titolo dei SS. Nereo ed Achilleo il 22 giugno dello stesso anno, vescovo suburbicario di Albano nel 1899, prefetto dell'economato di Propaganda nel 1902, vice-cancelliere di Santa Romana Chiesa nel 1903. Presto circonfuso di meritata popolarità, fermo e limpido nel pensare e nell'operare, fu sostenitore del primo manifestarsi anche in Italia della democrazia cristiana. Partecipò ai conclavi di Pio X (1904) e di Benedetto XV (1914).
Biol.: F. Vistalli, in Scuola Cattolica, maggio-luglio 1915 e luglio-sgosto 1941; e dello stesso autore: Trittica di cardinali bergamaschi, Bergamo 1945, pp. 5-66. Paolo Dalla Torre
AGLI-BOL. - Divinità adorata a Palmira, dove la archeologia ci attesta l'esistenza di un collegio di sacerdoti, di altari e di sacrifici dedicati ad essa. E una divinità lunare, associata sia al dio supremo Bel, sia al suo paredro Y'achi-Bol, dio del sole. E raffigurato come un giovane guerriero col crescente lunare sulle spalle; era probabilmente il Ba'al originario di Palmira, ed il suo nome compare nell'onomastica teofora palmirena.
Biol.: M. Rostowscff, Citta caravanier, trad. it. di Ch. Cortese de Bosis, Bari 1934. Francesco Gabrieli
AGLIPAYSMO. - Con questo nome e con quello di "Chiesa filippina indipendente" è designata la setta fondata dal sacerdote apostata Gregorio Aglipay y Labayan, n. a Batao (Filippine) il 7 maggio 1870. Sappiamo di lui che con l'aiuto dei Frati recolletti di Manila, dopo i primi studi, entrò in seminario dove fu ordinato sacerdote nel 1889. Focoso partigiano dell'indipendenza delle Filippine dalla Spagna, aiuto il capo dell'insurrezione, Aguinaldo, fungendo da cappellano castrense del governo rivoluzionario, senza curarsi dei moniti e delle censure dell'arcivescovo di Manila, Nuzaleda.
Occupate le Filippine dagli Americani nel 1898 e non avendo questi data l'indipendenza alle isole, l'Aglipay continuò la lotta contro di essi; ma dovette arrendersi nel 1901. Nell'ag. del 1902, disgustato di non aver potuto ottenere l'indipendenza politica della sua patria, pretese di darle l'indipendenza religiosa e istituì la "Chiesa filippina indipendente" della quale si costituì "pontifex maximus " nominando vescovi alcuni sacerdoti che l'avevano seguito nella ribellione.
Nei suoi primordi l'Aglipay non si scostò gran che dalla dottrina e dal culto cattolico e avendolo alcuni protestanti, con i quali era in ottime relazioni, animato a procedere oltre, rispose "essere meglio che la rottura con la Chiesa cattolica apparisse il meno possibile». Interrogato da un protestante che cosa pensasse del futuro della sua Chiesa, rispose che il primo passo era la separazione da Roma e alla domanda, quale sarebbe il secondo, rispose senza titubare: "Il protestantesimo ". Difatti giunse fino all'estremo dell'anti-utrinitarismo. In un pubblico discorso, al quale assistettero molti suoi seguaci e protestanti, portando della Maddalena e degli Apostoli disse: "Furono essi a deificare con quella leggenda (della Resurrezione) il Maestro, ma l'uomo moderno, progressivo per natura, ha rigettato queste puerili illusioni... " e alla fine concluse: "Gesù, o signori, né morì sulla croce, né risuscitò ".
L'a. ebbe da principio molti seguaci tra i nazionalisti filippini, e preparò il terreno alle sète americane che inondarono l'arcipelago; queste però, benché al principio lo lodassero molto perché con la sua rottura con Roma "aveva sfondato la barriera del timore e liberato alcuni che volevano trovare il cammino aperto verso Dio", adesso neppure ne fanno menzione nella lista delle Chiese protestanti filippine.
Biol.: I. I. Parker, Directory of World Missions, Londra 1938; K. Alpermisson, La Chiese e le chiese, vers. ital., Brescia 1940; J. B. Rodgers, Forty Years in the Philippines, Nuova York 1940; C. H. Brooks, The Philippines Islands. Aglipayan, Londra s. a. Camillo Crivelli
AGNAZIONE. - In diritto romano l'a. era il vincolo che univa tutte le persone libere che si trovavano sotto la potestà di uno stesso paterfamilias, o che vi si sarebbero trovate se egli non fosse morto; ossia che facessero parte di una stessa familia, o che vi avrebbero fatto parte se non fosse morto il comune paterfamilias. Tale vincolo si contrapponeva alla cognazione (corrispondente alla nostra consanguinità [v.] o parentela) che univa tutte e sole le persone discendenti da un unico capostipite. Perciò il vincolo dell'a., a differenza
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AgNELLI, benedizione deeli - Momento della benedizione nella basilica di S. Agnese fuori le mura - Roma.
della cognazione, cessava per il minore che uscisse dalla famiglia per emancipazione, e per chiunque venisse adottato da un altro paterfamilias (ma Giustiniano distinse l'adoptio plena e l'adoptio minus plena, la seconda delle quali non toglieva l'adottato dalla sua famiglia) ; d'altra parte comprendeva, ad esempio, anche gli adottati dal paterfamilias, i quali invece non erano uniti da vincolo di cognazione con gli altri membri della famiglia.
Nel diritto giustinianeo il vincolo civile dell'a. (che in genere fu considerato soprattutto relativamente alle persone di sesso maschile) perdette qualsiasi importanza giuridica, essendo a tutti gli effetti sostituito dal vincolo naturale della cognazione.
Anche i canonisti, fino al secolo scorso, usavano, nello stesso senso che avevano nel diritto romano, i due termini di a. e cognazione.
Pio Ciprotti
AGNELLI, benedizione degli. - Nella ricorrenza della festa di s. Agnese, il celebrante, come conclusione del pontificale, benedice sull'altare della Santa due agnelli bianchi, la cui lana dovrà servire per la confezione dei sacri pallii (v. pallio). Questa consuetudine è già ricordata come tradizionale nel cerimoniale romano preparato da Agostino Patrizi Piccolomini (m. nel 1496) in collaborazione con Giovanni Burcardo (m. nel 1506), pubblicato nel 1516 da Cristoforo Marcello, arcivescovo di Corfù.
I due agnelli costituivano un canone annuo che la basilica di S. Agnese doveva al Laterano, ma, in seguito alle soppressioni del secolo scorso, tale tributo decadde ed è interessante notare che il governo italiano versò per qualche anno al Capitolo del Laterano la somma di lire 35 per l'acquisto di due agnelli e spese relative (Archivio Lat. O 95, 43 lettere 1875, 1876). L'onere della loro offerta, sostenuto di poi spontaneamente per qualche tempo da una buona famiglia
romana, fu assunto mezzo secolo fa dai Padri Trappisti delle Tre Fontane. Il loro trasporto si fa ora senza speciali cerimonie, mentre nel passato si svolgeva in modo pittoresco, come si rileva da un documento del 1550, pubblicato dall'Armellini, e dalle descrizioni che ne fanno Nicola De Bralion e Domenico Macri nel sec. xvir. In quanto al rito della loro presentazione al Papa si deve osservare che talvolta egli dava loro soltanto una benedizione da lontano (da una finestra dell'appartamento). Anche per la loro custodia si è passati per varie fasi : dapprima erano affidati alle cure dei Suddisconi apostolici, poi a un monastero secondo il beneplacito del Pontefice. Presentemente sono presentati al Pontefice dal Decano della S. Rota, da un Avvocato concistoriale, dai Camerlenghi del Capitolo lateranense, da un monaco trappista e dal Maestro delle cerimonie pontificie. In seguito sono consegnati alle monache benedettine di S. Cecilia, che ne devono filare la lana.
BISL.: C. Marcello. Rituum ecclesiasticorum sive Sacrarum Caeremoniarum S. Romanze Ecclesiae libri III, Venezia 1516, cc. xivii B - xiviii a; A. Fulvio, Antiquitates Urbis, [Roma] 1527, c. vir a; G. Cassander, Ordo Romanus de Officio Missae, Colonia 1561, c. 65; O. Panvinio, Interpretatio multarum eacum ecclesiasticarum quae obscurae et barbarae videntur, ed. Lovanio 1572, p. 119; N. De Bralion, Pallium archiepiscopale, Parigi 1648, pp. 43-46; Card. G. Bona, Rerum liturgicarum, lib. I, xxiv, 16, ed. Colonia 1674, p. 440; D. Macri, Notizie de' vocaboli ecclesiastici, s. v. Pallium, ed. Bologna 1682, p. 361 (oppure vers. latina dal titolo: Hieralexicon, ed. Venezia 1712, p. 414); G. Catalani, Pontificale Romanum... commentariis illustratum, I, Roma 1736, tit. xiv, \ 3; D. Bartolini, Gli Atti del Martirio della nebilissima Vergine Romana 1. Agnese, Roma 1838, pp. 189192; M. Armellini, Le Chiese di Roma dal sec. IV al sec. XIX, ed. Cecchelli, Roma 1942, pp. 1066-67.
A. Pietro Frusse
AGNELLI, Giuseppe. - Gesuita, n. a Napoli il 1^{°} apr. 1621 , m. a Roma l'8 sett. 1706, professore di morale, celebre come compagno del Segneri nel combattere il quietismo (cf. Lettere inedite di Paolo Segneri, di Cosimo III e di Giuseppe Agnelli intorno alla
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condanna dell'opera segneriana "La Concordia", pubblicate da P. Tacchi-Venturi in Arch. Stor. Ital., 5^{text {a }} serie, 31 [1903], pp. 127-65). Fu anche rettore dei collegi di Montepulciano, Macerata ed Ancona.
Si hanno di lui: Il Catechismo annuale (Macerata 1657) ripubblicato col titolo Il parrocchiano istruttore, 2 voll. in 4^{text {b }} (Roma 1677, Venezia 1731), un commento in 4 voll. agli Esercizi di s. Ignazio (Roma 1685-93), e due opuscoli ascetici un po' bizzarri per religione: Il verisimile finto nel vero: Pensieri suggeriti dal Direttore ad una religiosa novizia scontenta par disparla alla professione; Pensieri suggeriti ad una novizia voxveduta disposta alla solenne professione (Roma 1702, 1703).
Bibs.: Sommervogel, I. coll. 65-68. Ambrogio M. Fiocchi
AGNELLO. - Nato dell'ariete e della pecora, la cui simbologia si presenta cosi immediata allo spirito

Aghello - Croce monogrammatica tra due a. Sarcofago (sec. vi). Ravenna, S. Apollinare in Classe.
no, mattutino e vespertino, detto 'alat ha-tämid (Num. 28, 6. 10. 15. 23 sg. ; Volg. holocauttum iuge o sempiternum) e semplicemente tämid nel Giudaismo posteriore (Dan. 8, 11-13; 11, 31; Mišnāh); tale rito è prescritto in Ex. 29,38-42 e Num. 28,3-4.6.8. Come in questi passi, hébhes è spesso accompagnato dalla qualifica ben-šanäh "[figlio] di un anno": cioè di oltre 7 giorni (Ex. 22, 30; Lev. 22, 27) e di non più di un anno. L'a. doveva essere inoltre, per l'olocausto, tämím "perfetto" o senza difetto (Settanta äquusos, Volg. immaculatus): Lev. 1, 3; 3,6; Num. 28-29: 15 volte; cf. Lev. 4, 3-32; 5, 15. 18). Questo appellativo tämím (" immacolato": cf. I Pt. 1, 19) si trova anche a Ugarit (mtum tm; Syria 10 [1929], tav. 61, n. 1).
La legge precisa il rito dell'a. offerto in sacrificio "pacifico" (Lev. 3, 7-11) e "per il peccato" (Lev. 4, 32 [hébhes: Volg. de pecoribus]. 35). In tutte le feste e per quasi ogni genere di sacrificio (v.) la Legge mosaica prescriveva l'immolazione di agnelli (cf. Gen. 4, 3-4; Num. 6, 12; I Sam. 7,9; I Reg. 8,63 , ove è usato il termine generico sän: 120.000; ecc.). Nel tämíd del sabato, gli agnelli erano a la mattina e a la sera ( N u m .28,9 sg.). Altri olocausti d'a. "perfetti" erano prescritti: 7 nelle neomenie, 7 oltre il tämíd in ogni giorno del settenario pasquale ( N u m. 28, 11. 19-24); 7 nel capodanno (Num. 29, 2-4), 9 in tutto a Pentecoste (Lev. 23, 18 sg.; Num. 28, 27), 7 oltre il tämíd nel giorno dell'Espiazione (Num. 29, 8-11); nei Tabernacoli il numero giornaliero saliva a 14 , ma solo 7 l'ottavo giorno ( N u m.
29, 13-36). Altri sacrifici di a. erano ingiunti alla puerpera purificata (Lev. 12,6-8) e al guarito di lebbra (Lev. 14, 10-24: due a. e un'agnella). Ogni anno il culto ufficiale obbligatorio, a nome della nazione, richiedeva l'immolazione di ro93 a. (o capretti), oltre quelli offerti nei sacrifici privati. I pii preferivano l'a., più pregiato e più espressivo, ma in molti sacrifici vi si poteva sostituire il capretto, non più bianco. Così per l'a. pasquale (cf. II Par. 35, 7): «Il vostro a. (seh) dev'essere perfetto (tämím)... prendetelo dagli a. (hébhäsim) o dalle capre" (Ex. 12,5, la Volgata iuxta quem ritum tolletis et haedum è inesatta; cf. Deut. 14, 4).
L'A. pasquale (v. pasqua), ordinato da Dio nell'esodo dall'Egitto (Ex. 12, 2-11; Num. 9, 2-14; Deut. 16, 1-7) preservò col suo sangue, di cui furono spalmate ("in segno") le porte (Ex. 12, 7. 13.22 sg.; tutta la casa era così consacrata come un altare), le famiglie d'Israele dallo sterminio dei primogeniti. Maschio e perfetto (tämím, v. 5; come per gli olocausti : Lev. 1, 3), si immolava dal padre di famiglia (più tardi dai leviti Esd. 6, 20; II Par. 30, 17; 35, 6) nell'atrio del santuario il 14 del 1^{°} mese (nòdn) a sera, e il sangue ne era versato (dopo l'eresione del santuario) ai piedi dell'altare. Poi lo si consumava arrostito (disteso su due legni che formavano una croce, senza spezzarne le ossa Ex. 12,46; Num. 9, 12; cf. Io. 19,
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36), in gruppi di dieci a venti, e nulla doveva rimanerne (i resti erano bruciati).
Flavio Giuseppe narra (Bell. Iud., VI, 9,4) che, prima della distruzione del secondo Tempio, furono immolati in una Pasqua 236.500 a.; ma già W. M. De Wette rilevava l'esagerazione di tale cifra (Lehrb. der hebr.-jud. Archäologie, 1814; 4ᵃ ed. 1864, § 218). Il Talmúd bab. (Pásahin 64 b) giunge a numerarne (per la stessa epoca) 1.200 .000 .
L'a. pasquale era un vero sacrificio: è detto zébhah (Settanta vartheta uoís; Ex. 12, 27; 23, 18; 34, 25) o qorbän (Num. 9,7.13) con il verbo hiqrib, termini tecnici per esprimere i sacrifici. Il carattere sacrificale risulta anche dall'espressione pésah lé-fahweh «pasqua sacra a J.» (Ex. 12, 11.48; Lev. 23, 5; Num. 9, 10.14; Deut. 16, 1 sg.; II Par. 30, 1. 5; ecc.), e dal rito del sangue versato dal sacerdote ai piedi dell'altare degli olocausti (Lev. 17, 7-6; II Par. 30, 16; 35, 11). Perciò Filone (Vita Mos. 3) e Flavio Giuseppe (Antiq. Ind. II, 14, 6; 11, 4, 8; Bell. Ind. VI, 9,3) chiamano l'a. pasquale vartheta vartheta μ mathrm{s} e vartheta v o i α (cf. vartheta úsıo in Mc. 14, 12; Lc. 22, 7; I Cor. 5, 7). Ma è impossibile ridurre questo sacrificio (v.) ad una delle categorie comuni della Legge mosaica; era insieme espiatorio e "pacifico" (F. X. Kortleitner, Archacol. Biblica, Innsbruck 1917, pp. 264-66).
Perché sacrificio, l'a. pasquale doveva essere ucciso a Gerusalemme, e il rito è cessato nel giudaismo con la distruzione del Tempio. Oggi il padre di famiglia al posto dell'a. dà l'afiqámen (v.), che alza dicendo, prima di distribuirlo: Zéher lqorbän pésah ("ricordo per il sacrificio pasquale ").
Una creatura così familiare fornì varie immagini agli scrittori biblici. Lo sgambettare degli a. in primavera figura il tripudio d'Israele liberato dall'Egitto (Sap. 19, 9) cui s'associa la natura inanimata (Ps. 113 [114], 4, 6; cf. Mal. 4, 2 [ebr. 3, 20] : i vitelli).
Timido e innocente, dal manto ordinariamente bianco, "senza difetto" (támim) come lo esige il rituale, l'a. è nella Bibbia, come nelle altre letterature, simbolo d'innocenza e di mitezza, in opposizione all'astuzia e alla violenza. È l'opposto del lupo (Excli. 13,21 [ebr. 17a]; cf. Mt. 10,16; cf. Orszio, Epod. IV, 1; Pedro, ecc.). La cessazione di quest'opposizione istintiva caratterizzerà l'evo messianico (Is. 11, 6; cf. 65, 25). Debole, inesperto e bisognoso di guida e protezione (cf. l'apologo di Nathan II Sam. 12, 3-4), l'a. esige come correlativo il pastore (cf. Dante, Par. IX, 131 sg.; X, 94; XXIX, 106). Il Messia sarà pastore sollecito degli uomini, gregge senza guida (cf. Mt. 9, 36; Mc. 6,34; I Pt. 2, 25; Num. 27, 17), sarà il Buon Pastore (Io. 10, 2-16; cf. Lc. 15,4-6; Mt. 12, 12; 18, 11 sg.) che affida a Pietro i suoi agnelli (Io. 21, 15: vè dot{α} ρ v i ́ a μ π o ).
Il giusto, semplice e retto, che non sospetta le insidie e i tradimenti, perseguitato da furbi nemici, è "come un a. (kébhes) inoffensivo trascinato al macello" (Jer. 11, 19). L'immagine caratterizza il "servo di Jahweh" dolorante e pazientissimo "a. (seh) condotto al macello e silenzioso" (Is. 53, 7).
Negli apocrifi giudaici perdura l'allegoria biblica degli a. ( =1 fedeli) sotto il Pastore ( = Dio): Henoch 8390; Ps. Salom. 8, 14 sg. Ma sembra dovuto ad influsso cristiano l'A.-Redentore nei Testamenta XII Patriarch.: «Da Giuda e Levi sorgerà per voi l'a. di Dio (ó á μ v o ́ s ~ 70 dot{0} Θ ε 0 hat{imath} ) che salva le nazioni con la grazia" (Test. Ioseph 19).
Nel Nuovo Testamento, Giovanni Battista addita Gesù come Agnello di Dio (ó á μ v o ́ s ~ 70 hat{imath} Θ ε 0 hat{imath} ) per indicare, oltre la sua innocenza e mitezza, la sua qualità di vittima espiatoria "che toglie il peccato del mondo" (Io. 1, 29.36; per il peccato, connesso con la morte, cf. Num. 9, 13b). L'articolo che precede il titolo di A., il modo preciso ( 18 ε «ecco ") col quale il Battista applica tale appellativo a Gesù, dimostra che egli impiega una figura largamente nota come riferentesi al Mes-
sia. Il Battista dà valore messianico e soteriologico alla formola (cf. Io. 1, 30-34), che allude al duplice a. quotidianamente sacrificato nel Tempio, e specialmente all'a. pasquale la cui immolazione doveva avvenire di lì a poco (Io. 2, 13), e al sacrificio espiatorio del "servo di Jahweh" (Is. 53,7; cf. Act. 8,32). L'Evangelista dà sommo rilievo al rito pasquale di Gesù (Io. 13, 1-3. 31-33; cf. 18, 28) per poi sottolineare il realizzarsi in lui del tipo dell'a. pasquale (Io. 19, 33-36). La figura, esprimente la purificazione morale dal peccato mediante l'immolazione, applicata a Gesù come appellativo caratteristico, poggia sul simbolismo naturale (fondato sulle qualità dell'animale) ed insieme positivo (derivante dal Vecchio Testamento che collega l'idea d'olocausto con l'a., di liberazione e salvezza con l'a. pasquale).
L'Evangelista Giovanni ci tramandò il suggestivo titolo del Salvatore che apprese "fin dall'inizio" al momento della sua vocazione (Io. 1, 36; cf. I Io. 1, 1; 2, 24) e ne fece il fulcro scenico dell'Apocalisse, ove il simbolo vivente dell'A. ( = Gesù) ricorre mathbf{2 8} volte (sempre τ dot{α} á ρ v i o v ). Si è opinato (C. F. Burney, seguito in parte da I. Rohr, Der Hebräerbrief u. die geh. Offenbarung des hè. Joh., ⁴² ed., Bonn 1932, p. 92) che tó áqvìov risponda all'aramaico taljé equivocante tra il senso di "giovane" e di "agnello». Ma Giovanni "vede" Gesù come A. La figura domina tutta l'Apocalisse da 5,6 ( « A. ... come sgozzato ") in poi. L'A. immolato e vincitore è il raccordo tra i due sommi eventi salvifici : la Redenzione compiuta e il Giudizio finale; l'A. porta seco la prima ed esercita il secondo. All'A. guardano cielo e terra : troneggia in cielo ( 5,6 ; 7, 17; 21, 1. 3) e sul monte ( 14,1 ), è tempio e luminare del cielo (21, 22. 24) e i santi, salvati dal suo sangue ( 7,14 ; 12,11 ), partecipano al banchetto delle sue nozze (19, 7. 9; 21,9). Semplice e mite, l'A. lotta e trionfa contro la Bestia astuta e potente (l'Anticristo è un anti-a.: 13, 11) e vince coi suoi santi (12, 11; 17, 14), anch'essi immacolati ( dot{α} μ ω μ mathrm{ol}: 14,5 ).
I Sinottici tacciono il simbolo A. = Gesù, che ritorna solo in I Pt. 1, 19 («Cristo A. immacolato [ dot{α} μ ω μ mathrm{oc} ] e incontaminato ci ha redenti col suo sangue prezioso "). S. Paolo (I Cor. 5, 7) vede Gesù figurato nell'a. pasquale. Questo senso tipico dell'a. pasquale è poi affermato da tutta la tradizione: a. Giustino (C. Tryph. 40, 11) [sita

(fea. Sansoini)
Agnello - Agnus Dei - argenteo a sbalzo dell'acheropita (sec. xv) - Roma, Sancta Sanctarum.
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(101. Alinari)
Agneelo - Cristo Buon Pastore, con duplice rappresentazione degli Apostoli, di cui una in forma di a. Sarcofago (sec. iv) - Musco Lateranense.
Is. 53, 7] : PG 6, 561. 732), Tertulliano (Adv. Marcion. 4, 40 [cita Is. 53, 7]; 5, 7: PL 2, 490 sg. e 518 ), Origene (Hom. 2 in Lev.; Hom. 23 in Num.; Hom. 12 in Ier.; In Io. tom. 10, 11-13; PG 12, 421. 752; 13, 396; 14, 328-40; Tract. de libris SS. Scripturarum, ed. P. Batiffol, Parigi 1900, pp. 96-103), s. Cipriano (Ad Demetrianum 22: PL 4, 580), e Lattanzio, s. Girolamo, s. Ambrogio, s. Agostino, s. Gregorio Naz., s. Cirillo Aless., s. Leone M., s. Gregorio M., s. Tommaso (Sum. Theol. 1ᵃ-mathbf{2}^{mathrm{20}}, q. 102, a. 5 ad 2; 3ᵃ, q. 73, a. 6: la più espressiva figura dell'Eucaristia nel Vecchio Testamento).
Tra i cattolici M.-F. Lagrange, seguito da F. Ceuppens, nega che l'appellativo «a. di Dio» implichi, in bocca al Battista, la morte espiatrice, perché tale concetto sarebbe stato ignoto a lui e ai suoi uditori. Ma la generalità degli esegeti credenti (fra i recenti F. S. Porporato e A. Médebielle) rivendica tale significato, chiaramente avvertito da tutta la tradizione cattolica.
I Padri generalmente accostano ed unificano espressamente il tipo dell'a. pasquale, "l'a. di Dio che toglie il peccato del mondo" e l'oracolo di Is. 53, 7 (Origene, In Io. tom. 10, 13: PG 14, 336). E dipingono Gesù come "A. di Dio" cioè Vittima purissima e mansueta che s'immola per salvare gli uomini peccatori: Origene (In Io. tom. 6, 32-35: PG 14, 289-93), Eusebio (Demonsir. Evang., 10: PG 22, 717), s. Agostino (In Io. tr. 4, 10-11; tr. 7, 5-6 ["sanguine agni victus est leo"]; tr. 120, 3: PL 35, 1410. 1439 sg. 1953), s. Giov. Crisostomo (In Io. hom. 17, 1: PG 59, 109), s. Cirillo Aless. (In Io. 2: PG 73, 192). Dante (cf. Par. XVII, 33) applica il titolo «A. di Dio" all'Imperatore (Epist. VII, a Enrico VII) ch'egli invoca come "Redentore".
La speculazione teologica ha dedotto dal simbolo notevoli conclusioni per il dogma della Redenzione. Qualche scattolico esagera anche, come S. N. Bulgakov (L'Agneau de Dieu. Sur l'humanité divine, Parigi 1933).
L'arte figurativa cristiana presenta Gesù come A., ispirandosi principalmente ad Apoc. 5, 6-14 e 7, 9-17.
La liturgia cattolica, specialmente nel tempo pasquale, ha frequenti allusioni all'a. pasquale. L'appellativo «a. di Dio» è fin dai primi secoli riferito a Gesù nel linguaggio liturgico per significare la vittima immacolata per la redenzione del mondo. Così nella Messa di rito romano, nel Gloria e dopo la frazione dell'ostia, e quando il sacerdote prima della Comunione, mostra nell'ostia ai fedeli il Signore. Così nelle liturgie di s. Giovanni Crisostomo, dopo il lavabo, mentre il sacerdote infigge la lancia nella parte destra del sigillo e quando fa il segno di croce sul pane; quando taglia il pane in quattro parti, dopo l'adorazione (cf. Liturgia s. Ioh. Chris., Venezia 1687, p. 433). Nella liturgia di s. Marco, l'appellativo ricorre alla terza orazione del bacio di pace e nell'adorazione all'inchino del capo (Missale Alex. s. Marci, ediz. di Gius. L. Assemani, Roma 1754, pp. 53, 71).
Bibl.: F. Meinecke, Symbol des apokalyptischen ChristusLamm, Strasbourg 1908; F. M. Blanc, L'Agneau de Dieu, Roma 1913; M.-J. Lagrange, Ev. selon st.-Yeon, Parigi 1925, pp. 40-41; L. Pitot, Agneau pascal, in DBs, I, coll. 153-59; F. S. Porporato, Ecce Agnus Dei (Io. 1, 29), in Verbum Dom., 10 (1930), pp. 329-37; P. Federkiewicz, "Ecce Agnus Dei", ibid., 12 (1932), pp. 41-47, 83-
8S, 117-20, 156-60, 168-71; F. Solc, Gesì A. di Dio" nel pensiero di Gios. Batt., in Scuola Catt., 60 (1932, 1), pp. 359-70; id., Gesì A. di Dio" nell'interpretazione della liturgia e dell'arte cristiana, ibid., 60 (1932, II), pp. 353-64; J. Schildenberger, Ecce Agnus Dei, in Benefititin. Monatschrift, 14 (1932), pp. 120-30; A. Maidebielle, in DBs, III, col. 205 sg.; J. Jeremias, Apxeg 706 Ocoü-m'g Ocoü, in Zeitr. f. d. neutestam. (Fitz., 79 (1935), pp. 113-23; E. Barnikol, Kennt Paulus Christus als Passahlaume? Der Urtest vom I Kor. 5, 7 ohne die nachpaulinische Passahdeutane in Theol. Fahrbuch, 7 (1939), pp. 65-68; F. Ceuppens, Theologia biblica, III: De Incarnatione, Roma 1939, p. 12; P. Joüon, L'agnean de Dieu, in Naucelle Revue Théol., 67 (1940), pp. 318-21; P. Sannin, L'agnean de Dieu qui dit les péchés du monde, in Rev. Dioc. Venerati, 1 (1946), pp. 165-70. E. E. May, Ecce Agnus Dei! A philological and exegetical approach to John 1, 25.36, Washington 1947.
Antonino Romeo
2. Archeologia cristiana. - L'a. è ricordato spesso, con la pecora, da Gesù Cristo nel vangelo, a indicare figuratamente il gregge del buon pastore, cioè i suoi fedeli; dove è difficile voler mantenere la distinzione di pecore in significato di apostoli e vescovi, da a. in significato di semplici fedeli. Tale è pure il senso delle pecore e degli a. che l'arte paleocristiana fin dalla fine del sec. II pone accanto al mistico pastore, a rappresentare sia la Chiesa militante sia quella trionfante.
Ma più squisita e feconda fu la simbologia dell'a. applicata a Cristo, già nel Vecchio Testamento figurato nell'a. pasquale e da Isaia descritto espressamente come tale, specialmente nella trasfigurazione apocalittica dell'agnus stans tanquam occisus davanti al trono di Dio, qui occisus est et redemit nos Deo in sanguine suo (Apoc. 5). Questa concezione trovò grande uso nell'arte cristiana dal Iv sec. in poi, sia nella scultura cimiteriale dei sarcofagi, sia nelle più solenni composizioni bibliche in musaico o pittura. In questa stessa arte gli a. (dodici generalmente) che muovono verso Gesù significano gli apostoli o anche i fedeli tutti. Singolare il caso del sarcofago di Giunio Basso (v.), ove sugli estradossi degli archi della zona inferiore l'artefice ha scolpito sei composizioni bibliche in cui tanto Gesù quanto gli altri attori sono rappresentati da a. Il Concilio Trullano del 692 raccomandò di sostituire la rappresentazione di Gesù stesso a quella dell'a. nimbato o crociato sul monte o sul trono; ma non trovò ascolto, almeno in Occidente. Finalmente non è da dimenticare che talora sulle lapidi funebri l'a. è una semplice allusione al nome del defunto (ad es. di una Probata, essendo l'a. detto in greco π ρ ε β α τ o v ), o all'età tenera e innocente di esso. Per l'a. pasquale v. pasqua. - Vedi Tav. XXXII.
Bibl.: Cf. gli articoli agneau e Lamm nei dizionari di archeologia cristiana del Martigny, del Kraus e del Caboul; F. Gerke, Der Ursprung der Lämmerallegorien in der altchristlichen Plastik, in Zeitschrift für die neutestamentliche Wissenschaft, 33 (1934). p. 160; F. van der Meer, Materias Domini. Théophaeias de l'Apocalypse dans l'art chrétien, Roma 1938; A. Ferrus, in La Clioïtá Cattolica, (1938, II), p. 445-55.
Antonio Ferrus
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AGNELLO. - Francescano, primo vescovo di Fez, che si vuole eletto nel 1226. Morto il vescovo Velasco, e cioè dopo l'ag. 1237, fu nominato vescovo del Marocco, con giurisdizione su tutti i cristiani dell'Africa. Morì, probabilmente, nel 1243 in Spagna.
Bial.: G. Golubovich, Bibliotheca Bio-Bibliografica della Terra Santa e dell'Oriente Francescano, II, Quirarchi 1913; G. van der Val, Die Anfänge der Franziskanerwisizionen und ihre Weiterentwicklung im nahen Orient und in den mohammedanischen Ländern während des 13. Jahrhunderts, Wolf 1054.
Panerazio Maarschalkerweerd
AGNELLO da Pisa, beato. - Francescano e discepolo di s. Francesco, n. a Pisa ca. il I194, m. a Oxford il 13 marzo 1232. Entrato nell'Ordine francescano, dis. s. Francesco fu mandato verso il 1217 in Francia, dove era Custode di Parigi, quando ebbe l'incarico di fondare la provincia francescana d'Inghilterra. Vi si recò nel 1224 insieme ad altri otto confratelli, essendo allora diacono; ma più tardi fu ordinato sacerdote. La missione riuscì pienamente, e in breve la provincia inglese divenne celebre per virtù e dottrina. Fondata una Scuola ad Oxford, che tanta gloria doveva recare all'Ordine, invitò a insegnarvi teologia Roberto Grossatesta, cancelliere dell'Università. Come
provinciale assistette al Capitolo generale celebrato in Assisi nel 1230 . Due anni dopo mori santamente, circondato da generale stima. Leone XIII ne confermò il culto nel 1892. La festa si celebra il 13 marzo.
Bial.: C. Mariotti, Il b. Agnello da Pisa, Roma 1895; Tommaso de Eccleston, De adventu Fratrum Minarum in Anglium, ed. J. S. Brewer, in Monumenta Franciscana, I, Londra 1838, p. 2 sgg.; ripubblicato in Analecta Franciscana, I, Quaracchi 1885, p. 217 sgg. e nuovamente da A. G. Little, Parigi 1909.
Livario Oliger
AGNELLO di
Ravenna. - Prete del sec. IX, autore del Liber Pontificalis di Ravenna. N. a Ravenna ca. 1'805 da nobile e potente famiglia, al battesimo si aggiunse anche il nome dell'avo Andrea. Entrò da bambino fra i chierici della Cattedrale, a 12 anni ebbe per denari il monastero di S. Maria ad Blachernas, e poi anche dallo zio Sergio l'altro di S. Bartolomeo. Si distingueva fra gli altri preti non solo per ricchezze ma anche
per dottrina, cioè fu meno rozzo fra i rozzissimi; sapeva di greco e aveva una certa perizia delle arti manuali. Non sappiamo quando sia morto.
Pregata dai colleghi, compose il Liber pontificalis Ecclesiae Ravennatis dalle origini al vescovo Giorgio, sotto il cui regime scrisse ( 835-46 ) con molte interruzioni di tempo. Con quel vescovo finisce lo scritto, con una biografia che è un vero flhello: del resto già prima l'autore non si era lasciato sfuggire occasione di sfogarsi contro colui, che aveva cercato di togliergli il possesso del monastero di S. Bartolomeo.
A. prese evidentemente a modello il Liber Pontificalis (v.) di Roma, ma non l'utilizzò come fonte, certo perché non andava a genio di chi cercava ogni occasione per inveire contro le usurpazioni della Curia romana a danno delle libertà della Chiesa ravennate; anzi in tutta l'opera si può sempre scorgere l'intento di elevare un contrapposto alle gesta dei Pontefici romani. Molte altre opere antiche appaiono sporadicamente utilizzate e citate: alquanto capiosamente solo gli annali consolari di Ravenna, anche là dove talora dice di avere invece attinto ai seniores, rimpinguandoli ordinariamente di verbose amplificazioni. A base dell'opera pose i dittici della chiesa cattedrale; per molti vescovi più antichi tutto il resto è sua invenzione personale, cioè vuoti elogi e generalità. Oltre poi

AGNELLO di Ravenna - Liber Pontificalis, codice del sec. XV - Modena, Biblioteca Estense.
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alle leggende popolari egli ha pure largamente sfruttato i documenti dell'archivio episcopale e le fonti monumentali. Queste sono le due parti che ci rendono particolarmente prezioso il suo libro, il quale risulta così un miscuglio singolare di favole futili e notizie storiche di prima mano. In sostanza è una compilazione disuguale, anoddotica, fatta senza senso storico e con strettissimi criteri campanilistici e di consorteria. Come e più che la simile compilazione romana.
A. spregia cordialmente le leggi della grammatica e si contenta deliberatamente dello scorretto latino del volgo, sebbene, a seconda delle diverse sezioni dell'opera e dei diversi momenti in cui scrisse, si mostri più o meno accurato. Lo stile è per lo più negletto e pieno di lungaggini, il periodo faticoso e disordinato, a volte quasi fanciullesco. Ma ogni tanto il tono si eleva e A. divento concitato, pieno di calore e di passione, quando sorge a difesa dell'autocefalia ravennate contro Roma, o si svelenisce contro l'arcivescovo Giorgio, o deve mettere in bella mostra sé e le cose sue. Del resto non si addobba che di ornamenti di accatto, frasi scritturali e reminiscenze virgiliane in gran copia; forse erano per lui gemme del dire i non pochi greciomi ed i molti bar{α} π α ξ sí ρ γ μ ε v α.
BibL.: L'opera ci è stata conservata nel solo codice Estense X. P. 49 da un rozzo scriba del sec. xv, che "Agnellianam stribiliginem suis erratorum portentis mirum in modum obscuriorem reddidit " (Bacchini); ed. eccellente con buon commento di Ben. Bacchini, Modem 1708; di Holder-Egger, in MGH, Scriptores rerum Langobardicarum, Hannover 1878, pp. 265-390; nuova ed. con sovrabbondante commento di A. Testi Rasponi, in Rerum Indicarum Scriptores, nuova ed., II, 111, Bologna 1924, solo fino al cap. 103. - Vedi F. Piper, Einleitung in die nomumentale Theologie, Gotha 1867, p. 351 sgg.; prefaz. dell'HolderEgger cit.; F. Lanzoni, Il Liber Pontificalis Raveunate, in Rivista di scienza storiche, 6 (1909), fasc. iv-vi; M. Manitius, Geschichte der lateinischen Literatur des Mittelalters, I, Monaco 1911, p. 714 sgg.; S. Muratori, s. v., in Enc. Ital., I (1929), pp. 896-97.
Antonio Ferrua
AGNELROSSO. - Vescovo carmelitano, n. a Napoli nel 1645, m. a Potenza il 30 apr. 1707. Insegnò teologia a Firenze e a Napoli, fu rettore e quindi priore del convento del Carmine Maggiore di Napoli. Il 2 maggio 1695 fu creato vescovo di Potenza in Basilicata. Si ricorda come ottimo predicatore. Ha lasciato diversi scritti : Panegirico della b. Caterina di Bologna, Panegirico di s. Teresa, Cursus Philosophiae, Cursus Theologiae.
BibL.: Cosme de Villiers, Bibliotheca carmelitana, I, Orléans 1752, col. 100; Ughelli, VII, col. 144. Emma Santovito
AGNESE, santa, martire. - Di questa celeberrima martire romana, probabilmente vittima della persecuzione diselezianca, non si conservano gli atti genuini; inoltre nulla si sa della sua famiglia. Si hanno invece notizie certe del suo martirio in alcuni scritti del sec. Iv: figura nella Depositio Martyrum del 336 * XII Kal. Feb. Agnetis, in Nomentana" (ed. Va-lentini-Zucchetti, Roma 1942, p. 17); ne parlano Ambrogio nel De virginibus, I, 2 e nel De Officiis, I, 41; Damaso nel carme tuttora conservato nel suo marmo originale (A. Ferrua, Epigrammata Damasiana, Città del Vaticano 1942, n. 37); Prudenzio nel Peristephanon, 14 e l'inno ambrosiano Agnes beatae virginis (PL 17, 1210-11). Da queste fonti si può ricavare con certezza che A. era una giovinetta di circa 12 anni o poco più quando fu messa a morte e che fu martire del pudore e della fede. Meno chiaro è il genere del martirio: Damaso parla del fuoco; si può quindi pensare al rogo oppure alle faci con cui si bruciava la carne del paziente; per Ambrogio e Prudenzio si tratterebbe della decapitazione, mentre per l'autore dell'inno ambrosiano Agnes beatae virginis della iugulazione. Damaso e l'inno testé ricordato mettono pure in rilievo la cura di A. nel coprire il suo verginale corpo, il primo con le abbondanti chiome, l'altro con le vesti. La salma della piccola martire fu poi tumu-
lata in una galleria o ipogeo del cimitero cristiano, che presto fu intitolato al suo nome, posto sulla sinistra della via Nomentana, dove oggi sorge la Basilica a lei dedicata.
Il sin qui riferito è quanto di più attendibile si possiede sulla popolarissima martire romana; tutto ciò che di più riferiscono le fonti agiografiche posteriori al sec. Iv appartiene alla leggenda. Sa pure di voce popolare, non controllabile, come lascia supporre Prudenzio, il fatto dell'esposizione delle martire in un luogo infame, che costituisce il nucleo centrale e principale del suo carme, sfruttato in seguito con ampliamenti dalla leggenda sia greca sia latina.
A. nella leggenda greca ed anche latina viene siffattamente presentata che il p. Jubaru pensò di attribuire ad un'altra martire omonima tutto ciò che in essa sembra poco verosimile per la giovanissima martire nostra. Ma questa seconda martire romana di nome Agnese non è mai esistita, e tutti i particolari che la leggenda nelle due redazioni, greca e latina, aggiunge alla già debole tradizione romana raccolta da Damaso e da Ambrogio non appartengono alla biografia vera di A. La leggenda greca, composta fuori Roma, e la latina, redatta da uno pseudo Ambrogio (tradotta più tardi in greco) appartengono al sec. vi circa; in quanto poi al Sereno 36 in natali i. Agnetis (PL 57, 643-48) di s. Massimo di Torino, primo testimonio della leggenda latina, esso è di dubbia autenticità (cf. Tillemont, V, ed. Venezia 1732, pp. 345, 723; Pio Franchi de' Cavalieri, Hagiographica (Studi e Testi, 19), Roma 1908, p. 137, nota 1; S. Colombo, in Didaskaleion, 1924, fasc. 2, p. 74).
I capp. xiri-xvir della leggenda latina, contenenti i dati sulla sepoltura della martire, sulle visioni dei genitori, sul martirio di s. Emerenziana (v.) ecc., non appartengono alla redazione primitiva della leggenda, come lo dimostra il sermone dello pseudo Massimo; essi però furono aggiunti prima che Aldelmo di Sherburn scrivesse il suo De virginitate. Il problema dell'interdipendenza delle due redazioni della leggenda non è ancora sciolto, d'altra parte la biografia di A. non ne avrebbe giovamento.
Culto. - Il prof. R. Herzog (in Trierische Zeitschrift, 13 [1938] pp. 79-120) ha creduto dimostrare che A. è una creazione della propaganda ascetica femminile in Roma al tempo di papa Giulio (m. nel 352) e ch'ella era straniera all'Urbe. A siffatte fantasie altri ha risposto egregiamente (cf. A. Ferrua, in La Civiltà

(fol. Pont. Comm. Arch.)
Agnese, santa - S. A. (vetro dorato) - Roma, Cimitero di Panfilo.
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(propr. Canonici Regolari Lateranensi)
AcNese, santa - Cassa d'argento fatta eseguire da Paolo V (1615)
Catt. [1939, I], pp. 114-29) ; qui basti ricordare che A. è presentata sin dalla fine del sec. Iv quale santa romana per eccellenza, che servat salutem... Quiritium, come canta Prudenzio, e ch' "ella già godeva d'una fama mondiale", come scriveva Girolamo a Demetriade (PL 22, 1123). Venendo al culto propriamente detto, A. figura al 21 genn., come si è detto sopra, nel più antico calendario della Chiesa romana, da cui è poi passata al Martyr. Hieronymianum, pp. 52-53); nel Canone della Messa romana e ambrosiana; nel calendario cartaginese del principio del sec. vi; nelle varie liturgie occidentali e nei sinassari greci, dove però la festa principale è registrata al 5 luglio (cf. Synax. Constantinop.). Nel Martyr. Hieronymianum e nei Sacramentari romani c'è una seconda festa di A., al 28 genn., chiamata: Agnae in geminum nel Martyr. Hieron.; in natali (Agnetis) de nativitate, nel Sacramentario gelasiano, in quello "gelasiano secolo viII" e nei lezionari (T. Klauser, Das römische Capitulare Evangeliorum, Münster in Vestfal. 1935); natalis sanctae Agnae de secundo nel sacramentario gregoriano. La festa ha l'aspetto di un'ottava, così infatti la chiamano alcuni Sacramentari dei secoli in-è e molti rubricisti dopo Durando (Rationale div. Off., VIII, 1, 18), mentre in realtà sia il titolo della festa messo in contrapposizione al natali de passione del 21, come i testi propri della Messa (meno che nel Sacramentario gregoriano) ricordano la natività di A. (cf. J. M. Hanssens, in Gregorianum, 18 [1937], pp. 16r-218).
Il monumento più celebre del culto è la piccola Basilica fatta erigere prima del 349 sulla tomba della martire da Costantino figlia di Costantino (moglie di Annibaliano e quindi del cesare Gallo), restaurata da Simmaco (498-514), e rifatta completamente da Onorio I (625-38). Il rifacimento onoriano col bel musaico absidale raffigurante A. vestita alla bizantina, fra i pontefici Onorio e Simmaco, suscitò una entusiastica ammirazione nei contemporanei (cf. Epitome de lucis SS. Martyrum, ed. Va-lentini-Zucchetti, Roma 1942, p. 115).
Dipoi la Basilica ebbe vari restauri, tra i quali meritano di essere ricordati quelli dell'inizio del sec. xvir per opera del card. Alessandro Ottaviano de' Medici, cui si deve lo sterro della parte nord ( 1600 ) e del card. Sfondrati ( 1605 ), al quale dobbiamo l'attuale lacunare e un in-
terno rinnovamento; a lui si deve pure la ricognizione delle reliquie della martire ( 1605 ), che Paolo V rinchiuse nel 1615 in una cassa d'argento, deposta in una piccola camera sepolcrale sotto il nuovo e ricco altare ch'egli fece costruire per custodire il sacro pegno. Molti secoli prima, certamente sin dal sec. Ix, si tolse dal sepolcro della martire il suo capo e lo si ripose nel tesoro papale, cioè nel Sancta Sanctorum. Ora, col permesso di Leone XIII, lo si conserva e si venera nella chiesa di S. Agnese in Agone. Sin dal 1621 fu posta sulla mensa dell'altare la statua di s. Agnese, dovuta allo scultore Niccolò Cordier, detto il Franciosino, il quale ad un tronco d'una statua classica di alabastro orientale agatizzato aggiunse testa, mani e piedi di bronzo. Pio IX nel 1855 restaurò la Basilica e ne rinnovò l'interno.
La basilica di S. Agnese stava, agli inizi del sec. v, sotto la giurisdizione dei presbiteri del titolo di Vestina o di S. Vitale, e sul finire del medesimo secolo, sembra fosse già custodita da monache, come si rileva dal ritro-- vamento nella Basilica dell'epitaffio della Badessa Serena (m. nel 514 ).
Dal sec. Ix al xir i custodi di S. Agnese furono monaci e chierici, rimossi questi ultimi nel 1112 da Pasquale II che vi stabili monache benedettine, sostituite da Sisto IV (1480) con i religiosi di S. Ambrogio ad nemus di Milano, varrogati da Innocenzo VIII (1489) con i Canonici regolari del S.mo Salvatore (Renoni), oggi lateranensi, che ne sono gli zelanti custodi. La Basilica fu elevata a titolo cardinalizio nel 1654 da Innocenzo X, che ne trasferì il titolo da S. Agnese in Agone, titolo dal 1517 , e, nel 1708 , vi fu eretta una parrocchia.
Si è localizzato il posto del postribolo dove fu esposta A. (Prudenzio e la leggenda non forniscono all'uopo nessun dato topografico) in un fornice dello stadio di Domiziano, dove nel sec. viII eravi una chiesina dedicata alla martire (cf. Itinerario di Einsiedeln, ed. Valentini-Zucchetti, Roma 1942, p. 180; P. Romano-P. Partini, Piazza Navona nella storia e nell'arte, Roma [1944], pp. 25-30), detta poi di S. Agnese in Agone. All'inizio dello stesso sec. viII si ha pure notizia dell'oratorio e monastero di S. Agnese ad Duo Forna, presso S. Prassede. Della Basilica eretta a Ostia c'è probabilmente il ricordo della dedicazione nel Martirologio geronimiano al 18 ott.
Iconografia. - Nel sec. iv A. è rappresentata sotto forma di orante : giovanissima nella transenna
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(propr. A. P. Frutaz)
dell'altare dell'epoca di papa Liberio, giovane nei vetri dorati; dal sec. vi in poi il tipo iconografico di A. si fissa : una giovane con ai piedi o in braccio un agnello, simbolo di purità e allusivo al suo nome. La più antica rappresentazione di questo tipo è contenuta nella teoria di vergini raffigurate sulla parete sinistra di S. Apollinare Nuovo in Ravenna (inizio della ²ᵃ metà del sec. vi). Questo tipo divenne poi comune presso gli artisti posteriori. Si veda ad es. il Giottino (S. Francesco, Assisi); Duccio di Boninsegna (Maestà, Siena); Beato Angelico (Uffizi, Firenze); Andrea del Sarto (Duomo, Pisa); Tintoretto (Madonna dell'Orto, Venezia); Domenichino (Pinacoteca, Bologna); Dolci (Gall. Corsini, Roma), ecc. Nella chiesa di S. Agnese in Agone, la statua della santa è del Ferrata; il bassorilievo con A. coperta dai suoi capelli è stato testé attribuito a D. Guidi. La statua della santa all'esterno del duomo di Milano è opera di A. da Briosco. Tra i cicli pittorici della leggenda meritano di essere ri-
Cimitero. - Poco oltre il 2^{°} mathrm{km}. da Porta Pia sulla sinistra della via Nomentana, dove sorge la basilica di S. Agnese, esisteva un'area cimiteriale cristiana anteriore alla martire eponima. Dell'area sepolcrale sopra terra non si conserva più che il grande recinto ellittico, adibito a sepoltura nel sec. iv, sul lato nordovest del quale sorge il mausoleo di Costanza (v.). L'ipotesi testé affacciata da F. W. Deichmann (Die Lage der constantinischen Basilika der Heiligen Agnes an der Via Nomentana, in Rivista di Archeol. Cristiana, 22 [1946], pp. 213-34), secondo cui il precitato recinto ellittico rappresenterebbe i resti della grandiosa basilica costantiniana eretta in onore di s. A., è priva di fondamento.
Del cimitero sotterraneo, già a tre piani, in parte distrutto dalla Basilica, costruita nel fianco della collina per portare l'altare maggiore sopra la tomba di A., rimangono ancora tre grandi regioni con un arenario e alcuni cubicoli pagani inclusi posteriormente
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nell'area cristiana. La regione più antica è quella che sta sul lato sinistro della Basilica e può risalire alla fine del sec. in, la più recente è quella che termina al mausoleo di Costanza del sec. iv-v. Si tratta d'un cimitero piuttosto povero, come si rileva anche dalla mancanza di pitture; conserva però alcune iscrizioni datate (la più antica è del 349), la nota iscrizione (fine sec. II) di Favor lector, un monogramma costantiniano. scolpito su pietra, un ritratto di defunta in musaico di avorio e smalto, alcuni vetri dorati, ecc. Il cimitero sotterraneo, in cui crano già penetrati Bosio ed altri, fu fortuitamente scoperto nel 1865 e nel 1866; lo sterro sistematico fu iniziato nel 1869 e Mariano Armellini, noto discepolo di De Rossi, lo scgui passo passo, il che gli permise di dare in seguito un'esatta descrizione di tutto il cimitero nel volume, modello del genere, intitolato : Il cimitero di S. Agnese sulla via Nomentana, Roma 1880.- Vedi Tavv. XXXIII-XXXV.
Benedizione degli Agnelli: v. agnelli, benedizione degli.
Bini.: Per i testi agiografici, cf. BIIG, 45-46; BHL, 136-67; BHO, 34; D. Bartolini, Gli Atti del Martirio della nobilissima Vergine Romana s. A., Roma 1858 (vero archivio di notizie, ma l'autore dimostra scarsissimo senso critico): P. Franchi de' Cavalieri, S. A. nella tradizione e nella leggenda, Roma 1899 (contorno un acuto studio critico sulle fonti e sulla prima edizione della redazione greca della leggenda); F. Jubaru. Sainte Agnès vierge et martyre de la voie Nomentane d'après de nouvelles recherches, Parigi 1907 (lussuosa pubblicazione, ma l'autore non sempre dimostra senso critico, specie nella questione aniografica); F. Fofi, Vita e culto di s. Agnese, 2^{°} ed., Roma s. d. (opera di divulgazione preparata con buon intendunento). - Per la Basilica e il Monastero, cI. M. Armellini, Le chiese di Roma dal sec. IV al sec. XIX, ed. C. Cucchelli, Roma 1945, 1963-67; P. Fr. Kehr, Italia Pontificia, I, Berlino 1906, p. 138; C. Huelsen, Le Chiese di Roma nel Medioevo, Firenze 1927; C. Cucchelli, S. A. fuori le Mura e S. Costanza (Le Chiese illustraie di Roma, 10), Roma s. d. (buone illustrazioni e ricca bibliografia); R. Krautheimer, Corpus basilicarum Christosnarum Romae, Città del Vaticano 1937 (studio sulla basilica con piante, illustrazioni ed esatta indicazione
delle fonti e della bibliografia); R. Valentini e G. Zucchetti, Codice topografico della città di Roma, II, Roma 1942, passim, v. indici.
A. Pietro Frutar
AGNESE di Assisi, santa. - Sorella minore di s. Chiara, n. ad Assisi nel 1197 e m. ivi il 16 nov. 1253. Quindici giorni dopo che Chiara aveva aderito al movimento suscitato da s. Francesco (1212), A. la seguì al monastero di S. Angelo di Pansa fuori Assisi. Invano lo zio Monaldo tentò di strapparla dal chiostro per ricondurla in famiglia. Poco dopo s. Francesco portò le due sorelle a S. Damiano, donde più tardi A. fu mandata temporaneamente a Firenze, come badessa del monastero delle Clarisse, fondatovi nel 1219. Ritornata a S. Damiano fu favorita dall'apparizione di Gesù Bambino. Morì tre mesi dopo s. Chiara. La sua tomba fu illustrata da miracoli. Il suo culto fu permesso da Benedetto XIV nel 1752. La festa si celebra il 16 nov.
Bibl.: Vita di s. Agnese di Assisi, compilata da una suora Clarisse, Lecce 1913; Leone (de Clary), L'Anreola serafica, IV, Quaracchi 1900, pp. 294-99; una antica leggenda (sec. xiv) con una lettera a s. Chiara, è riportata in Analecta Franciscana, III, Quaracchi 1897, pp. 173-82, basata in parte sulla Legenda s. Clavac, nn. 24-26, ed. F. Pennacchi, Assisi 1910, pp. 33-37.
Livario Oliger
AGNESE di Bilzheim. - Mistica domenicana tedesca, morta alla fine del sec. xim. Visse da conversa nel monastero delle Domenicane di Colmar, dedicato a s. Giovanni Battista, noto sotto l'appellativo di Sub Tilia (v. UNTERLINDEN).
Nella cronaca del monastero scritta da suor Caterina di Geberschweier (ca. il 1300), ad A. è consacrato il cap. 44. Pez la dice di Blozheim, AnceletHustache di Bilzheim, presso Ruffach. Molti carismi di consolazioni e di profezia contrassegnano la sua ubbidienza, abnegazione e assistenza alle suore inferme. Contemplò quotidianamente i misteri della Redenzione. Una volta le fu concesso di seguire gli episodi

(fel. Marconi)
Agnese, santa - Basilica di S. A. con il campanile del sec. xv, vista dall'abside.
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della Passione, dal Getsemani alla Croce, e per il dolore, il 14 dic. di non sappiamo quale anno, spirò.
BibL.: J. Ancelet-Hustache, Les Vitae sororum ecc., in Archives d'Histoire dort. et litt. du Moyen Age, V, Parigi 1930, pp. 421, 471-73. Angelo Wala
AGNESE di Boemia, beata. - N. a Praga nel 1208 e m. ivi il 2 marzo 1282. Figlia di Ottocaro I, re di Boemia, e di Costanza di Ungheria, parente di s. Elisabetta, ebbe, secondo l'uso di allora, un'educazione appropriata nel monastero di Trebnitz (Slesia) e poi in quello di Doxan (Boemia). Chiesta in sposa da Federico II, imperatore di Germania, rimasto vedovo, non volle acconsentire, essendosi prima votata a Cristo; e per difendere il suo rifiuto dovette ricorrere all'intervento del papa Gregorio IX, che mandò appositamente un suo legato. Rimasta libera si consacrò alle opere pie e fondò un ospedale per i poveri, affidandolo ai fratelli della Croce (ordine cavalleresco, i cui seguaci portavano sull'abito una croce e una stella rossa, approvato da Gregorio IX nel 1237 e confermato da Niccolò IV nel 1282) e due conventi, uno per i Francescani e l'altro per le Clarisse. In questo s. Chiara d'Assisi inviò cinque delle sue religioze. A. vi prese il velo nel 1235, secondo altri nel 1236, e più tardi vi fu eletta badessa.
Volendo instaurare il pieno spirito di povertà, del quale era esempio il monastero di S. Damiano in Assisi, dove era badessa s. Chiara, A. rinunziò alle rendite dell'ospedale da lei fondato e preferì vivere di elemosine; ma questa restrizione non fu approvata che sotto Innocenzo IV. La sua santità fu coronata dal dono dei miracoli; predisse fra l'altro la vittoria di suo fratello Venceslao sul duca d'Austria. Le quattro lettere di s. Chiara ad A., giunte fino a noi, ci attestano l'affetto della fondatrice verso A. che chiamava "la metà della sua anima ", e alla quale inviò in ricordo parecchi poveri doni. Pio IX ne confermò il culto il 3 dic. 1874. La festa è il 2 marzo.
Bibl.: Acta SS. Martii, I, Parigi 1865, pp. 501-31; Aualecta Franciunata, II, Quatacc