ica, molte volte rimaneggiata e almeno dal sec. viII dedicata al martire romano s. Pancrazio, protettore di A. Basandosi sull'errore di Socrate e di Sozomeno (PG 67, 301 - 1129), i quali avevano chiamato vescovo di Alba Dionisio, vescovo di Milano (ca. 355), l'Ughelli e gli altri collocarono sulla sede di A. un Dionisio nell'anno 355. La serie dei vescovi di A. a noi nota data dal sec. v ed incomincia con Romano, che troviamo tra i sottoscrittori del sinodo del 465 a Roma. Di questi vescovi, Niccolò Breakspear e Alessandro de' Medici ascesero al trono pontificio col nome, rispettivamente, di Adriano IV e Leone XI, e Bonaventura da Bagnoregio è annoverato tra i dottori della Chiesa.
Della diocesi di A. fa parte anche la cittadina di Anzio, che dovette avere ben presto una comunità cristiana, quantunque il suo primo vescovo compaia solo nel 465 insieme a Romano di A. Dopo Vindemio, che fu presente ancora al Sinodo romano del 502, non si ha più traccia dei vescovi di Anzio (v.).
Esiste l'archivio vescovile, come pure quello delle singole collegiate della diocesi di A., ma i documenti ivi conservati non sono anteriori al 1500. Le chiese monumentali di A., tra le quali sono da annoverare il Duomo, di età costantiniana, rinnovato nel sec. xvin, la chiesa della Rotonda, già ninfeo della villa di Domiziano, la Madonna della Stella, S. Pietro, S. Paolo, e le collegiate e le parrocchiali della diocesi, abbondano di opere d'arte.
Bibl.: Ughelli, I, coll. 247-78; F. Giorni, Storia di A., Roma 1842; Cappelletti, I, pp. 657-82; P. F. Kehr, Italia Pontificia, II, Berlino 1907, pp. 30-36; Lanzoni, pp. 118-20, 144; A. Galicti, Contributi alla storia della diocesi suburbicaria di A. Laziale, Città del Vaticano 1948.
Benedetto Pesci
Archeologia. - Nell'anfiteatro di questa cittadina Domiziano costrinse a combattere con le fiere il console Acilio Glabrione, perito poi forse per la fede cristiana (Svetonio, Domit., 4, 19; Dione Cassio, Hist., LXVI, 3 e LXVII, 13.14; Giovanale, Sat., IV, 99). Più tardi, Costantino donò alla Chiesa i baraccamenti della legione partica e le caserme che restarono vuote nella città dopo lo scioglimento di quel reparto. Inoltre fece costruire per quella comunità una basilica in onore di s. Giovanni Battista, distrutta poi e riedificata nel sec. IX da Leone III che la dedicò a s. Pancrazio. Lo stesso Papa rifece ed arricchì pure la basilica di S. Pietro, ora danneggiata dalla guerra. Altra basilica era stata già eretta da papa Ormiada. Presso Castel Savello Adriano I restaurò la basilica di S. Teodoro; papa Dono vi aveva eretto una basilica anche a s. Eufemia.
Ma il monumento più importante paleocristiano è la catacomba che, scoperta dapprima dal Boldetti, fu a varie riprese esplorata fino al 1902 : l'unica che ormai si conosca delle varie che si trovarono nei dintorni

(lat. Sapriatendæum Monumenti Laici)
Albano - Campanile della chiesa di S. Pietro (sec. xII).
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della città. Essa è un'antica cava di tufo ridotta a cimitero e si trova un poco fuori della città, a destra della via Appia verso Ariccia, sotto il poggio con la chicsetta moderna di S. Maria della Stella, dove anticamente si svolgeva un sepolcreto della II legione partica. Il suo stato di conservazione è poco buono e grandi sono le frane in essa avvenute. Presenta ancora alcuni arcosoli e serie di loculi e tre gruppi di decorazioni pittoriche che vanno dal v al ix secolo, quando la catacomba dovette essere abbandonata, essendo stati trasferiti i corpi dei suoi santi a Roma. Del culto di questi sono rimaste tracce visibili in una cripta centrale ornata di pitture e graffiti, la quale appare subito come un'antica cripta liturgica. I santi ivi onorati dovettero essere i quattro che compaiono in una pittura accanto a Gesù con i ss. Pietro e Paolo e che si possono identificare con quelli della notizia del calendario filocaliano VI idus Augusti, Secundi Carpophari Victorini et Severiani Albano. Se in altra pittura del sec. ix, sopra una parete ricurva ad abside c'è accanto a Gesù s. Smaragdo, ciò deve attribuirsi alla confusione avvenuta nei passionari tra questi santi con cuelli riferiti sempre in detto giorno dallo stesso feriale filocaliano alla via Ostiense e con il gruppo dei Santi Quattro Coronati. Nel De locis sanctis Martyrma ci è segnalata in questo luogo fuori A. ecclesia sancti Senaturis ubi et Perpetua iuvet corpore et iummeri sancti et magna mirabilia ibidem geruntur. Ad eccezione di s. Senatore, menzionato pure dal Martirologio geronimiano il 26 ott., di tutt gli altri non abbiamo alcuna notizia. - Vedi Tav. XLVIII.
BILL: M. A. Boldotti, Osservazioni sopra i cimiteri de' sauti martiri, Roma 1720, p. 558 sgg.; G. B. De Rossi, in Bull. di arch. crist., ¹² serie, 7 (1869), p. 63 sgg. e ²² serie, 4 (1873), p. 83 sgg.; F. Franconi, La catacomba e la basilica costantiniana di A. Lasiale, Roma 1877; O. Marucchi, in Nuova ball. arch. crist., 8 (1902), p. 89 sgg.; H. Lecherot, s. v. in IMC1., I. col. 1033 sgg.; A. Galieti, op. cit. nella bibliografia precedente, Enrico Iosi
ALBANO, santo, martire. - Protomartire d'Inghilterra, decapitato secondo la Passio sotto Severo (ca. il 200), secondo scrittori posteriori sotto Diocleziano. I codici della ²ᵃ recensione del Martirologio Geronimiano le ricordano al 22 giugno, data della sua odierna festa liturgica. La prima testimonianza su A. è contenuta nella biografia di Germano d'Auxerre (m. dopo il 444), scritta dal contemporaneo Costanzo; Venanzio Fortunato ne attesta l'antichità del culto. La Passio, probabilmente del sec. vi, non è priva di valore.
A Verulamium (a nord di S. Albans), località del martirio di A., sorgeva nei primi secoli del medioevo una abbazia molto rinomata nel ' 200 e ' 300 di cui si conserva tuttora la chiesa.
BILL: Martyr. Hieronymianum, pp. 330-31; Costanzo, Vita s. Germani Autissiodorensis, ed. Levison-Krusch, in MGH, Script. rer. Meroelogicarum, VII, Hannover 1920, pp. 262, 263; Gilda, De excidio et conquestu Britanniae, 10-11, ed. Th. Mommsen, in MGH, Aust. Antiquiss., XIII, Berlino 1898, pp. 31-32; Venanzio Fortunato, Carmina, VIII, 3, v. 135; Beda, Hist. eccl.,I, 7, 18; Acta SS. Innii, IV, Parigi 1867, pp. 127-28; Martyr. Romanum, pp. 248, 250; H. Delehaye, Les origines du culte des Martyrs, ²² ed., Bruxelles 1933, p. 362 . Cesario van Hulst
ALBANY, diocesi di. - Negli Stati Uniti d'America, stato di Nuova York, suffraganea dell'arcidiocesi di Nuova York. Eretta il 23 apr. 1847, fu smembrata il 31 genn. 1872 per formare la diocesi di Ogdensburg, e nuovamente il 22 nov. 1886, per costituire quella di Syracuse. La superfice attuale è di oltre 10.419 kmq . La diocesi di A. conta 284.124 cattolici, su 989.756 ab.; 351 sacerdoti diocesani e 220 regolari.
Su questo territorio furono martirizzati nel sec.
xvir i gesuiti s. Renato Goupil e s. Isacco Jogues (v. canadesi, martiri), e battezzata Caterina Tekakwitha (v.), vergine indiana. Il suo primo vescovo fu Giovanni M. Closkey (1847-64), m. cardinale arcivescovo di Nuova York il 10 ott. 1885.
BILL: J. D. Shea, History of the Catholic Church in the United States, IV, Nuova York 1886-92, pp. 478-84; The Cath. historical Review, 2 (1916-17), p. 141; J. H. O' Donnel, The Catholic hierarchy of the United States, (1790-1922), Washington 1922; M. J. Scott, Isaac Jogues, missioner and martyr, Nuova York 1927; J. J. Birch, The Saint of the Wilderness, Nuova York 1936; J. Walsh, s. v. in Cath. Enc., I (ed. riv., 1938), pp. 231-54.
Corrado Morin
ALBA REALE, diocesi di. - In ungherese Széhesfehérvde, in tedesco Stahlweissenburg. La città fu residenza dei re d'Ungheria per 300 anni (donde il nome), e luogo della sepoltura reale fino al 1543 . Stefano I vi costrui una basilica e vi fondo un capitolo collegiato, incaricato di custodire la S. Corona. Maria Teresa, il 16 giugno 1777, vi eresse il vescovato, suffraganeo di Strigonia. La grandiosa cattedrale di S. Stefano fu terminata nel 1786. A. R. rimase, dal 1543 al 1681, sotto il giogo dei Turchi, i quali, nel 1601, distrussero la Basilica reale.
Il vescovo più noto, anche fuori di Ungheria, è Ottokar Prohászka, grande oratore sacro e profano, scrittore eccellente, promotore instancabile di una riforma agraria, m. a Budapest, sul pergamo, il 2 apr. 1927. Sopra la sua tomba, a A. R., l'Ungheria riconoscente eresse una chiesa in memoria. La diocesi ha 390.000 cattolici, su 508.063 ab.; 127 parrocchie, 242 sacerdoti diocesani e 56 regolari.
BILL: I. Paner, Historia diocesis Albaregalensis, Székesfehérvár 1877 . Giuseppe Löw
ALBARRACIN: v. TERUEL.
ALBASPINA, NICOLA. - Scrittore ascetico dei Minori conventuali, n. in Francia ca. il 1550, m. dopo il 1620. Fu guardiano del convento di Tolosa, poi Provinciale di Aquitania.
Erudito umanista e oratore facondo, lasciò varie operette spirituali e, per lo più in francese, commenti alla Regola e alle costituzioni francescane. Le sue interpretazioni riflettono un po' la sua incostanza (s aliquantum inconstans in vile suis, modo ad laxiorem, modo ad strictiorem observantiam deflectens» [Wadding]). Notevoli : Fouet des Apostats, augmenté d'une response... ( ⁴² ed., Tolosa 1606); Traité de la vocation et fin des Religieux, et par spécial des Frères Mineurs (Tulle 1615); Commentarius de reformatione ad Pont. Paulum V (Tolosa 1610, Paulgi 1618).
BILL: L. Wadding, Scriptores Ord. Minorum, ²² ed., Roma 1906, p. 176; J. H. Sbaralea, Supplementum ad Scriptores Ord. Min., II, ²² ed., Roma 1921, pp. 264-65. Lorenzo Di Fonzo
ALBENGA, diocesi di. - E I'antica Album Ingaunum o Albingaunum, sita sul golfo di Genova (riviera di Ponente). Capitale dei Liguri Ingauni, che, alleatisi con Annibale, furono dai Romani sottomessi dopo aspre guerre, A. divenne municipio romano, ebbe privilegi dal Senato e fu arricchita di monumenti, di cui restano ancor oggi numerose vestigia e il grande ponte a 10 archi, seminterrato, sulla via Aurelia. Fu patria dell'imperatore Proculo.
Distrutta una prima volta dai Goti, ricostruita ed abbellita da Onorio, subì ancora saccheggi e distruzioni da parte dei Saraceni e dei Pisani, riuscendo però sempre a riconquistare la sua libertà e si resse fino al 1805 con proprie leggi e parlamenti, pur dipendendo dal 1250 dalla repubblica di Genova. Ventidue antiche torri di difesa testimoniano ancora le sue lotte. Dal sec. xv al xvir ebbe a subire assedi e occupazioni, che si iniziarono con quello dei Milanesi del 1436 e terminarono nel 1814, quando venne definitivamente riunita allo Stato sardo. Nel 1796, durante la prima campagna d'Italia, fu sede del Quartier Generale di
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(da Wiipert, Mosaiken)
Albenga - Battistero, musnico (sec. v).
Bonaparte. Fa parte della provincia di Savona, costituita nel 1927 con i soppressi circondari di A. e di Savona. Ha notevole importanza agricola e conta una popolazione di 5179 ab. e di 12.000 nel comune.
Il primo vescovo di cui si abbia notizia carta è Quinzio, che nel 451 firmò una lettera sinodale di Eusebio, arcivescovo di Milano, diretta a Leone I e relativa alla condanna di Nestorio ed Eutiche. Nel 1159 la diocesi di A., suffraganea di Milano, venne da Alessandro III assegnata a Genova, ma la cosa ebbe corso solo nel 1213 in seguito a una bolla di Innocenzo III.
I Benedettini ebbero nella diocesi numerosi monasteri tra i quali S. Romolo, Taggia, Triora e Villa Regia, e in A. due abbazie importanti: S. Maria e S. Martino di Gallinaria oltre S. Pietro di Toirano, passato nel 1317 ai Certosini.
A. ha una cattedrale iniziata nel sec. viII, con campanile ogivale del ' 400 ed annesso un battistero. Bella chiesa del sec. xili è S. Maria in Fontibus.
La diocesi, il cui patrono è s. Michele Arcangelo, conta 132.500 ab. e comprende 170 parrocchie, 236 sacerdoti diocesani e 51 regolari, 17 case religiose maschili e 58 femminili.
BibL.: Bisogna riferirsi, in generale, all'opera di A. Manno, Bibliografia storica degli Stati della monarchia di Savoia, II, Torino 1891, pp. 100-108; in particolare cf.: Ughclli, IV, pp. 910924; G. Casalis, Dixionario storico, statistico, commerciale degli Stati di S. M. il Re di Sardegna, I, Torino 1833, p. 138 sgg.; G. Rossi, Storia della città e diocesi di A., Albenga 1870; P. B. Gams, Series episcoporum ecclesiae catholicae, Ratisbona 1873, p. 810; F. Savio, S. Calocero e i monasteri di A. e di Civate, in Rivista storica Renedettina, 9 (1914), pp. 44-59, 103-108; Lanzoni, pp. 841-42. Noemi Crostorosa Scipioni
Il battistero. - Del periodo paleocristiano A. ci ha conservato un pregevolissimo monumento: il battistero, riferito concordemente al sec. v. Esso è a pianta ottagona con i lati sfondati in nicchie alternativamente tonde e quadre; ogni pilastro fra le nicchie è ornato di una colonna, e le colonne portano delle arcate che sostengono la parte superiore del batti-
stero, ottagona essa pure, nella quale si aprono grandi finestroni, chiusi da transenne marmoree traforate. Nel centro è il bacino battesimale; una vaschetta minore sta in una delle nicchie, per la lotio pedum della liturgia battesimale milanese. Questa nicchia mostra ancora vistosi resti di una ricca decorazione musiva, i cui particolari più importanti sono un grande monogramma costantiniano dentro un triplice alone (S.ma Trinità ?), attorno al quale volteggiano dodici colombe, e una grande croce gemmata alla quale sono rivolti due agnelli. Il battistero era coperto a tetto, non a cupola. Nel sec. ix subì vari rifacimenti, di cui restano notevoli tracce scultorie, specialmente nelle finestre. Due tombe di alti personaggi vennero sistemate in due arcosoli, esempi importanti di architettura e scultura minore di quell'età. Nel 1900-1901 tutto il battistero subì restauri accurati.
Meritano anche di essere ricordati un sarcofago cristiano trovato ultimamente e un laterizio con impressa una gran croce formata da due fasci littori incrociati, forse appartenente alla vetusta chiesetta di S. Calocero (sec. iv-v), da tempo distrutta.
BibL.: G. De Angelis-d'Ossat, I batitisteri di Albenga e di Ventimiglia, in Bollettino della R. Deputazione di storia patria per la Liguria. Sezione Inganna e Intemelia, 2 (1926), pp. 207-50. Per la decorazione: P. Toesca, La pittura e la miniatura nella Lombardia, Milano 1912, pp. 22-27. Per il saccalago: N. Lamboglia, in Rivista Inganna e Intemelia, 3 (1937), pp. 58-61. Per il laterizio con la croce: A. Ferrus, in La Cieslta Cattolica, 11944, II), pp. 169-71. In generale: N. Lamboglia, Albenga Romana, Albenga 1932.
Antonio Ferrus
ALBER (Alberus), Erasmus. - Teologo e poeta tedesco, n. a Bruchenbrücken (Wetterau) verso il 1500 , m. a Neubranburg il 5 maggio 1553. Discepolo di Lutero a Wittemberg, considerò il pensiero del maestro come criterio di verità.
Compose inni popolari, dei quali alcuni ancora oggi sono in uso. Nelle sue opere (una ventina edite, altre manoscritte) predomina lo spirito satirico. Celebre è l'atroce libello, onorato d'una prefazione dello stesso Lutero, contro i Francescani: Der Barfiuser Mönche Eulengiiegel und Alcoran (Wittemberg 1542), parodia del Liber conformitatum vitae b. Francisci cum vita Jesu Christi di Bartolomeo de' Rionnico da Pisa, quasiché i Francescani considerassero tale libro come i musulmani il loro Corano. Tradotto in latino, il libello venne pubblicato l'anno dopo col titolo: Alcoranus Franciscanorum, idest blasphemiarum et nugorum lerna de stigmatisato idolo, quod Franciscum vocant, ex «Libro conformitatum»; fu anche chiamato Alcoranus Nudipedum, e, nella versione francese del Badius (Ginevra 1560), Alcoran des Cordeliers.
Maneggia abilmente la favola esopica, e crea con essa, insieme al Waldis, una forma classica di poesia favolistica in servizio del protestantesimo. Famoso per questo è la sua raccolta di 41 favole, intitolate «Libro della virtù e della saggezza» (Buch von der Tugend und Weisheit, Francoforte 1550). L'asino, ad es., che si veste della pelle del leone, diventa per lui l'immagine del Papa, che inganna il mondo da secoli con la sua illegittima signoria, fino a che il dottor Lutero gli tira fuori le orecchie d'asino e gli strappa la superba pelle.
Fido "valletto di Lutero", non tralascia occasione - come professore di teologia, predicatore, scrittore e ispettore generale della Chiesa futerana - per deridere il monachismo, il culto dei Santi, le reliquie e le indulgenze.
I suoi "Cantici spirituali» (Geistliche Lieder) furono ristampati da H. W. Stromberger nel 1857, e le sue favole da W. Braune nel 1892.
BibL.: F. Schnorr von Carolsfeld, Erasmus Alberus, Dresda 1893; Th. Kolde, s. v. in Realencyel. für protest. Theologie und Kirche, I, pp. 278-89; L. Boiteaux, s. v. in DHG, I, coll. 13951600 (con elenco delle opere); F. Vogt e M. Koch, Storia della Letteratura tedesca, trad. ital. di G. Balsamo-Crivelli, I, Torino 1912, pp. 339-40 e passim; A. Gemelli, Il Francescaneano, ⁶ᵃ ed., Milano 1947, pp. 105-107, e 147.
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ALBER, Janos Nepomuk. - Scolopio ungherese, csegeta e storico, n. a Magyaróvar il 7 luglio 1753, m. a Pest il 21 giugno 1830 . Insegnò scienze e lingue bibliche e storia ecclesiastica, prima ai suoi confratelli, poi nell'accademia teologica di Pest.
Versato nella letteratura patristica e nella critica filologica, pubblicò l'ampio commento Interpretatio S. Scripturae per oonore Veteris et Nisci Testamenti libros ( 16 voll., Pest 1801-1804), con serena confutazione delle tesi razionaliste e protestanti, che riscosse credito anche in ambienti scattolici. Minor successo ebbero le suc Institutiones heroweruticae Scripturae S. (3 voll. per il Nuovo Testamento, Pest 1818; 3 voll. per il Vecchio Testamento, Pest 1827), e Institutiones linguae hebrnicue (Pest 1826). Pio VII onorò A. di un breve elogiativo.
Abro frutto del suo lungo insegnamento sono le Institutiones historiae ecclesiasticae (2 voll., Pest 1793: 5 voll., Eger 1825), di cui pubblicò un' Epitome (Eger 1826), e Dissertationes in selecta capita historiae ecclesiast. (2 voll., Vienna 1820). Difese i diritti della Chiesa contro il suo collega giuseppinista Adamo Breganoczy, professore di diritto canonico a Pest, che pretese confutarlo col Responsum datum fo. Alber theologiae professori de nonnullis iuris ecclesiastici sententii (Pest 1824).

Alberegno, Jacobello - Tritrico (fine sec. xiv) - Accademia di Venezia.
BibL.: Hurter, III, pp. 798 ag., 901 ; J. Albert, Alber Yonus es Biblicus Vitáin, Magyaróvar 1934: id., in Magyar Piaristáh, Budapest 1942, pp. 33-43. Antonino Romeo
Álbera, Paolo. - Salesiano e secondo successore di s. Giovanni Bosco, n. a None il 6 giugno 1845, m. a Torino il 30 ott. 1921. Fu tra i "primissimi" a dare il nome alla Pia Società Salesiana. Dopo parecchi anni d'insegnamento nel collegio di Mirabello, ordinato sacerdote nel 1871, fu subito inviato ad aprire la nuova casa di Genova; e quell'istituto in un anno ebbe tale incremento, che dovette trasferirsi in locali più ampi a Sampierdarena. La sua operosità, prudenza e spirito religioso lo designarono nel 1881 alla carica di ispettore delle case salesiane di Francia, poi, alla morte di don Bosco, a quella di direttore spirituale generale, che conservò per 18 anni. Dovette così visitare quasi tutte le case dell'Europa, Africa e America, portando e rafforzando quello spirito interiore e quello zelo dinamico che aveva appreso dal fondatore. Alla morte di don M. Rua (1910) fu nominato rettore maggiore. L'ufficio così alto mise ancor più in mostra la sua grandezza di animo e la sua instancabile intraprendenza. La Pia Società Salesiana e le Suore di Maria Apollatrice crebbero assai di numero; le case si moltiplicarono anche nelle missioni; l'istituto si rafforzò nel suo ordinamento. I tempi non gli risparmiarono fatiche; ma ne guadagnò l'espansione della sua carità. Di qui le iniziative per gli orfani di guerra (1916), per i figli degli Italiani espulsi dalla Turchia (1912), per i poveri fanciulli dell'Europa centrale, vittime del terremoto. Il fatto più consolante
per lui fu il vedersi circondato, non molto prima della morte, da una schiera di giovani di quasi tutte le nazioni di America e di Europa, convenuti a Torino per prepararsi alla loro futura missione di apostoli, attuando il disegno più caro del rettore maggiore.
BibL.: C. Salotti, In memoria di don Paolo A., Rettore Maggiore dei Salesiani, Roma 1922; D. Garneri, Don P. A., secondo successore di d. Bosco, Torino 1939. Celestino Testore
ALBEREGNO, JACOBELO. - Pittore veneziano, m. nel 1397. Abbiamo di lui una sola opera, un trittico nell'Accademia in Venezia, rappresentante il Crocifisso con la Madonna e santi. La tecnica è giottesca: le figure, diritte e molto allungate, per fattura e proporzioni si ricollegano ad Antonio Veneziano.
BibL.: P. Paoletti, Boccetta di documenti inediti per servire alla storia della pittura veneziana nel secc. XV e XVI, Padova 1894-95: L. Ferro, A. Jacopo, in Thieme-Bocker, I, p. 181; L. Testi, Storia della pittura veneziana, I. Bergamo 1909.
Giuliano Briganti
ALBERGATI,
Antonio. - N. a
Bologna il 16 sett. 1566, m. il 4 genn. 1634. Fu vicario generale e arcidiacono a Milano (16021607), referendario di Segnatura, governatore di Todi e quindi nunzio apostolico a Colonia (1610-20). Lavorò attivamente nelle diete (1612 e 1619)
per l'unione dei principi cattolici e per la conversione dei protestanti. Era stato pure preconizzato e creato vescovo di Bisceglie (1609). Difese energicamente l'immunità ecclesiastica durante la nunziatura di Lisbona. Verso il 1622 fu ausiliare del card. Ludovico Ludovisi a Bologna, dove rimase fino alla morte di lui (1632). La sua tomba è in Roma, nella chiesa di S. Maria della Scala. Scrisse opere ascetiche e di diritto.
BibL.: G. Fantuzzi, Notizie degli scrittori bolognesi, I, Bologna 1784, pp. 91-93; Mazzuchelli, I, i, p. 278 sg. Giuseppe Sanità
ALBERGATI, Fabio. - Moralista laico, n. a Bologna, di nobile famiglia, fu castellano di Perugia; m. il 18 ag. 1606. Manifestò la sua profonda cultura in varie pubblicazioni di carattere morale. Da ricordare : Del modo di ridurre alla pace le inimicizie private; Del cardinale e Dei discorsi politici, in 5 libri, nei quali l'A. sostiene la dottrina politica di Aristotele contro quella di Giovanni Bodino: questi ultimi vennero pubblicati dopo la sua morte.
BibL.: G. Fantuzzi, Notizie degli scrittori bolognesi, I, Bologna 1784, p. 97.
Guiscardo Moschetti
ALBERGATI, Niccolò, beato. - Cardinale, n. a Bologna nel 1375 da Pier Nicola, di nobile famiglia cittadina, m. a Siena il 9 maggio 1443. Nel 1395, dopo essere stato iscritto allo Studio, abbracciò la vita religiosa certosina, in S. Girolamo di Casara, dove nel giugno 1404 divenne sacerdote. Eletto nel 1407 prive della stessa certosa nella sua città, fu nel 1412 visitatore dei monasteri d'Italia, e si adoperò alla riunione dell'Ordine in un'unica obbedienza. Il 4 genn. 1417, per acclamazione del consiglio dei Seicento e
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Albergati, Niccoló, beato - Disegno dal vero di Giovanni van Eyck - Dresda, Museo.
successiva conferma del capitolo, fu designato vescovo di Bologna. Ratificata dal metropolita di Ravenna, la elezione venne l'anno seguente confermata dal nuovo pontefice Martino V.
Nella diocesi egli intraprese vigorosamente la riforma del clero e del popolo, e indusse il Comune alla restituzione delle terre vescovili di Cento e della Pieve. Incaricato dai suoi concittadini di trattare con il Pontefice della condizione politica di Bologna nei riguardi della S. Sede, ottenne capituli concordati, mediante i quali erano determinati i diritti e le franchige del Comune, in cambio del riconoscimento della sovranità pontificia (genn.-febbr. 1419). Ribellatasi nel 1420 la città, il vescovo s'interpuse un'altra volta per ristabilire l'obbedienza, che non fu tuttavia ripristinata se non con le armi (luglio 1420). Nel 1422, in veste di legato <a latere>, fu mandato da Martino V in Francia per condurre trattative di pace tra questa nazione e l'Inghilterra, da lunghi anni in guerra; e nella missione si adoperò fino al febbr. 1423. Nel maggio 1426 ebbe la nomina a cardinale del titolo di S. Croce in Gerusalemme. Nel sett. dello stesso anno fu incaricato di un'altra legazione politica, diretta a procurare la pace in Italia col sedare le discordie tra Milanesi, Veneziani e Fiorentini; e riusci nell'intento, attraverso numerosi viaggi e negoziati, persuadendo i belligeranti a una composizione (maggio 1428). Ritornato a Bologna, tentò invano di stornare un nuovo moto rivoluzionario che scoppiò infatti il 1^{°} ag. 1428 ; imprigionato il governatore pontificio card. Aleman, egli stesso fu costretto a lasciare la città, dove rientrò nel sett. 1429, ma per allontanarsene non molto dopo. Venne quindi nominato legato pontificio (genn. 1431) per trattare l'accordo di Bologna con la Chiesa e dirimere nuovi dissidi tra Veneziani da una parte e il Visconti dall'altra. Eugenio IV, successo nel marzo 1431 a Martino V, lo confermò in quella missione; che tuttavia fu interrotta da altra. Nel luglio 1431 infatti egli fu inviato nuovamente in Francia, per riprendere negoziati tra Francesi e Inglesi. Ebbe ripetuti incontri con Carlo VII di Francia ed Enrico VI d'Inghilterra e i loro ambasciatori e predispose successivi congressi per la pace ad Auxerre, a Seine-Port e a Corbeille; ma i suoi sforzi, protrattisi due anni, non furono coronati
da successo. Per ordine del Papa lasciò quindi la Francia, e si recò al Concilio di Basilea, per assumerne la presidenza in nome della Sede Apostolica (sett. 1433): dinanzi a quella torbida assemblea, l'A. sostenne animosamente i diritti del Romano Pontefice. Raggiunto Eugenio IV a Firenze, dove questi si era ritirato per la ribellione dei Romani, ne ricevette alcuni mesi più tardi, un'altra volta, la missione di legato in Francia, per il congresso di Arras (ag. 1435), in cui invano fu ancora trattata la conciliazione tra le due nazioni occidentali cristiane. Fu invece ottenuta quella tra il duca di Borgogna e il re di Francia, per precipuo merito dell'A. Il quale, ritornato a Firenze, fu a breve distanza di tempo investito di una nuova legazione per il Concilio di Basilea; ma, nonostante gli sforzi in esso sostenuti (spr.-maggio 1436), non poti vincere la pervicacia dei conciliari, ostinati nella resistenza anti-romana.
In questa aspra lotta dottrinale, egli continuò ad assistere Eugenio IV, da cui nel genn. 1438 fu nominato presidente del Concilio trasferito a Ferrara; e in larga misura alle sue fatiche si attribuisce la vittoria che vi riportò la dottrina del primato. Dopo un'ultima missione al di là delle Alpi, a presiedere la dieta dei principi germanici a Norimberga (ott. 1438), ritornò in Firenze, nuova sede del concilio. Di qui, nel marzo 1443, mosse alla volta di Roma, al seguito di Eugenio IV nel suo viaggio di ritorno; ma, arrivato a Siena, fu colto dall'estrema crisi del mal di pietra di cui soffriva; poco dopo vi morì, chiudendo santamente l'ausera e laboriosa vita, spesa interamente nel ministero apostolico e nel fedele servizio della S. Sede. Ai solenni funerali volle partecipare lo stesso Sommo Pontefice. La salma fu trasportata a Firenze e sepolta in quella certosa di Monte Acuto. L'A. godette largamente fama di santità tra i contemporanei; ma i processi, costruiti nel 1651-52, non arrivarono, per cause estranee, a termine. Riassunti per sollecitudine del bolognese Benedetto XIV, si giunse il 25 sett. 1744 alla beatificazione.
BibL.: P. De Tüth. Il b. card. Nicola A. e i suoi tempi, 2 voll., Acquapendente 1934 (opera di buona informazione); G. Hofmann, Per il V centenario della morte del beato Niccolò A., in L'Oriente Cristiano e l'Unità della Chiesa, (di autori vari), Roma 1943, pp. 59-63; id., in La Civiltà Cattolica, (1944, 1), pp. 337-47.
Nello Vian
ALBERGONI, Eleuterio. - Teologo e predicatore dei Minori conventuali, n. a Milano nel 1560 , m. a Montemarano nel 1635 .
Di grande erudizione teologica e biblica, insegnò nello Studio di Perugia a 22 anni, quindi filosofia a Bologna e teologia a Milano. Provinciale di Lombardia, fu a Milano penitenziere della Cattedrale e Consultore del S. Uffizio. Predicatore famoso in tutta Italia, fu creato da Paolo V vescovo di Montemarano nel Napoletono (14 nov. 1611). Scrisse molte opere di teologia (pregevoli le sue Resolutiones doctrinae scoticae, Padova 1593, Lione 1645), orazioni sacre per l'Ausento, Quaresima, sui Salmi, Prediche sabbatine sulle eccellenze della B. Vergine (ivi 1631), sulle 40 ore; scrisse anche di esegesi biblica (come la Concordanza sugli Evangelii correnti nella 3 domeniche di Quaresima con Cantica della B. Vergine, Lezioni sopra il Magnificat concordate con gli Evangelii), e varie opere spirituali.
BibL.: L. Wadding, Scriptores Ord. Minorum, ²² ed., Roma 1906, p. 72; J. H. Sbaralea, Supplementum ad Scriptores Ord. Min., I, ²² ed., Roma 1908, pp. 239-40; G. Franchini, Bibliotele di Scrittori Min. Conv., Modena 1803, pp. 16s-66; F. Argalati, Biblioth. Script. Medial., I, Milano 1745, pp. 15-16; Mazzuchelli, I, 1, pp. 284-85; Eubel, IV, p. 247; G. Abate, Series Episcoporum G. F. M. Conv., in Miscell. Franc., 31 (1931), p. 114 .
Lorenzo Di Fonzo
ALBERGOTTI, Agostino. - Vescovo di Arezzo, ivi n. il 25 nov. 1755 e m. il 6 maggio 1825. Compì gli studi sacri a Roma e fu sacerdote nel 1779. Sostenne, nella lotta contro il giansenismo e l'invadenza religiosa del granduca Leopoldo I, mons. A. Martini ar-
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civescovo di Firenze, di cui fu vicario generale per 14 anni. Soccorse i sacerdoti francesi e italiani rifugiati in Toscana. Rese devoto omaggio a Pio VI (1798), di passaggio a Firenze prigioniero dei Francesi. Arrestato da questi (1799) e condotto a Livorno, riusci ad evadere. Eletto vescovo (1801) di Arezzo, nei 24 anni del suo governo restaurò la diocesi e fu modello di vita apostolica. Scrisse: La via della santità.... nello spirito e nella pratica della vera devozione... al S. Cuore, (2a ed., Lucca 1797; nuova ed. riveduta da
P. Severi, Milano 1931); Dal Cenacolo al Calvario (nuova ed. a cura di P. Severi, Milano 1936). Bibl.: G. Beraldi, Nazzza biografia su mani. A. A. Vescovo di Arezzo, in Memorie di relazione morale e letteratura, II (1827), pp. 533-8 mathrm{I}.
Francesco Tinello
ALBERI, Eugenio. - Storico, n. a Padova il 1^{°} ott. 1807, m. a Vichy nel giugno 1878. Studiò legge a Bologna, ma l'indole sua era naturalmente portata alle lettere ed alla storia.
Di questo interesse per il passato furono primi saggi un Quadro strategico delle guerre d'Italia del principe Eugenio di Savoia pubblicato nel 1830 e la Vita di Caterina de' Medici nel 1838 . Iniziò poi le due opere che ancora oggi costituiscono un ausilio prezioso ed indispensabile per lo storico: le Relazioni degli Ambientatori Veneti al

Albergati, Niccolò, beato - Mitre del beato - Bologna, Tesoro della Metropolitana.
vento di S. Maria del Popolo, nel 16ro. Entrò nell'Ordine nel 1570, e vi si distinse per doti di governo, passando da priore di vari conventi a procuratore e poi vicario generale di tutti gli Eremitani di s. Agostino. Diede alle stampe 7 opere, tra le quali sono degne di memoria una storia ed un compendio storico della chiesa di S. Maria del Popolo di Roma, le vite del beato Nicola da 'Tolentino e della beata Chiara di Montefalco ed un Catalogo breve degli illustrissimi scrittori venetiani, dedicato al doge Marino Grimani, edito a Bologna nel 1605. Bibl.: D. A. Ferini, Bibliographia Augustiniana, -I, Firenze 1931, pp. 16-17; Mazzuchelli, I, 1, pp. 287 288. Luigi Berra
## ALBERICO
(Aubry), beato. Secondo abate di Cîteaux. Nulla sappiamo della sua nascita, della sua formazione intellettuale e morale prima ch'entrasse in monastero. Compare la prima volta nell'abbazia benedettina di Molesme in qualità di priore. Dopo vani tentativi di riformaper osservare la regola di s. Benedetto in tutta la sua purezza ed austerità originaria, A. si trasferì insieme all'abate s. Roberto e ad alcuni monaci più volenterosi a Cîteaux presso Dijon dove ebbe parte principale nella fondazione del monastero, che divenne la culla dell'Ordine cistercense (v.). Dopo il ritorno di s. Roberto a Molesme, A. gli successe come abate (ro99-1109). Nel 1100 ottenne da papa Pasquale II l'approvazione del nuovo Ordine monastico, a cui diede anche le prime costituzioni e che consacrò alla Vergine. Vide la riforma della vita monastica nel ritorno allo spirito primitivo della regola di s. Benedetto: inculcò specialmente la semplicità dei costumi nella vita quotidiana, la povertà del monaco singolo, il lavoro manuale, l'esercizio dell'ospitalità, l' "opus Dei».
Dopo quasi dieci anni di governo con una disciplina molto rigida, morì santamente il 26 genn. 1109. A. fu considerato come santo nell'Ordine cistercense da tempi immemorabili. Il suo nome si trova nei più antichi cataloghi dei santi e beati dello stesso Ordine. Con decreto del 3 genn. 1701, la S. Congregazione dei Riti approvò l'ufficio in onore di A. e ne permise ai Cistercensi la celebrazione della festa, che nel 1738 fu stabilita al 26 genn.
Bibl.: Acta SS. Ianuarii, II, Venezia 1734, pp. 223-28; cf. ibid., Aprilis, III, pp. 663-66, 671 sgg.; Exordium parvum Ord. Cisterc.: PL 166, 1501-10; Exordium magnum: PL 182, 2, 5 in Cistercienser Chronik, 20 (1908), pp. 1-106; 21 (1909), p. 1 sgg.
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L. Janauschek, Originum Cisterc., I (vol. unico), Vienna 1877; U. Berlière, Les origines de Clteaux et l'Ordre bénédictin au XIIIc siècle, in Rev. d'hist. eccl., I (1900), pp. 448-71; 2 (1901), pp. 223 90; Ph. Guignard, Les monuments primitifs de l'abbaye de Molesmes, I, Parigi 1907; J.-Bertold Mahn, L'Ordre Cistercien et son gouvernement des origines au milieu du XIIIc siècle (10581263), Parigi 1942, passim.
Lucchesio Spätling
ALBERICO II, principe dei Romani. - Figlio di Alberico I, marchese di Spoleto, e di Marozia, che a sua volta era figlia del senatore romano Teofilatto e di Teodora, nacque al principio del sec. x ed ancor giovinetto sollevò i romani contro la madre nel giorno delle sue nozze con Ugo di Provenza re d'Italia, celebrate in Castel S. Angelo (932). Al di là dei personalismi (si dice che Ugo schiaffeggiasse A., perché si rifiutava di dargli acqua alle mani in segno di omaggio) vi era un profondo contrasto politico in quanto la venuta di Ugo a Roma voleva dire la scomparsa dell'autonomia cittadina difesa con tanta gelosia dall'aristocrazia locale. A. assunse il potere incarcerando la madre e limitando l'attività del pontefice Giovanni XI, che era suo fratello, al campo strettamente religioso. Dapprima egli cercò di intendersi con l'imperatore d'Oriente e governare in nome suo, ma poi fece da solo ed assunse i titoli di princeps e di senator annium Romanorum, che dimostrano la persistenza della tradizione classica di Roma anche nei periodi più oscuri della storia medievale della città. L'azione politica di A. fu saggia e prudente, si limitò a una stretta cerchia intorno a Roma (la base territoriale del suo potere era rappresentata dai grandi possessi tenuti nella Sabina), ma sopra questa fece sentire l'autorità del governo centrale inviando propri funzionari. Più volte Ugo tentò di riconquistare Roma ma venne sempre respinto; infine i due si accordarono per l'intervento di s. Oddone di Cluny. L'impero di Occidente in quegli anni era vacante, né A. volle entrare in contatto con Ottone di Sassonia, re di Germania. Non si hanno notizie di gravi ribellioni scoppiate in Roma contro A. durante il suo governo durato ben 22 anni, cosa veramente eccezionale per quel tempo. Con i pontefici A. fu sempre in ottime relazioni, perché ne favoril l'opera spirituale, ma riservò a sé la direzione politica ed amministrativa dello Stato ecclesiastico; di papa Marino II scrisse un cronista (e lo si potrebbe ripetere quasi per tutti) : «non audebat adtingere aliquid extra iussione Alberici principis». Solo negli ultimi anni Agapito II riprese una certa libertà di azione come risulta anche dalle monete da lui coniate col proprio nome invece di quello del signore laico. Ma l'aspetto più nuovo dell'opera di A. sta certamente nel favore da lui concesso a s. Oddone di Cluny ed agli altri rappresentanti del movimento riformatore monastico; egli li chiamò a Roma, diede loro un suo palazzo per costruirvi un monastero e li inviò a riformare vari conventi della regione romana. Il princeps si era reso conto dell'importanza non solo religiosa ma anche politica e sociale di una restaurazione morale del clero e vi dava opera per realizzarla. Prima di venire a morte A. si fece portare in S. Pietro e si fece promettere dal popolo romano che alla scomparsa del Papa in carica avrebbe eletto il proprio figlio, al quale egli aveva posto il nome augurale di Ottaviano; così sarebbe stata realizzata la piena fusione delle due autorità romane. A. morì il 31 ag. 954.
Birl.: P. Fedele, Ricerche per la storia di Roma e del papato nel sec. X, in Archivio Soc. Rom. St. Pietrio, 33 e 34 (1910-11); L. Duchesne, Les premiers temps de l'Etat pontifical, ³ᵉ ed., Parigi 1911, pp. 323-36; O. Gerstenberg, Die politische Entwicklung des römischen Adels im 10. und 11. Jahrhundert, Berlino 1933; P. Brezzi, Roma e l'Impero medievale, Bologna 1947. Paolo Brezzi
ALBERICO di Montecassino. - Monaco di Montecassino, poi cardinale del titolo dei SS. Quattro Coronati, vissuto nel sec. xi. Mancano notizie precise sull'origine, la carriera e la data della sua morte, generalmente posta al 17 ott. 1088. I cronisti di Montecassino, Pietro Diacono e il suo continuatore, lodano la sapienza e le virtù di A. e ricordano la sua partecipazione al Sinodo romano del febbr. 1079 celebrato da papa Gregorio VII contro Berengario (v.) di Tours. A voce e in scritto, con la dottrina dei santi Padri, A. provò la presenza reale di Cristo nel sacramento dell'Eucaristia, che Berengario nella sua professione di fede aveva negata espressamente.
Pietro Diacono (Chronicon Casinense: PL 173, 888 sg.; De ortu et obitu justorum Casinensium: ibid., 1105 ; Liber de viris illustribus Casinensibus: ibid., 1046) dà il catalogo delle opere di A: De virginitate s. Mariae; Liber dictaminum et salutationum; De astronomia; De musica dialogus; De electione r. Pontificis contra Heinricum imperatorem; Vita s. Dominici Sorani; Vita s. Scholasticae; De dialectica; Liber de corpore Domini (scritto nel 1079 contro Berengario); lettere a s. Pietro Damiani (PL 145, coll. 621-34).
Birl.: E. Mangenot, s. v. in DThC, I, coll. 660-62; U. Berlière, s. v. in DHG, I, col. 1406 sgs.; U. Chevalier, Répertoire des sources historiques du moyen-ligu, bio-bibliographie, Parigi 1877, p. 31.
Lucchesio Spätling
ALBERICO, monaco di Montecassino. - N. a Settefrati in Campania nel rior (?), m. verso il 1140. Ebbe a 10 anni, durante una malattia che per 9 giorni sembrò averlo privato della vita, una visione in cui s. Pietro e due angeli (Emmanuhel e Eloy) lo condussero attraverso l'inferno, il purgatorio e il paradiso, distinto questo in 7 cieli. Intorno al 1115 fu ricevuto dall'abate Gerardo (1111-23) a Montecassino, dove, ordinato sacerdote (1124), visse così santamente che nessuno osava mettere in dubbio la realtà della sua visione.
La prima redazione di questa, scritta per ordine dell'abate Senioretto (1127-37), deve attribuirsi, secondo l'esplicita testimonianza di Pietro Diacono (Chronicon Casinense, IV, 66: PL 173, 888 sg.), al monaco Guido, autore anche di alcuni versi e de fortuna eiusdem (visionis) " (Liber de viris illustr. Casinensibus, cap. 41: PL 173, 1044 sg.). A. poi ne stese una nuova redazione insieme a Pietro Diacono (1127), in 30 capitoli di buona prosa latina (Cod. membr. n. 239, archivio di Montecassino). Vi è premesso un prologo del citato Guido e un'epistola dello stesso A. che deplora il diffondersi in Italia di racconti della visione non conformi all'originale. Comunemente dai critici (Ozanam, Rajna, D'Ancona, D'Ovidio, Zingarelli) la visione di A., alla quale non manca una certa elaborazione artistica, viene ritenuta come una delle fonti più notevoli cui Dante s'ispirò, come ad altre leggende allora molto diffuse, nel trarre la materia del suo poema.
Il nostro A. non è da confondersi col diacono Alberico, anch'esso monaco di Montecassino, m. nel 1088. La confusione presso i bollandisti e altri autori è dovuta al fatto che il diacono Alberico scrisse, tra l'altro, due composizioni ritmiche: De poenis inferni e De gaudio paradisi, e avrebbe avuto, secondo Pietro Diacono (De ortu et obitu justorum Casinensium, cap. 49: PL 173, 1105), un'apparizione del defunto monaco Guaifero. Che poi questo diacono Alberico sia nato anch'egli a Settefrati e sia identico al cardinale del titolo dei SS. Quattro Coronati, come viene comunemente ritenuto, è più che problematico secondo F. Novati, Storia letter. d'Italia, Le origini, Milano 1926, p. 414 sg.
La Visione di A. fu pubblicata la prima volta da F. Cancellieri (Roma 1814, testo e volgarizzamento), che la trascrisse da un manoscritto della biblioteca Alessandrina di Roma, confrontato con il codice 257, del
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sec. xili, dell'archivio di Montecassino. Questo codice, unico originale, fu pubblicato la prima volta da A. Amelli in Bibliotheca Casinensis, Florilegium, V, I (1894), pp. 191-206, e lo riprodussero C. De Vivo e A. Mirz.
Biel.: F. Cancellieri, Osservazioni intorno alla questione... sopra l'originalità della Div. Comm. di Dante, Roma 1814; Ca. vello De Vivo, La visione di Alberico ristampato, tradotto e comparato con le Div. Comm., A riano 1899 . - Per le fonti della visione di A., A. De Gubernatis, Sulle orme di Dante, Roma 1900 (cap. Dante e l'Oriente); A. Lauri, Dei due Alberici da Settefroiti, Monaci a Montecassino, in Riv. Stor. Benedettina, 6 (1911), pp. 208220; A. Mirz, La Visione di Alberico, in Miscellanea Cassinese, II (1932), pp. 33-103, importante studio storico-critico, con riferimento alle fonti arabe della Visione. Francesco Tinello
ALBERICO, vescovo di Ostia. - Dell'abbazia di Cluny, n. nella seconda metà del sec. xi, m. a Verdun nel 1146. Fu dapprima sotto-priore del detto monastero e successivamente, intorno al 1130, abate di Vézelay. Nel 1136, Pietro il venerabile si oppose alla nomina di A. a vescovo di Langres, ma qualche tempo dopo Innocenzo II lo nominò cardinale-vescovo di Ostia e lo inviò in Inghilterra come legato, per comporre il dissidio fra David I, re di Scozia, e Stefano di Blois. Il 13 dic. 1138 prese parte a un concilio a Westminster, in cui fu eletto arcivescovo di Canterbury Tibaldo, abate di Bec. Fu in seguito ad Antiochia e nel 1145 in Francia, impegnato con s. Bernardo e Goffredo, vescovo di Chartres, a combattere l'eretico Enrico. Di lui rimangono alcune lettere della corrispondenza con s. Bernardo.
Biel.: J. Mabillon, Annales Ordinis s. Benedicti, VI, Parigi 1739, pp. 304-305; Hefele-Leclercq, V, pp. 719, 742, 817. Emma Santovito
ALBERICO di Reims. - Scolastico medievale, m. nel 1141. Fu discepolo di Anselmo di Laon, condiscepolo ed avversario di Abelardo (Hist. calamitatum, coll. 4 e 9: PL 178, 125 e 144); artidiacono e professore alla scuola del duomo di Reims, dove attirò gran numero di scolari malgrado l'oscurità del. suo insegnamento. Eletto vescovo di Châlons-sur-Marne nel 1126, il papa Onorio II rifiutò, non si sa perché, di confermarlo, nonostante l'intervento di s. Bernardo in suo favore (Epist. 13: PL 182, 116). Nel 1136 fu eletto arcivescovo di Bourges, incoraggiato e sostenuto dal papa Innocenzo II (PL 179, 278).
Delle sue opere è rimasta solo una lettera a Gualtero di Mortagne, sull'essenza del contratto matrimoniale (E. Martène, U. Durand, Veterum Scriptorum... ampliss. collectio, II, Parigi 1720, col. 838).
Biel.: Gallia Christiana, II, Parigi 1720, col. 49; IX, ivi 1751, col. 878; PP. Maurini, Histoire littéraire de la France, XII, nuova ed., Parigi 1896, pp. 72-76; Giovanni di Salisbury, Metodogiron, ed. C. C. I. Webb, I, v, Oxford 1929, p. 18. 5. Giovanni Müller
ALBERICO da Rosciate. - Giurista, n. a Bergamo e ivi m. nel 1354. Studiò a Padova alla scuola di Riccardo Malombra. Esercitò la professione d'avvocato nella sua città e, per la grande fama cui presto assurse, ebbe importanti incarichi, tra cui si ricorda l'ambasceria ad Avignone, nel 1340, per incarico dei Visconti di Milano, e la revisione degli statuti cittadini.
Le sue opere scientifiche risentirono dell'influsso che proveniva loro dalla pratica del foro, e delle questioni a cui occasionalmente l'autore doveva applicare l'ingegno. Scrisse ampi commentari al Digesto e al Codice, un Dizionario di diritto civile e canonico, un commento al VI libro delle Decretali; ma l'opera sua principale rimane l'Opus statutorum, ove tratta, in maniera organica, del fondamento, della forma e dell'efficacia delle leggi statutarie.
Biel.: F. C. v. Savigny, Storia del diritto romano nel medioevo, trad. E. Bollati, II, Torino 1827, p. 625; A. Salvioni, Interno ad A. da R., Bergamo 1842; A. Fiammazzo, Il commento dantesco di A. da R., Bergamo 1895. Guiscardo Moschetti
ALBERICO delle Tre Fontane (Trois-Fontaines, diocesi di Châlons-sur-Marne). - Cistercense, m. dopo il 1241, autore di una cronaca (Chronicon) universale dalla creazione del mondo all'anno 1241.
Attinse a un gran numero di fonti, delle quali molte ci sono conservate, mentre alcune andarono perdute. L'opera, interpolata prima del 1295 da Maurizio, canonico regolare di Neufmonastier presso Huy, difetta spesso di critica ed ha perciò un valore relativo tranne che per gli ultimi 20 anni. La cronaca fu edita con introduzione critica da P. Scheffer-Boichorst, in MGH, Scriptores, XXIII, Hannover 1874, pp. 631-950.
Biel.: Pattbast. I, p. 29; G. Kurth, Maurice de Neufmoustier, in Bull. de l'Académie royale de Belgique, ³ᵉ serie, 23 (1892), pp. 668-84; K. Haid, Ein kleiner Beitrag zur Kenntnis Alberichs von Troisfontaines und dessen Chronik, in CistercienserChronik, 20 (1908), pp. 289-92. Giovanni Müller
## ALBERIGO: v. ACCELlino.
ALBERINI, Marcello. - Cronista e memorialista romano, n. nel 1511, m. nel 1580. Assistette adolescente agli orrori del sacco di Roma del 1527 e ne fu duramente colpito negli affetti e negli averi. Ebbe onorevoli incarichi nel Comune di Roma. Nel 1570 era sovrintendente alla stamperia istituita da Paolo IV, e nel 1580 , anno della sua morte, era conservatore.
Nel 1547 cominciò a scrivere un diario in volgare, che è giunto fino a noi, in vari manoscritti, col titolo di Ricordi. In esso annotò avvenimenti pubblici e privati, soffermandosi specialmente sul sacco di Roma. A questo diario, spesso tendenzioso, attinsero largamente cronisti contemporanei e posteriori.
Biel.: D. Orano, Il Sacco di Roma del 1527. Studi e documenti, I: «I Ricordi di M. A.», Roma 1901.
## ALBERO della CROCE : v. Croce, albero della.
## ALBERO della SCIENZA DEL BENE E
DEL MALE. - Pianta del paradiso terrestre, destinata dal Creatore a far conoscere sperimentalmente ai progenitori il bene dell'obbedienza e il male della ribellione al comando divino. Iddio aveva posto il veto ai suoi frutti, sotto pena di morte. Il subdolo tentatore, equivocando sul significato del nome, istigava la donna con la promessa: "Quando ne mangerete, i vostri occhi si apriranno e sarete come Dio, conoscerete il bene e il male». Eva, sedotta, disobbedi e indusse Adamo al peccato. I colpevoli sperimentarono il disordine della natura decaduta (Gen. 2, 9.17; 3,5-8 ).
Sebbene il carattere letterario dei primi tre capi del Genesi non obblighi a intendere in senso proprio tutti i particolari, è affatto estranea al testo l'interpretazione di alcuni rabbini e allegoristi alessandrini, che vede nel frutto proibito l'uso del matrimonio (cf. s. Agostino, De Genens ad litteram, XI, cap. 41); tale teoria è oggi propugnata da F. Mayrhofer, in Theologie und Glaube, 28 (1936), pp. 133162; ma è ben confutata da J. Miklik. Sulla natura dell'a. nulla si può dire; R. Nehemis, Teodoreto e Procopio l'identificano col fico (cf. Gen. 3, 7). La tradizione pone in contrasto l'albero vivo del paradiso terrestre che provocò la morte, e l'albero morto del Calvario che donò la vita : Ipse lignum tunc notavit damna ligni ut solveret (Venanzio Fortunato, Inno Pange lingua gloriosi | lauream, ecc.).
Biel.: Agnellus Merz, De arbore scientiae boni et mali secundum Scripturas et Ecclesiae ac magni patriarchae Augustini doctrinam, Monaco 1765; E. Mangenot, s. v. in DB. I, col. 896 sg.; F. Miklik, Der Fall des Menschen, in Biblica, 20 (1939), pp. 387396. - Sul carattere storico dei fatti e le risposte della Commissione Biblica, cf. P. Cruveilhier e L. Pirot, Omèie, in DBL. III, coll. 220-613.
Pietro De Ambroggi
ALBERO della VITA. - Pianta "nel mezzo" del paradiso terrestre, cui il Creatore aveva conferito il potere di conservare la vita dell'uomo e di preservarlo dalla morte (Gen. 2, 9).
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(propr. B. Degeahert)
Albero della vita - Disegno della maniera del B. Angelico (metà sec. xv) - Parigi, Louvre.
Secondo s. Tommaso (Summa Theol., { }^{12}, q. 97, a. 4), si trattava di un potere naturale : "habebat virtutem fortificandi virtutem speciei contra debilitatem provenientem ex admixtionc extranei ", e il suo frutto doveva essere mangiato spesso a tale scopo. Ma, secondo la maggioranza dei Padri, conferiva una virtù soprannaturale quasi sacramentale, producendo l'immortalità gloriosa; il frutto doveva essere gustato una volta, nel passaggio dallo stato di via allo stato di termine; doveva essere il premio dell'ubbidienza al divieto di mangiare dall's albero della scienza "che seco traeva la sanzione della disubbidienza (s. Ireneo, Adv. Haer., III, 23, 6; cf. s. Agostino, De Civitate Dei, XIII, 20; XIV, 26; s. Cirillo Alessandrino, Adv. Iulianum, 3). Dopo il peccato, Dio scacciò i progenitori dal paradiso e collocò dei cherubini "ad oriente del giardino dell'Eden per custodire la via che conduceva all'a. della v." (Gen. 3, 24); sicché l'a. conservava ancora il potere di prolungare la vita mortale.
La realtà storica è generalmente ammessa nella