ter 1921; W. O. E. Oesterley, The Jewish Background of the Christian Liturgy, Oxford 1925, pp. 194-204; H. Lüttemann, Messe und Herrenmahl, Bonn 1926, pp. 197-210; 230-50; J. Thomas, s. v. in DBs, fasc. 1-11 (1926), coll. 134-53; X. Völker, Mysterium und Agape: Die gemeinsamen Mahlzeiten in der alten Kirche, Gotha 1926 ; J. M. Hanssens, L'agape et l'Eucharistie, in Ephemerides liturgicon, 41 (1927), pp. 523-48; 42 (1928), pp. 545-74; 43 (1929), pp. 177-98, 520-29; A. Greiff, Das alterte Padeerituale der Kirche, Didache 1+10 und das Yohannes-evangelium, in Yohannaische Studien, I, Paderborn 1929, pp. 36-163; H. Roncy, L'abus des Carinthiens dans la célébration de l'Eucharistie, in Revue eccl. de Liège, 2 (1929), pp. 277-93; Pas d'agape dans l'exegèse latine de l' Cor. 11, 10-34, in Recherches de Thèse, ancienne et médiévale, 1 (1929), pp. 421-34; W. Goossens, Les origines de l'Eucharistie Sacrement et Sacrifice, Gembloux-Parigi 1931, pp. 127-46; E. B. Allo, Première Epître aux Caristhiens, Parigi 1934, pp. 283-93; A. Arnold, Der Ursprung des christlichen Abendmahls im Lichte des neuesten liturgiegeschichtl. Forschung, Friburgo i. Br. 1937; H. Connolly, The Didache and Montanism: Agape and Eucharist in the Didache, in Deuesside Reviere, 55 (1937) nei nn. di luglio e ott.; V. Monachion, La cura pastorale a Milano Cartagine e Roma nel sec. IV (Analecta Gregoriano, XLI), Roma 1947, pp. 70-72, 206 sg.
Antonino Romeo
AGAPE, santa: v. SOPHIA, PISTIS, ELPIS e AGAPE, sante.
AGAPE, IRENE e CHIONE, sante, martiri. Sorelle, martirizzate sotto l'imperatore Diocleziano nel 304 a Tessalonica. Festa il 3 apr. Quando fu pubblicato il decreto di persecuzione nella loro città, esse fuggirono sulle montagne; ma dopo non molto tempo ritornate nelle proprie case, furono catturate e condotte davanti al tribunale, dove per tre volte furono esaminate sulla loro fede. Gli Atti autentici di questi tre interrogatori sono conservati in un testo greco studiato e pubblicato per la prima volta da Pio Franchi
de' Cavalieri. Infine le tre sorelle furono condannate al rogo: Agape e Chione il 1^{°} apr., Irene, la più giovane, probabilmente il 5 dello stesso mese.
Bols.: Martyr. Romanum, p. 123; P. Franchi de' Cavalieri, Nuove note agiografiche (Studi e Testi, IX), Roma 1902, pp. 3-19; H. Delehaye, Les passions des martyrs et les genres littéraires, Bruxelles 1921, pp. 141-43.
Cesario van Hulst
AGAPEMONITI (áyátx-quov): "Dimora del-
l'amore"). - Protestanti inglesi seguaci di H. J. Prince.
Il Prince (1811-99) da medico divenne pastore e predicatore. Un suo tentativo di spacciarsi per lo Spirito Santo (maggio del 1843) ebbe come conseguenza che i vescovi anglicani gli vietarono di predicare. Nel 1849 assieme allo Starky, si diede ad annunziare la prossima fine del mondo e ad inculcare la comunione dei beni. Ebbe un certo numero di seguaci. Il movimento fu accentrato attorno ad una casa comune (Agapemone) che non ebbe buona fama per le irregolarità che ivi si commisero.
Nel 1890 la setta ebbe un notevole apporto di energie da parte di un gruppo di aderenti all'Esercito della Salvezza. Tra questi vi era lo Smyth-Pigott che fu il successore del Prince nella direzione del movimento agapemonita, e nel ritenersi persona divina (Gesù Cristo). Al principio del ' 900 la comunità si era assottigliata fino a comprendere poche persone.
Bols.: E. J. Dukes, s.v. in Hastings, Enc. of Helig. and Ethics, I, Edimburgo 1908, p. 175 sgg.
Angelo Audino
AGAPÈTE. - Dal greco dot{α} γ α π η τ α i «dilette». Termine popolare, che designava anticamente quelle vergini o vedove consacrate a Dio, le quali convivevano con un uomo parimente stretto da voto di castità, al fine di esserne aiutate nel disbrigo delle faccende economiche, e soprattutto per aiutarsi a vicenda nella pratica dell'ideale ascetico, con una specie di matrimonio spirituale. Col tempo (seconda metà del sec. in) ricevettero pure il nomignolo dispregiativo di π u v ε i- α α π τ o i, od én ε i o α α π τ o i, in latino subintroductae, che alcuni vorrebbero restringere a quelle che coabitavano con un ecclesiastico. Dal sec. v invece, con tale termine si designavano solo quelle donne, parenti o meno, che gli ecclesiastici si tenevano in casa per il disbrigo delle proprie faccende domestiche. I seguaci di quest'uso si appellavano a s. Paolo : I Cor. 9, 5: Numpuld non habemus potestatem mulierem sororem circumducendi sicut et ceteri apostoli et fratres Domini et Cephas? Quelli che lo riprovavano si appoggiavano invece a I Tim. 5, 11-13: Adolescentiores viduas devita; cum enim incuriatae fuerint in Christo, nubere volunt... otissue... verbosae et curiosae inquentes quae non oportet. Ma ambedue avevano torto. La questione fu discussa a fondo dal Crisostomo in due pastorali (PG 47, 495-532), pubblicate a Costantinopoli poco dopo la sua elezione: Adversus eos qui apud se habent virgines subintroductas e Quod regulares feminae viris cohabitare non debeant.
Le testimonianze dirette di quest'uso (raccolte specialmente dall'Achelis) sono rare e d'incerta portata. Per lo più noi lo conosciamo solo attraverso le condanne emanate da Padri e concili contro di esso. Dalle quali appare ad ogni modo che l'uso, senza essere mai stato generale, ebbe tuttavia una grande diffusione, forse favorita dalle sette gnostiche, in cui si praticava correntemente. Vedi la lettera 4 di s. Cipriano, il decreto del Sinodo di Antiochia del 268 contro Paolo di Samosata e i suoi chierici (Eusebio, Hist. eccl., VII, 30, 12), l'epistola dello Pseudo Clemente Ad virgines; s. Girolamo, Epist. 22 ad Eustochium (PL 22, 402), ed i Concili di Elvira (can. 27), di Ancira del 314 (can. 19), di Nicea (can. 3). Affermatasi poi la legge del celibato dei preti, vari concili prescrissero che essi non tenessero con sé persone di altro sesso, al più perrni-
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sero loro solo strette parenti. Così, dopo i concili già citati, quello di Geronda del 517 (can. 7), il quinto di Orléans del 549 (can. 3), quello di Tours del 567 (can. 11), il primo di Mâcon del 583 (can. 1), il quarto di Toledo del 633 (can. 42), di Bordeaux del 663-75 (can. 3), che è il solo di epoca merovingica che parli nominatamente di subintroductae, ecc. Vedi pure le disposizioni legislative di Gregorio Magno (Epist., XIII, 39) al vescovo di Spoleto, la Novella 123, cap. 29, di Giustiniano e la v. celisato.
Nei paesi celti, durante il sec. v e la prima metà del vi, vigeva il costume che monaci e monache abitassero in edifizi separati, ma posti dentro lo stesso recinto monasteriale (detti poi monasteri doppi). Nella Bretagna Armoricana queste conhospitae aiutavano anche i preti nella celebrazione della Messa e specialmente a dar la Comunione con il calice, cosa che faceva orrore ai vescovi galli di quel tempo, i quali vedevano in ciò rivivere la setta dei pepondiani (v.).
BibL.: F. X. Kraus. Realencyklopädie der christlichen Altertümer, II, Friburgo i. Br. 1886, p. 798; H. Achella, Vispines subintroductae. Ein Beitrag zu I. Kor. VII, Lipsia 1002 (è il lavoro più particolareggiatc, senonchè ha il torto di fare delle a. un'istituzione permanente per i primi secoli); L. Gougaud, Les chrétientés celtiques, Parigi 1911, pp. 94-96; P. Labrielle, Le mariage spirituel dans l'antiquité chrétienne, in Revue Historique, 137 (1921), pp. 204-33; A. Flèche e V. Martin, Storia della Chiesa, vers. ital. Frutaz, III, Torino 1949, n. 420; IV, ivi 1941, n. 604; V, ivi 1946, nn. 365, 436. Antonio Ferrus
AGAPIDS, Landos. - Monaco greco (al secolo Atanasio), n. a Candia (Creta) alla fine del sec. xvr, m. a Venezia prima dell's marzo 1664.
Vesti l'abito nella grande laura di S. Atanasio del Monte Athos. La sua vita fu divisa tra la preghiera e la composizione di almeno quindici opere: libri di pietà salvo uno, il Гesacovico, raccolta di prescrizioni agrarie. Il più celebre di tutti è 'Aqugríàóv marzpía (La saluevza dei peccatori, Venezia 1641), citato spesso per confutare i protestanti da A. Arnauld, P. Nicole, E. Renaudot, in La Porpétuité de la foi de l'Eglise catholique sur l'Eucharistie. Molte opere di A. e specialmente La saluevza dei peccatori vengono tuttora ripubblicate fra i greci.
BibL.: G. Zahiras, Nés Thàag. Atena 1872, p. 159; L. Petit, Le moine Agapios Landos, in Echos d'Orient, 3 (1889-1900), pp. 278-85; S. Petrides, s. v. in DHG, I, coll. 893-97.
Martina Jugie
AGAPITO, santo, martire: v. felicissimo e agapito, santi, martiri.
AGAPITO di Palestrina, santo, martire. - Secondo la sua leggenda, tardiva e favolosa, egli morì martire all'età di 15 anni, probabilmente durante la persecuzione di Diocleziano. Sul luogo del suo sepolcro, oggi detto Le Quadrelle, sorse sin dal sec. Iv una basilica, restaurata da Leone III (795-816) e ritrovata nel 1864. Sul finire del sec. ix le reliquie di A. furono trasportate nella città e deposte nella basilica consacrata da Pasquale II nel 1118. Papa Felice III (483-92) gli dédicò una chiesa a Roma sulla via Tiburtina, presso S. Lorenzo. La festa del martire A. è registrata nei più antichi sacramentari della Chiesa Romana e nel Martirologio Geronimiano al 18 ag.
BibL.: Martyr. Hieronymianum, pp. 448-49 (fonti e bibliografia); Acta SS. Augusti, III, Parigi 1867, pp. 332-337 e 337-99; H. Delehaye, in Analecta Bollandiana, 16 (1897), pp. 490-94; A. Dufourou, Etude sur les Gesta Martyrum, III, Parigi 1907, pp. 21-28; B. Mombrizius. Sanctuarium, ed. Solesmense, I, Parigi 1910, pp. 35-37; O. Marucchi, Guida archeologica della città di Palestrina, Roma 1932.
Cessio van Hulec
AGAPITO da Palestrina. - Minore riformato, m. nel 1815 ; fu lettore di teologia e definitore generale del suo Ordine, censore dell'Accademia teologica della Sapienza, consultore dell'Indice e del S. Uffizio.
Accanito avversario della dottrina del probabilismo, lo combatté con forza nelle sue opere: Esame critico-teologico di quanto ha scritto il Ch. Abate D. G. Bolgeni... (Roma 1799); Idea genuina della carità o amor di Dio... (Roma
1800); Lettera d'avviso ad un confessore novello... (Roma 1805). Nelle due prime opere si scaglia contro il p. Bolgeni e nella terza contro il p. F. Salvatori, ambedue appartenenti all'allora soppressa Compagnia di Gesù, specialmente perché esimevano i penitenti dall'accusa dei peccati dubbi e delle circostanze aggravanti. La polemica si calmò col decreto di Pio VII (1803) che dichiavava immune da censura il probabilismo. Pubblicò pure: Lezioni devote (Roma 1792) e Notizie storiche intorno ai luoghi di Terra Santa (Roma 1793).
BibL.: E. d'Alencon, s. v. in DThC, I, col. 558.
Angelo Audino
AGAPITO I, papa, santo. - Pontefice dal 535 al 536. Discendeva da nobile famiglia romana. Suo padre, Gordiano, fu prete del titolo dei SS. Giovanni e Paolo sul Celio (m. nel 501 o 502). Vi aveva vicino l'abitazione, in cui A. eresse una biblioteca della quale conosciamo l'iscrizione (G. B. De Rossi, Inscriptiones christianae urbis Romae, II, Roma 1888, pp. 16, 28). Ben poco sappiamo della vita di A. prima del pontificato. Era arcidiacono e successe a Giovanni II (m. 18 maggio 535), cinque giorni dopo la sua morte, molto probabilmente portato dal partito di Dioscoro. Il quale cinque anni prima era stato eletto dal clero romano in opposizione a Bonifacio II (530-32), designato da Felice IV (526-32), allo scopo di sottrarre l'elezione papale all'ingerenza bizantina e gotica (C. Mirbt, Quellen zur Geschichte des Papsttums und des römischen Katholizismus, Tubinga 1934, n. 201). Dioscoro mori presto e Bonifacio ne condannò la memoria e legò a sé gran parte degli elettori di lui con la minaccia della scomunica. Ma A. diede subito loro soddisfazione raccogliendo fin dai primi giorni del pontificato il clero di Roma in assemblea. Davanti ad essa gettò alle fiamme il documento in cui 60 preti romani avevano sottoscritto la condanna di Dioscoro. Era una reazione ai recenti tentativi di introdurre l'uso che il Papa designasse il successore contro l'antica tradizione che ne affidava l'elezione al clero romano.
Ci restano di A. alcuni documenti che regolano affari ecclesiastici in varie parti della cristianità : accettò l'appello di Contumelioso deposto nel Concilio di Marsiglia, presieduto da Cesario di Arles (533), e decretò che si rifacesse il processo dinanzi a nuovi giudici ( 15 luglio 535). A Cesario rifiutò la facoltà di alienare beni della sua chiesa a vantaggio del fondo per i poveri. Accolse la delegazione dei vescovi africani, radunati in concilio a Cartagine dopo la liberazione dai Vandali (535) e in risposta alle loro domande dichiarò che un ariano convertito non poteva ricevere uffici ecclesiastici e riconobbe giusta la richiesta del concilio che nessun chierico africano fosse accolto nella Chiesa romana, qualora fosse stato sprovvisto dei documenti necessari. Appoggiò le sue decisioni con una raccolta di canoni in merito ( 9 sett. 535). Sullo stesso argomento degli ariani diede risposta analoga all'imperatore Giustiniano ( 15 ott. 535 ).

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I rapporti con quest'ultimo divennero presto più stretti. Giustiniano, con la scusa di vendicare l'uccisione di Amalasunta, aveva iniziato la conquista dell'Italia. Belisario s'era già impadronito della Sicilia. Teodato re degli Ostrogoti, spaventato, intimò ad A. di chiedere all'imperatore la rinuncia alla conquista delI'Italia e il ritiro delle truppe, altrimenti egli avrebbe fatto massacrare tutti i senatori con le mogli e i figli. Allo scopo di procurarsi il danaro per il viaggio A. impegnò parte dei vasi sacri, più tardi restituiti gratuitamente. Fu accolto in Oriente trionfalmente; ma al contrario di quanto dice il Liber Pontificalis, un testimonio oculare (cf. C. Baronio, Annales, ad an. 536, n. 59, IX, Lucca 1741, pp. 543-45) e Liberato (Breviarium cuncte Nestorianorum et Eutychianorum, 21; PL. 68, 1038 sgg.) ci assicurano che la missione politica di A. falli. Invece, in seguito a lunghe e laboriose trattative, riuscì ad ottenere l'espulsione di Antimo, che grazie all'appoggio dell'imperatrice Teodora, era passato dalla sede di Trebisonda a quella di Costantinopoli ed era sospetto di monofisismo. A succedergli A. stesso elesse e consacrò il prete e monaco Mena (13 marzo 536). Qualche giorno dopo l'approvazione della professione di fede di Giustiniano ( 18 marzo 536), cadde gravemente ammalato. Morì a Costantinopoli il 22 apr. 536 e vi ebbe splendidi funerali. Nel successivo sett. fu trasportato a Roma e sepolto in S. Pietro. E venerato come santo nella Chiesa latina il zo sett., anniversario della sua tumulazione in S . Pietro, in quella greca il 17 o 18 apr.
Bibl.: Martyr. Romanum, p. 408; Acta SS. Septembrit, VI, Anversa 1757, pp. 163-80; Liber Pontificalis, ed. L. Duchesne, I, Parigi 1886, pp. 287-89; Jaffé-Wattenbach, pp. 113-15; J. P. Kirsch, s. v. in DHG, I, Parizi 1912, coll. 887-90; L. Duchesne, L'Église au Vfr siècle, Parigi 1925, pp. 93-97. Sulla biblioteca di A. e le varie opinioni in merito all'edificio, cf. H.-I. Marrou, in Mélanges d'archéol. et d'histoire, 48 (1931), pp. 124-69; A. M. Colini, Storia e topografia del Celio nell'antichità, in Memorie della Pont. Accad. Rom. d'Arch., VII, Città del Vaticano 1944, pp. 202-207.
Ireneo Daniele
AGAPITO II, PAPA. - Romano, successe a Marino II il ro maggio 946, m. nel dic. del 955 . Non abbiamo nessuna notizia della sua famiglia e della sua vita prima del pontificato. Fu degno dell'altissimo ufficio, benché sia vissuto nel pieno dell'età ferrea del papato. A Roma la sua autorità di principe fu molto limitata dalla potenza di Alberico II(v.). Costui dal 932 era arbitro della città, in qualità di « umile principe e senatore di tutti i Romani». Si riservò l'amministrazione temporale e se ne servì pure negli interessi della religione, lasciando però ordinariamente libero l'esercizio del potere spirituale al Pontefice, nel nome del quale continuavano ad essere intestati gli atti. Quando A. salì al pontificato già da 15 anni era iniziata col consiglio di s. Oddone, abate di Cluny (m. nel 942), la riforma degli antichi monasteri romani e la fondazione di nuovi. A. chiese all'abate di Gorza qualche monaco per ristabilire la disciplina monastica in S. Paolo fuori le mura. Il suo influsso però fu più sensibile fuori di Roma. Nel Concilio romano del 949 confermò le decisioni dei Sinodi di Ingelheim (8 giugno 948) e Treviri (948), che, presidente il legato papale Marino vescovo di Bomarzo, s'erano pronunciati in favore di Artaud, il quale era stato sostituito nella sede arcivescovile di Reims ad Ugo di Vermandois, impostovi dal padre con la forza, benché non avesse che cinque anni. Nel 950 Berengario II, in seguito all'improvvisa morte di Lotario di Provenza, s'incoronò re d'Italia ( 15 dic. 950), associandosi il figlio Adalberto; desiderava che questi sposasse Adelaide vedova di Lotario; ma essa si rifiutò. Invece chiamò in Italia Ottone I, re dei Germani, il quale

(Gab. Fot. Naz.)
AGAR - A. Justizata da Sara.
Benozzo Gozzoli (1468-84) - Pisa. Camposanto.
s'impadronì del regno di Berengario II e s'incoronò a Pavia re d'Italia (951). Avrebbe voluto anche la corona imperiale a Roma, ma A. dovette rifiutargliela per l'opposizione di Alberico. In compenso continuò a largheggiare in favori con Ottone. Aveva già confermato i privilegi dell'arcivescovo di Amburgo, al quale sottomise i paesi scandinavi (2 genn. 948). Nel 954 inviò il pallio a s. Bruno, arcivescovo di Colonia e fratello di Ottone. Al quale inoltre accordò pieni poteri per la riorganizzazione della gerarchia in Sassonia (955). Fu l'ultimo atto emanato da A. Egli fu sepolto dietro l'abside della basilica lateranense.
Bibl.: Liber Pontificalis, ed. L. Duchesne, II, Parigi 1892, p. 243; Jaffé-Wattenbach, II, pp. 439-63; J. P. Kirsch, s. v. in DHG, I, coll. 800-02; E. Amann, in Histoire de l'Eglise, diretta da A. Fliche e V. Martin, VII, Parigi 1940, pp. 41-44.
Ireneo Daniele
AGAPITO da Prato a Tesido: v. DAPRà.
AGAR (ebr. Hägār a fuga n). - Schiava egiziana al servizio di Sarai (Sara) moglie d'Abramo. Secondo l'uso del tempo, venne data dalla padrona sterile al marito come moglie secondaria.
A. incinta prese a disprezzare Sara che, per punirla, la restituì alla condizione servile (Gen. 16). Tali casi, con le relative sanzioni, sono previsti dal codice di Hammurabi ( \ \ 144-47 ) e dalla legislazione orientale contemporanea ad Abramo. Punita dalla padrona, A. fuggì nel deserto d'Arabia, ma, ammonita da un angelo, ritornò, si sottomise e divenne madre d'Ismaele. Sara, dopo avere, per intervento divino, dato alla luce Isacco, vedendo un giorno che Ismaele scherniva il fratellastro, ottenne dal marito l'espulsione dello schernitore e di sua madre. Nel deserto di Bersabea, cessata ormai la provvista d'acqua, mentre l'espulsa si disponeva ad abbandonare il figlio per non vederlo morire di sete, ebbe di nuovo l'apparizione
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(let. Anderson)
Agata, santa - Particolare del muszico dell'abside del duomo di Monreale (sec. xit).
d'un angelo che le mostrò un pozzo con l'acqua ristoratrice. A. col figlio abitò la steppa di Pharan e gli diede in moglie un'egiziana (Gen. 21, 9-21).
Secondo tradizioni leggendaric conservate dagli Arabi, tolte, in parte, da dati biblici alterati, A. sarebbe stata la moglie principale d'Abramo, avrebbe abitato alla Masca, avrebbe dissetato il figlio al pozzo di Zemzem (nel recinto della Kaaba) e avrebbe dovuto, per comando divino, sacrificare Ismaele.
A., schiava, raffigura la Sinagoga schiava della Legge, mentre Sara, libera, rappresenta la Chiesa (Gal. 4, 23-31).
Bibl.: E, Mangenot, s. v. in DB, I, col. 262; G. Ricciotti, s. v. in Enc. Ital., I, p. 835.
Pietro De Ambrozgi
AGAREI o AGARENI (ebr. HagrTim; Settanta : 'A γ α ρ α i ̂ o t o 'A γ α ρ γ γ o i). - Tribù araba, dedita alla pastorizia, contro cui lottarono le tribù transgiordaniche di Ruben, Gad e Manasse.
Dall'ordine dell'enumerazione dei nemici, in Ps. 82 (83), 7, sembra risultare che gli A. erano stanziati in Transgiordania ad est di Galaad, fra Moab e Ammon. Alcuni supposero gli A. discendenti di Agar, da cui trarrebbero il nome; infatti le tre tribù confederate agli A. contro gli Israeliti, Jethur (Iturei), Naphis e Modob, rispecchiano assai bene i discendenti di Ismaele : Jethur, Naphis e Cedma (Gen. 25, 12-15); ma il salmo predetto distingue gli A. dagli Ismaeliti. Più probabile è l'identificazione degli A. con gli Agrei ('A γ ρ α i ̂ o t ) menzionati da Strabone (XVI, 4, 2), Tolomeo (V, 18) e Plinio (VI, 28). Al tempo di Saul gli A. furono sgominati dai Rubeniti, che si stabilirono nella loro regione (I Par. 5, 10); poco dopo gli Israeliti transgiordanici debellarono definitivamente gli A., cui presero tutto il ricco bestiame ( 50.000 cammelli, 250.000 pecore, 2000 asini; ibid. 5, 18-21). Da allora gli A. vissero sottomessi agli Israeliti fino «alla trasmigrazione» (ibid. 5, 22). In epoca imprecisata, forse sotto il re Jouaphat, quando Moabiti e Ammoniti si collegarono contro il re di Giuda, gli A. entrarono nella coalizione (II Par. 20, 1 sgg.; Ps. 82 [83],
7; Flavio Giuseppe, Ant. Ind., IX, 7). Un agareno era capo pastore dei greggi del re David (I Par. 27, 31).
Anzolo Penna
AGASSIZ. Luigi. - Zoologo svizzero, n. a Môtier il 28 marzo 1807, m. a Cambridge, Mass., il 14 dic. 1873. Divulgò in America l'anatomia comparata, l'embriologia e la zoologia. Spirito credente, vedeva nella varietà delle forme l'espressione della omnipotenza divina. "E la manifestazione del pensiero divino com'è espresso in una parte di quel gran tutto da noi chiamato Natura "... (da Allg. Zool., Stoccarda 1855).
Bibl.: C. L. Kneller, Il Cristianesimo e i naturalisti moderni, Brescia 1906, pp. 477-80.
Alberto Stefanelli
AGATA, santa, martire. - Una delle più popolari eroine dell'antichità cristiana, martirizzata per la fede a Catania. Non si conosce con certezza l'epoca del suo martirio, se durante la persecuzione di Decio, come comunemente si legge nei testi della Passio Agathae, ovvero in quella di Diocleziano, indicata da Aldelmo nel suo De laudibus virginitatis (cap. 42: PL 89, 142), seguito dal Martirologio di Beda, benchè la prima ipotesi sia preferita.
Sin dai primi tempi che seguirono il suo martirio, A. fu oggetto di culto nella città natale, che custodi gelosamente il sepolcro della martire situato nel suburbio di Catania detto Hybla Maior, dove esistevano cimiteri cristiani con sepolcri di martiri illustri. Un'antica iscrizione latina rinvenuta in Catania nel 1730, dà notizia di una certa "Julia Florentina pagana nata... fidelis facta ", cioè battezzata all'età di 18 mesi e 20 giorni, che moriva quattr'ore dopo ed era sepolta "pro foribus marturorum cum loculo suo per presbyterum ", cioè presso il sepolcro dei martiri Agata e Euplo (cf. Bull. di Arch. Crist., 6 [1868], p. 75 ; CIL, X, 2, n. 7112 ). Così pure un'altra iscrizione cristiana, probabilmente contemporanea della precedente, e proveniente dall'isola di Ustica, parla di una certa Lucifera, morta il giorno della festa di s. A. (cf. A. Ferrua, Epigrafia sicula pagana e cristiana, in Riv. di Archeol. Crist., 18 [1941], p. 237).
Il culto di A. non rimase limitato alla sola Catania, ma si diffuse presto nelle altre Chiese. Il suo nome compare nel Martiriologie geranianiano ai giorni 5, 12 e 25 luglio, 5 ott. e 6 dic., oltre alla data tradizionale del 5 febbr., registrata pure dal Calendario cartaginese (ed. H. Lietzmann, in Kleine Texte, II, Bonn 1911, p. 6). Inoltre, sin dal sec. v, era inserito nel canone della Messa romana, ambrosiana e ravennate (Sacramentarium Gelasianum, ed. Wilson, Oxford 1894, pp. 123, 260; F. Savio, Gli antichi vescovi d'Italia...: Milano, Firenze 1913, p. 923), e in seguito anche nel calendario mozarabico (M. Férotin, Le liber Ordinum.... Parigi 1904, col. 454) e nei Sinassari greci (Synax. Constantinop., p. 445). Celebrata in un inno falsamente attribuito a papa Damaso (G. Ihm, Damasi Epigrammata, Lipsia 1895, p. 75), da Venanzio Fortunato nel carme De virginibus (VIII, 4), da Aldelmo nel De laudibus virginitatis (PL 89, 268), la popolarità della santa siciliana è pure confermata dal cospicuo numero di luoghi di culto sorti in suo onore. Papa Gelasio dà notizia di una basilica della martire "in fundo Ca clano" (A. Thiel, Epp. Rom. Pont., I, Braunsberg 1868, p. 495); dal Liber Pontificalis sappiamo che Simmaco ne costruì un'altra "in fundum Lardarium" (ed. Duchesne, I, pp. 262, 267). Oltre tante altre di cui oggi si conosce solo il nome, come S. Agata in Caput Africae, ad Colles Iscentes, in Disconia, de Tempulo, trans Tiberim(cf.C. Hülsen, Lechiese di Roma nel medio evo, Firenze 1927, pp. 165-68), nota soprattutto è quella di S. Agata in Subura, comunemente detta dei
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Goti (C. Hülsen-C. Cecchelli, Sant'Agata dei Goti, Roma 1924) fatta costruire nel 470 circa da Ricimero, adibita al culto ariano e riconsacrata al culto cattolico da s. Gregorio Magno (Epp., IV, 19; Dialoghi, 1. III, cap. 30), il quale nel 592 inviava reliquie della martire a Capri (Epp., I, 51) e dedicava pure alla santa un monastero da lui costruito a Palermo, il "Locuscanum" (Epp., IX, 20, 66, 82).
Storicamente pertanto accertati il martirio e il culto di A., non possediamo tuttavia particolari degni di fede riferentisi alla sua gloriosa fine. La Passio S. Agathae (BHL 133-36; BHG 36-38) pervenutaci in triplice recensione, una latina e due greche, si riportano ad un originale comune della prima metà del sec. vi sul quale non si può fare affidamento. Essa sembra aver subito l'influsso di certi riti pagani della Sicilia e tradisce anche reminiscenze classiche dell'antica storia della regione. Se vrati di una tradizione storica sono stati inscriti nella Passio, oggi non è possibile discernerli dagli abbellimenti dello scrittore, preoccupato di comporre un romanzo di edificazione, anziché di coordinare con verosimiglianza i dati della tradizione della martire. Unico elemento sicuro storicamente è quello del luogo del martirio.
Patrona di Catania sin dall'antichità, A. venne spesso invocata durante le pericolose eruzioni dell'Etna; patrocinio che nel medioevo venne esteso a tutti i casi d'incendio. Per un facile trapasso si spiega pure come i costruttori di campane delle regioni italiane e alpine l'abbiano presa come loro patrona. Spesso infatti durante quest'epoca si usò incidere sulle campane il famoso epitaffio, che secondo la leggenda un angelo avrebbe portato inciso su una pietra con la quale fu coperto il sepolcro dopo l'inumazione della martire: "Mentem sanctam, spontaneam, honorem Deo et patriae liberationem ".
Bibl.: Martyr. Hieronymianum, p. 78; O. Caietanus, Vitae Sanctarum Siculorum, Palermo 1638; Acta SS. Februarii, I, Anversa 1648, pp. 295-859; J. De Grossis, Agatha Cutanensis..., Catania 1656; Tillermut, III, pp. 409-14, 730-33; V. M. Amico, Catana illustrata, I, Catania 1740, pp. 280-90; P. Franchi de' Cavalieri, Intorno ad alcune reminiscenze classiche nelle leggende agiografiche del sec. VI (Studi e Testi. XIX), Roma 1900, p. 138; E. Ciaceri, La festa di s. Agata e l'antico culto di Iside a Catania, in Arch. stor. per la Sicilia Orient., 2 (1902), pp. 263-98; A. Dufourcq, Etudes sur les Gesta martyrum romains, II, Parigi 1907, pp. 188-210; H. Quentin, Les Martyrologiea historiques du moyen âge, Parigi 1908, pp. 27, 417, 489; P. Allard, Storia critice delle persecuzioni, II, vers. ital. E. Lari, Firenze 1918, pp. 284 285; K. Künstle, Ibonographie der christlichen Kunst, II, Friburgo in Br. 1926, pp. 37-39; H. Delehaye, Les origines du culte des martyrs, 2^{text {e }} ed., Bruxelles 1933, p. 511; L. V. Kennedy, The Saints in the Canon of the Mass (Studi di Antichitá cristiana, XV), Città del Vaticano 1938, pp. 169-73; F. Di Capua, La concessione agonistica del martirio e l'introitc della messa di s. Agata, in Ephemerides Liturgicae, 61 (1947), pp. 229-40.
Mario Scaduto
S. A. nell'arte. - Caratterizzata fino al Trecento soltanto genericamente come martire, ebbe in seguito due categorie d'attributi individuali: risalgono direttamente alla Passio le tenaglie o più spesso un piatto con i seni recisi; invece la fiaccola accessa, che compare per la prima volta in una statua nel duomo di S. Stefano a Vienna nel sec. xiv, insieme con una casa in fiamme (tav. dell'Herlin del 1470 ca. nel S. Giorgio di Dinkelsbühl), una candela od un pane (quasi unicamente in opere di scultura svevo-alemanna alla fine del sec. xvi accennano ad A. come protettrice contro gli incendi. La diffusione del culto, onde essa appare frequentemente in sacre conversazioni, fa sì che alle sue numerose immagini negli sportelli d'altare del tardo gotico tedesco corrispondano allo stesso tempo non poche raffigurazioni italiane (Borgognone, Accademia
Carrara di Bergamo; copia dal Luini, Roma, Galleria Borghese). Fra le rappresentazioni cicliche della leggenda, già rintracciabili in miniature del sec. xir, sono notevoli quelle di Giulio Campi nella chiesa di S. A. a Cremona; per la scena principale del martirio il quadro michelangiolesco di Sebastiano del Piombo (1520, Firenze, Pitti) ed un altro del Tiepolo a Berlino.
Bibl.: K. Künstle, Ibonographie der Heiligen, Friburgo in Br. 1926; I. Errera, Répertoire abrégé d'iconographie, Vletteren 1929; I. Braun, Tracht und Attribute der Heiligen in der deutschen Kunst, Stoccarda 1941.
Kurt Rahe
S. A. nel folklore. - Questa santa è molto venerata dal popolo siciliano, specialmente a Catania e

(rot. Alinari)
Agata, santa - S. A., copia dal Luini (sec. xvi).
Roma, Galleria Borghese.
a Palermo, che per molto tempo ha conteso il vanto di averle dato i natali e dove, in una delle tre chiese a lei dedicate, quella "sopra le mura", il popolo addita un vivo sasso con la "pedata" della santa. A Palermo, nei passati secoli, il 5 febbr. aveva luogo una solenne processione, cui partecipavano dei fedeli «ignudi» (forse solo scalzi) per penitenza; ma in questa città il culto per s. A. venne presto soppiantato da quello per s. Rosalia, mentre a Catania, che venera s. A. come sua patrona e protettrice, esso è ancora in pieno rigoglio. Le feste durano tre giorni; anticamente avevan luogo corse di cavalli barberi, cavalcate di nobili, processioni cui partecipava il corpo accademico, la magistratura e, anche qui, gl'ignudi. Originale era anche l'usanza, scomparsa già dal secolo scorso, degli "nituppateddi" (letteralm. chiocciole marinelle), cioè di donne che, per non farsi riconoscere, si coprivano fino a metà persona con un manto di seta nera lasciando soltanto scoperto l'occhio destro per guardare e dirigersi; in quell'occasione esse potevano chiedere, a parenti e amici, dei piccoli doni che, per la forza dell'uso, non potevano essere rifiutati.
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Oltre al "fercolo" o "bara", con la statua della santa, trascinata dai soci del circolo di s. A., che sostituiscono gli antichi "ignudi" e vestono il "sacco", ampio camice bianco, sono caratteristici della solenne processione i "cerei" o "candelore", grandi macchine di legno, simulanti un enorme cero adorno con lumini, bandierine, figurazioni e sculture: le recano a braccia le varie corporazioni, prima fra tutte quella dei "rinoti" (specie di ortolani). La luminaria, che accompagna la processione e sfolgora in tutte le facciate delle case

Agata, santa - Martirio di S. A. Tiepolo (sec. xviti). Venezia, Museo Correr.
lungo l'interminabile percorso, è pure uno dei tratti salienti della festa, la quale viene celebrata due volte l'anno: il 5 febbr. e verso la fine d'ag., poiché il 17 di tal mese avvenne il ritorno delle reliquie della santa in Catania.
Fra le cerimonie popolari, che precedono la festa, sono da ricordare le gare poetiche, in cui si improvvisano canzoni (specialmente in ottave) in onore della santa. Secondo la tradizione orale la vergine A. era una tessitrice di straordinaria bellezza che, quasi cristiana Penelope, per rinviare le aborrite nozze, sfaceva di notte la tela tessuta di giorno; da questo episodio sono nati alcuni proverbi siciliani. Così, in relazione all'altro episodio del martirio cui fu sottoposta, la santa è invocata dalle donne che hanno male alle mammelle. E in certi paesi, dove si fa il pane in casa, si
usa lasciarne alcuni pezzi, che, dalla loro forma, vengono detti "minnuzzi di sant'Aáti». Molto caratteristica è la processione che in onore della santa si fa nella repubblica di S. Marino: vi figura un mistero con fanciulle vestite da personaggi simbolici, come Fede, Religione, Scienza.
Il suo culto popolare è molto diffuso anche in Francia, dove essa è invocata contro i fulmini e gli incendi, oltre che per varie malattie delle donne.
Bibl.: S. Romeo. S. Agata V. e M. e il suo rulto, Catania 1922; A. Von Gannop, Le culte populaire de S. Agathe en Saunic, in Rev. ethosgr. trad. pop., 3 (1024); C. Naoili, La Sacra rappresentazione fiorentina di s. Agata, Firenze 1938. Paolo Toschi
AGATANGELO. - Storico armeno del sec. iv, romano di nazione. Per incarico del re Tiridate scrisse la storia di questi, di s. Gregorio Illuminatore e della conversione dell'Armenia al cristianesimo.
Però gli studi critici di A. von Gutschmid, di Saryhissian, di Talsian, ecc. dimostrano che l'opera attribuita ad A. è formata da vari scritti : Storia di Tiridate e di s. Gregorio Illuminatore; Storia del martirio delle Vergini Hriphsimiankh; Dottrina di s. Gregorio Illuminatore; Visione di s. Gregorio Illuminatore, redatta nel sec. v da un armeno e in lingua armena, mentre la Storia di Tiridate nella sua forma primitiva pud essere stata composta da A. stesso in greco o in latino. Gli Atti di s. Gregorio Illuminatore ci sono pervenuti anche in greco e in arabo; il greco è una traduzione del testo armeno ed è stato pubblicato con la versione latina da P. G. Stiftung negli Acta SS. Septembris, VIII, Bruxelles 1867, pp. 320 sgg. I Mechitaristi di Venezia hanno curato una versione in italiano di A. con note e riveduta, quanto allo stile, da N. Tommaseo (Venezia 1843).
Bibl.: Oltre i testi in arm.: A. von Gutschmid. Agathangelus, in Zeitschr. Deutsch. Marg. Gesellsch., 21 (1877), pp. 16o; P. da Lagarde, Agathangelus, Guttings 1887; A. Thoumanian, Agathange et la doctrine de l'église arm. au V' siècle, Losanna 1879 (di tendenza protestantica) : O. Bardenhewer, Geschichte der altk. Literatur, V, Friburgo in Br. 1932, pp. 182-89.
## Cirillo Kibarian
AGATANGELO da Vendôme c CASSIANO da Nantes, beati. - Il primo n. il 31 luglio 1598 a Vendôme, il secondo il 15 genn. 1607 a Nantes. Furono ambedue martirizzati a Gondar (Abissinia) il 7 ag. 1638 e beatificati da Pio X il 23 ott. 1904. A. entrò nell'Ordine dei Cappuccini nel 1619, C. nel 1622. Il desiderio delle missioni infiammò il loro animo, sicché già dal 1628 troviamo A. ascritto nelle missioni d'Oriente, affidate al padre Giuseppe da Parigi; ma soltanto nel 1633 troviamo uniti i nostri due martiri nelle missioni d'Egitto. Affidata il 18 nov. 1636 la missione d'Etiopia ai Minori riformati e ai Cappuccini, A. fu messo a capo di altri cinque compagni. Per ragioni di prudenza la spedizione fu divisa a gruppi di due ciascuno. A. e C. partirono dal Cairo il 23 dic. 1637, e, travestiti, giunsero fino a Serawa, ove scoperti, dopo orribili patimenti, furono condotti a Gondar e lapidati. La loro festa si celebra il 7 ag.
Bibl.: A. da Pontedera, Vita e martirio dei Ven. pp. A. da Vendôme e C. da Nantes, Roma 1891 e 1902. Giuseppe Sanità
AGATONE, PAPA, santo. - Siciliano, successe a Dono nel 678 , m. il 10 genn. 68 r. Per la dolcezza e mansuetudine del suo carattere si fece amare da tutti. In tempi difficilissimi si mostrò generoso col clero, al quale fece una distribuzione generale ed a favore del culto, destinando la somma di 2140 soldi d'oro per la confessione degli Apostoli e S. Maria ad praesepe. Amministrò personalmente la cassa della Chiesa romana segnando le quietanze di sua mano. Durante il breve pontificato fece una sola ordinazione di 10 preti, 3 diaconi e 18 vescovi. Il suo ascendente morale e ancor più il mutato indirizzo politico dopo l'ascesa al trono d'Oriente di Costantino IV Pogonato, fautore
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(Gob. Foi Nas.)
Agatone, papa - Vela della vòta del corridoio d'ingresso al Sacro Speco (sec. xv) - Subiaco.
della riconciliazione tra le Chiese d'Occidente e d'Oriente, spiegano il ravvicinamento della Chiesa ravennate al Papa.
L'arcivescovo Mauro (648-71), imitato dal successore Reparato (671-77) s'era proclamato autocefalo, rifiutando di farsi riconoscere e consacrare, secondo l'antico costume, dal Papa; ma il nuovo arcivescovo Teodoro, venne in persona a Roma per regolarizzare la sua situazione e rendere omaggio ad A. (Pasqua 680). A. intervenne pure risolutamente in una questione riguardante la lontana Chiesa d'Inghilterra. Teodoro di Canterbury aveva suddiviso la diocesi di York in altre quattro. Il titolare di quella Chiesa, Vilfrido, ridotto alla sede di Lindisfarne, protestò. Teodoro allora lo privò anche di quella sede. Vilfrido venne a Roma, ove giunsero anche i legati di Teodoro. A. affidò la soluzione della cosa al sinodo romano (ott. 679), che decise la restituzione della sede di Lindisfarne a Vilfrido, al quale inoltre fu riconosciuto il diritto di designare gli altri vescovi.
Gli affari più importanti del breve pontificato di A. furono la condanna del monotelismo e la riconciliazione con la Chiesa orientale. Costantino IV Pogonato aveva scritto in merito al papa Dono ( 12 ag. 678 ); ma essendo questi già morto (II apr. 678) la lettera imperiale fu ricevuta da A. Il quale in cosa di tanta importanza volle sentire il pensiero di tutta la Chiesa occidentale e quindi sollecitò la convocazione di sinodi locali. Avutine i responsi, A. convocò per la Pasqua un concilio a Roma, al quale presero parte 125 vescovi. Vi fu stilata una professione di fede sulla dottrina delle due volontà in Cristo e vennero scelti i delegati del Papa e del concilio alla conferenza che doveva aver luogo a Costantinopoli. Questa si raccolse il 7 nov. 680 nella sala del palazzo imperiale detta Trullo (cupola); e costituì concilio ecumenico, il VI (costantinopolitano III, 7 nov. 680-17 sett. 681). Condannò il monotelismo e i suoi fautori; invece accolse a fedelmente a braccia aperte ", la dottrina delle due volontà in Cristo, esposta nella lettera di A. Inoltre nell'indirizzo all'imperatore dichiarò: «Una confessione scritta dal dito di Dio, ci fu data dall'antica Roma; la splendida luce della fede sfolgorò a noi dall'Occidente. Qui noi vediamo un foglio scritto; ma è Pietro che ha parlato per bocca di A. n. L'imperatore in quell'occasione soppresse l'imposta richiesta dalla corte per la conferma pontificia; ma non la conferma stessa, la quale cessò con Benedetto II (684-85). Infatti l'ultima formola conservataci dal Liber Diurnus per richiedere la conferma imperiale, non è posteriore
al 685 . Alla sua morte, A. fu deposto in S. Pietro. Ci è stato conservato il testo dell'epigrafe che tesse un grande elogio del defunto (G. B. de Rossi, Inscriptiones christianae urbis Romae, II, 52, 129, 157). E festeggiato come santo, dalla Chiesa romana il 10 genn. e dalla greca il 10020 febbr.
Bibs.: Jaffé-Wattenbach, I, nn. 238-40; Liber Pontificalis, ed. L. Duchesne, I, Parigi 1886, pp. 320-28; Hefele-Leclercq, III, Parigi 1909, pp. 316, 474-513, 539; J. P. Kirsch, s.v. in DHG, I, coll. 916-18; L. Brehier, in Storia della Chiesa diretta da A. Fliche e V. Martin, V, trad. ital. Frutae, Torino 1942. pp. 192-99; R. Aigrain, ibid., p. 422; M. Jugie, Le Schisme Byzantin, Parigi 1941, p. 79 sg.
Ireneo Daniele
Agatonice, santa, martire: v. carpo, pafilo e agatonice, santi, martiri.
AGAUNO (Agaunum o Acaunum). - Odierna SaintMaurice nel Vallese, città della Târnade (Tarnaiae o Tarnades degli itinerari romani), capitale dei Nantuates, posta sulla via più corta di comunicazione tra l'Italia ela Germania, per il Gran S. Bernardo (Mons fovis) e Aosta.
S. Eucherio (m. nel 449), autore della Passio sanctorum Mauricii ac sociorum eius martyrum (Acta SS. Septembris, VI, Parigi 1867, p. 343) narra che s. Teodoro, vescovo di Octoduro (Martigny), per glorificare i martiri della legione tebea Maurizio (v.), Candido, Esuperio e Vittore, aveva eretto sui loro sepolcri una cappella coperta da un tetto a un solo spiovente appoggiato alla roccia; gli scavi hanno confermato tale racconto. Sul finire del sec. v vi troviamo un ospizio di cui era abate s. Severino (BHL 7643 7646). Allo stesso secolo appartiene la piccola basilica con un'abside poligonale aderente alla roccia.

(do Serafini, Monete e Bolla Pontifisio) Agatone, papa - Bolla plumbea.
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Agauno - Pianta archeologica degli edifici sacri dal sec. iv al sec. xI.
Nel 515, Sigismondo, re di Borgogna, fonda presso questa basilica un grande monastero i cui monaci, ad iniziativa di s. Avito, vescovo di Vienne, iniziano la regola del canto perpetuo, la laus perennis (cf. M. Reymond, La charte de saint Sigismond pour SaintMaurice d'Agaune 515, in Zeitschrift für Schweizerische Geschichte, 6 [1926], pp. 1-60). Del primo abate Innemodo si è ritrovato un frammento dell'epitaffio. Il successore Ambrogio ( 516-20 ) costruisce una nuova basilica a due spioventi ("biclivis»: Acta SS. Novembris, I, Parigi 1887, pp. 553-54), devastata nel 574 dai Longobardi e rifatta più grande verso il 580 . Ca. l'anno 762 l'abate Vultcherio o Villicario comincia i lavori per edificare una grandiosa basilica terminata verso la fine del sec. viri; essa risultò con due absidi poligonali opposte e due cripte anulari, con lato rettilineo del tipo caratteristico romano; la cripta orientale conteneva un sepolcro ad arcosolio, per reliquie, oggi ancora conservato.
L'abbazia di S. Maurizio, posta sopra uno dei passaggi più frequentati nel medioevo per scendere in Italia, divenne luogo di soggiorno dei più illustri personaggi religiosi e militari, specialmente dopo che ai re di Borgogna successe la casa Savoia. Vi rimase ad es. qualche giorno il papa Stefano III nel 733. Sacheggiata verso il 940 dai Saraceni, venne ricostruita dall'abate Burcardo I nella prima metà del sec. xi; la Basilica incendiata venne restaurata e fu consacrata nel 1148 dal papa Eugenio III. Subl nuovi incendi nel 1345 e nel 1560; riedificata nel 1571 rovinò per il terremoto del 1611 . Venne ricostruita accanto alle rovine, ma con direzione mutata. Danneggiata, dalla caduta di rocce, nel 1942 specie nel campanile, del sec. xi, è in via di ricostruzione. Fino all'inizio del sec. Ix, provvedevano al servizio del
Santuario dei monaci, sostituiti poi da canonici, come risulta da una Bolla di Eugenio I (824-27), i quali nel 1128 adottarono la regola di s. Agostino. Spesso l'abate di Agauno era anche vescovo di Sion (v. CANONICI REGOLARI DI S. MAURIZIO DI AGAUNO).
Le esplorazioni archeologiche iniziate nel 1896 nel «Martolet» hanno rimesso in luce non solo i resti delle sopraddette basiliche, con le loro cripte, ma anche i ruderi di un grande cimitero merovingico, molti frammenti epigrafici tra cui l'epitaffio di s. Vultcherio, e due battisteri: il primo sembra doversi riconoscere in un ambiente vicino alla Basilica aderente alla roccia; il secondo si è rivenuto nel febbr. 1948 al centro di un edificio quadrato, presso la Basilica attuale.
Di grande importanza è il tesoro posseduto dall'abbazia; esso è il più prezioso di tutta la Svizzera per i cimeli artistici che contiene: donativi per lo più degli insigni personaggi che la visitarono. Si ricordano: un vaso in sardonica detto di s. Martino, un boccale del sec. viri prodotto d'oreficeria bizantina con smalti orientali, offerto, come si dice, da Carlomagno; un cofanetto per reliquie dono del presbitero Teuderico (sec. viII); due grandi casse argentee d'arte romanica l'una per s. Maurizio e l'altra per s. Sigismondo; una ricca copertura di evangeliario, un busto in argento di s. Candido ecc.
BibL.: E. Aubert, Trésor de l'abbaye de Saint-Maurice d'Agaune, 2 voll., Parigi 1872; P. Bourban, St-Maurice d'Agaune en Suisse et ses fouilles, in N. Bull. d'arch. crist., 4 (1898), pp. 194208; 5 (1899), pp. 71, 76, 176-97; id., Les fouilles de St-Maurice, in Indicateur d'Antiquités suisses, 18 (1916), p. 269 sgg.: 19 (1917), p. 252 sgg.; 20 (1918), p. 23 sgg.; id., La tour de l'abbaye de St-Maurice en Suisse et ses antiques basiliques des Martyrs, in Nuove Bull. d'arch. crist., 22 (1916), pp. 105-57; H. Leclercq, s. v. in DACL, I, col. 858 sgg.: M. Besson, Antiquités du Valois ( P^{1}-X^{2} idole), Friburgo in Svizzera 1910; id., Monasterium Acau-
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seme, ivi 1913: N. Peisvard, La découverte du tombeau de St-Maurice martor d'Aguane à St-Maurice en Valais, St-Maurice 1922; L. Blondel, Lesbastiques d'Aguune, in Vallesio, 3 (1948), 9-27. Enrico Josi
AGAZZARI, Agostino. - Musicista, n. a Siena il 2 dic. 1578 , ivi m. il 10 apr. 1640. Maestro di cappella, prima al Collegio Germanico in Roma dal 1608 al 1630 , poi nel duomo di Siena, dal 1630 alla morte, ebbe grande importanza per la diffusione del basso continuo di cui col Banchieri, il Bianciardi e Ludovico Grossi da Viadana, fu uno dei primi sostenitori e di cui pose le basi in una fondamentale opera teorica che è pure considerata il primo vero trattato di strumentazione: Del sonare sopra'l basso con tutti li strumenti e dell'uso loro nel conserto (Siena 1607).
Altra sua opera teorica sulla musica sacra conforme al Concilio di Trento è La musica ecclesiastica, dove si contiene la vera diffisizizone della musica come scienza! non più vedute e sua nobilta (Siena 1638). Come compositore lascia una vasta produzione sacra tra cui 4 libri di Sacrae Contiones da 2 a 8 voci (1602-1606), varie raccolte di Salmi (1609, 1610, 1611, 1612), Misere quattuor (a 4, 5,8 voci, Venezia 1617), Stille soavi di celeste aurora a 3, 4, 5 voci col basso per sonare (Venezia 1620), - Eucharisticum melos" (Roma 1625), Litenie della B. V. M. (Roma 1639), ecc. Di alcune composizioni si ha l'edizione moderna nella Musica Divina del Proske (IV: Stabat Mater) e del trattato del 1607 si ha il facsimile edito dal Bollettino Bibliografico Musicale di Milano.
Biel.: S. A. Luciani, A. A. e l'orchestrazione del Seicento, in Musica d'oggi marzo 1931.
Luisa Carrelli
AGAZZARI, Filippo degli. - Agostiniano senese, della nobile casata degli A., n. nel 1339, m. il 30 ott. 1422. Vinta l'opposizione dei genitori, vestì quindicenne (1353) l'abito degli Eremitani di s. Agostino nel convento di Lecceto presso Siena, ove ebbe a guida il b. Nicola Tini dei Marescotti. Un richiamo del generale p. Gregorio da Rimini, in visita a Lecceto (1357), lo ricondusse al fervore. Dal 1398 alla morte, fu priore.
Di vita edificante e laboriosissima, trascrisse molti libri per utilità dei suoi confratelli. E comunemente chiamato Beato. Dei suoi molti scritti ci restano Gli Assempri ("Escmpi"), di cui si conservano due manoscritti autografi nella biblioteca comunale di Siena ( ¹⁰ ed. di F. C. Carpellini, Siena 1864). Sono 62 racconti, redatti nella vivace parlata del popolo di Siena, di cui rispecchiano i costumi, con tocco sobrio e drammatico. Hanno lo scopo di correggere i vizi dominanti di quel tempo, particolarmente il giuoco e l'usura negli uomini (quasi tutti gli usurai degli Assempri muoiono disperati), la vanità e il "liscio" nelle donne. Vi domina il meraviglioso, a volte terrificante, familiare alla viva fede popolare del ' 300 ; vi ha gran parte il demonio come tentatore e giustiziere.

(fot. Boissonnas)
Agauno - Cofanetto reliquiario offerto da Teoderico (sec. viII). Tesoro dell'Abbazia.

(fol. Boissonnas)
Agauno - Vaso in sardonica con smalti merovingici. Tesoro dell'Abbazia.
Biel.: A. Marenduzzo, Gli Assempri di fra Filippo da Siena, Siena 1899; W. Heywood, The "Examples of fra Filippo. A Study of Medieval Sieno, Siena 1901; P. Misciattelli, Misiat Senesi, Siena 1913, pp. 67-94: id., Gli Assempri di fra Filippo degli Aguzzari, Siena 1922; A. Masseron, Les exemples d'un erolite siennois, Parigi 1924; N. Sapegno, Il Trecento, Milano 1934, pp. 54^{8-49 .} Francesco Tinello
AGAZZARI, Stefano, beato. - Canonico regolare, riformatore della vita regolare canonicale, n. a Siena nel 1354, m. a Bologna il 28-29 ott. 1433. La sua opera, sollecitata e approvata da Gregorio XII e Martina V, dié origine alla Congregazione dei Canonici Regolari del Salvatore, detta anche renana (1419). Quattordicenne abbracciò la vita degli Eremitani di s. Agostino a S. Salvatore di Lecceto, a tre miglia da Siena. Ottenne da Gregorio XII che detto eremo fosse cambiato in priorato di Canonici regolari (1408). Dispiacque ciò agli Eremitani; i nuovi Canonici abbandonarono Lecceto, rimanendo senza stabile dimora sino al 1414, quando lo stesso Pontefice concesse loro S. Ambrogio di Gubbio. Da Martino V ebbero S. Maria di Reno e S. Salvatore di Bologna che divenne casa centrale. La nuova Congregazione si stabili saldamente e prosperò durante i 14 anni e mezzo di saggio e zelante governo del rettore generale Stefano. Tutti i biografi ricordano A. col titolo di beato.
Biel.: G. Grie. Trombelli, Memorie istoriche concernenti le due canoniche di S. Maria di Reno e di S. Salvatore, Bologna 1752, p. 198 sgg.; P. Caralieri, Biblioteca compendiosa degli uomini illustri, Velletri 1836, p. 127 sgg. Nicola Widloecher
AGAZZI, Rosa. - Pedagogista, educatrice, n. a Volongo (Cremona) il 26 marzo 1866. Nel 1882 ebbe da Pietro Pasquali (v.), direttore delle scuole commerciali di Brescia, l'incarico della direzione dell'asilo di Mompiano: questo primo esperimento, in Italia, del
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metodo attivo (v. attivismo), si affermò ben presto, e sorsero cosi numerosi «asili A. ", caratteristici per l'ambiente luminoso, assolato, igienico, ordinato, ospitale, nel quale i bimbi si trovano come in famiglia, fra gli interventi discreti, le correzioni opportune e gli incoraggiamenti affettuosi della maestra. Al suo lavoro A. ebbe sempre associata la sorel