-R. Riccardi, Atlante d'A., Milano 1936; A. Bernard, A., in Géogr. universelle di P. Vidal de la Blache e L. Gallois, XI, Parigi 1937.
2. A. equatoriale francese (A.E.F.). - Già Congo francese; acquistata dalla Francia tra il 1875 ed il 1916. E retta da un governatore, rappresentato da un comandante militare nel Tchad e da un vicegovernatore nelle altre colonie :
Tchad ........ 1120 mila Kmq. 1902 mila ab.
Oubongui-Chari 558 " 1062 "
Gabon ........ 277 " 385 "
Medio Congo.. 415 " 685 "
In totale 2,4 milioni di kmq. (oltre 4 volte la metropoli) con 4 milioni di ab. (meno che a Parigi); la densità ( 1,7 mathrm{ab}. a kmq.) risulta bassissima. La colonia è distesa dall'Equatore ai Tropici, dal Sahara al Congo e perciò in condizioni assai diverse da zona a zona. Più che nelle forme del suolo, tuttavia, le differenze si fanno evidenti nel clima e nella vegetazione: dalle magre steppe del Tchad e del Tibesti si passa a poco a poco, attraverso le savane del Bacino dello Chari, alla grande e densa foresta pluviale del Gabon e del Medio Congo.
La popolazione è in prevalenza costituita da Sudanesi a N. e da Bantù nel bacino del Congo; decimata da malattie endemiche (del sonno, tifo, tubercolosi), da scarso nutrimento e da abuso di alcoolici. Gli europei sono meno di 9 mila, i cattolici 88 mila.
L'economia è arretrata, scarse le comunicazioni, per lo più fluviali ( 512 km . di ferrovie). I prodotti più notevoli sono quelli delle foreste: legname (okume), caucciù, oli e noci di palma; in pronettente sviluppo le colture del cotone, delle arachidi, del cacao, ecc. Sono estratti dal sottosuolo rame e oro; accertata la presenza del ferro.
L'unico centro abitato notevole è la capitale Brazzaville ( 25 mila ab.), sul Basso Congo.
Birl.: E. Oberti, A. occidentale ed equatoriale (in Terra e Nazioni, della casa edir. F. Vallardi, Milano 1933; F. Maurette, A. équatoriale, orientale et australe, in Géogr. universelle di P. Vidal de la Blanche e L. Gallois, XIII, Parigi 1938.
3. A. occidentale francese (A.O.F.). - E il più grande territorio coloniale della Francia ( 4,7 milioni di kmq., oltre 8 volte la metropoli); costituitosi tra il 1855 ed il 1900 . Risulta di 7 unità amministrativamente autonome, rette ognuna da un governatore e dipendenti da un unico governatore generale che risiede a Dakar. Abbraccia le due depressioni del Senegal e del Niger ed i gruppi montuosi del Futa Gialon e dell'Atakora, dai quali si scende al golfo di Guinea. Il clima trapassa per gradi dall'estrema aridità (Sahara) all'estrema umidità (fascia equatoriale); perciò si susseguono da N. a S., in strisce parallele, il deserto, la steppa, la savana e la foresta vergine. La popolazione ( 15,9 milioni di ab.), costituita da nomadi di razza bianca a N., da negri sudanesi sedentari a S., è stabilita soprattutto nelle zone prossime alle coste ( 4 ab . per kmq.); il resto, cioè la grande maggioranza del paese, è quasi vuoto. Gli europei sono oltre 37 mila, per 3 / 4 francesi; i cattolici oltre 150 mila. Le comunicazioni, dovunque difficili e scarse ( 40 mila km . di piste, 4 mila di ferrovie), anche per la scarsa portuosità della costa, rendono ardua l'opera di avvaloramento delle possibilità naturali, varie e cospicue. L'A. O. F. produce ed esporta soprattutto arachidi ( 700 mila tonn)., noci e olio di palma, legnami (okume), cacao, caffè, banane e cotone; le risorse minerarie, pur non mancando, sono ancora modestamente sfruttate (oro in Guinea).
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Africa - A. Occidentale. 1) Confini di stato o colonia; 2) Confini di mandato; 3) Confini di circoscrizione ecclesiastica: 4) Perrovie; 5) Strade.
Dakar, con oltre 100 mila ab., è divenuto non solo il porto del Sudan e del Senegal, ma anche il più importante scalo sulla via tra l'A. e l'America del Sud.
Ecco il quadro statistico :
| Colonie | Superfice | Abitanti |
| :--: | :--: | :--: |
| Mauritania | 835000 kmq. | 497000 |
| Senegal | 201000 | 1871000 |
| Costa d'Avorio | 477000 | 4022000 |
| Guinea | 251000 | 2125000 |
| Dahomey | 112000 | 1458000 |
| Sudan | 1531000 | 3797000 |
| Niger | 1294000 | 2168000 |
Bial: G. Hardy, Géographie de la France extérieure, Parigi 1928; C. Guy, L'Afrique occidentale française, Parigi 1929; J. Woulerow, L'Afrique noire, Parigi 1934; E. F. Gautier, L'Afrique noire occidentale, Parigi 1935.
4. A. di Sud-Ovest (A. di SO.). - Colonia tedesca fino al 1917; poi trasferita come mandato all'Unione
Sudafricana. E un vastissimo territorio ( 830 mila kmq.; oltre 21 / 2 volte l'Italia), tagliato a mezzo dal Tropico del Capricorno, con una costa importuosa e desolata ed un interno stepposo e quasi tutto desertico. L'uno e l'altro sono caratterizzati da clima tipicamente caldo-arido.
La popolazione supera di poco i 300 mila ab., di cui 1 / 10 ca. europei (e di questi 1 / 3 tedeschi).
Predomina nel paese l'allevamento del bestiame (in milioni di capi: 3,5 orini; 1,1 caprini; 1,3 bovini), che ha dato impulso all'industria delle carni refrigerate e a quella dei latticini (il burro è esportato). Cospicue le risorse della pesca (crostacei e moch, o luccio dei mari australi), e notevoli le risorse minerarie (rame, argento, zinco, pionbo, oro, ferro, vanadio, tungsteno e soprattutto diamanti [ 1 / 2 in valore delle esportazioni]).
L'interno del paese è attraversato da una ferrovia che lo unisce alla vicina Colonia del Capo; su questa linea è Windhoek, la capitale ( 10 mila ab., dei quali 5 mila bianchi). Il porto principale è Walvis Bay
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Africa - A. del SO.: Circoscrizioni ecclesiastiche.
(Baia delle Balene; 2.500 ab.; già territorio dell'Unione Sudafricana, e dal 1922 passato all'amministrazione dell'A. di SO.), che ha soppiantato il vicino scalo di Swakopmund.
Il cosiddetto saliente di Caprivi (io mila kmq., io mila ab.), che metteva l'A. di SO. tedesca in comunicazione diretta con lo Zambesi presso le celebri cascate Vittoria, è stato aggregato quasi tutto all'Unione Sudafricana (Becluania).
Bibl.: H. Schinz, Deutsch-Südnostafrika, Oldenburg-Lipsia 1891: H. Blumhagen, Südwestafrika einst und jetzt, Berlino 1934: A. Festa, L'A. di SO., in Riv. delle Colonie, 12 (1938), pp. 1805-16.
Giuseppe Caraci
## II. Etnografia.
1. - Antropologicamente, nell'A. sono rappresentate: 1) la razza pigmea, che presenta caratteri di grande antichità : di statura piccolissima, mesocefala, colore della pelle rosso-scuro; suo habitat attuale sono le foreste equatoriali; 2) la razza Khoi-San che comprende gli Ottentotti (Khoi-Khoin) e i Boscimani (San); di statura piccola, dolicocefala; colore della pelle gialliccio-scuro; tipica la steatopigia nella donna; suo habitat è la parte occid. dell'A. merid.; 3) la razza negride, che si divide nei gruppi dei Nilotici, Bantuidi, Sudanidi; è di grande corporatura; dolicocefala; ha pelle nera; si estende dall'estremo lembo orient. dell'A. alla linea dell'Equatore, occupando tutto il tronco centrale del continente, la parte merid. dell'A. occid. e la zona dell'alto Nilo; 4) la razza etiope, cui corrisponde il termine linguistico di semito-camitica; è di grande corporatura, di colore bruno-rossiccio ed in genere di forme più nobili; il suo habitat, con infiltrazioni al disotto della linea equatoriale, copre tutta l'A. orient. a N. della stessa linea, spingendosi fino al Mediterraneo verso tutta l'A. occid.
2. - Linguisticamente, si deve pure accennare ai resti di una lingua vetero-pigmea, affine peraltro al gruppo delle lingue Khoi-San, ottentotto e boscimano. Seguono: il gruppo delle lingue bantu, che è quello più diffuso e proprio anche dei Pigmei attuali; il gruppo nilotico; il gruppo sudanese; il gruppo semitocamitico.
3. - Etnologicamente, il quadro è dei più completi. Esso comprende: 1) la cultura dei Pigmei, la cui economia è basata sulla caccia e la raccolta dei frutti di natura; 2) la cultura dei cacciatori delle steppe, la quale non è dovunque compatta, ma in moltissimi luoghi si presenta come cultura base: 3) la cultura dei pastori camiti (orientali); nella parte occid. dell'A. merid. questa cultura è rappresentata dagli Herero e dagli Ottentotti; 4) le culture propriamente nigritiche, quali la cultura matriarcale bantu e la cultura patriarcale vetero-nigritica, nelle quali è prevalente l'agricoltura; questi due tipi variamente intrecciati tra loro, rappresentano la cultura caratteristica delle popolazioni negre dell'A., e mentre il primo si mostra specialmente nel ciclo cosiddetto africano-occidentale, il secondo vige nella cultura vetero-nigritica; 5) la cultura neo-sudanese, dalle infiltrazioni tipicamente orientali, alla quale molto affine è la cultura rhodesiana; 6) la cultura vetero-mediterranea, o secondo altri sirtica e atlantica; 7) a tutte queste culture, che, più o meno, si possono far risalire nella loro attuale cristallizzazione al nostro ultimo medioevo, vanno aggiunte le infiltrazioni culturali più recenti, islamiche, neoarabiche e quelle infine dovute alla colonizzazione europea. Per la religione dei primitivi dell'A., v. PRIMITIVI, religione dei.
Bibl.: L. Frobenius, Ursprung der afrikanischen Kulturen, Berlino 1898: B. Ankermann, Kulturbreese u. Kulturgeschichte in A., in Zeitschr. f. Ethnal., 1903: C. Meinhof, Die moderne Sprachforschung in A., Berlino 1910: A. Werner, The Language Families of A., Londra 1925: H. Baumann, Vaterrecht u. Mutterrecht in A., in Zeitschr. f. Ethnal., 1926: W. Schmidt, Die Sprachfamilien u. Sprachenbreese der Erde, Heidelberg 1926: E. von Eickstedt, Baveselunde u. Rußengeschichte der Menschheit, Stoccarda 1934: C. G. Seligman, Les Races de l'A., trad. dall'inglese di G. Montandon, Parigi 1935.: H. Baumann-R. Thurnwald-E. Westermarck, Völkerkunde von A., Essen 1940.
Bernardo Bernardi

Africa - Donna del Tigre (Africa NE.).
Raccolta Giglioli. Roma, Museo preistorico etnografico.
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## III. Storia cristiana antica
Mancano dati precisi sulla introduzione del cristianesimo in A., e la prima notizia storicamente accertata non va al di là del 180 . Ma gli scritti di Tertulliano, di poco posteriori, mostrano che a questa data la religione cristiana aveva già messo salde radici sul suolo africano. Oggi l'opinione corrente fa risalire l'inizio dell'evangelizzazione cristiana in A. alla prima metà del in sec. Donde venne importato il cristianesimo? Prevale l'idea che i primi contatti col Vangelo siano venuti dall'Oriente. Concomitanze liturgiche tra l'Asia Minore e Cartagine vigenti al tempo di Cipriano rivelano certo antichi rapporti. Ma l'organizzazione della comunità cristiana sembra opera di Roma, dove la filiazione africana era affermata in termini espliciti fin dai tempi d'Innocenzo I.
Per tutto il II sec. il cristianesimo d'A. non ha storia, sino al martirio degli Scillitani, uccisi per la fede a Cartagine nel luglio 180, per ordine del proconsole Vigellio Saturnino, il primo, secondo Tertulliano, che impugnasse la spada contro i cristiani. Sino allora vi era, dunque, libertà di organizzarsi, e nel 197 il polemista africano poteva parlare delle folle di cristiani che riempivano il foro, il senato, le città, i municipi, le campagne. Il primo vescovo ricordato è Agrippino di Cartagine. Alla fine del sec. it la religione cristiana diventa oggetto di misure repressive dei governatori romani aizzati dalla reazione popolare ostile al cristianesimo, e un gran numero dei suoi adepti vengono incarcerati e sottoposti alla tortura. Tertulliano li incoraggia a sostenere la lotta (Ad Martynes), mentre si rivolge ai pagani per rivendicare i diritti della coscienza (Apologeticum, Ad Nationes). Le vittime aumentano agli inizi del sec. III con gli editti di Settimio Severo. Le più illustri sono quelle di Tuburbo non lontano da Cartagine: Felicita e com-

Africa - Donna Masai in costume ibrido a Nairobi (Africa O.). Raccolta Giglioli. Roma, Museo preistorico etnografico.

Africa - Guerriero Assaorta (Massaua). Raccolta Giglioli. Roma, Museo preistorico etnografico.
pagni, di cui ci resta un documento di prim'ordine, gli atti del loro martirio attribuiti da alcuni a Tertulliano. Dopo una tregua di alcuni anni, la persecuzione riprese nel 212, in parte provocata anche dall'atteggiamento intransigente di alcuni gruppi estremisti della comunità guadagnati al montanismo (v.), nel frattempo insinuatosi in A. Lo stesso Tertulliano finì per aderirvi e ciò lo portò a rompere i suoi rapporti con Roma, dove papa Zefirino aveva condannato le novità catafrigie. Intanto altre eresie funestavano la pace interna della comunità : quelle introdotte da novatori come Ermogene, Marcione, Praxeas, contro i quali Tertulliano impugnò la penna.
Subentrata la calma, la Chiesa africana profittò della pace durata sino al tempo di s. Cipriano, eletto vescovo di Cartagine alla vigilia della persecuzione di Decio (249), per fare nuovi progressi. Già il Concilio di Cartagine del 225, riunito da Agrippino, annovera 70 vescovi della Proconsolare e della Numidia; un altro del tempo del vescovo Donato (236-48) ne conta 90 . Il Vangelo è predicato nelle due Mauretanie, oltre che alle popolazioni romane, anche alle tribù bérbere dei Getuli e dei Mauri. Ma la persecuzione di Decio rivelò quanto fosse superficiale la fede di numerosi simpatizzanti entrati a far parte delle comunità. Posti di fronte all'alternativa di rinunziare alla fede o esporsi ai rigori della legge, molti cristiani preferirono il martirio, altri si sottrassero con la fuga, molti apostatarono (lapsi). La persecuzione finì nel 251, ma le conseguenze furono gravi per il principio dell'unità.
Cipriano, rientrato nella sua sede, esaminò la questione dei lapsi, che domandavano ora la riammissione nella Chiesa, e fu decisa una linea di condotta ispirata alla prudenza. Si urtò però nell'opposizione degli estremisti guidati dal prete Novato (v.) e dei partigiani di Novaziano (v.), i primi fautori di una
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riabilitazione in massa dei rinnegati, i secondi decisi al massimo rigore. Di qui il primo scisma. Un conflitto, forse ancora più grave, se pur esterno all'A., sorse poco dopo con la controversia sulla validità del battesimo conferito dagli eretici, affermata a Roma, negata dall'insieme dell'episcopato africano guidato da Cipriano. Esso sostenne la sua tesi in tre successivi Concili di Cartagine (255-56). Possediamo ancora il processo verbale del 3^{°} sinodo ( 1^{°} sett. 256) : esso ci mette di fronte ad un gruppo compatto di 87 sedi vescovili, rappresentanti però solo una parte dell'episcopato africano, ciò che fa supporre superiore al centinaio il numero delle sedi.
Alla rottura tra Roma e l'A., pose termine la morte di papa Stefano e la persecuzione di Valeriano, nella quale caddero martiri della fede Cipriano (258), parecchi vescovi e un numero considerevole di cristiani ("Massa Candida»). L'editto di tolleranza di Gallieno (260) permise alla Chiesa di riprendere la sua marcia durante un quarantennio di relativa tranquillità, cosicché alla fine del sec. III, quando i rigori di Massimino intesi a ripristinare la disciplina militare facevano alcune vittime tra i soldati (Marcello il Centurione, Fabio il Vessillifero, Cassiano di Tangeri, Massimiliano coscritto, ecc.), il numero delle fondazioni vescovili era aumentato di un centinaio. Tracce durevoli lasciò la persecuzione di Diocleziano (303-304), perché se martiri ed apologisti resero testimonianza alla fede col sangue e la parola, numerosi furono i gruppi che la rinnegarono, compresi preti e vescovi che consegnarono i libri santi o sacrificarono. Venuto il momento di dare dei successori ai vescovi scomparsi, nel Sinodo di Citta (305) si rivelarono le gelosie dei vescovi della Numidia e l'insubordinazione dei preti, che determinarono la lotta contro Ceciliano, vescovo di Cartagine, dando inizio allo scisma di Donato di Casae Nigrae (v. donatismo), durante il quale si accentuò la tendenza centrifuga di alcuni gruppi della comunità. I procedimenti rigorosi dell'imperatore Costante, che sin dal 347 impose con la forza l'unità, non apportarono i frutti desiderati, perché la politica di tolleranza di Giuliano l'Apostata (362) permise al donatismo di rivivere e consolidarsi sotto la guida del nuovo capo Parmeniano (v.).
Alla fine del sec. Iv l'A. cattolica è suddivisa in 6 province ecclesiastiche: Numidia, Mauretania Cesariense, Mauretania Sitifense, Proconsolare (Zeugistania), Bizacena e Tripolitania, sulle quali fa sentire sempre la sua supremazia il primate di Cartagine.

Arric - Famiglia Massi a Nairobi (Africa E.), Raccolta Giglioli. Roma, Museo preistorico etnografico.

Africa - Unvoro, Musicisti Rionga. Raccolta Giglioli. Roma, Museo preistorico etnografico.
Tuttavia la mancanza di capi abili, non diede alla Chiesa possibilità di un'azione efficace contro lo scisma, se si eccettua l'opera apologetica di Ottato di Milevi (v.). Ma a sollevare le sorti del cattolicismo sorgono proprio allora Agostino di Ippona e Aurelio di Cartagine. Aurelio rimise in onore le assemblee conciliari, nelle quali si decise un'azione comune contro il donatismo, appoggiata dall'autorità imperiale (401-408) e dalla campagna fatta da Agostino con i trattati e la propaganda tra le masse. Caduto il donatismo (411), si presentò un altro grave pericolo : il pelagianismo (v.) che ebbe un assertore pericoloso in Ce lestio, scomunicato nel Sinodo cartaginese del 411-12. La riabilitazione del pelagianismo nel Concilio di Diospoli di Palestina (415), spinse i vescovi africani a domandare l'intervento d'Innocenzo I che li appoggiò risolutamente. La loro lotta non diede tregua all'eresia, finché la «tractoria» di Zosimo e l'intervento imperiale non la batterono definitivamente (418). Dieci anni dopo Prospero d'Aquitania, alludendo a questi avvenimenti, poteva scrivere: "O A., ciò che tu decreti è approvato da Roma e seguito dall'impero».
L'edificio costruito da Agostino e Aurelio durante trent'anni, fu quasi distrutto dai Vandali. Condotti da Genserico, nel 429 sbarcarono in A., provenienti dalla Spagna, disseminando ovunque il terrore. Dopo 14 mesi di assedio cadeva Ippona; nel 435 Cartagine faceva la stessa fine. Negli anni successivi era la volta della Tripolitania e Mauretania. Quando Genserico morì, nel 477, i Vandali erano padroni dell'A. da Ceuta a Tripoli e poterono godere della loro conquista per quasi un secolo, sino al giorno in cui Belisario, inviato da Giustiniano (523), vi pose fine in due battaglie, riducendo i Vandali in schiavitù. In questo tempo la Chiesa era ridotta ad uno stato miserando e Vittore di Vita ha tracciato un quadro fosco della terribile persecuzione durata quasi un secolo, nella Historia persecutionis Africanae provinciae. La tradizione interrotta venne tuttavia restaurata sotto la guida del primate di Cartagine, Reparato; ma le razzie delle tribù berbere, che seguirono le vittorie di Belisario, non consentirono alcuna azione unitaria all'episcopato. La situazione fu aggravata dai tentativi di Bisanzio di asservirlo ai suoi piani, perché l'A. sinceramente ortodossa, oppose sempre una tenace resistenza alle innovazioni dogmatiche di Giustiniano. Ciò si vide bene nell'affare dei "Tre capitoli» (v.) (543-55) che segnò l'inizio delle misure vessatorie da parte dell'autorità bizantina contro i vescovi recal-
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Africa - Sgabello di legno dell'A. Centrale.
citranti ed altri avversari del monofisismo come Reparato di Cartagine, Primoso di Adrumeto, Teodoro di Cabarsussi, Vittore di Tunnuna, Facondo di Ermiana.
La situazione cambiò con l'avvento di Giustino II, e questo stato di cose rimase immutato sotto i suoi successori. La creazione dell'esarcato sotto Maurizio (582-602) arrestò la decadenza, ma aumentò l'intromissione del potere civile negli affari ecclesiastici e i vescovi, ormai privi di forza, non ebbero altro difensore che il Papa. E il tempo dell'azione provvidenziale di s. Gregorio Magno. L'influsso bizantino in A. perdurò ancora nel sec. vir benché fosse in atto il processo di dissoluzione di quelle province dall'impero bizantino, accelerato nel 638 dalla "Ectesi" di Eraclio, che suscitò scandalo tra gli Africani attaccati alla ortodossia. L'ultima manifestazione di fede si ebbe nei sinodi provinciali d'A. del 646 , nei quali l'episcopato, spinto anche dalla predicazione di s. Massimo (v.), condannava il monotelismo (v.) introdotto da gruppi di Orientali obbligati dalle invasioni musulmane a rifugiarsi in A.
Da questo momento gli avvenimenti precipitano il paese in una serie di sciagure : nel 643 gli Arabi profitano della rivolta dell'esarca Gregorio per penetrare nella Bizacena. Gli assalti si rinnovano nei decenni successivi e portano alla caduta di Cartagine (697) e di tutta l'A. (710) nelle mani degli infedeli. Durante l'ultimo mezzo secolo distruzioni e massacri iniziarono la rovina di quella Chiesa già fiorente, di cui rimasero nei secoli seguenti solo gruppi disseminati qua e là, quasi testimonianza di una fede che non volle mai morire.
Stat.: La letteratura sul soggetto è immensa e non è qui il caso di tentarne una classifica approssimativa. Rimandiamo per questo a: A. Audellent, s. v. in DHG, I, coll. 706-861; e ad A. Fliche e V. Martin, Storia della Chiesa dalle origini ai nostri giorni, IV, trad. ital. Frutaz, Torino [1941]. Accenniamo solo: S. A. Mercelli, A. chrisliana, 3 voll., Brescia 1816-17; Ch. Diehl, L'A. byzantine, Parigi 1898; P. Monceaux, Histoire littéraire de l'A. chrétienne, 7 voll., Parigi 1901-23; A. J. Butler, The Arab Conquest, Oxford 1903; H. Leclercq, L'A. chrétienne, 2 voll., Parigi 1904; F. Martroye, L'accident à l'époque byzantine, Parigi 1904 ; id., Genstric. La conquête yandale en A. et la destruction de l'empire d'Occident, Parigi 1907; J. Mesnage, Evangelisation de l'A., Parigi 1914; id. Le christianisme en A. Origines, develop-
pements, extension, Parigi 1914; id. Le christianisme en A. Déclin et extinction, Parigi 1915; A. Harnack, Mission und Ausbreitung des Christentums, ⁴² ed., Lipsia 1924 (trad. ital. di P. Marucchi, Torino 1906); L. Duchesne, L'Edito au VIe siècle, Parigi 1922; E. Buonaiuti, Il Cristianesimo nell'A. Romana, Bari 1928 (da usare con cautela); C. Cocchelli, A. Cristiana, in A. Romana, a cura dell'Istituto di Studi Romani, Milano 1935, pp. 143-74; G. Marcais, Le monde oriental de 303 à 1061 (Histoire générale di G. Glotzi, Parigi 1936. - Sulla vita cristiana e la liturgia cf. H. Leclercq, s. v. in DACL, I, coll. 591-697; V. Monachino, La cura pastorale a Milano, Cartagine, Roma nel sec. IV, in Analecta Gregoriana, XLI, Roma 1947.
Mario Scaduto
IV. I CONCILI GENERALI D'A.
I due primi concili africani di cui abbiamo memoria sono quelli del 251 e del 252 , tenuti da s. Cipriano a Cartagine, per regolare la questione dello scisma di Felicissimo e quella dei lapsi. Vi intervennero vescovi di molte diocesi, anche assai lontane da Cartagine.
Vivente ancora s. Cipriano, Cartagine fu sede di tre concili generali (autunno del 256, primavera del 257, sett. del 257) nei quali fu discussa la necessità del battesimo degli eretici, tesi sostenuta a viso aperto dal vescovo di Cartagine, ma che incontrò l'opposizione risoluta di papa Stefano, il quale minacciò la scomunica. Dato l'irrigidimento di s. Cipriano, le conseguenze sarebbero state gravi, per la comunione tra le due Chiese. Ma la morte del Pontefice prevenne ogni sentenza, e l'unità non fu rotta.
Dopo la soppressione del donatismo, operata con la forza dall'imperatore Costante nel 347, la Chiesa africana si diede ad un lavoro di riorganizzazione e di restaurazione, specialmente della disciplina ecclesiastica indebolita negli anni precedenti. Ogni provincia ecclesiastica, tra le quali la Bizacena che faceva capo ad Adrumeto, ebbe le sue adunanze particolari, nelle quali molte questioni di culto e disciplina furono risolte nello stesso senso. Gli atti del Sinodo di Adrumeto sono andati perduti, ma se ne fa espressa menzione nel Sinodo generale africano del 348 o 349 nel quale il can. 13, contro l'usura, fu una conferma di quello di Adrumeto (cf. P. Monceaux, Histoire littéraire de l'Afrique chrétienne, III, Parigi 1905, pp. 213-14).
Concillo del 349. - Sinodo generale adunato a Cartagine, sotto la presidenza del primate africano Grato, nel 349 o l'anno prima, per celebrare la fine dello scisma donatista e il ristabilimento dell'unità religiosa, ma soprattutto per confermare le decisioni dei vari sinodi provinciali che l'avevano preceduto nell'intento di restaurare la disciplina ecclesiastica, assai decaduta durante i torbidi precedenti. Di qui

(Gob. Vat. Nac.)
Africa - Vasi dell'A. Centrale.
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Africa - Maschere e feticci dell'A. Equatoriale.
due specie di misure alle quali si volle far fronte con i 14 canoni decretati. I primi due e l'ultimo riguardano direttamente il donatismo, soppresso in apparenza, ma sempre pronto alla rivolta. Gli altri statuti invece risolvono questioni di culto e di disciplina. Essi si sono conservati quasi per intero sino ai nostri giorni.
BibL.: Mansi, III, p. 1443; VIII, p. 643; P. Monceaux, op. cit., III, pp. 221-26; Hefele-Leclercq, I, it. pp. 835-41; A. D'Alès, La théologie de saint Cyprien, Parigi 1922.
Concilio del 386. - Sembra che sia in connessione con le decisioni adottate dal Sinodo romano dello stesso anno, in cui si discusse anche la questione dello scisma donatista. I nove canoni approvati dal sinodo furono comunicati dal papa Siricio alla Chiesa africana, che li adottò, compreso il can. 8, il quale imponeva che i chierici scismatici fossero riconciliati con l'imposizione delle mani.
BibL.: Mansi, III, pp. 669-70; IV, p. 379; P. Monceaux, op. cit., IV, Parigi 1912, p. 353.
Concilio del 646. - Ebbe come scopo la condanna del monotelismo. Spinti da s. Massimo il Confessore, campione del duotelismo, i vescovi africani di Numidia, della Bizacena e della Mauretania si riunirono all'inizio del 646 in tre sinodi provinciali. Poco dopo anche la Proconsolare, dove il seggio di Cartagine era vacante, si associava alle decisioni prese dall'episcopato africano. Di questi sinodi restano tre lettere sinodali, la prima delle quali è un documento collettivo delle tre province ecclesiastiche indirizzato al papa Teodoro, perché intervenga a Costantinopoli e faccia desistere il patriarca Paolo dall'errore monotelita. La seconda è una lettera dei vescovi della Bizacena, indirizzata all'imperatore Costante II; la terza è la lettera sinodale al patriarca Paolo; per ultima una lettera del neometropolita di Cartagine, Vittore, al papa Teodoro, con preghiera di rimettere al patriarca Paolo la lettera sinodale precitata.
BibL.: Vita Maximi: PG 90; Mansi, X, pp. 919, 926, 943; Hefele-Leclercq, III, pp. 426-30.
## V. Monumenti cristiani
Le vestigia monumentali del cristianesimo formano due gruppi imponenti : edifici di culto e monumenti sepolcrali, gli uni e gli altri ricchi di iscrizioni. Ma nessuno degli edifici di culto è anteriore alla pace costantiniana.
Nulla è rimasto, ad es., a Cirta della domum in qua Christiani conveniebant, contenente un triclinium e una biblioteca, come ci rivela il processo verbale dell'anno 303 nei Gesta apud Zeuophilum (CSEL, XXVI, pp. 185-97). Però i monumenti africani hanno il pregio di essere giunti a noi quali erano alta conquista araba, cioè alla fine del vir sec. d. C. Gli edifici del culto furono in gran parte del tipo consueto: "oblongam habeat quadraturam, lateribus longioribus, brevioribusque frontibus, sicut pleraeque basilicae constituuntur" (Agoatino, Quaest. in Heptot., II, 177, 5). Tuttavia essi presentarono nei particolari una grande varietà.
Rare sono le chiese a una sola navata (Bir-Ben-Zir in Algeria); per lo più sono a tre navate, ma non poche a cinque (Bir-Oum-Ali, Orléansville, Cartagine, Sbiba, Thelepte); qualcuna a sette (S. Perpetua a Cartagine, una a Tipasa più tardi ingrandita) o anche a nove, come quella di Damous-el-Karita a Cartagine. In genere l'ampiezza e lo sviluppo era facilitato dal poco costo delle aree e della mano d'opera, ovvero dalla vicinanza delle materie prime. La costruzione è raramente a mattoni, più spesso a pietre di piccolo formato, talvolta a grossi blocchi di pietra locale.
In alcuni casi, costruzioni preesistenti vennero convertite in edifici di culto come a Mahtar un tempio punico (basilica di Ksar-el-Amar) e il mausoleo di Q. Giulio Pisone (Bull. arch. du Comité, febbr. 1945, p. xx) o tre basiliche civili a Madauros, a Tipasa, a Dougga. Di solito le basiliche cristiane d'A. non hanno un vero atrio, ma un semplice vestibolo; vero atrio con portico si trova a Tebessa, a Ksar-el-Zit e in una delle basiliche di Thelepte. La parete di fondo
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può terminare anche in forma quadrilatera, talvolta semicircolare col diametro largo quanto tutto il vano, anche nelle chiese a tre navi; un gruppo presenta l'abside con due ambienti laterali (prothesis e diaconiean) formanti parte a sé; in genere l'abside è più profonda che nelle chiese romane. Le navate non erano sempre divise da colonne; ma talora da pilastri, ovvero in parte da colonne e in parte da pilastri. L'accesso al presbiterio era dato da un'unica larga scala, come a Kherbet Guidra, Lambesi, Sidi Mabrouk, o da due scalette ai lati, come a Benian, Matifou, Morsott, Tipasa.
Nelle colonne e nei pilastri rimangono tracce di cancellate e un'iscrizione di Mascula ricorda il cancellus virginum. Cancelli circondavano pure le memoriae dei martiri venerati : "Habent honorabilem locum martyres sancti" (Agost., Serm. 273, 7). Sui sepolcri dei martiri o sulle loro reliquie venne posto l'altare nel presbiterio sopraelevato; per lo più in mezzo al coro, immediatamente avanti all'abside o nell'abside stessa ("mensa Christi est illa in medio constituta": Agost., Serm. 31: PL 38, 735). L'altare fu spesso in legno (Ottato, De schism. Donatist., II, 21; Agost., Contra Crescon., III, 47; Confer. del 411: PL 11, 1316), e tracce se ne sono trovate nella basilica di Morsott e in quella principale di Timgad.
Cripte o altre cavità sotto gli altari contenevano reliquie, ricordate dalle iscrizioni che spesso ci dànno pure particolari importanti sui martiri stessi. Per es. una di Rouffach, presso Costantina: "Depositio cruoris sanctorum martyrum qui sunt passi sub preside Floro in civitate Milevitana in diebus turificationis" (CIL, VIII, 19353). Floro fu governatore di Numidia nell'a. 303. Un'iscrizione di Ammedera ricorda un gruppo di martiri «qui persecutionem Diocletiani et Maximiani divinis legibus passi sunt» (Bull. arch. du Comité, febbr. 1934, p. xI). I reliquiari sono di ogni genere; su circa un centinaio ritrovati, ve ne sono d'argento (G. B. De Rossi, Capuella argentea Africana, Roma 1889), d'alabastro, di pietra, di argilla, di vetro. Talora contengono reliquie anche di martiri non africani, specialmente romani. Nella Numidia sono frequenti le formole Reliquiae e Mensa martyrum; quest'ultima poi si è diffusa anche nella Mauritania Strifense e nella parte occidentale della Proconsolare.
Sopra l'altare si ergeva il ciborio sostenuto da quattro colonne (Sbeitla, Dermech, Siagu). Sotto l'ab-
side talvolta è la cripta (Gemila, Dougga, Benian, Maktar). Nell'abside non si hanno prove di esistenza di finestre; mentre le absidi di Announa e di S. Salsa a Tipasa dimostrano che non vi erano. A Sicca Veneria la basilica di Dar-el-Kous, dedicata a s. Pietro, presenta nell'interno dell'abside cinque nicchie semicircolari con rispettive colonne.
Gallerie superiori nelle navate si sono trovate solo nella chiesa interna nella cittadella di Ammedera. A Oum-el-Abnab si ha una basilica a due absidi concentriche. Le pareti delle navate furono ricoperte talvolta di pitture : infatti s. Agostino ricorda la rappresentazione del martirio di s. Stefano (Serm. 316: PL 38, 3434) e del sacrificio di Abramo, che dice "tot locis pictum" (Contra Faustum, 22, 73: PL 42, 446), come pure "Petrus et Paulus cum Christo in pictis parietibus" (De consensu Evangelist., I, 10, 16: PL 34, 1049).
Singolare è la decorazione architettonica nella basilica di Tigzirt sui capitelli, sui pulvini, sulle cornici e sugli archi.
Il pavimento delle basiliche era in alcuni luoghi in semplice terra battuta, o in terra cotta, e lastricato di pietre; altrove invece si distendeva per tutta la superfice come una ricca stoffa orientale, tutta a mussiico e coi più ricchi colori ottenuti mediante pietre locali, calcari e perfino frammenti di mattone, ma di mirabile effetto e freschezza, con medaglioni, palme, tralci di vite, cespi d'acanto, crateri ricolmi di fiori e di frutta, pesci, uccelli, pavoni, palmipedi, gazzelle, cervi, croci, losanghe. Tra i più notevoli sono i pavimenti delle basiliche di Gemila, Orléansville, El Mouassat, 'Tigzirt, Timgad, Tipasa, Rusguniae, Sidi-Abich, Fourna, Taparura. Una decorazione murale caratteristica di alcune basiliche della Tunisia era offerta da una serie di quadrati di terra cotta, di ca. m. 0,27 per lato, con scene bibliche impresse in rilievo.
Meritano particolare menzione due rappresentazioni: quella d'una basilica (ecclesia mater) in un mussiico di Tabarca (m. 2,20 × mathrm{m}. I), e l'altra della lampada bronzea trovata presso Orléansville nel 1850 , poi passata nella collezione Basilewski.
Notevole è la serie dei battisteri rinvenuti presso le chiese, con bacini dalle forme più varie, ai quali si discendeva per mezzo di gradini, per lo più tre. Ve ne sono a croce greca, esagonali, ottagonali, a rosoni, e anche altri di forma quadrata. Di forma del tutto singolare, cioè di nave, è quello presso una se-

Africa - A. cristiana del sec. IV.
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conda basilica a Sbeitla, riccamente rivestito di musaici, come del resto molti dei precedenti, e ancora con le quattro colonne che sostenevano il tegurium, particolare offerto anche dai battisteri di Henchir Deheb, Announa, Henchir Joubria.
Gli edifici cristiani dell'A. hanno sofferto più nell'epoca recente per la costruzione di nuovi centri abitati e di linee ferroviarie, che durante la dominazione araba. Lo stesso vale per i monumenti funerari, restatici in grande numero, avuto riguardo alla densità della popolazione cristiana. La maggior parte fu sopra terra; solo dove le condizioni del terreno lo permisero vennero scavate tombe a camera nella roccia, o piccoli ipogei (Cherchell, Tipasa, Cartagine); cimiteri sotterranei sul tipo di quelli di Roma furono praticati soltanto ad Adrumeto.
in pace, memoria, hic iacet; per lo più si tratta di iscrizioni del v e del vi secolo. In Numidia sono frequenti le epigrafi con memoria, hic requiescit, e reditio; memoria e mensa nella Mauritania Sitifense. In quella Cesariense (corrispondente presso a poco agli attuali dipartimenti di Algeri e di Orano) il cristianesimo si diffuse in primo luogo sulle coste, poi lungo la linea militare non molto all'interno, infine lungo la linea militare più a sud stabilita da Settimio Severo.
Proprio la parte orientale della Mauritania Cesariense ha rivelato le iscrizioni cristiane più antiche; si tratta di piccoli cippi in pietra calcare locale. Uno di Tipasa porta la data del 238 (CIL, VIII, 20856). Uno di Tigzirt è del 299 (Bull. arch. du Comité, 1896, p. 217). Le iscrizioni più antiche scoperte nella zona occidentale sono quelle di Altava che vanno dal 302 al 320

Africa - Thelspte. Basilica sita a nord.
Areae fu la denominazione dei cimiteri cristiani d'A. fin dal tempo di Tertulliano (Ad Scapulam, 3: PL 1, 701). Area fu detto il luogo ove fu sepolto s. Cipriano, area ad sepulchra quella di Cherchell, contenente una cella offerta Ecclesiae sanctae dal senatore Marco Antonio Giulio Severiano (CIL, VIII, 9585). Ma troviamo anche la denominazione coemeterium (Tertulliano, De anima, 51: PL 2, 738), coemeteria memoriae gentis Lepidiorum (G. B. De Rossi, Roma sott., I, Roma 1864, p. 85) e accubitorium in una iscrizione che ricorda come il presbitero Vittore "hunc locum cunctis fratribus fecit" (CIL, VIII, 9586).
In questi cimiteri vengono adoperati sarcofagi di marmo, di pietra locale, e di terra cotta. Alcuni scolpiti provengono da Cherchell, Lambesi, Tipasa, Dellys, Cartagine, Philippeville, Tebessa; altre tombe sono in muratura, altre in tegole disposte a cappuccina; altre costituite da semplici anfore. Molti sepolcri vengono incrostati di musaico che contiene iscrizioni, ritratti dei defunti, scene bibliche, monogrammi di Cristo e simboli, fiori, uccelli, ecc. I più notevoli esempi si hanno a Tabarca, a Uppenna, a Thibari; ad Adrumeto se ne trovano pure nei cimiteri sotterranei.
L'epigrafia sepolcrale cristiana è imponente per il numero, se non per l'antichità delle iscrizioni. NelI'A. Proconsolare, specialmente a Cartagine, le formole adoperate sono fidelis, fidelis in pace, praecessit
(CIL, VIII, 9862, 9885, 21734, 9892, 9855, 9890). Poi viene la celebre iscrizione di Renault, dell'anno 329 (CIL, VIII, 21517) che ricorda un gruppo di quattro martiri locali, tra i quali due che figurano sotto lo stesso giorno nel Martirologio geronimiano.
Alla conferenza di Cartagine del 4 II furono presenti molti vescovi di questa regione, cattolici e donatisti. Sorella di uno di loro era Robba, "caede traditorum vexata" il 25 marzo 434 ad Ala Miliaria (Benian). Sul suo sepolcro i donatisti eressero una basilica con cripta.
Alla fine del v sec., nel 495, a Mouzaiaville fu deposto un vescovo che dopo essere stato più volte in esilio fu ucciso "in bello Maurorum" (CIL, VIII, 9286), ribellatisi alla dominazione vandalica, e nel 508 un tale Masuna si qualifica "rex gentium Maurarum et Romanorum" (CIL, VIII, 9835).
Anche dopo la conquista araba avvenuta nel 683, il cristianesimo in A. lascia le sue tracce monumentali; comunità cristiane a piccoli gruppi si ritirano nell'interno sia della Mauritania Cesariense sia della Bizacena; vi è memoria di un vescovo a Gafsa ancora nel sec. Ix; e secondo Edrisi del dialetto latino nel sec. xir. A Kairouan, nel centro della Tunisia, si è trovato un epitaffio d'un lettore morto nel ro3o, contemporaneo forse ad un frammento già noto che era stato attribuito al periodo bizantino (CIL, VIII, 23128; Bull. arch. du Comité, 1928, p. 370 sg.).
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Per Cartagine, Cherchell, Gemila, Lambesi, Madauros, Orleansville, Sbeitla, Sicca Veneria, Tebessa, Tigzirt, Timgad vedi le singole voci.
Bisc.: Periodici: Recueil des Notires et Mémoires de la Société orchéal, de Constantine; Revue Africaine; Mélanges d'Archiod, et d'Hist.: Bull. archéd, du Comité des Travaux hist.; Comptesrendus de l'Acad. des Jours, et Belles lettres.
R. Cagnat - P. Gauckler, Mouvments historiques de la Tunisie, Parigi 1898; S. Gsell, Mouvments antiques de l'Algérie, 2 voll., Parigi 1901; J. Message, L'A. Chrétienne, Parigi 1912; P. Gauckler, Basiliques chrétiennes de la Tunisie, Parigi 1913; S. Gsell, Inscriptions latines de l'Algérie, I, Parigi 1922; J. Sauer, Der Kirchevdoa Nordsjtshun in den Tagen des hl. Augustinus, in M. Grabmann-J.Mausbach, Augustinus Festschrift, Colonia 1930, pp. 243-300; Atti del III e IV Congresso Int. di Arch. crist., Città del Vaticano 1934, pp. 387-427; 1940, pp. 143-244; A. Berthier, Les vestiges du Christianisme antique dans la Numidie, Algeri 1943; A. Merlin, Inscriptions latines de la Tunisie, Parigi 1944.
Enrico Josi
VI. Storia cristiana medievale e moderna.
La prima A. cristiana, cioè la Chiesa romanoafricana, la Chiesa di Tertulliano, di Cipriano, di Agostino, andò sommersa irrimediabilmente sotto la ondate travolgenti, prima dei Vandali (sec. v), poi
il Congo ad occidente, indi il Capo di Buona Speranza, infine, ad oriente, il Mozambico e il Madagascar. Nella Guinea lavorarono i Gesuiti, poi i Carmelitani e i Cappuccini, con risultati dapprima assai modesti e poi man mano più discreti. La missione del Congo conobbe periodi di un certo splendore, sotto il re indigeno convertito Alfonso, al cui figlio, Enrico, il papa Leone X concesse una dignità ecclesiastica (forse di protonotario apostolico; altri vuole sia stato eletto vescovo); ma, nonostante tutto, la missione implicata essa stessa nel commercio degli schiavi, si trascinò con poco personale, e decadde già prima ancora della morte del suo "Costantino" (1546). Ripresa nel corso del secolo successivo dai Gesuiti, non ebbe troppa fortuna; fu ravvivata dai Cappuccini nel sec. xvir, con alterne vicende. Sulla costa orientale, da sud a nord, si crearono quattro missioni, in quattro regioni o «imperi» indigeni : ad Inhambane, dove in tre settimane tutto il paese, col suo re, venne convertito e battezzato ( 1560 ), ma dove dopo due anni si tornò allo stato primitivo; a Monomotapa (il « regno

Africa - Ammaedera. Basilica sita all'estremità occidentale.
dell'islamismo (sec. vir). Le Chiese cristiane dell'Egitto e dell'Etiopia, cadute nell'eresia monofisita, imprigionate dal mondo arabo-maomettano, sopravvissero in qualche modo, trascinandosi fino ad oggi, ma in uno stato di servitù morale e senza fermento di vitalità. L'A. era tagliata fuori dall'Europa cristiana. Nel medioevo non si hanno cenni di vita cristiana in A. se non sulle coste settentrionali, prima con le cappellanie sorte colà per l'assistenza spirituale delle colonie italiane, fondate dalle repubbliche marinare (Genova, Pisa, Amalfi, ecc.); poi coi primi tentativi di vero apostolato rivolto agli indigeni, specialmente a Tunisi e al Marocco, da parte dell'Ordine dei Francescani, il cui fondatore stesso si recò per ben tre volte in quelle missioni. Anche i Domenicani, come i Francescani, incoraggiati dai Pontefici, hanno parte in queste prime missioni ai Saraceni; il martirio non arresta né gli uni né gli altri.
E all'epoca delle scoperte geografiche per parte del Portogallo, che si può dire comincino le missioni africane, pur senza oltrepassare di molto le regioni costiere né più né meno della colonizzazione; disgraziatamente i Portoghesi, una volta trovata la via alle Indie, a questa volsero le cupide mire commerciali, ragione prima del fallimento di quell'apostolato, troppo superficiale e non sufficientemente sostenuto da Lisbona. Ad ogni modo i missionari toccarono tutti i punti raggiunti dai commercianti portoghesi : la Guinea e
dell'oro ", cui il capitano portoghese pagava un tributo), dove si ebbe la medesima rapida conversione e un'altrettanto rapida fine, giacché dopo un solo anno (1561) l'islamismo ebbe il sopravvento sul re, il missionario fu ucciso, e il cristianesimo scomparve. Nel secolo successivo entrambe queste missioni vennero riprese, e tutta la regione del Mozambico (1612) fu eretta in "vicaria perpetua" e staccata dalla giurisdizione di Goa. A Mombasa - terza missione - gli Agostiniani convertirono il re ed il paese, ma nel 1630 l'uno e l'altro ricaddero nell'islamismo, i missionari vennero massacrati e il Portogallo perdé la colonia. L'ultima missione, cominciata all'epoca delle scoperte, il Madagascar, ebbe peripezie più o meno consimili, ma una maggiore continuità di apostolato dal 1540 al 1667 ; poi però anche nel Madagascar avvenne la catastrofe.
La missione dell'Etiopia, unica missione in paese non pagano, ma cristiano-monofisita, ebbe due periodi distinti, il primo (1557-77) diretto dal vescovo Oviedo, e concluso con la relegazione dei missionari (Gesuiti) nella loro residenza; l'altro più felice, diretto dal 1604 al 1622 , anno della sua morte, dal p. Paez, personalità di valore, che condusse la missione al trionfo; nel 1626 il re Susenios fece la professione di fede cattolica con molta parte della nobiltà e del popolo. Nel 1629 i cattolici si calcolavano a 130.000 . Ma il re Fasiladas, succeduto nel 1632 a Susenios,
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Africa - A. Minore: Circoscrizioni ecclesiastiche.
e già prima capo dell'opposizione, istigato dai monaci e irritato anche dalla tattica non sempre prudente del Mendez, successore del p. Paez, mandò in esilio i missionari; tutto tornò come prima o quasi, e per due lunghi secoli la missione non poté essere ripresa.
La decadenza generale delle missioni, verificatasi dalla metà ca. del sec. xvir alla fine del secolo seguente, sotto l'influsso di vari fattori (v. missioni: storia) si determinò anche nelle missioni africane. Si aggiunsero anche cause locali. Sotto Gregorio XIII i Gesuiti (1582-95) e più tardi i Cappuccini francesi sotto Urbano VIII avevano tentato la conversione dei copti dell'Egitto - 1630, al Cairo - seguiti sulla fine di quel secolo da altri, che giunsero fino alle foci del Nilo; mentre i Minori, dalla Custodia della Terra Santa, avevano inviato cappellani ai porti di Alessandria e del Cairo, donde passarono pure ad occuparsi dei condannati alle galere di Suez e Alessandria. Anche i Gesuiti - fine sec. xvir - si trovavano al Cairo. Nonostante sporadici risultati (nel 1713, professione di fede cattolica del patriarca greco Samuele Capassull), tanto che Benedetto XIV eresse in Gerusalemme un vescovato per i convertiti, tuttavia i copti rimasero generalmente avversi agli occidentali. Dall'Egitto, incoraggiati dalla Congregazione di Propaganda, i Cappuccini e i Minori tentarono la ripresa della missione di Etiopia; ma tale impresa falli; dei primi i padri Agatangelo e Cassiano furono impiccati a Gondar non appena messo piede nell'impero proibito (1638), e i Minori, cui la missione, eretta in prefettura apostolica, venne affidata, non ottennero risultati più incoraggianti nei loro rinnovati tentativi di entrata e soggiorno nel paese; la difficoltà di accesso, prima, poi la instabilità dei re (dei quali solo qualcuno parve mostrarsi favorevole) e specialmente l'opposizione dei monaci resero sterili quegli eroici tentativi di ripresa fino a tutto il sec. xviri. In questo medesimo tempo in Algeria e nel Marocco non mancarono sacerdoti e religiosi (oltre i Francescani anche i Trinitari e i Mercedari), ma la loro attività rimase limitata esclusivamente alla cura dei mercanti europei e alla redenzione degli schiavi, alla quale opera, in Tunisia, si dedicò anche la nuova congregazione dei Lazzaristi di s. Vincenzo de' Paoli.
Al Marocco si tentarono varie spedizioni con intento particolarmente missionario (specialmente da parte dei Cappuccini), ma tutte fallirono allo scopo. La Propaganda tentò la ripresa delle missioni della Guinea, del Congo e dell'Angola, agonizzanti nella metà del sec. xvir, valendosi soprattutto dello zelo dei Cappuccini; ma per l'ostilità del Portogallo, l'insalubrità del clima e la persecuzione degli Olandesi, verso la fine del sec. xviri tutte quelle missioni presentano una decadenza che pare insanabile. Meno infelici le sorti della missione del Madagascar, prima coi Carmelitani, poi coi Lazzaristi, ma poi anche questa venne meno a motivo della discontinuità dei missionari e delle lotte intestine; la Rivoluzione francese finì per troncare ogni possibilità di apostolato oltremare. Verso la fine dunque del sec. xviri la Chiesa africana, nonostante i tentativi fatti, era in progressivo decadimento e assai prossima all'estinzione; oltre le cause già accennate, ambientali e metodiche, l'islamismo, che il Portogallo si era illuso di aver debellato aggirandolo, ricompariva e di nuovo si manifestava sempre più prepotente.
La Chiesa d'A. inizia la sua vera rinascita solo con la prima metà del sec. xix. Parecchi i fattori di questa rinascita: la riscoperta (è il caso di chiamarla così) dell'A., per iniziativa degli esploratori; il suo frazionamento coloniale tra le diverse nazioni europee; il risveglio generale dello spirito missionario (v. missioni, storia : sec. xix), che per l'A. ebbe un particolare impulso con la propaganda antischiavista; la fioritura di nuovi istituti missionari, specializzati per l'A. (Società dello Spirito Santo, Società dei Padri Bianchi, Missioni Africane di Lione in Francia, Missioni Africane di Verona e Consolata in Italia). Scienza, politica, fede parvero dar ad un tempo l'assalto all'A., e la Conferenza di Berlino del 1885 sanzionò in certo modo questa presa di possesso, aprendo ufficialmente il continente africano alle missioni, cattoliche o protestanti che fossero. Per tal modo l'evangelizzazione dell'A. cominciò davvero, estendendosi a tutte le plaghe e inoltrandosi nelle regioni più interne, fra tutte le popolazioni, studiandole, elevandole, evangelizzandole.
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L'A. settentrionale, colonizzata dalla Francia (Algeri fu la prima porta verso l'interno), dalla Spagna e dalItalia, veniva cosi aperta all'immigrazione europea, che determinava la scomparsa della tratta degli schiavi e otteneva diritto di cittadinanza al cristianesimo, che, se non eliminava la superiorità numerica dell'islamismo, ne fiaccava la prepotenza. L'inclemenza del clima, è vero, sbarrava la via all'interno, ma l'apostolato non cedette e finalmente invase la parte occiduo-equatoriale (1841), creando la missione delle Due Guince, che si estendeva dal Senegal al Capo. Vi lavorarono, in ondate successive, distribuiti man mano in nuove minori suddivisioni territoriali - Sierra Leone, Dahomey, Nigeria, Costa d'Oro, Costa d'Avorio, Gabon, Ubanghi, ecc. - i Missionari dello Spirito Santo e quelli di Lione, i quali vi fecero nascere le prime cristianità indigene. Il 'T'ogo e il Camerun, passati alla Germania, vennero evangelizzati dai Pallottini e dai Padri del Verbo Divino, e il Congo, divenuto belga, dai missionari della metropoli, appartenenti alle diverse società e congregazioni religiose, favoriti da una saggia legislazione coloniale.
Quasi un medesimo processo si svolse nell' A. cen-tro-orientale, con punto di partenza a Zanzibar (1868), l'emporio schiavista, che ancora pochi anni prima aveva un movimento annuo di 65.000 schiavi. Apostoli di questa plaga difficile sono i Padri dello Spirito Santo, che crearono successivi centri (Bagamoyo, Kilimanjaro, ecc.), tra cui il Kenya, che sarà poi quasi tutto retaggio dei Missio