gobardo, si dimostrò conciliante senza bassezza con Carlomagno, mentre veniva impiegando tutte le non comuni risorse della sua abile diplomazia per il maggior bene della fede e l'esaltazione della S. Sede. Si sarebbe quasi tentati di rimproverargli qualche debolezza nel reprimere certi abusi, se, come dicemmo, non si badasse al fatto che il carattere stesso delle relazioni con Carlomagno lo costringeva a particolari riguardi. Le sue lettere dogmatiche dànno a divedere una erudizione patristica tutt'altro che comune. Vi abbondano le citazioni di Padri greci, fenomeno molto raro in Occidente durante il medioevo.
Biss.: Fonte principale è la Vita Hadriani, nel Liber Pontificalis, ed. L. Duchesne, I, Parigi 1886, pp. ccxxxI sge. e 486 523, che appare due volte in PL: 98, 1167-1204, e 128, 116398. Di 28 lettere di A. che ci sono pervenute, 48 sono rivalse a Carlomagno e trattano di affari delle Statu Pontificio. Debbono vedersi nei voll. 96 e 98 della citata PL: inoltre nel Codra Carolinus (collez. di lettere papali in re franchi), ed. dei MDN, Epistolon. III, p. 476; Jaffé-Wattenbach, I, p. 289 sgg.; S. Abel, Papst Hadrian I. und die weltliche Herrschaft des römischen Stuhls, in Forschungen zur deutschen Geschichte, I (1862), pp. 483-532; W. Martens, Die drei unerbten Kapitel der Vita Hadriana I, in Theologische Quartalschrift, (1886), pp. 601-20; L. Duchesne, Les premiers temps de l'Etat Pontifical, 3^{text {e }} ed., Parigi 1911; H. Hemmer, s. v. in DThC, I, coll. 448-52; M. Jugie, s. v. in DHG., I, coll. 614-15. Martino Jugie
ADRIANO II, PAPA. - Nato a Roma nel 792 da una delle migliori famiglie, che aveva dato già i papi Stefano IV (816-17) e Sergio II (844-47). Prima di entrare negli ordini sacri, s'era sposato con Stefania da cui ebbe una figlia. Gregorio IV nell'842 l'ordinò suddiacono e lo accolse al Laterano. Poco dopo lo consacrò prete e lo nominò cardinale del titolo di S . Marco. Era pio e caritatevole tanto che già due volte, alla morte di Leone IV (855) e di Benedetto III (858), si tentò di eleggerlo Papa. Alla morte di Niccolò I ( 13 nov. 867) si voleva un pontefice che ne continuasse le direttive ma con mano meno rude. A. parve il più adatto. Bisognava far presto, perché Lamberto di Spoleto aveva invaso la città, non si sa se per ordine dell'imperatore Ludovico II (850-75), operandovi violenze e ingiustizie. La ratifica imperiale non tardò a venire e A. fu consacrato in S. Pietro il 14 dic. 867.

(da Serafini, Moneta e Bolla Pontifcici) Adriano I, papa - Denaro argenteo.

Adriano I, papa - Epitaffio dettato da Carlomagno - Atrio della basilica di S. Pietro in Vaticano.
La benevolenza verso quanti erano stati colpiti d'anatema dall'antecessore, suscitò timori in Roma e nelle Gallie. A. si affrettò a rassicurare i Padri del Concilio di Troyes (2 febbr. 868) e Adone, arcivescovo di Vienne (8 maggio 868). A Roma invece invitò a pranzo tutto il clero e lo scongiurò a restar fedele alla dottrina dell'antecessore. Mantenne nell'ufficio di cancelliere Anastasio il bibliotecario, che da ribelle era diventato servitore dei papi. Pare che costui sia stato connivente con il fratello Eleuterio nel ratto e matrimonio di questi con la figlia di A., il quale chiese giustizia all'imperatore. Eleuterio inferocito uccise la sposa e sua madre, ma raggiunto dalla giustizia imperiale fu impiccato. Anastasio invece fu scomunicato nella forma più grave ( 12 ott. 868), ma non passerà un anno che lo ritroveremo nella cancelleria papale.
Uno dei più acuti problemi lasciati in eredità ad A. dall'antecessore era la scortante questione del matrimonio di Lotario II, il quale, ripudiata la virtuosa Teutberga, aveva sposato la concubina Valdrada. Niccolò I l'aveva scomunicata; A., avuta solenne assicurazione che dopo la scomunica aveva rotto ogni rapporto con Lotario, l'assolse. Lotario s'illuse di ottenere il riconoscimento del
## Page 224

Adriano II, papa - Frammenti dell'epitaffio - Grotte Vaticane.
(prapr. A. Silvagni)
nuovo legame con Valdrada e mandò a Roma Teutberga a chiedere lo scioglimento del matrimonio, ma invano. Allora venne in Italia egli stesso e s'incontrò col Papa a Montecassino, ma poté ricevere l'Eucaristia soltanto dopo aver assicurato di non aver più avuto rapporti con la scomunicata ( 1^{°} luglio 869 ). Essendo morto all'improvviso, nel viaggio di ritorno senza lasciare eredi legittimi ( 7 ag . 869), restò aperta l'eredità del suo regno, la Lotaringia. Vi anelavano Carlo il Calvo, Luigi il Germanico e l'imperatore. A. appoggiò quest'ultimo, ma senza successo. Durante queste polemiche A. ebbe assai a lottare con Incmaro di Reims, che in una lunga lettera (Epist., XXVII: PL 126, 181) esponeva "ciò che più tardi sarà chiamato gallicanesimo politico" (E. Amann). Egli aveva fatto promuovere alla sede di Laon, suffraganea di Reims, suo nipote Incmaro ( 858 ), turbolento e puntiglioso. Qualche tempo dopo dovette difenderlo dalla collera di Carlo il Calvo (868). Ben presto però Incmaro di Laon troncò i rapporti anche con lo zio, che lo fece deporre nel Concilio di Douzy (ag. 871). Si rivolse allora a Roma, ove il suo appello fu accolto e si biasimò tanto l'operato del re quanto quello di Incmaro di Reims. Costoro reagirono aspramente e A., all'oscuro della cosa perché il cancelliere Anastasio aveva agito a sua insaputa, informato finalmente di tutto, rispose in modo conciliante facendo balenare a Carlo il Calvo il miraggio della corona imperiale, la quale però proprio allora aveva subito una grave umiliazione. Il duca di Benevento, Adelchi, s'era impadronito di Ludovico II, ospite di quella città, e non l'aveva liberato che quando aveva saputo dello sbarco dei Saraceni a Salerno. A. per risollevare il prestigio imperiale e confortare Ludovico lo invitò a Roma e lo incoronò di nuovo a S. Pietro (872).
Il grande Pontefice ebbe preoccupazioni anche dall'Oriente. Motivo di gioia fu la rapida conversione dei Moravi ad opera di Costantino e Metodio ( 863 e sgg.). Invitati a Roma da Niccolò I per giustificarsi dell'uso della lingua slava nella liturgia, vi trovarono
A. che li accolse benevolmente, tanto più che essi portavano le reliquie di s. Clemente, trovate a Cherson. A. approvò l'uso della lingua slava, consacrò sacerdoti Metodio e alcuni Moravi e avrebbe consacrato vescovo Costantino se questi non fosse morto, dopo aver indossato l'abito di monaco e cambiato il nome in Cirillo. Poco dopo A. ristabili la sede di Sirmio consacrandovi vescovo Metodio con giurisdizione sulla Pannonia, Moravia e Serbia. L'usurpatore Basilio il Macedone, che nel nov. dell'867 aveva rovesciato Fozio e ristabilito nella sede costantinopolitana Ignazio, voleva la convocazione d'un grande concilio per regolare la questione. A. vi premise il Concilio della provincia romana (io giugno 869), in cui condannò Fozio e destituil i legati. L'VIII Concilio ecumenico, costantinopolitano IV ( 5 ott. 869 - 28 febbr. 870), depose Fozio. A. l'accetto, come per amor di pace accettò anche il can. 21^{°} che riconosceva al patriarca costantinopolitano il secondo posto dopo quello di Roma. Invece respinse le decisioni d'una conferenza raccoltasi ai margini del Concilio, presenti anche i legati papali, che attribuil la Bulgaria al patriarca bizantino. A. morì tra il 26 nov. e il 14 dic. dell'872.
Bibl.: Le lettere di A. furono pubblicate nei MGH, Epistolae, VI, Berlino 1925, pp. 691-765. - Liber Pontificalis, ed. L. Duchesne, II, Parigi 1892, pp. 173 sgg.; L. Jérome, s. v. in DThC, I, col. 452 sgg.; A. Noyon, s.v. in DHG, I, col. 619 sgg.; Hofele-Leclercq, IV, p. 465 sgg.; E. Amann, in Histoire de l'Eglise, diretta da A. Fliche e V. Martin, VI, Parigi 1937, pp. 395-412; M. Jugie, Le Schisme Byzantin, Parigi 1941, p. 103 e passim. Ireneo Daniele
ADRIANO III, papa, santo. - Romano, figlio di Benedetto, fu papa dall'884 all'885, succedendo a Marino. Non ne abbiamo la biografia nel Liber Pontificalis, né alcuna lettera. Le notizie sono molto scarse e incerte.
## Page 225
Allontanandosi dalla linea di condotta di Marino suo predecessore, ritornò nei riguardi di Fozio all'atteggiamento conciliante di Giovanni VIII, partecipandogli la sua elezione. Dovette reprimere energicamente movimenti sediziosi nella città di Roma. Martino Polono, cronista del sec. xim, attribuisce a questo Papa due decreti: col primo avrebbe abolita l'ingerenza imperiale nella elezione dei Papi; col secondo avrebbe stabilito che se Carlo il Grosso fosse deceduto senza discendenza, la corona imperiale doveva essere cinta da un principe italiano; ma non meritano fede. Invece Carlo il Grosso, che alla morte di Carlomanno ne aveva avuta l'eredità riunendo nelle sue mani per intero l'antico impero di Carlomagno, invitò il Papa alla dieta di Worms per decidere della successione. A. affidò il governo della città al messo imperiale Giovanni vescovo di Pavia, e partì. Morì in viaggio a Vilzicara (S. Cesario presso Spilamberto), corte dell'abbazia di Nonautola (ag. 885), ove ebbe sepoltura. Vi fu onorato come santo e il culto fu confermato da Leone XIII, il io giugno 1891.
Bret.: Martyr. Romanum, pp. 277-78; L. Duchesne, Les premiers temps de l'Etat pontifical, 3^{°} ed. Parigi 1911, p. 282 agg.; E. Amann, in Histoire de l'Eglise, diretta da A. Flickr e V. Martin, VI, Parigi 1937, pp. 441-42; M. Jugie, Le Schisme Byzantin, Parigi 1941, p. 132 ag.
Ireneo Daniele
ADRIANO IV, PAPA. - E l'unico inglese solito sul trono pontificio; si chiamava Nicola Breakspear ed era figlio di Roberto chierico di Bath.
Non avendo ottenuto di poter essere accolto nel monastero di S. Albano nella sua patr'a, andò in Francia e studiò a Parigi, benché fosse di poverissime condizioni economiche. Si fece poi canonico regolare di S. Rufo presso Avignone e nel 1137 divenne priore della canonica e forse più tardi abate generale. Ma venne denunciato a Roma e dovette recarsi colà a giustificarsi; Eugenio III lo tenne presso di sé, avendone conosciute le belle qualità personali, lo fece cardinale vescovo di Albano e nel 1150 lo inviò quale legato della S. Sede nei paesi scandinavi a riorganizzarvi la gerarchia ecclesiastica. La missione ebbe pieno successo, e Nicola riportò pure molte offerte a S. Pietro; così, poco dopo il suo ritorno, avvenuto nel 1154, essendo morto nel dic. Anastasio IV, venne eletto Pontefice il 4 dic. col nome di A. IV.
Le condizioni della città di Roma erano in quel momento assai tristi perché vi dominava Arnaldo da Brescia che infiammava il popolo con ricordi classici e lo sollevava contro il dominio papale; spesso accadevano violenze ed un cardinale era stato anche ferito. A., che aveva un alto concetto dei diritti papali, lanciò l'interdetto sulla città per obbligarla ad capellere Arnaldo, ma il Senato si rifiutò di cedere. Però il popolo, che non voleva rinunziare alla celebrazione delle fun-

(da Serafini, Monste e Bolis Pontifcic)
Adriano II, papa = Denaro argenteo.
zioni religiose, insorse e cacciò Arnaldo; così il Papa poté celebrare in Laterano per la Pasqua. Frattanto era aceso in Italia Federico Barbarossa, ed A. vide l'opportunità di una intesa con lui; l'incontro avvenne a Sutri e diede luogo a qualche incidente, ma poi i due giunsero a Roma, ove il 18 giugno 1155 ebbe luogo l'incoronazione imperiale. In conseguenza Arnaldo da Brescia fu arrestato, consegnato al prefetto della città ed arso; tra Romani e Tedeschi avvenne una zuffa nella quale il Papa fece da paciere.
Le prime relazioni corse tra A. ed il re di Sicilia, Guglielmo il Malo, non furono amichevoli, perché il sovrano non aveva chiesto alla S. Sede l'investitura dei suoi Stati, come era obbligo, data la dipendenza feudale dalla Chiesa, e perciò il Papa non lo riconobbe. Guglielmo cercò di staccare il Barbarossa dall'amicizia con A. e compì razzie nelle terre della Chiesa; a sua volta il Papa cercò di sollevare i signori del regno contro di lui e poi lo scomunicò. Rifiutate una richiesta di pace avanzata dal re, si venne a guerra aperta che si risolse in un disastro per il Pontefice, assediato in Benevento; il 18 giugno 1156 A. dovette accettare le dure condizioni impostegli e cioè il riconoscimento del re e il diritto di questi a concedere o

(da Serafini, Monste e Bolis Pontifcic)
Adriano III, papa = Denaro argenteo.
negare il permesso agli ecclesiastici che volessero appellarsi a Roma. Da quel momento l'alleanza tra la S. Sede e i Normanni si mantenne inalterata e provocò le ire dell'imperatore. Per questo e per vari altri motivi di carattere giurisdizionale, Federico Barbarossa mutò assai presto il suo primitivo atteggiamento verso il Papa e finì col venire in urto aperto con lui; l'episodio più significativo è quello dell'incidente occorso ai legati papali presentatisi alla corte di Besançon per ricordare al sovrano i numerosi «benefici» ricevuti dalla Chiesa. Tale parola fu male interpretata dai nobili ufficiali, gelosi custodi dell'onore sovrano, ma poi per opera di quanti erano desiderosi di mantenere la buona intesa tra le due autorità si venne ad un componimento della vertenza. Fu il Papa a cedere, anche perché il clero tedesco gli aveva scritto dichiarandosi d'accordo con l'imperatore; però le occasioni di riprendere la lotta non mancavano. Quando Federico scese nel 1158 in Italia, tenne una grande dieta a Roncaglia, dove, tra l'altro, riaffermò i suoi diritti sulla Corsica, che era dominio papale, e impose tributi anche sulle terre della Chiesa, rivendicando il possesso di varie città. Alle proteste papali l'imperatore rispose fieramente sostenendo che la sua sovranità su Roma non doveva restare un nome ed elevando minacce. Non essendo riuscito un tentativo di arbitrato, il Barbarossa guardò benevolmente ai democratici romani, sempre avversi al Papa, e questi s'intese con i Comuni lombardi in lotta con l'imperatore. La guerra ormai inevitabile fu invece scongiurata per la sopravvenuta morte di A., ad Anagni, il 1^{°} sett. 1159. Il contrasto secolare, causa l'alta figura morale dei due avversari, aveva ormai raggiunto il suo momento critico che ripeteva la sua ragione dalla stessa organizzazione della società medievale.
Enrico II d'Inghilterra inviò nel 1156 un'ambasciata ad A. per chiedergli il permesso di conquistare l'Irlanda; era una domanda indiscreta in quanto il Papa avrebbe, acconsentendo, giustificato una aggres-
## Page 226

Adriano IV, papa - Sarcofago antico riadoperato come sepolcro di A. - Grotte Vaticane.
sione. Se la bolla di risposta che ci è rimasta è autentica, A. avrebbe posto varie condizioni all'effettuazione dell'impresa e non avrebbe ammesso il possesso ereditario dell'isola da parte dei re inglesi. Però la spedizione ebbe luogo soltanto assai più tardi.
A. continuò l'opera dei predecessori intesa a centralizzare sempre più l'organismo burocratico della Curia e perciò concedette numerosi privilegi ed esenzioni a monasteri per legarli alla S. Sede. Fu Pontefice energico e savio, oltre che eloquente, caritatevole e virtuoso.
BibL.: PL 188: I. L. Watterich, Pontificum Romanorum Vitae, II, Lipsia 1862; K. Mann, Nicolas Brealspear, A. IV. Londra 1914; E. M. Almedingen, The English Pope A. IV. Londra 1922; U. Balzani, Italia, Papato e Impero nel sec. XII, a cura di P. Fedele, Messina 1930; P. Brezzi, La scisma - inter regnum et sacerdotium e al tempo di Federico Barbarossa, in Arch. Depat. Rom. St. patr., 63 (1940), pp. 1-98. Paolo Brezzi
ADRIANO V, papa. - Pontefice nel 1276. Alla morte di Innocenzo V segui in Roma un conclave vigilato da Carlo d'Angiò nella sua qualità di senatore della città; dopo otto giorni egli mise i cardinali a pane ed acqua per poter affrettare la decisione e così, per influenza del cardinale Orsini, venne eletto Ottobuono Fieschi l' in luglio 1276. Egli apparteneva alla nota famiglia genovese dei conti di Lavagna ed era nipote d'Innocenzo IV, che lo aveva creato cardinale diacono di S. Adriano; Clemente IV lo aveva inviato in Inghilterra per pacificare il re Enrico III e i baroni, per predicare la crociata e raccogliere le decime. Egli non era però neppure sacerdote; subito dopo l'elezione a Pontefice, lasciò Roma e si stabili a Viterbo. La brevità del suo governo gli impedì di svolgere qualsiasi azione di una certa importanza; ebbe tuttavia tempo di abolire i severi
regolamenti fissati da Gregorio X relativi al conclave e che egli stesso aveva sperimentati. Morì il 18 ag. dello stesso anno e fu sepolto nella chiesa dei Domenicani di Viterbo. I cittadini di questa città applicarono, malgrado la soppressione, la legge sul conclave e riusci eletto Giovanni XXI.
BibL.: N. Schopp, Papst Hadrian V, in Heidelberger Abhandlungen, 40 (1916).
Paolo Brezzi
ADRIANO VI, papa. - Pontefice dal 1522 al 1523. N. ad Utrecht il 2 marzo 1459, era figlio di Florensz Boeyens e di Gertruda. La famiglia non era né ricca, né povera. Morto il padre, la sua educazione fu affidata dalla madre ai Fratelli della vita comune, a Deventer o a Z'wolle. Iscritto all'Università di Lovanio nel 1474, studiò per due anni filosofia e per dieci teologia e diritto canonico. Finiti gli studi ottenne una cattedra di filosofia. Nel 1490 fu licenziato e l'anno dopo divenne dottore in teologia. Con le rendite dei suoi benefici fece larghe elemosine e fondò un collegio per gli studenti poveri. Fu anche parroco di Goederee adempiendo personalmente i suoi doveri durante le vacanze. Nominato professore di teologia ebbe come discepoli Erasmo da Rotterdam ed altri noti letterati. Una serie di sue conferenze fu pubblicata da un discepolo ( 1515 ); da un altro le sue lezioni sul S.mo Sacramento ( 1516 ) nelle quali si dimostrò fautore della comunione frequente. Queste due opere ebbero molte edizioni. Eletto decano della chiesa di S. Pietro nel 1497, dovette assumere le funzioni di rettore della università.
Per la vita senza macchia, per l'alto concetto del dovere, per lo zelo riformatore dei costumi specialmente fra il clero, per la grande erudizione, sapienza e prudenza, divenne consigliere prediletto di molti ed
## Page 227
anche della corte. L'imperatore Massimiliano lo fece precettore del nipote Carlo, cui A. procurò pieno diritto ereditario al trono spagnolo.
Dal 1516 insieme col Ximénez e, dopo la morte di quello, da solo governò la Spagna. Nel 1516 fu eletto vescovo di Tortosa, nel 1517 divenne inquisitore di Anzsona e di Navarra e nel 1518 anche di Castiglia e di León. Nel 1517 fu creato cardinale. Durante il viaggio d'incoronazione di Carlo V sedo più con la prudenza che con le armi la ribellione generale scoppiata nella Spagna. Fu eletto Pontefice il 9 genn. 1522.
Due cose A. voleva ottenere: l'abolizione degli abusi nella Curia e nella Chiesa, e l'unione dei principi cristiani contro il pericolo dei Turchi. Cominciò con l'eliminare il cumulo dei benefici, prese severe misure contro la simonia, colpi il nepotismo dei prelati ed in genere tutti i vizi del clero e del popolo, cercò di migliorare la situazione finanziaria della Chiesa e dello Stato Pontificio facendo grandi risparmi, anche al fine di essere in grado di dare sussidi agli Stati che avrebbero dovuto far resistenza all'invasione dei Turchi.
Incorse nell'odio di quanti erano abituati alle grandisse feste, ai favori ed alla vita leggera della corte del predecessore, odio che si scatenò in libelli e pasquinate. Ebbe, tuttavia, il torto di allontanare anche elementi buoni, e ciò a causa del suo carattere talvolta schivo, particolarmente verso i prelati italiani. Fu errore al quale cercò in un secondo tempo di mettere riparo.
Mandò Chieregati come primo nunzio apostolico alla dieta di Norimberga a presentare i suoi disegni di riforma, sperando di ovviare al pericolo del luteranesimo e di conciliarsi i principi germanici (15221523). Non ottenne l'esecuzione dell'editto di Worma. Nemmeno riusci a sedare il contrasto tra Carlo V e Francesco I. Volendo rimanere fedele alla politica di neutralità fra i partiti, fu costretto dalla inimicizia di Francesco I a fare un patto difensivo con Carlo V (1523). Nelle sue premure per il bene spirituale della Svizzera, della Polonia e di altri paesi, raccolse non poche delusioni.
Morto il 14 sett. 1523, fu sepolto provvisoriamente nella cappella di S. Andrea in S. Pietro. L'epitaffio diceva: Hadrianus sextus hic situs est qui nihil sibi infelicius in vita duxit quam quod imperaret. Il 12 ag. 1533 fa salma fu trasportata alla chiesa di S. Maria dell'Anima, ove il card. Enckevoirt gli elevò degno monumento. Benché molto calunniato in vita ed in morte, nessuno osò mai attaccare la illibatezza di questo Pontefice nè le sue intenzioni. - Vedi Tav. XXIV.
Bisc.: E. H. J. Reusen, Syntagma Doctrinae Theologicae Adrieni Sexti, Pont. Max., Lovanio 1862; C. von Höfler, Papst A. VI, Vienna 1880: Pastor, IV, pp. 3-148; G. Pasolini, A. VI, Roma 1915; E. Hocks, Der letzte deutsche Papst A. VI. 1522 1523, Friburgo in Br. 1939.
Pancrazio Maarschalkerweerd
ADRICOMIO (Adrichomius, forma latinizzata di Adrichum), Christiaan Kruick van. - Palestinologo slandese, n. a Delft il 14 febbr. 1533, m. a Colonia il 20 giugno 1585 .
L'umanista Martino Dorpius, suo prozio, curò la sua prima educazione. Conseguito il sacerdozio (a marzo 1561), A. fu cappellano delle suore di S . Barbara a Delft. Invasa la sua patria dai protestanti, riparò nel Brabante (ad Anversa, sotto il nome Christianus Crucius, pubblicò nel 1578 una Vita I. Christi ex quatuor Evangelistis breviter contexta), e infine a Colonia.
Sua opera originale, ancor oggi apprezzata, è il Thea-
trum Terrae Sanctae et biblicarum historiarum cum tabulis geographicis. La ¹⁶ parte (geografia della Palestina) e la ³ᵉ (cronaca dalla creazione del mondo alla morte di s. Giovanni Evangelista, posta nel rog) furono edite postume (in fol., Colonia 1590), insieme alla ²ᵉ parte di cui A. aveva già curato la stampa (Jerusalem sicut Christi tempore floruit, ivl 1584; ristampe 1588, 1592). Ammiratissimo nella parte geografica per l'accuratezza e per l'efficacia didattica delle carte con figure (vignette bibliche del Vecchio e Nuovo Testamento ingegnosamente disposte nei vari siti), il Theatrum ebbe molte riedizioni (Colonia 1593, 1600, 1613, 1628, 1682, 1722, ecc.). La ²² parte fu tradotta in italiano da Francesco Bardelli cortoneze (Firenze 1594; ristampata da L. Grassi, Genova 1882).
Bisc.: P. Niodron, Mémoires pour sercir à l'histoire des hommes illustres, XXVIII, Parigi 1729, pp. 239-43; R. Röhrichr, Bibliotheca geographica Palaestinae, Berlino 1890, pp. 209-11; Hutter, III, ³ᵉ ed. 1907, coll. 275 sg.; A. Vaccari, s. v. in Enc. Ital., I, p. 557.
JAntonino Romeo
ADRUMETO. - Centro agricolo e commerciale nella Bizacena, oggi Sussa (franc. Sousse) nella Tunisia. Si chiamò per qualche tempo Hunuricopolis e poi Iustinianopolis, dopo essere stata presa prima da Unnerico, poi dai Bizantini.
Tertulliano ricorda due suoi martiri : Maiulus (Ad Scapulam, 3) e Rutilius (De fuga in persec., 5). Più tardi si ebbero nel 304 i martiri Bonifatius e Thecla con 12 altri, Arontius e, sotto i Vandali, Felix e Vicovianus. Fu suo vescovo il dotto Primasio. Fu sede di concilio per i vescovi della Bizacena nell'a. 347. (P. Monceaux, Histoire littéraire de l'Afrique chrétienne, III, Parigi 1905, p. 213). In città si è ritrovata solo una cappella bizantina nella zona dei souks.
A sud-ovest della città si è rinvenuto un gruppo di cimiteri cristiani sotterranei, scavati nella roccia calcarea delle colline di Kalaa Srira, dove si trova anche una necropoli pagana all'aperto. Le prime indagini risalgono alla fine del 1888 ; in seguito a scavi regolari furono illustrati nel 1910 dall'allora parroco di Sussa, mona A. F. Leynaud (Les Catacombes Africaines, SussaAdrumeto 1910, 1922, 1937).
La «catacomba del buon Pastore», cosi detta da una immagine incisa sulla lastra marmorea di chiusura di un sepolcro, ha uno sviluppo lineare di oltre 1750 m ., con 105 gallerie, ed è ricca di 139 iscrizioni: due in greco, le altre in latino, una in musaico, 15 su lastre di pietra, le rimanenti o dipinte o graffite. Tra i simboli, il buon Pastore (barbuto), il pesce, la colomba, l'ancora, la palme, il T, la croce equilatera e latina, il monogramma .E. I defunti sono ricordati in nominativo seguito da hic dormit o in pace.
Un'altra catacomba è detta «di Hermes ", dal nome segnato in musaico nel pavimento di un cubicolo. E scavata lungo la pista de l'Uadi Laya, presso la necropoli romana e fu esplorata tra il 1907 e il 1909. Risulta dalla fusione di tre ipogei, in origine con scale separate; ha uno sviluppo di quasi 550 m .; contiene 2061 loculi e ca. 500 tombe nel pavimento. Si utilizzò una cisterna e vi si praticarono 184 sepolcri, si usufruì pure di un ipogeo pagano contenente un cubicolo a musaico con scene di pesca. Le iscrizioni sono tutte in latino: una in marmo, otto in musaico, le altre graffite o dipinte. Di una bambina Florentia si dice Dei opulo fidelis, mente conosciuta Deo; frequente è l'augurio in pace.
La «catacomba di Severo» presso la pista di Akouda, prende il nome dall'epigrafe Seberum cum pace in Deu. L'esplorazione è degli anni 1910-17. Sviluppa 1767 m . di gallerie con 3783 loculi nelle pareti e ca. 1000 tombe nel pavimento. Ha 47 iscrizioni di cui 3 in greco, 25 su marmo, 12 in musaico, e 10 graffite.
## Page 228
Fra i simboli il pesce, la colomba; oltre la croce equilatera c'è anche il monogramma 索 o isolato o dentro la corona.
Il Leynaud ha descritto anche un altro ipogeo rinvenuto nel 1907, che chiamò «catacomba di Agrippa» per l'iscrizione posta da un L. Septimius Agrippa a suo figlio. E situato presso quello detto del buon Pastore; contiene 18 gallerie con ca. 172 tombe; vi si rinvennero otto iscrizioni in marmo tutte con la dedica Dis manibus in esteso o abbreviata, ma non c'è alcun carattere cristiano né nel formulario né nella decorazione dei sepolcri.
Un nuovo ipogeo cristiano ad arcosoli è venuto in luce recentemente (cf. Bull. archéol. du Comité de l'Afrique Française [1943], p. xit). - Vedi Tav. XXV.
Enrico Iosi
AD SANCTOS. - Questa espressione latina ("vicino ai santi") designa l'uso degli antichi cristiani di essere sepolti, patendo, accanto alle tombe dei martiri. Esso si riscontra in tutto il mondo antico, ma soprattutto a Roma, nelle cui catacombe si possono ancora osservare gli eccessi di devastazioni cui condusse quell'usanza: Quod multi cupiunt et rari accipiunt, dice un'iscrizione; e il favore era spesso pagato caro. Il motivo fu per lo più un semplice senso di devozione, talora la speranza di sperimentare così più da vicino il patrocinio dei santi; Costantino, al dire d'Eusebio, si fece seppellire in mezzo alle tombe degli apostoli per partecipare alle preghiere di quelli che verrebbero ad onorarli; talora il movente poté essere la semplice vanità. S. Agostino (De cura pro mortuis gerenda: PL 40, 56I) non raccomanda affatto la pratica; Damaso protesta di non essersi fatto seppellire nella cripta dei papi per non distruggere altre tombe; l'arcidiacono Sabino a S. Lorenzo fuori le Mura preferì sancti ianitor esse loci (esser sepolto vicino alla porta) protestando «non giova ed è di fastidio stringersi ai sepolcri dei martiri... non con il corpo, bensì con l'anima dobbiamo tendere ad essere loro vicini».
Bist.: H. Leclercq, s. v. in DACL, I, col. 479 sgg.; E. Diehl, Incr. latinae christ. vateres, Berlino 1925, n. 2126 sgg. e spec. 1194, 1966, 2148; H. Delehaye, Origines du culte des martyrs, Bruxelles 1933, p. 131 sge. Antonio Ferrua
ADISONE, EMERICO. - Benedettino, aglagrafo, n. da famiglia nobile nel Giura intorno al 920, m. nel 972. Divenne monaco a Luxeuil e insegnò a Toul, ma nel 968 fu eletto abate di Moutier-en-Der (donde il suo nome latino: Dervensis). Nel 972, andando in pellegrinaggio a Gerusalemme, morì e fu sepolto in una delle isole Cicladi, Antipalea.
Tra i più notevoli dotti del suo tempo, è autore di un interessante trattato sull'Anticristo e di parecchie opere agiografiche: su s. Mansueto di Toul, s. Gualberto (abate di Luxeuil), s. Berchario (patrono di Moutier-en-Der) e s. Basolo. Delle sue poesie pochissimo è rimasto.
Bist.: Le opere, in PL 137, coll. 597-699; M. Manitius, Gesch. der lat. Liter. des Mittelalters, II, Monaco 1923, pp. 432-42. Cesario van Hulst
ADUARTE, Diego. - Domenicano spagnolo, n. a Saragozza nel 1566. Compiuti gli studi ad Alcalá ed entrato nell'Ordine nel 1585 , dieci anni dopo andò missionario alle Filippine, dove fu poi vescovo di Nueva Segovia, nell'isola di Luzon, morendo non molto dopo, nel 1635, o, secondo altri, nel 1637 e anche 1639. Nella questione fra gl'indigeni e le autorità spagnole prese parte decisa per i primi.
Scrisse alcune relazioni sulle persecuzioni giapponesi del terzo e del quarto decennio del sec. xvir, ma è benemerito della storiografia dell'apostolato domenicano in Estremo Oriente soprattutto con la sua Historia de la Provincia del SS. Rosario de la Orden dos Frailes Predicatores en las Islas Philipinas, Japón y China, uscita postuma nel 1640.
Bist.: J. Ferrando, Historia de los PP. Dominicos en las Islas Philipinas y en sus Misiones del Japón, China, Tungbin y Formosa, Madrid 1870; Reseña biografica de las Religiosas de la Provincia del SS. Rosario de Philipinas, I, Manila 1891, p. 148 sge.; G. Dindinger, Bibliogr. Mín., IX (1931), p. 427.
ADULAZIONE. - Lode esagerata e sragionevole rivolta ad altri per motivo interessato. L'a. nasce sempre ed è alimentata da qualche segreta passione, come dall'amore del denaro, da vanità, da ambizione, da timore; talora anche da animo cattivo, specialmente quando giunge a scusare nell'adulato i vizi o o ad encomiarne le azioni malvage. La Scrittura la riprova apertamente: «E meglio essere ripreso dai saggi, che ingannato dall'a. dei malvagi» (Eccle. 7, 6). S. Agostino la considera come una specie di persecuzione e come un vizio familiare presso i magnati e gli uomini politici (Expos. in Ps. 59). S. Gregorio M. paragona l'adulatore allo scorpione, che, apparentemente pacifico nelle mosse del corpo, punge poi con la coda (Expos. in Ex. 1, 2).
L'a. è per se stessa peccato veniale; ma può diventare grave secondo l'importanza dell'azione o della cosa lodata, riguardo al fine per cui si agisce, e rispetto all'occasione che si dà all'adulato di errare o di peccare.
Celestino Testore
ADULLAM: v. ODOLlam.
ADULTERIO (dal lat. adulterium ossia, secondo una probabile etimologia, ad alterum torum accessus). - E l'illecita unione di due persone di sesso diverso, delle quali una almeno sia coniugata.
I. CESNI STORICI. - Presso i popoli antichi, la violazione della fedeltà coniugale costituiva una gravissima colpa, punita per lo più con la morte, soltanto quando fosse commessa dalla donna. Così, a Babilonia, il codice di Hammurabi disponeva che l'adultera sorpresa in flagrante venisse uccisa insieme col suo complice; e la stessa sanzione era prevista dalla legge mosaica (Lev. 20, 10; Deut. 22, 22), la quale, per il caso che il delitto non potesse in altro modo provarsi, consentiva al marito di far sottojorre la moglie all'esperimento dell'acqua amara (Num. 5, 11-31).
Il diritto romano non conteneva, in origine, norme particolari sull'a., la cui repressione era lasciata all'arbitrio del tribunale domestico o alla vendetta del marito oltraggiato. Solo al cadere della repubblica, con la Lex Iulia de adulteriis coercendis (18 a. C.), l'a. della moglie - eccettuato il caso di donna schiava o infamata - venne considerato come un'offesa contro il buon costume, ordinariamente punibile, a seguito di publica accusatio, con la relegazione e con la confisca dei beni : pene che gli imperatori pagani inasprirono poi fino all'estremo supplizio.
La dottrina e la morale cristiana, ricostruendo su nuove basi etiche e religiose l'istituto del matrimonio elevato a dignità di sacramento, dovevano profondamente influire sulla primitiva concezione dell'a., non solo nel senso di una più mite repressione in vista di un possibile efficace pentimento (Ia. 8, 3-11), ma anche e soprattutto nel senso di una assoluta parificazione di diritti e di doveri reciproci tra l'uomo e la donna (I Cor. 7, 4). L'a. del marito fu perciò ritenuto dalla Chiesa altrettanto peccaminoso quanto quello della moglie, poiché eadem a siro quae ab usore debetur castimonia (c. 4, C. XXXII, q. 4), e christiana religio adulterium in utroque sexu pari ratione condemnat (c. 23, C. XXXII, q. 5). Nei primi due secoli, esso fu annoverato, almeno in talune Chiese, fra i peccati irremissibili (s'intende secondo la disciplina canonica, perché in foro conscientiae peccati irremissibili non esistono), alla stessa stregua dell'apostasia e dell'omi-
## Page 229

In alto: GRAFFITO DEL BUON PASTORE nella catacomba omonima (sec. III). - In basso: ISCRIZIONE IN SITU DI FLAVIA DOMIZIA nella catacomba del Buon Pastore.
## Page 230

1L PROFETA ISAIA
di Michelangelo (1508-12) - Cappella Sistina.
## Page 231
cidio; più tardi, a partire dall'editto di papa Callisto (217-22), ne venne consentita l'assoluzione a patto di regolare penitenza pubblica; ed infine prevalse l'uso di sottoporre il colpevole ad una penitenza decennale se chierico e settennale se laico (c. 5, D. LXXXII; c. 27, C. XXVII, q. I).
2. L'A. COME PECCATO E COME DELITTO ECCLESIASTICO. - Che l'a. costituisca un'aperta infrazione del sesto precetto del decalogo e rappresenti un peccato mortale non solo contro la castità, ma anche contro la giustizia nei riguardi del coniuge innocente (a cui può aggiungersi l'ingiuria arrecata ai figli legittimi dalla eventuale nascita di prole adulterina) è cosa che non ha bisogno d'essere dimostrata.
I teologi sogliono distinguere l'a. semplice, che ha luogo quando uno solo dei colpevoli è coniugato, dall'a. duplice, che si verifica invece quando entrambi sono uniti in matrimonio. Nel primo caso, è chiaro che la persona non coniugata in tanto può ritenersi formalmente adultera in quanto sia a conoscenza del vincolo matrimoniale onde l'altra è legata. La tolleranza o, peggio, il consenso del coniuge offeso non fa venir meno l'a., poiché il diritto alla fedeltà, acquisito nell'atto stesso della celebrazione del matrimonio, è per sua natura inalienabile e imprescrittibile; e ciò in conformità all'insegnamento di Innocenzo XI, il quale nel 1679 espressamente condannava la proposizione: "Copula cum coniugata consentiente marito non est adulterium".
In considerazione del grave pregiudizio che ne può derivare all'ordine delle famiglie e, in genere, alla pubblica moralità, l'a. è inoltre contemplato dal Codice di diritto canonico tra i delitti contro il buon costume e punito più o meno gravemente a seconda delle circostanze soggettive e oggettive che l'accompagnano. Il laico che si sia reso responsabile di a. pubblico (tale, cioè, da poter cagionare scandalo tra i fedeli) incorre nella esclusione dagli atti legittimi ecclesiastici finché non abbia dato segni di sincera resipiscenza (can. 2357, § 2); e alla stessa pena soggiace il chierico minore, a carico del quale è preveduta altresì, per i casi più gravi, la riduzione allo stato laico (can. 2358). Quanto agli ordinati in sacris, il can. 2359 distingue tra il semplice a. - genericamente compreso nella dizione: Si... contra sextum decalogi praeceptum deliquerint - e la vera e propria relazione adulterina: Si adulterium... exercuerint. Per il primo caso vien lasciata all'arbitrio del giudice l'irrogazione di congrue pene (non esclusa la privazione dell'ufficio o del beneficio) da commisurarsi di volta in volta alla gravità del delitto; per il secondo sono previste la sospensione, la dichiarazione di infamia, la privazione di qualsiasi ufficio, beneficio, carica e dignità, e perfino - ove le circostanze lo esigano - la deposizione del reo.
Presupposto comune a queste varie figure criminose è l'esistenza di un matrimonio valido, anche se semplicemente rato. Il momento consumativo del delitto - che, secondo la dominante dottrina, non ammette l'ipotesi del tentativo - coincide col contatto sessuale. L'elemento psicologico consiste nel dolo, cioè nella coscienza e volontà di congiungersi carnalmente con persona unita in matrimonio ovvero di violare l'obbligo della fedeltà inerente alla propria condizione di coniugato. Trattandosi di delitto bilaterale (che richiede per sua natura il concorso di due persone), l'uno e l'altro colpevole soggiacciono alle medesime pene, in quanto siano applicabili (cf. cann. 2209, § 2 e 2231). Data, infine, l'estrema difficoltà di raggiungere la prova materiale del reato, l'antica prassi canonistica sugge-
riva talune presunzioni - naturali e legali - a cui il giudice può anche oggi utilmente ricorrere.
3. L'A. nella legislazione civile. - Nonostante si sia lungamente discusso in passato (e v'è chi discute ancora) circa l'opportunità di incriminare l'a., tutte le legislazioni del mondo civile - eccettuato il Codice danese del 1933 - reprimono in varia misura questo delitto. Il Codice penale vigente in Italia (artt. 339563), confermando la tradizionale e non ben giustificata diversità di trattamento fra l'infedeltà dell'uomo e quella della donna, punisce in tutti i casi l'a. della moglie (a carico della quale è previsto come circostanza aggravante il fatto di intrattenere una relazione adulterina), mentre considera come reato l'a. del marito solamente ove assuma, per la sua abitualità e notorietà, le caratteristiche del concubinato (v.). In entrambe le ipotesi il delitto è punibile a querela del coniuge offeso, e la pena è quella della reclusione fino a un massimo di due anni. La separazione legale pronunciata per colpa di uno dei coniugi esclude la punibilità dell'altro.
Per l'a. come impedimento matrimoniale vedi la voce CRIMINE, impedimento del ; e come causa di separazione personale, v. SEPARAZIONE DEI CONIUGI.
Per l'adulterio presso i primitivi v. FAMIGLIA.
BibL.: Oltre ai trattati di teologia morale e di diritto canonico, possono consultarsi: A. Nast, La répression de l'adultère chez le peuples clérétiens, Parigi 1908; E. Magnin, s. v. in DDCI, coll. 221-20; H. Noldin-A. Schmitt, De uesto praecepto et de usu matrimonii, 27* ed., Innsbruck 1935; C. Corsanege, La repressione romana dell'a., Roma 1936. Ferruccio Liuzzi
ADULTO: v. ETÀ.
AEGAE, diocesi di. - Questo centro sorgeva nel paese dei Dauni, in Capitanata, sulla Via Traiana che, staccandosi da Benevento, si congiungeva ad A. con la Via Egnazia. Ebbe grande importanza nella II guerra punica; cadde nelle mani di Annibale e fu ripresa da Fabio nel 214 a. C. E ricordata da Plinio. Fu colonia romana sotto Settimio Severo. Il suo sviluppo fu dovuto alla posizione geografica rispetto al sottostante Tavoliere ed alle strade che vi conducono. Decadde rapidamente e fu distrutta, pare, nel sec. vir. Riacquistò fama e prese l'odierno nome di Troia nel 1017, per opera dei Bizantini.
Scarse le notizie sulla diocesi, che era compresa nella Regione II. I vescovi di cui ci vengono tramandati i nomi sono: i) Dynamius, la cui esistenza è problematica ; 2) s. Eleuterio: questo santo, ricordato in un testo greco (BHG, 568-70) come vescovo illirico, martire in Roma con la madre Anzia sotto Adriano, diviene nella traduzione latina (BHL, 2451) vescovo di A. E dubbio se il martirio greco sia stato adattato ad un s. Eleuterio venerato in A. o se si sia voluto spiegare la presenza delle sue reliquie in A . creandolo vescovo della città; 3) s. Marco, probabilmente del sec. Iv: la leggenda (BHL, 2297) parla di un Marco "Aecanze urbis episcopus", e egli sarebbe stato uno dei 12 vescovi africani espulsi dai Vandali e approdati sul lido campano. E più probabile che le sue spoglie vi siano state portate dopo la distruzione di A. S. Marco ebbe culto antico anche in Benevento e altrove; 4) Secondino. Mentre sulle rovine della distrutta A. si edificava Troia, nel cimitero e chiesa di S. Marco fu rinvenuto il mausoleo di un vescovo di questo nome. L'iscrizione sepolcrale ricordava come egli avesse restaurato una chiesa, forse quella dei SS. Donato e Felice; 5) Marciano o Marziano del 501-502.
BibL.: N. Beccia, Tradizioni e favole ecanezi, Lucera 1908, pp. 22-32; Lanzoni, I, pp. 183, 220, 248, 268-72, 276-77.
Noemi Croszarosa Scipioni
## Page 232
AEGHER di Kalkar, EnRico: v. egher enRico di kalkar.
AEGVPTUS. - Rivista italiana di egittologia e papirologia, pubblicata dal 1920 presso la Scuola di papirologia dell'Accademia scientifico-letteraria e dal 1924 presso l'Università Cattolica del S. Cuore di Milano, in 4 fascicoli annuali. Notevole in ogni fascicolo la bibliografia metodica degli studi di egittologia e papirologia. La rivista pubblica anche due serie di supplementi, una di divulgazione e l'altra di indole scientifica; in quest'ultima sono comparsi gli atti del IV Congresso internazionale di papirologia (Firenze 1935).
AELFRIC. - Teologo ed erudito inglese n. intorno al 955, m. ca. il 1020. Abate di Eynsham, massimo prosatore della letteratura anglo-sassone della sua età, egli seppe diffondere e far penetrare nei più umili strati della popolazione la verità della religione e della morale cristiana, servendosi del vernacolo agile e limpido del tempo in molte delle sue opere, sia di carattere dottrinale che narrativo e di divulgazione devota.
La Homeline Catholicae ( 589 -95) infatti, che l'autore trasse e compilò soprattutto dalle "Omélie» di s. Gregorio e dalle opere dei primi Padri della Chiesa, furono scritte in anglosassone con prefazioni latine. Pur non essendo di contenuto originale, riflettono sostanzialmente il pensiero teologico occidentale. Alcune, come il sermone sull'Eucaristia, suscitarono al tempo della Riforma animate controversie, essenzialmente antistoriche, perché fondate sull'anacronistica tendenza ad attribuire allo spirito di edificazione cristiana del sec. x le intenzioni polemiche dell'età protestante. In realtà A. non intendeva combattere la dottrina della presenza reale né il dogma della transustanziazione. Rimangono inoltre di A. le Passiones Sanctorum ( 996 -97), una serie di Vite di santi (notevoli quelle dei ss. Osvaldo, Swithone, Edmondo) redatte in ritmi allitterativi, ricchi di cadenze poetiche assai popolari presso il volgo, al quale appunto A. voleva in particolare rivolgersi.
Delle altre sue opere vanno ricordate una Parabrasi in anglosassone dei primi sette libri della Bibbia (non interamente di A.); e un trattato De Vetere et de Novo Testamento, basato sull'agostiniano De doctrina christiana. Sotto l'aspetto linguistico, l'esempio di A. dimostra che la prosa anglosassone stava acquistando un certo grado di raffinatezza, quando la sua evoluzione fu interrotta dalla conquista normanna.
Bibl.: Per la serie delle sue opere pubblicate da varii in varii tempi cf. L. Gougoud in DFIG I, coll. 648-50; E. Dietrich, Abt A. Zur Literaturzorb. d. angelidich. Kirche, in Zeitschrift für die bistor. Theol., 25 (1825), pp. 487-594; 26 (1856), pp. 163 236; C. L. White, A.: a new study of his Life and Writings, (Yale Studies, II), Nuova York 1898; S. Harvey Gem. An AngloSaxon Abbot: A. of Eynsham, Edinburgo 1912; M. M. Dubois, Aelfric, Parigi 1943.
Vittorin Gabrieli
AELIA CAPITOLINA: v. gerusalemme.
AELREDO (Aelred, Ailred, Alred, Ealred, Ethelred), di Hexham, santo. - Scrittore inglese, abate cistercense di Rievaulx, n. nel inio a Hexham (Yorkshire) da nobile famiglia, m. il 12 'genn. 1167 a Rievaulx.
Trascorse, come paggio, la giovinezza (1124-33) alla corte di David I, re di Scozia, rimanendo però sempre profondamente inglese. Inviaio (1133) dal re David in missione a Rievaulx (Yorkshire), abbracciò subito la vita monastica nell'abbazia di Rievaulx, seconda fondazione cistercense in Inghilterra ( 1131 ) per opera di Walter Espec e col concorso di s. Bernardo. Sue letture preferite divennero il IV Vangelo e le Confessioni di Agostino. Nel 1141, al ritorno da Roma, ove aveva accompagnato l'abate Guglielmo, fu maestro dei novizi. Ma già nel 1142 , in età di 32 anni, fu scelto come primo abate di Revesby (Lincolnshire), filiale di Rievaulx.
Nel 1146 fu preposto alla casa madre di Rievaulx, che resse fino alla morte. Nel 1164 si recò in Scozia per convertire le barbare popolazioni del Galloway.
Riusci ad attrarre all'ideale monastico lo stesso capo dei Pitti. Soffri molto di gotta, gli ultimi io anni della sua vita. Canonizzato nel i igi, si commemora il 12 genn. (Acta SS. Ianuarii, I, Anversa 1643, pp. 748-51).
Scritti (PL 195, coll. 195-798):
A) Storico-biografici : 1) De bello Stondardi, racconto della battaglia di Cotton Moor (22 ag. 1138) tra l'esercito di David, sconfitto, e i baroni inglesi del Nord; 2) Genealogia Regum Anglorum, con particolari sulla famiglia reale dei Malcolm di Scozia; 3) Vita Sancti Edwardi regis, dedicata al re d'Inghilterra Enrico II (Acta SS. Ianuarii, I, ed. cit., pp. 293-302); 4) Vita s. Niniani, di scarso valore; 5) De sanctimoniali de l'utton; 6) De fundatione monasteriorum S. Mariae Eborac. et de Pontibus, ms. nella biblioteca del Christ-Church College (Cambridge); 7) Sembra suo anche l'opuscolo De Sanctis Ecclesiae Hingustuldenis et eorum miraculis, edito anonimo dal Mebillon (Acta SS. O.S.B., t. III, I, Parigi 1672, p. 228 sgg.).
B) Più interessanti sono le opere teologico-ascetiche, che gli meritarono, nella tradizione cistercense, l'elogio : Bernardo prope par Aelredus noster.
1) Speculum charitatis, sua principale opera spirituale, trattato pratico della perfezione cristiana, giudicata dal contemporanei la migliore del genere. Il Congendium speculi charitatis ne sarebbe, secondo alcuni, una prima redazione; ma il Wilmart ritiene che ne sia un estratto. 2) De spirituali amicitia, in forma di dialogo, uno dei più espressivi opuscoli di A_{4} che completa cristianamente l'analogo trattato di Cicerone. 3) Regula sive Institutio Isoliusarum o De Vita eremitica ad auoreon, per sua sorella religiosa, edito in appendice alle opere di s. Agostino (PL 32, 1451-74) ed in parte inserito tra le Meditationes s. Anselmi (15-17: PL 138, 784-98) : i capp. 47-63 propongono di meditare sui mostri del Signore col metodo sviluppato poi nelle Meditationes Vitae Christi (sec. xiv) dello pseudo-Bonaventura; 4) De Iesu puero duodenni, trattatello ascetico ispirato a Le. 2, 42-52, già attribuito a s. Bernardo (PL 184, 849-70); 5) Sermones de Oneribus, 32 sermoni su Is. 13-16, formanti un trattato sui vari ostacoli (opus, id est pondus) alla perfezione cristiana; 6) Sermones de Tempore et de Sanctis, rivolti ai suoi religiosi; solo 25 ne sono pubblicati in PL; 7) L'Oratio pastoralis (O bone Pastor Iesu), ripiens di citazioni bibliche alla maniera di s. Bernardo, sintesi dei doveri pastorali; 8) De natura animae, opuscolo psicologico, rimasto incompiuto e inedito (ms. 52 della Bibl. Bodleiana di Oxford).
Altre opere, come l'Epistolario, sono perdute.
A. è il principale rappresentante della scuola cistercense medievale in Inghilterra. Studioso di s. Agostino e coevo di s. Bernardo, fu loro degno discepolo. Le Bail elenca così le caratteristiche della sua dottrina spirituale: la vita cristiana deve riprodurre i misteri di Cristo; Gesù Cristo si comunica all'anima per mezzo della Chiesa; la mediazione di Maria è necessaria (s. Benedetto esercita, verso i suoi monaci, una missione analoga); l'ascetica deve tener conto dell'azione immediata di Dio o "visite del Signore" nell'anima; il coronamento della carità è nella contemplazione o "sabato" dell'anima; l'amicizia divina deve essere il principio e il termine dell'amicizia umana.
BibL.: Ha valore di fonte la Vita Ailredi di Gualtiero Daniel (m. nel 1173), conservata nel ms. Q. B. 7 del Jesus College (Cambridus) e in parte edita, con un magistrale studio. da F. M. Powicke, Ailred of Rievaulx and his Biographer Walter Daniel. Manchester 1922; J. B. Dalmairns, Life of St. Aelred, nella serie del Newman, Lives of the English Saints, Londra 1845 (2ed., 1903; trad. francese di Chirat, Vie de St. Aelred. Avienone 1870); A. Wilmart, L'-Oratio pastoralis», in Rev. Bénéd., 27 (1922), pp. 263-72; id., Auteurs Spirituels et Textes dévots du Moyen-Age latin, Parigi 1932, pp. 106-97 e 287-98; id., L'antigateur de "Speculum Charitatis - d'Aelred, in Rev. d'Axefique et de Mystique, 14 (1935), pp. 369-94 e 429; U. Berlière, L'ascèse bhablicine, Parigi 1927, p. 103 sq. e passim; M. Manitius, Gesch. der lat. Liter. die Mittelalters, III, Monaco 1931, pp. 144-49; B. E. Pedrick, Sancti Ailredi de Charitate doctrina, dissertaz. dott. presso il Pont. Istituto di S. Anselmo, Roma 1938; A. Le Bail, s. v. in DSp, I, coll. 225-34.
Igino Cecchetti
## Page 233
AENNON. - Località in cui s. Giovanni Battista esercitò per ultimo il suo ministero, prima di essere incarcerato; sita vicino a Salim ( ε_{γ γ^{′} ς} тó Σ α λ hat{imath} λ ), abbondava d'acque, e perciò la gente vi andava per farsi battezzare (Io. 3, 23). Era al diqua del Giordano (ibid. 26, ove si allude a Bethania π ε ρ α ν тó 'I ρ δ δ dot{σ} ν ν di I o. 1, 28); doveva distare alquanto dal Giordano, altrimenti la menzione delle "molte acque" non avrebbe senso. Il nome Aivúv (Volgata Aennon; cf. "Aen» Ios. 15, 32, e "Ain» Ios. 19, 7; 21, 16) è trascrizione del plurale aramaico 'ēnānān (s sorgenti "), scritto 'ēnān nel Targum di Deut. 8, 7. E da identificarsi col gruppo di cinque sorgenti ('Ain el-Fātūr, 'Ain ed-Deir, 'Ain Qur'an, 'Ain eś-Semsiyē, 'Ain el-Beidā) nel Gōr, a 12 km . a sud di Beisan; a nord di esse s'innalza TellBidja (accanto alle rovine di Umm el-'Amdān) corrispondente a Salim.
Così attesta la tradizione, ben chiara fin dall'inizio del sec. iv: cosí Eusebio e s. Girolamo (Onomastiron, alla voce Aenon, ed. E. Klostermann, 1904, p. 41: "A. iustz Salim, ubi baptizabat Ioannes, sicut in Evang. cate Ioannem scriptum est. Et ostenditur nunc usque locus in octavo lapide Scyhopaleos ad meridiem iusta Salim et Iordanem" e alla voce Salem, cui nel sec. iv corrispondeva il borga Salumias; cf. Girolamo, Ep. 73 ad Evang.; PG 22, 680); cosí la Peregrin