ifonica del 1625 , anonima, a 3 voci pari, con la finale : Ave Iesu, verum Manhu, Christe Iesu! - Adauge fidem omnium credentium.
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Bib.: H. A. Daniel, Thesaurus Hymnalogicus. I, Halle 1841, pp. 255-56; F. J. Mone, Lateinische Hymnen des Mittelalters, I, Friburgo in Br. 1853, pp. 275-76; U. Chevalier, Repertorium Hymnalogicum, I, Lovanio 1892, nn. 518-21 e V. Bruxelles 1921, p. 15 (nn. 518-21); G. M. Dreves, Analecta Hymniva Medii Apvi, 50 (1907), pp. 589-91; V. Leroquais, Les Livres d'Heures, I, Parigi 1927, p. 329; F. J. E. Raby, A History of Christian-Latin Poetry, Oxford 1927, pp. 410-11; A. Wilmers, La tradition littéraire et textuelle de l'- A. -, in Recherches de Théologie ancienne et médiévale, 1 (1929), pp. 21-40, 149-76 (studio fondamentale, ripubblicato in seguito, con aggiornamenti, in Auteurs spirituels et Textes déviés du Moyen-Age, Parigi 1932, pp. 361-414); A. Gaudel, A propos de la controverse touchant l'attribution de l'- Adoro te - à Saint Thomas, in Revue de sciences religieuses, 10 (1930), pp. 258-60; E. Dumoutet, Aux origines des Saluts du Saint-Sacrement, in Revue Apologétique, 52 (1931, 11, pp. 421-25.
Igino Cecchetti
ADOZIANISMO. - I. Nozione generale. - In senso lato è l'errore di coloro che negano la divinità di Gesù Cristo, sia realmente, sia con le formule che adoperano, affermando che egli è figlio adottivo di Dio per grazia. Vi è dunque un a. reale e un a. verbale. L'a. reale è stato sostenuto da eretici dei primi secoli : Cerinto, gli ebioniti, Teodoto di Bisanzio detto il Conciatore, Teodoto il Banchiere, Artemone e Paolo di Samosata. L'a. verbale appare nella Spagna sul finire del sec. viri con Elipando, arcivescovo di Toledo, e Felice, vescovo di Urgel.
Il vocabolo «a.» si adopera tuttavia principalmente per indicare l'a. spagnolo (verbale), e soltanto dalla pubblicazione della Storia dei dogmi di A. Harnack (Lehrbuch der Dogmengeschichte, I, Friburgo in Br. 1886) è invalso l'uso di chiamare adoziani gli eretici primitivi ai quali acconnammo, invece di farne una categoria speciale di monarchiani: i monarchiani dinamisti (v. monarchianismo). Fra l'a. primitivo e a. spagnolo c'è poi l'a. nestoriano di Diodoro di Tarso, di Teodoro di Mopsuestia e di Nestorio. Per questo a., che, pur avendo molti punti in comune con i due a. tipici, rappresenta una forma originale, si vedano le voci Diodoro di tarso; nestorio e nestorianismo; teodoro di mopsuestia.
L'a., preso in sé, è un errore cristologico e si riferisce al problema dell'unione della divinità e dell'umanità di Gesù Cristo. L'a. reale è la soluzione razionalista del problema.
II. L'A. PRIMITIVO E I SUOI PRINCIPALI RAPPRESENTANTI. - Già alla fine del I sec., lo gnostico Cerinto (v.) negò la divinità di Gesù, il suo concepimento verginale, ed in lui non vide che un uomo, superiore agli altri per giustizia e per sapienza. Nel suo sistema, Cristo è distinto da Gesù. Un po' più tardi, i giudeocristiani di Siria, distinti col nome di ebioniti (v.), o ebioniani, parlano di Gesù come Cerinto. Tuttavia, come testimonia Eusebio di Cesarea (Hist. eccl., III, 27, 2), alcuni di loro ammettevano la sua nascita miracolosa. Alla fine del sec. it appaiono gli adoziani razionalisti propriamente detti con Teodoto di Bisanzio, detto il Conciatore, ed il suo omonimo Teodoto il Banchiere. Tracce di a. si trovano veramente nel Pastore di Erma; ma se Erma male si esprime sulla persona di Gesù e le sue relazioni con Dio, non è affatto per tendenza razionalistica, è per semplice ignoranza.
Teodoto il Conciatore, originario di Bisanzio, uomo ricco ed istruito, in una persecuzione aveva apostatato. Per nascondere il suo fallo si rifugiò a Roma, sotto il papa Vittore (193-203). Secondo un poco attendibile aneddoto, riferito da s. Ippolito, ad un suo compatriota che gli rimproverava la sua apostasia, egli avrebbe risposto : «Non ho rinnegato Dio, ma un uomo ». Certo è che Teodoto negava la divinità di Gesù Cristo e, benché ammettesse la sua miracolosa nascita da una vergine, non vedeva in lui che un uomo di santità superiore, cui Dio aveva affidato la missione di salvare gli uomini. Al suo battesimo sulle
rive del Giordano, Cristo - detto altrimenti lo Spirito Santo - era disceso sopra di lui sotto forma di una colomba e gli aveva comunicato il potere di fare miracoli. Ma non per questo era diventato Dio.
Teodoto e i suoi cercavano di provare la loro dottrina con la Sacra Scrittura: erano letterati ed eruditi, che argomentavano secondo le regole di Aristotele. Scomunicato dal papa Vittore, Teodoto organizzi a Roma una piccola comunità scismatica, più somigliante a una scuola che ad una Chiesa. Fra i discepoli di Teodoto il Bizantino, s. Ippolito, che aveva combattuto la setta in molti dei suoi libri, indicò un altro Teodoto, di condizione banchiere, un certo Asclepiodoto, ed un confessore romano di nome Natalis, il quale accettò, ricevendo uno stipendio, di fungere da vescovo della setta. Ma costui, in seguito a terrificanti visioni, non perseverò nell'errore e andò a chiedere perdono al papa Zeffirino. Teodoto il Banchiere, alla dottrina del suo maestro, aggiungeva bizzarre speculazioni su Melchisedec, che dichiarava superiore a Gesù e che sembrava confondere con lo Spirito Santo, chiamandolo la grande potenza ( Δ óvquiv " τ v α μ ε γ ω τ η η i, la virtù celeste della grazia principale, mediatere fra Dio e gli angeli ed anche gli uomini, spirituale e figlio di Dio ( π v ε varphi μ α τ ι κ dot{ς} × α i uí ς Ө ε ι ς ).
L'ultimo teodoziano insigne, in Occidente, è Artemone o Artemas, contemporaneo di s. Ippolito (m. nel 235) al quale probabilmente è sopravvissuto. Le sue relazioni con la setta sono oscure, se si giudicano dal trattato anonimo diretto contro di lui, che diffusamente cita Eusebio (Hist. eccl., V, 28, 3), che Teodoreto (Haer. fab., III, 4, 5) chiama il Piccolo labirinto, e che vari autori attribuiscono a s. Ippolito (cf. Adhémar d'Alès, La théologie de saint Hippolyte, Parigi 1906, pp. xxxit-iv). Secondo questo trattato, Artemone pretendeva che la sua dottrina fosse stata quella della Chiesa romana prima di Zeffirino (202-18). Ignorava la condanna di Teodoto da parte di papa Vittore, ovvero dogmatizzava per conto proprio, senza speciale relazione con i teodoziani? Quello che si sa, è che il Concilio d'Antiocchia del 268, che condannò Paolo di Samosata, considera Artemone come precursore di Paolo e padre della sua eresia, la quale consiste essenzialmente nella negazione della divinità di Gesù Cristo. Paolo di Samosata, difatti, era il tipo dell'adozianista razionalista, il quale abbassa il dogma cristiano al livello della pura ragione ed interpreta in tal modo i dati della Rivelazione.
Bibl.: La fonte principale per la storia dell'a. primitivo è s. Ippolito, che l'ha combattuto in parecchie sue opere : 1) nel Syntagma contra omnes haereses, opera perduta, ma utilizzata dallo eseculo-Tertulliano, Liber adverous omnes haereses, 23 da Filastrio, Liber de haeresibus, 50 ; e da s. Epifanio, Haeres., IV-V; 2) nel Philosophumeno, specialmente VII, 35; IX, 3, 12; X, 33, 27: 3) nell'Atherius haeresim Noeti, III: 4) nel Contra Artemenem (è Il Piccolo labirinto di Teodoreto, già citato), in Eusebio, Hist. eccl., V, 28. Si vedano anche le storie dei dogmi e le storie ecclesiastiche più recenti, specialmente J. Tixeront, Histoire des dogmes, I: La péricode antinicénone, ²² ed., Parigi 1930; A. Harnack, op. cit., I; L. Duchesne, Histoire ancienne de l'Eglise, I, ²² ed. Parigi 1906, pp. 299-303; G. Lebrertin, Dalla fine del II secolo all'editio di Milano in A. Fliche-V. Martin, Storia della Chiesa, trad. ital., II, Torino [1938], pp. 88-91.
III. L'A. spagnolo. - Errore di coloro che hanno attribuito al Verbo Incarnato due filiazioni, una naturale, in quanto figlio di Dio, ed una adottiva, in quanto uomo. Esso fu sostenuto alla fine del sec. viri da due spagnoli: Elipando (v.), arcivescovo di Toledo, e Felice (v.), vescovo di Urgel, i quali fecero non pochi discepoli tra i loro familiari.
Agitata anzitutto da Elipando circa il 782 , quest'eresia fu abbracciata e sviluppata da Felice, il quale divenne il vero teologo della setta. Tanto l'uno che l'altro intendevano rimanere nell'ortodossia e non soltanto ammette-
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vano integralmente il dogma della Trinità - ciò che li distingueva dall'a. primitivo - ma respingevano l'eresia nestoriana e proclamavano che il Verbo si era unito ipostaticamente alla natura umana, rimanendo una sola persona.
In realtà, e quasi loro malgrado, insegnavano il dualismo ipostatico nestoriano per il modo con cui si esprimevano. Ammettendo in Gesù due filizzioni, erano indotti a distinguere in lui il figlio di Dio per natura, che era il Verbo, ed il figlio di adozione per grazia, che era l'uomo Gesù. Al pari dei nestoriani, affermavano bensì che non vi era che un Figlio di Dio, ma, con la loro terminologia, dichiaravano equivalentemente che ve ne erano due. Del resto, per quasi di sentire Teodoro di Mopsuestia, il padre del nestorianismo, quando si legge la professione di fede di Elipando: «Quia non per illum qui natus est de Virgine visibilia [Deus] condidit, sed per illum qui non est adoptione sed genere, neque gratia sed natura * (in PL 16, 917). Parimente Felice scrive: "Qui susceptus est cum eo qui suscepit connuncupatur Deus - impassibilia in suo, passibilis in alieno " (passo riferito da Alcuino, in Adversus Felicem, VII; VIII, 3; V, 2).
Gli adozianisti, al pari dei nestoriani, dimenticavano che l'idea di filiazione e di figlio è inseparabilmente legata all'idea di persona e non all'idea di natura e, non distinguendo nettamente le nozioni di natura e di persona, si formavano un concetto eretico dell'unione ipostatica, che traspariva, loro malgrado, dal modo con cui parlavano delle due nature. E quindi a ragione che la Chiesa li ha condannati come eretici, checché ne abbiano detto certi storici protestanti del dogma, come Walch e Baur, ed il teologo gesuita Gabriele Vázquez.
La storia della controversia adozianista è assai complicata. Molto si discusse sulle sue origini. Si può supporre che libri nestoriani siano penetrati in Spagna tradotti in arabo; comunque si scorgono i primi germi dell'errore in una lettera anteriore al 782 , scritta da Elipando al vescovo Migezio, uno sconosciuto che sembrava imbevuto di sabellianismo. Negli anni seguenti la teoria delle due filizzioni si propagò tanto nella parte della Spagna sottomessa ai Mori, quanto in quella sottomessa a Carlomagno, ove Felice di Urgel, interrogato da Elipando verso il 790 91, se ne fece il difensore. Fin dal 783 papa Adriano I aveva inviato ai vescovi spagnoli una lettera dogmatica per ribatterla (PL 158, 373-486). Venuto a conoscenza della nuova eresia, Carlomagno si mise in anima di estirparla dai suoi Stati e fin dal 792 fece riunire a Ratisbona un concilio, ove Felice dovette presentarsi in veste di accusato. Avendo fatto la sua ritrattazione, andò a Roma, e qui la rinnovò. Non era però sincero, poiché, ritornato in Spagna, lasciò la propria diocesi per recarsi in terra saracena, probabilmente a Toledo, ove, d'accordo con Elipando ed altri vescovi, suoi partigiani, organizzò la lotta contro l'ortodossia. Una lettera fu indirizzata ai vescovi delle Gallie ed una a Carlomagno. Questi ne mise al corrente il Papa e riunì un gran concilio a Francoforte, dove Adriano I si fece rappresentare da alcuni legati. I vescovi italiani confutarono l'a. appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, mentre i vescovi delle Gallie, dell'Aquitania e della Germania presentarono in scritti separati la prova di tradizione. Si aggiunse poi la lettera di Adriano I a Carlomagno, nella quale, sotto forma di esortazione, si riassumevano magistralmente i due scritti dei membri del concilio (794).
Tutti questi documenti furono inviati agli Spagnoli, i quali però ancora non si arresero. Felice di Urgel continuò a polemizzare con Alcuino, finché un Concilio romano del 799 lo scomunicò. Paolino patriarca di Aquileia nel Sinodo che tenne in Friuli (796) fece altrettanto e scrisse tre libri contro di lui. L'eresiarca finì per cedere alle istanze degli inviati di Carlomagno e, comparendo davanti al Sinodo riunito ad Aquisgrana, nell'autunno del 799, fece la sua terza abiura, dopo la quale non gli fu più
concesso di rientrare nella sua diocesi. Ritiratosi a Lione sotto la sorveglianza di Leidrado, vescovo della città, vi morì nell'818, dopo aver indirizzato ai preti di Urgel ed ai suoi antichi partigiani una professione di fede, in cui sconfessava la sua antica condotta. Uno scritto, trovato tra le sue carte dopo la morte, farebbe però dubitare della sincerità della sua ritrattazione. In quanto ad Elipando, pare che abbia perseverato nelle sue idee fino alla morte, avvenuta nell'809.
L'eresia non sopravvisse molto al Concilio di Aquisgrana, per lo meno nella Marca spagnola, che faceva parte dell'impero franco. Nell'800 Alcuino scriveva ad Arno di Salisburgo che 20.000 chierici e laici erano stati ricondotti all'ortodossia dalla delegazione che Carlomagno aveva inviato in tale contrada (in PL 100, 329). Si trovano tuttavia alcuni adozianisti nella Spagna saracena anche verso la metà del sec. Ix.
L'a. è un errore destinato a comparire periodicamente. Abelardo e la sua scuola lo risuscitarono nel sec. xiri sotto nuova forma; nel xiv alcuni sottili teologi vollero fare di Gesù Cristo, considerato come uomo, il figlio adottivo della S.ma Trinità, e certi teologi moderni parlano talora di Gesù Cristo come se avesse una personalità umana.
Brai.: Hefele-Leclercq, III, in, pp. 1001-60; W. Walch, Historia Adoptionarum, Gottings 1733; J. B. Enhueber, Dissertatio dogmatico-historica,: PL 101, 337-438; J. Bach, Die Dogmengeschichte des Mittelalter, I, Vienna 1873, pp. 102-46; H. Quilliet, s. v. in DTSC, I, coll. 403-13; E. Portalié, Adoptionisme. Controverses aux XIIe et XIV' stècles, ibid., coll. 413-21; J. Tisserant, Histoire des dogmes, III, x^{2} ed., Parigi 1930, pp. 326-40; M. Jugie, s. v. in DHG, I, coll. 386-90.
Martino Jugie
ADOZIONE. - Con questo termine si designa l'istituto che ha per fine il passaggio di un individuo da un gruppo gentilizio ad un altro, mediante la creazione di una filiazione che si dice civile in quanto sorge non già da un vincolo di sangue, ma da un rapporto giuridico costituito mercé il consenso con le condizioni e con le forme stabilite dalla legge. Di esso si trovano tracce presso i popoli più antichi, come i Babilonesi (legge di Hammurabi) e i Greci. E controverso se gli Ebrei abbiano conosciuto e praticato l'a.; i testi biblici di solito addotti (Gen. 48, 12-20; Ex. 1, 10; Esth. 2, 7b) non sono conclusivi. Ma bisogna tener conto della pratica dell'a. diffusa in tutto l'Oriente semitico, di cui le tavolette di Nuzu hanno dato nuova recente testimonianza. Dal diritto romano, che provvide alla sua fondamentale sistemazione, passò nel diritto canonico e nel diritto civile moderno.
Il Codice Civile Italiano regola l'adozione negli articoli 291 e sgg.; per il Codice di Diritto Canonico (cann. 1059 e 1080), l'importanza di tale istituto è limitata invece al fatto che da esso deriva, in determinati casi, un impedimento matrimoniale (v. COGNAZIONE LEGALE).
ADOZIONE SOPRANNATURALE. - Tra gli agiografi del Nuovo Testamento solo s. Paolo usa il termine giuridico a. (ulobeoia), elevandone il senso all'ordine soprannaturale. Ai cristiani di Roma egli scriveva (Rom. 8, 15 sgg.): «Voi avete ricevuto lo spirito di adozione di figli, per cui invochiamo: Padre! Infatti lo stesso Spirito rende testimonianza al nostro spirito che noi siamo figli di Dio. Se figli, siamo anche eredi, eredi cioè di Dio e coeredi di Cristo».
In questo testo sono compendiati tutti i caratteri dell'a. s. che i Padri e i teologi avranno cura d'il-
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lustrare e di sviluppare. Tale a. non si risolve in una finzione giuridica, come quella umana, ma in una viva realtà, derivante da una misteriosa rinascita, da una vera rigenerazione dell'uomo da Dio. S. Giovanni ne parla a più riprese con un realismo che colpisce: "Il Verbo egli dice nel prologo del suo Vangelo - a quelli che l'accolsero e credettero in lui diede la facoltà di diventare figli di Dio, nati da Dio, non dalla carne e dal sangue». E nel cap. 3 riporta le parole che Gesù rivolse a Nicodemo: "E necessario che l'uomo nasca una seconda volta dall'acqua e dallo Spirito Santo" (battesimo). In I In. 3, i scrive infine: "Vedete che amore ci ha dimostrato il Padre, da chiamarci ed essere realmente figli di Dio".
Evidentemente qui e nei testi paralleli non si tratta di una generazione fisica, naturale, e neppure della creazione, ma di una rigenerazione dello spirito umano fatto partecipe della luce e della vita di Dio, anzi della stessa natura divina secondo l'energica espressione di s. Pietro (II Pt. 1, 4). Questa rinascita, che s. Paolo chiama (II Cor. 5, 17) xxiv), 2780 c , cioè nuova creazione in Cristo, si opera per mezzo della Grazia, la quale stabilisce una comunione vitale con Dio (Io. 6, 57), che viene ad abitare nell'anima santificata (ibid., 14, 23).
I Padri, specialmente gli orientali, traducono questi alti concetti in una espressione, che sembra audace: deificazione. Per essa l'uomo entra nella sfera della Divinità, in seno alla famiglia divina e perciò acquista il diritto di ereditare le divine ricchezze. E tutto questo si compie in forza dell'Incarnazione e della Redenzione del Verbo. Ricorre spesso negli scritti dei Padri questo profondo pensiero: "Il Verbo, figlio naturale di Dio, si fa figlio dell'uomo, affinché l'uomo diventi figlio adottivo di Dio, fratello di Cristo". Così i ss. Ireneo, Atanasio, Cirillo Alessandrino, Agostino, il quale ultimo raccoglie la tradizione in una bella pagina del De Civit. Dei, 21, 15.
In conclusione, l'a. s., secondo la dottrina cattolica, è una imitazione della figliolanza naturale del Verbo: Egli è figlio di Dio per natura, l'uomo diventa figlio di Dio per Grazia. Rigenerazione e rinascita spirituale per virtù di Cristo Redentore; paternità di Dio, che si piega a riabbracciare la sua creatura fatta figliuola, mettendole in cuore la certezza di un'eredità infinita: sono questi gli elementi dell'a. s., che costituiscono anche l'intima trama del messaggio evangelico.
Bibl.: J.-B. Terrien, La grâce et la gloire ou la filiation adoptice des enfants de Dieu ecc., Parigi 1897; P. Galtier, L'habitation en nous des trois Persones, Parigi 1928; J. Bellamy, s. v. in DThC, I, col. 425 sgg; L. Chambat, Présence et union: les missions des personnes de la Sainte Trinité selon s. Thomas d'Aquin, Abbaye de S. Wandrille 1942. Pietro Parente
ADRAGNA, Antonio Maria. - N. a Trapani il 1^{°} ott. 1818, religioso professo (2 ott. 1839) dei Minori conventuali, sacerdote nel 1841, dottore del collegio di S. Bonaventura di Roma (1844) e professore di teologia (Würzburg, Assisi, Perugia, Palermo). Chiamato a Roma da Pio IX nel 1861 come consultore del S. Uffizio, fu poi uno degli otto membri della "Commissione dogmatica" in preparazione al Concilio Vaticano e v'ebbe parte attivissima (1866). Eletto ministro generale (1852), al tempo delle soppressioni governative dovette esulare in Olanda e nel Belgio. Si dimise nel 1879, ritirandosi nel collegio dei Penitenzieri vaticani in Roma, dove morì il 14 ott. 1890.
Della sua opera di teologo ci rimangono i Voti, molto apprezzati ; andarono perduti, tra gli altri scritti, un Quaresimale e un pregevole Commento sulla Div. Comm. (cf. L'Osservatore Romano, 17 apr. 1914).
Bibl.: Regesti dell' Ordine, mss. Arch. SS. Apostoli, Roma 1892-79; L. Caratelli, Manuale di storia dei FF. MM. Conc., Roma 1897, pp. 281, 308; D. Sparacio, Frammenti biddiki, di Seritt. Min. Cunc., Assisi 1931, pp. 2-4. Lorenzo Di Fonzo
ADRALDO (Arraldo, Ayraldo). - Vescovo, ori-
ginario di Vendôme, m. a Chartres il i febbr. 1075. Nel 1033 divenne monaco della Trinità di Vendôme e in seguito di Cluny, ove fu tenuto in grande considerazione dall'abate Ugo. Assistette Odilone quando questi morì a Souvigny tornando da Roma. Fu poi priore di Payerne in Svizzera, ed infine divenne abate di Breme, presso Pavia. Fu scelto come compagno di viaggio da s. Pier Damiani quando questi, nel ro63, fu inviato a Cluny in qualità di legato apostolico. Verso la metà del 1070 fu creato vescovo di Chartres, succedendo a Roberto di Tours, morto l'anno prima. Si occupò molto delle scuole di Chartres recandovi anche delle innovazioni suggeritegli dall'esperienza acquistata a Cluny e durante i suoi viaggi. Fu molto apprezzato, particolarmente per la sua eloquenza, e fu chiamato diverse volte a dirimere controversie sorte tra i monaci. Nel 1072 dovette risolvere una questione sorta tra i monaci di Vendôme e quelli di S. Albino d'Angers. I primi accettarono la transazione da lui proposta, ma i monaci di S. Albino ne rimasero scontenti e protestarono.
Papa Alessandro II gli mandò una lettera per ingiungergli, sotto pena di scomunica, di non opporsi a che i monaci di Vendôme riprendessero sette chiese della sua diocesi loro appartenenti. Altre due lettere ricevette da Gregorio VII; la prima da Argentina, il 27 nov. 1073, per incaricarlo di ristabilire nel seggio abbaziale di St-Laumer di Blois, Isamberto, il cui posto era stato usurpato da un intruso chiamato Guido, mentre l'abate legittimo faceva il suo pellegrinaggio a Gerusalemme; la seconda da Tivoli, il io sett. 1074, in comune ad alcuni arcivescovi e a tutti gli altri vescovi di Francia, per incoraggiarli a resistere ai soprusi del re. A. è ricordato nel necrologio dei monaci della Trinità di Vendôme, dove gli è anche dedicato un anniversario, e in quello di Notre-Dame di Chartres.
Bibl.: Gallia Christiana, VIII, Parigi 1715-65, col. 1121; Vita Sancti Odilonis: PL 144, 928; Petri Damiani Opera: ibid., 143, 578-79, 872; Gregorii VII Epistulae, I, 32; II, 5 : ibid., 148, 315-63; Cartulaire de l'abbaye de Saint-Père de Chartres, I, Parigi 1840, pp. 13, 210; A. Clerval, Les écoles de Chartres au moyen âge, Parigi 1895, pp. 43-46, 113-23. Emma Sacravito
ADRAMELECH (ebr. 'adrammelech). - Divinità probabilmente sira (Adad-malik) degli abitanti di Sefarwaim (forse Sabara'in) trapiantati da Sargon in Samaria. Altri ritengono si tratti di un Adar-shamash, dio solare di Sippar. (II Reg. 17, 31).
Francesco Spadafora
ADRAMELECH. - Figlio del re assiro Sennacherib (704-681), in assiro Adar-malik. A. e suo fratello Sareser, perché non eletti a succedergli, uccisero il padre mentre pregava nel tempio di Nesrok (si legga Marduk con Winckler e Dhorme, o, con altri, Assur) a Babilonia (Winckler e Dhorme; secondo altri a Ninive ; cf. II Reg. 19, 36 sg .). Nella cronaca babilonese e nell'iscrizione della colonna di Nabonid, un solo figlio, non nominato, è l'uccisore di Sennacherib. Ma nel Prisma B di Asarhaddon, trovato nel 1927-28, gli uccisori del re sono più fratelli, come afferma il testo sacro. A. e Sareser furono poi inseguiti e sconfitti dall'erede Asarhaddon (v.), nell'Ararat (Mesopotamia settentrionale.).
Bibl.: P. Dhorme, Les pays bibliques et l'Assyrie, Parigi 1911, p. 82 sgg.; A. Pohl, Historia populi Israel, Roma 1933, p. 124 sg. Francesco Spadafora
"AD REGIAS AGNI DAPES". - Inno per i vespri del tempo pasquale, di ignoto autore, ma che già si trova in manoscritti del sec. vi. Si può chiamare «il canto del triunfo di Cristo risuscitato e del suo popolo liberato dalla morte" (Pimont, p. 8o). Comincia con l'invito al banchetto dell'Agnello che s'immola sull'altare. Il che richiama la Pasqua antica, l'angelo sterminatore che preserva le case degli Ebrei segnate
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dal sangue dell'agnello, il passaggio miracoloso del Mar Rosso, lo sterminio dell'esercito del faraone. Ma ora la Pasqua del cristiano è il Cristo; e la solennità è rilevata da tre prodigi : l'inferno dominato, la morte vinta, il premio conquistato. Il testo antico che cominciava col verso Ad caenam Agni Prexidi subí molti ritocchi non sempre felici da parte della Commissione creata da Urbano VIII (v. inNGGRAFIA).
Birl.: U. Chevalier, Repertorium kyanologicum, I, Lovanio 1890, nn. 110, 244; S. G. Piment, Les femmes du Bréviaire romain, III, Parigi 1884, pp. 77-92; C. Albin, La poésie du Bréviaire, Liens 4, d., pp. 171-75. Celestino Testore
ADRENALINA: v. ORMONI.
ADRET (forse Adrat; erroneo Addéret) SıĖlòmōn ben Abraham. - Decisore ebreo, n. verso il 1235 a Barcellona, m. nel 1310. Studio presso insigni maestri fra cui Nahamanide. Verso il 1280 fu nominato «Rab d'España».
Avendo Raimondo Martini (v.) nel Capistrum Iudaeorum del 1267 e nel Pugio fidei adversus manros et iudixens del 1281 (Bouléca 1540) ripreso le accuse sostenute dal convertito Pablo Christiani contro Nahmanide, specialmente quella d'avere gli Ebrei scientemente falsificati i passi biblici che concernono Gesù Cristo, A. sostiene che il testo è conservato integralmente e che il 'itär sofèrim (cancellazione di singole lettere per opera degli Scribi) non costituisca una monomissione del testo.
Al tempo di A. si iniziò a Montpellier una nuova lotta contro la filosofia, specialmente contro quella di Maimonide (1135-1204). Benché estimatore personale di Maimonide e amico della sua famiglia, e non nemico della filosofia, A. dové dichiarare che tale studio era da condannare per i suoi effetti distruttivi sulla religione, potendo inoltre il diffondersi dello scetticismo accrescere l'odio contro gli Ebrei. A malincuore virtò nel 1305 sotto minaccia di scomunica lo studio della filosofia per la durata di 25 anni e per gli uomini di età inferiore ai 25 anni, perché non ancora approfonditi negli studi biblici. Condannò pure la nuova corrente cabbalistica di Abramo Abulafia (v. cabala).
Fu uno dei primi dopo Rabbenu Hananèl ad esercitare la critica dei testi talmudici. A migliaia mandava responsi a chi lo interrogava per lettera, trattandovi con chiarezza argomenti biblici, talmudici, di prassi religiosa. Il principio la legge dello Stato è legge è da lui riferito a disposizioni riguardanti la sicurezza dello Stato e non già la vita religiosa.
Bibl.: Perles, R. Salouan ben Adevet, 1863: S. Bisloblocki, s. v. in Enc. Jud., I, coll. 907-11; F. Baer, Die Juden im christlichen Spanien, 1909 e 1936.
Eugenio Zolli
ADREVALDO di Fleury. - Monaco benedettino francese, n. tra l'814 e l'820, m. verso l'878-79.
Scrisse Miracula s. Benedictt, ove narra i miracoli avvenuti nella traslazione di s. Benedetto al monastero di Fleury; e De corpore et sanguine Christi contra ineptias Iohau. Scoti (PI. 124, 947). Taluni lo vollero erroneamente identificare con Adalberto di Fleury, morto nell'853, scrittore della Translatio s. Benedictt.
Birl.: B. Heurtebize, s. v. in DThC, I, col. 446; A. Potthau, BSL hist. medii aevi, I, Berlino 1896, p. 16; U. Brolèze, s. v. in DHG, I, col. 600. Cesare Bertola
ADRIA, DIOCESI di. - A., distante ora 22 km . dal mare aperto, ebbe un porto assai attivo nel periodo della repubblica romana; e sino al sec. x rimase l'unico centro importante fra il Po e l'Adige. Oggi è una piccola città in provincia di Rovigo, sul Po di Levante, ed è sede vescovile.
Tradizioni dubbie farebbero risalire l'introduzione del cristianesimo in A. all'epoca apostolica; bisogna invece riportarla alla fine del sec. II. Sede di un vescovato da età imprecisata, viene menzionata per la prima volta come tale nel sec. vir, quando appare nel
Sinodo romano del 649 il nome del suo vescovo Gallonisto. Verso il 920 Paolo, titolare di A., autorizzatovi da una bolla di Giovanni X, (Jaffé-Wattenbach, n. 3561 ; PL 132, 804), trasferì la sua sede a Rovigo, che da quel momento divenne sede dei vescovi di A. e dove, nel 938, il suo successore Giovanni iniziò la costruzione della cattedrale. Ad A. la cattedrale odierna, dedicata ai ss. Pietro e Paolo fu edificata negli anni 1776-1836. Il campanile è del 1686; e nell'interno un bassorilievo del sec. vi, con iscrizione greca, raffigura la Madonna col Bambino ed angeli.
Dipendente dall'arcidiocesi di Ravenna sin dall'inizio del sec. xix, A. passò nel 1818 a far parte del patriarcato di Venezia. La diocesi ha 97 parrocchie con 269.500 fedeli, r@sacerdoti diocesani e 30 regolari. Biss.: L. A. Muratori, Antiquitatve Italicae Medii Aevi, ediz. di Milano 1723-51, I, p. 241; III, p. 201; V, p. 473; G. Zattoni, Il valore storico della "Pascio" di s. Apollinare e la fondazione dell'episcopato a Ravenna e in Romagna, in Rivista storico-critica delle scienze teologiche, I (1905), pp. 662-77; 2 (1906), pp. 179, 200 e 677-91; Ughelli, II, pp. 397-409; Lavenni, II, p. 943 .
Mario Scaduto
ADRIAENSENS, ADRIAEN. - N. ad Arretesa, gesuita nel 1546, superiore della comunità di Lovanio (1551-61), ove morì il 18 ott. 1580.
Pubblicò in fiammingo, dopo il 1567 , una serie di trattati sul Pater Noster, la Confessione, i tre consigli evangelici, ecc., che hanno valore originale, specialmente il Van Dinspreken des Heeren (Lovanio 1570, in latino a Colonia 1601: De divinis inspirationibus). La sua Monlogna spirituale (Eenen gheestelijchen Bergh, Lovanio 1568) abbozza già un'esposizione più sintetica della vita spirituale. Molte sue lettere sono pubblicate nei Monumenta Historica Societatis Ieuu (Litt. quadrimestres, Epist. Mixtae).
Birl.: Sommervogel, I, coll. 37-39; A. Poncelet, Hist. de la Comp. de Iéius dans les anciens Pays-Bas, Bruxelles 1927, passim; E. de Moreau, s. v. in DSp, I, coll. 222-23.
Edmondo Lamalle
ADRIAENSZ (ADRIANSSEN), CORNELIUS. - Distinto teologo n. a Dordrecht nel 1521, m. a Bruges il 14 luglio 1581 . Studiò a Bruges sotto Cassander, del quale prese la successione. Entrato nell'Ordine francescano nel 1548, fu guardiano del convento di Ypres nel 1563 e di quello di Bruges nel 1556; nel 1578-79 sostenne la persecuzione di Ryhove e dei suoi seguaci che, presa la città, devastarono il convento. Oratore insigne, lotto strenuamente contro Cassander, Erasmo ed il protestantesimo nascente.
Scrisse: Den Spieghel van den thien geboden ( « mathrm{Lo} specchio dei dieci comandamenti»; Bruges 1554); De secam sacramenten nysgheleys ende openbaerhysh te Bruggeshepreacht by Br. C. van Dordrecht (Prediche sui sette Sacramenti tenute a Bruges). Gli si attribuirono due volumi di sermoni ridicoli ed osceni per diffamarlo; fu invece riconosciuto da tutti come uomo integerrimo e piol suo corpo, trasportato nel 1615 nella chiesa dei Francescani, fu trovato incorrotto.
Bist.: A. Sandor, Plandria illustrata, I, Colonia 1641, p. 208; De Feller e Perennès, Biographie universelle, I, Besançon 1844, p. 73; U. Baltus, s. v. in DThC, I, coll. 446-47.
Angelo Audino
ADRIANI, Francesco. - Frate minore, vissuto nel sec. xiv. Compì gli studi superiori in Parigi, laureandosi alla Sorbona. Si distinse nella predicazione e nello studio della lingua greca e latina. Fu uno dei nove fondatori del celebre «Collegio teologico bolognese», eretto nel 1363. Sulle tavole di fondazione del medesimo furono scritte in sua fede queste parole : « viri angelicae vitae». Lo Sbaraglia ritiene che abbia scritto numerose opere. Finora però si conosce soltanto un opuscolo: Tractatus in symbolum s. Athanasiá rimasto inedito.
Biss.: G. Pizzoni, Centone di memorie storiche concernenti la minoritira provincia di Bologna, II, Parma 1911, pp. 308309.
Emanuele Chieftini
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ADRIANI, Giovanni Battista. - Storico fiorentino (1513-79), figlio dell'umanista Marcello da Virgilio. Nell'assedio di Firenze del 1530 fu tra i difensori della città contro l'esercito imperiale pontificio, ma più tardi si avvicinò ai Medici, che lo stimarono e protessero.
Nel 1549 ottenne la cattedra di eloquenza nello Studio Fiorentino, e, alla morte del Varchi, per incarico di Cosimo I, scrisse l'Istoria de' suoi tempi, che apparve postuma, a cura del figlio Marcello (Firenze, Giunti, 1583 , e poi Venezia, Giunti, 1587). Divise in 22 libri, narra i fori più notevoli dal 1536 al 1574 , facendo seguito a quella del Guicciardini. In essa l'A. si rivela storico di buon senso e di certo intuito nella comprensione dell'età in cui visse. Rimangono di lui anche alcune orazioni latine.
Bibl.: A. Bartoli, Scritti rari di G. B. A. e di Marcella, Bologna 1871: G. Mondaini, L'Istoria de' suoi tempi di G. B. A., Torino 1902: M. Lupo-Gentile, Studi sulla storiografia fiorentina alla Corte di Cosimo de' Medici, Pisa 1902. Silvio Pasquazzi
ADRIANISTI. - Setta protestante olandese del sec. xvr, poco conosciuta. Deve il suo nome ad Adriano Hamsted, n. a Dordrecht nel 1524, m. a Bruges nel 1581. Questi, durante il regno di Elisabetta, fu per qualche tempo ministro della congregazione olandese di Londra, ma fu scomunicato dal vescovo anglicano di Londra Edm. Grindal nel 1561, per aver negata la miracolosa concezione di Nostro Signore. Ritornato in Olanda fondò una congregazione di tendenza anabattista e, secondo ciò che dicono i suoi avversari, il suo falso misticismo e la sua ascetica esagerata condussero i seguaci a una condotta troppo libera.
Bibl.: A. Baudzillart, s. v. in DThC, I, coll. 447-48; L. A. Kelley, s. v. in The Cath. Encycl., VII, p. 127; W. Benham, s. v. in Dict. of Religion, Londra 1887.
Con lo stesso nome è pure conosciuta una setta che durò poco tempo e le cui origini, secondo Teodoreto, risalgono a Simon Mago. Credono alcuni che vi sia stata qualche confusione con la setta dei menandrianisti, seguaci di Menander (v.).
Bibl.: W. Smith-H. Wace, A Dict. of Cristian Biography, Literature, Sects and Doctrine, II, Londra 1877, p. 832.
Camillo Crivelli
ADRIANO. - Esegeta greco, autore di una "Introduzione alle Sacre Scritture" che venne già commemorata da Cassiodoro nel De institutione divinarum litterarum (I, cap. io: PL 70, 1122) e lodata da Fozio (Biblioth., Cod. a: PG 103,45). Dal contesto dell'opera, tramandata fino a noi in forma abbreviata, si apprende che l'autore è stato monaco e prete, siro di nascita benché scriva in greco, e appartenente alla scuola esegetica di Antiochia. Sembra che A. sia morto fra il 440 e il 450 , e che sia stato in corrispondenza con Nilo (Epist., II, 60; III, 118, 266: PG 79, 225. 437. 516). L'edizione critica dell'« Introduzione» è stata curata da F. Gösaling, Berlino 1887 (Cf. anche PG 98, 1273-1312).
Pare che Cassiodoro abbia conosciuto una traduzione latina di A. (cf. P. Courcelle, Les Lettres grecques en Occident, Parigi 1943, p. 336, n. 3).
Bibl.: K. F. Schlüren, Vorarbeiten zu Adrianos, in Jahrbücher für pretestantische Theologie, 13 (1887), pp. 136-59; P. Batiffal in Bulletin critique, 10 (1889), p. 1 ; G. Mercati, Pro A. in Opere minori, III (Studi e Testi, LXXVIII), Città del Vaticano 1937, pp. 383-92. Ignazio Ortiz de Urbina
ADRIANO da Corneto: v. castellesi.
ADRIANO van den Eeckhoutte. - Carmelitano belga, m. a Gand nel 1498. Priore del convento di Gand nel 1466, predicatore e confessore alla corte di Borgogna, godette di un'autorità che gli permise di imporsi agli uccisori del cancelliere Hugonet nel 1477. Sotto di lui il Carmelo di Gand divenne un centro letterario. Delle sue opere, distrutte in gran
parte dai protestanti, ci sono giunti manoscritti commenti a Boezio e alla Bibbia oltre alcuni sermoni.
Bibl : Marie Joseph du S. Cucur, s. v. in DIG, I, coll. 634-35.
ADRIANO (Imperator Caesar Traianus Hadrianus Augustus), imperatore romano. - Publio Elio Adriano n. ad Italica (nella Betica) nel 76 d. C. da buona famiglia; era cugino di Traiano e fu da lui adottato come figlio. Colto e valoroso, uni in bella sintesi i frutti della civiltà greca e di quella romana, ma fu dissoluto, egoista, ambizioso. Durante il suo governo (117-38) compì molti viaggi di ispezione in tutte le province dell'impero, provvedendo alla difesa dei confini con opere grandiose; riformò l'amministrazione, avviando rapidamente lo Stato a forme assolutistiche e diminuendo l'importanza di Roma a favore delle province. Delle sue costruzioni artistiche vanno segnalate il Mausoleo (oggi Castel S. Angelo) e la villa di Tivoli.
Deciso avversario del giudaismo, condusse per tre anni una dura lotta contro gl'insorti di Palestina capeggiati da Simone Bar-Kōkhebhāh (132-35); costrui un tempio a Giove sulle rovine del Tempio di Jahweh e fondò una colonia in luogo di Gerusalemme distrutta (Arlia Capitolina); ben 580.000 ebrei furono uccisi e gravi sanzioni vennero prese contro gli altri, moltissimi dei quali furono venduti schiavi. Verso i cristiani invece si mostrò tollerante : seguendo l'esempio di Traiano rispose ad un magistrato, C. Minucio Fundano, proconsole d'Asia, di non dare corso alle denunzie anonime e di non condannare se non vi era un reato specifico. Tale atto, riportato da s. Giustino (I Apologia, 68) e ricordato da Melitone (cf. Eusebio, Hist. eccl., IV, 26, 10) e poi riprodotto da Eusebio (ibid., IV, 9), fu talvolta ritenuto un falso, ma ora non si dubita più della sua autenticità; con

Adriano imperatore - Testa marmorea - Ostia, Museo.
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esso era offerta ai cristiani la possibilità di difendersi ed erano vietate le imposizioni della folla sui magistrati deboli e incerti. A. fu personalmente scettico perché era uno spirito estetizzante; difese il culto ufficiale dello Stato solo per senso del dovere. Morì il 10 luglio 138, molto odiato perché negli ultimi anni era divenuto sospettoso e crudele.
Bib.: Sparziano, Vita Hadriani in Script. Hist. Aug.; C. Callewaert, Le recrit d'Hadrien à Minacius Funduant, in Revue d'histoire et de littérature religieuses, 3 (1003), pp. 132-89; F. Gregervvius, Der Kaner Hadrian, trad. ital., Roma 1910; G. Mancini-D. Vaclieri, in Dizionario epigrafico di E. De Rug. eiero, I, III 1922, pp. 600-40; B. W. Enderson, The Life and Principate of the Emperor Hadrian, Londra 1923; A. Flüche e V. Martin, Storia della Chiesa, trad. ital. Fratza, I, ²² ed., Torino [1942], pp. 303-307; G. Ricciotti, Storia d'Israele, II, Torino [1934], pp. 328-39; P. Brezzi, Cristianesimo ad Impero romano, ²² ed., Roma 1944.
Paolo Brezzi
ADRIANO di Mosca. - Decimo ed ultimo patriarca di Mosca e della Russia, n. il 2 ott. 1627 e m. il 15 ott. 1700. Archimandrita nel monastero di Cudov, fu, nel 1686, consacrato metropolita di Kazan e di Sviazk; il 26 ag. 1690 divenne patriarca di Mosca. In seguito all'ondata di occidentalismo sviluppatasi per opera della reggente Sofia e del suo favorito Basilio Colicyn, la Chiesa russa si trovava in quel tempo di fronte a due tendenze: una che cercava di avvicinarsi al cattolicesimo romano, l'altra che, favorita da Pietro I, voleva accostarsi al protestantesimo. A. combatté specialmente la prima tendenza; ma dovette, suo malgrado, assistere alla repressione cruenta della rivoluzione degli "strelizi", fedeli all'antica Russia, ed accettare il nuovo calendario civile. Alla sua morte la sede rimase vacante finché nel 1721 la funzione patriarcale venne esercitata dal S. Sinodo.
Bibs.: N. Ustridov, Istoria zanstomannija Petra Velikogo, I, Pietroburgo 1858; K. Waliszewski, Pierre le Grand, ⁴² ed., Parigi 1897; M. Jugie, Le schisme byzantin, Parigi 1941, p. 384 Cesare Bertola
ADRIANO di Nicomedia, santo, martire. - Secondo la Passio leggendaria, A. si sarebbe convertito in seguito all'atteggiamento coraggioso, durante la tortura, di 23 cristiani, vittime della persecuzione dioclezianca, e sarebbe stato messo a morte con loro. La sua sposa Natalia, presente al martirio, l'avrebbe sepolto a Bisanzio. I Greci lo venerano al 26 ag., mentre il Martirologio geronimiano lo ricorda al 4 marzo. Papa Onorio (625-38) gli dedicò una chiesa al Foro romano, adattando a tale scopo l'aula della Curia senatoriale. Detta chiesa, chiamata S. Hadriani in tribus fata (a causa del vicino gruppo delle tre Parche), fu cretta in diaconia da Adriano I (772-95). Un constitutum, attribuito dal Liber Pontificalis (ed. L. Duchesne, I, p. 376) al papa Sergio I (687-701), dichiara che la chiesa di S. Adriano dovrà fungere da punto di convegno e di partenza per la processione litanica nelle feste di Maria S.ma: l'Ipagante, l'Annunciazione, l'Assunzione e la Natività. La memoria di s. Adriano all'8 sett., ricordata in certi manoscritti del Martirologio geronimiano, nel Sacramentario gregoriano e nel Sacramentario gelaziano del sec. viII, non è stata ancora spiegata, comunque è certo che l'accenno alla traslazione delle reliquie del santo a Roma non è che un'invenzione del martirologista Adone. Probabilmente la festa dell'8 sett. ha per origine la commemorazione che si faceva del santo in tale giorno, in occasione della processione litanica che partiva dalla sua chiesa.
Bibs.: Martyr. Hieronymianum, pp. 127, 497; Martyr. Romanum, pp. 85, 386; Acta SS. Septembris, III, Anversa 1730, pp. 209-23; H. Quentin, Les Martyrologes historiques du Moyen Age, Parigi 1908, pp. 486-88. - M. Armellini, Le Chiese di Roma,
ed. C. Cecchelli, Roma 1942, pp. 202-203, 294-95; C. Huelsen, Le Chiese di Roma nel Medioevo, Firenze 1927, pp. 260-61; R. Krautheimer, Corpus basilicarum christianarum Romae, I, Città del Vaticano 1937, p. 1. A. Pietro Frutae
ADRIANO di Nisida. - Benedettino, di origine africana, abate di Nisida presso Napoli, m. nel 709 (o 710 ?). Papa Vitaliano lo volle arcivescovo di Canterbury, ma egli declinò l'alta dignità, presentando in vece sua l'amico Teodoro di Tarso (v.). Seguì quest'ultimo in Inghilterra e ne divenne il braccio destro, specialmente nella formazione ecclesiastico-culturale della Chiesa inglese. La scuola di Canterbury deve a lui il suo primo splendore.
Bibl.: Beda, Hist. eccl., IV, v, 20; Cf. inoltre: Acta SS. Zamarit, I, Anversa 1643, p. 313 sgg.; BHL. 338; Ph. Schmitz, L'Ordre de S. Benoît, I, Maredsous 1942, p. 46. Giuseppe Löw
ADRIANO di Oudenbosch. - Benedettino belga m. a Liegi ca. il 1482. Vestì l'abito nel convento di S. Lorenzo di Liegi e professò nel 1441. Cantore, bibliotecario e, più tardi, forse, cellerario, godette di una grande considerazione. Nel 1470, era addetto a Guy de Humbercourt, luogotenente di Carlo il Temerario.
Scrisse molte opere storiche, tra le quali un Diarium fino al 1468 , una cronaca di Liegi ( 1429-82 ), fonte storica di prim'ordine, e una Historia monasterii S. Laurentii Leodionis, continuazione della cronaca di Rugerto (10381475), edita da E. Martène, in Veterum scriptarum... amplissimum collectio, IV, Parigi 1729, coll. 1063-1164.
Bibl.: U. Berlière, in Revue Pénédictine, 12 (1895), pp. 485487; Mélanges d'histoire bénédictine, I, pp. 92-94.
ADRIANO I, papa. - Pontefice dal I (6) febbr. 772 al 26 (25) dic. 795.
N. a Roma di famiglia aristocratica, perduto in tenera età il padre Teodoro, ebbe dallo zio Teodato, console e duca e più tardi primicerio, assistenza ed educazione. Intelligente, pio, caritatevole, attirò presto l'attenzione di papa Paolo I, che l'ordinò suddiacono. Era diacono allorquando fu chiamato a succedere a Stefano III in circostanze particolarmente difficili. Prima sua cura fu quella di scardinare l'influenza di Paolo Afiarta, agente della politica longobarda, verso il quale troppo corrivo si era mostrato il suo predecessore, e a tal fine l'inviò presso re Desiderio, che proponeva un rinnovamento dell'accordo concluso con Stefano II, promettendo di restituire alla S. Sede i territori usurpati. Ma Desiderio venne meno alla parola data ed invase il Patrimonio di S. Pietro con la complicità dello stesso Afiarta, il quale, convinto anche della parte avuta nell'uccisione del secondicerio Sergio, avvenuta durante il pontificato precedente, fu dall'arcivescovo di Ravenna preso e fatto uccidere contro il volere del Pontefice che intendeva solamente esiliarlo.
Dinanzi al premere rinnovato della minaccia longobarda, A. non esitò a percorrere sino in fondo la via già accennata dai predecessori, richiamandosi all'aiuto franco, e infatti ricorse a Carlomagno. Questi, passate rapidamente le Alpi nel 773, sconfisse i Longobardi e strinse d'assedio Pavia, giungendo a Roma in occasione della Pasqua del 774. Ebbe luogo in tal modo, il mercoledi di Pasqua 6 apr., una memorabile riunione nel secretarium di S. Pietro, ed in essa Carlomagno s'impegnò ad attuare la promessa fatta a Quierzy-sur-Oise nel 754 a papa Stefano II, per cui i domini pontifici dovevano estendersi ai ducati di Spoleto e di Benevento, alla Tuscia, alla Corsica, alla Venezia lagunare, all'Istria, oltre il ducato di Roma, la Pentapoli, l'esarcato di Ravenna, così com'era prima della conquista di Liutprando.
Gioverà dir subito che a molti storici le convenzioni di Quierzy e di Roma apparvero inverosimili, mentre altri, d'accordo col Duchesne (Liber Pontificalis, I, Parigi 1886,
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pp. ccxxxvi-liif), tengono a considerarle senz'altro autentiche, pure ammettendo tutti che, se mai esistettero, dovettero restare in un piano ideale che i Carolingi non si preoccuparono poi di realizzare. Ed infatti solo attraverso concessioni successive, ottenute da Carlomagno nel corso di due altri viaggi a Roma nel 78: e 787, A. pervenne a costituire lo Stato Pontificio quale all'incirca si montenne attraverso il medioevo sino a Pio IX. Tuttavia Carlo, nella sua qualità di patricius Ramonorum, cercò di arrogarsi la direzione della politica estera ed un diritto di alto sindacato negli affari interni. Le inframmettenze dei suoi agenti riuscirono, talvolta, assai moleste, tanto che A. fu costretto a protestare, ma finendo sempre con l'accordarsi. In tal modo giunse a convincere il re franco ad astenersi dall'intervenire nella elezione dell'arcivescovo di Ravenna (Ep. 48, ad Carolum regem: PL, 98, coll. 416-18).
Considerevole fu anche l'attività più propriamente ecclesiastica di A. In primo luogo molto operò per reprimere gli abusi nelle elezioni episcopali e per sottrarre le chiese al cesaropapismo carolingio; cosi rese tutti i diritti ai vecchi seggi metropolitani (Ep. ad Bertherium episc.: PL 96, 1215-16). Sta, però, di fatto che la sua delicata posizione di fronte a Carlomagno non gli permise di attuare tutte le riforme necessarie ed auspicate. Secondo Sigeberto di Gembloux egli avrebbe accordato a Carlomagno, ritornato a Roma dopo la presa di Pavia (774), il diritto di eleggere il Papa ed il diritto d'investitura per le sedi episcopali del suo regno. Questa favola, che risale probabilmente al periodo di Ottone I, la si trova già menzionata in un decreto dell'antipapa Leone VIII nel 963, e passò poi nel Decretum di Graziano sotto il nome di Privilegium Hadriani pro Carolo.
Il clero dei Franchi aveva preso l'abitudine di portare armi e di far la guerra. Ecco A. richiamare a questo proposito l'attenzione di Carlomagno (Ep. 25 : PL 98, 367). Lavorò anche all'unificazione della liturgia romana e gallicana, inviando allo stesso sovrano un esemplare del Sacramentario Gregoriano (ca. 78o), come già nel 774 gli aveva rimesso la Collezione dei canoni di Dionigi il Piccolo.
L'influenza di A. sulla Chiesa spagnola fu eminentemente disciplinare e dottrinale. In una delle sue due lettere ad Egilas (PL 98, 333 e 346) egli tratta del digiuno del mercoledie del sabato, della festa di Pa-
squa, della predestinazione, della grazia e del libero arbitrio. Due lettere dogmatiche furono anche da lui dedicate alla questione dell'adozianismo spagnolo (PL 99, 374 e 386; v. anche adozianismo).
L'avvenimento religioso più importante del pontificato di A. fu la restaurazione dell'unità ecclesiastica tra Oriente ed Occidente, unità rotta dalla persecuzione iconoclasta. Al secondo Concilio di Nicea, ecumenico settimo (787), al quale il Papa prese parte inviando due legati, il culto dei santi, delle loro immagini e delle loro reliquic, fu riconosciuto legittimo e salutare. La lettera del Pontefice all'imperatrice Irene ed al figlio di lei Costantino VI, lettera nella quale il primato romano era altamente proclamato, fu solennemente appropriatadai Padri del concilio. Tale concilio, essendo stato quasi unicamente composto di orientali, e non essendovi stati invitati i vescovi di Occidente, fu molto mal visto da Carlomagno e dai suoi teologi. La traduzionc latina dei suoi atti, eseguita per ordine di A., riusci particolarmente difettosa. Cosi il vocabolo greco π ρ ° α κ o ́ v η σ ι ς che significa venerazione, fu reso con adoratio,

(ela (Papert, Honsiorn) Roma, S. Maria Antiqua.
come se il concilio avesse definito l'adorazione delle immagini. Per ispirazione e sotto diretto controllo di Carlomagno, un gruppo di teologi compose una dettagliata e polemica refutazione di tutto quanto meno favorevolmente li colpiva negli atti conciliari, e ne vennero quelli che si dissero Libri carolini. Prese allora A. la penna per difendere il concilio e fornire le necessarie spiegazioni al re franco e lo fece in tono di dolce fermezza e con una erudizione rimarchevole (PL 98, 1247-92; Mansi, XIII, 759-810). Ma sembra che questa risposta sia giunta troppo tardi per impedire al Sinodo di Francoforte del 794 di condannare il Concilio di Nicea, come quello che avrebbe insegnato l'adorazione delle immagini.
Il biografo di A. ci dice che egli fu un grande innamorato delle chiese, amator ecclesiarum, ed insiste sui restauri e gli abbellimenti di cui furono oggetto le basiliche e le chiese romane durante il suo pontificato; né A. mancò di segnalarsi per alta carità verso i poveri. Venne a morte il giorno di Natale del 795 , dopo un pontificato di circa ventiquattr'anni. Carlomagno pianse in lui un amico ed un padre e fece in-
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cidere sul marmo un epitaffio di diciannove distici, che è oggi murato sulla parete di fondo del portico della basilica Vaticana (cf. G. B. De Rossi, L'inscription du tombeau d'A. I, in Mélanges d'archéologie et d'histoire de l'Ecole française de Rome, 8 [1888], pp. 478 -501).
Il carattere di A. offre un insieme notevole di fermezza e di spirito di adattamento. Inflessibile verso il re longobardo, si dimostrò conciliante senza bassezza con Carlomagno, mentre veniva impiegando tutte le non comuni risorse della sua abile diplomazia per il maggior bene della fede e l'esaltazione della S. Sede. Si sarebbe quasi tentati di rimproverargli qualche debolezza nel reprimere certi abusi, se, come dicemmo, non si badasse al fatto che il carattere stes