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 vom gemeinsamen Leben: die erste Periode der deutschen Brüderbewegung (die Zeit Heinrichs von A.), Tubinga 1917; M. Helmbucher, Die Orden und Kongregationen der katholischen Kirche, II, 3^{°} ed., Paderborn 1934, pp. 235, 559.

Amalmo Muners
AHIA (Volgata Ahias; ebr. 'Abïjäh, come Achia, v.). - Profeta di Silo (detto perciò il Silonite), il solo del regno di Salomone e del tempo della scissione delle tribù. Svelò al concittadino Jeroboam (v.) con azione simbolica (tagliando il suo mantello nuovo in 12 parti e consegnandogliene 10) la volontà del Signore di scindere il regno, dando a lui io tribù da governare, e di lasciare ai discendenti di Salomone, pei loro peccati una tribù (Giuda con buona parte di Beniamino; cf. I Reg. 11, 29-40). Ormai vecchio e cieco, alla moglie di Jeroboam, venuta da Thersa ad interrogarlo in Silo pel figlio Abia (v.) ammalato, predisse la morte di questo e la distruzione della loro casa per i peccati del re (I Reg. 14, 1-18). In II Par. 9, 29 si parla della «profesia» (la Volgata ha solo «libri») di A. Silonite come fonte scritta circa il regno di Salomone; ma se ne ignora il contenuto.

Francesco Spadafora

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AHIKAR: v. aHIQAR.
AHIMSA: v. BUDDISMO.
AHīQĀR (aramaico Ahio-iaqar : = il fratello è prezioso = o "caro"). - Sapiente assiro, cancelliere di Sennacherib (705-68I a. C.) poi di Asarhaddon (681669). E menzionato dalla Volgata, col nome di Achior (v.) solo in Tob. I1, 20 (unito a Nabath), come congiunto di Tobia; altre sei volte (Tob. 1,21.22; 2,10; 11,17.18; 14,10.15) dalla Bibbia greca dei Settanta (col nome di Achiacharos, cod. Sin. Achicharos) e dalle antiche versioni latine (col nome di Achichar).

Gli è attribuito un libro narrativo (A. è tradito dal suo beneficato, ma la sua innocenza trionfa), in cui sono inserite due collezioni di sentenze ( 3, mathrm{r}-95 e 33,96-142). Combinando i titoli vari premessi nei manoscritti, Nau chiama l'opera Storia e sapienza di Abihar assiro.

Non avendo figli, A. vecchio adotta Nadan figlio di sua sorella, cui comunica in 95 massime le norme di vita (capp. I-3); ma Nadan con false lettere lo fa condannare a morte da Asarhaddon, per cospirazione (6-11). Il boia, Nabzaumiskun, amico del condannato, uccide uno schiavo prigioniero mentre A. si nasconde e, ascoltando il tripudio di Nadan, prega Dio giusto e buono (12-15). Avendo il re d'Egitto chiesto a Asarhaddon un sapiente che risolva enigmi e costruisca un palazzo nell'aria, A. ricompare ed è mandato in Egitto, ove soddisfa le richieste del faraone (16-30). Al suo ritorno è festeggiato e Asarhaddon gli consegue l'ingrato nipote, che A. flagella istruendolo con una seconda serie di massime; poi Nadan è giustiziato (31-34).

L'opera fu probabilmente composta in assiriaco, non dopo il sec. vi a. C. Il testo aramaico, che sembra essere traduzione da un originale perduto, era già diffuso nel mondo giudaico verso il 450 a. C.; se ne hanno vari frammenti fra i papiri scoperti (1906-1908) ad Elefantina (v.), che sono del 450-410 a. C. L'opera originale si andò poi trasformando; fu rimaneggiata e ampliata nel corso dei secoli da molti traduttori e copisti, che aggiunsero il viaggio in Egitto e moltiplicarono le massime.
A. era noto come "sapiente" agli scrittori greci (Strabone, XVI, II, 39, ed. A. Meineke, III, Lipsia 1877, p. 1063); Teofrasto compose (ca. 300 a. C.) un'opera su di lui ('Ayiæa905; Diogene Laerzio, Vitae philos., V, 2, 50); varie sue massime si riscontrano in Menandro (342-290 a. C.); ne deriva la leggenda di Esopo (e di Loqman, cf. Corano, XXXI). Massimo Planude (1260-1310), che dipende da opere anteriori, identifica A. a Esopo.

Oltre 20 sentenze dell'Eccli. riproducono quelle del libro diA.; Nau, p. 60, ammette dipendenza diretta; ma poterono pervenire al Siracide per tradizione orale. Si può ammettere una dipendenza di Tob. (scritto ca. il 250 a. C.) dal libro di A., la cui redazione è anteriore. Le condizioni storiche e gli usi ambientali appaiono identici nelle due opere, e varie sentenze sono loro comuni (ma il libro di A. ignora totalmente Tobia).

La storicità di Tob. non ne soffre. Benchè posteriormente incorniciato in leggende fantastiche (come il viaggio in Egitto, di cui non è traccia in Tob.), A. è un personaggio storico (M. Hagen, s. v. Achiacharus, in Lexikon Biblicum; F. Nau, L. Pirot, R. Galdos, J. O'Carroll, contro E. Cosquin, Le livre de Tobie et l' «Histoire du sage Abihar», in Revue Biblique, 8 [1899], pp. 50-82, 521-31, e contro F. Stummer, B. Meissner, altri). Dello scritto attribuitogli, la versione greca di Tob. ha utilizzato la parte più antica e veridica (ufficio a corte, condanna, castigo di Nadan).

Dall'uso dei nomi divini, F. Stummer deduce (contro Nau) che l'opera fu originariamente redatta in senso politeista, e poi spurata dagli Ebrei.

Bist.: F. Nau, Histoire et sagesse d'Abihar l'assyrien, Parigi 1909 (studio fondamentale, con la biblioga anteriore); id., Abibar et les papyrus d'Eléphantine, in Revue Biblique, 21 (1912), pp. 68-79; id., Documents relatifs à Abihar, Parigi 1920; F. C. Conybaere e J. R. Harris, The Story of A. (essone critico della tradizione manoscritta), ²² ed., Cambridge 1913; F. Stummer,

Der kritische Wert der altaramäischen Abiharterste aus Elephantine, Münster 1914; id., Zur Ursprgche des Abiharbuches, in Oriental. Literaturzeitung, 18 (1915), pp. 103-105; B. Meissner, Das Märchen vom weisen Abigar, Lipsia 1917; L. Pirot, s.v. in DBs, I (1928), coll. 197-207; J. O'Carroll, Tobias and Achihar, in Dublin Reviere, 93 (1929), pp. 232-63; R. Galdos, Commentarius in libram Tobit, Parigi 1930, pp. 19-39; H. Duesberg, Les scribes inspirés, I, ivi 1938, pp. 70-75; A. H. Knapp, Is the story of Abihar the scire of Indian origin?, in 2. of the Amer. Or. Soc. 527 (1941), pp. 280-84. Antonino Romeo

AHLBORN, Augusto Guglielmo Giulio. - Paesista, n. ad Hannover nel 1796, m. a Roma nel 1857. Allievo dell'accademia berlinese, seguì la maniera neoclassica dello Schinkel, dimostrando una particolare sensibilità per i grandi ritmi ed il colorito della natura meridionale, che dal lago di Garda alla Sicilia, gli suggerì spunti adatti. Convertitosi poi al cattolicesimo, egli dipinse anche Madonne e Santi dietro modelli quattrocenteschi; divenuto infermo di mente dovette alla fine rinunciare del tutto alla pittura.

Bist.: W. Sander, Das Leben des Makers Wilhelm August Julius A., Hildesheim 1892; H. Mackowsky, s. v. in ThiemeBecker, I, p. 142. Kurt Raithe

AHLE, Johann Rudolph. - Teologo e musicista, n. il 24 dic. 1626 a Mülhausen in Turingia, m. ivi il 9 luglio 1673 . Fra le sue molte opere sono notevoli i mottetti, i concerti sacri (fino a 20 voci, con strumenti), le numerosissime melodie curali, delle quali alcune ancora vive nei canti sacri protestanti. Scrisse anche opere teoriche, fra cui: Compendium pro tonellis; De progressionibus consonantiarum ecc.

Luigi Aurigemma
AHMEDABAD: v. bOMBAY, ARCIDIOCESI di.
AHRIMAN. - E nella religione mazdea il principio cattivo, quello da cui trae origine ogni male, detto anche in forme più antiche angro mainyush. La seconda parte del composto mainyush significa "spirito", il significato della prima angro è ancora disputato, probabilmente equivale a "tormentatore, malefico ", in opposizione a spento mainyush "spirito benefico».

Nell'antica Avestā si contrappone non direttamente ad Ahuramazda, bensì al suo "benefico spirito». L'uno e l'altro, il tormentatore e il benefico sono detti "gemelli" (Yasna 30, 3), stanno però sempre in opposizione, non concordando essi né nel pensiero, né nelle decisioni, né nel parlare, né nell'agire (Yasna 45, 2). Nello sviluppo posteriore della religione lo spirito benefico venne identificato con Ahuramazda, sviluppo di cui si possono notare gli inizi anche negli antichi inni; e allora si ebbe un diretto dualismo tra Ahuramazda e A. Aristotele conosce già questo stadio di sviluppo, quando oppone direttamente Oromasdes e Areimanio (Diog. Laerzio, Vita philos., proœm. 5). Il nome Angro mainyush ricorre nell'antica Avestā un paio di volte, più spesso il male è in essa rappresentato da druj, "menzogna", da cui trae ispirazione il cattivo maestro, cioè l'eretico, la lingua mendace, e piglia origine l'ignoranza della retta dottrina. Al cattivo spirito non viene attribuita alcuna creazione; in libera scelta gli uomini si determinano per l'uno o per l'altro spirito, e così si ha sulla terra il dualismo e la lotta tra il bene e il male. I devi, cioè la divinità dell'antico politeismo iranico che Zarathustra combatteva, scelsero il principio cattivo e divennero demoni.

Nel decorso dell'evo cosmico, l'uno e l'altro spirito hanno ciascuno la sua potenza, ma alla fine del mondo il principio buono trionferà definitivamente sul cattivo.

Nell'Avestā recente e nella letteratura religiosa posteriore ad A. si dà una creazione, opposta a quella

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di Ahuramazda; mentre questi crea la vita e la luce, egli crea la morte e le tenebre. Per annientare le creature buone si serve di uno spaventoso mostro, Azhi Dahaka, sconvolge il corso degli astri e quello delle acque per isterilire la terra, manda innumerevoli morbi per tormentare gli uomini. Abita nelle tenebre, e sulla terra riunisce le sue schiere diaboliche sul monte Arezura, le dispone all'assalto e le lancia nel mondo. Può trasformarsi in cavallo, in rospo e in serpente. Nella letteratura pehlevica, la quale desuma da libri perduti dell'Avestā, la sua lotta contro Ahuramazda viene racchiusa in un sistema cronologico di dodici mila anni, divisi in quattro trimillenni. Con l'inizio del terzo trimillennio si accende la lotta, e A. riesce ad uccidere il primo uomo, Gayomart, e il toro primogenito, prototipo della vita animale e vegetale, e si ha sulla terra una mescolanza di bene e di male in seguito all'irruzione del cattivo spirito. Alla fine dell'ultimo trimillennio egli sarà sconfitto, il male distrutto; il bene invece avrà dominio incontrastato.

Biol.: J. Darmesteter, Ormazd et A., Parigi 1877.
Giuseppe Messina
AHUIS, Hendrik van: v. ahaus heinrich von.
AHURAMAZDĀ. - E il nome della divinità suprema nella dottrina di Zarathustra (in epoca recente trascritto Ormazd), donde la religione trae il nome di mazdea. Il termine significa "Saggio Signore ". Nell'antica Avestā la divinità è designata ora con Ahura, ora con Mazda, ora con Mazda Ahura; invece nell'iscrizione di Dario I a Behistun appare sempre quale composto fisso Ahuramazda, e tale rimase anche in seguito.

Dal nome stesso si rileva che gli attributi specifici, che Zarathustra dà alla divinità, sono la signoria e la saggezza. Nell'antica dottrina si afferma esplicitamente ch'egli crea tutto, anche le tenebre, e non vi è alcun accenno ad una creazione da parte di un suo competitore. Cielo, terra, piante, acqua, venti e nuvole ecc. sono sua opera; e l'uomo è ugualmente da lui creato. Oltre ad essere creatore, è anche legislatore, sia nel mondo fisico, dando leggi al cosmo, determinando il corso degli astri, le fasi della luna, il succedersi del giorno e della notte, l'avvicendarsi delle stagioni ecc., sia nel mondo morale, elargendo le doti morali, la rettitudine, la docilità, la giusta autorità, la benevolenza, stabilendo i doveri morali e vigilando sulla loro osservanza. Tale è la dottrina, che appare nel Yasna 44.

Dimora nella luce in alto, e manifesta la sua saggezza nel conoscere gli interni movimenti degli animi del veritiero e del mendace; al suo aiuto si attribuisce il trionfo sulla menzogna, termine che designa il male. E il giudice supremo, il quale distribuisce alla fine le ricompense secondo i meriti. Dalla descrizione della divinità nell'antica dottrina è assente ogni traccia di concezione mitologica o naturistica.

Tale dottrina è il risultato di una riforma. Volutamente e con inesorabile conseguenza Zarathustra volle abolire l'antico politeismo, sostituendolo con la dottrina di un solo Dio. Le antiche divinità, salvo uno o due vaghi accenni, vengono ignorate e passano sotto silenzio, anzi sono degradate al rango di diavoli, e designate con il termine generico di daeva, che per sé significa "dio " e veniva dai politeisti attribuito alle loro divinità, mentre nella dottrina di Zarathustra equivale a "demonio".

Il culto verso la divinità consiste nella preghiera e nelle opere di bene; nel ben pensare, nel ben par-
lare, nel ben operare. Il riformatore combatte ed abolisce ogni sacrificio cruento e persino il rito dello haoma, diffusissimo tra gli Irani, come presso gli Indi.

Pur avendo attribuito alla divinità gli attributi di creatore, legislatore e vindice delle azioni umane, Zarathustra non arrivò alla concezione della onnipotenza di Dio. La ragione è da ricercarsi in una dottrina dualistica, che appare in altri inni antichi; ammettendosi quindi anche un principio del male, indipendente da quello del bene, l'opera di questo è intralciata e limitata in questo mondo da quella del primo (v. AHRIMAN).

La concezione monoteistica e quella dualistica, che si contrastano, sono entrambe dovute allo stesso autore, Zarathustra, o a diversi autori? La soluzione di questo quesito dipende dal fatto se gli antichi inni, compresi quelli che insegnano il dualismo, sono tutti di Zarathustra, o se invece ce ne siano anche di altri autori. Ma questa questione non può essere risolta con gli elementi che si hanno. Ad ogni modo appare nella dottrina antica un'evoluzione dalla concezione monoteistica verso quella dualistica, dovuta forse alla preoccupazione di spiegare l'origine del male. Il dualismo però non è così sviluppato come lo sarà in seguito, e allo spirito cattivo non si attribuisce alcuna creazione.

Ma abbiamo veramente una religione nella dottrina dell'antica Avestā, o piuttosto una dottrina filosofica? La esposizione astratta e dottrinale, concisa e pullulante di termini tecnici; la mancanza quasi totale di ogni accenno al culto, alla classe sacerdotale, ai templi o featività solenni induce a pensare che si tratti piuttosto di dottrina che di religione. Tale fu l'impressione che ne ebbero i Greci, tra i quali Eudosso, che la definisce "setta filosofica illustrissima e utilissima" (Plinio, Hist. nat., XXN, 3). Il fatto poi che tra i Greci quelli che si occupano della dottrina di Zarathustra siano filosofi come, oltre Eudosso, Ermodoro, Aristotele, Teopompo ed altri conduce alla stessa convinzione. Essa era destinata nella sua parte dottrinale ad un piccolo numero di iniziati, costituito da Magi, mentre la parte etica e sociale della dottrina si prestava ad una più larga diffusione. Ad ogni modo non si ha documento alcuno che provi essere la dottrina dell'antica Avestā divenuta religione di popolo.

Dario I nelle sue iscrizioni non è monoteista : egli esalta A. "che creò questa terra, che creò il cielo, che creò l'abbondanza per gli uomini " però tale divinità non è l'unica ma la più grande. Resta attaccato agli dèi della sua casa, si lascia scolpire sulle pareti del tempio di Hib in Egitto quale devoto di Ammone, e in un messaggio a Gadata parla dei buoni rapporti della sua casa con Apollo.

Nell'Avestā recente poi si scorge come l'antico politeismo, combattuto da Zarathustra, abbia conquistato un posto incontrastato. A. resta ancora, ma accanto a lui si trova tutta la vasta folla delle divinità antiche, con le mitiche leggende popolari. Il culto costituisce il perno fondamentale della religione, con i sacrifici cruenti e con la libazione e l'offerta dello haoma. La classe sacerdotale è sviluppata in ben ordinata gerarchia. Abbondano le solennità. Il dualismo poi è portato alle ultime conseguenze, e ai due principi si attribuisce non solo un'azione indipendente, ma anche una creazione propria. Quello poi che ci racconta Erodoto sulla religione dei Persiani mostra ugualmente che tra di loro vigeva il politeismo.

Biol.: W. Jackson, Die iranische Religion, in Grundriss der iran, Philologie, H. Ernsburgo 1964, p. 626 sgg.; G. Messina, Ursprung der Mosier, Roma 1930, p. 92 sgg.; id., I Magi a Betlemine, Roma 1933, p. 16 sgg. Giuseppe Messina

AIACE. - Avventuriero galata, dapprima cattolico, poi ariano. Idacio lo chiama senior arrianus, espressione diversamente interpretata dagli storici. Sacerdote o vescovo per alcuni, uomo di autorità fra gli ariani per altri, A. è passato alla storia come l'apostolo ariano

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degli Svevi di Galizia (Spagna). Nel 465 riuscl ad attirare all'arianesimo il re Remismondo, cattolico, che aveva ricevuto da Teodorico II, re dei Visigoti, aiuto militare per conquistare il trono e la sposa. Il popolo segul il re nell'eresia e vi rimase fedele per quasi un secolo.

Bbic.: Idazio, Continuntio Chronicarum Hieronymianorum, ed. Th. Mommsen, in MGH, Auetores antiquiss., XI, pp. 33-34; Isidoro, Historia Suecorum, ibid., p. 302; E. Garcia Villada, Historia eclesiástica de España, II, Madrid 1932, pp. 31-32; P. de Labrielle, in A. Flache-V. Martin, Storia della Chiesa, vers. ital. Frutaz, IV, Torino [1941], pp. 369-70. Giovanni Meseguer

AIALON (ebraico, dalla radice 'ajjdí "cervo ", quasi "luogo dei cervi 1). - 1. Città amorrita (Indc. 1, 35), detta Ajalûna o Jalûna nelle lettere di el-Amarna, e Ajirum nei documenti egiziani. Ricordata per la prima volta a proposito del miracolo del sole (Ios. 10, 12), fu assegnata prima alla tribù di Dan (Ios. 19, 42), poi ai leviti (Ios. 21, 24). Fortificata da Robosimo (II Por. 11, 10), fu presa dai Filistei sotto Achaz (ibid. 28, 18); dopo tale occupazione mancano notizie di questa città. E identificata con Jalo, a 4 km . ad ovest di Amecas (Emmasa-Nicopoli ; s. Girolamo, Onomast., 19).
2. Città della tribù di Zabulon (Indc. 12, 12), d'incerta identificazione.

Gactano M. Perrella
AIBLINGER, Johann Kaspar. - Compositore, n. a Wasserburg sull' Inn il 23 febbr. 1779, m. a Monaco il 6 maggio 1867. Compì gli studi musicali a Monaco e poi, nel 1802, con Simone Mayr a Bergamo; dal 1803 al 1811 visse a Vicenza, quindi a Milano come secondo maestro di cappella del viceré; in Germania, dal 1819, fu maestro dell'opera italiana e dal 1826 maestro di cappella a Monaco, dove morì dopo un breve ritorno a Bergamo. Scarso successo ebbero alcune sue opere teatrali, mentre furono giustamente pregiate le numerose composizioni religiose (messe, litanie, requiem, salmi, offertori, ecc.), nelle quali una dolcezza armonica si accompagna al più severo stile contrappuntistico. Egli è anche legato al fecondo movimento riformatore della musica sacra e con la sua azione concorse alla rinascita delle esecuzioni degli antichi polifoniati italiani.

AICARD, Jean-François-Victor. - Poeta e drammaturgo francese, n. a Tolone nel 1848, m. a Parigi nel 1921. Interruppe gli studi di diritto per dedicarsi completamente alle lettere. Le sue prime e maggiori affermazioni furono opere poetiche, che attirarono l'attenzione del pubblico e alcune delle quali vennero anche premiate dall'Accademia di Francia.

Meritano di essere citate: Jennes croyances (1867); Rébellions et apaisements (1871); Poémes de Procence (1874); La Chanson de l'enfant (1875); Miette et Noré (1880), idillio graziosissimo, che ebbe grande successo; Dieu dans l'homme (1883); Malornité (1893); Jésus (1896). Nel genere drammatico ha pubblicato: Au clair de la lune (1870); Pygmalion (1872); Mascarille (1873); Othello, riduzione libera da Shakespeare (1882); Le Père Lebonndard (1889). L'A. scrisse anche varie novelle e romanci fra cui : Don Juan (1889); Le roi de Camargue (1891); Diamant noir (1895) e due libri in prosa: La Vénus de Milo (1874) e Visite en Hollande (1879).

Bbic.: J. Calvet, La poésie de J. A., Parigi 1909; id., La prose de J. A., iv 1913.

Carmine Starace
AICHER, Ottone. - Benedettino dell'abbazia bavarese di St. Veit, n. in luogo imprecisato nel 1628, m. a Salisburgo nel 1705. Fece onore, in Germania, agli studi eruditi come in Francia ed in Belgio i suoi confratelli nello stesso secolo. Si volse alla storia, con preferenza alla storia romana, ma non disdegnò di occuparsi anche di cosmografia, di epigrafia e di letteratura latina e greca (Cicerone, T. Livio, Tacito, ecc., Aristotele). Si dilettò anche di poe-
sia. Ricordiamo tra le sue opere: Epitome historiae universalis (Salisburgo 1689); Infantia et adulescentia Romae (ivi 1693); Iucentus et maturitas Romae (Würzburg 1700).

Bbic.: dilgem, deutsche Biographie, I, Lipsia 1875 ; in quest'opera sono forniti i dati che mancano in U. Berlière, s. v. in DHG, I, col. 1097, dove si trova invece la bisbilifcografia dello scrittore.

Luigi Berra
AICHINGER, Gregor. - Compositore n. a Ratisbona nel 1564, m. ad Augusta il 21 genn. 1628. Studiò a Ingolstadt, fu organista al servizio di Giacomo Fugger e in S. Ulrico ed Afra ad Augusta; negli anni 1584-87 viaggiò in Italia a scopo di studio, principalmente a Venezia con Giovanni Gabrieli, e a Roma; ad Augusta fu vicario del coro del Duomo e canonico di S. Gertrude.

Compositore molto fecondo di musiche polifoniche religiose, intonate a classica semplicità e purezza, fra le quali sono da ricordare le Sacrae cantiones da 4 a 10 voci ( 3 libri, 1590-97), varie Cantiones ecclesiasticae a più voci (1607-1609), Lacrymae D. Virginis et Johannis (1604), Tricinia Mariana (1598), numerose messe, Magnificat e varie composizioni religiose.

AICHNER, Simon. - Canonista, n. a Terenten (Tirolo) il 19 ott. 1816, m. a Bressanone il 1^{°} nov. 1911. Professore di diritto canonico nel seminario di Bressanone, poi (1884) vescovo della stessa città e finalmente (1904) arcivescovo titolare di Teodosiopoli, scrisse un Compendium iuris ecclesiastici, che ebbe numerose edizioni e fu molto lodato per chiarezza di esposizione e per solidità di dottrina.

AIDANO (Aedan, Aidanus), santo. - Monaco irlandese, fondatore e primo abate-vescovo di Lindisfarne. Nulla sappiamo della sua giovinezza. Lo troviamo monaco a Iona nel 635, quando il pio re di Northumbria, Osvaldo, desideroso di restaurare il cristianesimo nel suo regno, richiese missionari di quel monastero ove da esule aveva soggiornato. Dopo un primo tentativo infruttuoso di evangelizzazione compiuto dal monaco Corman, fu scelto A. Consacrato vescovo, fu inviato con alcuni compagni di lavoro in Northumbria nello stesso anno 635 .

Formato alla scuola del grande missionario della sua stirpe, s. Columba, lo imitò scegliendo, per fondare il suo monastero, una sterile isoletta, Lindisfarne, che, situata di fronte alla casa reale di Bamborough, divenne la Iona degli Anglo-sassoni, centro religioso e culturale dell'Inghilterra settentrionale. Da qui egli diresse tutta l'attività missionaria celtica nel regno northumbro, fondando chiese, monasteri e scuole. Ebbe per questo l'aiuto costante del re, il quale oltre che amico si fece suo interprete, fino a che A. non si rese esperto della lingua anglo-sassone. Malgrado il suo forte attaccamento agli usi celtici, amò l'insegnamento del canto romano.

Dopo l'uccisione di Osvaldo (642) e la divisione del regno, A. continuò il suo apostolato in tutta la Northumbria, favorito dal re Osvino. Morì il 31 ag. 651, undici giorni dopo l'uccisione dell'augusto amico, e fu sepolto a Lindisfarne. Subito la sua tomba divenne oggetto di venerazione. Il Martirologio Romano lo commemora il 31 ag. attribuendogli il merito della vocazione religiosa di s. Cutberto (cf. Vita s. Cuthberti, 4).

II Tanner (Bibl. Britann. Hibern., Londra 1748, p. 15) gli attribuisce dei Commentarii in S. Scripturam e Hovalliae et Conciones, ma con poco fondamento. Di A. ci restano solo alcuni detti conservatici religiosamente da Beda.
A. può considerarsi l'apostolo dell'Anglia propriamente detto, mentre s. Agostino, inviato da s. Gregorio Magno, lo fu soprattutto per la regione sassone del Kent. Beda gli consacra vari capitoli della sua Historia ecclesiastica (III,

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3. 5. 14-17. 25-26; IV, 27). Sebbene gli rimproveri il suo particolarismo celtico quanto alla tonsura e alla celebrazione della Pasqua - per cui lo dice " habentem zelum Dei, quamvis non plene secundum scientiam " (ibid., III, 3: PL 95, 119) - tuttavia non può fare a meno di lodarne lo zelo apostolico, le cstità per i poveri e l'austerità della vita, congiunta a somma mansuetudine. Cf. Alcuino, De Sanctis Eccl. Eborac. 692.

Bibl.: Acta SS. Augusti, VI, Anversa 1743, pp. 688-94: C. (Forbes di Tyron) conte di Montalembert, I monaci d'Occidente, trad. ital. di A. Carraresi, II, Siena 1892. 1. XIII, cap. 1, pp. 413-33; C. Dovden, s. v. in Dict. of Christ. Biogr., I, Londra 1877, pp. 65-67; A. C. Fryer, Aidan, the Apostle of the North, Londra 1884; J. B. Lightfoot, Leaders in the Northen Church, Londra 1890; J. Dowden, Celtic Church of Scotland, Londra 1894; F. Cabrol, L'Angleterre chrétienne avant les Normands, Parigi 1909, pp. 102-105.

Iejino Cecchetti
AIGLERIO (Aiglerius e Ayglerius, in francese A Jglier e Aylier, noto nella storia benedettina col nome di Bernardo I Aiglerio o Ayglerio). - Abate di Montecassino (1263-82), n., sembra, a Lione da nobile famiglia borgoguona, m. il 4 apr. 1282. Si consacrò giovanetto a Dio nell'abbazia benedettina di Savigny, in diocesi di Lione. Qui, compiuti gli studi, disimpegnava l'importante ufficio di "portiere ", quando, nel 1256, fu chiamato al seggio abbaziale di Lérins. Urbano IV, con bolla del 29 marzo 1263, destinò Bernardo al governo di Montecassino.

Il celebre monastero era miseramente decaduto. Coinvolto nelle lotte politiche, era stato spogliato dei suoi beni dai principi svers Federico II, Corrado IV e Manfredi, e, scacciati i monaci coi quali era l'alunno Tommaso d'Aquino, era stato ridotto a fortezza. Urbano IV, francese di nascita, cercando in Francia il novello abate di Montecassino, mrava a dare all'archicenobio un uomo vigoroso e prudente, capace non solo di ristabilire la disciplina religiosa, ma anche di rivendicarne i possedimenti e di contribuire al successo della Casa d'Angiò, i cui interessi coincidevano allora con quelli del Papato.

Nei primi tre anni, Bernardo non poté far nulla; ma, col favore di Carlo d'Angiò, dopo che si impadronì di S. Germano, si dedicò alla restaurazione di Montecassino, che ripopolò di monaci. L'opera che svolse per il riassetto dell'immeaso patrimonio, l'inchiesta minuziosa che fece dei diritti feudali dell'abate, fu affidata alla storia in tre volumi intitolati Regestum Bernardi I abbatis, i cui frammenti superstiti, per munificenza di Leone XIII, sono stati pubblicati nel 1890 (Tipografia Vaticana) dal monaco cassinese dom Anselmo Caplet (cf. Revue Bénéd., 8 [1891], pp. 143-44).

Con gli interessi materiali dell'abbazia, Bernardo curò soprattutto quelli spirituali, restaurando con fermezza la disciplina monastica: celebre è il capitolo che tenne a questo scopo il 2 ott. 1273, alla presenza del Sacramento solennemente esposto.

Per istruire i suoi religiosi circa la natura dei loro obblighi, scrisse lo Speculum monachorum, opera assai stimata, che ebbe poi varie edizioni (Venezia 1505, Parigi 1507, Colonia 1520, Friburgo in Br. 1901), e redasse un erudito commento alla Regola, In Regulam s. Benedicti expositio, pubblicato da dom Anselmo Caplet secondo un manoscritto cassinese contemporaneo dell'autore (Montecassino 1894).
A. rese alla Sede apostolica molti servizi, anche con l'accettare l'onere di non poche legazioni: in Francia, per organizzare la lotta contro gli albigesi; a Venezia, nel 1269, per trattare un'alleanza contro i Turchi; in Ungheria, nello stesso anno, per concludere un matrimonio tra il figlio di Carlo d'Angiò e Maria, sorella del re Ladislao. Gregorio X lo inviò a Costantinopoli nella speranza che negoziati con Michele Paleologo portassero all'unione delle Chiese. Ma Carlo d'Angiò, avido di estendere la sua dominazione
in Oriente, vide di malocchio il sorgere di buone relazioni tra Bisanzio e Roma, e si vendicò con l'abate di Montecassino, impossessandosi di un suo dominio e privandolo del diritto di alta giustizia. Questo gesto feri l'animo nobile di A., che tante fatiche aveva sostenute per il prestigio del monastero e tanto si era adoperato per il successo degli Angioini.

Amico di s. Tommaso d'Aquino, ne accolse la istanza per l'apertura di una casa domenicana a S . Germano ( 1269 ). Ebbe un fratello illustre, Ayglerius abate di Ainay e, dal 1265 , arcivescovo di Napoli. A lui affidava il cenobio cassinese quando, per lunghe missioni diplomatiche, era costretto ad allontanarsene (cf. P. Paschini, s. v. in DHC, V, col. 1281).

Si è detto e si continua a dire che Bernardo fu insignito della dignità cardinalizia da Urbano IV, ma l'editore del suo Regesto (p. cxiv sg.) rileva a buon diritto questo errore.

Bibl.: M. Ziegelbauer, Historia rei literavine Ordinis s. Benedicti, III, Augusta 1754, pp. 172-75; U. Berlière, La Régeste de Bernard Aylier, abbé du Mont-Cassin, in Revue Bénéd., 8 (1891), pp. 184-88; P. H. Walley, Das - Speculum Monachorum "des Abtes Bernhard I von Cassino, in Studien und Mitteilungen aus dem Benediktiner-Ordens, 21 (1900), pp. 411-23, e 22 (1901), pp. 32-48; A. Saba, Bernardo I Aiglerio, Abate di Montecassino, in Miscellanea Cussinese, VIII, Montecassino 1931; Ph. Schmitz, Histoire de l'Ordre de Saint Bremit, I, Marodsous 1942, p. 375 sg.

Iejino Cecchetti
AIGNAN, François. - Si chiamò abbé A. l'exmissionario cappuccino p. Tranquillo d'Orléans (père Tranquille), n. nel 1644, passato tra i Benedettini chuniacensi verso il 1690, m. nel 1709. Da cappuccino, insieme col confratello p. Enrico da Montbazon (poi abbé Rousseau), per incarico del re Luigi XIV diresse un laboratorio farmaceutico 'nel palazzo del Louvre. Per potere esercitare più liberamente la loro arte si fecero benedettini; tanto al Louvre come nell'abbazia di St.-Germain-des-Prés distribuivano gratuitamente ai poveri i medicinali de loro preparati, i quali erano avidamente ricercati anche dai nobili. A. si rese celebre per la confezione di un farmaco noto anche oggi col nome di «balsamo Tranquillo ", composto di solanum racemosum, furiosum maniacum, teste di papavero, giusquiamo, menta, tabacco, ruta, essenzio, issopo ecc., e di un grosso rospo appena ucciso. Questo balsamo ebbe grandissima voga; fu somministrato anche a Luigi XIV, alla vigilia della morte. M.me de Sévigné lo considerò come rimedio sovrano, utile contro tutte le malattie. Il «balsamo Tranquillo» è giunto fino ai giorni nostri, senza peraltro l'ingrediente del rospo, quale anestetico locale (cf. M. Messini, Terapia clinica, 1944).

Sotto il nome di abbé A. pubblicò varie opere di medicina: Le prestre médicin, ou Discours physique sur l'établissement de la médecine, avec un traité du café et du thé de France, selon le système d'Hippocrate, Parigi 1696, con una traccia di storia della medicina ecclesiastica, tolta dalla Historia monogramma del Du Val; L'ancienne médecine à la mode, ou le sentiment uniforme d'Hippocrate et de Galien sur les acides et les alhalis, Parigi 1693; Traité de la goute dans l'état naturel, ou l'art de connaitre les vrais principes des maladies, Parigi 1707.

Bibl.: M. H. David, L'abbé Rousseau et le baume Tranquille, in Mém. de la soc. nation. d'cayis, d'Angers, Angers 1902 (estratto); Edouard d'Alençon, Poudre de stipère et de potable, in Etudes Franciscaines, 28 (1912), pp. 85-86; Godefroy de Paris, Deux Capucins au Louvre: le laudonum Rousseau, le baume Tranquille, in Rev. sacerdotale du Tiers-Ordre, 16 (1938), pp. 80-82.

Adalberto Pazzini
AIGREFEUILLE, Guillaume (seniore). - Cardinale, n. a Lafond, presso Saint-Exupéry, ca. il 1317, m. a Viterbo nel 1369. Entrato nell'Ordine benedettino, fu priore di S. Pietro di Abbeville. Clemente VI, che lo aveva già nominato protonotario apo-

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stolico, lo creò arcivescovo di Saragozza nel 1347, e poi cardinale nel 1350 . Contribuì all'elezione di Urbano V, dal quale ebbe il vescovato di Sabina nel 1367. Fu camerlengo del sacro collegio, e portò felicemente a termine importanti legazioni e vari delicati incarichi.

Bibl.: F. Duchesne, Histoire de tous les cardinaux frangais, I. Parigi 1660, pp. 321-22; II, ivi 1661, pp. 343-426; G. Mollat, s. v. in DIIG, I, coll. 1116-17.

Luigi Michelini Tacci
AIGREFEUILLE, Guillaume (iuniore). - Cardinale n. a Saint-Exupéry nel 1339, m. ad Avignone il 13 genn. 1401. Studiò a Tolosa dove, nel 1363, divenne dottore in decreti. Il 12 maggio 1367 fu creato, da papa Urbano V, cardinale del titolo di S. Stefano Rotondo e il 19 ott. 1369 fu eletto "camerarius" del collegio dei cardinali, incarico che conservò tutta la vita. Intervenne al conclave che seguì la morte di Gregorio XI, ed ebbe una parte importante negli avvenimenti che condussero al grande scisma. Fu inviato da Clemente VII in Germania presso l'imperatore Venceslau, ma nonostante le lettere scritte in suo favore dal duca d'Angiò e da Carlo V, non riusci ad avere un salvacordotto. Anzi si vide costretto ad allontanarsi anche da Metz dove si era recato, e a stabilirsi a Friburgo in Brisgovia dove rimase dal 1381 al 1384. L'anno dopo tornò ad Avignone dove poi morì. Fu seppellito nella cappella di S. Stefano da lui fatta erigere nella chiesa di S. Marziale. Scrisse un trattato contro Benedetto XIII e Sermones in laudem beatae Virginis.

Bibl.: N. Valois, La France et le grand schisme d'Occident, 2 voll., Parigi 1896, passim; E. Baluzc, Vitae Paparum Avemionemium, II. ed. G. Mollat, ivi 1928, p. 514 sgg. Emma Santovito

AIGUANI (AIGUANI, ANGUANI), Michele. Insigne teologo carmelitano del sec. xiv, più conosciuto sotto il nome di "Michele di Bologna" perché oriundo di Bologna. Compì i suoi studi a Parigi, dove fu per parecchi anni ( 1357 e sgg.) lettore delle Sentenze, quindi dottore dell'Università di Bologna (1371) e provinciale della provincia di Bologna (1372-79). Nominato da Urbano VI vicario generale dell'Ordine (1380), e riconfermato nel 1385 , fu da lui deposto (1386); negli anni seguenti tenne la cattedra di S. Scrittura nell'Università di Bologna, ove morì il 16 nov. 1400 .

Le sue opere sono: 1) Quaestiones... in IV libros Sententiorum (Milano 1510, Venezia 1622); 2) Commentarii in Psalmos Davidicos, editi sub nomine "Incogniti", 3 voll., (Alcalà 1524, Lione 1581, 1588-89; 1603, 1610, 1651; Venezia 1600-1602; 1608; Parigi 1613, 1616; 1626); 3) Dictionarium Sacrum (2 voll., ms. 1652 Bibl. Univ. Bologna); 4) Alphabetum theologicum (ms. Coll. S. Alberto, Roma); 5) Lectura, seu Catena in Psalmos (Colonia 1480, 1483, 1487, 1554; Reutlingen 1488, 1494; Rouen 1504); 6) In Psalmos paenitentiales lectura (ms., già a Genova nell'antico convento dei Carmelitani); 7) Tabula in libros Sententiarum (ms. 1081, Avignone Mus. Calvet); 8) Tractatus Conceptionis gloriator Mariae (ms. F. II, 21, Bibl. Mantova), e molti altri commentari della S. Scrittura, inediti.

BibL.: M. Ximenes Barrancon, Incognitus per se cognitus, Madrid 1720; Analecta O. Carm. Disc., IV, Roma 1929-30. pp. 41-63, con ampia bibliografia; Ba. Xiberta, De scriptoribus nhelost. O. Carm. saec. XIV, Lovanio 1931, pp. 324-25.

Ambrosio di Santa Teresa
AIKENHEAD, Mary, serva di Dio. - Fondatrice delle Suore della carità irlandesi (Irish Sisters of Charity), n. a Cork (Irlanda) il 15 genn. 1787 da madre cattolica e da padre anglicano convertitosi in punto di morte, m. a Dublino il 22 luglio 1858. La A. si convertì subito dopo la morte del padre (1802), e, dopo morta la madre, entrò in un convento di York col nome di Mary Augustine. Dopo tre anni emise i voti e si fissò a Dublino, ove aprì, aiutata da Alice Walsh, la prima casa delle "Suore della carità" (1815),
che resse come generale; fondò poi nuovi conventi a Micklegate, a Bar, a York; alla sua morte ne lasciava sei, oltre un asilo di pentite e l'ospedale S. Vincenzo di Dublino, il primo in Irlanda diretto da suore.

Nella peste del 1832 e in altre occasioni si prodigò, con le sue suore, nell'assistenza degli ammalati, uno dei compiti precipuì ai quali la sua congregazione si dedica. Il processo di beatificazione di questa benefattrice dell'Irlanda è stato introdotto il 20 marzo 1921.

Bibl.: AAS, 13 (1921), pp. 234-38; Anon., La Rev. Mine Mary A., Tours 1927.

Augusto Guidi
AILERANO (Aileranus, Aleranus, Aireranus, Ereranus), detto il Sapiente, santo. - Poco si conosce della sua vita. Fu monaco a Clonard (v.) e, a quanto sembra, dal 650 resse quella scuola. Il Bellesheim lo giudica uno dei «dottori più rappresentativi» dell'Irlanda nel sec. vir. Morì nel 664 o 665 . Il Martirologio di Oengus (v.) lo commemora il 29 dic.

Si conserva di lui una Interpretatio mystica Progenitorum Christi, interessante anche per conoscere i libri di cui si componevano le biblioteche monastiche dell'Irlanda (a. Giralama, Origone, Arnobio, Filone, Flavio Giuseppe, ecc.). A. espone l'interpretazione tradizionale; dal modo di esprimersi, dimostra di ignorare l'ebraico.

L'opuscolo, integrato della Marala explanatio eorumdem nominum, fu pubblicato, su un codice di S. Gallo, dal minorita Patrizio Flemine, a Lovanio (1667), insieme alle opere di s. Colombano. Inserito poi nella Bibliotheca maxima Patrum di Lione nel 1677 (XII, pp. 37-41), fu riprodotto in PL 80, 327-42. Ma tale edizione è incompleta. Charles Mac Donnel, in Proceedings of the Royal Irish Academy (7 [1837-61], pp. 369-71), pubblicò la parte mancante, da un manoscritto della Biblioteca Imperiale di Vienna (Cod. theol., 119) che contiene un'opera inedita di Sedulio Scoto (v.), il Collectoneum in Matthecum.

Il carme detto Kanon Evangeliorum (ossia In X canones Eusebii, seu concordantiam quattuor Evangelistorum), già passato tra le composizioni poetiche di Alcuino (PL ior, 729), deve ritenersi di A., come ha dimostrato il De Bruyne, basandosi principalmente sul cod. Barberin. 587.

Il Colgon (Acta Sanctarum Hiberniac, Lovanio 1645, p. 140) attribuisce ad A. tre vite di santi (perdute) : di Brigida di Kildare, di Patrizio e di Fechin di Fore.

Eugenio O'Curry poi (in Irish Ecclesiastical Record, I [1864], pp. 63-64) ha pubblicato, con traduzione inglese, una preghiera in gaelico attribuita ad A. dal Libro giallo di Lezun, che ne ha conservato il testo.

Un'opera intitolata Rechertza Alerani (sic), che sarà stata una sua opera grammaticale, si trovava, nel sec. xi, nella biblioteca monastica di S. Floriano, presso Linz.

Bibl.: A. Bellesheim, Geschichte der batalischen Kirche in Irland, I. Magonza 1890, pp. 205-206; J. Healy, Ireland's Ancient Schools and Scholars, Dublino 1902, pp. 206-207; L. Gougaud, Les Chrétientés Celtiques, Parigi 1911, p. 259; D. De Bruyne, Une Poésie inconnue d'Aileran le Sage, in Revue Bénéd., 29 (1912), pp. 339-40 (per il metro cf. M. Manitius, Geschichte der chr. latste. Poesie, Stoccarda 1891, p. 481); J. F. Kenney, The Sources for the Early History of Ireland, Nuova York 1929, pp. 279-81 (con elenco dei manoscritti); J. Ryan, Irish Monasticism, Dublino 1931, p. 381.

Igino Cecchetti
AILLY, Pierre d' (Petrus de Alliaco). - Scienziato, filosofo, teologo francese, confessore di Carlo VI, uomo politico, vescovo e cardinale, fu uno dei personaggi più illustri della Chiesa di Francia del sec. xiv e xv, anzi di tutto il medioevo. Fu denominato "Aquila Franciae» ed anche «aberrantium a veritate malleus indefessus». N. nel 1350, secondo i più a Compiègne, da famiglia benestante, ma non nobile, originaria della Piccardia, m. ad Avignone il 9 ag. 1420, dopo aver fatto grandi elargizioni alle chiese, ai poveri, agli ospedali ed al collegio di Navarra. La sua salma, trasferita nel 1422 a Cambrai, riposò nel sepolcro, che sin dal 1399 egli s'era preparato entro il coro della cattedrale, fino alla Rivoluzione francese, durante la quale le sue ceneri vennero disperse al vento dai giacobini

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Nel 1363, a tredici anni, ottenuta una borsa di studio, fu ammesso come allievo nel collegio di Navarra; l'1 1 apr. del 1381 si addottorò e divenne professore di teologia; nel 1384 venne designato rettore del collegio di Navarra e nel 1389 cancelliere dell'Università di Parigi; nel 1391 il re lo volle suo elemosiniere. Le cattedrali di Francia andarono a gara nell'offrirgli onori e canonicati ben retribuiti: così fu canonico a Soissons (1375), a Noyon (1381), a Compitigne (1391), a Cambrai (1391), a Rouen (1394), a Bayeux (1394), ed ottenne parecchi benefici, che accumulò durante l'intera sua vita, riunendone perfino nelle sue mani 14 nello stesso tempo. Il 2 apr. del 1395 da Benedetto XIII, che l'aveva conosciuto personalmente e molto l'apprezzava, fu eletto vescovo della diocesi di Le Puy. Nel marzo 1397 fu trasferito a quella più importante di Cambrai. Più tardi fu anche amministratore delle diocesi di Limoges e di Orange. Infine, il 19 dic. 1412, fu da Giovanni XXIII nominato cardinale del titolo di S. Crisogono.
A. fu uomo di studio e uomo di azione.

Come uomo di studio, in mezzo alle molteplici sue occupazioni, trovò modo di scrivere numerose opere di carattere scientifico, filosofico, teologico, ascetico. Se ne conoscono attualmente 174, e non è detto che tale catalogo sia completo.

1. Negli scritti scientifici, seguendo le orme di Ruggero Bacone, A. trattò di fisica, di cosmologia, di geografia, di astronomia e perfino di astrologia: Imago mundi; De legibus et sectis contra superstitiosos astronomos; De falsis prophetis tractatus duo; Vigintiloquium de concordia astronomicae veritatis cum theologia; Epilogus moppae mundi; Apologia defensica astronomiae... ne sono i principali titoli. Tra gli altri argomenti prospettò anche, precorrendo i tempi, la correzione del calendario e preparò la riforma gregoriana; trattò inoltre della rotazione della terra attorno al proprio asse, ne descrisse la forma sferica e segnalò i mezzi per andare, attraverso i mari, nell'Estreno Oriente. L'Imago mundi fu certamente nelle mani di Cristoforo Colombo e lo confermó nelle sue idee, come egli, pare, dichiarò al re dopo il suo terzo viaggio: ne fa fede del resto un esemplare che, postillato dal grande navigatore, si trova nella biblioteca colombiana di Siviglia.
2. Negli scritti filosofici, A. si ispirò ai principi del nominalismo: ebbe da giovane maestri nominalisti ed i suoi libri preferiti furono le opere di Guglielmo Occam, del quale seguì gli insegnamenti, particolarmente nelle questioni degli universali e nella nozione delle cause. Nella biblioteca di Anversa esiste un manoscritto di A. ( 414 pagine), che riferisce il catalogo completo delle opere del filosofo inglese.
3. Negli scritti teologici ha avuto il merito di difendere il privilegio dell'immacolato concepimento di Maria ed il merito di fare eccellenti osservazioni circa l'esegesi biblica, specie nell'Epistola ad novos Hebraeos; ma ha pure avuto il torto di tralasciare quasi completamente il valore della tradizione e dei documenti pontifici, e di seguire l'andazzo degli ambienti nominalisti. Di qui le inesattezze, le opinioni temerarie e paradossali, gli errori che in essi si riscontrano: a) errori su Dio (nega la dimostrabilità con evidenza dell'esistenza, dell'unità e dei fondamentali attributi divini, come l'onnipotenza e la libertà); b) sulla S.ma Trinità (afferma che la dottrina trinitaria non è con evidenza contenuta né nel Vecchio Testamento né nel Nuovo); c) sull'ultimo fine (afferma non essere evidente l'esistenza d'un ultimo fine dell'uomo); d) sulla morale cristiana (pretende non esservi né atto essenzialmente buono, né atto essenzialmente cattivo, né essenzialmente meritorio, né essenzialmente demeritorio: "nullum est ex se peccatum, sed praecise quia lege prohibitum."); e) sui Sacramenti (ammette nell'Eucaristia, come possibile, l'impanazione); f ) ma, soprattutto, egli cade in molti errori circa l'organizzazione della Chiesa, per la sua spiccata tendenza a diminuire l'autorità papale, tendenza
che si può forse spiegare, se si riflette ai tristi tempi in cui visse - entrò infatti nella vita pubblica durante il grande scisma d'Occidente - e alle cui vicende prese parte attiva. Egli sostiene che Gesù Cristo non ha fondato la sua Chiesa su Pietro. "Quis enim in Petri infirmitate Ecclesiae firmitatem stabiliat? ". Il Papa è soltanto il principale ministro della Chiesa, "principalis inter ministros»; la giurisdizione ai vescovi e ai sacerdoti viene direttamente da Cristo, non dal Papa, il quale non è necessariamente vescovo di Roma, poiché il primato fu ad Antiochia prima di essere trasferito nella capitale dell'Impero romano. Ne segue che il Papa non è infallibile, che soggiace al concilio generale, che può essere deposto dal concilio ecumenico, il quale, pur potendo a sua volta errare, sì che si possa dall'uno appellare all'altro, deve essere tuttavia ritenuto superiore al Sommo Pontefice. Soltanto la Chiesa universale è infallibile. Questi errori, che prevalsero praticamente nel Concilio di Costanza, ebbero gravissime ripercussioni nei secoli posteriori. Lutero, che affermava di aver imparato a memoria i libri di A., da lui certamente attinse il sistema dell'impanazione eucaristica; i riformatori del sec. XVI pretesero di essersi a lui ispirati per parecchie loro dottrine, contrarie all'insegnamento cattolico; i gallicani (v. gallicanesimo) poi, e non a torto, lo ritengono un loro precursore; a lui ricorrono talvolta persino i filosofi del sec. XVII.

Come uomo di azione A. amò sinceramente la Chiesa e lavorò indefessamente per essa. Promosse nella sua diocesi di Cambrai utili riforme; condannò una setta di falsi mistici, che riconosceva per suo capo un certo Guglielmo di Hildenissem; combatté le esagerazioni dei flagellanti; fu commissario nell'affare del domenicano Matteo Grabow; ma l'opera per cui usò le sue migliori energie fu la cessazione dello scisma. Pur ubbidendo a Clemente VII, cugino del re di Francia, A., sull'esempio dell'intera nazione e dell'Università parigina, non risparmiò fatica alcuna per ottenere tale scopo.

Oltre 30 suoi scritti ebbero questa mira; particolarmente l'Epistola diaboli Leviathan, l'Invesciva Ezechiela contra Pseudopastores, il De materia concilii generalis, il Tractatus de potestate ecclesiastica; il Tractatus agendorum in concilio generali de Ecclesiae reformatione; il Tractatus super reformatione Ecclesiae in concilio Constantiensi. Primo fra tutti, nell'Epistola diaboli egli indico, verso il 1381 , le "tres viae" d'uscita dallo scisma, cioè: "l'arbitralla concordia ", la "resignatio utriusque contendentia " ed il "futurum concilium generale ", pur propendendo per la terza, la quale difatti riusci vittoriosa.

Nelle discussioni animatissime, che seguirono a questo proposito in Francia, egli sempre fece opera di conciliazione, evitando le tesi estreme, opponendosi alla forzata cessione che si voleva imporre a Benedetto XIII (1395), come pure al rifiuto di ubbidienza (1398), e, dopo che a questo si addivenne, proponendo un accomodamento che fu accettato ( 30 maggio 1403), grazie ad una accorta distinzione tra i diritti papali essenziali ed i diritti papali accidentali. Ancora a questo scopo A. compi parecchie ambascerie: come ambasciatore straordinario di Venceslao, re dei Romani, fu inviato alla corte di Avignone; nel 1403 fu nuovamente inviato in questa città come legato del suo re; in seguito fu membro dell'ambasciata, che si recò dai due papi contendenti per indurli alla cessione, e nel 1413 fu legato di Giovanni XXIII in Germania. Infine, sempre per porre termine alla divisione che lacerava la Chiesa, egli partecipò al concilio di Pisa (1409) ed a quello di Costanza (1414). A Pisa arrivò il 7 maggio e riconobbe il nuovo eletto Alessandro V, ma non esercitò alcuna parte importante. A Costanza invece, ove giunse il 17 nov. con un seguito di 44 persone, la sua influenza si fece altamente sentire. Riuscì a far prevalere nel concilio i suoi principi della dottrina con-

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ciliare, abbandonò definitivamente Giovanni XXIII, approvò l'abdicazione di Gregorio XII, cooperò alla destituzione di Benedetto XIII e aderì a Martino V. Cosi egli poté vedere coronata di successo quella che era stata la preoccupazione costante della sua vita.

Bibl.: A. Douus, Notice historique et littéraire sur le cardinal P. d'Ailly, Cambrai 1824: E. Bouly, Notice sur le cardinal P. d'Ailly, Cambrai 1847: J. B. Schwab, Jubelous Gerson, Professor der Theologie und Konzler der Universitit, Würzburg 1858; Lefevre (Faber), Documents relatifs à Pierre d'Ailly, in Revue des Sociéts annuates, 4 e serie, 8 (1868), 2^{°} semestre, p. 130; M. Asbrelicque, Le cardinal d'Ailly, Etude biographique, in Bull. de la societé historique de Compicigne, 1 (1869), p. 136; P. Tschackert, Peter von Ailly, Gotha 1877; H. Finke, Acta Concilii Constantinis, Münster 1896; R. Pontvianne, Pierre d'Ailly, évêque du Poy, évêque de Cambrai et cardinal, Le Puy 1898; N. Valois, La France et le grand Sclisnue d'Occident, Parigi 1896-1902, passim; F. Ebrle, in Arch. Jär Literatur und Girbengeschichte, 7 (Friburgo in Br. 1900), passim; L. Salembier, Le cardinal d'Ailly: bibliographie de ses cuvres, Compicigne 1909; id., s. v. in DHG, I, coll. 1134-65.

Cesare Bertola
AIMERICH, MATEO: V. AYMERICH, MATEO.
AIMERICO de Malifaye. - M. nel 1196. Dal 1142 fu patriarca latino di Antiochia. Fermissimo nella difesa della città contro i musulmani e dei diritti divini contro i re e i principi occidentali della Terra Santa, ebbe a soffrire gravissimi contrasti. Verso il 1160 restaurò la vita cenobitica sul Carmelo, preponendo agli eremiti, come priore generale, il suo parente Bertoldo. A lui rimane il merito di aver condotto all'unità della Chiesa romana i Maroniti del Libano nel 1183.

Bibl.: P. Marie-Joseph, s. v. in DHG, I, coll. 1076-78. Giuseppe Löw
AIMERICO di Piacenza. - Dodicesimo maestro generale dei Domenicani. Sia discendente dalla famiglia dei Giliani, come vuole Echard (Script. Ord. Praed., I, 494), sia chiamato de Navis, come scrive in diverse bolle Clemente V, era probabilmente di origine lombarda. Entrato nel 1267 nel convento di Bologna, studiò a Milano. Dopo 24 anni, spesi nell'insegnamento di filosofia e teologia a Bologna, e dopo esser stato provinciale di Grecia, si trovò al capitolo generale di Tolosa del 1304, ma non come definitivoe, e fu eletto maestro generale dell'Ordine il 1^{°} maggio. L'Ordine contava allora 18 province, più di 50 professori insigni, 15