ra figlio adolescente, Milano s. d.); N. Pende, La scienza moderna della persona umana, Milano 1947.
Giuseppe de Ninno
2. Pedagogia cristiana. - La pedagogia considera l'a. come l'età, in cui la vigilanza degli educatori
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(genitori, insegnanti, direttori di coscienza) deve farsi più attenta, più fine e perspicace, che in qualsiasi altra, e l'educazione diventare nel senso più stretto missione ed apostolato. L'a. suole chiamarsi l'età ingrata per le difficoltà tutte particolari che presenta; ma il termine non è né bello, né incoraggiante e potrebbe tradire nell'educatore piuttosto un senso di inerzia o di paura, che non la fiamma, che più si avviva, quanto più incontra di elementi avversi. L'a. è invece l'età aurea della vita e come tale va considerata, perché irradia le speranze più care c avvia alla piena conquista della personalità.
Nella pratica occorre tenere presenti questi principi essenziali : 1) Se il fanciullo ha bisogno di addestramento, l'adolescente ha invece bisogno di educazione (e-ducere = trarre dal di dentro); cioè non può più essere diretto come un fanciullo, per cosi dire, dall'esterno; ma deve essere aiutato a trarre egli stesso dal suo proprio interno i motivi e gli impulsi delle proprie azioni e della propria condotta. Egli s'inalbera facilmente di fronte all'autorità e tuttavia sente imperiosa la necessità di una guida, di una mano ferma ed esperta che lo indirizzi e lo sostenga; allora è capace anche dei più alti eroismi e delle più audaci e decisive trasformazioni. 2) Appunto per questo l'arte della direzione deve rivestirsi di alcune qualità e sfumature particolari. Prima di tutto far leva sul sentimento dell'amicizia e guadagnarsi la confidenza. Ora l'adolescente non si confida se non a chi lo sa capire. Ci vuole dunque una grande comprensione, la quale importa: una calma e un sangue freddo, che non si stupiscano, né prendano atteggiamenti tragici e scandalizzati di fronte a confidenze puerili o assurde o penose o a deviazioni della mente, del cuore, della sensibilità; una perenne freschezza di pensiero e di sentimenti, che trasporti l'educatore agli anni della propria a., alle proprie esperienze superate o subite, a quello che avrebbe potuto diventare e non diventò; una partecipazione, fatta di serena simpatia, alle difficoltà dell'adolescente, la quale dimostri stima di lui, dia importanza a quello che egli esprime, eviti rabbuffi e censure non necessarie; una prudente elasticità per adattarsi ai caratteri e alle circostanze (l'adolescente disdegna o deride gli educatori incartapecoriti e inaniditi e ancorati al passato e perciò pedanti); una costanza paterna che non ha paura o impazienza di ripetersi. Tanto è imperiosa la necessità di guadagnarsi e mantenere intatta e piena la confidenza, * che non si deve esitare, in caso di necessità, a sacrificarle certe esigenze della disciplina. Non esito a dire che è molto meglio che un educatore rimanga di tanto in tanto ingannato da un adolescente sleale, che non adottare, per non cadere in questo inconveniente, un atteggiamento di riserbo e di autorità puramente esteriori * (mons. P. Petit de Julleville, L'adolescent autour de l'âge ingrat, Parigi 1934, p. 4). 3) Far leva poi sulla persuasione. I motivi coercitivi non servono, se non eccezionalmente; il metodo più valido ed esatto consiste nell'abituare l'adolescente a sempre più interiorizzarsi in tutto (pietà, studio, relazioni personali, familiari e sociali); a rendersi ragione di quello che deve fare od evitare. 4) Soprattutto si deve dare all'adolescente il senso e la volontà dello sforzo. Già egli tende di per sé a quello che è arduo; bisogna perciò sostenere questa tendenza, idealizzarla e sviluppare il sentimento dell'amore, della cavalleria, della fedeltà, dell'esattezza. "L'adolescente che si rifiuta di combattere, è votato fin da principio alla mediocrità morale o forse anche a tristi discese. Senza troppo affaticarlo con ec-
cessivi richiami all'energia, se ne deve risvegliare in lui, ogni qualvolta se ne presenta favorevole l'occasione, il gusto e il bisogno. Energie nell'ordine fisico (gioco, sport) per rendere pieghevole, docile e forte il corpo; padronanza dei sensi per reagire contro l'istinto e mantenersi integralmente puro; sforzo nel lavoro intellettuale per diventare più attento e più osservatore, per acquistare ordine, buon senso, logica, gusto; per imparare a pensare e a giudicare in maniera personale. Sforzo nel campo della coscienza. Come migliorarsi, vincersi, all'occorrenza, se egli non si conosce, se ignora il suo temperamento morale, se non impara a reagire contro i propri difetti o mancanze, se non immette nella sua vita l'idea di un dovere che si impone non soltanto sotto la pressione di una disciplina esterna, ma anche in nome di ciò che vi è di più intimo in ciascuno di noi, ed è l'appello di Dio ad obbedire a Lui, compiendo la sua volontà ? " (ibid., 2-3). 5) Poiché diversi sono non soltanto i temperamenti dei due sessi, ma anche di ciascun adolescente in particolare, l'educatore deve possedere una malleabilità non ordinaria che si pieghi ad un'educazione adatta a ciascuno in particolare. Non si può proporre un tipo impersonale ed uniforme di educazione; ma si deve osservare come ogni personalità tenda ad affermarsi per guidarla a quell'ideale per il quale è fatta. 6) Far convergere al bene le varie tendenze sintomatiche dell'a., sopra recensite (cf. n. 1). Perciò : 1) sorvegliare l'attività mentale specialmente nel campo della filosofia (l'adolescente è portato a far la critica dei sistemi e delle idee e a formarsi giudiai personali, che spesso sono deviazioni) e delle letture romantiche (i romanzi con il loro mondo fittizio disorientano facilmente il senso della realtà; più pericolosi diventano quando la verità e la morale sono bientattate); 2) sorvegliare i divertimenti e le amicizie, spesso intrecciate senza neppure pensare alle conseguenze penose che ne potrebbero derivare; 3) sorvegliare il risveglio dell'amore e fornire le avvertenze, i consigli e gli ammonimenti, che le diverse circostanze impongono. Infondere soprattutto una grande stima dell'amore; un grande rispetto verso gli altri; un senso, si potrebbe dire, sacro della futura vita in due, elevata da Gesù Cristo alla dignità di sacramento; 4) sorvegliare il risveglio sessuale, sia per impedire di contrarre cattive abitudini, sia per rafforzare il vigore della lotta per una purezza serena e forte nella piena e chiara cognizione di ciò che volta per volta occorre sapere; 5) rendere più profonda la coscienza della religione, sia con l'esposizione razionale e ben documentata delle verità religiose, sia con la soluzione delle difficoltà che s'affacciano alla mente dell'adolescente; 6) immettere la pietà in tutte le azioni della vita; la pietà non deve essere un elemento estraneo o parallelo alla vita che si vive; ma l'elemento vivificatore di tutto quello che si compie : studio, divertimenti, lavoro, ecc.; 7) intensificare la pratica dei sacramenti, specialmente dell'Eucaristia, il sacramento della perenne giovinezza; rispettando però la libertà; insinuando, inculcando, più che non imponendo; 8) dirigere e rafforzare la tendenza sociale dell'adolescente, volgendola ad attività filantropiche e caritatevoli; nulla è più formativo quanto il toccare con mano la miseria fisica e spirituale altrui, prodigandosi a lenire il dolore, la sofferenza e la povertà.
L'educatore finalmente non dovrà mai dimenticare che a se non è il Signore ad edificare la casa, quelli che la edificano, lavorano invano. Se non è il Signore a custodire la città, invano vigila il custode " (Ps. 126, 1-2). Se quindi è necessaria l'azione, è anche più necessaria la preghiera; a cui è da unire l'esempio,
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che apre la strada e dimostra possibile quello che si vuole inculcare.
Bibl.: J. de la Vaissière, Psychologie pédagogique, ²² ed., Parigi 1926; vers. ital., Roma 1921, con ampia bibl.; Aut. vari. L'adolescent autour de l'âge ingrat (colloz. Les grands problemes familiaux), Parigi 1934; Médecine et adolescence par R. Biot, G. Charrat, ecc., Lione 1936; A. Gemelli e A. Sidlauskaite, La psicologia dell'età evolutiva, Milano 1945; M. Casbo, La vie en fleur, ⁴² ed., Parigi 1945; L. Guarnero, L'età difficile, L'educazione dei figli dai 7 ai 13 anni, Torino 1948. Celestino Tessore
ADOLFO, santo. - Ventottesimo vescovo di Osnabrück (1216-24), n. ca. il 1185 dai conti di Tecklenburg nella Vestfalia, m. ivi il 28 o il 30 giugno 1224. Avviato alla carriera ecclesiastica, fu ben presto canonico al duomo di Colonia, poi monaco cistercense nell'abbazia di Camp. Ancora molto giovane fu eletto alla sede vescovile di Osnabrück, della quale fu benemerito. Sono degne di particolare rilievo la sua beneficenza verso il clero, la sua umiltà e devozione per i poveri e i malati. Dopo la sua morte fu venerato come santo. Benché non sia stato solennemente canonizzato dal Papa, la sua festa nella diocesi di Osnabrück è celebrata l'i i febbr.
Bibl.: Acta SS. Februaryi, II, Parigi 1864, pp. 571 sg.; fonti e letteratura: Wetzer-Welte, s. v. in Kirchenlexikon, I, col. 237 sg.; A. Zimmermann, s. v. in LThK, I, col. 106; G. Allmang, s. v. in DHG, I, col. 579.
Lucchesio Spätling
ADOLFO d'Anhalt. - Vescovo di Merseburg, n. il 16 ott. 1458, m. ivi il 24 marzo 1526. Dei principi di Anhalt, fu avviato alla carriera ecclesiastica. Di. venuto vescovo di Merseburg, si mostrò ottimo amministratore e pastore zelante. Zelantissimo fu nel combattere Lutero e la Riforma.
Bibl.: Allgemeine deutsche Biographie, I, Lipsia 1875, i20. Pio Pecchiai
ADOLFO III, arcivescovo di Colonia. - N. nel 1511, m. nel castello degli Schauenburg, dai quali discendeva, a Brühl nel 1556. Canonico prima di Colonia, poi di Magonza e coadiutore dell'arcivescovo di questa arcidiocesi Ermanno de Wied, fu chiamato a succedergli quando venne deposto da Paolo III. Egli trovò il paese infestato dall'eresia luterana, alla quale il predecessore aveva aperte le porte, e si adoperò ad estirparla, radunando un importante concilio di vescovi suffraganei. Intervenne al Concilio di Trento (1551) e, morendo, lasciò ricordo di prelato prudente e zelante e sinceramente devoto a Roma.
BibL.: E. Podlerch, Geschichte der Eradiüerse Köln, Magonza 1829, pp. 376-85; K. A. Ley, Die kölnische Kirchengeschichte, Colonia 1883.
Luigi Berra
ADOLFO da Denderwindeke. - Autore ascetico cappuccino, n. a Denderwindeke (Belgio) il 1^{°} maggio 1863, m. il 7 dic. 1925. Nell'Ordine fu molti anni maestro dei novizi, definitore e custode generale. Era specializzato nella predicazione degli esercizi spirituali alle comunità religiose. Fu costretto dai superiori a pubblicare le sue istruzioni ai novizi della provincia belga.
L'opera intitolata: Compendium Theologiae asceticae ad vitam sacerdotalem et religiosam rite instituendam, ti. ronum franciscalium usui (2 voll., Hong-Kong e Parigi 1921) condensa la scienza e l'esperienza di una lunga vita consacrata all'educazione spirituale dei giovani religiosi.
Bibl.: Etudes Franciestines, 36 (1924), pp. 199-208.
Emidio da Ascoli
ADOLFO di Essen. - Scrittore ascetico certosino, n. nella seconda metà del sec. xiv. Dopo avere studiato con lode filosofia, diritto e teologia a Colonia, nel 1378 entrò alla certosa di Treviri ove negli anni 1409 1415 fu priore. Le cronache lo dicono vir pius, doctus et sanctus. Morì di peste il 4 giugno 1439, in fama di santità. Lasciò alcuni manoscritti nei quali descriveva le visioni e i divini carismi ricevuti dal cielo, tra cui la rivelazione riguardante il Rosario.
Essendo confessore della b. Margherita duchessa di Lorena, scrisse, per uso della penitente, i seguenti opuscoli: De commendatione Rosarii; Vita Servatoris nostri; Exercitium de triplici meditatione; De exercitio reminimois peccatorum. I manoscritti si conservavano nella biblioteca della certosa di Colonia, prima della sua soppressione. Scrisse anche la Vita B. Margaritoe Latharingiae Docteae, pubblicata nella collezione Paragines litterariae, XIV, pp. 399-420.
Bibl.: M. Leidecker, Annales Cartusiae Trevirensis, no. dell'archivio della Grande Chartreuse; L. Levasseur, Éphémérides Ord. Curt., II, Montreuil 1891, pp. 464-65; Scriptores S. Ord. Curt., ms., I, cc. 4-7 (Archivio della Grande Chartreuse); U. Chevalier, Répertoire Bio-Bibliographique, I, Parigi 1877, col. 26.
Gabriele Costa
ADOLFO I, arcivescovo di Magonza. - Conte di Nassau, pronipote del re Adolfo di Nassau, n. ca. il 1353, m. il 6 febbr. 1390.
Da suo zio Gerlach, arcivescovo di Magonza, fu proposto a quel Capitolo come coadiutore con diritto di successione che però non ebbe. Gli fu conferito invece il vescovato di Spira nel 1371. Chiamato, due anni dopo, dalla maggioranza dei Capitolo di Magonza ad occupare la sede, non poté ottenerla se non dopo una lotta contro Ludovico di Turingia, fin allora vescovo di Bamberga, che papa Gregorio XI, dietro richiesta dell'imperatore Carlo IV, aveva con bolla del 23 apr. 1374 designato come amministratore di Magonza. Nel 1381 papa Urbano VI trasferì Ludovico a Magdeburgo e confermò A. arcivescovo di Magonza. Il 4 febbr. dello stesso anno fu riconosciuto anche dall'assemblea dei principi di Germania a Norimberga come arcivescovo elettore e gran cancelliere. Partecipò attivamente alla politica generale del Reich. I suoi contemporanei ne esaltano la prudenza e il valore. Egli è stato più un politico che un uomo di Chiesa. Si mostrò amico delle scienze fondando l'Università di Erfurt nel 1389, che, con i privilegi concessile da papa Urbano VI, fu inaugurata nel 1392, quando A. era già morto.
Bibl.: P. Handloss, Adolf I. Erabischof von Mainz... u. sein Gegner, Ludwig, Bischof von Bamberg, Breslavia 1874; K.W. Friedensburg, Landgraf Ludwig II. der Gelehrte u. Erzbischof A. I. v. Mainz, Marburgo 1885; Fr. Vigoner, Kaiser Karl IV. u. der Mainzer Bistumsstrail, 1353-56, Treviri 1908; sul rinvenimento del suo sepolcro con busto e croce nel 1928, v. A. Strempel, Die Rettung des Mainzer Doms, 1928, p. 85 e tavv. 115-16; J. Schmidt, s. v. in LThK, I, col. 105 sg.; G. Allmang, s. v. in DHG, I, col. 579 sg.
ADOLFO II, arcivescovo di Magonza. - Conte di Nassau-Wiesbaden, pronipote del precedente, m. il 6 sett. 1475 a Eltville. Nominato da papa Pio II arcivescovo di Magonza il 2 ag. 1461 , in seguito alla deposizione dello scomunicato Diether di Isenburg, ottenne l'arcivescovato dopo la dura guerra del 1461-63. A. si affaticò a riparare i danni prodotti dalla guerra e a rinnovare la disciplina nei conventi e nel clero secolare. Curò l'istruzione religiosa del popolo facendo collocare tavole del catechismo nelle chiese, obbligando i sacerdoti a ripetere ogni domenica sul pulpito i dieci comandamenti di Dio, i vizi principali, ecc. Favori l'arte e la scienza, accolse Giovanni Gutenberg, l'inventore dell'arte tipografica, alla sua corte.
Bibl.: J. B. Rady, Geschichte der hathol. Kirche in Hessen, Magonza 1903, pp. 374-78; 388-91; Pastor, II, pp. 149-153; G. Allmang, s. v. in DHG, I, col. 580.
LUCEVESIO Spätling
ADOMMIM (ebr. Ma'aleh-Adummin "salita dei rossi ", cioè "salita rossa "). - Località che segnò il confine settentrionale della tribù di Giuda con quella di Beniamin (Jes. 15, 7; 18, 18).
Viene identificata con Tal'at ed-Damm ("salita del sangue "), sulla riva destra di Wadi el-Qelt, quasi a metà strada tra Gerusalemme e Gerico. Il nome le viene dal color rossastro della marna, che si estende specialmente
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a sinistra; ma, prestandosi le sinuosità della strada, nell'antichità ( L c. 10, 30) come ai nostri giorni, ad atti di brigantaggio, la fantasia popolare vide nelle macchie rossastre il sangue dei viaggiatori assassinati. Tale l'interpretazione ricordata da s. Girolamo (Onom. 25; Epist. 102, 12: PL 22, 887 sg.), e tale anche il significato del nome arabo attuale. Una tradizione pone in quelle vicinanze l'albergo del buon Samaritano (Lc. 10, 34).
## ADONAI: v. DIO.
ADONE. - Eroe mitico, amante di Afrodite, la cui leggenda, pur tra varie divergenze, si compendia nel ciclo seguente: 1) la morte durante la caccia per opera di un cinghiale; 2) la disputa tra Afrodite e Proserpina, che se lo contendono per la bellezza e che, per l'arbitrato di Calliope, voluto da Zeus, lo ottengono per metà anno ciascuna; 3) il ritorno sulla terra. Così il poeta Paniassi (sec. v a. C.) e lo PseudoApollodoro, III, 14, 4; cf. Ovidio, Metam. X, 299 sgg.
Il mito di A. rappresenta il ciclo agrario. Ciò risulta dalla nascita di A. da una pianta (mirra?) in cui era stata trasformata la madre Smirna, e più dalle feste Adonie celebrate ogni anno al solstizio di giugno (Greci), o alla fine dell'anno agricolo (Semiti), simboleggiantil la morte della vegetazione sotto il caldo canicolare in attesa della ripresa primaverile. Come le lamentazioni per Tammuz, le Adonie sono essenzialmente funebri. La descrizione più precisa del culto di A. presso gli Alessandrini (sotto Tolomeo Filadelfo) è quella di Teocrito (Idillio XV); del culto presso i Siro-Greco-Romani dell'Impero, quella di Luciano (De dea syria, 6. v. syria deA).
Teocrito descrive la festa celebrata in Alessandria verso il 273 a. C. Intorno ai simulacri di A. e Astarte, stento in bell'ordine frutta mature, focacce, unguenti di Siria in vaselli d'alabastro e poi, entro canestri d'argento, colle di terra fiorite. Sono questi i giardini di A. (cf. Is. 17, 10), in genere vasi di argilla seminati con pianticelle di rapida crescita e breve durata (grano, finocchio, lattuga) i quali poi venivano gettati nell'acqua del mare o del fiume più vicino. A questo primo giorno, di gioia, ne seguiva un secondo, più caratteristico, di lutto nel quale le donne piangevano la rapida dipartita del dio che con alterna vicenda passa dalla terra all'Ade, e finivano con pregarlo di essere propizio e ritornare con il nuovo anno, apportatore di nuova gioia.
A. era un semi-dio orientale, di origine sira, come dimostrano: l'esser egli figlio di Cinira, re di Pafo nell'isola di Cipro o di Teante re siro; la rispondenza dei suoi elementi con il Tammuz (v.) siro-mesopotamico (cf. Ez. 8, 14, dove la Volgata traduce "plangentes Adonidem»), dio della vegetazione morto in giovane età, sposo o figlio di Istar; lo stesso suo nome che è l'invocazione fenicia Adonî ("signore mio" e "marito mio") spesso ripetuta nelle lamentazioni in suo onore, e adottata dai Greci quale nome proprio ( { }^{′} Adonit). Non è ancora dimostrata l'identificazione A. = Tammuz, che, fin da Origene (Selecta in Ez.: PG 13, 797) si trova presso i Padri nell'esegesi di Ez. 8, 14 (s. Girolamo, In Ez., 8: PL 25, 82), ma è assai probabile. Il sumero Dumuzi (v. Tammuz) è il noto dio della vegetazione, sceso nell'oltretomba e da cui il mese di giugno prese il nome.
Il culto di A., da Cipro diffusosi in Fenicia, donde fu fatto passare su tutte le coste mediterranee, era specialmente celebrato a Biblos (v.), dove il dio, secondo alcuni chiamato Eîmun, parente di Astarte (Damascio, Vita Isidori, 502), rispondeva allo Hay-Tau dei te-
sti egiziani, e forse anche a Osiride. Nelle vicinanze di Biblos le acque del fiume Adonis (attuale Nahr Ibrahim) periodicamente arrossantiai per cause chimiche, erano dai fedeli credute il sangue del giovane dio ucciso.
Il Baal siro di Biblos, A d δ n-Eîmun, non è nominato nella Bibbia, ma allusioni al suo culto, che doveva attrarre gli Israeliti, si hanno forse in Dan. 11, 36, quasi certamente in Is. 17, 10. Per Zach. 12, 11, v. ADADREMMON.
Bibl. A. Lemonnyer, Le culte des dieux étrangers en Israël, in Revue des Sciences Philos, et Théologiques, 4 (1910), pp. 271-82; W. v. Baudissin, Adonis und Eonum, Lipsia 1911 (distingue le due divinità); G. Glotz, Les Hées d'A. sous Ptolémée II, in Rev. des études grecques, 33 (1920), pp. 167-222; J. G. Frasor, Adonis, trad. franc., Pariet 1921 ; R. Pottazzoni, I misteri, Bologna 1924, pp. 202-19; F. Cumont, Les Syriens en Espagne et les Adonies d' Séville, in Syria, 8 (1927), pp. 330-41; id. Adonis et Sirius, in Mélanges Glotz, I, Parigi 1932, pp. 257-64; P. de Vaux, Sur quelques rapports entre Adonis et Osiris, in Revue Bibl., 42 (1933), pp. 31-56; G. Furlani, La religione babilonese-assira, I, Bologna 1928, pp. 279-86 (porta di Dumuzi assiro); H. Stock, Adonishult in Nordafrika, in Berytus, 3 (1936), pp. 31-50. Per l'A. del Libano, praticamente identico a Dioniso, dovuto al sovcretismo siro-fenicio nei secc. i-III, cf. S. Ronzevalle, Jupiter Heliopolitain (Mélanges de l'Uulcer. de St. Joseph, XXI, 1), Beyrouth 1937. Per la pretesa "resurrezione» di A., cf. L. de Grondmaison, Adonis (Eelumoun Tammouz), in Recherches de Science religieuse, 17 (1927), pp. 110-15, riprodotto in Jésus Christ, II, Parigi 1931, pp. 520-24.
Faustino Salvani
ADONE, santo. - Arcivescovo di Vienne, nel Delfinato. Di nobile famiglia, n. sul principio del sec. IX, in diocesi, sembra, di Sens. Dall'abate Sigulfo, discepolo di Alcuino, fu accolto giovinetto nell'abbazia di Ferrières, donde, fatta la professione, passò, dietro richiesta dell' abate Marcardo, a quella di Prüm in Lorena. Ma avendo qui trovato contrarietà da parte di invidiosi, se ne allontanò per andare a Roma (vi rimase cinque anni), indi a Ravenna e infine a Lione, ove ebbe la parrocchia di S. Romano (cf. Lupo di Ferrières, Epist., 122: PL 119, 595). Eletto nell'859-60 arcivescovo di Vienne, resse quella sede fino alla morte ( 16 dic. 875 ).
A. è uno dei più illustri prelati della Francia medievale. Forte e pio, restaurò la disciplina ecclesiastica e regolò l'ufficiatura divina, tenendo a questo fine vari sinodi, i cui atti purtroppo sono andati perduti, eccetto un frammento di quello dell'870 (Manzi, XVI, 561 sg.). Si oppose energicamente al divorzio di Lotario II di Lorena da Teotberga, e tenne frequente corrispondenza con i pontefici Niccolò I e Adriano II (cf. MGH, Epist., VI, 766: indice, s. v. Ado). Il Martyr. Romanum lo ricorda al 16 dic.
A. ci ha lasciato vari scritti storici e agiografici : 1) Una Cronaca divisa nelle sei età del mondo, da Adamo all'anno 869 , sulla scorta di Beda ed altri; ma dall'814 in poi è indipendente: A. vi mostra come i vari personaggi del Vecchio Testamento siano tipi di Gesù Cristo; deplorevoli però sono le sue falsificazioni storiche per accrescere l'importanza della propria sede arcivescovile. 2) Un rifacimento della Passio s. Desiderii, vescovo di Vienne nel sec. vi. 3) La Vita s. Theuderii, fondatore di un monastero presso Vienne nel sec. vi. 4) Un Libellin de forticitatibus Apostelorum.
Ma l'opera celebre di A. è il suo Martirologio, composto a Lione prima dell'anno 859 : un Martirologio "storico ", che ebbe molta importanza nel medioevo, e, attraverso Usuardo, molto influenza sul Martyr. Romanum: un'influenza però che Quentin chiama "nefasta ". E assodato infatti che molte date, ubicazioni, identificazioni, traslazioni, che hanno creato difficoltà nella storia dei santi, in particolare in Roma, non sono altro che invenzioni di A. Lo stesso Quentin ha dimostrato che è opera di A. anche il preteso Antico Martirologio Romano, il Vetus o Pervum Romanum, dV.egli, a sostegno delle sue invenzioni, pose in testa alla sua opera maggiore.
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Bibl.: Ediz.: Le opere di A. sono raccolte in PL, vol. 123: edizioni critiche parziali si hanno: della Cronaca, dall'anno 814 in poi, in MGH, Script., II, Hannover 1820, pp. 313-26; della Vita Thouderii abbatii e la Passio e Desiderii, in MGH, Script. Rerum Merod., III, ivi 1896, pp. 525-30, 628 sg. e 646-48.
Studi : I. Mabillon, S. Adonis elogium historicum, in Acta SS. Ord. s. Rened., IV, in, Parigi 1680, pp. 262-75, riportato in PL 123, 9-22: BHL, nn. 82-83 e Suppl. p. 5; L. Duchesne, Fastes épiscopaux de l'ancienne Gaule, I, 2^{°} ed., Parigi 1907, pp. 147-62 (catalogo dei vescovi di Vienne), 201, 210; H. Quentin, Le "Codex Bezae" à Lyon? Les citations du Nouveau Testament dans le Martyrologie d'Adon, in Rev. Bénéd, 23 (1906), pp. 1-25; id., Les Martyrologes historiques du moyen âge, Parigi 1908, pp. 409-681; id., La correction du Martyrologé Romain, in Analecta Bollandiana, 42 (1924), pp. 387-406; G. Morin, Dom Quentin sur les Martyrologes, in Rev. Bénéd., 25 (1908), pp. 232-35; W. Kremers, Ado von Vienne, sein Leben und seine Schriften, Bonn 1911; Martyr. Romanum, 587-88.
Icino Cecchetti
ADONÏA (ebr. 'adonijjāhijī), "mio Signore è Jahweh»). - Quarto figlio di David (e di Haggith), n. a Hebron dopo che David era stato proclamato re di Giuda (II Sam. 3, 4; I Par. 3, 2).
Essendo David ormai vecchio, A., di circa 48 anni, bello e vanitoso, tentò di assicurarsi il trono paterno, cui riteneva d'aver diritto dopo la morte di Absalom. Fu sostenuto da Joab e da Abiothar, il primo già comandante dell'esercito di David e il secondo sommo sacerdote, caduti in disgrazia del re. Già stava per essere proclamato re con l'ordinario rito religioso alla fontana di Rogel, quando Bethsabea, desiderosa di fare innalzare suo figlio Salomone, svelò il piano al re. Il profeta Nathan confermò David nel proposito di fare ungere subito suo successore Salomone. All'udire le acclamazioni per la consacrazione del giovane Salomone alla fontana di Gihon da parte del sommo sacerdote Sadoe, A. costernato fuggì e si aggrappò ai corni dell'altare come luogo di asilo (I Reg. 1, 5-53). Implorò ed ottenne dal nuovo re salva la vita; ma, dopo la morte di David, in seguito alla sua richiesta a Bethsabea di sposare Abisag (v.), l'ultima concubina del re, Salomone, sospettando nel fratello maggiore occulte aspirazioni al trono, subito lo fece uccidere (I Reg. 2, 13-25).
Angelo Penna
ADONIBÉZEC (ebr. «signore di Bezeq»: titolo dinastico piuttosto che nome proprio). - Re cananeo di Bezec, città identificata da taluni con l'odierna Bezkuh a sud-est di Liddá, da altri con la Bezec di Saul (I Sam. 11, 8), forse Hirbet Ibziq tra Naplusa e Beisan. Avendo vinto tutti i capi dei clan vicini, A. si vantava di aver resi suoi schiavi 70 principi, ai quali aveva tagliato la punta delle mani e dei piedi. Assalito dalle tribù collegate di Giuda e di Simeone, fu sconfitto e fatto prigioniero. Gli fu inflitta la mutilazione ch'egli aveva usata verso i principi sconfitti. Condotto a Gerusalemme, morì riconoscendo nella sua sciagura il giusto castigo di Dio (Indc. 1, 4-7).
Angelo Penna
ADONISÉDEC (ebr. «il mio Signore è giustizia»; Settanta : Adonibezec). - Re amorrita di Gerusalemme al tempo in cui Israele, guidato da Giosuè, penetrò in Palestina.
Quando gli Israeliti ebbero espugnato Gerico e Hsi ed i Gabaoniti con uno stratagemma si unirono ad essi, A. si collegò con i re cananei Oham di Hebron, Pharan di Jerimoth, Japhia di Lachis e Dabir di Eglon. Assediati dai cinque re, i Gabaoniti chiesero l'aiuto di Giosuè che da Galgala si recò in una notte a Gabaon, e sconfisse i cinque re alleati, che inseguì fino a Bothoron, Azeca e Maceda. Sterminato col concorso di miracoli (pietre dal cielo, arresto del sole) l'esercito cananeo-amorrita, Giosuè catturò A. e gli altri quattro re, chiusi in una caverna a Maceda, li fece conculcare dai capi d'Israele, poi li giustiziò. I cinque cadaveri furono sospesi su cinque patiboli fino alla sera, indi sepolti nella caverna (Ios. 10, 1-27).
Angelo Penna
ADORATRICI PERPETUE di S. MARIA DI GUADALUPE. - Sorsero nel Messico nel 1881 per
opera di suor Maddalena dell'Incarnazione, e presero il nome e le regole della omonima istituzione fondata a Roma ca. un secolo prima, approvata da Pio VII il 22 luglio 1818 , e da Leone XIII il 7 dic. 1898. Le suore si dedicano, oltre che al culto eucaristico, alla educazione ed istruzione cristiana e civile delle giovani. Hanno 12 case con oltre 700 religione. Silverio Mattei
ADORATRICI del PREZIOSISSIMO SANGUE. - Congregazione religiosa femminile fondata ad Acuto nel 1834 dalla ven. Maria De Mattias per la istruzione ed educazione della gioventù in asili e scuole d'ogni grado. Approvata dalla S. Sede nel 1878, conta oggi oltre 2000 suore in 280 case.
Bibl.: M. E. Pietromarchi, Vita della Ven. Maria De Mattias, Isola Liri 1947. Silverio Mattei
ADORATRICI del S. CUORE DI GESÙ DI MONTMARTRE. - Furono fondate da Adele Garnier presso la basilica del S. Cuore di Montmartre a Parigi, nel luogo dove prima della rivoluzione francese sorgeva una abbazia di monache benedettine. L'istituto fu eretto canonicamente il 4 marzo 1898 dal card. Richard. Le suore seguono la regola di s. Benedetto, e loro scopo è il culto del S. Cuore. Cacciate nel 1901, si rifugiarono in Inghilterra. Dalla S. Sede furono approvate nel 1930 e sono oggi ca. 100, in 6 case.
Siverio Mattei
ADORATRICI del S.mo SACRAMENTO. Istituto religioso fondato a Cordoba in Argentina nel 1885 da alcune pie dame sotto la direzione del vescovo Giovanni C. Tissera, per riparare le offese fatte a Gesù nel Sacramento eucaristico. Le suore attendono alla istruzione ed educazione della gioventù in collegi e scuole.
Furono approvate dalla S. Sede nel 1896 e sono oltre 200 in 10 case.
Siverio Mattei
ADORATRICI del S.mo SACRAMENTO. La Congregazione fu fondata a Rivolta d'Adda dal sacerdote Francesco Spinelli in seguito a scissione provocatasi per un dissesto finanziario nell'Istituto delle Sacramentine, sorto a Bergamo nel 1881 ad opera di Geltrude Comensoli, incoraggiata dallo stesso Spinelli. Le suore hanno per fine l'adorazione del S.mo Sacramento, l'educazione e l'istruzione delle giovani e la cura dei malati. L'Istituto ha l'approvazione dalla S. Sede e conta oggi oltre 1000 suore in 120 case.
Bibl.: S. Congregazione dei Riti, Inquisizione della Sezione storica (P. Puschin) nell'origine delle Sacramentine, Città del Vaticano 1941. Silverio Mattei
ADORATRICI SCHIAVE del S.mo SACRAMENTO E DELLA CARITÀ. - Furono fondate a Madrid da s. Maria Michela del S.mo Sacramento (v.) nel 1845 per la rieducazione delle giovani cadute e la preservazione delle pericolanti. Hanno anche scuole gratuite di lavoro. Approvate dalla S. Sede nel 1866, sono oggi oltre 1500 in 60 case nella Spagna, in Italia, nell'America del Sud e nel Marocco. Nelle loro cappelle il S.mo Sacramento è esposto di continuo.
Bibl.: V. de la Fuente, Las Adoratrices. Noticias acerca del origines de esto Instituto, Madrid 1884; Anon., Vida de la Ven. Madre Sacramento, 2 voll., Madrid 1908. Silverio Mattei
ADORAZIONE. - Etimologicamente a. (dal lat. ad os) è il gesto di portare le mani alle labbra e poi volgerle verso un simulacro o un oggetto comunque sacro in segno di venerazione. Questo nome si estende anche a consimili atteggiamenti delle braccia, delle mani, del corpo (inginocchiamento, prostrazione [gr. π ρ ° σ ν hat{σ} ν varphi η ς ], inchini profondi, ecc.).
I. L'A. Nelle religioni in genere. - L'atto di a. esiste in tutte le religioni perché è provocato da un sentimento intimo di timore e di rispetto verso il mi-
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una Wispett, barcolapli
adorazione - Cristo tra gli apostoli, adorato da due fedeli. Sarcofago - Ancona, Cattedrale.
stero divino e nelle religioni superiori di rispettoso amore verso la divinità o l'oggetto venerato.
L'a. si estrinseca con atti di culto collettivi o individuali. I collettivi convogliano tutto il gruppo umano, piccolo o grande che sia, verso l'espressione del medesimo sentimento religioso che può manifestarsi nelle forme inferiori della danza orgiastica, dei movimenti ritmici dei quaecheri e dei pentecostali, nei vorticosi giri dei dervisci urlanti; e, nelle forme superiori, in preghiere e in canti modulati dietro invito di chi presiede l'adunanza e in sacrifici.
Gli atti di culto individuali dipendono dalla libera espansione del singolo, e vanno per una scala ascendente, dal semplice gesto alla meditazione contemplativa, preparata in certe religioni da mezzi pratici come il controllo del respiro nello yoga, le pratiche «psicotecniche" nella teosofia, la ricerca del silenzio che isola da contatti con l'esterno e finalmente l'abbandono completo di tutte le potenze dell'anima in Dio. Ma su questo punto v. mistica.
Nicola Turchi
I monumenti religiosi, giunti a noi in tanta abbondanza dall'antichità e dal medioevo, ci permettono di distinguere vari gesti di a. Usata nell'Oriente antico ed ancor oggi presso i musulmani è la prostrazione completa a terra: la stessa che si usava dinanzi ai sovrani, che ai sudditi e ai re sottomessi mettevano il piede sul collo, mentre l'inferiore baciava il suolo. Più semplice è l'attitudine di star seduto sui calcagni o inginocchiato su due o su un ginocchio. Ma si poteva anche adorare stando semplicemente in piedi, nell'atteggiamento di un servo in attesa di ordini, con le braccia pendenti o incrociate sul petto, ovvero con ambo le braccia alzate. Frequente era anche l'uso di adorare col gesto di saluto, col braccio alzato e la palma rivolta in avanti. L'umiltà dei vari gesti poteva essere accresciuta dal chinare il capo in segno di riverenza.
Un gesto rimasto isolato sembra essere stato in uso presso i Cretesi-Micenei : consisteva nel portare alla fronte il pugno chiuso, quasi a riparare gli
occhi dal fulgore che emanava dalla divinità. Segno di a. è infine il bacio, piuttosto raro, sia nell'antichità che nell'età moderna.
BibL.: G. van den Leeuw, Einfübrung in die Phänomenologie der Religion, Tubinga 1933. pp. 216, 408, 441.
Paolino Mingazzini
2. Nella teologia cristiana. - Nell'accezione cosi ampia, con cui x'è definita l'a., questa potrebbe riferirsi anche a persone rivestite di autorità civile. Però nella tradizione cristiana suole avere soltanto un contenuto religioso e può significare tanto un qualsivoglia atto di culto (cf. Io. 4, 21) quanto e più propriamente ogni atto di culto esteriore tributato a Dio o alle creature, tenuto conto del loro speciale rapporto con Dio.
In queste ultime parole è perfettamente determinato l'oggetto dell'a.: Dio sovranamente, pienamente, senza alcuna relazione; e poi la creatura considerata unicamente nelle sue relazioni con Dio. E siccome l'unione delle varie creature con Dio può essere più o meno intima, ne segue che l'a. può avere diversi gradi. Già s. Agostino scriveva a questo proposito: "Noi onoriamo i martiri con quel culto di amore e di sociale intimità, con il quale onoriamo qui sulla terra gli altri uomini che si distinguono per la loro santità nel servire Dio. Solo che i martiri li onoriamo con maggiore devozione e fiducia perché hanno superato già il combattimento" (Contra Faustum, 20, 21: PL 32, 384). Di fatto tuttavia, l'uso della parola a. è stato ristretto, per riguardo alle creature, a quelle solamente che hanno relazione tutta speciale con Dio. Cosi l'umanità santa di Gesù Cristo nell'Eucaristia, la croce simbolo della nostra redenzione, gli angeli e i santi la cui unica occupazione è di onorare Dio, la Madre del Verbo divino che è posta al di sopra degli angeli e dei santi, sono l'oggetto della nostra a., ma di un'a. proporzionata alla loro eccellenza relativamente a Dio. Di qui tre specie di a., che sono veri atti di religione, e cioè : di latria, di dulia, e di iperdulia. I teologi, con s. Tommaso, insegnano che mentre l'a. di dulia
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e l'a. di iperdulia non differiscono sostanzialmente tra loro (si tratta sempre di a. resa a creature), tra esse invece e l'a. di latria (che va resa al solo Dio), la differenza è sostanziale (cf. Sum. Theol., 2^{a}-2^{a e}, q. 103, a. 3).
Presa in questo senso, a. vale lo stesso che culto (v.), per cui gli autori parlano ugualmente di culto di latria, culto di dulia e culto di iperdulia. Generalmente però essi, restringendo l'uso della parola a. al solo culto dovuto a Dio (a. in senso stretto, a. di latria), chiamano venerazione (dulia significa dipendenza, sottomissione e quindi venerazione) il culto dovuto agli angeli, ai santi e alle loro reliquie e immagini; e venerazione speciale quello dovuto alla Vergine, alle sue reliquie e immagini. In ognuna poi di queste specie di a. o culto, gli autori distinguono un'a. o culto assoluto e un'a. o culto relativo: è assoluta quell'a. che si rende a ciò che merita in sé di essere adorato a causa della propria eccellenza; è relativa invece quella che si rende a ciò che non merita di essere onorato in sé, ma a causa dell'eccellenza di un altro. Così a. o culto di latria assoluto va a Dio, alla S.ma Trinità, a Gesù Cristo, all'Eucaristia, al cuore di Gesù; a. o culto di latria relativo al nome di Gesù, alla croce sulla quale Gesù è spirato, all'immagine di Nostro Signore, agli strumenti della passione quali la corona di spine, i chiodi, la lancia, ecc. Con a. o culto di iperdulia assoluto si onora la Madonna e con iperdulia relativa le sue immagini. Con a. o culto di dulia assoluta veneriamo gli angeli e i santi, con dulia relativa le loro reliquie e immagini.
Stando alla definizione riferita più sopra, è chiaro che l'a. importa un duplice atto: l'uno interno, dell'intelletto che conosce l'eccellenza altrui e la propria soggezione, e della volontà che intende manifestare esternamente, con qualche segno, questa nostra soggezione; l'altro esterno, e cioè l'atto stesso di umiliazione e di rispetto, con cui manifestiamo esternamente l'atto interno.
Gli atti esterni con i quali si è dimostrata in passato e si dimostra tuttora l'a., eccettuato il solo sacrificio, sono indifferenti e si possono tributare sia a Dio che alle creature; per cui la ragione specifica di a., più che dall'atto esterno, dipende e si desume dall'atto interno. Così chi per mezzo della prostrazione intende sottomettersi a qualcuno come a Dio, gli rende culto di latria; se intende invece sottomettersi a lui come ad amico di Dio, fa atto di dulia; se poi intende sottomettersi a lui come ad uomo rivestito di autorità o comunque potente, non fa altro che atto di culto civile. Di qui è facile spiegare l'uso ecclesiastico della genuflessione al Papa e al vescovo diocesano, del bacio del piede al Sommo Pontefice, del termine stesso di a. per designare l'atto di rispetto e venerazione prestato dai cardinali al neo-eletto vicario di Gesù Cristo; come pure l'uso della prostrazione civile (della genuflessione) e simili, praticato, specie in Oriente, verso la persona dell'imperatore, o verso gli antenati e i defunti in genere.
Quando tuttavia si pretende la pratica di questi atti verso le creature umane, con la stessa intenzione con cui si tributano a Dio, allora vediamo spesso il credente nel vero Dio, che si rifiuta di prestarli. Cosi la S. Scrittura ci dice che Abramo adorò Ephron Heteo (Gen. 23, 12), che Giuseppe fu adorato dai suoi fratelli (Gen. 43, 26), David da Miphiboseth, Ioab, Absalom, ecc. (II Reg. 9, 6 e 8; 14, 22 e 33); ma ci dice ancora che Mardocheo si rifiutò di adorare Aman, che pretendeva tale atto come fosse un Dio (Esth. 3,
2); che s. Pietro rifiutò l'a. del conturione Cornelın, che voleva prestargliela come a Dio (Act. 10, 26). Cosi i primi cristiani rifiutarono quegli atti di ossequio verso gli imperatori, i quali li esigevano come fossero dèi, protestando che con tale intenzione non si potevano prestare che all'unico Dio. Sono anche note le dispute teologiche relative all'uso dell'a., e che dal secolo v al ix turbarono, quando più quando meno, l'Oriente e l'Occidente (v. iconoclastia). Bisogna convenire che presso le due Chiese la dottrina fondamentale al riguardo era la medesima: la controversia derivò dal non essersi saputi intendere sulle parole (da allora i Greci cominciarono a riservare la parola λ α τ ρ ε i α per indicare il culto dato a Dio solo e usarono la parola π ρ o σ ε dot{ν} v η σ ι ς in un senso più generale; ma la dis'inzione non divenne precisa che a poco a poco - dot{η} dot{α} λ η θ ι ν dot{η} λ α τ ρ ε i α, dot{η} κ α τ dot{α} λ α τ ρ ε i α ν π ρ ° σ α dot{ν} ν η σ ι ς distinta da dot{η} τ ι μ η τ ι κ dot{η} (oppure dot{ε} κ τ ι μ tilde{η} ς ) π ρ ° σ κ dot{ν} v η σ ι ς - mentre nella lingua latina i due vocaboli furono tradotti con l'unica voce adoratio, ciò che non contribuì né alla chiarezza, né all'intesa); e anche dal fatto che i Latini vedevano negli usi dei Greci l'espressione del culto assoluto di latria, mentre questi non ve la vedevano.
Quanto all'obbligo dell'a. verso Dio, i moralisti ricordano che tale dovere è imposto sia dalla legge naturale, sia dal diritto divino-positivo (cf. Mt. 4,10); la legge ecclesiastica poi ha determinato il modo e il tempo di soddisfare, per i fedeli, a detto precetto (cf. can. 1255 sgg . del CIC). Il culto dei santi, delle sacre immagini e delle reliquie è regolato dalle disposizioni del CIC (cann. 1276-89).
BibL.: A. Piscatta-A. Gennaro, Elementa Theologiae Moralis, II, Torino 1929, nn. 287-91; E. Beurlier, Le culte impérial, Parigi 1891; id., Les vestiges du culte impérial à Rysance et la quarelle des Iconoclustes, ivi 1891; L. Brehier-P. Batillal, Les survivantes du culte impérial romain, ivi 1920; E. Beurlier, s. v. in DThC, I, coll. 437-42; U. Fraccssini, s. v. in Euc. Ital. I, pp. 418-19. Adamo Pucci
3. Nell'arte. - Nell'arte cristiana antica il rito dell'adoratio, già usato dai pagani verso le divinità e poi anche verso gl'imperatori, diventa una semplice prostrazione, per lo più con un solo ginocchio e accompagnata spesso da un gesto di parola o di saluto. Così si comportano i santi che si presentano al giudizio di Dio, e così i vari personaggi (Cananea, lebbroso, le tre Marie, ecc.) che il Vangelo fa accostare a Gesù in atto di a. Altro modo dell'a. era il semplice inchino profondo; e questo pure ricorre nell'arte antica, come, ad es., nelle rappresentazioni tratte dall'Apocalisse. Il bacio dei piedi accompagnato da prostrazione profonda, che si vede su vari sarcofagi antichi, unisce insieme il sentimento dell'a. con quello generico del più profondo rispetto. Questo è rimasto in quel rito che si dice ancora, impropriamente, a. del Papa appena eletto.
Antonio Ferma
ADORAZIONE : v. inoltre orazione.
ADORAZIONE della CROCE: v. croce.
ADORAZIONE dei MAGI: v. epifania.
ADORAZIONE del PAPA: v. sommo ponTEFICE.
ADORAZIONE PERPETUA NOTTURNA: v. SACRAMENTO.
ADORAZIONE delle QUARANTORE : v. QuARANTORE.
ADORAZIONE del S.mo SACRAMENTO, Suone malabaresi dell'. - Questa congregazione fu fondata recentemente da mons. Tommaso Kurlalachery (1873-1925). Lo scopo è l'adorazione del S.mo Sacramento e l'istruzione della gioventù. La congre-
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gazione è sparsa nelle diocesi di Ernakulam e di Changanacherry e nel 1937 contava 202 suore e 37 novizie.
Guglielmo de Vries
Guglielmo de Vries
giugno 1805, m. a Parma il 7 febbr. 1893. Vedova di Domenico Botti, addetto alla corte ducale di Parma, si iscrisse prima alla Pia Unione delle Dame visitartici delle carceri, fondò poi l'Istituto del Buon Pastore per la rieducazione delle giovani cadute, e la Congregazione delle Ancelle dell'Immacolata Concezione per la cura delle orfane e delle fanciulle abbandonate. La causa di beatificazione è in corso.
Bibs.: Simonazzi, La vita e le opere di A. M. A., Parma 1824.
ADORNO, Francesco. - Predicatore gesuita, n. a Genova il 13 sett. 1533, m. ivi il 13 genn. 1586. Conobbe la Compagnia di Gesù nel Portogallo e vi entrò il 10 giugno 1549 nel noviziato di Coimbra. Richiamato in Italia dopo dieci anni, incontrò grandi successi come predicatore in varie città e fu applicato a cariche di governo (rettore dei Collegi di Padova, 1560-67, e di Milano 1581-84, Provinciale di Lombardia, 1567-70, 1573-78). Ma è principalmente noto per le sue relazioni con s. Carlo Borromeo, di cui fu il direttore spirituale (dopo il p. Ribera), consigliere negli affari più diversi, uno dei collaboratori più fidi nella formazione del clero, in varie controversie (come quella sugli spettacoli), in missioni diplomatiche ed apostoliche (ad es. nella Valtellina, 1584). Il santo lo prese come compagno in vari pellegrinaggi. Il ragguaglio che l'A. dettò del pellegrinaggio fatto nel 1578 dal Borromeo alla S. Sindone a Torino, è citato spesso nella versione latina di Giov. Andrea Guarnieri stampata a Bergamo nel 1579, ma l'originale italiano è stato pubblicato da mons. P. Savio in Aevum, 17 (1933), pp. 423-54. Altre opere dell'A., per lo più rimaste manoscritte, su questioni di diritto canonico (nella Biblioteca Ambrosiana) sono elencate nella bibliografia del Sommervogel. Nel 1580, s. Carlo aveva proposto a Gregorio XIII di nominare l'A. generale della Compagnia (fu eletto l'Acquaviva); nel 1584 lo volle presso di sé negli ultimi viaggi, negli esercizi spirituali fatti a Varallo e ne fu assistito alla morte.
Bibs.: C. Gorla, Il p. F. A., in S. Carlo Borromeo nel terzo centenario della consoizzazione, Milano 1910, pp. 329-31; P. Savio, Pellegrinaggio di s. Carlo Borromeo alla Sindone in Torino, in Aevum, loc. cit.; P. Tacchi Venturi, s. v. in Enc. ital., I, p. 322 ; Sommervogel, I. col. 54 . Ednondo Lamalle
ADORNO, Giovanni Agostino. - Confondatore dei Chierici regolari minori (v.), n. a Genova nel 1551, m. a Napoli il 29 sett. 1591. Seguendo le tradizioni della sua nobile famiglia dogale s'avviò alla carriera diplomatica, visitò molte corti d'Italia e fece parte di una ambasceria a Filippo II di Spagna. Abbandonò poi tale carriera e si pose sotto la direzione spirituale del concittadino Basile Pignatelli, teatino. Trasferitosi il Pignatelli, A., fermandosi per via a Vallombrosa e a Roma dove ricevette gli ordini minori, lo raggiunse a Napoli. Ivi si dedicò ad opere di carità e assistenza dei condannati a morte, nella Compagnia dei Bianchi (v.) e fu ordinato sacerdote. Conobbe Fabrizio ed Ascanio (il futuro s. Francesco) Caracciolo. Ritiratosi con quest'ultimo nell'eremo camaldolese di S. Salvatore, vi concretò la regola della nuova congregazione. Ebbero a Roma da Siato V il breve di approvazione ( 1^{°} luglio 1588). Nel febbr. 1591, tornato a Roma, ottenne da Gregorio XIV due altri brevi che confermavano l'istituzione, alla quale vennero accordati anche i privilegi dei Teatini.
Bibs.: C. Piselli, Notizia historica della Religione dei PP. Chierici Regolari Minori, Roma 1710.
Francesco Tinello
ADORNO HINOJOSA, Gonzalo. - Teologo gesuita spagnolo, n. a Jerez de la Frontera il 7 sett. 1752, m. il 17 febbr. 1812 a Viterbo, ove era stato deportato con i Gesuiti spagnoli nel 1767.
Scrisse tra l'altro: Lettera dommatica (1789); Della privativa autorità del sacerdozio evangelico sugli impedimenti dirimenti e sulle coste matrimoniali (1789); Dell'origine dell'immunità del clero cattolico (1791).
Bibl.: Sommervogel, I. coll. 36-37; J. E. De Uriarte e M. Lecca, Biblioteca de Escriptores de la Comp. de Jesús.... de España, I. Madrid 1925. pp. 35-36.
Cesare Bertola
"ADORO TE DEVOTE". - Ritmo detto di s. Tommaso d'Aquino, proposto dal Messale romano come preghiera dopo la Messa.
L'A. si compone di sette strofe, ciascuna di quattro versi, rimati due a due, in versi senari trocaici catalattici o tronchi, composti secondo l'accento. Il primo verso soltanto ha una sillaba d'avviamento o anacrisi, che lo potrebbe far scambiare con un trimetro giambico: Adôro té devôte, - lótens Déitás. Sono abolite le elisioni; la cesura è dopo la prima tripudia. La struttura metrica lo rende particolarmente interessante, perché, a quanto sembra, non vi è altro esempio nella letteratura latina del medioevo.
La celebrità e popolarità dell'inno è posteriore alla sua inserzione nel Messale di Pio V (14 luglio 1570), tra le preghiere che completano il ringraziamento alla Messa. I manoscritti, ora conosciuti, sono una trentina, tutti dei secc. xv e xvi, eccetto tre del sec. xiv (il 128 di Montecassino, il 286 di Klosterneuburg, e il 14963 lat. della Bibl. Naz. di Parigi).
Il Wilmart spina che s. Tommaso non sia l'autore dell'A., facendo i seguenti rilievi: 1) non si conoscono testimonianze dell'A. all'infuori dei manoscritti che ne dànno il testo; il più antico di essi, il Klosterneoburgense, è del 1350 ca. e contiene una redazione del 1323, cioè di mezzo secolo dopo la morte di s. Tommaso ( 7 marzo 1274); 2) eccetto sei manoscritti che non specificano l'autore, tutti gli altri, compresi i tre più antichi, sono in favore di s. Tommaso; ma la circostanza, accennata da molti di essi, che Tommaso abbia composto l'A. " instante suo obitu, ante sumptionem Corporis Domini", contrasta con quanto ci narra il suo biografo Guglielmo de Tocco (Vita r. Th., X, 59) : 3) le poesie autentiche di s. Tommaso - quelle per l'ufficiatura del Corpus Domini - non hanno la semplicità e il lirismo dell'A. Ma a tale obiezione si può rispondere che anche l'A. ha, qua e là, venature di raziozinio teologico, sia pure in grado minore che nelle altre composizioni dell'Aquinate, nelle quali, del resto, affiora sempre l'afflato poetico, per quanto contenuto dal rigore delle terminologie dogmatica.
Comunque si risolva la controversia sulla paternità di s. Tommaso, l'A. è un capolavoro di poesia cristiana, una composizione armoniosa, semplice e profonda, che ha molto giovato alla devozione cattolica.
In origine dovette essere una preghiera per l'Elevazione (v.); il suo autore si dové ispirare a un testo già familiare alla pietà del popolo, testo che si riscontra nella Sum. Theol. (parte IV, q. 10) di Alessandro di Hales (m. nel 1245): Adoro te, Iesu Christe salvator; qui per mortem tuam redimisti mundum, quem credo sub hac specie, quam video, contineri.
Il memoriale del versetto 17 richiama le parole della consacrazione «in mei memoriam facietis» (cf. Lc. 22, 19, e I Cor. 11, 24); il pie pellicane del vers. 21 rievoca un noto simbolismo (cf. Dante, Par., XXV, 113).
In musica, la prima e l'ultima strofa, riunite, costituiscono un mottetto eucaristico. La melodia gregoriana, post-classica, di V modo, è composizione strofica. Tra le antiche, è da ricordare quella polifonica del 1625 , anonima, a 3 voci pari, con la finale : Ave Iesu, verum Manhu, Christe Iesu! - Adauge fidem omnium credentium.
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Bib.: H. A. Daniel, Thesaurus Hymnalogicus. I, Halle 1841, pp. 255-56; F. J. Mone, Lateinische Hymnen des Mittelalters, I, Friburgo in Br. 1853, pp. 275-76; U. Chevalier, Repertorium Hymnalogicum, I, Lovanio 1892, nn. 518-21 e V. Bruxelles 1921, p. 15 (nn. 518-21); G. M. Dreves, Analecta Hymniva Medii Apvi, 50 (1907), pp. 589-91; V. Le