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erese Gyulafehérvár. Dal 1103 al 1558 fu sede dei vescovi della Transilvania, che, allontanati dalla rapida e violenta espansione del protestantesimo e costretti a risiedere fuori diocesi, vi tornarono nel 1716; era soggetta a Kalocza, ma dal 1927 è suffragatoa di Bucarest.

La fondazione del vescovato da parte di s. Stefano, dopo l'occupazione della Transilvania (roo3), è leggendaria. Il primo vescovo Simone è del r103-13. Il vescovo conte Ignazio Batthyàni (1786-98), che è noto per la sua resistenza alle innovazioni di Giuseppe II, emanò norme per la vita clericale, raccolse e pubblicò antiche leggi ecclesiastiche ungheresi, fondò una specie di università, il «Batthyáneo», con una specola.

Nel 1920 la Transilvania passò alla Romania. Il Concordato del 1927 ne riordinò le circoscrizioni ecclesiastiche. La diocesi conta 390.000 cattolici, con 249 parrocchie, 320 sacerdoti diocesani e 109 regolari. La cattedrale, in parte romanica, in parte gotica, è dedicata a s. Michele.

BibL.: A. Szeredai, Series antiquorum et recentiorum episcoporum Transylvaniae, Alba Carolina 1790; A. Theiner, Vetera monumenta historica Hungariam sacram illustrantia, 2 voll., Roma 1859-60.

Giuseppe Löw
ALBANÈS, Joseph-Mathias-Hyacinthe. - Sacerdote e storico ecclesiastico, n. ad Auriol (Bouches-du-Rhône) il 24 febbr. 1822, m. a Marsiglia il 3 marzo 1897. Notevoli i suoi lavori sulla agiografia e storia provenzale che gli valsero nel 1889 la Legion d'onore.

Tra essi degni di menzione quelli sul beato Urbano V papa (Parigi 1897). Redasse anche alcuni tomi del Catalogue général des manuscrits des bibliothèques publiques de France e la Gallia christiana novissima, che è una storia degli arcivescovati, vescovati ed abbazie della Francia meridionale stesa sulla scorta dei registri dell'Archivio Vaticano e locali, in sette volumi, pubblicata postuma a cura di U. Chevalier (Montbéliard 1899-1920); i criteri seguiti dall'editore sono però assai discutibili, ragion per cui l'opera non risponde sempre alle esigenze della critica storica.

BibL.: U. Chevalier, Le chanoine A.; biobibliographie, Romans 1897: H. Leclercq, Gallia Christiana, in DACL. VI, coll. 304-10; Répertoire de Bibliographie française, s. v., I, Parigi 1937.

AlbanESI. - Membri di una particolare setta del catarismo (v. CATARI) italiano, in contrapposizione ai concorezzesi (v.) e ai bagnolesi (v.). Già nella seconda metà del sec. xir i catari italiani si dividono in dualisti assoluti e dualisti mitigati o monarchici; all'inizio del Duecento i primi costituiscono la corrente degli albanenses, con centro gerarchico e dottrinale in Lombardia; è più probabilmente dalla località di Albano (S. Alessandro, prov. di Bergamo) che si deve far derivare tale denominazione, o fors'anche da qualche capo di nome Albanus; son detti anche de Desenzano dal paese omonimo sul Garda, oppure da Desenzano al Sivrio. La Chiesa catara albanese trovavasi a Verona e in molte città dalla Lombardia. Verso la metà del sec. xili i suoi membri effettivi erano, secondo i computi di R. Sacconi, 500 ca., ma andavano aumentando anche nelle circoscrizioni ecclesiastiche catare della Marca Trevisana, Toscana e Valle spoletana. Essa derivò la sua fede dualistica dalla Chiesa orientale di Dugunthia (o Drugutia, Brugutia, Drogometia, Druguria, Diniguttia ecc.). Rimane soggetta a revisione la identificazione, ora ritenuta più probabile, con Drogometia - Dragoviça, località abitata dai Drogoviciani, popolazione bulgaro-slava della Tracia del sud e della Macedonia. Un capo cataro Nicetas o Niquinta, venuto in Lombardia e, nel 1167, presente

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al convegno cataro di Saint-Félix de Caraman (Tolosa), fece passare dal dualismo mitigato della Chiesa di Bulgaria al dualismo assoluto della Chiesa dragoviciana il vescovo dei catari italiani Marco. Nel frazionarsi del catarismo, questi ebbe per successore Giovanni l'Ebreo. In seguito incontriamo Marchisio de Sorano (o Soiano), vescovo degli a. de Desenzano, col suo coadiutore Amizo, e Nicola di Vicenza. All'inizio del Duecento la frazione più antica degli a. ha per capo il vescovo Balasinanza (o Bellasmanza) di Verona.

Questa setta, per spiegare il male e il peccato, insegna la coesistenza eterna dei due principi : il dio buono, creatore dei suoi angeli e del suo mondo, ossia della natura incorporea o celestiale, e il dio cattivo, creatore dei suoi spiriti maligni e del mondo terrestre, animali e corpi. Questi due regni non avranno fine e saranno in continua opposizione. Lucifero, figlio del dio malo, o per astuzia o per espugnazione militare porta il male nel regno celeste: le anime sedotte sono imprigionate nei corpi umani e degli animali, nei quali trasmigrano in espiazione, per ritornare tutte al loro stato primitivo, ricongiungendosi ai propri corpi e spiriti lasciati nel cielo. Gesù Cristo, figlio del dio buono, a questi inferiore, venuto a richiamare queste anime, nacque da un angelo, la Madonna, ed ebbe corpo umano e azioni materiali solo apparenti. Il Vecchio Testamento è opera del diavolo, eccetto i Libri Sapienziali e i Profeti. Alcuni dottori accentuarono e svulsero questo schema dualistico. Il vescovo bergamasco Giovanni de Lugio, seguito da Giovanni de Cueullo, capeggiò dal primo quarto del Duecento una frazione di giovani. Nel suo insegnamento esclude la creazione ex nihilo: sia il principio buono sia quello cattivo composero il proprio mondo coi quattro elementi coeterni, fuoco, aria, acqua, terra, rispettivamente di natura invisibile e di natura materiale. Secondo una interpretazione più rigida, anche le anime dell'uno e dell'altro regno sono coeterne ai loro principi. Fra gli stessi celicoli si svolge una vita simile, sebbene di natura spirituale, a quella del mondo terreno. Quanto si racconta nel Vecchio Testamento e di Gesù Cristo è realmente accaduto, ma nel mondo superiore. Il dio buono non è né libero né onnipotente né onnisciente, perché è limitato dal dio cattivo, che indusse nelle creature celesti il peccato. Alcuni miti parlano di invasioni e seduzioni di anime anche da parte dei celicoli nel mondo terrestre. Alla vita e alla passione di Gesù in questo mondo corrisponderebbe una vita simile seguita da una medesima passione da parte del figlio del dio cattivo nel regno celeste. Ogni anima ritornerà rispettivamente al proprio mondo; però questo duello tra i due regni, che personificano il male e il bene, ricomincia, sempre, fatalmente. La logica di questo parallelismo dualistico è l'equilibrio di potenza, di operazioni, di effetti tra i due opposti principi.

A differenza degli altri catari, gli a. non dànno valore, perché atto materiale, all'imposizione delle mani sia nel rito del consolamentum sia in quello della confessione : parimenti nella fractio panis non ritengono che questo, come creatura del diavolo, possa essere benedetto. A causa del comune dualismo assoluto, e anche per allitterazione, il nome di a. è stato erroneamente sostituito e scambievolmente usato con quello di albigesi (v.), indicante i catari della Linguadoca, i quali professarono generalmente il dualismo rigido.

Bibl.: C. Dousis, La Somme des autorités à l'usage des prédicateurs méridionaux au XIIIe siècle, Parigi 1896, pp. 114-23; R. Sacconi, Summa de Catharis et Pauperibus de Lueduno, in A. Dordaine, Un traité neo-manichéen du XIIIe siècle: le "Liber de duobus principiis", Roma 1939; Ilarino da Milano, Il a Liber supra Stella - di Salvo Burci, in Aevum, 16 (1942), pp. 320-11; 19 (1945), pp. 284-92.

Ilarino da Milano
ALBANESI, Luigi. - Compositore, n. a Roma il 3 marzo 1821, m. a Napoli il 4 dic. 1897. Fu pianista e insegnante di buona fama; notevole la sua produzione di carattere religioso: messe, oratori (Le sette parole del Cristo), mottetti; un vero capolavoro è la Preghiera con quartetto.

ALBANI. - Popolo del Caucaso abitante della Aguania, la cui sorte è legata a quella degli Armeni. La tradizione indica come primo predicatore del cristianesimo presso gli A. Eliseo, che penetrò fin nell'interno del paese, e costrul una chiesetta, dove fu poi martirizzato. Gli A. furono convertiti interamente alla fede per mezzo degli apostoli mandati dalla Chiesa armena al principio del sec. iv. Presto si formò una Chiesa sul tipo di quella armena, con un katholikos, risiedente in Partav, e dipendente dalla Chiesa armena. Il katholikosato degli A. fu soppresso nel sec. xix.

Gli A. si unirono agli Armeni nelle guerre religiose contro il culto mazdaico dei Persiani (451). Separatisi, insieme agli Armeni, dalla Chiesa universale, tentarono poi l'unione nel 709, ma il katholikos Elia d'Armenia in un concilio tenuto a Partav depose il katholikos degli A. Nerses Bakur, promotore della conciliazione, sostituendogli Simon.

La letteratura degli A. iniziata per opera di s. Mesrob nel sec. v, venne distrutta totalmente nel sec. vi, dai Xasiri. Nessun popolo quanto gli A. venne sottoposto a vessazioni, data la loro posizione geografica che segna il passaggio dall'Asia all'Europa; in seguito a queste la fede cristiana tra di essi venne distrutta completamente e sostituita dall'islamismo.

Bibl.: M. Kalankatuatri, Histoire des A. (trad. E. Boré), Porigi 1860 (l'originale è in armeno); Dr. Barsudanin Mekar, Poerse Albano e vicini (in armeno), Tiflis 1895; F. Tournefeux, Hist. polit. et relig. de l'Arménie, Parici 1909; Fr. Kirakos di Ganzaù, Storia Armena (in armeno), Tiflis 1910; G. Amaduni, Manochismo (in armeno, e trad. franc. lfrosser), Venona 1940, pp. 79-95, 130, 208.

Giacomo Ciantaian
ALBANI, FAMIGLIA. - Due profughi albanesi, Giorgio e Filippo di Michele de' Lazi, già combattenti agli ordini di Giorgio Castriota Scanderbeg, adegnando di restare nella loro patria caduta sotto il dominio turco, si rifugiarono ad Urbino, dove Federico e Guidobaldo di Montefeltro li adoperarono in negozi di guerra e di pace. Presero il cognome di Albanesi che Altobello, figlio di Giorgio, mutò in A. e tramandò
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(da G. Brijyante Colonna, Parparati e artisti nella Roma del '786) Albani - Stemma degli A. di Urbino.

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Albani. - Roma, Villa A. Veduta del giardino e dell'emicielo dal portico del palazzo (sec. xvili).
alla discendenza, insieme con le cospicue ricchezze accumulate nel ducato ospitale. Da Altobello (14451564) nacque Annibale (1530-91) e da Annibale Orazio (1576-1653), il quale diede gran lustro alla famiglia perché, inviato come plenipotenziario dall'ultimo duca d'Urbino a trattare presso Urbano VIII la devoluzione dello Stato alla S. Sede, meritò di essere eletto senatore di Roma. Dei suoi figli Annibale e Carlo, il primo abbracciò la carriera ecclesiastica e divenne prefetto della Biblioteca Vaticana; il secondo sposò una Mosca di Pesaro, famiglia ricca ma non nobile ed attese in Urbino all'amministrazione dei beni famigliari. La fortuna fu invece assicurata alla casa dal figlio di Carlo I, Gian Francesco, il quale, lasciato al fratello Orazio il compito di perpetuare la discendenza, si fece sacerdote, e, fermatosi a Roma, entrò nel governo dello Stato pontificio e salì sino al fastigio del papato, col nome di Clemente XI (v.).

Secondo gli usi del tempo, in conseguenza di questa elezione, la famiglia A. ebbe il patriziato romano, la nobiltà principesca ed uffici curiali, ma non maggiori ricchezze, perché Clemente XI, fedele al costituito di Innocenzo XII contro il nepotismo, negò al fratello ed ai nipoti denaro e dignità cospicue; soltanto Annibale, figlio del fratello Orazio, fu creato cardinale; Alessandro, fratello di Annibale, ebbe invece il cardinalato da Innocenzo XIII. Degli altri due cardinali di casa A., Gian Francesco fu figlio di Carlo e Giuseppe di Orazio, fratello del card. Gian Francesco: entrambi lasciarono buona memoria di sé. (Per i singoli cardinali vedi sotto).

La famiglia A. si spense nel 1852 con Filippo, ultimo figlio di Orazio iif. Primogenitura e fidecommessi passarono, non senza contrasti, nei Castelbarco-Simonetti-Visconti, per via di Antonia Litta Arese,
figlia di Elena, sorella di Orazio III, e sposa appunto ad un Castelbarco. Il nome dura tuttavia, oltre che per merito del buon pontificato di Clemente XI, per la singolare ricchezza delle raccolte artistiche, che abbellirono la villa A. sulla via Salaria ed il palazzo, già Mattei, alle Quattro Fontane. Purtroppo tali raccolte andarono disperse, ma in buona parte finirono nei musei Vaticano e Capitolino. Peggiore sorte toccò alla biblioteca, che, ceduta alla Prussia poco dopo un secolo, andò sommersa in mare al largo di Civitavecchia. Anche la biblioteca d'Urbino, creazione di Clemente XI, è da qualche anno emigrata dalla sua sede originaria. - Vedi Tav. XLVII.

Boll.: P. E. Visconti, Storia di Roma. Titolo X. Famiglie Nobili, III, Roma 1848, pp. 3-110, con notizie sicure, attinse ancora alle fonti di famiglia; F. Canuti, Catalogo dei manoscritti che esistevano in Urbino nella biblioteca del papa Clemente XI, Fano 1939, p. 13; Pastor, XIII, pp. 271-73; XV, p. 12.

Luigi Berra
Annibale. - Cardinale, n. a Urbino nel 1682, m. a Roma nel 1751. Fratello di Alessandro e nipote di Clemente XI, dopo essere stato canonico di S. Pietro e presidente della Camera apostolica, fu inviato, nel 1709, come nunzio straordinario per la pace tra l'Impero austriaco e gli Stati tedeschi, rimanendo per due anni a Vienna. Risultato della sua missione fu la ratifica dell'elezione di Carlo VI ad imperatore. Si recò quindi presso l'elettore di Sassonia, re di Polonia, per regolare la situazione dei cattolici e, creato cardinale nel 1711, fu prima segretario dei Memoriali, poi camerlengo di S. Romana Chiesa e arciprete della Basilica vaticana. Vescovo di Sabina nel 1730, tenne il sinodo che pubblicò nel 1737 e che fu molto elogiato da Benedetto XIV.

Sottodecano del S. Collegio e vescovo di Porto e S. Rufina nel 1743, non appena fu annunciata la riforma

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dell'Archiginnasio romano da parte di Benedetto XIV (1747) si dimise dall'ufficio di camerlengo e di arcicancelliere della Sapienza. Durante il suo cardinalato lavorò, con assiduità e con tenacia, per far riconoscere dalla S. Sede Augusto II re di Polonia, per cui venne in dissapore con Luigi XIV.

Pubblicò in parecchi volumi, con dedica al S. Collegio, le opere di suo zio, bolle, brevi e il Pontificale Romanum Clementis XI auctoritate recognitum (1720).

BibL.: F. M. Renazzi, Storia dell' Univeratd degli Stadi di Roma. IV, Roma 1806: Pastor, XVI, 1, passim; P. Richard, s. v. in DHG, I, col. 1370 . Mario De Camillis

Alessandro. - Cardinale, n. a. Urbino il 16 ott. 1692, m. a Roma il 19 dic. 1779. Nipote di Clemente XI, a quindici anni era colonnello dell'armata pontificia, ma poi lasciò la carriera militare per quella ecclesiastica. Nel 1718 sostituì il fratello Annibale come segretario dei Memoralli e nel 1720 ebbe una missione a Vienna per trattare la restituzione di Comacchio, occupata dagli Austriaci. Creato cardinale da Innocenzo XIII nel 1721, fu bibliotecario di Santa Romana Chiesa (arricchì di medaglie la Biblioteca Vaticana), ambasciatore d'Austria a Roma, protettore del Regno di Sardegna, degli Stati ereditari della casa d'Austria e dell'Impero.

Durante i pontificati di Clemente XIII e di Clemente XIV fu tra i cardinali più contrari alla soppressione della Compagnia di Gesù. Mecenate delle arti e degli artisti, fece costruire la villa Albani e vi raccolse preziose collezioni di antichità, di opere d'arte, di medaglie e di monete. Protettore ed amico del Winckelmann, ereditò ricche collezioni dell'illustre archeologo.

Bibl.: G. Moroni, Diz. d'erud. storico-eccl., I, Venezia 1840, p. 180; P. Richard, s. v. in DHG, I, coll. 1369-70; Gussco di Bisio. Il marchese d'Ormco e i negoziati Sabaudo-Pontifici alla luce di nuovi documenti, in Boll. stor. bibl. subalpinv. 22 (1920), pp. 299-370; Pastor, XVI, I, II, III, passim. Mario De Camillis

Gianfrancesco. - Cardinale, n. a Roma il 26 febbr. 1720, m. ivi il 15 sett. 1803 . Nipote di Alessandro e di Annibale, fu creato cardinale da Bene-
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(da G. Bripante Colonna, Purpurati e arititi nella Roma del '509) Albani - Ritratto del card. Alessandro.
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Albani Giuseppe, card. - Ritratto disegnato da Guerard. Roma, Museo del Risorgimento.
detto XIV e rivestì per ben cinquant'anni la porpora. Nominato nel 1757 protettore degli Affari di Polonia, partecipò ai negoziati con Caterina II per regolare la situazione dei cattolici. Nel 1760 divenne vescovo di Sabina, nel 1773 passò alla sede suburbicaria di Porto e S. Rufina, finché nel 1775 , come decano del S. Collegio, fu vescovo di Ostia e Velletri. Nel 1797, durante l'invasione dei Francesi a Roma, fu costretto a fuggire prima a Napoli e poi a Venezia, ove, alla morte del Pontefice, partecipò attivamente al conclave da cui uscì eletto Pio VII.

Bibl.: P. Baldassarri, I patimenti di Pio VI, Roma 1889; I. Rinicri, La diplomazia pontificia nel sec. XIX, I, Roma-Torino 1902, pp. 89-91; C. Cendry, Pio VI, sa vie, son pontificat. Parigi 1906; Pastor, XVI, 1, II, III, passim. Mario De Camillis Giuseppe. - Cardinale della stessa famiglia principesca, n. a Roma il 13 sett. 1750, m. a Pesaro il 3 dic. 1834. Chierico di camera di Pio VI, fu inviato a Vienna ( 1784 ) per portare la fascia benedetta al battesimo dell'arciduca Ferdinando, che fu poi imperatore. Rimasto per vari anni in quella città, collaborò col nunzio Ruffo Scilla nella trattazione degli affari in corso con la S. Sede e creato cardinale da Pio VII, il 23 febbr. 1801, fu nominato, poco più tardi (1803), protettore dell'impero d'Austria. In tale qualità, nel conclave del 1823 , pronunciò il veto contro l'elezione del card. Severoli che, nunzio a Vienna, aveva difeso increpidamente i diritti della Chiesa. Leone XII lo nominò, nel 1824, pro-segretario dei Brevi e legato a Bologna; Pio VIII, del quale aveva molto agevolato l'elezione, segretario di Stato (1829); Gregorio XVI, nel 1832, commissario nelle Legazioni per ristabilirvi l'ordine, carica nella quale l'A. fece mostra di grande energia e di non comuni doti amministrative. Fu anche bibliotecario di S. Romana Chiesa e morì legato di Pesaro ed Urbino.

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PALAZZO ALBANI NELLA VILLA OMONIMA Architeto C. Marchionni (1757).

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(da Nuoro Bull. d'arch. cristiano, 1962)
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(fot. Soprintendente Monumenti Lazio)
In alto: CRISTO TRA LA VERGINE E S. SMARAGDO. Affresco nelle catacombe (sec. ix). In basso: CHIESA DELLA ROTONDA, già ninfeo della Villa di Domiziano. Interno dopo i restauri.

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Bibl.: G. Moroni, s. v. in Diz. d'erud. storico-eccl., I, Roma 1840, p. 181; A. F. Artaud de Montor, Vita di Pio VIII, Milano 1844; P. Richard, s. v. in DHG, I, col. 1372 ; J. Schmidlin, Papstgesch. der neuesten Zeit, I, I'riburgo i Br. 1933.

Mario De Camillis
Albani, Francesco. - Pittore, n. a Bologna il 17 marzo 1578, m. ivi il 4 ott. 1660 . Insieme col Reni studiò prima presso il Calvaert e poi nell'Accademia dei Carracci, dei quali divenne collaboratore. Lavorò a Roma dal 1600 ca. al 1616 quando tornò a Bologna. L'A. è particolarmente famoso per i soggetti idillici, mitologici (Danza degli Amori nella galleria di Brera) trattati con sdolcinatezza e leziosaggine. Tra le pitture sacre, piacevoli per un loro senso di freschezza e di serenità, ricordiamo il Battesimo di Cristo nella Pinacoteca di Bologna, i SS. Giovanni e Rocco nella Collegiata di Persiceto, il Gesù Bambino cui viene annunciata la Passione, nella chiesa di Galliera. A Roma dipinse in S. Maria della Pace, a S. Giacomo degli Spagnoli e nella galleria di Palazzo Verropi. Atteve anche a questioni di teoria artistica e nel 1635 ca. iniziò un trattáto in collaborazione con O. Zamboni; ne riferì, pubblicandone alcuni estratti, il Malvasia, che condivideva l'atteggiamento teorico dell'A.

Bibl.: H. Tietze, s. v. in Thieme-Becker, I, pp. 172-77; H. Bodmer, Die Freshen des F. A., in Palazze Verropi zu Rom, in Paulsam, 18 (1936), pp. 566-69; A. Boschetto, Per la conoscenza di F. A. pittore, in Proporzioni, 2 (1948), pp. 199-46. Vincenzo Gulaio

Albani, Scipione. - Medico di grande ritomanza, n. a Milano nel sec. xvi, m. il 24 sett. 1604. Ordinato sacerdote, fu canonico della collegiata di S. Maria della Scala in Milano, e quindi protonotario apostolico. Scrisse alcuni epigrammi e la vita di s. Girolamo Miani (Venezia 1600, Milano 1603).

Bibl.: Mazzuchelli, I. p. 274; S. De Renzi, Storia della medicina in Italia, III, Napoli 1845-49, p. 728. Adalberto Pazzini

AlbANIA (alb. Shqipéria o Shqipinia).
Sommario: 1. Geografia. - 2. Il cristianesimo in Albania. - 3. Storia culturale. - 4. Il rito greco-albanese.
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(fei. Alinari)
Albani, Francesco - Autoritratto - Bologna, Pinacoteca.
21. - Enciclopedia Cattolica. - I.
I. Geografia. - Comprende la costa orientale adriatica dalla foce della Bojana al canale di Corfù ed il retroterra fino alle Alpi Albanesi ed ai laghi di Ochrida e Prespa. La sua superfice ( 28,7 mila kmq.) uguaglia all'incirca quella del Piemonte. E paese montuoso, impervio e malarico sulle coste piatte e paludose; perciò poco densamente ( 38 abit. a kmq.) abitato ( 1,1 milioni di anime), e con forte emigrazione: altre 1,5 milioni di albanesi vivono fuori dei confini dello Stato (Serbia, Grecia, Paesi transocesnici). Gli Albanesi, che discendono dagli Illiri, hanno conservato bene i loro caratteri tradizionali, massime a N. (Gheghi), dove le infiltrazioni musulmane sono state minori (i Toschi, a S., sono considerati meno puri). La popolazione è divisa in tribù e clan, fieri e turbolenti, spesso in guerra (brigantaggio, vendetta). Linguisticamente compatti, gli Albanesi sono per il 69 % musulmani, per il 20,7 % ortodossi (a S.) e per il 10,3 % cattolici (a N.).

L'allevamento (avini, caprini) è l'occupazione prevalente (formaggi, pelli, uova esportati); l'agricoltura ( 12 % della superf. totale) poggia sulle colture legnose (olive, vite) più che sulla cerealicoltura. Risorse minerarie non mancano (ferro, rame, cromo), ma solo il petrolio ( 100.000 tonn. annue) ha importanza industriale. La capitale Tirana, e Scutari ( 30.000 ab. ciascuno) sono i centri abitati più notevoli. Mancano le ferrovie; deficienti anche le vie ordinarie.

Rimasta per secoli sotto il dominio turco, l'A. si eresse in principato indipendente nel 1912; repubblica nel 1925, regno nel 1928, legata all'Italia da unione personale dopo l'aprile 1939. Dal genn. 1946 è di nuovo repubblica sotto influenza sovietica.

| Prefetture | Superfice in | Popolaz. in | Densità Cens. | Capoluoghi (popol. in |
| :--: | :--: | :--: | :--: | :--: |
|  | Kmq. | 1941 | kmq. | 1000 abit.) |
| Argirocastro <br> (Gjinokastra) | 4.125 | 159.695 | 39 | Gjinokastra (11) |
| Berati |  |  |  |  |
| (Berati) | 3.666 | 169.431 | 46 | Berati (10) |
| Corcia |  |  |  |  |
| (Korça) | 3.750 | 169.234 | 45 | Korça (23) |
| Cossovo | 2.038 | 46.666 | 23 | Kukësi ( 0,2 ) |
| Dibra | 2.151 | 83.491 | 39 | Peshkopija (1) |
| Durazzo <br> (Durrësi) | 1.550 | 90.243 | 58 | Durrësi (14) |
| Elbasan <br> (Elbasani) | 3.549 | 110.447 | 31 | Elbasani (14) |
| Scutari |  |  |  |  |
| (Shkodra) | 5.560 | 160.929 | 29 | Shkodra (30) |
| Tirana | 911 | 59.160 | 65 | Tirana (31) |
| Valona <br> (Vlona) | 1.448 | 56.607 | 39 | Vlona (9) |
| Totale | 28.738 | 1.105 .903 | 39 |  |

Bibl.: A. Galanti, L'A., Roma 1901; A. Baldacci, Itinerari albanesi, Roma 1917; H. Louis, Albanien. Ein Landeskunde, vornehmlich auf Grund eigener Reisen, Stoccarda 1927; Camera di Commercio italo-orientale: L'A. economica, Bari s. d. Ima 1927]; J. Swire, A. The rise of a Kingdom, Londra 1929; A. Giannini, La formazione dell'A., Roma 1930; R. Almagià, L'A., Roma 1930; S. Talani, L'awcenire dell'A., Milano 1932; S. Ronart, Albanien vau heute, Vienna 1933; F. Pollaetri, A. in dieci carine dimostrative al milionesimo, Roma 1939; C. T. L. Guida dell'A., Milano 1940; G. Carsci, L'A., in Geografia Universale, I, 2, II, Torino 1940, pp. 1187-1284; F. Milone, L'A. economica, Padova 1941.

Giuseppe Caraci
2. Il cristianesimo in A. - L'antico Epiro e la parte sud dell'Illiria, che formano l'attuale A., ebbero una loro religione con mitologia locale, della quale si può svolgere la continuazione o trasformazione o contaminazione nel culto delle divinità greche che vediamo affermato largamente nella numismatica «greca» del paese: Apollo, Diana, Esculapio. Divinità importate sono: Ercole, di cui si vede raffigurata la clava, Giove, venutovi forse con la dominazione macedone, se pure non era indigeno (Giove Dodoneo), Demetra.

La data della penetrazione cristiana non è attestata con certezza. Non è però improbabile che essa sia stata

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Albania - Circoscrizioni ecclesiastiche: 1) Confini di stato; 2) Confini di circoscrizione ecclesiastica; 3) Ferrovie.
iniziata nell'età apostolica, almeno per l'Epiro attraverso la Grecia (Patrasso) e per Durazzo (v.) o dalla Macedonia o per la via dell'Adriatico.

Al Concilio di Nicea (325) troviamo già alcuni vescovi della Dardania e della Macedonia Salutare, le quali corrispondono all'attuale A. etnica orientale. Poco dopo, a Serdica (343-44) ne troviamo 5 o 6 delle province di Dardania, Epiro Nuova, Epiro Vecchia e forse della Prevalitana. Le stesse quattro province civili corrispondono alle ecclesiastiche che fanno capo alle quattro metropoli di Scupi (od. alb. Shkupi, al. Skoplje, it. Scopia), Dyrrachium (Durazzo, alb. Durrēsi), Nicopolis (od. Preveza) e Scodra (od. Scutari, alb. Shkodra), e durarono fino alla grande invasione barbarica che finì di metter sossopra il paese nel sec. viI. Ma già alla fine del sec. Iv, oltre l'organizzazione in province, se ne andava delineando un'altra più estesa per mezzo di alcuni più elevati organi gerarchici intorno ai quali si venivano polarizzando le province
ecclesiastiche. Mentre a sud la vicaria apostolica» venne infatti concessa dai Papi ai metropoliti di Tessalonica (od. Salonicco) e poi a quelli di Prima Giustiniana (successa a Scupi), a nord si ebbe una certa preminenza del metropolita di Salona (od. Spalato), che non mancò d'osser sentita nella Prevalitana. In questa provincia inoltre la Chiesa Romana possedeva un patrimonio terriero con un chierico amministratore, che spesso faceva ora da delegato del Papa, ora da ispettore a nome di lui. In buona parte all'influenza di tali organi si deve se, anche in periodi di scismi ed eresie e nonostante i tentativi d'ingerenza costantinopolitana, rimasero sostanzialmente fedeli a Roma non solo la latinicconte Prevalitana, mai tocca né da scisma né da eresie, ma anche le due province d'Epiro culturalmente grecizzate. Solo al tempo dello scisma acaciano (fine sec. v princ. sec. vi), sostenuto specialmente dall'imperatore Anastasio, nativo di Durazzo (491-518), ci fu, dopo una buona resistenza, un indebolimento in Dardania ed in Epiro Nuova. Ma già al principio del 519 i legati pontifici, inviati presso il dardano imperatore Giustino a comporre il dissidio, ricevevano al loro passaggio per l'Epiro l'obbedienza di tutti i vescovi con lo zelante appoggio del metropolita di Scodra.

L'invasione slava (sec. viI) sembrò sommergere ogni cosa. La zona sud-occidentale (Durazzo e Nicopoli) rimastone immune, ebbe d'altra parte a soffrire non poco della persecuzione iconoclastica (731-826). Inoltre, con decisione autocratica dell'imperatore Leone Isaurico (731), le province dell'Illirico vennero staccate dal Patriarcato d'Occidente e attribuite a Costantinopoli. Ciò, se non per la Prevalitana, certo ebbe il suo effetto per l'Epiro, nonostante le proteste di Roma. Intanto ai confini orientali del paese s'erano affacciati i Bulgari che, battezzatisi (ca. 864) e a lungo oscillanti fra Roma e Costantinopoli, finirono col seguire il rito bizantino in lingua slava dietro la guida di discepoli dei ss. Cirillo e Metodio, e col fondare un arcivescovato, poi patriarcato, autocefalo in Prespa e poi in Acrida (od. Ocrida, alb. Olvi), a cui annessero la maggior parte degli antichi territori suffraganei di Durazzo e Nicopoli. La riconquista dell'imperatore Basilio Bulgaroctono riportò l'A. centrale e meridionale sotto il dominio bizantino (1019), ma non tutta alla dipendenza del patriarcato di Costantinopoli, perché egli ritenne opportuno mantenere in vita, anzi in piena autocefalia col titolo d'arcivescovato il nucleo d'Acrida con le sue numerose suffraganee. Intanto al nord si andava consolidando e affinando uno stato barbarico fortemente pervaso di latinità: la Dioclia, comprendente più o meno l'antica Prevalitana. Mentre vi risorgevano le antiche sedi vescovili, se ne creavano di nuove nelle maggiori città latine (Scutari, Dulcigno, Drivasto, Suacia) e in altre minori (come Pulati e Sarda) di lingua albanese. Posti dapprima sotto la metropolia della latinitelima Ragusa, e, in qualche momento, di Spalato successa a Salona, ebbero poi, dopo lungo contrasto, metropolia propria in Antivari (v.), dove nel 1199 fu riunito un importante concilio provinciale, che riformò numerosi abusi.

Il sec. xili porta un reciso sopravvento orientale. Dopo un effimero dominio veneto sulle coste (1204-12), conseguenza della conquista latina di Costantinopoli, e contrassegnato dall'erezione d'un arcivescovato latino a Durazzo, dipendente dal patriarcato latino di Costantinopoli, tutto l'Epiro formò un despotato indipendente sotto la dinastia degli Angeli-Comneni (1212-59), la quale, per ragioni fo-

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Albania - Chiesa bizantina di Mesopotamo.
latiche, oscillava in materia religiosa tra Oriente ed Occidente e finì con l'aderire al primo. Anche il clero, del resto, di cultura esclusivamente greca, pure coltivando forti tendenze autocefale, preferiva Costantinopoli (o Nicos) a Roma. Esso era allora diviso nelle tre circoscrizioni dell'arcivescovato d'Acrida e delle metropolie di Naupatto (Lepanto, sucecessa a Nicopoli) e Durazzo. Al nord, l'antico regno di Diochia s'era trasformato in regno di Serbia ed aveva finito per accettare in pieno la tendenza bizantina d'un rampollo della casa regnante di Nemagna, s. Saba, che vi fu primo arcivescovo con una specie di provincia ecclesiastica. Tuttavia, allora e poi, continuò a sussistere nella regione scutarina la gerarchia latina fedele al suo rito e alla dipendenza da Roma, che la politica dei Nemagna raramente trovò utile turbare. Soltanto qua e là le infiltrazioni etniche serbe, specie a nord (Zeta) e ad est (Peć, alias Peja e Ipek, e Prizreni) seguivano la tendenza bizantina. Nel frattempo fiorivano gli Ordini monastici antichi (specie Benedictini) e sorgevano conventi di mendicanti (Francescani e Domenicani) che cominciarono ad esercitare forti influssi nella vita religiosa del paese.

Tale situazione si mantenne ancora nel sec. xiv quando agli Angeli-Comneni successero in varie regioni e a diverse date gli Angisini, l'Impero bizantino e quello dei Nemagna, e poi le dinastie locali nel centro e al sud, e si formò, nel nord, il principato locale dei Balsa con centro Scutari. Alla fine del secolo, di fronte alla minaccia turca, si eresse lungo la costa da Antivari a Durazzo il baluardo delle difese venete, che, nonostante la tolleranza religiosa della Serenissima, segnarono certamente un rafforzamento del latinismo. Durazzo stessa ebbe da allora un arcivescovato latino.

I decenni centrali del sec. xv sono occupati dalla lotta antiturca, capeggiata, fra gli albanesi, dallo Scanderbeg (v.), che fu certo cristiano, ma non si sa di qual rito. Comunque, con Roma, che lo sosteneva validamente, egli era in strette relazioni non solo politiche ma anche religiose, ed è probabile che anche gli altri dinasti tenessero lo stesso atteggiamento. Il sopravvento turco (dal 1479), in un primo tempo, portò dal punto di vista religioso un'infiltrazione di colonie musulmane turche nelle città abbandonate dai Veneti e dalla popolazione locale, e di piccoli feudatari militari turchi, ma insieme il fenomeno molto più peri-
coloso della fuga dei prelati latini e degli Ordini religiosi, tranne i Francescani. Anche forti nuclei di popolazione emigrarono in Italia, compatti però quasi solo nel Regno di Napoli, dove formarono le colonie italo-albanesi, che conservarono a lungo, e in parte fino ad oggi, il loro rito bizantino, pure accentuando sempre più la loro fedeltà alla sede romana. Scomparvero allora anche le guide della nazione, le vecchie dinastie, parte fuggite in Italia, parte passate all'islamismo e sommerse, senza lasciar considerevole traccia di sé, nel mondo musulmano. Da allora l'impossibilità di regolari relazioni con Roma, lasciò le chiese del nord in balia di se stesse e quelle del sud esposte all'influenza del patriarcato di Costantinopoli che, allora, come organo riconosciuto della comunità civile cristiana dell'impero turco, era l'unico scudo contro i soprusi dei dominatori. Tuttavia ancora per un secolo e più la popolazione si mantenne per la massima parte cristiana, e continuò ad agitarsi per ricuperare la sua indipendenza ricorrendo all'aiuto di Venezia, dell'Impero, di Spagna, ma specialmente del Papa, concordi in questo anche le popolazioni e lo stesso clero meridionali.

Lo stesso potremmo dire del sec. xvir, se la perdita delle ultime difese costiere da parte di Venezia, il rafforzamento delle infiltrazioni turche e il progressivo inselvatichirsi del clero non avessero facilitato un principio di trapasso all'islam. Contemporaneamente però notiamo un lodevole principio di ripresa da parte della gerarchia e del clero cattolico; di questa i fenomeni principali si hanno nel ristabilimento della gerarchia residente, il rifornimento del clero secolare che fu il più tangibile effetto della fondazione della S. Congregazione di Propaganda Fide coi suoi collegi greco (1577), urbano e illirico di Loreto (1627) e illirico di Fermo (1631), e l'inizio delle missioni francescane italiane (1634).

Al vertice della nuova ascesa si giunse al tempo di papa Clemente XI, Albani, che riconoscendosi oriundo albanese, si interessò molto, specialmente per mezzo del grande arcivescovo riformatore d'Antivari Vincenzo Zmajevich, delle rinascita politica e religiosa della sua patria d'origine. Si ebbe allora il a primo concilio nazionale albanese (1703), che segnò decisamente la linea di condotta del clero nelle questioni dogmatiche, morali, canoniche e pastorali. Intanto anche nel settore "ortodosso" s'erano avute

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novità. Vari ricorsi di prelati "ortodossi " d'A. alla protezione politica del Papa avevano portato anche a un avvicinamento religioso, sicché si venne prima a una specie di unione, poi, non essendo questa ben riuscita, alla creazione di sedi arcivescovili per i latini in Ocrida e Scopia. Una missione di rito orientale lavorò a lungo nella Himara ( 1628 -... ).

Nel sec. xvirı continua il lavoro di ripresa. L'autonomia armata delle tribù montanare ormai assicurata e la fioritura di grosse e ricche comunità mercantili cristiane nella città sembravano doverne garantire il risultato. Invece, mentre si assodavano e sviluppavano le cause che avrebbero portato più tardi al ristagno delle defezioni, queste continuarono, anzi s'intensificarono lungo quel secolo per effetto ritardato di vecchie e nuove cause. Il clero era tuttavia scarso per poter contrastare all'indifferenza religiosa portata dai troppi contatti civili con l'ambiente musulmano, per cui anche futili motivi bastavano per decidere individui, famiglie, villaggi alla defezione. L'impero turco apriva sempre più largamente l'adito a spettacolose carriere civili e militari per gli Albanesi purché musulmani. Allo sporadico fanatismo dei governatori turchi s'aggiungeva quella apostolico di certe forti famiglie locali divenute feudatarie ereditaramente. Non è tuttavia da credere al trattasse subito d'un passaggio puro e semplice all'islamismo; spesso si trattava dell'assunzione d'un nome personale turco da usarsi nei rapporti con l'ambiente dominante; spesso d'una famiglia si circoscideva magari un membro solo per ottenere diritti ed esenzioni. In vaste zone nordorientali e centrali si ebbe il fenomeno del criptocristianesimo, durato poi fino ai giorni nostri; anche di coloro che abbracciarono l'islam, molti ne preferirono le sètte più eterodosse e meno lontane dal cristianesimo, come quella dei beltisahi.

Il sec. xix è contraddistinto dal rallentare della persecuzione per effetto specialmente della protezione ufficiale del cattolicesimo in A. che l'Austria si assunre come erede di Venezia ed esercitò anche con l'erogazione di sussidi al clero e alle opere cattoliche, e della migliore cultura del clero e del laicato. Già dal sec. xvir s'erano stati vari tentativi per l'erezione di seminari sul posto; ma solo nel 1856 si giunse alla fondazione in Scutari d'un Collegio pontificio nazionale affidato ai Gesuiti, che da allora fornì tutto il clero secolare e le stesse sedi vescovili. Contemporaneamente i Francescani cominciavano ad aprire scuole elementari, e nel 1877 i Gesuiti aprirono in Scutari la prima scuola media; nel 1870 essi avevano aperto anche una tipografia. Alla fine del secolo, mentre i Francescani rinsanguavano le parrocchie loro affidate con ottimi elementi, anche indigeni, i Gesuiti cominciarono la «missione volante» per le missioni popolari, specialmente nelle montagne, che riusci a diffondere ovunque l'istruzione e il fervore della vita religiosa. Non di pari passo procedette la parte «ortodossa»; ormai rimasta pienamente in potere del patriarcato di Costantinopoli, che del resto per nulla se ne curava, essa vide scomparire quel clero dotto che nel sec. xvili aveva fatto fiorire la scuola e la tipografia di Moscopoli. Appoggiatasi in un primo tempo al fraterno aiuto della risorta Grecia, se ne dovette alfine staccare con rammarico per effetto dello sciovinismo che tutto voleva ellenizzare. Così il Sud, mentre civilmente e culturalmente progrediva, religiosamente rimaneva incolto.

Nel sec. xx l'indipendenza nazionale (1912) ebbe per effetto la cessazione quasi assoluta delle apostasie; però durante il regime di re Zog la legge sulle "comunità" religiose portò un grave colpo alle antiche immunità ecclesiastiche, e i cattolici rimasero esclusi dalle assegnazioni del fondo culto e quindi costretti sempre a contare sul sussidio che l'Italia continuava ad erogare, come prima l'Austria. Inoltre la soppressione delle scuole private (1933) privò la comunità cattolica di fiorenti istituti e provocò una pericolosa propaganda di comunismo ateo, non potuta poi frenare dal governo nemmeno con una limitata restituzione degli istituti soppressi. Durante il regime della "unione" con l'Italia, la parte cattolica, senza godere una condizione di privilegio, ebbe parità di diritti con le altre comunità. Di fronte a un sentito movimento "ortodosso" di ritorno "alla religione di Scanderbeg», fu studiato il pro-
blema dell' unione, ma l'erezione di piccole missioni disperse qua e là sembrò deludere l'aspettazione degli "ortodossi" che vi videro piuttosto uno sgretolamento che non la salvezza del proprio blocco da essi sperato.

Attualmente per la parte cattolica vi è in A. un delegato apostolico (dal 1921, ma non mai accreditato presso il governo locale), un' arcidiocesi a Scutari con suffraganee Alessio, Pulati e Sappu, un'arcidioces' senza suffraganee a Durazzo, e una abbazia mullius con titolare insignito di grado vescovile e immediatamente dipendente dalla S. Sede a S. Alessandro dei Mardri (Orosh). L'antica arcidiocesi d'Antivari, rimasta prima al Montenegro, poi alla Iugoslavia, benché composta di parrocchie quasi esclusivamente albanesi, perdette le sue suffraganee che passarono a Scutari rimessa nel suo antico grado (1867). Scopia, rimasta pure alla Iugoslavia con le sue parrocchie in gran parte albanesi, è ora ridotta al grado vescovile. La comunità "ortodossa" dopo lunga lotta per la propria autocefalia, che risale al 1912 e fu accompagnata da scomuniche patriarcali, l'ebbe finalmente riconosciuta con tomo patriarcale del 1937; essa fu per lingua liturgica anche l'albanese e conta, oltre la metropolia di DurazzoTirana, le eparchie di Cunizza (Korça), Bendi e Argirocostro. L'A. cattolica è divisa in due parti da una linea ideale che passa a sud di Tirana; al nord è sotto la giurisdizione della S. Congregazione di Propaganda, mentre a sud forma un'eparchia di competenza della S. Congregazione Orientale. La comunità musulmana, almeno dall'abolizione del califfato, forma un gruppo nazionale autonomo, con un capo-multi e vari mufti nei capoluoghi di provincia, una medrese (seminarie) generale in Tirana e vari studenti anche nelle Università islamiche di El-Azar al Cairo e di Lahore in India.

Il periodo d'autonomia statale albanese ha privato la comunità cattolica della posizione in qualche modo di privilegio, che essa godeva in ultimo sotto il dominio turco, in regime di concessione e sotto la protezione austriaca, ed ha tolto alla gerarchia ecclesiastica vari privilegi canonici (foro ecclesiastico, libertà d'insegnamento, ecc.); pur tuttavia, per i meriti acquisiti nella lunga lotta per la liberazione nazionale e per la sua maggiore elevatceza culturale, la parte cattolica ha potuto godere d'un prestigio assolutamente eccezionale di fronte alle altre religioni numericamente predominanti. D'altra parte la progressiva diffusione della cultura aveva fatto scomparire nella popolazione acattolica e specialmente nelle classi dirigenti gran parte degli antichi pregiudizi nei riguardi del cattolicesimo e del Papato, sicché era lecito sperare non lontano un notevole progresso della causa cattolica. Invece il regime instauratosi al principio del 1945 sotto il nome di Repubblica Albanese ad indirizzo sempre più marxista-bolscevico e tirannico ha portato a una vera e propria persecuzione contro l'idea religiosa, da cui ha avuto materialmente a soffrire ogni comunità religiosa, e in modo particolare quella cattolica, per l'altissima percentuale di vittime specialmente fra il clero e per la completa distruzione di tutte le sue organizzazioni, compresi i seminari.

BibL., M. Le Quien, Oriens Christianus, Parigi 1740 (voll. II e III); D. Farlati (e J. Coleti), Illyricum Sacrum (spec. voll. VII e VIII), Venezia 1791; Acta et Diplomata res Albaniae M. At. illustrantia, 2 voll., Vienna 1913 e 1918; H. Leclercn, Illyricum, in DALL. VII, coll. 89-180; F. Cordignano, I monast. benedetti, in Albania, in La Civiltà Cattolica, (1929, II), pp. 309-413; III, pp. 1343; id., L'Albania attraverso l'opera e gli scritti di ... P. D. Posi. Roma 1933-34; S. Veilhé, Constantinople (Église de), in DThC. III, coll. 1350-34; F. Cordignano e G. Valentini, Saggio di un regesto storico dell'Albania, Scutari 1941; G. Valentini, Contributi alla Cronologia albanese, Roma 1942.
3. Storia culturale. - La nazione albanese, linguisticamente e culturalmente erede della stirpe traco-illirica, non ha dato segni evidenti d'una sua vita culturale autonoma fino al sec. xvi, accontentandosi d'inquadrarsi nella cultura degli imperi che dominarono la regione. Ma da allora la necessità di mantener viva la cultura religiosa in un popolo isolato dal resto della cultura europea per il fatto della conquista turca, spinse il clero cattolico latino alla pubblicazione di traduzioni di testi liturgici e di catechismi in lingua albanese (G. Buzuku, Messab, 1535; Pietro Budi, n. nel 1566, m. nel 1623, opere varie; que-

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Albania - Chiesa bizantina di Santi Quaranta.
st'ultimo ebbe anche una certa tendenza letteraria che si manifestó in numerose brevi liriche sacre di qualche pregio). Franc. Bardhi (Blanchus) pubblicò anche un primo Dictionarium latino-epiraticum (1635). Finalmente nel 1685 si ebbe una grande opera apologetica non priva d'eloquenza e dettata in buona forma letteraria, il Cuneus di Pietro Bogdani. Contemporaneamente anche gli - italolibanesi - svolsero una loro parallela attività religioneletteraria in Italia. Invece il clero ortodosso, assorbito nel grande alone della cultura bizantina, oltre qualche operetta di indole lexalografica e una traduzione del Vangelo di Gregorio Argiroccatrita (1824), non sentil la tendenza che aveva caratterizzato l'opera evangelizzatrice dell'antica Chiesa orientale, quella di dare forma e lingua popolare alla liturgia e alla predicazione; anzi più tardi, quando ne fece un primo tentativo agli albori del sec. xx, dovette percio subire severissime misure da parte del patriarcato costantinopolitano. Sicché si può dire che la letteratura albanese nacque all'ombra della Chiesa cattolica. La scarsità e il limitato valore morale e culturale d'alcune operette di poeti eroici popolari musulmani non hanno peso, tanto più che non furono pubblicate. Il sec. xix vide da una parte il delinearsi d'una decisa tendenza letteraria nel clero cattolico, per opera dei nuovi istituti ecclesiastici sorti nel paese, e dall'altro un'evoluzione, anche culturale, del sentimento nazionale, specialmente dal 1878 in poi. Crebbe allora in fama un poeta di cultura turca, ma buon conoscitore dello spirito e della lingua nazionale, Naim Freshëri (1846-1900) che rimase il poeta nazionale, finché il francescano G. Fishta (v.) eclissò ogni altro. Altri nomi tuttavia non vanno trascurati, come il sacerdote Andrea Mjedja (1866-1937), il più squisito rappresentante della lirica classica, Faik Konitsa (1875-1943), coltissimo prosatore. Attualmente si può dire che la letteratura albanese, pure scarseggiando di opere d'alto valore artistico, ha portato la sua lingua alla possibilità di esprimersi in ogni genere letterario e in ogni forma filosofica e scientifica. Il clero cattolico in questo ha continuato la sua grande tradizione. E l'ha continuata pure nella raccolta dei tesori nazionali, come il folklore tanto ricco e caratteristico, la fraseologia, e soprattutto la poesia popolare che è pregevolissima specialmente per la sua grandiosità epica e per la ricchezza del sentimento e del senso della natura; un settore della
più alta importanza per la cultura nazionale e coltivato quasi esclusivamente dal clero cattolico è anche quello delle originalissime consuetudini giuridiche (Kanùn) che, pure essendosi conservate per secoli solo oralmente, manifestano un vigoroso senso giuridico nazionale nella loro organicità e logicità; si distinse in questo campo specialmente il p. Stefano Gjeşov O. M. (1874-1929); con lui l'italiano mons. Ernesto Cozzi (m. nel 1925), e poi numerosi viventi. Scarsa invece è rimasta la produzione originale filosofica e scientifica limitata finora alle pubblicazioni periodiche, fra le quali si distinsero Hylli i Dritës dei Francescani, Leha dei Gesuiti, Albania di F. Konitsa.

Bibl.: E. Durham, Some tribal origins, laws and customs of the Balkan, Londra 1928; G. Petrotta, Popolo, lingua e letteratura albanese, Palermo 1931; Folklora, varii voll. ed. dal Minist. d. Publi. Istruz., Tirana 1937 sgg.; G. Valentini, Elementi ro-mano-cattolici nella cultura albanese, in La Civiltà Cattolica, (1940, iv), pp. 345-55; (1941, II), pp. 39-50, 199-209; Autori vari, Sbbriostavët Sbojistavë, Tirana 1941; Studime e Tebste dell'Istir. di Studi Albanesi, serie giuridica (anche in italiano), n. 1, 1944; G. Valentini, La famiglia nel diritto tradizionale albanese, in Annali Lateranemi, 9 (1945), pp. 9-212. Giuseppe Valentini
4. Il nito greco-albanese. - Così chiamato, perché in A. i dissidenti hanno usato i libri greci fino alla concessione dell'autocofalia (12 apr. 1937). Da quel tempo s'introdusse sempre più la lingua liturgica albanese; ma già prima, questa era in uso presso gli albanesi di Romania e di America. Si conoscono i seguenti libri :

1) Servizio della settimana santa (1908); 2) Libro dei servizi sacri : è un piccolo Aghiasmatorion, con la sola liturgia di s. Giovanni Crisostomo (1909); 3) Libro delle Grandi Feste (1911); 4) Piccolo Triodion (1913); 5) Piccolo Pentecostarion (1914); 6) Libro di preghiere: canti presi dall'Octoechos e dalla Paraclis (1914). Questi libri furono tradotti dal greco per opera di Fan Nidi e pubblicati a Boston. Inoltre: 7) Libro dei servi sacri (ristampa, Coritza 1930); 8) Evangelisrio (Tirana 1930); 9) Apostolos, epistolario (Tirana 1931).

Alfonso Raes
ALBANO, diOCESI di. - Nel Lazio, in provincia di Roma, è una delle sei sedi suburbicarie occupate da un cardinale dell'ordine dei vescovi. Dai Castelli romani si estende fino al mare, misurando una superficie di kmq. 66 I con una popolazione di 85.000 mathrm{ab}., ripartiti in 19 parrocchie, con 32 sacerdoti secolari,

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(dal Nuovo Bull. d'arch. cristiana, 1782)
Albano - Pianta delle catacombe.
e 107 regolari. Il seminario minore è in A., quello maggiore in Anagni, comune alle altre diocesi del basso Lazio. A., situata alle pendici orientali dei Colli Albani, lungo la via Appia, a 25 km . da Roma, deriva il suo nome dalla celebre villa costruita dall'imperatore Domiziano nel territorio dell'antica Alba Longa. Come centro abitato, però, se ne ha notizia solo nel sec. v d. C. e deve la sua origine alla via Appia, un tratto della quale forma il corso di A. Le iscrizioni trovate in A. e dintorni, e le catacombe, devastate, dell'antico territorio diocesano, con lo stesso cimitero di S. Senatore, non hanno fornito alcuna notizia sicura di comunità cristiana anteriore al sec. IV; non v'ha dubbio però che questa esistesse e che la diocesi di A. rimonti all'età precostantiniana.

Il Liber Pontificalis, nella Vita di Silvestro, ricorda che l'imperatore Costantino "fecit basilicam in civitate Albanensi sancti Iohannis" (ed. L. Duchesne, I, p. 184). Scavi recenti hanno scoperto le primitive colonne di questa basilica, molte volte rimaneggiata e almeno dal sec. viII dedicata al martire romano s. Pancrazio, protettore di A. Basandosi sull'errore di Socrate e di Sozomeno (PG 67, 301 - 1129), i quali avevano chiamato vescovo di Alba Dionisio, vescovo di Milano (ca. 355), l'Ughelli e gli altri colloc