J. Carreyre, s. v. in DSp, I, coll. 88r-88; J. Brucker, s. v. in DThC, I, coll. 1978-83; P. Quennel, Histoire abréale de la vie et des ouvrages de M. A., ecc., Colonia 1695; A. De Meyer, Les premières controverses jansénistes en France (1640-49), Lovanio 1917; J. Laporte, La doctrine de Port-Royal, Parigi 1923; H. Bremond, Histoire du sentiment religieux en France, IV, Parigi 1923, pp. 281-317; IX, ivi 1932, p. 45 sge.; XI, ivi 1933, p. 327 sge.

Benvenuto Matteucci
ARNAYA, Nicolás de. - Scrittore ascetico, n. a Segovia nel 1558, gesuita dal 1571, missionario e più volte superiore nel Messico, m. a Messico nel 1623. Compilò un Compendio de las meditaciones del p. Luis de la Puente (Madrid 16ir), che ebbe molte edizioni in varie lingue. Più personali sono le sue Conferencias espirituales, in forma dialogata ( 3 voll., Siviglia 16171618).

Bibl.: J. Duhr, in DSp, I, col. 890; Sommervogel, I, coll. 538 561; J. E. de Uriarte-M. Lecina, Biblioteca de escritores de la Comp. de Jesús.... de España, I, Madrid 1923, pp. 307-13.

Edmondo Lamalle
ARNDT, Ernst Moritz. - Scrittore tedesco, n. nell'isola di Rügen nel 1769 , m. nel 1860 . Un fanatico amore per la patria e per la libertà, entrambe minacciate da Napoleone, ed una salda fede nel Dio "che non vuole schiavi" e che egli non esita a chiamare "tedesco", sono alla base di tutte le sue opere. Tra esse ricordiamo: Geist der Zeit (parte 1a, Altona 1806; 2a, Londra 1807; 3a, Berlino 1813; 4a, ivi 1818); Kurzer Kathechismus für deutsche Soldaten (Lipsia 1814); e il famoso libello, Der Rhein Deutschlands Strom, nicht Deutschlands Grenze (Lipsia 1813). Diffusissime le sue canzoni di guerra, che gli valsero il titolo di Tirteo tedesco. Notevoli i suoi numerosi canti spirituali nello stile di Fleming.

Bibl.: E. Güisow, E. M. A., u. Stralsund, Stralsund 1922; F. Gundolf, Hutton, Klapstech, A., Heidelberg 1924; H. Petrich, Chorführer unseres Kirchenliedes, IV, E. M. A. und das Kirchenlied, Berlino 1923.

Aldo Manghi
ARNDT, Johann. - Teologo e mistico luterano tedesco, n. a Edderitz (Anhalt) il 27 dic. 1555, m. a Celle (Hannover) l'ir maggio 1621. E noto come uno dei più profondi conoscitori di mistica cattolica

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tra i protestanti. Avviato alla professione di medico, l'abbandonò per dedicarsi con ardore alla teologia, che studiò successivamente a Helmstadt (1576), Wittenberg (1577) e Basilea (1579). Nel 1581 divenne maestro elementare nel suo paese d'origine e, due anni più tardi, pastore a Paderborn.

La sua vasta e multiforme cultura teologica ed ascetica, acquistata in gran parte da sé con la lettura dei maggiori mistici medievali, segnatamente di s. Bernardo, di s. Teresa, del Tauler e del Kempis, ispirarono al suo pensiero un indirizzo accentuatamente cattolico, per cui ebbe non poco a soffrire da parte dei suoi correligionari. Nel 1590 , non avendo aderito al decreto del duca di Anhalt, che proibiva l'uso delle immagini nelle chiese, fu privato del suo ufficio e costretto a lasciare la città di Paderborn. Di questo tempo è la sua prima opera: Iconographia, in cui sostiene la legittimità del culto delle immagini. In seguito divenne pastore a Quedlinburg e a Brunswick.

L'A. fu un ardente propagatore del regno interno di Dio e un precursore della corrente pietista, iniziata dallo Spener (v.). Contro la dottrina della sola giustificazione mediante la fede sostenne la necessità della rinnovazione morale, affermando che la perfezione non può raggiungersi se non spiegando le più alte forze spirituali in una vita di purezza. Tutte le sue opere furono largamente studiate in Germania e fuori. Tra le principali notereme: Auslegung des Katechismus Lutheri; Auslegung des ganzen Psalters; Paradiesgärtlein aller christlichen Tugenden; Vom wahren Christentum. Quest'ultima pubblicazione in quattro volumi fu tradotta in molte lingue emulando quasi quella dell'Imitazione di Cristo.

L'edizione completa delle opere dell'A., curata da J. J. Rembach, comparve in 3 volumi a Lipsia e a Görlitz negli anni 1734-36.

Bibl.: F. Arndt, 7. A., ein biographischer Versuch, Berlino 1838; H. L. Pertz, De 'Johanne Arnobio eiusque libris qui inscribuntur de vero christianismo s, Hannover 1852.

Emamuele Chieftini
ARNIM, Harry Karl Kurb Ediard, conte di. - Diplomatico prussiano, n. a Moitzelfitz (Pomerania) il 3 ott. 1824, m. a Nizza il 19 maggio 1881. Dal 1853 al 1855 fu segretario di legazione a Roma, poi fino al 1858 prestò servizio presso il ministero degli esteri prussiano. Promosso nel 1859 primo consigliere presso l'ambasciata di Prussia a Vienna, dopo due anni di permanenza nella capitale austriaca, fu nominato a rappresentare la corte di Berlino a Lisbona, donde passò nel 1864 a Monaco di Baviera: Nell'ott. della stesso anno fu accreditato quale rappresentante prussiano a Roma, e, durante l'alleanza italo-prussiana del 1866, riuscì con grande abilità ad evitare complicazioni politiche che potevano essere sollevate dalla S. Sede. Nel 1868 l'A. fu riconfermato ministro a Roma in rappresentanza della Confederazione tedesca del Nord. Nel 1870, durante i lavori del XX Concilio ecumenico, l'A. svolse una febbrile attività, incerto però se consigliare, dopo la proclamazione dell'infallibilità pontificia, al proprio governo il suo richiamo da Roma. In ogni modo l'A. rimase, comportandosi in maniera ambigua durante l'occupazione italiana di Roma. Mentre infatti nei circoli romani si spargeva la voce che la Prussia, dietro suggerimenti dell'A., sarebbe intervenuta a Firenze in favore della S. Sede, l'A. il mattino del 19 sett. si era recato dal generale Cadorna, tentando anche di convincere il Papa a cedere senza opporre resistenza. Nominato nel genn. 1872 ambasciatore a Parigi, ebbe ben presto col Bismarck serie divergenze che condussero nel 1874 al suo collocamento a riposo. La rivalità personale tra i due uomini si acui sempre più, finché il Bismarck,
prendendo a pretesto la scomparsa di alcuni documenti diplomatici dall'archivio dell'ambasciata parigina, fece sottoporre l'A. a processo. Esule dapprima in Svizzera ed in Italia, l'A. si spense a Nizza.

Bibl.: Sull'A. a Roma si cf. S. Jacini, Il tramonto del potere temporale nelle relazioni degli ambasciatori austriaci a Roma (18801870), Bari 1931, e P. Balan, Continuazione alla Storia della Chiesa dell'abate Rohrbecher, II, Torino 1886, p. 1018. - Sull'A. in Francia. J. Donterville, Le comte d'A. ambassadeur d'Allemagne en France au lendemain de la guerre de 1870, in La Nouvelle Revue, 65 (1923), pp. 328 sgg. e 66 (1924), pp. 44 sgg.: e sul processo. E. v. Wertheimer, Der Prozess A., in Preussische Jahrbücher, 522 (1930), pp. 117-33, 274-92. Silvio Furlani

ARNIM, Ludwig Achim von. - Scrittore tedesco n. a Berlino il 26 genn. 1781, m. a Wiepersdorf il 21 genn. 1831. Fu una delle figure più in vista del gruppo romantico di Heidelberg e collaborò col Brentano, suo futuro cognato, alla raccolta di canti popolari tedeschi: Des Knaben Wunderborn (Il corno meraviglioso del fanciullo). Romanziere e novellista, più che poeta lirico o drammatico, ha dato in Die Kronenwächter (I custodi della corona) e in Isabella con Ägypten un vivace quadro della vita tedesca all'epoca della Riforma. Interessante è il suo dramma Halle und Jerusalem. Nobile prussiano, e quindi protestante rigido e intransigente, se egli si lascia tentare dai misteri della natura e dell'inconsolo, reagisce al misticismo allora di moda, né segue l'amico del cuore, Brentano, sulla via del cattolicesimo. Fu fondatore, nel 1810, della Società cristiano-tedesca (Christlichdeutsche Tischgesellschaft).

Bibl.: O. Mallon, A. Bibliographie, Berlino 1925; Lavin, Die Heidelberger Romantik, Monaco 1925. Alda Manghi

ARNOBIO il Giovane. - Scrittore cristiano, probabilmente monaco, vissuto a Roma verso la metà del sec. v; forse originario della Gallia. Agli scarsi e incerti dati che abbiamo della sua vita fa riscontro una uguale incertezza sulla sua opera di scrittore, che la critica più recente, soprattutto per merito del benedettino O . Morin, ha cercato di ricostruire. Oltre a dei Commentarii in Psalmos (PL 53, 486 e 552) egli è probabilmente autore di alcune insignificanti Expositiunculae in Evangelium (ed. a cura di G. Morin in Anecdota Maredsolana, III, 3, Maredsous 1903, pp. 129-51) e del Confictus Arnobii catholici cum Serapione Aegyptio (PL 73, 569-80), polemica superficiale contro i monofisiti. Il Morin gli attribuisce anche un Libellus ad Gregorian (ed. a cura di O. Morin, in Etudes, textes, découvertes, I, Maredsous 1913, pp. 383-439), opuscolo già attribuito a Giovanni Crisostomo, nel quale si indica alla dama romana Gregoria la via per ritrovare la felicità della vita coniugale, e il trattato in tre libri Praedestinatus (PL 73, 587-672). L'importanza di queste opere è data dall'atteggiamento in esse preso, soprattutto nei Commentarii e nel Praedestinatus, a proposito della dibattuta questione della grazia e della predestinazione in contrasto più o meno aperto con le idee estreme professate da s. Agostino in polemica contro i pelagiani, specialmente con Giuliano d'Eclano.

Dall'esame del Praedestinatus risulta che A. è piuttosto un semipelagiano, che un pelagiano alla maniera di Giuliano d'Eclano, e che egli presenta, quale credo d'una supposta eresia predestinaziana, una composizione propria destinata a screditare le dottrine sgostiniane. L'atteggiamento spirituale dell'autore dei Commentari ai Salmi non è diverso, sebbene più vicino all'ortodossia, in quanto si riconoscono e deplorano i danni arrecati all'umanità dal peccato originale; costituisce un evidente legame fra le due opere l'alta considerazione che in esse si ha dell'ideale ascetico e della vita continente. Tutto quindi induce a concludere per l'identità dell'autore. Resta il problema di vedere come lo stesso autore abbia potuto, nel Confictus, sottoscrivere alle tesi

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agostiniane. Il Morin pensa che l'autore si sia liberato dalle idee di Pelagio < secondo che l'azione sempre più netta dell'autorità romana..., gliene faceva vedere l'opportunità >.

BibL.: G. Morin, Etudes, textes, découvertes, I, Maredsous 1913, pp. 309-82; M. Monachesi, in Bollettino di Studi storicoreligiosi, 1 (1921), p. 98 sgg.; 2 (1922), p. 18 sgg.; O. Bardenhewer, Geschichte der althirchlichen Literatur, IV, Friburgo in Br. 1924, pp. 693-696; P. Bardy, Le sommoir d'Arius dans le Pradestinatus, in Revue Bénédictine, 40 (1928), pp. 236-61.

Mario Niccoli
ARNOBIO di Sicca, detto il Vecchio. - Scrittore e apologista cristiano, vissuto a Sicca Veneria (oggi el-Zef) nell'Africa Proconsolare agli inizi del sec. iv, m. verso il 327 . Secondo quanto racconta s. Girolamo, A. era un retore (e in tale qualità ebbe anche a discepolo Lattanzio) che, dopo aver combattuto il cristianesimo, si convertì in tarda età, e offrì al vescovo, quale testimonianza della sua conversione, un'opera apologetica, Adversus nationes, da lui composta ca. il 393-305 e a noi pervenuta attraverso un solo codice (ed. a cura di A. Reifferscheid, in CSEL, 4, Vienna 1875, e a cura di C. Marchesi, Torino 1934).

L'opera si compone di 7 libri; gli ultimi capitoli (38-51) del settimo, di compilazione affrettata e disorganica, hanno fatto pensare piuttosto ad un abbozzo, ma la loro autenticità è fuori questione. A. difende il cristianesimo dalle accuse dei pagani (I), risponde a varie obiezioni sull'opera salvifica del Cristo, sugli ultimi destini dell'umanità e sull'essenza del cristianesimo (II), ritorce l'accusa di empietà sui pagani (III-V), mostrando come questi e non i cristiani offendano la divinità con le pratiche del loro culto (VI-VII). A. che pure rivela nella sua opera le più impensate influenze di autori non cristiani, soprattutto dell'epicureismo, mostra una singolare imperizia, per non dire ignoranza, nell'uso del Nuovo, ma soprattutto del Vecchio Testamento, quest'ultimo da lui ripudiato esplicitamente. Per quanto la sua opera non sia, né voglia essere, una esposizione della fede cristiana, le nozioni teologiche vi si rivelano spesso superficiali o contraddittorie, sicché egli è appasso alla posteriore tradizione cristiana come testimone teologico di autorità molto debole. Nonostante questo l'opera di A., per la sua stessa drammaticità ricca di fermenti e di spunti, ha un posto di singolare importanza nella storia della letteratura e del pensiero dell'Africa cristiana e sotto più di un aspetto prelude a quella di s. Agostino.

Per A. Dio è un essere indifferente, che non si commuove nè si vendica; egli non può aver creato l'anima umana, propensa come è al vizio e al peccato; essa è invece opera di divinità inferiori e di per se stessa né mortale né immortale, per quanto capace di conseguire l'immortalità attraverso la pratica delle buone opere. Per A. Cristo è in posizione subordinata rispetto al Padre; in lui coesistono due nature, ma nella Passione sul Golgota è morto solo l'uomo che Cristo portava; la missione salvifica del Figlio di Dio si risolve in una missione d'insegnamento. Da ricordare che per A. gli dèi del paganesimo sono creature di Dio, esseri immateriali e immortali, quasi angeli aventi un carattere speciale.

Bibl.: P. Monceaux, Histoire littéraire de l'Afrique chrétienne, II, Parigi 1902, pp. 135-97; G. Bardenhewer, Geschichte der althirchlichen Literatur, II, 2* ed., Friburgo in Br. 1914, pp. 217-25; G. Wiman, Texthritisho Studien till A., Göteborg 1931; B. Axelson, Texthritisches zu Florus, Minucius Felix und A., Lund 1944; E. Rapisarda, Arnobio, Catania 1946; E. Paratore, in Ricerche Religizze, 18 (1947), pp. 263-72; C. Marchesi, Arnobio, in Idea. 2 (1946), p. 430 sgg.

Mario Niccoli
ARNOLD (ERNOLD) di BONNEVAL: v. arnaldo di BONNEVAL.

ARNOLD, Gottfried. - Teologo protestante, n. ad Annaberg (Sassonia) il 5 sett. 1666, m. a Perleberg il 30 maggio 1714. Fece i suoi studi universitari
a Wittenberg, fu amico di Spener e ne segui il pietismo. Precettore a Dresda, dovette lasciare la carica, perché resosi insopportabile col suo rigorismo. Fu quindi professore di storia a Giessen ed ottenne il titolo di storiografo del re di Prussia. Nel 1700 , avendo, per scrupolo di coscienza, rinunziato a detta carica che lo distraeva troppo, venne nominato predicatore della duchessa di Sassonia-Eisenaich a Alstädt; nel 1705 fu pastore a Werben e nel 1707 a Perleberg.

Fu un grande studioso della Chiesa primitiva, che descrive come un ideale mai superato e di cui traccia la storia nel libro Unpartheysche Kirchen- und Ketzerhistorie, pubblicato a Francoforte in parte nel 1699 e in parte nel 1700, col titolo: Fortsetzung und Erö̈nterung der Unpartheyschen Kirchen- und Ketzerhistorie. In esso l'A. fa l'apologia di quasi tutte le eresie, attribuendo agli ecclesiastici le calamità della Chiesa, senza risparmiare i suoi correligionari. In tal modo suscitò numerose polemiche, di cui si fa eco l'edizione completa dell'opera, pubblicata a Sciaffusa nel 1740-42. Degne di nota sono ancora le opere: Historia et demi/pita theologiae mysticze seu theosophiae arcanae et recauditze (Francoforte 1702) messa all'Indice con decreto del 20 sett. 1706; Die Historie von der Lehre, Leben und Thaten der beyden Apostel und Jünger Christi, Petri und Pauli (Rostock 1708). E pure suo un libro di pietà : Wahre Abbildung des iusvendigen Christentums (Lipsia 1709).

Di animo buono e pio, l'A. sentì profondamente i mistici cattolici, ma non poté liberarsi dai pregiudizi correnti contro la Chiesa ed il papato; vide sempre un'opposizione tra la pietà personale e l'autorità ecclesiastica e in tutti gli eterodossi ravvisò tracce del vero Vangelo e li ritenne come precursori della Riforma.

Bibl.: J. C. Coler, Historia G. Arnobli, Wittenberg 1718; J. G. Walch, Biblioth. Theologica, II, Jena 1757-65, p. 7927; A. Riff, G. A. historien de l'Eglise, Strosburgo 1849; F. Dibelius, G. A., sein Leben und seine Bedeutung für Kirche und Theologie, Berlino 1873; F. Dibelius, s. v. in Realenc. für prot. Theol. a. Kirche. II, ³² ed. di A. Hauck, Lipsia 1897, pp. 122-24; L. Hertling, s. v. in Dflp, I, coll. 890-91. Angelo Audino

ARNOLD, Thomas. - Teologo, storico, politico ed educatore inglese. n. a West Cowes (isola di Wight), il 13 giugno 1795, m. a Fox How (Westanorchend) il 12 giugno 1842. Esercitò notevole influenza sulla gioventù del suo tempo, soprattutto per essere stato rettore della Rugby School. La sua formazione è fondata sulla cultura classica, soprattutto su Euclide ed Aristotele. L'A. voleva che l'educatore fosse tutto compenetrato di spirito cristiano. L'insegnamento religioso, come forza che doveva informare l'uomo, costituiva per lui il fondamento di ogni educazione. Cristo è non solo il redentore, ma l'amico e il maestro. Il maestro, per essere veramente tale, deve possedere alcune qualità interiori come il sentimento della giustizia, l'amore della verità. Nei rapporti con gli scolari, l'A. mostrò comprensione ed amore. La lingua latina e quella greca, nel piano di studi dell'A., costituiscono, per la loro bellezza e forza, le basi del sapere; anche se intendeva che i fanciulli non si accostassero ad autori non sempre morali come Tibullo, Properzio, Giovenale, e a storici come Livio per la non assoluta fedeltà storica. L'amore e l'ammirazione della cultura antica non fece disprezzare all'A. la cultura del suo tempo, che tentò di conciliare con lo spirito delle letterature classiche.

Bibl.: D. Stanley, The life and correspondence of Th. A., s. voll., Londra 1844; I. I. Findlay, A. of Rugby, Cambridge 1897. Nino Sammartano

ARNOLDI, Alberto. - Detto Alberto Fiorentino, scultore, figlio di un tagliapietre lombardo : è ricordato in una novella del Sacchetti. Nel 1351 lavorava sotto la direzione di Francesco Talenti ai finestrati del campanile di Giotto a Firenze; nel 1357-58 la-

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vorava alla Cattedrale. Nel 1361 esegul una Madonna col bambino a rilievo entro la lunetta della porta laterale dell'oratorio della Compagnia del Bigallo; pure sua è la statua della Madonna col Bambino fiancheggiata da due angeli reggicandelabro sull'altare dello stesso oratorio: il gruppo fu commesso nel 1339 e compiuto nel 1364.

Secondo il Sacchetti, A. passò ai servigi del duca di Milano, Galeazzo Visconti : se ne ignora l'anno della morte. Gli è stata giustamente attribuita la serie dei rilievi coi Sacramenti all'esterno del campanile di Giotto. Diretto allievo e seguace di Andrea Pisano, ne interpreta lo stile con plastica energia e con rigore di forme e di composizione quasi geometrico nei rilievi dei Sacramenti, icasticamente espressivi e di sommo interesse iconografico; nelle sculture del Bigallo, di una secchezza un po' metallica, si avvertono influssi dell'Oreagna.

BibL.: J. B. Supino, Le sculture della Laggoria del Bigallo, in Riv. d'Arte, 2 (1904), pp. 210-14; A. Venturi, St. dell'arte ital., IV, Milano 1906, p. 683 sog.: L. Becherucci, I rilievi dei Sacramenti nel Campanile del Duomo di Firenze, in L'Arte, 30 (1927), pp. 214-23. Enzo Carli

ARNOLDI, Bartolomeo. Teologo e filosofo cattolico, n. a Usingen (Nassau) nel 1465, m. a Würzburg nel sett. 1532. Nel 1484 frequentò l'Università di Erfurt; nel 1491 si addottonò e, quale maestro, insegnò
![img-12.jpeg](img-12.jpeg)

Arnoldi, Alberto - Madonna col Bambino. Firenze, Confraternita del Bigallo.
maestro, insegnò parecchi anni filosofia. Tra i suoi allievi annoverò (15011505) Martin Lutero.

Nel 1512 entrò nell'Ordine agostiniano e nel 1514 ottenne la laurea in teologia. Durante la riforma luterana si mantenne fedele alla Chiesa cattolica e ne difese la dottrina con scritti polemici molto apprezzati. Dalla cattedra e dal pulpito insorse contro i novatori, spiegando intensa attività, anche come consigliere di Corrado di Thüngen, suo vescovo, insieme al quale partecipò alla dieta d'Augusta nel 1530.

Scrisse varie opere polemiche, filosofiche e didattiche. Tra le principali ricordiamo: Duo Sermones, primus de Ecclesia Catholica... secundus de matrimonio sacerdotum et monachorum (Erfurt 1523); De fideis prophetii... vitandis (ivi 1525); De praedicatione Evangelli recta et munda (ivi 1525); De merito bonorum operum (ivi 1525); De tribus necessario requisitis... quae sunt gratia, fides et opera (Würzburg 1527); De invocatione et veneratione Sanctorum (ivi 1528), ecc.

BibL.: Ph. Elssius, Encomiasticon Augustinianum, Bruxelles 1654, p. 115; I. J. Kraft, s. v. in Vetzer u. Welte's Kirchenlesihen, I, 1429-37; Hurter, IV, col. 1067; B. Heurtebize, s. v. in DThC., f. col. 1988.

Cezaro Bertola
ARNOLDI, Giovanni. - Gesuita, n. a Warburg (Vestfalia) il 24 giugno 1596, m. martire a Verden il 4 nov. 1631. Entrò nella Compagnia di Gesù nel 1617; ordinato sacerdote lavorò alcuni anni ad Emmerich ed a Bocholt; dal 1627 in poi, fu applicato alle missioni nelle regioni disputate tra cattolici e protestanti, a Falkenhagen e a Quackenburg, in mezzo a non pochi pericoli. Quando nel 1629 la diocesi di Verden fu ricuperata dai cattolici, l'A. vi fu chiamato
ed ebbe la cura di tre parrocchie. Senonché lo sbarco in Germania di Gustavo Adolfo di Svezia (1630) rese questa posizione avanzata pressoché insostenibile. Aggredito e trucidato presso Verden da contadini fanatici, l'A. fu considerato come martire.

BibL.: J. Metzler, P. Johannes A., S. 7., Blutzeuge der norddeutschen Diaspora, Paderborn 1931. Edmondo Lamalle

ARNOLDI, Heinrich. - Scrittore ascetico certosino. N. nel 1407 ad Alfeld (donde l'appellativo de Allevaldia) in Sassonia, fece brillanti studi a Roma ed entrò nella corte pontificia come "corsitanus urbis Romae». Intervenne, in qualità di notaio, al Concilio di Basilea. Entrato verso il 1437 alla certosa di Valle S. Margherita a Basilea, vi fu priore dal 1450 al 1480 ; vi morì il 5 giugno 1487.

Fu devotissimo della Madonna (molti suoi scritti si riferiscono ai dolori di Maria) e di s. Giuseppe. Introdusse nella sua certosa le feste mariane della Presentazione (1470), dell'Immaculata Concezione (1471) e della Compassione (1477), e ne compose gli uffici. Scrisse non meno di 25 opere, notevoli per dottrina e per pierà. Trai suoi scritti stampati ricordiamo: Tractatus de modo perveniendi ad veram et perfectam Dei et proximi dilectionem (1472), ove segue la scuola dei Vittorini (l'opuscolo è attribuito spesso, erroneamente, a Dionisio il Certosino); Contra Turcos spesialis litania (Basilea 1476); De conceptione immaculata virginis Mariae (Anversa 1527). Scrisse anche una cronaca del suo convento, che fu continuata e terminata da M. Stroulin e G. Zimmermann, religiosi dello stesso monastero, e stampata, in Chronique de la chartreuse de Bâle, nella collezione Basler Chroniken (I, Lipsia 1872, pp. 248-303). Varie altre opere rimasero manoscritte (elenco completo in Nicklès, pp. 144147, 152).

BibL.: T. Petreius, Bibliotheca cartusiana, Colonia 1609, p. 124-26; J. A. Fabricius, Bibliotheca latina mediae et infimae aetatis, III, 1. 8. Amburgo 1735, p. 625; C. Nicklès, La chartreuse du Val Sainte-Marguerite à Bâle, Porcentrus 1903; L. Ray, s. v. in DSp. I, col. 892. Anselmo Masters

ARNOLDO di Bohérles. - Monaco cistercense di Bohéries (diocesi di Laon, oggi Soissons), vissuto probabilmente alla fine del sec. xir. Divenne celebre solo quando B. Tissier, l'editore della Bibliotheca Patrum Cisterciensium (t. VI, Bonnefontaine 1664, p. 138), seguito poi da J. Mabillon, dal Migne, ecc., gli attribuì lo Speculum Monachorum, chiamato anche Speculum Bernardi.

Scritto brevissimo (PL 184, 1175-78) ma sostanzioso, "brevis formula sanctae et bonae conversationis", questo sommario di spiritualità (che si rifà espressamente alla Regola di s. Benedetto) dà consigli sulla salmodia, sulla lettura spirituale, sul lavoro manuale, e raccomanda, con particolare insistenza, l'esame di coscienza, la confessione privata e - «summa philosophia» - la meditazione assidua della morte. Grande ne fu l'influsso sull'ambiente monastico posteriore.

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Bibl.: M. Viller, Le Speculum Monachorum et la "Décotion moderne n, in Re