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omastiron, alla voce Aenon, ed. E. Klostermann, 1904, p. 41: "A. iustz Salim, ubi baptizabat Ioannes, sicut in Evang. cate Ioannem scriptum est. Et ostenditur nunc usque locus in octavo lapide Scyhopaleos ad meridiem iusta Salim et Iordanem" e alla voce Salem, cui nel sec. iv corrispondeva il borga Salumias; cf. Girolamo, Ep. 73 ad Evang.; PG 22, 680); cosí la Peregrinatio di Eteria (che parla di Sedima) e la carta. mosstice di Mādabā. Forse il nome Salim si è conservato, spostandosi, a Tell Sarem, a 5 km . più a nord.

E da rigettarsi l'identificazione di A. sia con 'Ainūn nel Wādy Fār'ah, a sud di cui sono molte sorgenti, a 10.12 km . dall'attuale villaggio di Salim che è a ca. 6 km . a est di Nāblus-Sichem, (I. Conder, On the identification of Aenon, in Pal. Expl. Fund Q. Stat. 1874, p. 191 sg.; A. Henderson, s.v.in Dict. of the Bible di Hastings, I 1898, p. 45; W. F. Albright, in The Harvard theol. Rev., 17 [1924], p. 193 sg.), sia con 'Ain (il cod. B e l'ediz. sistina dei Settanta Ios. 15, 61 ha Aivúv) e Salim (ebr. S̄ibim) di Ios. 15, 32, nella Giudea meridionale (J. N. Sepp; E. Le Camus, La vie de N. S. 7. C., I, Parigi 1887, p. 296, n. 1; Th. Zahn, Das Evang. des Johannes, Lipsia 1912, al passo cit.).

Bibl.: A. Legendre, Ennon, in DB, II (1899), coll. 18091811; M.-J. Lagrange, in Rev. Bibl., 4 (1895), p. 506 sgg.; id., En. selon St. Tern. Parigi 1925 ( 7^{°} ed. 1948), p. 92 sg.; F.-M. Abel, Exploration de la vallée du Tourdain, in Rev. Bibl., 22 (1913), pp. 100-23; id., Géogr. de la Palestine, I. Parigi 1933, pp. 142 sg., 447; P. Glauc, Anon (Io. 3, 23), in Theolog. Jahrbuch, 9 (1941), pp. 83-87.

Antonino Romeo
AERIO e AERIANI. - A., sacerdote del iv sec., nativo del Ponto, fu preposto agli istituti di carità della città di Sebaste, e segnatamente al grande ospizio dei mendicanti (ptochotrophium) dal vescovo Eustazio, che l'aveva avuto compagno nell'ascetismo. Egli non fu però fedele all'amicizia del suo vescovo: dopo aver covato per qualche tempo in fondo all'animo amarezza e rancore contro di lui, perché gli era stato preferito nell'episcopato, prese a rimproverargli pubblicamente di aver abbandonato l'ascetismo, poi, lanciandogli gravi calunnie, soprattutto di avarizia, si ritirò dalla direzione delle opere caritative e, dogmatizzando, attraase a sé un gruppo di seguaci (chiamati appunto a.) che professarono, su alcuni punti, particolari dottrine. S. Epifanio, in un capitolo interessante dedicato a combattere gli a., attribuisce loro principalmente i seguenti cinque errori (Haer. 75):

1) non credevano nella divinità di Gesù Cristo : erano semi-ariani, anzi, secondo altri autori, erano ariani in senso esagerato; 2) negavano qualsiasi distinzione tra vescovo e sacerdote, confondendo il valore della parola "presbyterii", unata da s. Paolo, quando esorta Timoteo a non trascurare il dono ricevuta mediante l'impostizione delle mani del presbiterio (I Tim. 4, 14); 3) affermavano l'inutilità delle preghiere per i defunti; 4) respingevano i digiuni obbligatori imposti in determinati giorni, potendosi digiunare tutti i giorni, anche la domenica, ma ritenevano che i digiuni
dovessero essere spontanei; 5) condannavano la celebrazione della Pasqua come una sopravvivenza giudaica, citando, male a proposito, il testo: "Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato" (I Cor. 5, 7).

Gli a. incontrarono l'opposizione non soltanto dei cattolici, ma anche degli ariani. Del resto furono poco numerosi : scacciati da tutte le chiese e costretti a riunirsi nelle campagne e nelle foreste, presto scomparvero. I protestanti rinnovarono in parte le loro eresie.

Bibl.: Hefcla-Leclercq, II, pp. 77, 81-83, 85; H. Hemmer, s. v. in OThC, I, coll. 516-17.

Cesare Bertola
AERNOULDT (ARNOLLT), Pierre. - Gesuita belga e scrittore ascetico, n. il 17 maggio 1818 a Moere (Fiandre occidentale), m. a Cincinnati il 28 luglio 1865. Partito per il Missouri, entrò ivi nella Compagnia di Gesù (1835). Professore in vari collegi, poi direttore spirituale e predicatore di ritiri, deve la sua fama all'opera, vigorosa e pia, (P. Arnoldi) De Imitatione SS. Cordis Iesu; scritta nel 1848, fu pubblicata solo nel 1863 ad Einsiedeln, ma ebbe presto moltissime edizioni e traduzioni (italiane a Torino 1872 e a Roma 1940).

Bibl.: Sommervogel, I, 363-65; notizie biografiche a capo delle varie traduzioni dell'imitazione del S. Cuore; P. H. Kelly, s. v. in The Colib. Enc., I, pp. 750-51; G. J. Gurrzahan, The Jesuits of the Middle United States, II, Nuova York 1938, pp. 105-107. Edmondo Lamolli
AERTNYS, Jozer. - Moralista, n. ad Eindhoven il 15 genn. 1828, m. il 30 giugno 1915. Novizio dei Redentoristi a St. Trond (Belgio) nel 1845, emise i voti l'anno seguente insieme col noto convertito Isaac Hecker, e il 14 dic. 1854 venne ordinato sacerdote a Liegi. Dal 1860 al 1898 fu professore di teologia morale nel convento di Wittem (Olanda), dove egli stesso aveva compiuto gli studi filosofici e teologici, e dove i futuri cardinali Dechamps e Van Rossum insegnarono teologia dogmatica. Nel 1901 fondò con mons. Schaeppnau il periodico teologico-pastorale Nederlandsche Katholiske Stemmen, al quale collaborò attivamente.

Opera principale dell'A. è la Theologia moralis secundum doctrinam s. Alphonsi de Ligorio Doctoris Ecclesior, pubblicata per la prima volta nel 1886; apprezzato manuale che, dopo la morte dell'autore, venne completato e aggiornato da C. Dumen, raggiungendo finora la 15ª ed. (Torino 1947). All'A. si debbono pure : una Theologia pastoralis seu Praxis confessoriarum ( 5^{°} ed., Gulpen 1916), un Casermoniale salimonioso functionum ( 5^{°} ed., curato da P. Pluym, Boscoducale 1921) e un Compendium Liturgiae Sacrae ( 10ª ed., curata da P. Dankelman, Torino 1936).

Bibl.: M. De Meulemeester, Bibliographie générale des écrivains rédemptoriates, II, L'Aia-Lovanio 1933. pp. 9-11. Camelio Damen

AERTSEN, Peter. - Pittore, n. ad Amsterdam nel 1507 o 1508, m. ivi nel 1575. Lavorò dal 1535 al 1555 ad Anversa; fu uno dei fondatori della pittura di nature morte, che introdusse con vigoroso naturalismo e senza troppi scrupoli, insieme con figure di genere, anche nei suoi quadri religiosi, i quali dimostrano conoscenza del rinascimento italiano. Caratteristici: due Calvari (1552, Berlino e Balen), un Ecce Homo (Bruxelles, Devolder), Cristo e l'adultera (1559, Francoforte s. M., Museo Staedel, e replica autografia Pietroburgo, prop. priv.).

Bibl.: J. Sievers, P. A., Lipsia 1908: M. J. Friedländer, Die altsäderländische Malerei, XIII, Leida 1936, pp. 107-17 e Catal. 282-339. Kurt Rathe

AESMA DAEVA. - E fra i Persiani lo spirito della collera e della contesa, ed ha per costante epitetos dalla sanguinosa clava n. E dedito all'ulubriachezza, nella quale egli attinge parte della sua forza. La maggior parte dei mali che tormentano le creature sono da attribuirsi a lui, e la morte e le sciagure dei mitici

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re iranici si devono ugualmente alla sua opera (Bundahišn, 28, 17). Contro le sue spaventose incursioni gli uomini si rivolgono per aiuto a Sraoša, che è il suo più temibile nemico e sa domarne la rabbia (Yasna, 57, 25). Il suo nome appare già negli antichi inni, le Gäthä: al suo aiuto fanno appello i devi (diavoli) per distruggere la vita degli uomini (Yasna, 30, 6); e anche gli animali domestici, specialmente la vacca, hanno molto da soffrire della sua attività (Yasna, 44, 20). Alla fine del mondo egli sarà sconfitto ed abbattuto dal Saushyant (Bundahišn, 30, 28).

BibL.: J. H. Moulton, Early Zoroastrianism, Londra 1913; R. Pettazzoni, La religione di Zarathustra, Bologna 1920. Giuseppe Messina
"AETERNA CHRISTI MUNERA". - Inno del Breviario romano per il Mattutino del comune degli apostoli. Composto da s. Ambrogio in otto strofe, esso non ne riporta, qui, che quattro: 1,2,6,7, lasciando le altre per il Mattutino del comune di più martiri. L'inno ci invita a celebrare gli apostoli (str. I), principi della Chiesa, eroi vittoriosi nella lotta, militi del cielo e luce del mondo (str. 2). Le loro armi, che devono pure essere le nostre, contro il demonio, altro non sono che le tre virtù teologali, fede, speranza e carità (str. 3). La S.ma Trinità celebra negli apostoli il proprio trionfo, mentre il cielo si riempie di gioia per le loro nobili imprese.

BibL.: G. M. Dreves e C. Blume, Analecta hymnica, 50 (1907), p. 19; L. Venturi, Gli Inni della Chiesa tradotti e commentati, 3^{°} ed., Firenze 1880, pp. 382-87; K. Kastner, Praktischer Brevier-Kommentar, II, Breslavia 1924, p. 356; C. Albin, La poésie du Bréviaire, Lione s. d., pp. 384-87; A. Mirra, Gli Inni del Breviario romano per i Licei filosofici e per il clero, Napoli 1947, pp. 246-47.

Celestino Testore
"AETERNA COELI GLORIA". - Inno del Breviario romano alle Lodi feriali del venerdi. Composto da un antico imitatore di s. Agostino, l'inno era "abecedario"; ma in un rimaneggiamento posteriore parte delle lettere alfabetiche scomparve o vento mutata. L'argomento è svolto con una dolce effusione di sentimenti; il poeta si rivolge a Gesù Cristo, figlio dell'Onnipotente e della Vergine, gloria del cielo e speranza dei mortali (str. I) e lo prega che sia luce delle nostre anime, scacciandone ogni dubbio e ogni colpa, come il sole scaccia le tenebre (strr. 2-4); e vi abiti, aumentando la fede, rafforzando la speranza e ravvivando l'amore (str. 5).

BibL.: G. M. Dreves e C. Blume, Analecta hymnica, 51 (1908), pp. 32-34; S. G. Pimont, Les Hymnes de Bréviaire romain, I, Parigi 1874, pp. 87; L. Venturi, Gli Inni della Chiesa tradotti e commentati, 3^{°} ed., Firenze 1880, pp. 76-80; C. Albin, La poésie du Bréviaire, Lione s. d., pp. 384-87; A. Mirra, Gli Inni del Breviario Romano per i Licei filosofici e per il clero, Napoli 1947, pp. 75-76.

Celestino Testore
"AETERNA IMAGO ALTISSIMI". - Inno del Breviario romano al Mattutino della festa di Cristo Re. Ne è autore il p. Vittorio Genovesi S. I., il quale, adattandosi al senso teologico e morale della festa e ai pensieri della enciclica Quas primas di Pio XI, invita tutte le classi dell'umanità a prestare il loro omaggio e la loro soggezione al Cristo, re dei secoli, arbitro delle menti e dei cuori (strr. 1-2). Egli si è conquistato questo dominio universale mediante la Redenzione, con cui ha riscattato gli uomini dalla schiavitù del demonio (strr. 3-4); quindi riconoscenti e ossequienti, i capi delle nazioni, soprattutto, i magistrati e gli insegnanti devono confessarlo pubblicamente col loro modo di governare, di giudicare e di insegnare, allo stesso modo che ogni uomo deve collocare la sua felicità e la sua fierezza nell'osservare prima di tutto le leggi del Signore (strr. 5-6).

BibL.: A. Mirra, Gli Inni del Breviario romano per i Licei filosofici e per il clero, Napoli 1947, pp. 154-56. Celestino Testore
"AETERNE RECTOR SIDERUM". - Inno del Breviario romano per le Lodi della festa degli Angeli Custodi (2 ott.). Ne è autore s. Roberto Bellarmino, che vi dispiega la sua maniera semplice, candida e misurata di parlare e di scrivere. La preghiera che sale a Dio, creature e provvido conservatore di tutte le cose (str. 1), domanda, fin dal primo rompere dell'alba, che gli angeli Custodi, ai quali siamo affidati, ci preservino da ogni pericolo dell'anima e del corpo (strr. 2-3); ci proteggano contro le insidie del demonio, delle passioni e del mondo e ci mantengano la pace, tenendo lontane dai nostri confini le guerre e le carestie. Richiamo, quest'ultimo, ai tempi dell'autore, travagliati dalle minacce dei Turchi, dalle guerre di religione e dalle pestilenze.

BibL.: L. Venturi, Gli Inni della Chiesa tradotti e commentati, 3^{°} ed., Firenze 1880, pp. 318-22; K. Kastner, Praktischer Brevier-Kommentar, II, Breslavia 1924, p. 296; C. Albin, La poésie du Bréviaire, Lione s. d., pp. 361-64; A. Mirra, Gli Inni del Breviario romano per i Licei filosofici e per il clero, Napoli 1947, pp. 232-33.

Celestino Testore
"AETERNE RERUM CONDITOR". - Inno del Breviario romano per le Lodi domenicali dall'ottava dell'Epifania alla 1^{°} domenica di Quaresima e dalla 1^{°} domenica di ottobre all'Avvento. E certamente di s. Ambrogio e ne riecheggia i pensieri esposti nel suo Hexaemeron (V, 24). S. Agostino ne riporta alcuni versi nelle sue Retractationes (I, 21); nei manoscritti milanesi porta il titolo: ad galli cantum. Dopo la lode a Dio, la cui sapienza ha alternato il giorno alla notte per alleviare il peso della noia (str. I), l'autore, ispirandosi al canto mattutino del gallo, ne fa il tema di quest'inno splendido e inarrivabile. Al canto del gallo, il nocchiero timoroso si rasserena, le procelle si acquetano, torna la speranza in tutti, si mitigano i dolori, gli errabondi e i ladri si rintanano. Lo stesso Pietro al canto del gallo rientrò in se stesso e pianse le sue colpe (strr. 2-6). Anche gli uomini devono dunque sorgere al canto del gallo, che è come l'appello del Cristo, cioè presto e non indugiare l'opera della propria salvezza. L'inno termina con una commovente preghiera: il Cristo richiami all'ovile i peccatori e irradi la pienezza della sua luce di grazia in tutte le anime (7-8).

BibL.: G. M. Dreves e R. Blume, Analecta hymnica, 50 (1907), p. 11; 51 (1908), p. 32; S. G. Pimont, Les Hymnes du Bréviaire romain, I, Parigi 1874, pp. 48-63; L. Venturi, Gli Inni della Chiesa tradotti e commentati, 3^{°} ed., Firenze 1880, pp. 34-61; K. Kastner, Praktischer Brevier-Kommentar, I, Breslavia 1924, p. 16; A. Mirra, Gli Inni del Breviario romano per i Licei filosofici e per il clero, Napoli 1947, pp. 53-57.

Celestino Testore
"AETERNE REX ALTISSIME". - Inno del Breviario romano per il Mattutino della festa dell'Ascensione. Di autore sconosciuto, ma antico, non anteriore però al v sec. L'inno saluta prima di tutto il Re eterno, il Redentore delle anime, che oggi, dopo aver trionfato della morte, sale alle stelle a prendere possesso di tutte le cose, esaltato dal cielo, dalla terra, dall'inferno, accolto a festa dagli angeli, meravigliati del sublime mutamento subito dalla carne mortale: una carne, infatti, quella di Adamo e degli uomini, pecca; una carne, quella di Gesù, purifica (strr. 1-4). Dinanzi a tanta gloria, che è per l'uomo pellegrino sulla terra il richiamo alla patria eterna, a cui tende con un senso di nostalgia, l'inno esplode in un'umile, ma accorata invocazione: Gesù Cristo perdoni a noi le colpe, sollevi in alto i cuori, affinché, al suo apparire finale come giudice del mondo, storni i castighi che ci siamo meritati con le nostre colpe e ci ridoni la corona, che abbiamo per esse perduta (strr. 5-8).

BibL.: G. M. Dreves e C. Blume, Analecta hymnica, 51 (1908), p. 94 sgg.; L. Venturi, Gli Inni della Chiesa tra-

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datti e commentati, ³² ed., Firenze 1880, pp. 258-61; S. C. Pimont, Les Hymnes du Bréviaire romain, III, Parici 1884, pp. 113-24; K. Kastner, Prahtischer Brevier-Kommentar, I, Brevlavia 1923, pp. 246-47; C. Albin, La patrie du Bréviaire, Lione s. d., pp. 190-94; A. Mirra, Gli Ioni del Breviario romano per i Licei filosofici e per il clero, Napoli 1947, pp. 121-23.

- Celentino Testore
"AETERNI PATRIS". - Parole iniziali dell'enciclica con la quale Leone XIII, il 4 ag. 1879, richiamava in onore la filosofia tomistica.

Rilevato come le false dottrine aprano la via alla cattiva condotta individuale e sociale, essa fa notare che la filosofia sana dispone alla fede, mostra la ragionevolezza dell'adesione alla rivelazione, ne fa meglio comprendere il contenuto, ne difende la conquista, mentre dalla fede riceve luce e difesa. I Padri della Chiesa fecero tesoro di quanto era sano nella filosofia dei gentili e l'ingrandirono con la sapienza cristiana. Gli scolastici dimostrarono meglio l'accordo tra ragione e fede con finezza di procedimenti logici e sobristà di eloquio. S. Tommaso emerge fra tutti per doti eccezionali di mente angelica, riduce ad unità le correnti scolastiche eliminando od integrando.

La Chiesa, che ha sempre riconosciuto questo primato dell'Angelico, rileva il danno derivato alla scienza e alla società della trascuratezza dei moderni di fronte a quella filosofia. Il Pontefice intende richiamarla in onore per la formazione solida del clero, per un apostolato efficace fra quei dotti che dicono di seguire soltanto la ragione, per la sicurezza dell'ordine sociale, per il progresso di tutte le scienze ed arti che dalla filosofia prendono luce e direzione. Non si vuole accettare dagli scolastici quello che sia caduco, e quello che è oro deve essere arricchito da tutte le conquiste successive.

Perché la grande riforma non restasse sulla carta, Leone XIII, nello stesso anno 1879, indirizzò una lettera apostolica al card. De Luca per la fondazione in Roma di un'accademia tomistica ordinata allo studio e alla difesa della filosofia restaurata. Il 4 ag. 1880 dichiarò s. Tommaso patrono di tutte le scuole cattoliche, e con motu proprio dello stesso anno ordinò una edizione critica di tutte le opere di s. Tommaso, destinandovi un fondo di 300.000 lire. E del 1889 una lettera al card. Goossens, arcivescovo di Malines, nella quale il Papa si congratulò per la fondazione di un Istituto superiore di filosofia tomistica nella Università di Lovanio, loda e conferma la scelta di D. Mercier come titolare e prometto di concorrere alle opere. Così il grande Pontefice allargava alla Chiesa universale quello che aveva già fatto per la sua diocesi come vescovo di Perugia dove, per formare un clero dotto, aveva fondato un'Accademia tomistica che risale al 1872 , perciò prima ancora di quella di Napoli, che è del '74; vi figuravano i nomi di Luigi e Anastasio Rotelli, Gabriele Boccali, Geremia Brunelli, Giuseppe Cernicchi, Giuseppe Pecci (fratello di Gioacchino), Federico Foscati, Fabio Ferrini e mons. F. Satolli.

Chi sa quali fossero le condizioni della filosofia, anche nelle scuole cattoliche, prima dell' A. P., comprende il detto di Pio XI nella lettera al card. Bicleti del 1^{°} ag. 1922 (AAS, [vol. 14] pp. 449-58): «Se Leone XIII non avesse altri meriti verso la Chiesa che questo di aver ripristinato la filosofia tomistica, basterebbe da solo ad immortalarne la memoria». Il card. Mercier ha potuto in tal modo riepilogare gli effetti di quella riforma: «L'enciclica A. P. ha effettivamente rimesso in onore la filosofia dei grandi maestri della scolastica, ha ridato l'unità d'insegnamento alla Chiesa cattolica, ha richiamato l'attenzione dei dotti, estranei alla fede, sopra una quantità di idee a loro sconosciute" (op. cit. nella bibl., p. 328).

Bisc.: B. Chocarne, S. Thomas d'Aquin et l'Encyclique Aeterni Patris, Parigi 1884; L. Loyan, Léon XIII, in DThC, IX, coll. 334-

338; D. Mercier, Il Nentomismo, nel vol. Oristini della psicologia contemporanea, trad. ital., Roma 1903; A. Pelzer, Les initio teurs du Nénthomisme contemporain, in Revue Néoscolastique, 18 (1911), p. 230; J. Berthier, S. Thomas Aquinas «Doctor Communis» Ecclesiae, I. Roma 1914; S. Talamo, Il Rinascimento del pensiero tomistico e la scienza moderna, Roma 1927.

Mariano Cordovani
AETINI, Agostino. - Agostiniano, n. a Torretta di Val Glano (Arezzo), verso il 1671 , distintosi principalmente nell'insegnamento biblico. Pubblicò Biblia aurea, seu loci communes ordine alphabetico digestis (Perugia 1728), Chronica Sacra (ivi 1729), e altre opere, specialmente cronologiche. Morì prima del 1730.

Alfonso De Romanis
AEVUM. - Rivista di scienze storiche, linguistiche e filologiche, pubblicata dal 1927 dalla facoltà di lettere dell'Università cattolica del S. Cuore di Milano, in 4 fascicoli all'anno. Contiene «inedita et rara" (testi e documenti nuovi o pubblicati con nuove cure critiche, descrizioni di codici, ecc.), bollettini bibliografici ragionati delle diverse discipline filologiche e storiche, comunicazioni scientifiche di vario carattere, recensioni critiche di libri. Si è anche iniziata una serie di pubblicazioni come supplemento alla rivista.

AEZIO. - Eretico del iv sec. Nacque, secondo alcuni, ad Antiochia e, secondo altri, nelle sue vicinanze, da famiglia assai modesta. Educato da maestri ariani, dovette procurarsi con il lavoro i mezzi di sussistenza e di studio: fu calderaiu, domestico, orefice e medico. Mentre, facendo l'orefice, procurava a se stesso da vivere, facendo il medico aiutava gratuitamente i poveri. Conobbe in seguito i peripatetici, frequentò le loro scuole, studiò ad Antiochia con Paolino e Leonzio, ad Anazarbo con Atanasio, a Tarso con Antonio. Trascurando le scienze sacre, la cui ignoranza gli viene aspramente rimproverata da Socrate (Hist. eccles., II, 35: PG 67, 300), coltivò soprattutto la dialettica, nella quale divenne espertissimo. Era sua suprema soddisfazione provocare i suoi avversari e poi ridurli al silenzio con stringenti e sottilissime argomentazioni. S. Epifanio afferma che egli espose la sua dottrina in 300 serrati sillogismi e ne riferisce 47.

Leonzio, vescovo d'Antiochia, lo ordinò diacono con l'incarico di insegnare in pubblico. Ma le idee arditissime di A. Il quale insegnava che «il Figlio non è simile al Padre, né identico al Padre, sotto l'aspetto della divinità " (Epifanio, Haeres. 76, n. 2: PG 42, 517), donde si deduceva che era di un'altra sostanza ( ε ' ε ε ρ ε ς oú ε ε α ς "estruoperatorname{siani} ) e tratto, in quanto creato, dal nulla ( ε ξ oú ε ö τ ε α ν " esuconziani »), scandalizzarono il popolo. Destituito dal suo ufficio, egli riparò presso l'ariano Giorgio, vescovo intruso di Alessandria, finché, nel 358, Endossio, successore di Leonzio, lo richiamò ad Antiochia. Ma le sue dottrine eccessivamente temerarie spiacquero agli ariani stessi che nel III Concilio di Sirmio lo condannarono e lo fecero esiliare a Pepuza nella Frigia. Nel 359 A. partecipò al Sinodo di Seleucia, dove gli acaciani gli si misero nettamente contro. L'anno seguente fu deposto dal suo grado diaconale e confinato prima a Mopsuestia nella Cilicia e poi ad Amblada nella Pisidia. Nel 36r, sotto Giuliano l'Apostata, fu consacrato vescovo senza sede. Morì a Costantinopoli tra il 366 e il 370.

Da A. vennero chiamati aeziani gli aderenti all'anomeismo rigido e all'arianesimo più radicale. Essi furono detti anche eunoniani, da Eunomio, discepolo di A. e vescovo di Cizico.

Bisc.: G. Wurm, Dissert. de rebus gestis Aetii, Bonn 1844; G. Bardy, L'héritage littéraire d'Aétine, in Revue d'hist. ecclés., 28 (1928), pp. 809-27; A. Fliche:V. Martin, Storia della Chiesa, vers. ital., III, Torino [1940], pp. 156-57; X. M. Le Bachelet, s. v. in DThC, I, coll. 516-17.

- Cesare Bertola

AEZIO di LIDDA. - Presente nel 325 al Concilio di Nicea, sottoscrisse la fede ortodossa; ma non molto

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tempo prima Ario l'annoverava fra i suoi fautori. Nel 330 prese parte al Concilio ariano di Antiochia, e lo storico Filostorgio l'accusava di essersi unito al partito di s. Atanasio, nella speranza di liberarsi dall'accusa di fornicazione, aggiungendo che egli mori poco dopo per giusto giudizio. Cf. Teodoreto, Efst. eccl., I, 5, 20; IV, 7 .

Mario Scaduto
AFARSACHEI (Apharsachei, Apharsatachei, Apharsei). - Tribù importate dagli Assiri in Samaria al tempo della seconda colonizzazione compiuta da Asarhaddon o da suo figlio Assurbanipal.

Il nome aramaico presenta tre forme: 1) afärsehäyē (Esd. 4, 9); 2) afarsäyē (ibid. 5, 6; 6, 6); 3) afarsäthkāye (ibid. 4, 9). Il 1^{°} e 2^{°} nome sono dai più ritenuti identici; il 1^{°} ha solo in più la terminazione aggettivale hāyē. Comunemente sono intesi o di un popolo o di una categoria di impiegati di basso rango (cf. il cuneiforme šuparšoh, antico iranico aparasaroka). Il 3^{°} nome da alcuni (L. Meyer) è identificato con i precedenti, nell'uno o nell'altro significato, e da altri ne è distinto.

Insieme con gli altri abitanti di Samaria, gli A. si opponevano alla ricostruzione della città e del Tempio di Gerusalemme, incominciata dai Giudei reduci da Babilonia (Esd. 4-6).

Bibl.: E. Pannier, s. v. in DB. 1, coll. 722-76.
Francesco Spadafora
AFASIA. - Difficoltà o impossibilità di parlare per alterazione di particolari zone della corteccia cerebrale (centri del linguaggio), a sinistra nei destrimani, a destra nei mancini. La distruzione o il blocco funzionale di tali centri rende impossibile articolare il linguaggio o riconoscere i suoni e i segni (v. ASIMBOLIA) con cui gli altri comunicano il proprio pensiero. Si distinguono due forme di a.: la motoria e la sensoriale.

Chi è affetto da a. motoria ode come un sano, riconosce i suoni, possiede il ricordo delle parole udite, ne comprende il significato; gli manca però la facoltà di formare la parola stessa pur essendo integra l'innervazione e la muscolatura dell'apparato naso-bucco-faringo-laringeo (v. disartria). In altri termini, ha perduto l'ideazione dei movimenti con cui articolare la parola. Vi è una forma di «a. motoria completa di Broca" (forma corticale) in cui è completamente soppressa la facoltà di parlare, e poiché il linguaggio scritto dipende in gran parte da quello articolato, è perduta anche la capacità di scrivere; rimane conservata la comprensione del linguaggio. Invece nel "mutismo verbale puro" (forma transcorticale) il paziente, pur non parlando affatto, conserva la facoltà di leggere e scrivere.

Nell'a. sensoriale, i malati possono parlare e anche udire, ma non comprendono più le parole e non afferrano nulla di quanto è detto loro, si comportano di fronte alla lingua come fosse una lingua sconosciuta. Nell' "a. sensoriale completa" (forma corticale di Wernike) gli infermi odono, ma non comprendono il significato delle parole. In questa forma si hanno, come manifestazioni secondarie, parafasie e paragrafie (cioè, parlando e scrivendo adoperano una parola per l'altra). La "sordità verbale pura" (forma sottocorticale) è eguale alla precedente, ma manca la parafasia e la paragrafia. Nell'a. totale, combinazione delle due forme precedenti, tanto il parlare che l'intendere sono completamente aboliti e il disturbo raggiunge il grado più elevato per la contemporanea perdita del discorso interno (svolgimento raziocinativo delle idee) ed esterno (linguaggio).

Bibl.: A. Liebmann, Vorlesungen über Sprachtörungen, Berlino 1900; L. Bianchi, Ricerche di prichiatria, Milano 1907; H. Curschmann e F. Kramer, Lehrbuch der Nervenhrankheiten, Ber-

Iino 1928: O. Dumke, Trattato di Psichiatria, Torino 1927: U. Cerletti, Riassunto delle lezioni di clinica delle mulattie nervose e mentali, Roma 1946.

Giuseppe de Nisno
AFEG: v. APHEC.
AFER (Africanar Fraternae Ephemerides RoMANAE). - Pubblicazione periodica, edita dalla Conferenza delle Missioni Cattoliche dell' Africa (v.). Uscì dal 1932 al 1940 ( 23 numeri). Ha ripreso la pubblicazione nel 1947.

AFFABILITÀ. - E la virtù che regola tutto il contegno esteriore dell'uomo (parola, azione, tratto), in modo da renderlo ben accetto e gradito a coloro cui quali è in relazione. L'a. è una virtù sociale, annessa alla giustizia, perché l'uomo è per natura destinato non alla vita solitaria, ma alla convivenza con gli altri; ora questa convivenza non è possibile senza un tratto garbato, educato, gentile, grazioso. "Nessuno può restare un giorno solo con una persona fastidiosa o che non se rendersi amabile" (Aristotcle in Ethic. Nicom. 5, 2, presso s. Tommaso In X libros Ethicorum, lect. 5^{°} ). Al contrario, avverte la S. Scrittura, "quanto è bello e giocondo che dei fratelli convivano insieme ! E come l'olio odoroso che si versa sul capo e si diffonde sulla barba... come la rugiada dell'Hermon... perché là il Signore largisce la benedizione e la vita in perpetuo" (Ps. 132, 1-4). "Renditi amabile nelle adunanze dei poveri; presta al povero senza fastidio l'orecchio e rispondigli amichevolmente" (Eccli. 4, 7-8). L'a. è dunque questione di ordine e di armonia, di civiltà, di urbanità, di cortesia, con tutto ciò che di fine e di delicato, d'incantevole e di squisito contengono queste parole. E sarà tanto più perfetta, quanto più partirà da un sentimento vivo dell'anima, che accompagna l'atto esteriore; ma, strettamente parlando, essa prescinde dall'interno e regola solo l'esteriore.

L'a., essendo virtù morale, deve restare nel giusto mezzo. Non esclude però che, in vista di un bene da conseguire e di un male da evitare, si debba talora contristare il prossimo: « Hai delle figlie? Custodisci il loro corpo e non mostrare ad esse troppo sorridente il tuo volto" (Eccli. 7, 26). E s. Paolo ai Corinti : «Mi rallegro non per avervi contristato, ma perché questa tristezza vi ha condotti al pentimento" (II Cor. 7, 9). "C'è qui tutto un programma di perfetta urbanità e cortesia e nello stesso tempo di alta moralità e di saggio riserbo per le quotidiane relazioni col prossimo" (Pègues, p. 676).

L'a. deve pure guardarsi dall'adulazione (v.), che loda chi non è lodevole o loda sotto aspetti che non sono lodevoli; e dalla morosità (v.), che rende difficili o poco arrendevoli.

Bibl.: Sum. Theol., 2^{4}-2^{text {an }}, q. 114, a. 1 e 2; T. Pègues, Commentaire frangois littéraire de la Somme Théologique de s. Th. d'A., XII, Parigi 1927, pp. 670-76.

Celestino Testore
AFFAITATI, Antonio Maria. - Scrittore cappuccino, al secolo Casimiro, n. nel 1660 in Albogasio, da nobile famiglia cremonese, m. a Milano il 26 apr. 1721. Entrò sedicenne tra i Cappuccini lombardi (1676). Di austera vita ed umilissimo, rifuggì da ogni carica.

Per quindici anni continui assistette i condannati a morte, e, come frutto di tale ministero, lasciò l'aureo opuscolo Il caritativo assistente in pratica. Metodo per confor. tare ed aiutare i condannati a morte ad un felice passaggio, ecc. Milano 1719. Archivista della sua provincia, compose Fiori istorici, ovvero compendio di erudizione virtuosa, e fatti illustri di uomini grandi antichi e moderni, sacri e profani, e loro detti memorabili, ecc., Milano 1711, 2^{°} ed. 1737; Memoriale catachistico esposto alle religiose claustrali di qualunque ordine, Milano 1716, 2^{°} ed. 1739. La sua opera più celebrata è un erudito trattato di agricoltura,

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che, nelle molte successive edizioni, fu dell'autore accresciuto di nuovi studi ed argomenti. Pubblicato a Milano nel 1710, nell'edizione 171: (molto accresciuta) porta il titolo: Il semplice ortolano in villa, e l'accurato giardiniere in citta. Regole pratiche e fondate su l'esperienza di vecchi ortolani per coltivare qualunque sorta di erbaggi, per propagare, investare piante, viti, ecc., Milano 1711.

BibL.: Giornale dei Letterati d'Italia, 8 (Venezia 1711) pp. 439-40; F. Argeffati, Bibliotheca scriptorum medinlanen. sion, I, 11, Milano 1745, coll. 6-7, n. 211; V. Bonari da Bergamo, I Cappuccini della provincia milanese, parte 11, vol. II, Ciona 1898, pp. 492-496; G. Molon, Biografia articula, Milano 1927, p. 17; Harino da Milano, Biblioteca del Frati minori, Cappuccini di Lamburdo (Fontes Ambrosiani, XIX), Firenze 1937, pp. 64-69.

Umile da Genova
AFFANI, IONAZIO. - Pittore, n. a Parma il 22 marzo 1828, m. a Fidenza il 29 luglio 1889. Formatosi alla scuola del Calegari, del Pescatori e dello Scaramuzza presso la locale Accademia di Belle Arti, cercò di completare la sua educazione pittorica con lo studio dei grandi cinquecentisti quali il Tiziano e il Correggio. Passò nel 1829 a Firenze avendo vinto il pensionato col dipinto Bramante che presenta Raffaello a Giulio II. Interpretò con gusto romantico fatti biblici e storici; il Girolamo Savonarola in carcere, conservato nella Galleria di Parma assieme con molte altre opere, è considerato il suo capolavoro; nella cripta del Duomo della stessa città rimangono gli affreschi con storie della vita di s. Bernardino.

BibL.: C. Caravaglia, G. Ferrari, Geologia al pittore A. I. per l'inaugurazione della sua lapide commemorativa, Parma 1904; St. Lomici, s. v. in Thieme-Becker, I, p. 108; A. M. Comanducci, I pittori italiani dell'Ottocento, Milano 1936. Maria Donati

AFFARI, MORALE degli: v. ECONOMIA e MORALE.
AFFARI ECCLESIASTICI STRAORDINARI, CONGREGAZIONE degli: v. CONGREGAZIONI PONTI-
FICIE.

## AFFECTIO MARITALIS : v. MATRIMONIO.

AFFEZIONE: v. ORAZIONE AFFETTIVA.
AFFILIAZIONE. - Con tale nome sono stati chiamati, in epoche e luoghi diversi, vari istituti giuridici.

Storia del diritto. - Nel medioevo, presso le popolazioni già appartenenti all'impero romano, era cosi chiamato uno speciale contratto successorio con cui si operava insieme un'adozione e una donazione mortis causa; il contratto aveva effetto solo alla morte dell'affiliante, ma questi non poteva revocare mai la donazione già fatta.

Spesso poi il contratto conteneva elausole speciali: ad es. l'obbligo degli alimenti, l'obbligo di sposare o dotare la figlia dell'affiliante, ecc. Scomparve tale istituto nel sec. sil. Secondo alcuni (Schupfer) questa affilialio sarebbe una derivazione della thinx longobardo; è certo però che, almeno più tardi, essa differisce nettamente dalla thinx, potendo aver luogo anche se l'affiliante avesse figli legittimi.

Nell'alto medioevo sorge anche l'a. del genero, analoga alla romana adoptio generi (D. 23, 2, 17, § 1), senza però che sia necessaria l'emancipazione della figlia; e troviamo inoltre anche l'a. di persone estranee.

Un istituto analogo si riscontra nella Chiesa, almeno dall'epoca giustinianea, e poi nell'alto medioevo soprattutto in Sardegna e nell' Italia meridionale, chiamandosi Unio, o la Chiesa, o qualche santo, o un ente ecclesiastico, a prendere il posto dei figli nella successione ereditaria, o almeno a concorrere con essi : ciò allo scopo di personalicare in qualche modo l'erede o il legatario dei beni lasciati per scopi pii (cf. Cod. Iustin. 1, 2, 25; Nov. 131, 3). Non è chiaro quale dei due istituti (quello ecclesiastico, o quello leico di cui abbiamo detto sopra) sia derivazione o imitazione dell'altro.

Diritto CANONICO. - In diritto canonico si parlava, fino al secolo scorso, di a. dei religiosi, nei casi di aggregazione di un religioso ad una casa o ad una pro-
vincia diversa da quella in cui aveva emesso la professione: tale aggregazione era valida solo se fosse fatta per giusti motivi, e (salvo dispensa della S. Sede) vi fosse la licenza del superiore e il consenso dei religiosi tanto del convento a quo quanto di quello ad quem. Questo istituto dell'a. dei religiosi ebbe importanza soprattutto in alcuni Ordini, in cui il religioso aveva diritto, più o meno rigoroso, alla stabilità; e non è da escludere che possa sussistere anche nel diritto canonico vigente, in forza di privilegio o di legge particolare.

Con lo stesso termine di a. le Normae servandae in approbandis novis institutis votorum simplicium, emanate dalla S. Congregazione dei Vescovi e dei Regolari il 28 giugno 1901, indicavano ( S I6) l'aggregazione di un terzo ordine al rispettivo primo ordine; ora il can. 492, § I del CIC parla appunto di aggregazione.

Nella Chiesa orientale, soprattutto in quella bizantina, spesso il fondatore di un monastero o i laici pii si affiliano ad un monastero allo scopo di partecipare in qualche modo ai frutti spirituali delle orazioni e delle altre opere buone dei monaci. Le persone cosi affiliate non costituiscono un terz'ordine, né altra associazione vera e propria. Diritto civile. - Il Codice Civile Italiano (art. 404-12) chiama col nome di a. un nuovo istituto, misto di adozione e di tutela, creato per disciplinare giuridicamente l'uso, già molto diffuso in pratica tra il nostro popolo, di assumere come propri figli i fanciulli orfani o abbandonati dai genitori, provvedendo al loro mantenimento e alla loro educazione.

L'a. ha con l'adozione in comune il fatto dell'assunzione materiale di un estraneo nell'ambito di una famiglia; inoltre l'affiliante ha i poteri inerenti alla patria potestà, deve mantenere l'affiliato, educarlo ed istruirlo, e amministrarne i beni; l'affiliato, qualora l'affiliante ne abbia fatto richiesta, acquista il cognome di lui, o, se è un figlio legittimo o naturale riconosciuto, lo aggiunge al proprio.

D'altro canto, mentre la finalità precipua dell'adozione è quella di assicurare la continuità della famiglia inserendovi, nella posizione di figlio, un estraneo, l'a. ha lo scopo di dare ai fanciulli privi o abbandonati dai genitori l'assistenza di cui hanno bisogno, ed è quindi regolata dalla legge in funzione dell'interesse pubblico dell'assistenza dei minori.

E controverso se debba ammettersi l'a. dei figli adulterini da parte del genitore unito in matrimonio con persona diversa dall'altro genitore.

Il Codice civile vieta il matrimonio tra l'affiliante e l'affiliato, il coniuge o i discendenti di questi; tra gli affiliati dalla stessa persona, e tra l'affiliato e i figli o il coniuge dell'affiliante; il matrimonio contratto in violazione di questo divieto (che può essere tolto mediante dispensa) è annullabile, purché sia impugnato entro sei mesi. Non è chiaro se anche nel CIC (cf. cann. 1059 e 1080) viga in Italia lo stesso impedimento, e, in caso affermativo, se esso sia impediente o differente (v. Costruzione Legale).

BibL.: Per la storia del diritto: B. Pizzorno. L'affigliamento della Chiesa, Sassari 1904; M. Roberti, Scolgimento storico del diritto privato in Italia, III, ²² ed., Padova 1932, pp. 344 347. - Per il diritto canonico: L. Ferraris, Prompta bibliotheca, I, ed. novissima, Roma 1883, s. v. Affilialio religiosorum; P. Ciprotti, De impedimento cesanitianis legalis ex affiliatione, in Apollinaris, 11 (1938), pp. 564-67. A. Couss, Epitome praelectionum de lues ecclesiastica orientali, II, Venezia 1941, pp. 152 56. - Per il diritto civile: A. Vernetti, La affiliazione, in Rivista del diritto matrimoniale italiano, 9 (1942), pp. 89-92, e Rassepos. di giurisprudenza, ibid., pp. 50-104; F. Degni, Il diritto di famiglia nel nuovo codice civile italiano, Padova 1943; F. A. Marina, L'istituto dell'a., Firenze 1947.

AFFINITA. - Con questa parola, derivata dal latino affinitas (quasi a significare, secondo Modestino [fr. 4, § 10, D. 38, 10] l'accostamento di una generazione ad fines alterius) si designa il vincolo giu-

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ridico che lega uno dei coniugi ai consanguinei dell'altro.

Le regole stabilite in proposito dal diritto romano (tra cui principali : affinitas non parit affinitatem; gradus affinitatis nulli sunt) furono accolte senza notevoli mutamenti così dalle legislazioni civili (v., ad es., l'articolo 78 del Codice Civile Italiano) come da quella ecclesiastica; la quale conservò tuttavia, fino alla promulgazione del Codex, la speciale caratteristica di far risiedere il fondamento dell'a. non solo nel matrimonio, ma anche in qualsiasi illecita unione tra l'uomo e la donna.

Per il diritto canonico latino vigente (can. 97) l'affinità deriva dal matrimonio valido, sia semplicemente rato, sia rato e consumato. Se derivi altresi dal matrimonio di due infedeli e da quello di un fedele con persona non battezzata - ossia, per usare un termine più comprensivo, dal matrimonio legittimo (v. Matrimonici) - è controverso in dottrina. Sebbene l'a. non abbia linee e gradi suoi propri, essa si calcola in modo che nella linea e nel grado in cui taluno è consanguineo di uno dei coniugi sia affine dell'altro coniuge (per le definizioni di linea retta e collaterale, nonché per il computo dei gradi, v. consANGUINITÀ).

Oltre a costituire, entro certi limiti, un impedimento matrimoniale (del quale sarà detto nel § sg.), l'a. è produttiva di numerosi effetti giuridici. Tra essi ricordiamo: l'incompatibilità con l'ufficio di amministratore dei beni ecclesiastici, per chi risulti affine in primo e in secondo grado dell'ordinarius loci (can. 1520, § 2); il divieto di vendere o di locare, senza speciale licenza dell'ordinario, i beni immobili di una chiesa a chi sia legato da a. di primo o di secondo grado agli amministratori della chiesa stessa (can. 1540); l'obbligo imposto al giudice, al promotore di giustizia e al difensore del vincolo di astenersi dal partecipare a quelle cause nelle quali abbia interesse un loro affine (can. 1613, §§ 1-2); l'incapacità a testimoniare in giudizio di coloro che siano affini di una delle parti (can. 1737, § 3, n. 3), a meno che non si tratti di questioni matrimoniali (can. 1974) o di cause di beatificazione (can. 2027, § 1). Il diritto civile, poi, sancisce l'obbligo reciproco degli alimenti (v.) tra gli affini di primo grado in linea retta (Cod. Civ. It., art. 433, nn. 4 e 5).

1. L'affinità come impedimento Matrimoniale. Risale alla legislazione mosaica (Lev. 18, 8.14-18; 20, 11-12.14. 19-21; Deut. 27, 20.33), la quale vietava severamente le nozze con la matrigna, con la figliastra, con la figlia di questa o del figliastro, con la suocera, con la nuora, con la vedova dello zio e con la cognata, eccettuato il caso del matrimonio leviratico (v. Levirato, legge del). Il diritto romano riconosceva l'efficac laimpeditiva dell'a. limitatamente al primo grado della linea retta; e a tale disposizione si uniformò da principio la Chiesa, che solo in un tempo successivo doveva estendere l'àmbito dell'impedimento fino al settimo grado della linea collaterale ed istituire, per l'ipotesi di seconde e di terze nozze, un secondo ed un terzo genus di a. (v. trigencia), soppressi poi da Innocenzo III nel IV Concilio Lateranense (1215).

Oggi, nel diritto canonico latino, l'impedimentum affinitatis è regolato dal can. 1077 del CIC, per il quale l'a. in linea retta dirime il matrimonio in qualsiasi grado, mentre quella in linea collaterale lo rende invalido fino al secondo grado incluso. Si tratta di impedimento di origine meramente ecclesiastica, il cui fondamento morale deve rintracciarsi sia in quei particolari rapporti di familiarità e di rispetto che sogliono sorgere tra persone unite da vincoli di a., sia nella convenienza di estendere il più possibile, mediante matrimoni tra estranei, le reciproche relazioni
di carità e di amicizia delle famiglie umane, sia infine nella opportunità di allontanare l'occasione e il pericolo di amori gravemente peccaminosi. Esso è di sua natura perpetuo e si moltiplica: a) col moltiplicarsi della consanguinità da cui deriva; b) col successivo passaggio a nuove nozze con un consanguineo del coniuge defunto. Dall'impedimento della a. in linea retta la S. Sede non suole dispensare. Facile è, invece, ottenere la dispensa quando si tratti di a. in linea collaterale, e specialmente in secondo grado, che è impedimento minore.

L'a. costituisce impedimento matrimoniale anche per le legislazioni civili. Secondo l'art. 87 del Codice italiano non possono contrarre matrimonio fra loro gli affini in linea retta e gli affini in linea collaterale in secondo grado (che corrisponde al primo grado della computazione canonica).

Bibl.: Sull'affinità in generale: 'T. Slater, Affinity and the New Code, in The Ereleninsized Reviere, 1919. pp. 396-401; Ph. Maroto, Institutiones iuris comunis, Roma 1021, p. 523; J. Che-lodi-P. Cipratti, Ius canonicum de personis, Vicenza 1012, pp. 159160. - Sull'affinità come impedimento matrimoniale: F. X. Werne, Ius Decretalium, IV, II, Prato 1912, p. 276 sgg.: G. Michiels, De vera impedimenti affinitatis natura, in Ius Pontificium, 1925, pp. 142-59; P. Gaspari, Trastatas canonicas de matrimonia, I, nuova ed., Città del Vaticano 1932, p. 437 sge.; F. M. Cappello, De matrimonio, 5^{°} ed., Torino 1947, p. 501 sge.
2. Diritto canonico orientale. - Nel diritto canonico orientale l'a. sussiste tra ciascuno di coloro che hanno avuto rapporti sessuali tra di loro, e i parenti dell'altro, sia ciò avvenuto in matrimonio (affinitas ex copula licita) sia fuori (affinitas ex copula illicita); non sussiste invece a. in caso di matrimonio non consumato.

L'impedimento matrimoniale di a. sussiste in linea retta in qualsiasi grado; in linea collaterale ex copula licita, fino all'ottavo o settimo o sesto grado (compresi), secondo il rito; in linea collaterale ex copula illicita, fino al quarto grado compreso.

E da notare però che gli Orientali acattolici in genere non considerano l'a. ex copula illicita; e per quella ex copula licita riconoscono l'impedimento matrimoniale al massimo fino al quarto grado.

Presso gli Orientali (ad eccezione dei Melchiti) i gradi sono calcolati secondo il computo civile (v. CONSANGUINITÀ).

Per l'a. di secondo e terzo genere, vigente presso i Greci limitatamente all'impedimento matrimoniale, v. trigenia.

Per Cipratti
AFFLACIO, Giovanni. - Medico salernitano, della seconda metà del sec. xi. Si dice discepolo di Costantino l'Africano. Sette medici a nome Giovanni vissero quasi contemporaneamente, onde non è facile identificarne sempre la vita e le opere. In seguito agli studi del De Renzi, è risultato che l'A. è il Giovanni, benedettino, ricordato da Pietro Diacono. Medico prima di ritirarsi nel chiostro, e, forse, anche maestro in Salerno, pare si chiudesse in monastero nel 1075, quando la città cadde in mano a Roberto il Guiscardo. Dichiaratosi discepolo di Costantino, ne raccolse i libri. E riconosciuto autore di un Liber urinarum sebbene termini con le parole "Explicit liber aureus", libro che è detto di Costantino. Un altro suo libro è quello intitolato Curae Iohannis Afflatii discipuli Constantini de febribus.

Bibl.: S. De Renzi, Storia documentata della Scuola Medica Salernitana, Napoli 1857, pp. 229-35. Adalberto Pazzini

AFFLITTO, ANNIBALE: v. D'Afflitto, ANNIBALE.

AFFLITTO, Eustacchio: v. d'afflitto, eUSTACCHIO.

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![img-13.jpeg](img-13.jpeg)

Afferico - Palinacsto di a. (sece. vi-ix) nell'abside di S. Maria Antiqua - Roma.

AFFÒ, Ireneo. - Letterato, n. a Busseto (Parma) nel 1741, m. a Parma nel 1797. Fu frate minore e fino al 1777 insegnò a Ferrara e a Guastalla.

Compose, valendosi largamente dell'opera del Quadrio, un Dizionario precettivo ed istorico della poesia volgare (Parma 1777), una raccolta dei cosiddetti Cantici volgari di s. Francesco (Guastalla 1777) e le Memorie degli scrittori e letterati parmigiani ( 5 voll., Parma 1789-97), che è considerata la sua opera migliore, continuata poi da A. Pezzana. Nel 1793 pubblicò la Storia di Parma, rimasta interrotta al 1346 . Si esercitò anche nella poesia ma con risultati assai modesti. Curò una edizione dell'Orfeo del Poliziano, tenuta in conto dal Carducci e da I. Del Lungo. Ma la benemerenza maggiore dell'A. rimane quella di aver atteso con diligenza di studioso al culto delle tradizioni e delle memorie cittadine.

BibL.: P. Pozzetti, Elogio di I. A., ²² ed., Parma 1802; C. Modona, Bibliografia del p. Ireneo A., Parma 1898; G. Ferretti, in Arch. stor. per le prov. parm., 1910 e 1912; A. Giannini, Il p. Ireneo A., Busseto 1912.

Nicolò Vivana
AFFORTY, Charles-François. - Decano della Sorbona e canonico della chiesa di St.-Rieul de Senlis, n. nel 1706, m. nel 1786. Fu uno dei più attivi collaboratori del Moreau nella ricerca di documenti relativi alla storia di Francia. Rimangono di lui 25 volumi in fol. ancora manoscritti, conservati nella biblioteca municipale di Senlis, che costituiscono una raccolta di documenti preziosi per la storia francese.

BibL.: M. Rousiès, s. v. in DHG, I, col. 680. Benedetto Gioia
AFFRE, Denis-Auguste. - Arcivescovo di Parigi, n. a Saint-Romme-de-Tarn il 28 sett. 1793, m. a Parigi il 26 giugno 1848. Ordinato sacerdote il 16 maggio 1818, entrò fra i Sulpiziani e nel 1819 fu inca-
ricato dell'insegnamento della teologia nel seminario di Parigi. Elemosiniere della maternità (1810), fondò nel 1821 la rivista La France chrétienne, dove iniziò quella campagna sui diritti e gli interessi del clero e sulle necessità di una riforma della disciplina ecclesiastica che doveva tracciare le linee della sua costante azione nell'episcopato: prima come vicario delle diocesi di Luçon (1822), Amiens (1822) e Parigi (1834), poi come coadiutore del vescovo di Strasburgo (1839), infine come arcivescovo di Parigi (consacrazione il 6 ag. 1840). In un momento così difficile della vita politica della Francia, A. seppe mantenere un tono di assoluta indipendenza dallo Stato. Ma la sua azione a favore della diocesi fu stroncata dalla morte incontrata tragicamente, mentre svolgeva azione di pace fra le opposte schiere durante i moti del giugno 1848.

Fra i suoi scritti : Traité de l'administration temporelle des paroisses (Amiens 1826); Essai historique et critique sur la suprématie temporelle des Papes (ivi 1829), contro Lamennais; Introduction philosophique à l'étude du christianisme (Parigi 1844); De l'appel comme d'abus, son origine, ses progrès et son état présent (Parigi 1845).

BibL.: P. M. Cruce, Vie de D. A. A., archevêque de Paris, Parigi 1849; L. Alazard, D. A. A., archevêque de Paris, Parigi 1905; P. Pisani, s. v. in DHG, I, coll. 684-98. Mario Niccoli

AFFRESCO. - Si chiama così qualsiasi pittura murale eseguita con colori disciolti in acqua su uno strato sottile di intonaco ancora « fresco " sovrapposto in genere ad altro assai più spesso e rugoso detto arricciato. Nel processo di trasformazione dell'idrato di calcio in carbonato il colore si incorpora con l'intonaco e pertanto la pittura acquista una durevolezza

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![img-14.jpeg](img-14.jpeg)

Affresco - Sinopia dell'a. di Benozzo Gozzoli rafficurante l'Annunciazione (1468-84) - Pisa, Camposanto.
che non si può conseguire con altre tecniche. L'a., quindi, è massimamente adatto per la grande decorazione monumentale. Dovendosi eseguire mentre l'intonaco è ancora umido, richiede da parte del pittore una sicura intuizione dei rapporti spaziali, immediatezza di tocco e rapidità senza pentimenti. Fino al Trecento si usava calcolare con abili e complesse divisioni lo spazio da decorare; più tardi si disegnò su un cartone la composizione per poi riportarla sull'intonaco ricalcandone i contorni. Secondo le età e gli intendimenti di ciascun artista, la tecnica, pur rimanendo la stessa nelle sue caratteristiche fondamentali, subì variazioni notevoli.

Gli a. delle catacombe risultano eseguiti con impasto di colore denso, rapidi accostamenti di tinte e senza
contorni, secondo una maniera che gli antichi chiamavano compendiaria, molto simile al nostro impressionismo. Successivamente i contorni si accentuano, determinando zone che vengono riempite con colore piatto. Finché prevalse l'influsso bizantino, e cioè fino al