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oncelli (A. Luzio, Il processo Pellico-Maroncelli, Milano 1903, p. 446) si divideva per chiese presiedute da vescovi.

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(fol. Andersen)

AdeLfia - Sarcofago di A. (metà del sec. iv d. C.) - Siracusa, Museo Nazionale.

La società si diffuse in ogni paese d'Europa, ed in Italia, specialmente in Piemonte, dopo la caduta di Napoleone. Nel 1818 i suoi adepti presero il nome di Sublimi Maestri Perfetti, e furono il lievito ed il segreto legame di tutte le altre sètte. Diedero anche origine ai Federati. A. e Federati formarono un Comitato di collegamento e d'intesa, che risiedeva a Ginevra e faceva capo al Grande Firmamento di Parigi. Anima del Comitato di Ginevra fu, per l'Italia, il fuoruscito Filippo Buonarroti. Da Ginevra fu promossa la ripresa delle società segrete italiane dopo il fallimento dei moti del 1820-21. Gli A. penetrarono nella Carboneria, ma non vi si confusero. Secondo I. Rinieri (Della vita di Silvio Pellico, Torino 1899, pp. 17-18) la società degli A. non sarebbe che un prestanome della Carboneria; ma non è nel vero. Gli A. compaiono nei processi contro i Carbonari del 1821 (Luizio, op. cit., pp. 446-504). Secondo il duca di Modena tutte le società segrete liberali non sarebbero state che una sola società, che mutava nome per evitare di incappare in corpo nelle mani della giustizia, che le perseguitava.

BibL.: G. Dito, Massoneria, Carboneria ed altre Societa Segrete nella storia del Risorgimento italiano, Torino 1905, pp. 329331; A. Bersano, A., Federati e Carbonari, in Atti d. Soc. d. Sc. di Torino, 45 (1910), pp. 409-30; E. Michel, s. v. in Diz. d. Risorg. Nasc., I. Milano 1931, pp. 7-8. Luigi Berra

ADELFIA. - Nella catacomba di S. Giovanni di Siracusa si è trovato uno splendido sarcofago che in un riquadro del coperchio porta scritto (h)ic Adelfia c(larissima) f(emina) posita conpar Baleri comitis (s qui è sepolta A., donna chiarissima, moglie del conte Valerio 4). Il sarcofago è la più bella opera d'arte paleocristiana che ci resti in Sicilia, tutto ornato di bassorilievi mirabilmente conservati (ciò nonostante il Cavallari durò fatica a salvarlo da un totale restauro). Al centro della cassa sono effigiati in una conchiglia due sposi, apparentemente Valerio e A. Molto interessanti nella parte sinistra del coperchio due scene enigmatiche su cui si è molto discusso.

Il sarcofago sembra provenire da un'officina romana ed è da attribuirsi alla metà ca. del sec. Iv; il coperchio non è certo suo e deve essere alquanto posteriore. Intorno alla prima metà del sec. vi, l'uno e l'altro furono riadoperati per la sepoltura di A.

BibL.: G. R. De Rossi, in Bulleti, di ancheol. crist., 2^{°} serie, 3 (1872), p. 81; E. Leblant, in Revue archéologique, 34 (1877),
p. 353; R. Garrucci, Storia dell'arte cristiana, V. Prato 1879, p. 94 e tav. 365 1; G. Führer, Forschungen zur Sicilia Satterranen, Monaco 1807, pp. 20 e 131; Wilpert, Sarcofagi, I, p. 102 e II, p. 350, tav. 92. Antonio Ferrua

ADELHAUSEN. - Monastero di Domenicane e centro mistico presso Friburgo in Brisgovia. La comunità di beghine, ivi esistente dal 1232, fu dichiarata il 12 dic. 1234 dal vescovo Enrico I di Costanza esente dalla parrocchia e retta dalla regola di s. Agostino e dalle costituzioni domenicane. Innocenzo IV, il 19 luglio 1245 e il 18 maggio 1249, incorporò il monastero all'Ordine domenicano. S. Alberto Magno lo visitò e consacrò la chiesa sotto il titolo dell'Annunziazione nel 1263. Nei secc. xiri e xiv A. fu uno dei centri della mistica germanica e domenicana, descritta in parte dalla cronaca conventuale di Anna von Munzingen (1318), pubblicata dal König, di cui Matilde Tuschelin, Elisabetta di Neustadt, Adelaide di Breisach e Agnese di Nordera sono le protagoniste.

Dopo l'incendio del 1410, il nota cronista domenicano Giovanni Meyer introdusse (1485) la vita d'osservanza nel monastero. In seguito alle devastazioni causate dai Francesi nel 1677, il monastero fu trasferito dal suburbio nella città e riunito con le case di S. Caterina, S. Agnese ed altre. Nel 1806 fu trasformato dal governo del Baden in istituto di educazione e nel 1867, malgrado la protesta dei cattolici, sopravvoso.

BibL.: E. König, in Freiburger Diöcesan-Archiv, 13 (1880), pp. 153-236; E. Krebs, s.v. in LThK I, col. 96; Autori vari, in Quellen u. Forschungen z. Gesch. d. Dominikanerordens in Deutschland, 3 (Lipsia 1908), p. 115 sgg.; 11 (ivi 1916) e 23 (ivi 1927), passim; 24 (ivi 1928), p. 47 sg.; 27 (ivi 1931), p. 76. Cf. H. Wilms, Das älteste Verzeichnis der deutschen Dominikanerinnenhb̈bter, Lipsia 1928, p. 47 sg. Angelo Walz

ADELMANN, Bernhard von Adelmannsfelden. - Umanista, canonico di Eichstätt, n. ca. il 1457 forse a Schechingen, m. il 16 dic. 1523. Studiò ad Heidelberg, Basilea e Ferrara. Nel 1472 ebbe un canonicato ad Eichstätt, che però occupò solo nel 1486; un altro ne ottenne ad Augusta nel 1498.

Fu seguace di Erasmo e fautore di Reuchlin nella questione dei libri giudaici. Seguì Lutero, appena questi cominciò ad affermarsi.

Quando G. Eck osservò che "soltanto alcuni canonici ignoranti stavano per Lutero ", A. insieme con Ecolampadio gli oppose uno scritto Canonici indocti Lutherani presto tradotto in tedesco. Con ragione quindi Eck nel promulgare la bolla Evarge, Domine ( 15 giugno 1520) che condannava gli errori luterani, indicò A. tra i sei che

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dovevano ritrattarsi entro 60 giorni, pena la scomunica (ag. 1520). A. dopo forte esitazione fu il primo a sottomettersi (nov. 1520); non del tutto convinto però, perché continuò anche in seguito a parteggiare segretamente per Lutero.

Biel.: F. S. Thurnhofer, B. d. 200 d., Friburgo in Br. 1900; Pastor, IV, i, pp. 263-65. Ireneo Daniele

ADELMANNO, vescovo di Brescia. - Non conosciamo né il luogo né la data della sua nascita. Disce. polo prediletto di Fulberto (v.), nella famosa scuola di Chartres, ebbe a compagno Berengario di Tours, verso il quale nutri sempre affetto e pietà. Gli scrisse infatti due lettere per distoglierlo dai suoi errori; di esse ci rimane solo la seconda, e non intera (PL 143, 1290) in cui gli espone splendidamente la dottrina cattolica intorno alla Eucaristia. Di A. abbiamo anche i Rythmi Alphabetici, specie di elegia a ricordo dei suoi maestri e specialmente di Fulberto (PL 143, 1295-98). Fu eletto vescovo di Brescia, tra il 1048 e il 1050 , e vi spiegò uno zelo solerte per la riforma del clero simoniaco e concubinario. Morì nel ro6r ca. e fu sepolto nella basilica dei SS. Faustino e Giovita a Brescia.

BinL: S. Balau, Les sources de l'histoire de Liège au moyen âge, Bruxelles 1903; M. Manitius, Gesch. der lateinische Literat. des Mittelalters, II, Monaco 1923, p. 558 sgg.; U. Berlière, s. v. in DHG, I, col. 530; L. C. Ramirez, La controversia eucaristica del siglo XI, Bogotá 1940, pp. 19-40 (cenno alla dottrina euc. di A).

Cesare Berrola
ADELOFAGL. - Dal greco dot{α} δ dot{η} λ α α_{ι}-varphi α γ ε i v, " mangiare di nascosto»: seguaci di una setta cristiana di cui rimangono solo poche notizie. Gli a., dall'interpretazione di alcuni testi biblici, erano venuti alla conclusione che un cristiano non dovesse mangiare alla vista di altri. E incerto se a questa stravaganza aggiungessero errori trinitari. Lo nega il Praedestinatus (v. arnobio il giovane); lo afferma il Filastrio (De haeres., LXXXVI; PL 12, 1198) il quale asserisce: «Hi de Patre et Filio bene sentiunt; de Spiritu autem non bene accipiunt, creatum credentes esse et factum Sanctum Spiritum, non Deum, sicut Scripturae nuntiant, et Ecclesia Catholica praedicat».

BinL: V. Ernoni, s. v. in DHG, I, coll. 530-31.
Angelo Audino
ADEMARO di Chabannes. - Benedictino e cronista francese, n. a Chabannes, presso Angoulême, ca. il 988 , m. a Gerusalemme nel 1034. Si fece monaco nell'abbazia di Saint-Cybard presso Angoulême, dove acquistò una vasta cultura. Ca. il 1029 scrisse una interessantissima lettera sull'apostolato di a. Marsiale, affermando che questo santo (patrono dell'Aquitania e dell'abbazia di Limoges, con la quale A. ebbe stretti vincoli di amicizia, tanto da esser ritenuto monaco di questa abbazia invece che di quella di SaintCybard) era uno dei 72 discepoli del Signore: affermazione che A. difese anche in parecchi concili e sinodi.

Una sua cronaca sulla storia dell'Aquitania è lavoro personale soltanto dal cap. 160 del libro III (ossia dall'anno 830), mentre la parte precedente non è che compendio di cronache preesistenti. Di grande valore è ancora un suo elenco degli abati di S. Marsiale a Limoges dall'anno 848. Delle sue prediche e poesie sono conservati gli autografi, editi solo parzialmente.

BinL: Edizione delle opere in PL 141, 9-124; Epistola de apostolato s. Martialis, ibid., 89-112; Cronaca, in MGH, Script., IV, Hannover 1841, pp. 113-48, ristampata in PL 141, 19-80; J. Chavanon, Adémar de Chabannes, Chronique... (Collection de textes pour servir à l'enseignement de l'histoire), Parigi 1897; Commentaratio Abbatum Lenuovicens.: PL, ibid., 79-86.

Per i manuscritti: L. Delisle, Notica sur les manuscrits arigineux d'Adémar de Chabannes, in Notices et extraits des manuscrits, 35 (1896, I), pp. 241-358.

Per la persona: M. Manitius, Gesch. der lat. Liter. des Mittelalters, II, II, Monaco 1923, soprattutto pp. 284-94; W. Wattenbach-R. Holtzmann, Deutschlands Geschichtsquellen im Mittelalter. Deutsche Kaiserzeit, I, II, Berlino 1939, pp. 319-11.

Cesario van Huls

ADEMARO di Monteil. - Vescovo di Le Puy, n. nella prima metà del sec. xi. Fu prima cavaliere, poi entrò nel clero e verso il ro6r divenne vescovo di Le Puy. Partecipò al Concilio di Clermont e fu nominato da Urbano II legato apostolico alla prima crociata. Partì per la Terra Santa con l'armata comandata da Raimondo conte di Tolosa. Prese parte a molte spedizioni e cercò in tutti i modi di conservare alla crociata il suo carattere religioso e di mantenerla sul cammino del Santo Sepolcro. Morì di peste ad Antiochia il 10 ag. 1098. Alberico di Trois-Fontaines gli attribuiva la Salve Regina (MGH, Scriptores, XXIII, p. 828). Il Tasso lo include nella Gerusalemme Liberata, Canti I, II, xviri.

BinL.: Gallia Christiana, II. Parigi 1720, pp. 701-703; L. Bréhier, s. v. in DHG, I, coll. 552-55. Emma Santovito

ADEMOLLO, Luigi e Carlo. - Luigi, pittore, n. a Milano il 30 apr. 1764, m. a Firenze l'ri febbr. 1839. Iniziati gli studi artistici all'Accademia di Belle Arti di Milano, nel 1782 andò a Roma dove aderì alle teorie accademiche allora dominanti; fissò poi a Firenze la sua dimora.

Lasciò opere sacre e profane a Firenze (Cappella terrena e Galleria Palatina a Palazzo Pitti, Storie della vita di David alla S.ma Annunziata); a Lucca; nel Duomo di Livorno e di Arezzo; in vari palazzi privati a Siena; nella Collegiata di S. Maria a Monte, dove oltre alla Passione di Cristo gli viene attribuita la decorazione del soffitto con la Visione di S. Giovanni Evangelista.

Carlo, suo nipote, (Firenze 1825-1911) studiò all'Accademia di Belle Arti col Bezzuoli (v.). Fu buon ritrattista e per i suoi soggetti s'ispirò ai più notevoli fatti storici del Risorgimento italiano.

BinL.: A. Ademollo, Gli spettacoli dell'antica Roma, Firenze 1875; H., s. v. in Thieme-Becker, I, p. 82; A. M. Comanducci, I pittori dell'Ottorente, Milano 1936. Maria Donati

ADEN. - Dal 1937 colonia della Corona inglese. E costituita dalla vera e propria penisola ( 194 kmq . con 50 mila abit.) e dal protettorato omonimo, sulla contigua costa NO dell'Arabia, dai confini indefiniti (ro-15 mila kmq., con 100.000 ab.), ma nel quale si comprende talora tutto lo Hadramaut, ossia il territorio prospiciente il Golfo di Aden ( 150.000 kmq ., 150-200 mila ab., riuniti in diversi sultanati). Da Aden dipende anche l'isolotto di Perim ( 13 kmq . e 1700 ab.). A. è porto commerciale e militare per il controllo del Bab-el-Mandeb, sulla via dell'India. La città conta 32.000 ab., per lo più maomettani; è grande mercato pel traffico fra l'Arabia, l'Etiopia e il Golfo Persico. (Per le Missioni v. arabia). Giuseppe Caraci

ADENULFO (ATENULFO). - Arcivescovo di Capua, m. prima del 1059. Resso la sede arcivescovile dal 1008 al 1058. Durante questo tempo ebbe a soffrire le prepotenze del principe Pandolfo II da cui, una volta, fu anche imprigionato e liberato poi dall'imperatore Corrado II. Nel 1032 consacrò il vescovo di Sessa e nel 1044 quello di Atina.

Eopera sua l'Epistola in passionem beatissimi Marci Atinae civitatis episcopi e in Panto Sanctarum Martyrum Atinensium Nicandri et Marcians, ambedue pubblicate dall'Ughelli.

BinL.: Ughelli, VI, coll. 408-18, 419-22; Chronica Sacri Monasterii Casinensi, in L. Muratori, Rev. Ital. Script. IV, Milano 1723, p. 382; Mezzuchelli, I, p. 138. Emma Santovito

ADENULFO (Adinolfo). - Abate di S. Paolo in Roma, m. l'8 sett. 1322. Fu consigliere di Roberto re di Napoli e godette anche grande considerazione presso il senato romano. Fu molto malvisto dai Colonnesi che cercarono di metterlo in cattiva luce presso la corte papale di Avignone e occuparono il castello di Riano che era proprietà del monastero di S. Paolo. Si conservano varie sue lettere indirizzate a papa Giovan-

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(da Serafini, Monste e Iisile Pontifcits)
Adeopato I - Sigillo di A. I.
ni XXII, a re Roberto e a diversi cardinali per affari riguardanti il suo monastero.

Bibl.: N. M. Nicolai, Della Basilica di S. Pietro, Roma 1815. p. 50; G. F. Gamurrini, Documenti dal Cad. dell' Angelica D, 8, 17. in Arch. d. Soc. Rom. di storia patria, 10 (1887), pp. 173-202; I. Schuster, La basilica e il monastero di S. Paolo fuori le mura. Note storiche. Torino 1934, pp. 149-52. Emma Santovito

ADEODATO. - Figlio naturale di s. Agostino, n. ca. il 372 dalla illecita relazione di lui, non ancora battezzato e solo diciassettenne, con una giovane, dalla quale non si separerà che a Milano. Essa tornerà a Tagaste e si chiuderà per espiare in una comunità religiosa. Agostino chiamava A. «il figlio del suo peccato" (Confess., IX, 6); però nella sua gioia per quella nascita gli diede il nome di A., cioè «dono di Dio». Della vita di lui sappiamo ben poco; seguì il padre a Roma, a Milano, a Cassiciaco, e con lui ricevette il battesimo da s. Ambrogio. Le doti e la perspicacia del suo ingegno riempivano di fierezza, ma anche di terrore Agostino (ibid.), il quale lo fa intervenire a discutere nei dialoghi, che ci ha lasciato, scritti in quel tempo, attribuendogli anche una parte importante; ad es. nel De vita beata, in cui si cerca di scoprire il segreto della felicità, e meglio ancora nel De Magistro, dove si parla del linguaggio e della sua relazione con la parola esteriore e più con la verità interiore, il Verbo. A. mori giovane, pare a diciassette anni, lasciando nel cuore di Agostino un ricordo che non si cancellò mai più.

Bibl.: S. Agostino parla di A. nelle seguenti opere: Confessiones, IX, 6; PL 32, 789; De vita beata: PL 32, 959-76; De Magistro: PL 32, 1193-1222. - Cf. anche B. Poujoulat, Hist. de i. Augustin, sa vie, ses quares, son siècle, influence de son génie, 7^{°} ed., Parigi 1886.

Celestino Testore
ADEODATO (scultore) : v. GRUMONTE.
ADEODATO da Fano. - Frate minore cappuccino della provincia delle Marche; prese l'abito il 5 ott. 1805 e più tardi si recò come missionario apostolico nelle Indie Orientali; lavorò per quindici anni a Delhi, ove morì il 18 ott. 1837. Tradusse in lingua urdu le istruzioni catechistiche del p. Pietro M. Ferreri.

Bibl. G. da Fermo, Gli scrittori cappuccini delle Marche e le lioro opere edite ed inedite, Iesi 1928, p. 1; C. da Terzorio, Le missioni dei Minori Cappuccini, IX, Roma 1935, p. 266. Melchiorre da Pobladura

ADEODATO I (Deusdedit), PAPA, santo. - Romano, figlio del suddiacono Stefano, faceva parte da quarant'anni del clero romano, allorché successe a Bonifacio IV dopo quattro mesi di sede vacante e fu consacrato il 19 ott. 615. Accolse in Roma il patrizio e cubiculario Eleutero, mandato dall'imperatore Eraclio a Ravenna per vendicarvi l'uccisione dell'esarca Giovanni e a Napoli per espellerne il ribelle tiranno Giovanni di Compsa. Durante il suo pontificato, Roma, tranquilla politicamente, fu devastata dal terremoto (ag. 618), cui tenne dietro gravissima pestilenza. Il Pontefice ebbe, ma per poco tempo, campo di esercitarvi la sua carità.

La leggenda racconta che guarisse gli appestati ba-
ciandone le piaghe nauseanti. Rinnovò, estendendola a tutte le chiese di Roma, la costituzione di Leone Magno che ordinava di celebrare "una seconda messa " in ciascuna basilica. L'espressione è oscura: il Duchesne l'interpreta come l'ordine di celebrare uffici liturgici alla sera oltre quelli eucaristici del mattino. Per primo aveva stabilito una speciale erogazione d'argento senza trattenute (rogam unam integram) a ciascun chierico di Roma in occasione dei suoi funerali. Fu sepolto in Vaticano, e Onorio pose sulla sua tomba un'epigrafe in distici latini. Benché nessun martirologio antico segni il suo nome, la Chiesa lo festeggia come santo l'8 nov. Le decertali attribuitegli sono spurie. Invece possediamo di lui il più antico sigillo papale che si conosca: una lastrina cilindrica di piombo che in una faccia porta il Buon Pastore con la sigla dell'alfa e omega e nell'altra la scritta: Deusdedit Papa.

Bibl.: Liber Pontificalis, ed. L. Duchesne, I, Parigi 1886, pp. 319-20; C. Serafini, Le monete e le balle plundere pontifcce del Medagliere Vaticano, I, Milano 1910, p. 1, tav. A. 1; R. Agrain, in A. Fliche e V. Martin, Storia della Chiesa, trad. ital., V, Torino [1943], p. 410 sgg.

ADEODATO II (o I), papa. - Romano, ebbe la tiara nel 672 , m. nel 676 . Figlio di Gioviniano, successe a s. Vitaliano. Eletto, forse, poco dopo la morte di lui ( 27 genn. 672 ), dovette attendere per oltre due mesi la conferma imperiale prima d'essere consacrato (11 apr. 672 ).

Resse la Chiesa quattro anni, due mesi e cinque giorni. Il Liber Pontificalis narra poche cose di lui e non tutte esatte e piuttosto generiche. Aumento le elargizioni che i papi solevano fare. Era stato monaco nel monastero benedettino di S. Erasmo sul Celio: si comprende quindi perché, divenuto papa, l'abbia ingrandito, abbellito e arricchito. Restaurò inoltre la chiesa di S. Pietro al Campo di Merlo sulla via Portuense, tra Ponte Galera e la Magliana: ne furono trovate le rovine negli scavi del 1858 . Gli sono attribuiti due documenti: una lettera ad Adriano abate dai SS. Pietro e Paolo di Canterbury per confermare l'esenzione di quel monastero, ed una lettera ai vescovi delle Gallie per notificare loro i privilegi concessi al monastero di S. Martino di Tours. L'autenticità di quest'ultima fu messa in dubbio, ma sull'autorità del Mabillon (De re diplomatica, I, 3^{°} ed., Napoli 1789, cap. 3, § 9) si può accettare. E il primo Papa che data la corrispondenza dall'anno del suo pontificato. Qualche martirologio ne segna il nome al 26 giugno: tuttavia i Bollandisti provano che egli non ebbe mai culto nella Chiesa.

Bibl.: Jaffé-Wattenbach, I, p. 237; Liber Pontificalis, ed. L. Duchesne, I, Parigi 1886, p. 346 ; F. Camobrecco, Il monastero di S. Erasmo sul Monte Celio, in Arch. d. Soc. Rom. di storia patria, 28 (1905), p. 265 sgg.; Fr. Kehr, Italia Pontificia, I, Berlino 1906, pp. 43 e 176.

- ADESTE, FIDELES». - Delizioso canto rimato, in cui si narra la visita dei pastori al neonato Salvatore e si invitano i fedeli ad accorrere a Betlemme per adorare il Verbo fatto carne sotto le sembianze di un bimbo. Si canta nel tempo di Natale. E di origine irlandese, del sec. XVII, attribuito, senza fondamento alcuno, a s. Bonaventura. Qualche tratto parrebbe tolto da un graduale cistercense più antico (sec. xv o xvi); e la melodia da un canto marinaro portoghese. L'abate de Borderies, esiliato in Inghilterra durante la Rivoluzione francese, ne riportò in Francia la 1^{°} strofa e compose le altre tre: En grege relicto, Aeterni parentis, e Pro nobis egenum. Tornato in Francia ed eletto vescovo di Versailles, introdusse il canto nel vesperale della sua diocesi, donde si diffuse in tutta la Francia e in molte altre nazioni.

Bibl.: J. Julias, s. v. in Dictionary of Hymnology, ²² ed., Londra 1907; A. Molien, La Prière de l'Eglise, II, Parigi 1924, p. 151 .

Celestino Testore

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ADHÉMAR (ademaro) DE MONTEIL, pamiGlia. - Originaria del Delfinato e risalente fino al sec. viII, fu resa illustre da molte personalità ecclesiastiche delle quali si ricordano :

Alemaro, vescovo di Le Puy (v.).
Guglielmo, nel 1482 vescovo di Saint-Paul-TroisChâteaux e nel 1483 rettore del Contado Venassino, m. nel 1516.

Francesco, vescovo di Saint-Paul-Trois-Châteaux (1630), e poi arcivescovo di Arles (1643), n. a Grignan nel 1603, m. in Arles nel 1689. Popolarissimo per la sua carità e per il suo zelo apostolico, fu amico gradito a Luigi XIV e al Mazarino per la sua opera di pacificazione e di equilibrato governo durante la Fronda. "Beau patriarche" lo chiamava la sua parente Mme de Sévigné.

Giacomo, fratello del precedente, vescovo di Saint-Paul-Trois-Châteaux (1643) e poi di Uzès (1660), m. a Grignan nel 1674, risiedette soprattutto a corte e allargò l'influenza e il patrimonio della famiglia.

Gianbattista Francesco, nipote dei due precedenti, arcivescovo di Arles, n. nel 1638, m. a Montpellier nel 1697, succedette allo zio Francesco nel 1689 ed è ricordato come valente oratore.

Luigi Giuseppe, fratello del precedente, vescovo di Carcassona, n. nel 1650 , m. nel 1722, seppe uguagliare lo zio Francesco nella carità e nello zelo apostolico.

Bial.: Gallia Christiana, I, Parigi 1715, pp. 7-33, 593-94, 731-33, 738; II, ivi 1720, pp. 701-703; VI, ivi 1739, pp. 643, 927, 1017; J. A. Pithon-Curt, Hist. de la nableste du Comtat-Venaissin, IV, Parigi 1750, pp. 37-38; J. C. Nadel, Essai historique sur les A. et sur M.ne de Sévigné, Valenza 1838; L. Charpentier, Un ecéque de l'ancien régime, L. 7. de Grignon, Parigi 1899; C. J. E. De Boisgelin, Les A.; Généalogie in Esquisses pénéologiques sur les familles de Provence, I, Aix 1900; Albanès et Chevalier, Gallia christiana merissina, I, Montbellard 1901, pp. 969-90, IV, ivi 1909, pp. 439 ; E. Martin, L. Bréhier, U. Chevalier, J. Santel, A. Sabarthès, s. v. in DHG, I, 352-60. Luigi Michelini Tocci

AD HOMINEM, ARGOMENTO. - Forma di argomento indiretto, per cui si conclude contro l'avversario partendo dalle sue stesse affermazioni e principi (Aristotele, Analyt. pr., I. 23, 41 a 37 sgg.). Da notare che l'argomento a. h. (dotto anche, altrimenti, ex data, ex concessis) non tien conto se i principi ammessi dall'avversario siano in se stessi veri o falsi. In quest'ultimo caso l'argomento, senza pretendere ad una conclusione vera, si limita a porre l'avversario in contraddizione con se stesso.

BibL.: U. Viglino, Logica, Roma 1941, pp. 330-34. Ugo Viglino
ADIABENE (Hadyab, nome indigeno; gr. 'A δ isB ∈ η ). - Regione posta sulla sponda sinistra del Tigri con Arbela per capitale ecclesiastica, abitata da popolazione d'origine in maggioranza aramaica; la lingua letteraria era l'aramaico.

Le prime notizie concrete sul cristianesimo nell'A. le troviamo negli Atti dei martiri uccisi durante la persecuzione di Sapore II nella seconda metà del sec. Iv. Bisogna credere però che anche al principio del sec. III ci fossero dei cristiani nella provincia ecclesiastica di Arbela, poiché il Liber Legum Regionum (ed. in Patrologia Syriaca, II, 608) ne attesta la presenza nella Persia. Anzi, tutto fa supporre che il cristianesimo sia penetrato di buon'ora nell'A. tramite i Giudei. L'influenza di costoro fu ivi cosi grande, che Elena, sorella e sposa di Monobazo I, e suo figlio Izate, aderirono al giudaismo verso l'anno 30 dell'era cristiana (Flavio Giuseppe, Antiquit. Iud., mathrm{XX}, 2-4 ). D'altra parte i rapporti fra Gerusalemme e l'A. erano allora molto stretti, come viene provato dal fatto che Izate inviò colà i suoi cinque figli per
essere educati, e la regina Elena vi si recò verso l'anno 44 e vi fece erigere per sé un mausoleo.

Prescindendo dalle notizie non molto sicure forniteci dalla Cronaca di Arbela, risulta che alla metà del sec. Iv s. Giovanni, martire nel 344, era vescovo di Arbela, e che a lui succedette s. Abramo, anche egli martirizzato nel 345 . Il cospicuo numero di martiri ci dimostra che il cristianesimo vi si era ormai solidamente radicato e propagato.

BibL.: J. Labourt, Le christianisme dans l'empire perse sous la dynastie saisonide, Periai 1904; F. Peeters, Le Passionnaire d'Adiabène, in Analecta Ballandiana, 43 (1925), pp. 261-304; I. Ortiz de Urbina, Intorno al valore storico della Cronaca di Arbela, in Or. Chr. Periodica, 12 (1936), pp. 5-32.

Ignazio Ortiz de Urbina
ADIÀFORA. - Sotto questo nome viene indicata una celebre controversia nel campo protestante. Adiafore (da á̄̄áqoos «cose ed atti indifferenti») sono definite dagli stessi protestanti, nel titolo dell'art. IX della "formola di concordia", le cose medie o indifferenti.

Questa polemica ebbe due aspetti: il primo, nel sec. xvi, proposto da Melantone (v.), riguardava solamente gli usi e le cerimonie ecclesiastiche; il secondo, nel secc. xvir e xviri, presentato dallo Spener, toccava la questione di tutti gli atti indifferenti.
i) Nel 1548, Carlo V imperatore, senza consultare la S. Sede, aveva promulgato il famoso "Interim di Augusta ", col quale procurava, a suo modo, di dare assestamento alle questioni religiose che dilaniavano la Germania. L'Interim era abbastanza favorevole ai protestanti, ma conteneva parecchie disposizioni favorevoli ai cattolici ; onde fu avversato dai primi e sollevò una violenta opposizione soprattutto nella Germania del nord. L'elettore Maurizio di Sassonia, volendo aiutare l'imperatore e calmare gli animi, diede l'incarico a Melantone di spiegare le clausole dell'Interim ; e questi ne pubblicò le conclusioni nel cosiddetto Interim di Lipsia ( 1548 ).

Esso considerava come adiufore o indifferenti, e perciò tali da potersi praticare senza ledere la Sacra Scrittura, i digiuni, le feste, i canti in latino, l'uso della cotta, delle candele e perfino la Messa (senza la transustanziazione) e il culto dei santi. I luterani intransigenti, capeggiati da Flacio Ilírico (v.), uno dei centuriatori di Magdeburgo, luterano fanatico, si opposero violentemente a tali interpretazioni. Nacque cosi lo scisma tra adiuforiti o melantoniani e autidiaforiti o flaciani. La polemica durò fino al 1580 , quando si redesse la "formola di concordia", nella quale, all'art. IX, la questione viene decisa nel senso che la Chiesa di Dio può cambiare alcune cerimonie e riti che non sono né comandati né proibiti dalla S. Scrittura.
2) Rinacque la questione nella Germania, un secolo più tardi, con il movimento pietista, il cui promotore fu Filippo Giacomo Spener (1635-1705). Questa volta però si estese agli atti umani.

Lo Spener sosteneva che i divertimenti mondani, ad es. il ballo, il teatro ecc., dovevano essere proibiti. Giacché un cristiano nulla deve fare che non sia per la gloria di Dio ed il bene del prossimo, non potevano esservi azioni adiafore o indifferenti. I suoi oppositori, e ne aveva molti, insistevano che le suddette azioni erano semplicemente indifferenti o adiafore e in nessun modo peccaminose. La controversia a poco a poco da pratica divenne speculativa, cioè, pur ammettendosi che in astratto si dessero atti indifferenti, si disputò se ciò era possibile in concreto. Per tal modo la lotta perdette la sua primitiva virulenza.

BibL.: M. Adamus, Dignorum laude virorum... seu Vita Theologorum, ecc., Francoforte sul Meno 1706; M. Robertson, L'histoire de l'Empereur Charles-Quint (trad. dall'ingl.), II, Amsterdam 1781; G. Wilson, Philip. Melanchton, Londra 1897; A. Baudrillart, s. v. in DThC, I, coll. 396-98. Camillo Crivelli

ADIAFORTI : v. CONGREGAZIONALISTI.

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ADI GRANTH. - "II libro fondamentale", detto pure semplicemente Granth "Libro" (per eccellenza, in senso religioso: Bibbia) o Granth Sahib «Il libro santo fondamentale»: raccolta di canti e discorsi composti e recitati in pubblico da Nānak (1469-1538), il fondatore della religione dei Sikh (v.) o "discepoli", comunità religiosa dell'India settentrionale, trasforma tesi ben presto in una Chiesa politicomilitare, e da tre altri maestri (guru) che seguirono dopo di lui.

Un altro Granth, intitolato "Il Granth del decimo guru" fu compilato dai Sikh nel 1734. Oltre a preghiere di Govind Singh ( 1675-1708 ), decimo ed ultimo guru (al quale si deve la vera organizzazione dei Sikh nell'accennata teocrazia politico-militare, ma con netto carattere democratico), tale secondo Granth, che non gode tuttavia della stessa autorità del primo, comprende pure, tra l'altro, inni del nono guru Teg Baltadur.
L' A. costituisce la Bibbia dei Sikh, dei quali Govind Singh si considera l'ultimo nuestro, o guru (egli accenna, anzi, nel secondo Granth, alla sua divina missione). Dopo di lui, unico guru o Maestro si sarebbe dovuto considerare il Granth Sahib, vero rappresentante di Dio sulla terra, incarnazione dei guru. Tale libro sacro si conserva pur oggi nella copia principale, in uso di addetti alla sua quotidiana lettura (granthis), sotto la cupola del "tempio d'oro" (Har Mander), il santuario dei Sikh, eretto nel 1762 in Amritasar, la città santa dei Sikh, sulle fondamenta di un santuario musulmano distrutto.

L' A., la cui lingua è il dialetto Brajbhākhé (una varietà della hindi occidentale) con notevoli influssi di pañjabi e con contaminazioni pracrite, persiane, märäthi e gujarätī (il «Granth del decimo guru» è invece in antica hindi), contiene, come il secondo, i princìpi fondamentali della dottrina dei Sikh. Questi sono: la credenza nella unicità di Dio, con conseguente ripudio di ogni idolatria; l'eguaglianza di tutti gli uomini di fronte a Dio, alla quale consegue l'abolizione delle coste; la proibizione del sacrificio delle vedove sul rogo del marito; l'obbligo dell'astensione del vino e da ogni altra bevanda alcoolica e dal fumo. Permesso è invece l'uso della carne, il che ha reso i Sikh un popolo di gran lunga più forte degli altri fratelli indiani.

L'ultimo censimento (1941) fa ammontare i fedeli del sikhismo a 4.335 .771 .

Bibl.: M. Macauliffe, The Sikh Religion, 6 voll., Londra 1909, (versione del Granth). Ambrogio Ballini

ADIGRAT: v. TigRai.
ADIMANTO ('A8el μ α v τ o ς o 'A δ dot{η} μ α v τ o ς ). - Predicatore manicheo del in sec. Secondo Agostino si chiamava pure Addas; era stato uno dei primi discepoli di Mani e godeva della massima autorità nella setta. In risposta polemica diretta, in particolare, verso il suo libro Contro Mosè e gli altri Profeti il vescovo d'Ippona scrisse il suo Contra Adimantum Manichaei discipulum (PL 42, 129-72 e CSEL 25, 115-90). Secondo i testi manichei copri ed iranici recentemente scoperti, Mani da Al Madail sul Tigri inviò a predicare nell'impero romano il vescovo Adda con il suo vangelo e due altri scritti. Egli fondò monasteri, scrisse libri polemizzando contro le altre religioni, e venne fino ad Alessandria operando conversioni e miracoli. Ma gli Acta Archelai lo facevano piuttosto missionario della Scizia e delle regioni orientali. Secondo Eracliano di Calcedonia, Diodoro di Tarso e Tito di Bostra combatterono un'opera di lui intitolata il Moggio; forse l'Aro cui è attribuito un trattato manicheo in lingua cinese è lo stesso nostro A.

Bibl.: P. Alfaric, Les écritures Manichéennes, II, Parigi 1918, pp. 96 sgg. (prima della scoperta dei nuovi testi manichei in lingua iranica e copta). Sull'opera di Agostino, Contra
adversarium Legis et prophetarum, v. Ad. Harnack, Marcion, ²² ed., Lipsia 1924, p. 424 . Erik Peterson

ADIMARI, Alemanno. - Cardinale, n. a Firenze, forse nel 1362 , m. a Roma tra il 17 ed il 27 sett. 1422. Ebbe un canonicato e poi una parrocchia nella città natale. Eletto da Bonifacio IX vescovo di Firenze ( 13 nov. 1400), non poté prender possesso della sua sede e fu trasferito all'arcidiocesi di Taranto (16 nov. 1401) e quindi a quella di Pisa (3 nov. 1406), cui rinunciò nel 1411. Partecipò al concilio tenutosi in quella città ( 1408-1409 ) ed aderì al papa che vi fu eletto, Alessandro V, e al suo successore Giovanni XXIII. Legato di quest'ultimo in Francia, riuscì a superare l'ostilità della Sorbona ed ottenne l'imposizione di una nuova decima sul clero, ed insieme a Pietro vescovo d'Albi fu incaricato della riscossione. In premio fu creato cardinale del titolo di S. Eusebio ( 5 luglio 1411). Rimase a Parigi come legato di Giovanni XXIII fino all'autunno del 1412 e poi vi tornò di nuovo dal marzo del 1413 al nov. del 1414 con l'incarico di preparare gli animi al Concilio di Costanza. Vi partecipò e acquistò l'amicizia anche del nuovo papa, Martino V (1417-31), che nel 1418 lo inviò legato in Aragona per staccarla da Benedetto XIII. Non riuscì a nulla e tornò a Roma (1419), ove morì. E sepolto nella primitiva chiesa di S. Maria in Vallicella.

Bibl.: Pastor, I, pp. 21 e 28; A. Vogt, s. v. in DHG, I, coll. 565-66; L. Gastoni, Saggio di un Dizionario bio-sikliografico italiano, Roma 1914, col. 229.

Ireneo Daniele
ADIMARI, Ubaldo, beato. - N. ca. il 1247 a Firenze, partecipò fin dalla giovinezza alle lotte di partito ardenti a quel tempo. Di statura gigantesca, ardito e bellicoso, condusse vita di violenze e di dissolutezze fino a quando, convertito da s. Filippo Benizi che aveva accompagnato nella missione pacificatrice il card. Latino Orsini, inviato da Niccolò III (ott. 1279 -genn. 1280), ricevette da lui l'abito servita. Visse da allora quasi sempre a Monte Senario, tra austere penitenze, meno che negli anni 1282-85, durante i quali, già ordinato sacerdote, accompagnò nei suoi viaggi apostolici lo stesso s. Filippo, generale dell'Ordine, alla cui morte fu presente in Todi. Morì il 9 apr. 1315 a Monte Senario, dove fu sepolto. Il culto ab immemorabili venne confermato da Pio VII, il 30 marzo 1821.

Bibl.: L. M. Raffaelli, Vita del beato U. A. dell'Ord. dei Servi di Maria, Roma 1915. Nello Vian

ADINOLFI, Pasquale. - Sacerdote e scrittore, n. a Roma il 5 nov. 1816 , m. il 20 genn. 1882. Ordinato nel 1839, attese, esplorando archivi e studiando documenti, ad originali ricerche di topografia romana medievale, di cui dette un primo saggio col Laterano e via Maggiore (Roma 1857). Altri quattro saggi sono frammenti dell'opera principale Roma nell'età di mezzo (Roma 1881-82), concepita in otto volumi, ma rimasta manoscritta, per la morte dell'A., dopo il secondo. Nonostante l'artificioso modo di esprimersi e l'assenza di critica, per aver egli voluto ignorare i più recenti studi in materia, è questa la prima grande opera sulla topografia di Roma nei secc. xiv e xv, tuttora accreditata presso gli studiosi per la ricchezza delle informazioni.

Bibl.: Necrologia in Archivio della R. Soc. Rom. di storia patria, 3 (1882), pp. 157-58; F. Porena, Di P. A. e delle sue opere, in Archivio storico italiano, ⁴² serie, 10 (1882), pp. 405 417 ; G. Tizacassetti, A., in Rassegna Italiana, 2 (1882, 1), pp. 269 -72.

Alberto Galieri
ADLER, Guido. - Musicologo n. ad Eibenschütz il 10 nov. 1853, m. a Vienna il 15 febbr. 1941. Studiò diritto nell'Università di questa città, ma si dedicò

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agli studi storici musicali; dal 1885 insegnò nell'Università di Praga, dal 1898 al 1927 in quella di Vienna, dove fondò e fu animatore di una scuola storico-musicale, feconda di metodi e di risultato.

Opere principali : Der Stil in der Musik (1911); Methode der Musikgeschichte (1919) molto importante anche per lo studio della musica sacra; R. Wagner (2 ed., 1923). L'A. fu ideatore e redattore dello Handbuch der Musikgeschichte (2 ed., Berlino 1930) e dei Deukmöller der Tonkunst in Österreich ( 80 voll., dal 1894 in poi) in collaborazione con molti studiosi. Scrisse anche un libro di memorie Walleu und Wirkeu (1935).

ADLER, JAROB GEORG CHRISTIAN. - Orientalista danese (1756-1834), dal 1792 sovrintendente generale del ducato di Schleswig. Da giovane ( 1780-82 ) consultò le principali biblioteche d'Europa, specie quelle di Roma, ove, favorito da grandi letterati (card. Borgia, Assemani, ecc.) si perfezionò nelle lingue orientali e collazionò manoscritti greci e orientali, quale contributo alla critica testuale biblica. A Copenaghen coprì la cattedra di siriaco ( 1783 ) e di teologia ( 1788 ).

Pregiate le sue produzioni nel campo biblico: Iudaeorum codicis sacri rite scribendi leges ad recte aestimandus codices manu scriptos antiquas perutiles. E Libello Thalmodico... (1779; versione latina con annotazioni); Noci Testamenti versiones syriacue simplex, philaxeniana et hierandynidana (1789): a pp. 137-202 attirò l'attenzione particolarmente sulla versione geosolimitana, in dialetto palestinese; nel cod. Vatic. syr. 19. Ancor degni di menzione sono i lavori di A. nel settore arabo, p. es. Abulfedae Annales modernici ( 5 voll., 1789-95). Adalberto Metzinger

AD LIMITUM. - E un'espressione che in liturgia ha diversi usi. Per quanto riguarda le "Rubriche" si riferisce al libero uso di certe "Collette" (v.). Musicalmente riguarda i canti recitativi individuali o collettivi : individuali, come certi toni di Orazioni, Epistole, Vangeli, Lezioni; collettivi, quali diversi toni comuni dell'Ordinarium Missae, come Kyrie, Gloria, Sanctus, Agnus, ed anche Credo. Anticamente anche la scelta dell'alleluja "Sicut volueris" era sinonimo di a. l. Nel canto ambrosiano ci sono in certi giorni alcuni "melismi" o "iubilus" più lunghi, da usarsi a. l. nel caso di una maggior solennità. Nell'interpretazione di certi neumi, come "stroficus", può darsi anche l'a. l. per maggior comodità del coro. Guido d'Arezzo considerava a. l. certi neumi, benché affermasse che in pratica era meglio eseguirli.

Gregorio M. Suñol
AD LUCEM (Association des LaTgues universitaires catholiques et missionnaires). - Fu fondata a Lilla nel 1931 fra gli studenti della università cattolica e ufficialmente costituita nel 1932, per procurare alle missioni personale laico specializzato (medici, infermieri, ingegneri, maestri, levatrici, tecnici agricoli, ecc.) secondo le necessità e le richieste. Dal 1935 svolge la sua attività al Camerun (vicariato apostolico di Jaunde) con due ospedali, vari dispensari, medici, ecc.; altro campo di sua attività è il vicariato apostolico di Hué nell'Annam.

ADLUNG, JAKOB. - Musicista, n. a Bindersleben, presso Erfurt, il 14 genn. 1699, m. a Erfurt il 5 luglio 1762. Fu organista (1727), ed in seguito professore al ginnasio di Erfurt (1741). Importanti per la storia della musica le sue opere: Einleitung zu der musikalischen Gelehrtheit, (Erfurt 1758); Musica mecchanica organoedi; Musikalisches Siebengestirn, pubblicata con la precedente a Berlino nel 1768 dall'Albrecht dopo la morte dell'autore.

Luigi Aurigemma
AD MENTEM (iuxta mentem, iuxta modum). - E una delle formole assai in uso nelle risposte solite a
darsi dai dicasteri della Curia romana, specie dalle SS. Congregazioni, ed ha per effetto di aggiungere al rescritto qualche condizione o modalità che ne delimita, definisce o anche modifica il significato troppo assoluto o generico, o di prescrivere condizioni o modalità per l'esocuzione. Siffatta interpretazione, che si dichiara in genere con le parole "Mens est...", non è sempre resa di pubblica ragione, ma si comunica soltanto alle persone interessate nella questione proposta.

Serva Gesentehe
AD METALLA. - La condanna ai lavori forzati nelle miniere a. m. era, dopo quella di morte, la pena più grave, detta perciò proxima morti (Dig. XLVIII, 19, 28). Sconosciuta nella repubblica, venne introdotta da Tiberio nel 23 d. C. per punire plebei e schiavi rei di delitti contro lo Stato o per reati comuni, senza limiti di età o di sesso; in seguito applicata spesso contro i cristiani.

Era, in genere, pena perpetua, ma se nella sentenza non era stato dichiarato, si riteneva come condanna decennale (Dig. XLVIII, 19, 22). L'uomo libero perdeva la libertà passando in proprietà dello Stato, schiavo della sua pena, servus poenae (Dig. XXVIII, 1, 8, 4). La pena era preceduta dalla flagellazione; i condannati venivano marcati a fuoco, col capo raso a metà (semitonsi, Cipriano Ep. 76, 2), incatenati (compedes), coi piedi tenuti da traverse (traversaria), costretti a dormire sulla terra nuda, con vitto e vestiario insufficienti. Tra la condanna a. m. e quella in opus metallum non esisteva altra differenza che nelle catene, meno pesanti nel secondo caso. Le donne venivano in genere adibite a lavori accessori al servizio delle miniere : in ministerio metallicorum o nelle saline; conservavano la cittadinanza se condannate a tempo.

Dionigi, vescovo di Corinto, scrive nel 170 al papa Sotero (166-75) ringraziandolo perché la Comunità di Roma "fornisce il sostentamento ai fratelli che gemono nelle miniere; per questa liberalità che usaste fino dai primi tempi voi siete rimasti fedeli ad una tradizione ereditata dai vostri padri romani, che il vostro degno vescovo Sotero ha non solo confermata, ma aumentata e rinvigorita" (Eusebio, Hist. Eccl., IV, 23, 10). Anche Tertulliano attesta che si soccorrevano i cristiani condannati nelle miniere : si quis in metallis, dumtaxat ex causa Dei sectae (Apol., 30). Sotto l'imperatore Commodo (176-92) lavorava nelle miniere di Sardegna un gruppo di cristiani, per i quali Marcia ottenne dall'imperatore la grazia; tra questi fu Callisto (Ippolito, Philosophumena, IX, 2: PG 16, 3). Ad una schiera di vescovi, diaconı e fedeli africani, condannati nelle miniere nel 257 " in metallis constitutis... martyribus Dei Patris " il vescovo di Cartagine s. Cipriano inviò sospicui soccorsi raccolti tra i fedeli della sua comunità (Cipriano, Ep. 77: PL 4, 427 sgg.). I condannati risposero con tre lettere conservateci nella raccolta delle epistole di s. Cipriano ( E p .78-80 : ibid., 434-36). Le miniere potevano essere di marmi o di metalli, ecc. in Sardegna, Grecia, Africa, Egitto, Palestina, dove, specie nelle cave di rame di Phaenos, i lavori di estrazione erano particolarmente penosi (Eusebio, De Martyrib. Palestinae, VII-VIII: PG 20, 1481 sgg.). Nella liturgia ambrosiana si conserva una oratio pro fratribus in metallis constitutis; nel Messale Gothicum si prega pro fratribus et sororibus in metallis deputatis.

BILL.: G. B. De Rossi, Dei Cristiani condannati alle cave dei marmi nei veroli delle persecuzioni, in Bull. d'Arch. Christ., 1* serie, 6 (1868), p. 24; H. Leclercq, s. v. in DACL. I, coll. 467-74.

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AD MULTOS ANNOS. - Saluto ed augurio di lunga vita che il vescovo consacrato rivolge al suo consacrante al termine della funzione della consacrazione, ripetendolo tre volte, con sempre maggiore elevazione di voce e inginocchiandosi mentre si avvicina al consacrante, che sta in piedi dal lato del Vangelo. Lo stesso saluto rivolge per una volta sola l'abate al vescovo che lo ha benedetto.

Silverio Mattei
AD NOVATIANUM. - E un opuscolo pervenutoci, mutilo in fine, sotto il nome di s. Cipriano (v.). Prende posizione contro il rigorismo di Novaziano (v.) già scomunicato, nella questione dei lapsi, rimproverando la presunzione dell'apostata, esaltando la misericordia divina proclamata nel Vecchio Testamento e nel Vangelo, ed esortando tutti alla vigilanza e alla penitenza.

La scarsità della tradizione manoscritta; la differenza del testo biblico usato nelle numerose citazioni; il silenzio di Ponzio, biografo di Cipriano, e del catalogo delle opere cipristine contenuto nel codice di Cheltenham; la diversità di composizione e di stile; di più, secondo alcuni, l'eccessiva indulgenza verso i lapsi, inducono quasi tutti gli studiosi a rifiutare a s. Cipriano quest'opuscolo. Lo Harnack l'attribuisce al popa Nisto II (236-38), il Monceaux a un vescovo africano. Sembra sicuro che sia stato composto da un vescovo, non molto tempo dopo la persecuzione di Gallo e Volusiano (252-53), alla quale si allude come a un fatto recente (cap. 5).

Bibl.: Ediz. di G. Hartel, in CSEL, III, i, Vienna 1871, pp. 52-69. - Studi: A. Harnack, in Texte u. Unterbuch., XIII, Lipsis 1895, pp. 1-70; ibid., XX (nuova serie, III [1900], pp. 116-26); P. Monceaux, Histoire littéraire de l'Afrique chrétienne, II, Parigi 1902, pp. 87-91; O. Bardenhower, Geschichte d. altkirchlichen Literatur, I, 2* ed., Friburgo i. Br. 1914, p. 495 sgg.; M. Schanz-G. Krüger, Geschichte der römischen Literatur, parte III, 3* ed., Monaco 1922, p. 372 sgg.; U. Moricea, Storia della letteratura cristiana latina, I, Torino s. d., pp. 502505; H. Koch, Cyprianische Untersuchungen, Bonn 1926, pp. 358420 (non risulta che l'autore sia un vescovo).

Michele Pellegrino
AD NUTUM. - Nel diritto canonico vigente si chiamano uffici ecclesiastici conferiti a. n. quelli il cui titolare può essere rimosso ad arbitrio del superiore senza che siano tassativamente stabilite cause canoniche. Sono tali, ad esempio, gli uffici del vicario generale (CIC, can. 366, § 2), del vicario forzneo (can. 446, § 2), del parroco religioso (can. 454, § 5), dei vicari parrocchiali (can. 887), dei rettori di chiesa (can. 880). Si dice pure a. n. qualunque provvedimento revocabile ad arbitrio dell'autore (provvedimento discrezionale); perciò questa espressione ha un significato analogo all'altra: ad beneplacitum nostrum (v.), con la differenza che quest'ultima forma importa la cessazione della concessione anche nel caso di perdita del potere da parte del concedente.

Bibl.: M. Koposanyi, A. n. v, Budapest 1940.
Alberto Scola
ADOLESCENZA. - Una delle più importanti tra le età della vita (v.); età di crisi profonda che investe tutto l'individuo dal lato organico, psicologico, morale. L'a. segue la fanciullezza (v.) o puerizia che termina ca. i 12 anni e culmina con la crisi puberale, che si manifesta dal 15^{°} al 18^{°} anno nei maschi, dal 13^{°} al 15^{°} nelle femmine.
I. Medicina. - Mentre quello della fanciullezza va considerato un periodo di stasi e di pace fisiopsicologica, in cui l'organismo ammassa le sue riserve per i futuri slanci e sviluppi (fase di target), nell'a. l'individuo attraversa un lavorio aspro, ingrato, di profonda trasformazione, di instabilità fisica, fisiologica, neuropsicologica, morale, di cui un segno è la disarmonia delle forme, degli atteggiamenti, del modo di pensare; l'individuo si prepara alla profonda trasformazione della crisi
puberale che del fanciullo e della fanciulla farà l'uomo e la donna, pienamente differenziati, ormai avviati alla piena maturità biologica intesa non soltanto dal punto di vista sessuale, ma anche da quello intellettuale, morale, sociale.

Il determinismo di cosi importanti e radicali cambiamenti è legato al comportamento delle ghiandole a secrezione interna (v.: endocnine, ghiandola), in speciale modo allosvilupparsi in pieno dell'efficienza della tiroide, dell'ipofisi, delle ghiandole sessuali, particolarmente nella loro porzione endocrina. In modo speciale sotto la spinta di quest'ultime, appaiono, dapprima in maniera indecisa, poi sempre più netta, quei caratteri sessuali secondari che nell'adolescente già disegnano, con tratti sempre più decisi, l'uomo e la donna (differente sviluppo scheletrico; accumulo regionale del grasso; comparsa, sviluppo, topografia dei peli; timbro della voce; differenti gusti e orientazioni del temperamento e del carattere).

L'a. è tra le più delicate e la più pericolosa delle età climateriche (v.), ponte di passaggio tra il mondo della fanciullezza e quello della giovinezza; età in cui sono facili le crepe e le frane dell'edificio organico, del blocco della coscienza neuropsicologica e morale dell'individuo; periodo su cui l'educatore dovrà puntare al massimo la sua attenzione e la sua cura, e non dovrà disdegnare di ricorrere spesso all'opera del medico e questi, viceversa, all'aiuto del pedagogo e del maestro di morale. Proprio di questo periodo è tutto un risvegliarsi e uno scoprirsi di nuovi orizzonti sentimentali, intellettuali, morali, sociali, religiosi; per cui nel fascino delle nuove visioni sono facili le deviazioni e gli smarrimenti da parte del soggetto, facilissime le incomprensioni tra l'adolescente e i genitori, i maestri, gli educatori. Abbandonata a se stessa, l'a. può quindi facilmente sfociare in storture d'ogni genere, il cui segno, impresso in quest'età di trasformazione, può determinare l'indirizzo e l'orientamento duraturo di tutta la vita. "Adolescens iuxta viam suam, etiam cum senuerit, non recedet ab ea" (Prov. 22, 6).

Essa rappresenta il secondo periodo dell'età educativa (Pende) che va dai 7 ai 17 anni ca.; e mentre si svolge in forma imitativa nella prima parte, fino ca. i 12 anni (fanciullezza), diviene nel secondo periodo (a.) intuitiva, individualistica, anarchica, introversa, romantica. Dal punto di vista neuropsicologico e morale, vengono ore elaborati i materiali accumulati nelle fasi precedenti; è questo il periodo in cui l'educatore, pur attraverso una ragionevole larghezza e concessione d'indipendenza e autonomia, deve abilmente sorvegliare e arginare il corso d'un cosi impetuoso torrente. E una particolarissima cura, abilità e prudenza dovranno pure usare i genitori e gli educatori nel periodo dell'a. nei riguardi della formazione'sessuale (v. sessuale, educazione) che in quest'epoca subisce i più pericolosi sbandamenti, le più durature impronte, i più decisivi orientamenti.

Agli stessi pagani non sfuggirono la caratteristica, l'importanza e i pericoli connessi all'evolversi di questa "età preziosa", ingrata, instabile, ribelle che Orazio abilmente descrive (Ep. ad Pisones, vv. 161-65).

Bibl.: N. Pende, Crescenza e Ortagenezi, Milano 1936; M. Casetti e V. Catalanotti, L'adolescente, Roma 1927; C. Midulla, La crisi puberale, Milano 1939; M. Barbosa, Ortagenezi e biatipologia, Roma 1943; J. M. Buck, Votre fils, Parigi 1943 (vers. it.: Vostra figlio adolescente, Milano s. d.); N. Pende, La scienza moderna della persona umana, Milano 1947.

Giuseppe de Ninno
2. Pedagogia cristiana. - La pedagogia considera l'a. come l'età, in cui la vigilanza degli educatori

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(genitori, insegnanti, direttori di coscienza) deve farsi più attenta, più fine e perspicace, che in qualsiasi altr