ò i progenitori dal paradiso e collocò dei cherubini "ad oriente del giardino dell'Eden per custodire la via che conduceva all'a. della v." (Gen. 3, 24); sicché l'a. conservava ancora il potere di prolungare la vita mortale.
La realtà storica è generalmente ammessa nella tradizione esegetica cattolica, come per l' "albero della scienza del bene e del male" (v.), col quale a torto P. Mayrhofer (in Theologie und Glaube, 28 [1936], pp. 133-62) dopo altri lo identifica, vedendovi il divieto dell'uso della facoltà procreativa; tale interpretazione fu proposta dapprima da Clemente Alessandrino secondo cui il peccato fu contro la castità (Strom., III, 14, 17 : PG 8, 1193 sg. 1206) e J. Coppens oggi la rinnova. Vari cattolici oggi, con J. Feldmann, H. Junker, J. Coppens, dànno un colorito allegorico ai due alberi del paradiso, o li connettono a tradizioni popolari; così i protestanti odierni (H. Th. Obbink).
Nella stessa Bibbia e nella tradizione l'a. della v.
ha ricevuto significati simbolici. Nel libro dei Proverbi la scienza è paragonata all'a. della v. ( 3,18 ), e così pure le azioni del giusto ( 11,30 ), il compimento d'un desiderio di vita (13, 12), la lingua apportatrice di pace (15, 4). Nel. l'Apocalisse l'«a. della v.» è collocato nel paradiso celeste: i suoi frutti saranno concessi dallo Spirito al vitterisso (2, 7); in mezzo alla celeste Gerusalemme "e tra i due rami del fiume l'a. della v. dava frutti 12 volte l'anno [perenni]» (tradus. preferibile: 22, 2. 14; Ec. 47, 7. 12).
Gli apocalittici giudei lo trapiantano nel cielo (Apoc. Mosè 28) o nel mondo futuro (Enoch slavo 8, 3-5; 22, 8-10) o nel regno messianico ove i santi ne mangeranno i frutti (Enoch etiop. 23, 4-7; 32, 3-6; Testum. Levi 18, 10 sg.; IV Esd. 8, 32); riferendosi all'albero messianico di Is. 11, 1 descrivono la futura "pianta di giustizia" (Enoch etiop. 10, 16 ; 62,8 ; 84,6 ; 93,2.5). Negli scritti rabbinici, l'a. della v. rappresenta l'immortalità beata (Midrâ̂ del Cont. C. 6, 9). I rabbini hanno favoleggiato di misure enormi di tale pianta (Talmùd Jerus., Berachoth I, 1).
I Padri vedono spesso nell' "a. della v." una figura della Croce sulla quale il nuovo Adamo ci restituisce la vita perduta dal vecchio Adamo, oppure un simbolo dell'Eucaristia. In Ad Diognetum XII (finale d'autore posteriore) i due alberi figurano il vero cristiano (cf. Dante, Purg., XXXII, 37-60).
Presso molti popoli si trovano tradizioni riguardanti alberi vivificanti o alberi «sacri». P. Dhorme, J. Feldmann, A. Ungnad, con altri, vedono accenni ai due alberi del paradiso nei documenti assiro-babilonesi. I paralleli babilonesi sono, per lo più, connessi col mito di Gilgameš (v.). Uno dei temi prevalenti nei sigilli assiro-babilonesi è l'albero sacro con ai lati due personaggi, animali o mostri, opposti simmetricamente.
Bibl.: P. Dhorme, L'arbre de vérité et l'arbre de vie, in Rev. Bibl., nuova ser., 4 (1907) pp. 171-74; J. Feldmann, Paradies und Sünderfall, Monaco 1913, pp. 230-40, 200-20, 601-605; K. Fruhstorfer, Wider die sexuelle Deutung der Ursüude, in Theol. Praht. Quartalschrift, 78 (1925), pp. 36-62; W. Stoerk, L'arbre de vie et l'arbre di science du bien et du mal, in Rev. d'Histoire et de Philos. religieuses, 8 (1928), pp. 66-69; H. Th. Obbink, The tree of life in Eden, in Zeits. f. alttestum. Wiss., 46 (1928), pp. 105-12; K. Budde, ibid., 47 (1929), pp. 54-62; H. Junker, Die biblische Urgeschichte, Bonn 1932, p. 46; P. F. Ceuppens, De historia prinoeva, Roma 1934, pp. 104-107, 133 sg.; R. Bauernis, Arbor vitae: Der "Lebensbaum" und seine Verwendung in Liturgic, Kunst und Brauchtum des Abendlandes, Monaco 1938; H. Bergema, De Boom des Levens in Schrift en historie, Hilversum 1938; R. Schran, Zu Apoc. 22, 2: Die Frage nach dem Standort des Lebensbausers, in Biblische Zeitschrift, 24 (1938), p. 208; R. Marcus, The tree life in Proverbs, in fourn. of Bibl. Lit., 62 (1943), pp. 117 120; J. Coppens, Ecu, tuce of meer wonderboomen in het paradijs, in Ephem. Theol. Lovan., 20 (1943), pp. 66-70; id., La cannulssance du bien et du mal et le péché du paradis, Gembloux 1948.
Nell'arte giudaica : Z. Amelxanova, The Tree of Life in Jewish Iconography, in Journal of Warburg Instit., 1939, pp. 326-45; H. G. May, The sacred Tree on Palestine Painted Pottery, in Journal of Amer. Oriental Soc., 39 (1939), pp. 251-59.
Per le tradizioni dei popoli orientali: A. Deimel, Genesis 2-3 cum monumentis astyrilis comparata, in Verbum Domini, 4 (1924), pp. 281-87, 312-15; A. Ungnad, Die Paradiesbäume, in Zeitschr. d. deutsch. morgend. Ges., 79 (1929), p. 111 sgg.; I. Plexus, Babylone et la Bible, in Dibs. I, vol. 727 sg.; Z. Mayani, L'arbre sacré et le rite de l'alliance chez les anciens Sémites, Parigi 1935; N. Perrot, Les représentations de l'arbre sacré sur les monuments de la Mésopotamie et de l'Eliam, Parigi 1937; H. Danthine, Le Palmier dottier et les arbres sacrés dans l'iconographie de l'Asie ancienne, Parigi 1937; S. N. Kramer, Gilgamesh and the Hahappu Tree, Chicago 1938. Antonino Romeo
Arte. - A prescindere dagli ipotetici rapporti con simili concezioni orientali, l'a. della v., collocato secondo Gen. 29 nel mezzo del Paradiso, venne nell'esegesi patristica fin dai primi tempi confrontato, se non identificato, con la croce di Cristo. L'onnipresenza di tale simbolismo fece sì che la tendenza recente di riconoscere l'a. della v. in certi segni scoperti su fonti battesimali e lastre sepolcrali dell'alto medioevo, nonché nella stilizzazione araldica degli scettri, rimase alquanto problematica. Non c'è dubbio invece che quelle forme del crocifisso che palesano ancora alcunché della loro origine arborea, risalgano all'idea del lignum vitae
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(v. croce, albero della). Se le croci sulle ampolle orientali di Bobbio (sec. viI) ricordano la corteccia d'una palma, nei tipi occidentali si trova figurata la croce con rudimenti di rami (Asthrouz) oppure la «crudele» croce forcata, prescelta dalla mistica tedesca del sec. xiv, o la croce ancorata o anche l'a. della croce (Baumkreuz).
Bial.: H. Bethe, s. vv. Asthrouz (I, coll. 1152-61) e Baumkreuz (II, coll. 100-105), in Reollexikon zur deutschen Kunstgeschichte, Stoccarda 1937 sec.; H. Koch, Sonderformen des Heilbadkreuzer, Strasburgo 1939; R. Bauerreis, Arbor vitae, Monaco 1941.
Kurt Rathe
alberone. - Arcivescovo di Treviri (ri311152), discendente da nobile famiglia della Lorena, il cui castello ereditario di Montreuil (Monterol) era situato presso Toul, n. ca. il roSo, e m. a Treviri il 18 genn. 1152. Trascorse la gioventù nel periodo movimentato che seguì la riforma gregoriana. A. divenne fervente seguace delle idee riformatrici del grande pontefice Gregorio VII. Come arcidiacono di Metz si pose alla testa del partito rigidamente ecclesiastico, che voleva ad ogni costo l'abolizione degli abusi ivi dominanti. Dopo avere ben meritato della Chiesa di Metz come arcidiacono e poi come primicerio, nel 1130 fu costretto dal papa Innocenzo II ad accettare la sede arcivescovile di Treviri. Con l'energia che gli era propria cominciò subito la difficile opera di riforma nella sua diocesi.
Le sue relazioni amichevoli con s. Norberto e s. Bernardo gli facilitarono il successo, soprattutto nella riforma dei monasteri. Il suo palazzo vescovile era divenuto un cenacolo di dotti. Chiamò come direttore della scuola del duomo Baldrico (v.) che fu poi il suo biografo. Tra i fasti del suo governo sono degni di nota: la partecipazione alla spedizione di Lotario in Italia nel 1136-37; la legazione pontificia per la Germania, conferitagli da Innocenzo II il 2 ott. 1137;

ida U. F. Huser, (vulze, art. Alberoni) Alberoni, Giulio - Ritratto, tela del Mulinaretto. Piacenza, Galleria Alberoni.
l'intervento nell'elezione del re Corrado III il 7 marzo 1138. Morì dopo essere pienamente riuscito a ristabilire la disciplina nella sua diocesi, portandola ad uno stato di floridezza che nulla aveva da invidiare alle altre diocesi dell'Impero.
BibL.: Gesta Adalberonis austore Balderico, in MGH. Scriptores, VIII, pp. 243-60; F. v. Waldo, De Alberone Treatrorum archiepiscopo, Münster in V. 1825; R. Prumerz, Albero von Montreuil, Erzbischof von Trier, Gottinga 1874; V. Hurskens, Albero von Montreuil, Erzbischof von Trier, Monaco 1879; Kirchenleichen, ed. Worzer-Weite, I, col. 409 sg.; L. Boiteux, s. v. in DHG, I, coll. 1420-25.
Lucchesio Spätling
alberoni, Giulio. - Cardinale e statista, n. a Piacenza il 31 (?) maggio 1664, m. ivi il 27 giugno 1752. Ventenne entrò nelle grazie di mona. Giorgio Barni, vicelegato pontificio a Ravenna e in seguito (1688) vescovo di Piacenza, e divenne sacerdote ed educatore del nipote di questi, Giovanni Battista, più tardi cardinale. Fu caro al maresciallo Vendôme, comandante francese in Italia durante la guerra di successione di Spagna, morto il quale gli riusci di farsi benvolere da Filippo V, assumendo con grande vantaggio per il suo signore la rappresentanza di Parma a Madrid. In tale ufficio condusse in porto nel 1714 le trattative per il matrimonio del re, vedovo di Maria Luisa di Savoia, con Elisabetta Farnese, nipote di Francesco. Diplomatico consumato e pronto, amante della patria di origine ed attaccatissimo ai Farnese, nemico acerrimo dell'Austria e dell'Impero, gli fu facile salire all'apogeo con l'astro della nuova regina (che sempre più incontrastata dominava il debole ed incerto monarca), fino a divenire primo ministro del regno in sostituzione del card. Francesco del Giudice (1716).
Soltanto allora manifestò chiaramente i suoi vasti e ben congegnati piani, che sostanzialmente consistevano nel soddisfare appieno le brame di Filippo, desideroso di ricostruire il predominio spagnolo in Italia e di salvaguardare, insieme, i diritti di successione al trono di Francia, e nel venire incontro alle ambizioni di Elisabetta, smaniosa di render possibili ai propri figli le successioni dei Farnese di Parma e dei Medici. Ciò, in pratica, significava procedere di forza contro la potenza continentale della Francia e quella peninsulare di Carlo VI d'Austria, liberando l'Italia ed i suoi principi dal dominio francese e imperiale con l'affermazione rapida e audace di un preponderante ritorno d'influenza iberica; combattere, cioè, tutte insieme e senza quartiere le massime potenze, Francia, Austria e, specialmente, Inghilterra, garante inflessibile di quel trattato di Utrecht, che aveva definitivamente sancito, con lo smembramento della costellazione spagnola, il tramonto della sua preponderanza anche nel Mediterraneo. Rimossi e repressi gli abusi di ogni genere, riformati gli organi di controllo e di governo, rinsanguato l'erario con opportune provvidenze tributarie, spesso anche avvalendosi dell'illuminata e devota collaborazione di italiani, ravvivò l'agricoltura, diede nuova vita ai traffici ed alle correnti di produzione e di scambio, fece risorgere la marina mercantile e quella da guerra, gettò le fondamenta di un esercito solido e ben fornito di artiglierie.
Quest'opera di riforma fu interrotta dai deliberati ed imprudenti maneggi antiaustriaci del duca di Parma, che condussero gli incauti sovrani di Spagna ad imporre all'A. di aprire anzitempo la lotta. Così, le squadre che l'A., d'accordo con Clemente XI, aveva adunate per un'azione contro i Turchi, passarono, invece, ad assalire gli austriaci in Sardegna, la quale venne ben presto riconquistata (1717), e, sempre per oblique spinte del Farnese, un'altra spedizione sbar-
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cava in Sicilia (1718), mentre si costituiva una minacciosa quadruplice alleanza, in cui, a fianco dell'Impero, scendevano Francia, Inghilterra ed Olanda. Falliti gli intrighi volti a gettare Carlo XII di Svezia e la Russia contro la Gran Bretagna, a rovesciare il duco di Orléans con la famosa congiura del principe Antonio di Cellamare, e a far pervenire in Inghilterra da Cadice l'esule Giacomo Stuart, la potenza marittima degli Inglesi ebbe presto ragione della flotta spagnola nelle acque siciliane; l'isola fu facile preda degli imperiali, ed i Francesi attaccarono con successo, oltre i Pirenei, in Navarra (1719). Era la catastrofe : gli alleati, desiderosi solo del mantenimento delle frontiere antecedenti e edotti dall'esperienza, imposero a Filippo V l'allontanamento dell'avventuroso e sfortunato ministro, che egli stesso, nel luglio 1717, aveva concorso a far divenire cardinale del titolo di S. Crisogono.
Alla immeritata disgrasia dell'A. concorse non poco il Farnese, da amico mutatosi in nemico, perché molto temeva non affiorassero le sue indiscutibili responsabilità nello scoppio del conflitto, e di conseguenza rilucesse chiara l'assoluta e completa innocenza del cardinale. Questi, poi, cacciato di Spagna il 5 dic. 1710, rincorso da agenti che avevano ordine di ucciderlo, sorpreso e perquisito, poté a stento salvarsi e salvare le prove documentarie a lui favorevoli presso la repubblica di Genova, la quale, pur non cedendo alle violente insistenze di Filippo V e del Pontefice, che ne chiudevano immediatamente la consegna, si vide, tuttavia, costretta ad ingiungergli di uscire dal suo territorio, anche perché il re rompeva le relazioni diplomatiche e il Papa si accingeva a privarlo della porpora. Ma, nonostante accanite ricerche d'ogni genere, ai primi del 1720 l'A. riusciva a rendersi irreperibile, celandosi per mesi fra le montagne dell'Appennino. Clemente XI, frattanto, affidava ad una congregazione di quindici cardinali l'arduo incarico di giudicarlo, e commissioni inquirenti si dettero, con zelo degno di miglior causa, a raccogliere i dati necessari per una procedura per alto tradimento in Spagna, a Parma ed a Roma. Le accuse non solo incidevano sulla vita privata e sacerdotale dell'uomo, ma vertevano, anche, sul preteso inganno fatto al Papa col mancare alla promessa del soccorso della flotta spagnola nella guerra di Levante, sulla rottura delle relazioni della monarchia con Roma per essere stato all'A. rifiutato il seggio arcivescovile di Siviglia, sull'intercettazione dei brevi pontifici ai vescovi di Spagna per la crociata e per altro, sull'uso illecito del sigillo regio durante una malattia del sovrano, nonché su supposte malversazioni e su irriverenti rilievi nei riguardi del Pontefice e di alcuni cardinali. Ma la infondatezza di molti elementi, i vari ostacoli frapposti all'assodamento di altri, spinsero le cose tanto a lungo, che i voluminosi incartamenti giunsero a Roma solo quando il Papa era ormai in fin di vita (marzo 1719).
Chiamato, come di diritto, al Conclave, senza esitazione vi comparve, movendo da Bologna verso Roma nell'aprile. Chiesta ed ottenuta da Innocenzo XIII la prosecuzione della causa, l'A. se ne stette sereno in Roma, comperando un palazzo ed una vigna fuori Porta Pia, mentre la congregazione non assodando che cose affatto secondarie, come la percezione delle rendite della mensa di Siviglia, e dichiarandosi incompetente per le questioni di Spagna, lo condannava a quattro anni di reclusione. A questo punto, tuttavia, Innocenzo XIII, intervenuto personalmente nell'affare, dichiarava l'A. in concistoro completamente assolto e mondo da ogni infamia; gli rimetteva, inoltre, un breve di condono della pena e delle incorse censure, e, l'anno dopo, gli imponeva finalmente, il cappello cardinalizio.
Voltosi a vita privata e dedicatosi all'agricoltura nella tenuta di Castelromano, fu da Benedetto XIII consacrato vescovo di Malaga nel 1725 e si rappacificò
con Filippo V, sino a poter godere d'una pensione sulla mensa, pur avendo fatto rinunzia a quella sede. Né gli affari di curia gli restavano estranei, e, nel 1732, investito della commenda dell'ospedale piacentino di S. Lazzaro, giovava alla patria sopprimendo il vecchio e fatiscente lazzaretto, ed iniziando dalle fondamenta la costruzione del celebre collegio ecclesiastico cui fu legato il suo nome, con l'intento di ospitarvi e mantenervi sessanta giovani della borghesia di Piacenza aspiranti al sacerdocio. L'istituzione, turbata sul nascere da vicende di guerra, venne per suo impulso e con il suo personale intervento condotta a termine nel 1751 e affidata ai Lazzaristi.
A partire dal 1733 l'A., malgrado il peso dell'età, forzatamente si arrese al volere di Clemente XII che lo chiamava a reggere la legazione di Ravenna. Ivi imprendeva monumentali lavori edilizi ed idraulici, tra cui la regolamentazione del corso del Montone. Nel 1739, con un gesto il cui valore politico fu più tardi intenzionalmente esagerato, specie in rapporto alle sue vere responsabilità, occupò il territorio della libera e pacifica repubblica di San Marino, per favorirvi correnti di unione agli Stati pontifici, che presto e non senza polemiche lo stesso Pontefice sconfessava. Trasferito, per un triennio, dalla cordiale amicizia di Benedetto XIV, alla legazione di Bologna, si ritirava infine a Piacenza, trascorrendovi ancora dieci anni in lavori letterari ed opere di bene. Morendo lasciava ogni suo avere al collegio nella cui chiesa fu sepolto.
Bisc.: I fondi più importanti e più ricchi per lo studio dell'opera dell'A., son quelli giscenti presso gli archivi del Collegio A. in Piacenza, di Stato a Napoli e degli Affari esteri a Parigi; né il lavoro di revisione critica ha potuto trascurare l'Archivio segreto vaticano, gli Archivi generali spagnoli di Simancas e di Alcalá, gli Archivi di Stato di Firenze, Torino, Venezia, ecc., mentre il più recente ed acuto storico alberoniano, Pietro Castagnoli, non manca di richiamare l'attenzione dei ricercatori sugli inesplorati fondi austriaci, germanici e avedesi. Due raccolte, in parte documentarie, edite proprio negli anni più fervidi e più salienti dell'esistenza dell'A., abbiamo rispettivamente nella anenima Istoria del Cardinale A., dal giorno della sua nascita fino ai prìncipi del 1719. Amsterdam 1720, e in J. R., La Storia del card. A., dalla sua nascita fino al principio dell'anno 1719, 2 voll., L'Aia 1719-21.
L'edierna sicura ed obiettiva messa a foco della tanto discussa personalità ecclesiastica e politica dell'A., si deve quasi esclusivamente ai seguenti autori: S. Bernani, La Storia del card. G. A., Piacenza 1801 ; id., Osservazioni critiche sul profilo del card. G. A. delineato da Giuseppe Torelli e da altri autori, Piacenza 1862; E. Bourgeois, A., Madame des Ursins et le Reine Elisabeth Farnèse d'après des documents inédits, Parigi 1891; id., Lettres intimes de 7. M. A. adressées au comte Rocca de Parme et publiées d'après le manuscrit du Collège de S. Lecave d., Parigi 1892; id., La jeunesse d'A. - A. et Vendôme, in Annales des Sciences Politiques, 15 (1900), pp. 145-82, 241-69; id., Le secret des Farnèse, Philippe V et le politique d'A., Parigi 1903; P. Castagnoli, Il card. G. A., 3 voll., Piacenza-Roma 1929. - Pseudo storico e romanzeaco é, invece, il volume di G. Bianchi, G. A. e il suo secolo, Piacenza 1901; notevoli, in genere, sebbene qua e là non del tutto attendibili nei giudizi, gli studi di A. Professione, che abbracciano i lunghi anni fra l'iniziazione digho-matico-militare ed il ministero in Spagna. Si consultino ancora: V. Papa, L'A. e la sua dipartita dalla Spagna, Torino 1877; R. Quaezs, La cattura del card. G. A. e la repubblica di Genova, Genova 1913. Intorno al clamoroso processo, l'esauriente indagine condotta sui documenti vaticani da A. Arata, Il processo del card. A., Piacenza 1923. E finalmente, a proposito della controversia sannarinese, C. Malagola, Il card. A. e la repubblica di San Marino, Bologna 1886.
Paolo Dalla Torre.
ALBERS, Pietro. - Gesuita e storico olandese, n. a Frasselt il 13 apr. 1856 e m. a Maastricht il 1^{°} apr. 1932. Entrato in religione nel 1880 , fu professore di storia ecclesiastica a Maastricht dal 1897 al 1921.
Le sue opere principali sono: Storia della restaurazione della gerarchia cattolica in Olanda (in olandese, 2 voll., Nimega 1903); Manuale di storia ecclesiastica (in olandese, 2 voll., Nimega 1905-1908; in latino: Enchiridion
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FACCIATA DELLA CHIESA DI S. SEBASTIANO - Mantova.
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FACCIATA DELLA CHIESA DI S. ANDREA - Mantova.
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FACCIATA DEL TEMPIO MALATESTIANO (1458) - Rimini.
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FIANCO DEL TEMPIO MALATESTIANO con le scufse degli Umaniani - Rimini.
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bittorino ecclesiasticae, 3 voll., ivi 1909; trad. italiana del p. S. M. Berardo O.S.M., 2 voll., Torino 1910, varie ristampe); Vita del M. R. P. Gio. Filippo Roothaan, 21^{°} generale della Compagnia di Gesù (in olandese, 2 voll., Nimega 1912). Scrisse pure, per il centenario del ristabilimento della Compagnia, un Liber soecularis Societatis lesu, 1814-1914 (Roma 1914, fuori commercio).
Edmondo Lamalle
ALBERT, Heinrich. - Compositore, n. a Löbenstein 18 luglio 1604, m. a Königsberg il 10 ott. 1651. Studiò dapprima a Dresda (1622), poi a Königsberg, dove divenne organista del Duomo. Nei suoi 8 libri di Arien ( 1638-50 ) lasciò una raccolta di canti monodici e polifonici, di genere sacro e profano, in cui si dimostra efficace propagatore negli ambienti musicali germanici della monodia di tipo italiano con basso continuo, e propugnatore del nuovo Lied tedesco. Curarono l'edizione moderna di varie sue composizioni E. Bernouilli, nel XII e XIII vol. dei Denhmäler der deutschen Tonkunst, e R. Eitner nel volume Cantaten des 17. und 18. Jahrh. (suppl. ai Monatshefte für Musikgeschichte, 1884).
Luis Gervelli
ALBERT von StaBe. - Scrittore religioso e cronista tedesco del xili sec. Creato abate del monastero benedettino di S. Maria Stade nel 1232, tentò invano di introdurre in esso la regola dei Cistercensi. Passato poi all'Ordine dei Minori, vi fu eletto generale.
La sua opera più importante, oltre un commentario degli Evangelí, che non è giunto fino a noi, ed un poema moraleggiante di argomento classico, Troilus, in 5320 versi (ed. T. Meradorf, Lipsia 1875), è una Cronaca dalla creazione del mondo alla caduta degli Staufen (MGH, Scriptores, XVI, pp. 283-379). Interessante è specialmente la cronaca degli ultimi cento anni : nella rappresentazione delle crude lotte tra l'Impero ed il Papato egli cerca di mantenersi imparziale, per quanto sia chiaramente dalla parte del secondo.
BibL.: G. Eckard, in MGH, Scriptores, XVI, pp. 271-83; E. Michael, Geschichte des Deutschen Volkes, VII, Friburgo in Br. 1915, pp. 370-78; M. Manithas, Gesck. des latein. Literatur des Mittelalters, II, Monaco 1923, pp. 409-12. Alda Manghi
ALBERTACCI, Vespasiano (detto Amfiareo). Francescano, calligrafo, n. a Ferrara e operante nella seconda metà del sec. xir. Dall'età di 14 anni visse a Venezia, dove insegnò per un trentennio. I suoi scritti sono raccolti nel Metodo et esemplare per lo scrivere majuscolo, dedicato al doge Francesco Donati, compilato nel 1572 ed edito in Venezia nel 1589. Il Merino, nel suo Escuela paleografica, lo stima il miglior calligrafo del suo tempo.
BibL.: Anon., s. v. Amfiareo in Thieme-Becker, I, p. 404. Tomaso M. Gallino
ALBERTANO degli Albertani. - Giudice di Brescia, del sec. xiri. Dall'explicit del suo primo trattato, dedicato al figlio Vincenzo: De dilectione Dei et proximi et aliorum verum, de formula vitae honestae, si apprende che l'A. scrisse quest'opera nel 1238, mentre era prigioniero a Cremona per aver difeso la terra di Gavardo, per conto di Brescia, contro Federico II.
Scrisse inoltre De arte tacendi et loquendi (1245) in 6 capitoli, che Brunetto Latini compendiò nel suo Trésor; il Liber consolationis et consilii (1246) in 50 capitoli, dedicandoli ai figli Stefano e Giovanni, e cinque Sermones. Le due prime opere sono un tessuto di citazioni di autori sacri e profani, ricucite con qualche osservazione dell'autore: l'esposizione riesce perciò arida. Più vivace e originale è il suo terzo trattato: Prudenza consola il marito Melibea, malmenuto nella sua stessa cosa, e lo esorta al perdono con citazioni tratte dalla Bibbia e da autori romani. Quest'operetta ispirò Chaucer in un racconto dei Canterbury Tales (sec. xiv). Il favore di cui godettero i trattati di A. è attestato dai volgarizzamenti toscani,
celebri come modelli di lingua, di Andrea di Grosseto (1268; ed. Selmi, Bologna 1873) e del notaio pistolese Soffredi del Grazia (1275; ed. Ciampi, Firenze 1832), oltre la versione anonima pubblicata a Firenze (1610) da Bastiano dei Rossi. Inediti sono ancora i Sermones.
BibL.: Mazzuchelli, I. 1, pp. 204-06; G. Trzaboschi, Storia della letteratura italiana, IV, 1, Venezia 1823, pp. 272-75; N. Zavazzelli, I trattati di A. da Brescia in dialetto veneziano, in Studi di lett. ital., 3 (1911), p. 151 sgg.; G. Bertoni, Il Duecento, Milano 1930, pp. 217. 328. Francesco Tinello
ALBERTARIO, don Davide. - Sacerdote e scrittore cattolico, n. a Filighera (Pavia) nel 1846, m. a Carenno (Bergamo) il 12 sett. 1902. Fu per un trentennio, dopo il '70, il giornalista più brillante ed il polemista più efficace a servizio della causa cattolica in Italia. Il suo nome e la sua attività sono legate all'Osservatore Cattolico, quotidiano milanese, del quale era direttore. Per i primi 20 anni egli combatté contro le teorie rosminiane e soprattutto contro il liberalismo politico. Dopo la Rerum novarum fu uno dei pionieri del movimento d'idee e di opere che prese il nome di democrazia cristiana. Quando nel 1898 il ministro dell'Interno Di Rudini sciolse oltre 6 mila associazioni cattoliche sotto l'accusa di sovversivismo, anche i giornali cattolici che le difendevano furono colpiti e i direttori processati. A. fu arrestato nella sua casa e condannato dalla Corte marziale a tre anni di reclusione e mille lire di multa. Quell'esperienza dolorosa, che accrebbe la sua grande popolarità, gli fece comprendere la necessità di una partecipazione dei cattolici alla vita politica del paese. Passò così dalla difesa della famosa formola "Né eletti, né elettori" del giornalista e polemista intransigente D. Margotti, a quella già lanciata da L'Osservatore romano "Preparazione nell'astensione». Per le forze più giovani del cattolicismo militante il quotidiano milanese ed il suo valoroso direttore divennero una bandiera.
BibL.: E. Vercesi, D. D. A., Milano 1923; G. Pecora, D. D. A., Torino 1923; G. Dalla Torre, I cattolici e la vita pubblica italiana, Città del Vaticano 1944. Luigi Cardini
ALBERTAZZI, Abou,ro. - Novelliere e critica, nativo di Bologna (1865-1924). Collaborò alle riviste e ai giornali più importanti d'Italia. Scolaro del Carducci, fu poi insegnante medio e universitario. Più che nei lavori eruditi, meglio riuscì nei lavori di creazione. Il suo più vasto romanzo, L'Ave, parve una rivelazione. Delle novelle le migliori raccolte sono: Novelle umoristiche, Facce allegre, A stare al mondo, Sotto il sole, Top. Alla letteratura infantile diede tra l'altro: Asini e compagni, Ora e sempre.
Le prose dell'A. hanno il pregio della precisione, di un rigoroso senso del limite e del necessario, di un linguaggio breve e schietto. La semplicità dei suoi personaggi - quasi tutti scelti dal popolo - è soltanto esteriore, perché quasi tutti senza semplicismo; còti anzi come esponenti di tutte le difficoltà dell'anima umana.
BibL.: R. Serra, La lettere, Roma 1920; F. Pancrasi, in Venti uomini, un saliro e un burattino, Firenze 1923; L. Russo, I narratori, Roma 1923; L. Torelli, A. A., Firenze 1923; F. Bruno, Narratori tradizionali, Salerno 1932. Silvio Pasquazzi
ALBERTI. - Famiglia di pittori originari di Borgo S. Sepolcro, la cui attività si svolse prevalentemente in Roma.
Cherubino, n. a Borgo S. Sepolcro il 24 febbr. 1553, m. a Roma il 18 ott. 1615 , fu pittore e incisore; ebbe i primi insegnamenti forse da suo padre Alberto, architetto, ma accolse in seguito influssi disparati, restando tuttavia ai margini del convenzionalismo dell'epoca. A Roma decorò la sala Clementina in Vaticano, la cappella Aldobrandini alla Minerva, il coro di S. Silvestro al Quirinale e la sacrestia di S. Giovanni in Laterano. Sono notevoli i suoi effetti di scorcio e
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Alberti, Cherubino, Giovanni e Alessandro - Martirio di papa Clemente I; particolare della decorazione della sala Clementina in Vaticano.
le sue prospettive. Furono suoi fratelli Alessandro, n. a Borgo S. Sepolcro il 9 marzo 1551, m. a Roma il 10 luglio 1596 e Giovanni, n. a Borgo S. Sepolcro il 19 ott. 1558 , m. a Roma il 10 ag. 1601, che insieme lavorarono nella sacrestia di S. Giovanni in Laterano e, con Cherubino, nella sala Clementina al Vaticano.
Durante, loro cugino (1538-1613), operò in S. Maria in Vallicella (Natività), in S. Girolamo della Carità, al Gesù (Trasfigurazione), ai SS. Apostoli (Annunciazione), al palazzo del Quirinale, alla Madonna dei Monti (Annunciazione). Fu anche incisore.
Bibl.: O. H. Giglioli, S. Sepolcro, Firenze 1921: inoltre: per Cherubino: P. K., s. v. in Thieme-Becker, I, pp. 191-92; per Alberto: A. Muñoz, s. v. ibid., p. 190; per Alessandro: id., s. v. ibid., pp. 190-91; per Giovanni: id., s. v. ibid., p. 194; per Durante: id, ibid., pp. 192-93. Vincenzo Golzio
ALBERTI, Antonio. - Detto anche Antonio da Ferrara di Guido Alberti, pittore n. a Ferrara nell'ultimo decennio del xiv sec. e ricordato in documenti dal 1420 al 1442-49. Nel 1423 lavora a Urbino, dove lascia le uniche opere di sicura attribuzione; rimane tuttavia legato alla scuola ferrarese, alla quale deve la sua formazione e sulla quale, a sua volta, influirà. La Galleria di Urbino conserva, oltre a un gonfalone di sua mano, 13 tavolette già facenti parte di un polittico con storie di s. Bernardino del 1439 ed un altro del 1436, mentre avanzi di affreschi rimangono nel campanile di S. Francesco. La decorazione della cappella di Talamello presso Pesaro (1437), con storie della Vergine, è considerata il suo capolavoro.
Bibl.: E. Calzini, Antonio da Ferraro, in Thieme-Becker, I, pp. 589-90; D. Eaccarini, A.A., il suo maestro e alcuni pittori Ferraresi loro contemporanei, in L'Arte, 17 (1914.), p. 161; R. Longhi, Officina Ferrarese, Roma 1934. Maria Donati
ALBERTI, Domenico. - Compositore, n. nel 1710 a Venezia, m. ivi nel 1740. Di nobile famiglia, coltivò la musica non professionalmente; allievo del sacerdote
Antonio Biffi e di Antonio Lotti, fu clavicembalista e cantante acclamatissimo. Compose mottetti e opere teatrali (Endimione, 1737, e Galatea e Olimpiade, 17371740 ca.). Il suo nome è particolarmente affidato alle eleganti Sonate per clavicembalo ( 8 pubblicate dal Walsh a Londra, altre manoscritte al British Museum) e al procedimento che da lui appunto prese il nome di "basso albertino", sebbene la critica recente lo ascriva a F. M. Maichelbeck, consistente in una figurazione d'accompagnamento clavicembalistico ad accordi spezzati.
Bibl.: F. Torrefranca, Poeti minori del clavicembalo, in Riv. mus. ital., 1910; id. Le origini dello stile moxartiano, ibid. 1921. Luigi Ranga
ALBERTI, Giovanni Andrea. - Gesuita italiano, n. a Nizza nel 1610, m. a Genova il 4 luglio 1657. Fu predicatore lodato e si hanno di lui alcune opere oratorie. Più notevoli sono gli Elogia XII Patrum (Torino 1638) di stile panegiristico, ed una biografia, messa all'Indice donec corrigatur con decreto del 4 giugno 1692, intitolata Teopista ammaestrata secondo gli esempi della Madre Suor Paola Maria di Giesù Centuriona [Vittoria Centurioni, m. nel 1646], Genova 1648. Libro di direzione spirituale e di avviamento alla perfezione, in cui si portano esempi tratti dalla vita della suora, che seguiva teorie pietiste molto in voga ai suoi tempi.
Bibl.: Sommervogel, I, coll. 124-26; VIII, col. 1597. Ambrogio M. Fioechi
ALBERTI, Giuseppe. - Pittore e architetto, n. a Cavalese in Val di Fiemme il 3 ott. 1640 e ivi m. il 3 febbr. 1716. Svolse la sua attività principalmente a Trento, iniziandovi la scuola pittorica locale. Nel Duomo costruì nel 1682 la cappella del Crocifisso. Sue opere pittoriche si trovano, oltre che a Trento, a S. Michele all'Adige e a Cavalese.
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BibL.: L. O., s. v. in Thieme-Becker, I, pp. 195-96; G. Fogolari, Trento (Collez. di Monografie Illustrate, ¹² serie: Italia Artistica), Bergamo s. a., p. 185.
Maria Donati
ALBERTI, Leandro. - N. a Bologna nel 1479 e m. ivi nel 1551. Si fece domenicano a 16 anni e fu discepolo in teologia del p. Francesco da Priero. Compagno del generale dell'Ordine col titolo di provinciale di Terra Santa, inquisitore generale, dottissimo e assai stimato nei suoi tempi.
Lasciò non meno di una ventina di opere di vario valore, alcune delle quali interessano per i dati storici : Descrittione di tutta l'Italia (Bologna 1550); Ephemerides ab adventu Ludovici XII Galliae regis in Italiam usque ad annum 1552 (manoscritto nella Biblioteca Universitaria di Bologna); Historie di Bologna (I e II, Bologna 1541-90; il resto manoscritto nella Biblioteca Universitaria di Bologna); De viris illustribus Ord. Praedicatorum (Bologna 1517); ecc.
BibL.: J. Quétif - J. Echard. Scriptores Ord. Praed., II, Parigi 1721, pp. 137-39; G. Fantuzzi, Notizie degli Scrittori Bolognesi, I, Bologna 1781, pp. 146-53. Luigi Berra
ALBERTI, Leon Battista. - Umanista, n. nel 1404, forse a Genova, da famiglia fiorentina esule dalla patria; m. a Roma nel 1472. L'A. è una delle più alte personalità dell'umanesimo per la versatilità del suo ingegno che lo portò ad indagare in ogni campo dell'umano sapere.
I. Pervoggia. - Avviato dal padre agli esercizi fisici, al fine di irrobustirne il corpo, e allo studio delle lettere, l'A. fu, giovanetto, alla scuola di Gasparino Barzizza. Mortogli il padre, passò a Bologna, ove intraprese lo studio del diritto canonico, pur senza mai staccarsi da quello delle lettere (in particolare greche), seguendo le lezioni di Francesco Filelfo. Appena ventenne compose in prosa latina uno scherzo comico, intitolato Philadoxios, ossia l'amante della gloria, che Poggio Bracciolini dice scritto senum eloquentia ac venustate e da qualche altro creduto e stampato come cpera di antico comico latino. Lo scherzo sotto la veste allegorica, rappresentando l'A. se stesso, prova come l'uomo industre e studioso possa alla pari del ricco raggiungere la gloria. Verso i ventiquattro anni, l'A. si diede anche allo studio della fisica e della matematica. Nel 1428 la famiglia Alberti poté rientrare in Firenze ad istanza di papa Martino V e Leon Battista poté così vedere la città dei suoi avi. Certamente l'ambiente fiorentino deve averlo attratto: Firenze difatti non era solo la città dei grandi maestri nelle varie arti, ma allevava nel suo seno i migliori umanisti del tempo ed era anche ricca di traffici ed industrie. Firenze realizzava insonima una vita popolana ricca e varia, e certamente deve avere influito sulla formazione del giovane A., nel cui pensiero l'ideale umanistico si fonde, anzi si realizza, in un ideale di vita pratica, e l'uomo di cultura liberale si arricchisce dei valori positivi della vita. Avversato, dopo la morte del padre, dai parenti perché non voleva darsi alla mercatura, sentendosi chiamato ad altro ufficio, l'A. entrò a 24 anni al servizio del card. Albergati e quindi a quello della corte pontificia, presso la quale pare tenesse, fin dal 1452, l'ufficio di abbreviatore apostolico: ufficio che mantenne fino al 1464 . Fu col pontefice Eugenio IV a Firenze all'epoca del Concilio (1434-36), a Bologna e a Ferrara, venendo a contatto con gli ingegni migliori del tempo. L'A. compose una serie di opere di carattere morale che valgono a meglio farci conoscere il suo pensiero pedagogico.
Nel trattato Della famiglia, in modo particolare, ci dà delle norme pedagogiche intorno all'educazione dei fanciulli, norme che per altro sono quelle stesse ordinariamente presenti nella tradizione umanistica e attinte alle
stesse fonti - Cicerone, Quintiliano, Plutarco - a cui le aveva attinte e le attingeva l'umanesimo. Ma questo importa fino a un certo punto, perché quello che nell'opera dell'A. conta è lo spirito nuovo che vi si agita, la visione che egli ha della vita dell'uomo.
L'A., nel trattato Della famiglia, finge che attorno al letto di morte del padre Lorenzo siano convenuti alcuni parenti ai quali il padre raccomanda i figli Battista e Carlo. Nel primo libro l'A. tratta «dell'ufficio dei vecchi verso i giovani e de' minori verso i maggiori e dell'educazione dei figliuoli». I maggiori debbono essere verso i giovani prudenti e ben costumati, d'altra parte i minori debbono rispettare e venerare gli anziani. I genitori debbono usare molta diligenza nell'allevare i figliuoli e nel farli virtuosi. La famiglia è nell'A. il centro della vita dell'individuo e il mezzo attraverso il quale questo realizza se stesso. La famiglia, in quanto si fonda sulla natura e sul vincolo del sangue e sull'affetto, è nella concezione albertiana più importante dello Stato, che, nato dall'unione di più famiglie, si fonda sull'interesse dei singoli e spesso perciò diventa causa di divisione e di odio. L'educazione perciò nasce per l'A. dalla famiglia. Nel secondo libro si parla del matrimonio e dell'amore come fonte di felicità dei coniugi. L'A. esorta al matrimonio accennando ai beni che da esso derivano, non senza però consigliare di riflettere se la fanciulla che si vuole sposare sia ben nata ed educata, facendo soprattutto consistere la bellezza della donna nei suoi buoni costumi. Nel terzo libro è introdotto a parlare Giannozzo degli Alberti, masssio, e si ragiona del modo più opportuno onde si possa provvedere alla vita della famiglia. Si insegna come si

Alberti, Antonio - Madonna e Bambino (1439). Urbino, Palazzo Ducale.
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(propr. B. lecqunart)
Alberti, Leon Battista - Rovescio della medoglia di L. B. A. con l'emblema dell'occhio slato. Opera di Matteo de' Pasti, Firenze, Museo Nazionale.
debba spendere il denaro, quale uso convenga fare dell'anima, del corpo, del tempo, che sono tre cose essenzialmente nostre, quali rapporti debbono intercedere tra marito e moglie. Quest, baderà alla casa e sarà buona massiaia, quello provvederà a tenere i rapporti con gli uomini e a mantenere la famiglia in onore e prosperità. Il quarto libro tratta dell'amicizia intorno alla quale cita le opinioni di Pitagora, Platone, Aristotele. L'amico si conosce nei casi incerti e i mezzi migliori per acquistare l'amicizia sono le virtù, il vivere civile, il contegno nobile. L'A. raccomanda di tenere lontani gli adulatori e, quando occorra, di correggerz gli amici e chiarisce in quali casi convenga scindere talvolta un'amicizia. Il nemico si vince col vivere onesto; le ingiurie, piuttosto che togliere, acuiscono le inimicizie.
Oltre al trattato Della famiglia, l'A. scrisse tutta una serie di opere morali quali Della tranquillità dell'anima, Teogenio, De Iciarchia, Interceoales, nei quali sono ribaditi e spesso meglio svolti e affermati i principi pedagogicomorali espressi nella sua opera maggiore. La nota dominante nel pensiero dell'A. è che il fine della vita umana è l'azione e l'esercizio, e non la speculazione e la contemplazione. Non che contemplazione e speculazione siano da bandire, ma esse sono insufficienti, quando non si piegano a quella che è la vita civile dell'uomo, il quale è quello che vuole essere, quello che lo fa il suo volere. Nell'A. l'uomo acquista coscienza del proprio volere e della propria potenza. L'uomo in quanto è volontà non soggiace più a forze estranee e superiori, ma si fa dominatore di tutta la realtà spirituale e materiale. La virtù non è un bene che è fuori di noi, ma è in noi e diventa virtuoso chi virtuoso vuole essere. L'uomo è autore del suo bene e del suo male, ed è inutile, dice l'A., pregare gli dèi perché intervengano a mutare quelle condizioni che noi, con la nostra azione, abbiamo creato. Dio non deroga per le nostre preghiere dall'ordine eterno che impresse alle cose. Se pensassimo il contrario vuol dire che noi penseremmo gli dè i "nobis homunculis persimiles".
Questa rigidità quasi aristotelica della divinità non gli fa sentire, ma non si può dire sempre, il calore e il valore della preghiera e del rapporto che l'uomo pur sente ed avverte con Dio che gli è padre, e padre misericordioso. L'uomo è per l'A. frutto della sua volontà e del suo lavoro; se manca in lui il dominio di sè su se stesso, l'uomo diventa preda della fortuna, la quale in sè non ha alcuna realtà, ma è quella stessa che noi vogliamo che sia. Questo pensiero, presente nel trattato Della famiglia, si fa sentire in tutta la sua opera.
L'uomo, in quanto è volontà, non può essere preda
della fortuna ed è questa un'intuizione già presente nei pedagogisti dell'umanesimo, ma nell'A. ha preso un suo particolare valore e significato divenendo quasi il punto centrale attorno a cui si muove tutto il suo pensiero. E com'è negli individui cosi è nei popoli. Se nell'uomo, come nelle nazioni, impera la virtù, tutto il resto gli obbedisce. E la virtù, per averla, basta volerla. La virtù è frutto dell'esercizio dello spirito che, attraverso gli atti buoni, conquista e riconosce se stesso come bene. Se l'uomo tralascia le opere buone, virili e gloriose "rimane miscro e infelicissimo ". L'educazione, come si vede, nell'A., si identifica con l'esercizio. L'uomo è, in quanto mai s'acqueta e sempre deve perfezionare e far migliorare se stesso; in quanto si fa conoscitore e dominatore del mondo, e attraverso le indagini e le investigazioni apprende e afferma se stesso come personalità e come valore. Ora questo sapere l'uomo non l'acquista dai libri o solo dai libri, ma nasce dall'esercizio e dal contatto con gli uomini e con le cose. Noi siamo, in quanto facciamo. L'educazione come frutto dell'esercizio è una intuizione felice nell'A. e ricca di conseguenze nella pedagogia moderna.
Perciò la virtù intesa come nostro esercizio, cioè come nostra conquista, implica la partecipazione sempre viva e attiva al sapere, il quale non è in quanto si fa nostro esteriore ornamento e vana pompa, ma in quanto piuttosto è nostra sostanza e nostra vita e nostro sangue. Quindi nella sua opera Del Principe Geleste, l'A. mette in caricatura quel tipo di letterato il cui sapere non gli è servito a farlo migliorare nella vita, a fargli intendere la vita come azione, come dovere verso la famiglia e la società. Caronte, perciò, a ragazze, rifiuta di trasportare all'altra sponda Gelasto perché il suo sapere è stato vano in quanto non gli insegnò a ben vivere, ma rimase tutto al di fuori e non si tradusse in norma e condotta di vita. L'A. non rifiuta l'astrazione in quanto ricerca, anzi la riconosce propria

(da C. Blesi: Il Templo Malatestiano)
Alberti, Leon Battista - Ritratto in una placchetta forse su suo modello.
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(fol. Aisnori)
Alberti, Leon Battista - Abside del Santo Sepolcro nella cappella Rucellai - Firenze, cx-chiesa di S. Pancrazio.
della natura dell'uomo, e sente il bisogno di accostare in una sintesi operosa teoria e pratica. La prima ha valore in quanto serve ed aiuta la seconda, perché la vita è armonia, "bene beateque vivere", e si realizza nel perfetto equilibrio della vita. Il corpo, perciò, quale strumento dell'anima, deve essere conservato sano, bello, agile in modo da potere a mezzo suo realizzare i compiti morali, che l'uomo deve assolvere nella famiglia e nella società. E l'uomo, come deve amare l'esercizio morale, cosi deve seguire l'esercizio fisico attraverso la ginnastica che "fortifica ogni virtù e nerbo" ed è "necessaria ai giovani, utile ai vecchi». E alla ginnastica l'A. accompagna il giuoco che i genitori debbono permettere e favorire. I giuochi quali l'A. li vuole debbono essere "virili, onesti, senza sentire di vizio, o di biasimo alcuno". Giuochi sedentari l'A. non ne vuole; i giovani «saettino, cavalchino e seguino gli altri virili e nobili giuochi». Questa visione educativa che attraverso gli esercizi fisici irrobustisce i giovani, non gli fa perdere di vista l'altro aspetto della vita dell'uomo che è la formazione della mente. L'A., come si è detto, intende la vita come armonia e se biasima un sapere che si astrae dalla vita senza sentirne le profonde esigenze, non può apprezzare chi, datosi soltanto a coltivare la vita del corpo, trascura quella della mente.
Questo amore delle lettere come mezzo e fine della formazione dell'uomo virtuoso gli faceva concepire un piano di studi, che, in accordo con gli altri maestri e pedagogisti del suo tempo, si fondava sulla lettura degli oratori, degli storici, dei poeti antichi: Cicerone, Livio, Sallustio, Virgilio, ecc. Contrariamente però agli altri pedagogisti del suo tempo l'A. non respinse la lingua materna dall'educazione dei giovani ed è uno dei primi italiani del ' 400 che seppe affermare il valore della lingua volgare, non solo scrivendo varie delle sue opere in lingua toscana, ma sostenendo che se "l'antiqua latina lingua" è copiosa molto, "la nostra toscana" non si capisce perché debba aversi tanto in odio.
A questo fine, al fine cioè di affermare o imporre l'uso del volgare, egli si fece promotore (1441), sotto la protezione dei Medici, del certame coronario al quale l'A. stesso partecipò col quarto libro Della famiglia che tratta, come sappiamo, dell'amicizia.
Bini, G. Oubi, Intorno alla "fede di L. B. A., in A V. Cian i suoi scolari dell'Univ. di Pisa (1900-1908), Pisa 1909; G. M. Mancini, Vita di L. B. A., Firenze 1911; G. Dolei, L. B. A. scrittore in Annali della Scuola Normale superiore di Pisa, 23 (1912, II), pp. 1-224; V. Benetti Brunelli, L. B. A. e il rimuocamento pedagogico nel Quattrocento, Firenze 1923; id., Il rimuocamento della politica e del pensiero del sec. XV in Italia, Torino 1927; G. Semprini, L. B. A., Milano 1927; G. Saitta, L'educazione dell'umanesimo in Italia, Venezia 1928; V. Rossi, Il Quattrocento, ³² ed., Milano s. d., passim. Nino Sammartano
2. ARTE. - Oltre alle opere di carattere pedagogicomorale l'A., mente universale, scrisse alcune opere sulla pittura e sulla scultura. La più importante di esse può essere considerata il trattato De re aedificatoria, che costituisce una rielaborazione personale e intenzionale di quello del romano Vitruvio. Il De re aedificatoria è il primo dei trattati architettonici che culminano con quelli cinquecenteschi del Serlio, del Vignola e del Palladio. L'A. fu il prodotto più tipico del maturo umanesimo fiorentino, e fu cioè il dilettante perspicace e acutissimo che nutre l'intima esigenza di tutto indagare e tutto sperimentare al solo fine di comprendere e godere intellettivamente più che di produrre. E come fu musico e atleta, moralista e architetto, pittore e matematico, come cioè ridusse ad unità il fare e il sapere, cosi predicò necessaria al pittore la traduzione pratica della scienza fisica e matematica e contemporaneamente postulò che il vero architetto dovesse soltanto provvedere all'ideazione dei suoi edifici, senza mai scendere a usarne la pratica esecuzione. Se tutto ciò - ed è precipuo merito dell'A. - liberò definitivamente l'arte figurativa dal rango di «ars mechanica» dove in certo senso l'avevan tenuta le convinzioni medievali, d'altra parte come artista l'A. mancò al suo vero compito, che è quello di dare aspetto concreto e finito alla sua opera. Infatti i suoi edifici non sono mai stati da lui completati : di qui le difficoltà della critica a definirne la personalità e di qui anche è derivata la qualifica di «non artista» che lo Schlosser, rigido assertore degli schemi crociani, gli ha attribuito (v. critica d'arte). Prima impresa architettonica dell'A. fu la trasformazione dell'esterno della chiesa medievale di S. Francesco in Rimini (iniziata nel 1450); il lavoro fu eseguito dal veronese Matteo dei Pasti. Nel prospetto, rimasto incompiuto, l'A. adatta alle esigenze del tema lo schema degli archi trionfali romani, creando il tipo della facciata di chiesa a due ordini sovrapposti e testimoniando l'apporto della conoscenza dell'antico all'architettura del Rinascimento. Nei fianchi, la serie delle profonde arcate contenenti sarcofagi, pur ricordando gli avelli addossati a chiese medievali, si ispira agli acquedotti romani. Secondo il progetto dell'A. la chiesa doveva avere la cupola a calotta semisferica.
Nel completamento della facciata gotica di S. Maria Novella in Firenze, l'A. riprese lo schema dei due ordini sovrapposti e creò la «voluta» fra la parte superiore del prospetto e quella inferiore più larga. In Firenze l'A. eseguil lavori nella chiesa di S. Pancrazio, quali il triforio di accesso, la libera copia del S. Sepolcro e altri; nella chiesa dell'Annunziata la «tribuna", costruzione a pianta circolare coperta con cupola emisferica e contornata da cappelle. Gli è attribuita la facciata del palazzo Rucellai, caratterizzata dalla sovrapposizione degli ordini sul bugnato del paramento.
In Mantova su disegno dell'A. vennero elevate dal
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fiorentino Luca Fancelli due chiese, S. Sebastiano (iniziata nel 1460) e S. Andrea (iniziata nel 1472), tutte e due libere interpretazioni di edifici romani, la prima a pianta centrale, la seconda a pianta rettangolare. La rispondenza fra l'esterno e l'interno, fra la struttura e i partiti architettonici, fanno del S. Andrea l'espressione più compiuta del pensiero architettonico albertiano, pervaso di cultura classica e di grandiosità. La chiesa è a nave unica, coperta con vòlta a botte, con cappelle laterali, transetto, cupola e abside. Il motivo ritmico dell'interno (alternanza di arcate con sodi di muro inquadrati fra paraste suddivisi in più piani), che verrà seguito dal Bramante per i bracci di croce nel suo progetto per S. Pietro, viene ripreso organicamente nella facciata, prototipo di quelle cinquecentesche a ordine unico. Il Vignola, nella chiesa del Gesù a Roma, tanto imitata nel tardo cinquecento e nel primo barocco, svilupperà i concetti planimetrici e spaziali espressi nel S. Andrea.
Teorico ed umanista l'A. nelle sue opere applica forme quattrocentesche a schemi e strutture della classicità romana, che egli impiegò in modo originale per i temi architettonic