esso Praga. Nel 994-95 fece un viaggio missionario per l'Ungheria, stabilendosi poi nuovamente a Roma (996). Quivi entrò nelle grazie dell'imperatore Ottone III, con cui fece ritorno in patria. Vi trovò tutti i parenti assassinati ; col cuore straziato, si recò da Boleslao Chrobry, duca di Polonia, per dedicarsi alla conversione dei Prussiani. Ma il 23 apr. 997, mentre predicava, fu ucciso presso Tenkitten da un'orda di pagani. Venne sepolto a Gniezno.
Ebbe subito culto di martire. Ottone III, allora a Roma, costrui in suo onore una chiesa sull'isola Tiberina (oggi S. Bartolomeo) e nel rooo andò in pellegrinaggio a Gniezno dove eresse un arcivescovato. Nel 1039 i Cechi asportarono la salma, deponendola nella cattedrale di Praga, ove le reliquie furono ritrovate nel 1880. La sua festa ricorre il 23 apr.
Bibl.: Di A. abbiamo due vite, scritte da contemporanei: la prima dal monaco di S. Alessio, Giovanni Canapario (cf. BHL, n. 37), pubblicata dal Perre in MGH, Script., IV, pp. 581-95; l'altra da Brunone di Querfurt (cf. BHL, n. 38), pubblicata da A. Bielowski in Mon. medii aerei hist. res genus Poloniae illustrantia, I, Cracovia 1874, pp. 183-222. Cf. J. Mabillon, Acta SS. Ord. s. Bened., V, Venezia 1734, pp. 849-69; Acta SS. Aprilis, III, Parigi 1866, pp. 176-207. La Pessio fu pubblicata da A. Kolberg, in Zeitschrift für Geschichte u. Altertumskunde Erndunds, 7 (1879), p. 302 e sgg. Cf. anche H. G. Voigt, Adalbert von Prag, Berlino 1898; U. Berlière, s. v. in DHG, I, coll. 451-52; Martyr. romanum, p. 152. - Per l'iconografia: K. Künste, Iconographie der christl. Kunst, II, Friburgo in Br. 1926, pp. 28-29.
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ADALBERTO III, arcivescovo di Salisburyo. Figlio di Ladislao, duca di Boemia, m. nel 1200. Quando fu eletto arcivescovo era ancora diacono, percio si fece ordinare e consacrare da Ulrico d'Aquileia ( 15 o 16 marzo 1169). Per non aver chiesto l'investitura, ebbe lunghe contese con l'imperatore. Il papa Alessandro III annullò la deposizione di A. decretata dalla dieta di Ratisbona nel 1174 , poi lo citò al suo tribunale ed esaminata la causa l'obbligò a dimettersi (1177). Trasferito il successore Corrado di Wittelsbach a Magonza, A. fu rieletto il 19 sett. 1183; l'imperatore l'approvò e con fu disturbato. Celestino III lo nominò legato apostolico per la sua provincia.
BibL.: G. Allmang, s. v. in DIIG, I, coll. 420-21.
Giovanni Meseguer
ADALBERTO, abate di San Giovanni di TaRouca. - Inviato in Portogallo da s. Bernardo, insieme con altri monaci, sotto la guida dell'abate Boemondo, fondò col suo gruppo il monastero di S. Giovanni di Tarouca, in diocesi di Lamego, del quale fu in un primo tempo priore e poi, alla morte di Boemondo, abate. Molto giovò al monastero la sua fama di santità. Morì nel 1125.
BibL.: Chrys. Enriquez, Fasciculus sanctorum Ordinis Cisterc., I, Bruxelles 1623, p. 267; PL 188, 1681-70; E. Vacandard, Vie de st. Bernard, II, Parigi 1895, pp. 409-10. Giovanni Meseguer
ADALBERTO, monaco e prevosto di Spira. Visse verso la metà del sec. xi. Ci sono rimaste di lui due lettere inviate a Bernoldo di Costanza, nelle quali prende la difesa di papa Gregorio VII. Conosciamo solo la data della sua morte, avvenuta il 5 dic. 1079.
BibL.: Bernoldi Chronicon, in MGH, Script., V, Hannover 1844, pp. 386, 392; PL 148, 1141-80, 1219-30.
Emma Santovito
ADALGARO, santo, arcivescovo di BremA-Amburco. - Prima monaco del monastero di Korvey (Vestfalia), fu scelto da s. Rimberto, arcivescovo di BremaAmburgo, come suo coadiutore e gli successe nell'888. I suoi vent'anni di governo trascorsero molto travagliati dalle questioni interne, a cagione dell'arcivescovo di Colonia, che esigeva la sottomissione della sua diocesi, e dalle invasioni degli Ungheresi e le conseguenti persecuzioni degli ecclesiastici. Prese come suo coadiutore Höger, anch'esso monaco di Korvey. Morì il 9 maggio 909, fu sepolto nella chiesa di S. Michele, ed è onorato il 29 apr.
BibL.: PL 146, 491-95; Adamo di Brema, Gesta Hammaburgensis Ecclesiae Pontificum, in MGH, Script., VII, Hannover 1849, pp. 300-302; A. Taylor, s. v. in DIIG, I, col. 425. Emma Santovito
ADALGERO (Adalgerus o Algerus; secondo B. Pez: Adelher). - Benedettino del monastero, come sembra, d'Augusta in Baviera e, secondo alcuni, anche vescovo; mori nel 964.
Di lui rimane l'Admonitio ad Nonsvindam reclusam, trattato sulle virtù, chiamato perciò anche Liber de studio virtutum.
Nonavinda doveva essere una sua figlia spirituale; per desiderio di lei A. scrisse le sue esortazioni. Tratta della carità, umiltà, obbedienza, continenza, mortificazione, compunzione, orazione, lotta contro le passioni, sofferenza, speranza del perdono di Dio. In particolare raccomanda la lettura della Bibbia: «Quanto quisque in divinis Scripturis assiduus fuerit, tanto ex eis maiorem intelligentiam capiat : sicut terra quanto magia excolitur, tanto amplius frucidlcat n (cap. 13). Avvalors i suoi consigli con testi tratti dalla Regola di s. Benedetto, dalle Vitae Patrum, dalla Historia Tripartita, da s. Agostino e da s. Isidoro, dimostrandosi buon teologo e pieno di discrezione.
Questo trattato ascetico, notevole per ordine ed erudizione, per lo stile chiaro ed elegante, fu pubblicato nel 1721 da Bernardo Pez in Theonurus Anecdotorum nooiss. (II, parte ²ᵃ, pp. 17-50), e riprodotto in PL 134, 915-38.
BibL.: PP. Maurini, Histoire Littéraire de la France, V, 2^{°} ed., Parigi 1866, p. 649; M. Manitius, Gesch. der lat. Liter. des Mittelalts, II, Monaco 1923, pp. 22-23; U. Berlière, L'Aucèse Bénédictine des origines à la fin du XIII e siècle, Parigj 1927, pp. 74 e 170.
Igino Cecchetti
ADALGISO, santo. - Vescovo di Novara. I dittici di questa chiesa gli assegnano 19 anni di episcopato, che dovettero decorrere dall'830 o 831 all'849 o 850 , e lo chiamano "gemma sacerdotum ". I documenti superstiti dell'epoca attestano infatti che fu largamente benefico verso la sua chiesa e che spiegò una notevole attività pastorale.
La sua festa ricorre il 7 ott.; il corpo, deposto nella chiesa di S. Gaudenzio fuorile Mura, distrutta nel 1553 , fu poi portato nell'attuale Duomo, consacrato nel 1590.
BibL.: Carolus Ep. Novaricosis (C. Bescapi), Novaria seu de Ecclesia Novariene libri duo, Novara 1612, pp. 278-87; Acta SS. Octobris, III, Anversa 1770, pp. 945-47; F. Savio, Gli antichi vescovi d'Italia dalle origini al 1500. Il Piemonte, Torino 1899, pp. 240-55.
A. Pietro Frutaz
ADALOALDO, re dei Longobardi. - Figlio di Agilulfo e di Teodolinda, n. nel 602 e battezzato nella Pasqua del 603. L'anno dopo venne proclamato dal padre stesso, a Milano, erede del trono longobardo. Successe infatti ad Agilulfo nel 6150616 e governò sotto la reggenza della madre, dando alla sua politica un indirizzo favorevole alla Chiesa. Nel 625 una rivolta di duchi longobardi lo costrinse a fuggire a Ravenna.
BibL.: Paolo Diacono, Historia Langobardorum, in MGH, Script. Rev. Lang. et Ital. sam. VI-IX, Hannover 1878; G. Romano-A. Solmi, Le invasioni barbariche in Italia (393-888), Milano 1940.
Emma Santovito
ADAM. - Scrittore francese giansenista che si nasconde sotto lo pseudonimo di A. Secondo alcuni (cf. Reusch, II, p. 89o) sarebbe il cappuccino Osmont du Sollier. Ha all'Indice (29 febbr. 1752) l'opera: L'avocat du diable, ou mémoires historiques et critiques sur la vie et sur la légende du pape Grégoire VII, avec des mémoires du même goût sur la Bulle de canonisation de Vincent de Paul, in 3 volumi.
Difende la condotta e l'opposizione dei giansenisti contro due decisioni della Chiesa; la prima di Benedetto XIII, che prescriveva ( 25 sett. 1728) alla Chiesa universale la Messa e l'ufficio in onore di s. Gregorio VII. Nella ⁵ᵃ lezione del Breviario c'erano (e ci sono ancora) le parole: "Contra Henrici imperatoria impios conatus, fortis per monia athletes, impavidus permansit... ac eundem Henricum... fidelium comunione regnoque privavit atque subditos populos fide ei data privavit ". In questi tratti il clero giansenista e gallicano vide un tentativo ultramontano contro i governi, specialmente contro quello francese, e proibì, ricorrendo anche all'autorità del parlamento, la recita di quell'ufficio. I mandati di alcuni vescovi contro l'ordine di Benedetto XIII, furono condannati con vari brevi; e ogni opposizione anche laicale condannata con un breve generale del 19 dic. 1729. La seconda questione derivò dalla bolla di canonizzazione di s. Vincenzo de' Paoli ( 16 giugno 1737). Il passo incriminato era quello dove si diceva che Vincenzo era esaltato da Dio con miracoli in quello stesso tempo in cui i novatori si affaticavano a diffondere in Francia i loro errori, a turbare la pace della Chiesa ed a staccare i fedeli dall'unità con la S. Sede pubblicando miracoli falsi e inventati. I giansenisti vi scorsero una riprovazione dei miracoli, da essi conclamati, avvenuti sulla tomba del diacono François Pâris (v.). L'A. giunse a chiamare s. Vincenzo «un infame delatore e un esecrabile mettimale»; e il parlamento difese la soppressione della bolla, perché con l'esempio di Vincenzo insegnava «il ricorso immediato alla S. Sede, favorendo moti impetuosi... tendenti a risolvere per via di auto-
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rità le contestazioni che avvengono nella Chiesa ". Luigi XV proibl ogni decisione e decreto contro la bolla.
Bint: H. Reusch, Der Index der verbotenen Bücher, II, Bonn 1883, pp. 788-90; Pastor, XV, pp. 618 sge., 759 -60.
Celestino Testore
ADAM, Germano. - N. ad Aleppo, m. il 10 ott. 1809. Vescovo dal 1774, dopo essere stato vicario patriarcale di Acri, nel 1777 fu eletto arcivescovo di Aleppo. Pio VI ( 5 dic. 1787) lo nominò delegato apostolico per i Maroniti nel Sinodo nazionale tenuto nel 1790. La rivista di Aleppo al-Kourbane, 1931, pp. 230 sgg. e 322 sgg. elenca i manoscritti delle opere di A. non tutti editi. La sua dottrina però non è ortodossa e Pio VII, (dopo aver ordinato il 13 febbr. 1802 che egli e i suoi seguaci sottoscrivessero il breve di Pio VI Super soliditatem che condannava il libro di Eylsel sul Papa e la bolla Auctorem fidei del medesimo Pontefice che condannava il Sinodo di Pistoia) proibiva (1816-22) i libri di A. che lodevolmente aveva sottoposti al giudizio della S. Sede. Anche il Sinodo di Qarqafah celebratosi nel 1806, per opera soprattutto di A. (Marai, iv 812 sgg.), venne condannato da Gregorio XVI il 3 giugno 1835, perché in esso, tra l'altro, "con mala fede fu attinto dal già condannato Sinodo di Pistoia ".
Pietro Sfair
ADAM, Jean. - Teologo gesuita francese, n. a Limoges il 28 sett. 1608, religioso nel 1622, m. a Bordeaux il 12 maggio 1684. La sua attività di predicatore e di controversista si svolse principalmente a Parigi (1649-58), a Sedan (1659-71), dove lavorò con il maresciallo Fabert alla conversione dei calvinisti, e finalmente a Bordeaux. Lottò strenuamente contro i calvinisti, specialmente contro i ministri di Charenton, e contro i giansenisti.
Fra le sue opere polemiche, divenute assai rare, si possono ricordare le seguenti : Calvin defluict par soy-mesme et par les armes de s. Augustin (Parigi 1650), in cui si è ravvisato un precursore dell'Histoire des variations di Bossuet; Le tombeau du Zansénisme (Parigi 1654); Réponse à la lettre de Monsieur Daillé, ministre de Charenton (Poitiers 1660); Projet présenté à MM. de la religion prétendue réformée de la ville et souveraineté de Sedan (Poitiers 1663, Parigi 1673); Le triomphe de la très sainte Eucharistie (Sedan 1671; 2a ed., Bordeaux 1672). Anche le altre opere hanno una intenzione polemica: Les passmes de David en lutin et en frangais (Parigi 1651), ad es., si oppongono alle Heures de Port-Royal.
Bibl.: Sommervogel, I, col. 43-47; E. Griselle, Un contro. versiste au XIIIc siècle, le p. 7. A., in Revue du monde catholique, 24 (1909), pp. 386-98, 693-66; id., Le p. A. et les protestants, in Proffls des jésuites au XVIIe siecle, Lilla-Parigi 1911, pp. 35245 e 303 . Edmondo Lamalls
ADAM, Juliette. - Scrittrice francese, n. a Verberie (Oise) il 4 ott. 1836, m. presso Callian (Var), il 24 ag. 1936. Pubblicò alcuni romanzi di non grande valore e di spirito anticlericale; artisticamente, il migliore è Palenne, che, lodato dagli avversari della religione, è pervaso da un senso profondo di empietà. Scrisse, inoltre, racconti di vita campestre e di viaggi, una biografia di Garibaldi, descrizioni dell'assedio di Parigi e della vita politica dopo il 1870 . Fondò anche la Nouvelle Revue con programma repubblicano e letterario. Il suo anticlericalismo si mutò più tardi in pura fede religiosa (1905), che le ispirò il romanzo Chrétienne e lo scritto Rome au Jubilé (1925), e la rese cristiana convinta e attiva.
BibL.: A. Elliot, Madame A., Parigi 1922; M. Cormier, Madame 7. A., ou l'Aurore de la Troisième République, Bordeaux 1934.
Giorgio Calogero
ADAM, Lucien. - N. a Nancy nel 1833, m. in Bretagna nel 1918, magistrato nella Guiana francese e poi in Francia. Editore di varie "arti" (grammatiche) di antichi missionari : Arte de la lengua de los Indios
Boares (1880); Arte y vocab. de la lengua chiquita (1880); Arte de la lengua timuquana (1886); Arte de la lengua de los Indios Antis a Compas. Corredò questa sua attività compilando grammatiche di idiomi americani e scrivendo di glottologia comparata e di linguistica generale.
Benedetto Ginis
ADAM, Melchior. - Erudito calvinista, n. a Grottlau (Slesia) e m. nel 1622 ad Heidelberg, dove insegnava dal 1601. Pubblicò in 4 volumi (1615-20), raccolti poi in uno solo nel 1705, 156 biografie di uomini illustri nei vari rami delle scienze, teologi, filosofi, giureconsulti, medici; la massima parte protestanti e tedeschi.
Sono all'Indice il vol. II : Vitae germanorum Theologorum, qui superiori saeculo ecclesiam Christi voce scriptisque propagarnut et propugnarunt (Decr. 22 apr. 1624) e l'aggiunta ad esso: Decades duae, contineutes vitas theologorum exteriorum principum, qui ecclesiam Christi superiori saeculo propagarnut et propugnarunt (Decr. 9 luglio 1616). Deplorato dagli stessi protestanti, perché s'era limitato ad esaltare soltanto calvinisti, a maggior ragione fu condannato dalla Chiesa per lo spirito partigiano e le opinioni erronee manifestate, che lo fecero sfruttare dal Bayle nel suo diatonario, anch'esso all'Indice.
Bibl.: P. Bayle, Dictionnniro historique et critique, I, 5^{°} ed., Amsterdam 1740, pp. 114-15; F. H. Reuss, Der Indes der verbotenen Bücher, II, Bonn 1885, p. 80.
Celestino Testore
ADAMA (ebr. 'Admâh). - Città della Pentapoli (v.), nominata accanto a Seboim, al confine di Canaan (Gen. 10, 19). Il suo re Sennaab, in coalizione con gli altri re della Pentapoli, fu sconfitto nella valle di Siddim da Codorlahomor, re di Elam, coadiuvato da altri tre re (Gen. 14, 1-9). A. fu distrutta, con le altre città colpevoli, dal cataclisma che colpì Sodoma e Gomorra, nel cui "cerchio "si trovava (Gen. 19, 24; cf. Deut. 29, 23; Os. 11, 8). Angelo Penna
ADAMANNO: v. adAMNANO.
ADAMANZIO : v. ORIGENE.
ADAMI, Adam. - Vescovo benedettino n. a Mülheim nel 1610, m. a Hildesheim nel 1663. Seguì gli studi filosofici all'Università di Colonia e nel 1628 entrò nell'abbazia benedettina di S. Nicola di Brauweiler. Fu rettore del seminario di Colonia e poi priore di S. Giacomo di Magonza. Dopo la battaglia di Nördlingen, durante la guerra dei Trent'anni, fu incaricato di difendere i diritti dei monasteri della Svevia e del Württemberg. Partecipò al Congresso di Vestfalia e, dopo la pace, fu inviato a Roma presso Innocenzo X, da cui ottenne il titolo di vescovo di Hierapolis e, tornato in patria, venne eletto vescovo suffraganeo di Hildesheim. L'opera sua principale è : Arcana pacis Westphalicae, che fu stampata a Francoforte nel 1698.
Bibl.: M. Engelbauer, Historia rei literariae ord. s. Benedicti, III, Augusta-Würzburg 1724, pp. 389-95; F. Jerzèl. A. A. u. seine Arcana pacis Westphalicae, Berlino 1908.
Emma Santovito
ADAMI, Annibale. - Gesuita, n. a Fermo il 13 febbr. 1626, m. a Roma il 16 luglio 1706 o 1707. Assiduo professore di umanità e retorica, lasciò parecchie opere storiche e versioni.
Tra queste: Seminarii Romani Pallas purpurata (Roma, 1659) biografie di 31 cardinali, usciti dal Collegio Romano; La spada d'Orione stellata nel cielo di Morte cioè il valor militare de' più celebri guerrieri de' nostri secoli (Roma 1680).
Bibl.: Sommervogel, I, coll. 47-50; VIII, col. 1570.
Luigi Michelini Tocci.
ADAMI, Giovanni Matteo. - Missionario gesuita e martire, n. a Mazara, Sicilia, nel 1574, m. il 12 ott.
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1633. Di nobile famiglia, condotto a Roma per gli studi, preferi entrare nella Compagnia di Gesù e nel 1602 andò in Giappone. Esiliato a Macao, durante la persecuzione, tornò travestito in Giappone, riprese il suo ministero, ma dopo tre anni fu catturato. Il giudice gli ordinò di fuggire ed egli riprese la via di Macao. Ma riconosparso di nuovo in Giappone, fu preso e condannato: legato ad una trave, col capo in giù, morì dopo cinque giorni di martirio.
Bibs.: L. Papis, Histoire de la Religion Chrétienne au Fapan depuis 1196 inupo'1 1631. Parigi 1869-70; L. Delplace, Le Cathelicisme au fapon, Bruxelles 1909-10. Egliberto Martire
ADAMITI. - Con questo nome si sogliono designare gli aderenti ad alcune dottrine che, a cominciare dal sec. II, vennero via via affiorando nelle varie epoche. Ai giorni nostri, si potrebbe trovare un riscontro nelle teorie dei "nudisti».
S. Epifanio (sec. IV) dà il nome di adamiti o adamiani ad una setta che fa derivare dagli gnostici o basilidiani, mentre Clemente di Alessandria la fa derivare dai carpocraziani, Anastasio Sinaita dai manichei, e Teodoreto la fa derivare da Prodico, donde anche il nome di prodichiani. Nel sec. IV, Sulpicio Severo attribuisce alcune delle loro dottrine ai priscilianisti. Nel sec. XII, nei Paesi Bassi, si parla di nuovo degli A. e del loro capo Tenchelin, smascherato da s. Norberto. Nei secoli xili e xiv ritornano a spuntare in Fiandra e nei paesi limitrofi con i beglaidi o begardi, o fratelli e sorelle del libero Spirito, e coi turlapini. Da questa setta pare provenisse Picardo, che, secondo Enea Silvio Piccolomini, nel sec. xv introdusse in Boemia simili errori, ripristinando il nome di A. Scomparsi dopo la guerra uscita, riapparvero sotto l'imperatore Giuseppe II ( 1780-90 ), ma per poco tempo, e si affacciarono intorno al 1848 nell'impero austriaco.
Non convengono gli autori sulla condotta degli A. Alcuni asseriscono che andavano del tutto nudi, o al più con qualche perizoma; altri che si spogliavano dei vestiti soltanto entrando nei loro conciliaboli; altri ancora, che vi entravano vestiti, e durante l'adunanza si spogliavano, ma spegnendo i lumi. Neppure si conoscono con sicurezza i motivi di questi loro procedimenti. Alcuni dicono che intendevano imitare lo stato di Adamo ed Eva prima della colpa (s. Epifanio); altri asseriscono che pretendevano con tale atto dimostrare che Gesù Cristo ci aveva restituito alla prima innocenza; altri sostengono che con la nudità volevano avvezzar la ragione a vincere la passione, e dimostrare così il dominio della grazia sulla natura.
Bibs.: L. Beausobre, Dissertation sur les Adamites, alla fine dell'Histoire de la guerre des Nussites di J. Lenfant. Amaterdam 1731; G. Bareille, s. v. in DThC, I, coll. 391-92.
Camillo Crivelli
ADAMNANO (Adamnan; lat. Adamnanas, Adomnanas e Adamanus; sembra diminutivo di Adam; erroneo Adamandus), santo. - Monaco irlandese, n. a Drumhome, nel Donegal, tra il 623 e il 625 . Dal 679 al 704 , anno di sua morte, fu abate di Jona (Hy).
Nel 686, per incarico del suo popolo, si recò presso Aldfrid, re della Northumbria, già suo ospite a Jona, e ottenne la restituzione dei prigionieri di guerra, deportati due anni prima dal defunto suo fratello Eghid nell'infausta scorreria contro l'Irlanda: egli stesso li ricondusse in patria. Durante questo ed un secondo soggiorno in Northumbria, nel 688, fece visita a Ceolfrido, abate di Wearmouth e Jarrow (ove viveva Beda), che lo convertì agli usi della Chiesa romana (per il computo della Pasqua e la tonsura). Tornato a Jona, soffrì molto dai suoi monaci, irriducibili agli usi di Roma. Si volse allora ai suoi conna-
zionali d'Irlanda (ove probabilmente, secondo il Gougaud, si recò nel 697, con l'intenzione di concludere anche la sua campagna contro il servizio militare delle donne), riuscendo felicemente a superare gli ostacoli d'un funesto dissenso ormai secolare. S. Egberto (v.) completerà l'opera di A. presso l'intera comunità di Jona. Per il loro eroico apostolato, la pace religiosa fu ristabilita, e la parte più nobile della Chiesa celtica tornò definitivamente nella comunione con Roma.
A. è il più illustre successore di s. Columba, cui era legato da parentela. Beda lo dice vir bonus et sapient, et scientia Scripturarum nobilissime instructus (Hist. eccl., V, 15); Ceolfrido, nella lettera a Naitano, re dei Pitti, ne celebra la prudenza, l'umiltà e la pietà (ibid., V, 21); Alcuiño lo pone tra i proselari putres, morum vitaeque magistri (cf. MGH, Poetne Lat., I, 342). E venerato come santo: commemorazione al 23 sett., giorno della morte; in Scozia si celebre la festa in rito doppio. Patrono della diocesi di Raphoe, è popolare in Irlanda, ove il suo nome si abbrevia anche in Adam. Gli dobbiamo la Vita s. Columbee, prezioso documento storico per la Chiesa scozzese; e il De Locis Sanctis, che Beda reputa legentibus multis utillimum, giungendo a darne un saggio nella stessa Historia eccl. geniis Auglorum (V, 13-17). E la dettagliata relazione del viaggio in Palestina fatta dal vescovo franco Arculfo (v.), "docendo ac dictando", come si esprime Beda, e termina con la pittoresca descrizione del vulcano (lo Stromboli), "qui semper intonat". S. Beda ne estrasse la sua operetta omonima, dalla quale derivò l'opuscolo De situ Hierosolymne urbis atque ipsius Indieeat, divulgato sotto il nome di Eucherio. Così l'opera di A. fu la fonte precipua da cui il medioevo trasse le sue conoscenze sui luoghi santi. Compilò anche un commento a Virgilio, servendosi di altri commenti provenienti dall'Italia.
La notorietà del suo nome gli ha fatto attribuire alcune prescrizioni ecclesiastiche note sotto il titolo di Canones Adamnani (cf. Mansi, XII, 134 sg.). Esiste in irlandese una Visione di A. (Pla Adamndin); ma non è opera sua. Tale invece, sembra la C'áin Adamndin (Oxford 1905), la benefica legge che dispensò le donne dal partecipare alle battaglie (cf. Tacito, Ann. XIV, 35-36), esempio di antico trattato irlandese.
Bibs.: Edizioni; Opera omnia: PL 88, 721-816. Per la Vita s. Columbee, ed. di W. Steven, Dublino 1827, e di J. T. Fowler, Oxford 1804 (cf. BHL, 1886 sg.). - Del De Locis Sanctis ha curato, nel 1898, l'ed. critica F. Geyer per il CSEL di Vienna, XXXIX: Itinera Hierosolymisana avec. IV-VIII (contiene anche gli opuscoli di Beda e di Eucherio).
Studi: J. Mabillon, Acta SS. Ord. s. Bened., sect. III, parte 2*, Parigi 1672, pp. 290-302 (da p. 302 a p. 522, l'opuscolo De Locis Sanctis); Acta SS. Septembris, VI, Anversa 1727, pp. 642-49 (23 sett.); C. Moenderobert, Les Moines d'Occident, V, 3* ed., Parigi 1868, pp. 10-16 (lo dice "immortel honneur de l'Eglise celtique :); C. Plummer, Ven. Bedae Hist. Evcl., II, Oxford 1806, pp. 300-302 e 396 (indice); F. Geyer, A. Abt von Yona, I, Augusta 1895: II, Erlangen 1897; L. Gougaud, Les Chrélientés Critiques, 2r ed., Parigi 1911, pp. 191-93 e passim; M. Manitius, Gesch. der lat. Liter. des Mittelal., I, Monaco 1911, pp. 336-39; G. Brüning, Adamnans - Vita Columbee und ihre Ableitungen, in Zeitschrift für celtische Philologie, 11 (1917), pp. 213-304.
Igino Cecchetti
ADAMO. - Il primo uomo creato da Dio e padre del genere umano.
Sdunano: 1. S. Scrittura. - 2. Letteratura rabbinica. - 3. Archeologia cristiana. - 4. Poesia popolare. - 5. Iconografia. 6. Testamento di A. - 7. Vita di A. ed Eva.
1. S. Scrittura. - Padre del genere umano. Il nome Adhám significa "uomo"; indica sia la specie umana (Gen. 1, 26) sia il primo uomo, progenitore della famiglia umana.
2. L'etimologia di ddhám è incerta. Si scarta oggi quella data da Flavio Giuseppe (Antiq. Iud., I, 1, 2), diventato poi comune, di rosso, perché il primo uomo sarebbe stato formato dalla terra rossa. Alcuni filologi lo fan provenire dal sumero ada-mu "mio padre"; non pochi lo ricollegano al verbo assiro adamu "fare, produrre", o al sabeo
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Adamo ed Eva = Affresco di Masolino nella Cappella Brancacci - Firenze, Chiesa del Carmine.
(fol. Alinari)
adam «servo». La Bibbia connette il nome con ädhämāli "terra» (Gen. 2, 5-7): Adamo sarebbe quindi colui che per la sua origine, la sua esistenza e il suo destino è in relazione con la terra (v. ADAPA).
2. Creazione di A. - Nella Gen. due racconti ci presentano la creazione di A. Secondo il primo (1, 26-31), A. è creato da Dio al sesto giorno, dopo gli animali : è il coronamento della creazione. Dio dice : "Facciamo l'uomo a immagine nostra, a somiglianza nostra» non perché prenda consiglio dalle creature, p. es. dagli angeli, come suppone Origene seguendo Filone (Opific. 24), poiché degli angeli non si parla nel contesto. Non può parlarsi di vestigia di politeismo, escluso da tutto il racconto, caratteristicamente monoteistico. Dio parla a se stesso : l'uso del plurale ( » di moltiplicazione interna diamond ) suppone una pienezza d'essere tale che Dio può deliberare con se stesso. Il mistero della Trinità non è con ciò rivelato, ma certamente ne è la migliore spiegazione (cf. J. Lebreton, Les origines du dogme de la Trinité, ⁴ᵃ ed., Parigi 1919, pp. 507-12). Qui ädhām, sena'articolo, indica la specie umana. Pieno di meraviglia, l'autore ispirato esclama : «Iddio creò l'uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Gen. 1, 27). La formazione dell'uomo è espressa con il verbo bārā usato nelle forme ebraiche qal e nif al per indicare un'azione o un intervento diretto di Dio (v. CREAZIONE).
La somiglianza dell'uomo con Dio è spirituale. Dio è purissimo spirito; e poiché l'uomo solo nella creazione visibile è fatto ad immagine di Dio, quest'immagine è costituita da ciò che essenzialmente distingue l'uomo dagli animali e piante, cioè dalla sua natura razionale e spirituale (v. UOMO).
Il trasformismo (v.), applicato all'uomo, si presenta in senso assoluto (materialistico) o in senso relativo (spiritua-
listico). Il primo nega l'esistenza dell'anima spirituale, spiegando l'uomo con la sola evoluzione nella scala degli esseri; per il secondo, il corpo, prima di essere da Dio informato dell'anima, sarebbe stato lentamente preparato per via di evoluzione sotto l'influsso delle cause seconde. Il testo sacro esclude il trasformismo assoluto e non appoggia il mitigato, anzi moltiplica, si direbbe avvedutamente (cf. v. 27), i dati implicanti l'idea di un intervento diretto e speciale di Dio, e per l'anima e per il corpo. I Padri della Chiesa, non escluso s. Agostino (De Genesi ad litteram, IX, 16-18: PL 34, 404-408) e i teologi hanno sempre insegnato la dottrina della creazione o formazione immediata del corpo dell'uomo. La Commissione Biblica, il 30 giugno 1909, dichiarava che il senso letterale storico non può mettersi in dubbio ove si parla della particolare creazione dell'uomo. "Quanto poi a sapere se di fatto... Dio si è servito del corpo d'un animale per farne il corpo del primo uomo, è questa una questione che risulta non dall'esegesi ma dall'antropologia" (L. Pirot, in DBs., I ed. 64). Ora, "le molteplici ricerche - opportunamente avvertiva Pio XII (AAS, 33 [1941], p. 506; Discorsi e radiomassaggi di S. S. Pio XII, Milano 1942, p. 273) - sia della paleontologia che della biologia e della morfologia su problemi riguardanti le origini dell'uomo, non hanno finora apportato nulla di positivamente chiaro e certo.. Quanto alla cronologia (v.), si ammette facilmente che l'antropologia, per quanto riguarda l'età dell'uomo, richieda fino a decine di millenni; poiché la Bibbia non presenta un sistema cronologico esplicito o almeno completo nei suoi dati, è lecito a ogni cattolico discostarsi, per seri motivi, dalla cronologia che sembra esser presentata dal testo sacro odierno, che assegna all'uman genere un'erà che oscilla tra i 5700 anni (calcolo del testo ebraico) e i 6400 (calcolo della versione alessandrina); cf. R. Köppel, Homo Neandertalensis, in Biblica, 17 (1936), pp. 85-93, e V. Marcozzi, Il Sinanthropus Pekinensis, in La Creiltà Catt., (1942, I), pp. 409-11 (v. EVOLOZOPHISMO; PALEONTOLOGIA).
La frase «maschio e femmina li creò» fa risaltare che Dio ha creato i due sessi. Secondo l'ordine di Dio, le
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piante erano il cibo degli uomini e degli animali domestici (Gen. 1, 29). Tale indicazione è d'indole generale: si vuole presentare solo il primario sostentamento; è evidente che animali carnivori esistevano sin d'allora.
Il secondo racconto di Gen. 2, 3-7, astrae dal tempo, e riguarda unicamente il modo. Si riprende il racconto precedente, arricchendolo di particolari, anche di colorito antropomorfico: "Allora il Signore formò l'uomo - un individuo - con polvere del suolo (o con fango della terra inumidita dalla rugiada) e gli soffio nelle narici (dalle quali si manifesta il respiro) un alito di vita, e con ciò fu l'uomo un'anima vivente ". Col linguaggio antropomorfico del v. 7, si esprime la dottrina di Gen. 1, 26 sg . L'uomo con un atto della volontà divina è creato a immagine e somiglianza di Dio. Il suo soffio vitale infatti viene da Dio, che l'ha infuso nel corpo. L'immaterialità e l'immortalità dell'anima umana ben risulta dal testo nostro, alla luce di altri, come Eccle. 12, 7 (v. ANIMA).
A. fu collocato nel paradiso (v.) terrestre (Gen. 2, 8-17), "un giardino in Eden - regione non ben definita " ad Oriente" (ibid., 2, 8). Il re del creato era però ancor solo. Dio disse: "Non va bene che l'uomo sia solo; gli farò un ausiliare degno di lui" (v. 19) : fu questa Eva. Da A. immerso in un sonno profondo Dio tolse una costola e ne formò una donna. Questa fu condotta ad A., il quale esclamò: "Questa volta è carne della mia carne e ossa delle mie ossa; questa si chiamerà donna (iisâah) perché fu tratta dall'uomo (ii) ". Le origin. stesse del genere umano consacrano il consorzio coniugale e fondano la società sulla famiglia (Gen. 2, 20 sg.).
L'osservazione finale del racconto sacro: "erano ambedue nudi, Adamo e la sua donna, eppure non sentivano vergogna" (Gen. 2, 23), è un fugace accenno all'integrità

(prepr. B. Deprabert)
Abamo ed Eva - La condanna al lavoro. Incisione di Luca da Leida (sec. xvi).
(v.) originale dei protoparenti. Dio creò l'uomo arricchendolo delle proprietà e delle attività che sono proprie della natura corporale e della natura spirituale che lo formano: i sensi, l'intelligenza e la volontà. Ma non si limitò a questi doni naturali; la liberalità divina conferì in più al primo uomo taluni doni indebiti alla natura sua o preternaturali. L'uomo, arricchito di questi doni, a preferenza di qualsiasi creatura aveva il diritto e il dovere di chiamare Dio con il nome di Padre. Ma la bontà di Dio, che lo voleva suo proprio figliuolo adottivo, lo rivestì di un dono superiore a tutti gli altri, la grezia (v.) santifcante. Gen. 1, 26 include anche, virtualmente, la dottrina dell'elevazione del primo uomo allo stato soprannaturale, che avvenne al momento stesso della creazione o dopo (v. Ghistizia originale).
3. Caduta di A. (Gen. 3). - Nel paradiso A. era re del creato, ricco della massima felicità terrestre. Dio però volle sottomettere il progenitore ad una prova. "Mangia di qualunque albero del paradiso - gli intimò - ma dall'albero della scienza del bene e del male non mangiare, perché, in qualsiasi giorno tu ne avrai mangiato, morrai" (Gen. 2, 16-17). Il precetto era rigoroso ma facile ad osservarsi. Satana si accostò ad Eva per farla peccare e indurre poi il marito a cadere nella colpa (Gen. 3, 1-5). Sodotta, "la donna... colse un frutto e ne mangio, e ne diede anche a suo marito al par di lei, ed egli pure ne mangio" (Gen. 3, 6). Fu consumato così il primo peccato e venne distrutta l'armonia della creazione. Peccando, A., come capostipite dell'umanità, nocque non solo a sé ma anche ai suoi discendenti (v. peccato originale).
La punizione (Gen. 3, 8-24) non tardò. Dio venne a chiedere conto ad A. del suo operato e punì la colpa: maledisse il diavolo e il serpente di cui si era servito, scacciò i progenitori dal paradiso verso la terra divenuta avara e straniera, soggetti ormai al dolore e alla morte. A. ebbe, oltre Caino, Abele e Seth, vari figli e figlie (Gen. 4; 5, 4). In Sap. 10, 1, leggiamo che la Sapienza custodi A. anche prima che avesse Eva per compagno, e poi con la penitenza lo trasse fuori dal peccato in cui era caduto. I Padri, da s. Ireneo (Adv. Haer., III, 23: PG 7, 960) a s. Agostino (Epist. 164 ad Exod., 3: PL 33, 711) ritengono che A. espiò la colpa nella penitenza e non ricadde. La Chiesa bizantina l'onora di culto pubblico (festa dei ss. Adamo ed Eva, 19 dic.). Morì a 930 anni (Gen. 3, 5). Secondo leggende antiche fu sepolto presso il paradiso terrestre: è sembrato che s. Girolamo, nella traduzione di Ios. 14, 15 (Volgata) parli di Ebron; molti Padri ritenevano che il corpo d'A. fosse sepolto sotto la rupe del Calvario (Origene, In Matth., 126: PG 13, 1777; s. Atanasio, De passione et cruce Domini, 12: PG, 27, 207; s. Ambrogio, In Lucam, X, 114: PL 15, 1832).
«I dati biblici, messi a confronto - così G. Ricciotti, in Enc. Ital., I, p. 471 - con altre narrazioni delle origini dell'uomo, mostrano questi particolari: 1) l'immediatezza di origine di A., esclusa ogni inframmissione di semidei, eoni o eroi; 2) la regalità dell'uomo nella natura; 3) l'intima correlazione tra l'uomo e la donna; 4) la caduta della prima coppia e dei discendenti». Sul carattere della narrazione biblica, v. GENESI.
4. Il nuovo (o secondo) A. - Nell'atto stesso in cui Dio puniva con rigore il peccato dei protoparenti, la sua misericordia prometteva il Redentore (Gen. 3, 15; v. protovangelo) : è l'annunzio del nuovo A. venturo che avrebbe schiacciato il capo al peccato. Con tale nome il Redentore è ricordato specialmente da s. Paolo in I Cor. 15, 20-22 e 45-49, e in Rom. 3, 12-21.
Dimostrando la nostra futura resurrezione, l'apostolo insegna che dobbiamo aspettarcela non da altri che da Cristo, se a lui, come membra al corpo, restiamo uniti. "Perché come in A. tutti muoiono, così anche in Cristo tutti rivivranno" (I Cor. 15, 21 sg.). Circa il modo della resurrezione, aggiunge: «Così appunto è scritto (Gen. 2,
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(1st. Anderson)
Adamo ed Eva - Aiuto dell' Angelico, Annunciazione (particolare). Madrid, Museo del Prado.
7) : Divenne il primo uomo, A., anima vivente : il novissimo A. spirito vivificante ( π ∨ ε jmath μ α ζ(ρ σ σ ι σ tilde{jmath} ν )). Mentre il primo uomo fu principio di vita naturale, Cristo, ultimando l'opera redentrice con la sua resurrezione, divenne spirito vivificante, dando a quanti a lui si uniscono una vita nuova, perfetta e indistruttibile, coronamento della rigenerazione cristiana. Il primo uomo è anche per antitesi figura di Cristo (Rom. 5, 14) : A. e Cristo hanno dato origine a una posterità : il primo è padre dell'umanità decaduta, Cristo invece dell'umanità rigenerata. Questa dottrina paolina, centrale nell'insegnamento sull'incarnazione di Gesù Cristo e la redenzione, può compendiarsi nella frase di Leone Magno: "Quod cecidit in Adam primo, erigitur in secundo" (PL 54, 168).
5. Tradizioni su A. - Le tradizioni dei popoli più antichi hanno conservato, sull'origine e la caduta del primo uomo, il racconto mosaico più o meno sfigurato. Interessante è il confronto con gli Assiro-Babilonesi (cf. J. Plessis, Babylone et la Bible, in DBs, I, pp. 714-45).
Attorno al racconto laddico si ebbe presto una efflorescenza di leggende giudaiche. Dal sec. I a. C. al III d. C., molte leggende formano l'oggetto principale di vari libri apocrifi, talvolta accresciuti da interpolazioni cristiane. Questa letteratura è riassunta da J. B. Frey, in DBs, I, coll. 10134. Una larga tradizione su A. si trova anche nel Corano.
Nella copiosa fioritura leggendaria, degna di nota è quella, narrata dal libro La caverna dei tesori (libro cristiano del sec. V o vi, in siriaco, che si serve di materiali giudaici anteriori; v. n. 6, Testamento di A.), secondo la quale A., espulso dal paradiso terrestre, depositò in una caverna l'oro, l'incenso e la mirra dei Magi, e vi fu poi sepolto. Noè avrebbe portato nell'area le ossa di A. e il tesoro, che poi furono trasportati al centro della terra o Calvario, il quale le accolse aprendosi in forma di croce. Così il sangue di Cristo Crocefisso purificò il primo uomo dal peccato originale.
Bibl.: Oltre i commenti del Genesi : L. Pirot, Adam et la Bible, in DBs, I, coll. 86-134; X. Le Bachelet, s. v. in DThC, I, coll. 368-86; A. Vitti, Christos Adam, in Biblica, 7 (1926), pp. 121 sge., 270 sge., 384 sge. Per le leggende cf. P. Baldini, in Ricerche religioar, 2 (1926), p. 139.
Vincenzo M. Iacono
2. Letteratura babilonica. - Nei vari midraśim A. viene chiamato "l'uomo primiero" (dááim háriśón) o "primigenio" (qidmáí). Secondo le leggende haggadiche, A. fu creato fin dall'inizio informe (goiém) e, secondo alcuni, non ricevette l'anima umana che al termine dell'opera creativa, mentre secondo altri l'anima fu creata fin dall'inizio perché «lo spirito di Dio si librava» (Gen. 1, 2). Le lettere del suo nome compendiano i quattro punti cardinali : dot{α} v α τ σ λ η̂ (oriente), δ ω̂ σ ι ς (occidente), dot{α} ρ α τ o ς (settentrione), μ ε σ α μ β ρ i α (merzogiorno). La polvere di cui fu formato il corpo di A. fu tolta dal luogo dell'altare; altri vogliono che essa fosse di vari colori e tolta da vari luoghi, affinché ogni parte della terra lo potesse accogliere dopo la morte (Filone, De creat., 47). L'evoluzione di A. avvenne attraverso dodici stadi (numero astrale) : raccolta del substrato materiale, abbozzo informe (goiém), formazione delle membra, dono dell'anima, posizione eretta, conferimento dei nomi alle creature, accoglimento di Eva, ecc. (Sanhedrin, 38 b). I componenti la sua famiglia furono sette (numero sacro) : A. ed Eva, Caino con una sorella, Abele con due sorelle gemelle.
A. ed Eva furono creati addirittura come ventenni. (Num. Rabbá, 12, 10). A. sorto in piedi per la prima volta, guarda verso l'alto e verso il basso, vede la propria statura giungere da un estremo del mondo all'altro e canta, Ps. 104, 24. Il Signore dubita, in vista dei peccati degli uomini, se creare A. o meno; e dubitano pure gli angeli e le virtù; ma prevalgono la carità e la misericordia. Gli angeli voliero adorare A. e perciò il Signore lo immerse in un sonno profondo per significare così che egli era un essere caduca. Secondo un'altra leggenda (nell'Henoch slavo, nel Corano e altrove; cf. Enc. Iud., I, 764) l'arcangelo Michele invita gli angeli ad adorare A. per la sua somiglianza con Dio; tutti obbediscono ad eccezione di Satana, che per punizione viene scagliato dal cielo nell'abisso.
A. fu creato solo per significare che la vita di ogni singolo vale quanto quella di tutto il genere umano ed
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anche affinché un uomo non possa dire all'altro: Il mio ava vale più del tuo (Münöh, Sanhedrln, IV, 5, e altrove). Egli era bello, col tallone lucente, forte come Sansone, alto come Saul, ecc., (Pirgé R. Eliezer, 53), circonciso. Appena cresto, fu introdotto nel Paradiso; il premio precedente cosi le opere buone (Gen. rabbd, 15, 4). Là trovò dieci padiglioni; il più modesto d'oro (B. Batrâ, 75 a) e due distretti: Gan (Giardino) ed Eden. A. visse nel primo; occhio umano non vide mai il secondo (Berakhât, 34 b). Sulle vesti di A. vari sono i pareri. Erano lucenti come perle, come le luci di tante lanterne e lisce come le unghie delle dita delle mani (Gen. rabbd, 20, 29); oppure erano i paludamenti del Sommo Sacerdote che poi passarono in eredità a Set e dopo di lui a Matusalemme (Num. rabbd, 4, 8); una volta ogni 70 anni cavalca a Roma, sulle spalle di uno storpio, un uomo sano con le vesti di A. (Abodâhzard, 11 b ).
Bibl.: W. Bousset, Die Religion des Judentums ins spathelbwist. Zeitalter, 3 ed., Tubings 1926, passim; M. J. bin Gorion, Die Sagen der Juden, Berlino 1935, p. 55 sgg . Eugenio Zolli 3. Ancheologia cristiana. - L'arte cristiana antica creò per prima, tanto nella pittura quanto nella plastica, la scena del peccato dei protoparenti, opponendo le deplorevoli conseguenze del peccato originale alla salvezza operata da Cristo. A. ed Eva, nudi e in vari atteggiamenti, hanno tra loro l'albero e il serpente. Il frutto, se specificato, è il fico o la mela. La scena si ritrova nei vetri, nelle terracotte e in un affresco a Dura-Europo. Fin dall'epoca costantiniana, appare la scena di Dio che consegna ad A. le spighe e ad Eva una pecora, simboli del lavoro, o meglio del cibo: rari gli accenni all'interrogazione o alla cacciata dal paradiso. Presto il ciclo si completa con la scena della creazione, ove A. è steso a terra, mentre Eva viene creata dal Verbo o dalla S.ma Trinità. Gli intenti dogmatici che determinarono la scelta del ciclo sembrano fuori di dubbio. Avori e miniature, fin dal sec. v, offrono maggiore sviluppo: compaiono A. fra gli animali del paradiso, Eva condotta ad A., contrizione, nascondimento e interrogazione, espulsione dal paradiso, nascita di un figlio. Le ampolle di Monza presentano A. ed Eva ai piedi della croce.
Bibl.: A. Breymann, Adana und Ewa in der Kunst des christlichen Altertums, Gorlinga 1693; J. Kirchner, Die Darstellung des ersten Menschenpaares in der bildenden Kunst, Stoccarda 1903; L. Trejo, AAKA und ZOII, Eine Scene der altchristlichen Kunst in ibrem religionsgeschichtlichen Zusammenhange, in Sitzungsberichte der Heidelberger Akademie, phil-hist. Kl., VII, 17 (1916); Wilpers, Sacralogi, passim. Luciano De Bruyne
4. Poesia popolare. - Ha avuto varie ristampe il poemetto intitolato Il fallo originale ossia Adamo cacciato dal Paradiso terrestre, ottave di G. Francesco Tamburini, fra gli Arcadi di Roma Eumco Tritonio (Baroni, Lucca 1831), parto semiletterario e semipopolare.
Bibl.: A. D'Ancona, Saggio di una bibliografia ragionata, Halle 1905.
5. Iconografia. - L'iconografia di A. e di Eva può dirsi definitivamente formata sin dal sec. x. La prima rappresentazione della creazione di Eva si trova su un sarcofago del sec. in della basilica di S. Paolo fuori le mura. Importantissima è quella sulla porta di bronzo di S. Zeno a Verona del sec. xir. La creazione di A. ricorre frequentemente nei manoscritti miniati, i quali servono da modello ai mosaici della basilica di S. Marco a Venezia e a quelli di Monreale. La composizione della scena offre poche varianti: l'Eterno tende un braccio verso A. dandogli vita e, accanto, Eva che nasce dal costato di A., raffigurato dormiente e sdraiato. L'arte funeraria e i mosaici di S. Marco ritraggono l'Eterno nell'atto di modellare la figura di A. Jacopo della Quercia interpretò con drammaticità la creazione dell'uomo, seguito, quanto a concezione generale, da Michelangelo sulla vòlta della cappella Si-
stina; in questi due esempi prevale sulla tradizione iconografica la potente personalità degli artisti.
A. ed Eva, nella scena del peccato originale, si trovano per la prima volta nella seconda catacomba di S. Gennaro a Napoli. La composizione della scena rimarrà invariata per secoli: nel centro un albero da cui si snoda il serpente e ai lati A. ed Eva; talvolta il serpente ha il volto di donna. Nella Genesi di Vienna (sec.v) il serpente non è presente nella scena del peccato.
La scena della cacciata è riportata sul portone di bronzo della chiesa di Hildesheim (sec. xi), ma la prima rappresentazione vivamente e umanamente drammatica e umana è quella di Masaccio nella cappella Brancacci della chiesa del Carmine a Firenze.
La storia di A. e di Eva rimase popolare anche nel Sei e nel Settecento, ma gli artisti di quest'epoca, e soprattutto quelli nordici anche precedenti, come il Cranach, l'Holbein e il Dürer, si limitavano per lo più a rappresentare, insieme o isolatamente, soltanto le figure di A. e di Eva.
Anche in artisti più recenti, come pure nei contemporanci, l'iconografia non ha subito sostanziali modificazioni. - Vedi Tav. XXII.
Bibl.: J. Kirchner, Die Darstellung des Ersten Menschenpaares in der bildenden Kunst, Stoccarda 1903; K. Künste, Ihosographie der Christlichen Kunst, I, Friburgo in Br. 1928, passim; Birgers, s. v. in Reallexikon zur deutschen Kunst, herausg. v. Otto Schmitt, Stoccarda 1937, coll. 126-36; O. Erich, s. v. Adam-Christus, ibid., coll. 157-67. Kurt Rathe
6. Testamento di a. - Apocrifo (del sec. v o vi) di cui restano tre frammenti in siriaco (Patrol. Syriaca, I, 2). Il Testamento di A. era incluso nei manoscritti della compilazione siriaca La caverna dei tesori, ma non risulta se fosse originariamente inquadrato in quest'opera o in un libro intestato ad A.
Il primo frammento, il più importante, mette le singole ore del giorno e della notte in rapporto con gli esseri che lodano il Creatore; per la decima ora del giorno e la settimana della notte è menzionato il rito di mescolare olio e acqua per curare gli ammalati o sofferenti d'insonnia con accenno alla discesa dello Spirito Santo sull'acqua battesimale. Questo « orario» si trova in forma ampliata in manoscritti astrologici greci, che lo attribuiscono al famoso Apollonio di Tiana; è stato pubblicato da F. Nau (Patrol. Syr., I, II, p. 1363 sgg.: ms. di Parigi) e da F. Boll (Catalogus codicum astrologicorum graecorum, VII, p. 177: ms. di Berlino). Sull'importanza di questo scritto nella religione islamica cf. I. Goldziher, in Archio für Religionswissenschaft, 8 (1906), p. 301 sg. Parrebbe - in contrasto con F. Nau - che l'attribuzione dell' «orario» ad Apollonio sia opera di autori bizantini, forse causata da una condanna ecclesiastica del Testamento (o Penitenza?) di A. Secondo Giorgio Sincello (ed. G. Dindorf, I, Bonn 1829, p. 646), Apollonio avrebbe insegnato il regno di Cristo.
Il secondo frammento del Testamento di A. contiene una profezia del regno di Cristo in bocca di A. E evidente dal contenuto che ha rapporti con la Caverna dei tesori e con i libri detti «di A. ".
Il terzo frammento - d'interesse minore - tratta dei nove Ordini degli angeli, ma non è influenzato dagli scritti dello pseudo-Dionigi. Secondo Teofilo Cedreno, I, 41: PG 121, 41, sembra che i frammenti 1 e 2 facessero anche parte di uno scritto intitolato Penitenza di A. che conteneva inoltre rivelazioni sull'angelo della penitenza Uriel, sugli angeli di guardia (Gregora) e sulla penitenza. Le relazioni fra il « Testamento di A. " e la " Penitenza di A. " non sono chiare. Anche i rapporti fra l'Apocalisse di A. citata in una
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notizia marginale al codice C della Epistola Barnabae, 2, 10, ed il Testamento di A. rimangono oscuri (cf. M. R. James, Apocrypha anecdota, Cambridge 1893, p. 145).
Bibl.: E. Renan pubblicò per primo i frammenti sirisci, con le varianti di 4 monoscritti arabi in fournal asiatique, 5 e scr. 2 (1823) pp. 427-71; la sua traduzione francese fu inclusa dal Migne in Dictiono, des Apocryphes, I, Parigi 1836, coll. 289-98; la edizione critica dei tre frammenti sirisci fu fatta da M. Kmosbo, Testamentum patris nostri Adam, in Patrologia Syriaca, I, it (Parigi 1907), pp. 1306-80. - A. Görze, Die Schatzbühle, Uberlieferung und Quellen, Heidelberg 1922, pp. 5, 25, 33; J. B. Frey, s.v. in DBs. I (1928), coll. 117-25. - I testi arabi-etiopici furono pubblicati da C. Bezold, Das arabisch-aethiopische Testamentum Adami, in Orientalische Studien Th. Nöldeke sum 70, Geburtstag genidmet, Giessen 1906, pp. 893-912. Erik Peterson
7. Vita di a. ed Eva. - Libro apocrifo conservato in parecchie lingue. E una disorganica raccolta di tradizioni concernenti A. ed Eva, di origine diversa. Il testo latino s'inizia col racconto della penitenza di A. ed. Eva.
Il tema era noto anche alla letteratura giudaica (cf. H. L. Strack-P. Billerbeck, Kommentar zum Neuen Testament aus Talmud und Midrash, III, Monaco 1926, p. 478; L. Ginzberg, Legends of the Jews, V, Filadelfia 1927, p. 114 ed.) e ai Samaritani (J. A. Montgomery, The Samaritans, Filadelfia 1907, p. 224). Ma la forma della penitenza (A. ed Eva stanno fino al collo nell'acqua) sembra riflettere un uso penitenziale della Chiesa celtica (cf. L. Gougaud, Les chrétientés celtiques, Parigi 1911, p.100; id., Christianity in Celtic Lands, Londra 1932, p. 95 sg.; id., Ascetic Immersion in Devotional and Ascetical Practices of the Middle Age, pp. 159-78); la descrizione della penitenza sarebbe dunque opera di un cristiano. Il testo etiopico dell'apocrifo pare non conosca l'immersione; la conosce però il testo slavo.
Il dialogo del diavolo con A., in cui è raccontata la caduta di Satana (cap. 13 sg.), dev'essere di origine giudaica, perché suppone l'idea della creazione degli angeli secondo l'immagine di Dio, credenza giudaica combattuta dai Padri della Chiesa. I capp. 18-24 costituiscono un brano separato che tratta del parto di Eva. I capp. 25-28 contengono il ratto al paradiso e la preghiera di A. Il testo deve provenire da fonte ebraica (cap. 29 "paradisus iustitiae", cioè "per i giusti" [Enoch 50, 23 e 60, 8]). Di A. si dice che "figurazione cordis et corporis mei factus es" (testo latino, presso Mosley, p. 136, 9). La preghiera di Adamo è il punto culminante dell'opera. Segue (Mosley, p. 136, 22 sgg.) una profezia di A., che non è motivata con l'ascensione al paradiso, ma col cibo dell'albero della conoscenza: l'apocalisse è forse antica, ma non ha niente che fare con le apocalissi gnostiche d'A., menzionate da Epifanio, Haer., 26, 8, 1 (ed. Holl, I, p. 284, 13).
Col cap. 30 comincia il testo che parla dell'olio per curare la malattia di A. L'identificazione dell' "albero della vita" con l'olivo non sembra trovarsi altrove nella letteratura giudaica; solo l'Enoch slavo, 8 (rec. B) identifica l'albero della conoscenza con l'olivo. Si tratta dunque probabilmente di un testo cristiano. Il cap. 39,