volume-01

Back to Volumes
nte tutto il resto della sua vita.

Capo del nuovo studio generale domenicano a Colonia (1248-54), ebbe, nei primi anni, tra i discepoli Tommaso d'Aquino, che ivi udi dal maestro il commento al De divinis nominibus dello pseudo Dionigi e all'Etica nicomachea. Oltre all'insegnamento, A. si dedicò con zelo al ministero sacro, alla direzione delle anime e all'opera di paciere tra principi e città, tra persone ed istituzioni. Eletto nel 1254 provinciale dell'estesissima provincia germanica, presiedette a capitoli provinciali, assistette ai capitoli generali di Milano (1255) e di Parigi (1256), visitò conventi, favorì la vita contemplativa delle monache, comunicò ai confratelli nel 1256 il desiderio del Papa di vederli operare nelle missioni della Livonia e della Prussia, e tutelò, nel settem-

## Page 432

bre 1256, davanti alla curia papale di Anagni, i diritti degli Ordini mendicanti contro gli avversari guidati da Guglielmo di Sant'Amore, il cui trattato, De periculis novissimorum temporum, fu condannato da Clemente IV il 5 ott. 1256. Seguendo la curia a Roma e a Viterbo fino al 1257, la illustrò, oltreché con le letture sul Vangelo di s. Giovanni e sulle Lettere di s. Paolo, anche con i suoi consigli e con la sua santa vita. Su domanda del Papa confutò nel De unitate intellectus la teoria avverroistica. Ad uno dei suoi soggiorni in Italia ( 1257 secondo Mandonnet, 1262-63 secondo Felster), si attribuisce la scoperta da lui fatta del De motu animalium d'Aristotele, che pubblicò in seguito con un commento. Rilevato dalla carica di provinciale dal capitolo generale di Firenze nel 1257, A. riprese gli studi e l'insegnamento a Colonia, redigendo con Buonomo il Bretone, Florenzio di Hesdin, Tommaso d'Aquino e Pietro di Tarantasia la « ratio studiorum dominicana ", approvata dal capitolo generale di Valenciennes nel 1259. Invocato come arbitro nella contesa tra l'arcivescovo Corrado da Hochstaden e la città di Colonia, A. diede, il 1^{°} marzo 1260, una celebre sentenza, cui fecero seguito altre sentenze nelle vertenze tra Colonia e Utrecht, tra chiese e monasteri e privati.

Nominato il 5 genn. 1260 da Alessandro IV vescovo di Ratisbona, A. sanò le finanze, riorganizzò le opere di carità, provvide materialmente e spiritualmente a parrocchie e conventi, e s'incontrò coi vescovi della provincia ecclesiastica di Salisburgo per comuni accordi. Dopo il riassetto della diocesi domandò (1261) al Papa di essere esonerato dal vescovato e venne a stabilirsi in Italia fino al 1263. Il 13 febbr. 1263 Urbano IV lo designò predicatore della crociata per la Germania, la Boemia e tutti i paesi di lingua tedesca. Arrivato in Germania ai primi di maggio, disimpegnò per due anni gli ordini papali «pro subsidio terrae sanctae». Era la prima volta che in Germania si presentava un collettore generale con facoltà di nunzio pontificio, munito di ampi poteri spirituali. Il legato non ebbe gran successo. La morte d'Urbano IV lo determinò a cessare dalle sue funzioni, rese inutili dall'incomprensione politica di Clemente IV. Fissando la sua dimora a Würzburg (1264-67) e poi a Strasburgo (1267-70) si occupò dell'insegnamento e del ministero episcopale, e godette di un'autorità singolare fra i contemporanei.

All'inizio del 1271 A. si trova di nuovo nella metropoli renana per comporre la contesa sorta tra l'arcivescovo Engelbert da Falkenberg e la città di Colonia. Molte furono le sentenze in cause pendenti tra capitoli e conventi, tra privati e istituzioni, molte pure le vidimazioni, le elargizioni d'indulgenze, le consacrazioni di chiese e di altari. Notevoli la delegazione di fiducia fatta a lui dal Papa per l'elezione dell'abate di Fulda e quella del re Rodolfo d'Asburgo per il giuramento di fedeltà del vescovo di Monaco, Eberardo da Diest. Assistette al Concilio di Lione nel 1274 e, durante una visita a Parigi nel 1276-77, difese le sue posizioni aristoteliche e quelle di Tommaso, la cui autorità raccomandò al suo Ordine.

Nel genn. 1279, "sanus et incolumis", fece per privilegio papale il suo testamento. La morte lo colse nella sua cella a Colonia il 15 nov. 1280. La salma fu deposta in una magnifica tomba nel coro conventuale e dopo la Rivoluzione francese fu trasportata alla chiesa di S. Andrea, ove tuttora riposa.
2. La personalita, il dottore e il santo. - Di statura media, di costituzione forte, sana e magra, di temperamento piuttosto sanguigno, di tempra energica,
di assiduità e di applicazione straordinaria al lavoro, con l'occhio scrutatore e aperto tanto nel suo studio che nei suoi lunghi viaggi, A. racchiuse nell'anima sua tesori di grandezza e nobiltà esimia. Il suo intelletto acuto, penetrante e comprensivo, si saturò di speculazione e contemplazione, intui i problemi spirituali del suo tempo e li avviò, con sforzo geniale e titanico, verso la soluzione. Si rivela in questo compito la sua volontà generosa, magnanima, pronta a promuovere cose grandi e dimentica di sé. Oltre ad essere un intellettuale, fu anche uomo altamente spirituale, uomo di preghiera, umile, figlio convinto e zelante di s. Domenico. S'incontrava in lui la contemplazione profonda con l'esperienza sicura, la ricerca instancabile con lo slancio nobile dell'agire e dell'operare. La sua scienza insieme alle sue opere per la cultura e la carità, ispirate da spirito sacerdotale e apostolico, gli attribuirono altissima autorità personale nel suo tempo.

Ulrico di Strasburgo (m. nel 1277) lo nomina nella Summa de bono, tr. 3. 4: "vir in omni scientia adeo divinus, ut nostri temporis stupor et miraculum congrue vocari possit". Tolomeo da Lucca (m. nel 1326) nella Hist. estl., XXII, 18 dice: "Albertus Teutonicus praeclarissimae vitae... quantum ad generalitatem scientiarum et modum docendi inter doctores maximam excellentiam habuit v, e Rogero Bacone (m. nel 1294): "habuit in virs auctoritatem quam nunquam homo habuit in terra... homo studiosissimus et vidit infinita et habuit expensum et ideo multa potuit colligere in pelago auctorum infinito... vulgus eis (Alessandro Ifulensi et Alberto) adhaereret sicut angelis" (Op. minus, ed. Brewer, pp. 30, 327).

Per l'apprezzamento contemporaneo di A. M. si possono consultare Ehrle, von Hertling, Mandonnet, Grabmann, Scheeben, Wilms, Puccetti e la bolla di canonizzazione.

L'autorità personale e dottrinale non venne disgiunta in A. dal culto che meritò ben presto dopo morte dentro e fuori dell'Ordine domenicano. A Colonia il suo sepolcro fu venerato lungo il corso dei secoli. A Lauingen la cappella d'Ognissanti fu detta, forse già nel sec. xiv, cappella d'A. M. Un'esumazione del corpo ebbe luogo a Colonia prima del 1415 , un'altra nel 1483 in presenza del maestro generale Salvo Cassetta, autorizzato da Sisto IV. Innocenzo VIII concesse nel 1484 alle chiese domenicane di Colonia e Ratisbona l'ufficio del beato. La celebrazione della festa fu estesa nel 1622 alla diocesi di Ratisbona, nel 1670 a tutto l'Ordine domenicano, e in tempo più recente alle arcidiocesi di Colonia, Monaco, Parigi, nonché alle diocesi di Rottenburg, Würzburg, Friburgo, Augusta. Il 16 dic. 1931 Pio XI lo dichiarò santo e dottore della Chiesa (bolla In thesouris sapientiae: AAS, 24 [1932], pp. 1-17), mentre Pio XII, il 16 dic. 1941, lo nominò patrono dei cultori delle scienze naturali (breve Ad Deum: AAS, 34 [1942], pp. 89-91).
3. Gli Scritti. - L'attività letteraria d'A. M. estendentesi a quasi tutte le discipline profane e sacre è ritenuta la più gigantesca dell'età di mezzo. La stampa riproduce fin dalle origini molte opere albertine. Due edizioni vennero pubblicate sotto il titolo di Opera omnia, la prima di 21 voll. in-folio curata da Pietro Jammy O. P. a Lione nel 1651, l'altra di 38 voll. in-4 { }^{°} dall'abate Augusto Borgnet a Parigi negli anni 1890-99. Né l'una né l'altra corrispondono ai criteri scientifici odierni, anzi la seconda è una semplice ristampa della prima. L'autenticità di parecchi scritti del resto non è ancora sufficientemente chiarita.

L'elenco seguente registra le opere ritenute autentiche, indicandone il volume e le pagine dell'edizione Borgnet (=mathrm{B}) ) o altra edizione speciale.
I. Philosopnia rationalis o logica.

1. De praedicabilibus ( = Super Isogogen Porphyrii, B. I, 1-148); 2. De praedicamentis (In Categorias Aristotelis, B. I, 149-304); 3. De sex principio (Gilberti Porretoni: B. I, 305-72); 4. In Boditi de divisione (von Loe, Bonn 1913); 5. In duos Perihermeneias (B. I, 373-457);

## Page 433

![img-22.jpeg](img-22.jpeg)
(fot. alinari)
Alberto Magno - Una lezione del santo. Tavola, bottega dell'Angelico - Firenze, Uffizi.
6. In Boétii de syllogismis categoricis (ined.); 7. In duos Priorum Analyticorum (B. I, 459-809); 8. In Boétii de syllogismis hypoteticis (ined.); 9. In duos Posteriorum Analyticorum (B. II, 1-232); 10. In octo Tapicorum (B. II, 233524); 11. In duos Elenchorum (B. II, 525-713).
II. Philosophia realis : a) Physica sive naturalis.

1. De audito physico ( = In octo libros Physicorum, B. III, 1-632); 2. In duos libros de generatione et corruptione (B. IV, 345-457); 3. In quattuor libros de caelo et mundo (B. IV, 1-321); 4. De natura locorum (B. IX, 527-85); 5. De causis proprietatum elementorum (B. IX, 585-657); 6. In quattuor libros Meteororum (B. IV, 477-808); 7. De mineralibus (B. V, 1-103); 8. In tres libros de anima (B. V, 117-420); 9. De nutrimento (B. IX, 323-41); 10. De sensu et sensato (B. IX, 1-93); 11. De memoria et reminiscentia (B. IX, 97-118); 12. De intellectu et intelligibili (B. IX, 477-525); 13. De natura et origine animae ( = De natura intellectualis animae et contemplatione, B. IX, 375-434); 14. De quindecim problematibus (P. Mandonnet, Siger de Brabant, II, Lovanio 1908); 15. De unitate intellectus contra aversoatas (B. IX, 437-75); 16. De somno et vigilia (B. IX, 121-207); 17. De spiritu et respiratione (B. IX, 213-52); 18. De motibus progressivis ( = De principiis motus progressivi, B. X, 321-58); 19. De aetate ( = De iuventute et senectute; B. IX, 305-19); 20. De morte et vita (B. IX, 345-71); 21. De animalibus libri viginti sex (con De partibus animalium, B. XI-XII, Stadler, Münster 1916-20); 22. Quaestiones super libros De animalibus (ined.); 23. De vegetalibus et plantis libri septem (B. X, 1-305; MeyerJessen, Berlino 1867).

Sul De fato ( = De sensu communi), cf. Meersseman, p. 138. Sulla Philosophia pauperum, vedi Alberto da Orlamunde.
b) Mathematica. Super geometriam Euclidis (ined.).
c) Metaphysica.
I. Metaphysicorum libri tredecim (B. VI, 1-725); 2. De causis et processu universitatis (In librum de causis, B. X, 361-619); 3. De natura dcorum (perduto).
III. Philosopha moralis.

1. In decem libros Ethicorum (B. VII, 1-611); 2. In octo libros Politicorum (B. VIII, 1-804); 3. Scriptum et quaestiones super Ethicam Nicomachicam (ined.).

Le opere teologiche possono distribuirsi in tre categorie :
I. Exegesis.

1. Super Iob (Weiss, Friburgo 1904); 2. Super Psalmos (B. XV-XVII); 3. In cap. XI Proverbiorum ( = De muliere forti, B. XVIII, 1-242); 4. In Ieremiam (frammenti, cf. Meersseman, p. 90 sgg.); 5. In Threnos Ieremiae (B. XVIII, 243-353); 6. In Baruch (B. XVIII, 447-653); 7. In duodecim Prophetas minores (B. XIX, 1-650); 8. In Matthaeum (B. XX-XXI 1-338); 9. In Marcum (B. XXI, 339-761);
2. In Lucam (B. XXXII-XXXIII); 11. In Ioannem (B. XXIV).

Non si conosce la tradizione manoscritta di In Canticum Canticorum, In Isaiam, In Exechielem, In epistulas s. Pauli.
II. Theologia systematica.

1. In Dionysii De divinis nominibus (ined.); 2. In Dionysii De caelesti hierarchia (B. XIV, 1-451); 3. In Dionysii De ecclesiastica hierarchia (B. XIII, 470-805); 4. In Dionysii De mystica theologia (B. XIII, 811-62); 5. In Dionysii undecim epistulas (B. XIV, 867-1027); 6. Scriptum super quattuor libros Sententiarum (B. XXV-XXX); 7. Summa theologiae (prior) : De creatione et creatura (Summa de creatoris: De quattuor coaevis, B. XXXIV, 307-798; De homine, B. XXXV); De bono et virtutibus ( = Summa de bono et virtutibus, ined.); De sacramentis (ined.); De resurrectione (ined.); 8. Tractatus de natura boni (ined.); 9. Summa theologiae (altera; B. XXXI-XXXIII); 10. De sacrificio missae (B. XXXVIII, 1-169); 11. De eucharistiae sacramento (B. XXXVIII, 191-432); 12. Sermones XXXII de sacramento eucharistiae (B. XIII, 669-797); 13. Mariale sive quaestiones super Missus est ( = De Laudibus B. M. V., B. XXXVII, 1-362).
III. Panametica.
2. De forma orandi ( = Pater noster, Wimmer, Ratisbona 1902); 2. Sermones LXXVIII de tempore (B. XIII, 1-304); 3. Sermones LIX de sanctis (B. XIII, 407-634); 4. Homilia in Luc. XI, 27 (von Loe, Bonn 1917); 5. Sermones lingua teutonica habiti (segnalati dallo Strauch; cf. Meersseman, p. 122 sgg.); 6. Orationes LIII super evangelia dominicalia totius anni (B. XIII, 341-402); 7. Orationes super Sententias (Thoemes, Berlino 1893).

Su altri scritti e presi v. Meersseman, pp. 123-49.
4. L'influsso dottrinale. - L'azione scientifica esercitata da A. M. nel medioevo, fu probabilmente la più potente di tutte senza eccepire neppure quella dell'Aquinate, la quale, limitata ad un campo meno vasto, è stata però più profonda e durevole. Tommaso fu un fiume, A. un torrente (Mandonnet). Infatti, se si considera la storia di qualunque ramo del sapere, si incontra il nome dello scolastico di Colonia. Il segreto del suo metodo e della sua ricerca e anche del suo successo sta nel mirare alla natura, che è la radice e la sorgente della vita. Egli tendeva a trovar la natura nelle indagini scientifiche, fisiche, botaniche e zoologiche, epperciò è diventato un grande naturalista. Nei suoi studi sull'uomo e sull'opera umana, considerando anzitutto la natura e il suo funzionamento, egli è divenuto un filosofo grande e particolarmente pratico, pur non escludendo la più alta e sottile speculazione, per-

## Page 434

fino nei pensieri sulla natura ineffabile di Dio e sui problemi della comunanza soprannaturale dell'uomo con Dio. A. scrutò l'essenza della natura divina, e per questo egli è diventato un grande teologo. Intuendo sempre il nesso dell'indagine scientifica e speculativa con la vita, senza isolarsi nello studio, egli è diventato un eminente maestro. La vastità del suo insegnamento si rispecchia nella sua estesa produzione letteraria.

Accanto alla sua importanza di naturalista, A. ebbe la missione particolare d'introdurre l'aristotelismo nelle scuole filosofiche e teologiche dell'alto mediocvo. Ai suoi contemporanei egli dischiuse i tesori dei tempi passati, arricchendoli con l'apporto di ricerche, di esperimenti, di osservazioni e di indagini nelle più svariate discipline. Questo influsso riguarda le scienze profane, chiamate allora filosofia, e la scienza sacra, che prese definitivamente il nome di teologia.

L'idea di una enciclopedia scientifica, destinata all'Occidente cristiano, fu annunziata da lui con queste parole : «Nostra intentio est, omnes dictas partes (physicam, metaphysicam, mathematicam) facere Latinis intelligibiles... Intentio nostra in scientia naturali est, satisfacere pro nostra possibilitate fratribus ordinis nostri rogantibus ex pluribus iam praecedentibus annis, ut talem librum de Physica eis componeremus, in quo et scientiam naturalem perfectam haberent et ex quo libros Aristotelis competenter intelligere possent" (Phys., 1. I, col. 1). In forma di parafrasi A. riferisce il contenuto dei libri e delle dottrine studiate, prendendo in digressioni speciali la parola per soluzioni personali. Per i suoi commenti adoperò le traduzioni arabo-latine fatte da Gherardo da Cremona e da Michele Scoto. Incorporando gli scritti aristotelici nelle sue opere proprie e rettificandoli nelle teorie opposte alla fede, A. risolse il problema dell'accettazione di Aristotele tra i cristiani occidentali per i quali, con eccezione della Logica, erano in vigore i divieti ecclesiastici del 1210 e 1215 e l'ordinamento del 1231.

Oltre Aristotele, A. utilizzò Platone e altre fonti greche, giudacine, latine. Così fornì ai suoi contemporanei un materiale immenso e un corpo notevole di dottrine, e rese possibile il compito di quel maestro di sintesi che fu Tommaso. L'azione compiuta in favore di un aristotelismo cristiano procurò ad A. il nome di «philosophorum omnium totius christianitatis sol praeclarissimus» (Henr. da Herford). D'1rsay rileva il contributo albertino nel dare alla facoltà filosofica il suo carattere specifico e autonomo.
A. non costitui una scuola indipendente, specialmente in teologia, ma la sua dottrina visse in quella del suo discepolo s. Tommaso. Però si nota negli anni 1410 e 1411 un membro della facoltà filosofica parigina di nome Giovanni de Nova Domo che iniziò un movimento albertista, limitato sì, ma conservatosi per tre secoli : l'albertismo.

Da Parigi questo movimento si trapiantò per mezzo di Americo da Campo (Van de Velde) all'Università di Colonia e da questa a quella di Cracovia. Gli albertisti spesse volte si opposero ai tomisti, mentre in molti punti sostennero uguali concetti realistici. A Colonia il collegio dei Lorenziani seguì A., il collegio del Monte invece l'Aquinate. I Domenicani coloniesi si mantennero estranei alle questioni albertiste, ma parteciparono al culto religioso più intenso tributato dagli albertisti al loro maestro.
A. fu soprattutto teologo. Non mischiava nelle sue indagini filosofiche e naturali la prospettiva teologica, ma la sua intrapresa gigantesca dell'aristotelismo latino doveva servire per una costruzione teologica di dimensioni e di qualità degne della sacra dottrina: «et intentionem nostram finiemus in scientia divina" (Phys., 1. I, col. 1). Anche in teologia s'industrib di congiungere la documon-
tazione del passato con il ragionamento richiesto ai suoi giorni per formare un corpo dottrinale rispettabile in estensione e sodezza. La teologia è per lui fine e dominatrice di tutte le scienze. «Il suo valore, dice lo Schwane, si manifesta nelle opere teologiche. La teologia ricevette, grazie a lui, un prestigio possente, una forma precisa e un'esatta terminologia, che si conservò per lunghi secoli. S. Tommaso accrebbe questa qualità, di cui però l'iniziotiva resta al suo maestro». Il Mandonnet menziona pure i meriti d'A. in favore del movimento teologico di cui Tommaso divenne capo, ritenendo però l'azione teologica di A. meno brillante di quella filosofica e scientifica e quasi oscurata dalla teologia temistica. Inoltre bisogna notare che in teologia A. si riallaccia fortemente a correnti agostiniane. Diversi studi recenti hanno messo in evidenza la speculazione teologica, ma anche il sapore mistico e le felici intuizioni che caratterizzano il dottore di Colonia più che l'Aquinate. I problemi di Dio e delle persone divine, quelli criminlogici, dell'incarnazione e del S. Cuore, della mariologia, dei sacromenti e del sacrificio della Messa, del Corpo mistico di Cristo, della creazione, della rivelazione, della grazia, dei doni e dell'escatologia hanno trovato in A. un espositore sicuro e profondo, oggi molto apprezzato. Le monografie ne dànno testimonianza eloquente. Lauer e Lottin mostrano come il genio d'A. abbia dato per prima una sintesi della teologia morale; altri rilevano le dottrine sulla fede e la carità, mentre gli esegesi ammirano la freschezza e la chiarezza della interpretazione albertina delle SS. Scritture.

Agli insegnamenti d'A. s'ispirò per molte parti della Summa confessorum il famoso Giovanni da Friburgo (m. nel 1314), continuando in tal maniera la dottrina pastorale albertina. Infine il Grabmann dimostra, in modo particolare, l'influsso d'A. sulla mistica tedesca, cui diede una direzione spirituale vigorosa e fecondissima.

Bim...: Per la vita: Non esiste una biografia contemporanea di A. Gli eventi principali della sua vita si ricostruiscono con cenni nei suoi scritti, con notizie, documenti ed atti del suo tempo. J. Echard, Script. O. P., 1. Parigi 1710, pp. 162-71; P. von Loc. De vita et scriptis b. A. M., in Aoul. Bull., 19 (1900), pp. 227-84; 20 (1901), pp. 273-316; 21 (1902), pp. 361-71; J. Taurinano, Canal. bagongr. O. P., Roma 1918, p. 20 seg.; F. Pelster, Kritische Studien zum Leben u. zu den Schriften A. d. Gr., Friburgo 1920; E. C. Scheeben, A. d. Gr., Zur Chronologie seines Lebens, in Quellen u. Forschungen z. Gesch. d. Dominikanerordens, Lipsia 1931; id., Zur Chronologie des Lebens A. d. Gr., in Divas Thomas, Friburgo, 10 (1932), pp. 363-77; P. Castagnoli, La vita e gli scritti di s. A. M., in Divas Thomas, Piscenza, 3" serie, 11 (1934), pp. 129-37; M. Weiss, Seues über A. d. Gr. aus einer Würzburger Handschrift, in Scholastik, 17 (1942), pp. 336-61; P. Mandonnet, s. v. in DHG., I, coll. 12131318; A. Walz, S. A. M. agg), in Angelicum, 19 (1942), pp. 199212.

Vite: Pietro di Prussia (Colonia 1486), Rodolfo da Nimega (Colonia 1499), A. De Ferrari (Roma 1847), J. Sighart (Barabona 1837), E. C. Scheeben (Bonn 1932), A. Goreau (Parigi 1932), Th. Schwertner (Milwaukee 1932), A. Puccetti (Roma 1932, 2^{text {a }} ed., Siena 1937).

Per la personalità: H. Wilms, A. d. Gr., Monaco 1930, trad. ital. (Mareggi, Bologna 1931; E. C. Scheeben, A. M., Bonn 1932, pp. 183-99; A. Puccetti, op. cit., 2^{text {a }} ed., Siena 1937, pp. 81-133; A. Walz, Bestrebungen zur Heiligsprechung A. d. Gr., in Divas Thomas, Friburgo, 10 (1932), pp. 419-36.

Per la bibliografia: cf. M. H. Laurent-M. J. Congar, Bibliographie albertinienne, in Rev. thess., 36 (1931); U. Dähnert, Erkenntnislehre des A. M., Anhang, Lipsia 1934; A. Walz-A. Pelzer, Bibliographia, in Serta albertina, in Angelicum, 21 (1944).

Per gli scritti: J. Echard, Script. O. P., I, Parigi 1719, pp. 171-83; A. Borgnet, op. cit., I, pp. xxx-xxv; P. von Loc. De vita et scriptis beati A., in Aoul. Bull. 19 (1900), pp. 257-84; 20 (1901), pp. 273-316; 21 (1902), pp. 361-71; M. Weiss, Privandia novae bibliographice b. A. M., 2^{text {a }} ed., Parigi 1903; Gesamtbatalog der Wiegendreche, 1, Lipsia 1923, coll. 381-784; Indice generale degli Incunaboli delle Bibl. d'Isalia, 1, Roma 1943, pp. 22-32, nn. 127-238; P. Mandonnet, s. v. in DHG, I, coll. 1218-20; F. Überweg-B. Geyer, Die patrist. u. scholast. Philosopice, II, 2^{text {a }} ed., Berlino 1928, pp. 402, 403-408; U. Dähnert, Erkenntnislehre, pp. 225-36; J. M. Voeté, S. A. M. novae paginae magister, I, Roma 1932, pp. 3-5; P. Glorieux, Répertoire des maîtres ex théologie de Paris au XIIIe siècle, I, Parigi 1933, pp. 62-77; M. Grabmann, Storia della teologia cattolica, trad. ital., 2^{text {a }} ed., Milano 1939, p. 104 sg.; Catalogue Stomatosis, in Mon. O. P. Hist., VIII, Roma 1936, pp. 57 sg., 123; G. Meerse-

## Page 435

![img-23.jpeg](img-23.jpeg)

LA VISITAZIONE
Firenze, Galleria degli Uffizi.

## Page 436

![img-24.jpeg](img-24.jpeg)

MARTIRIO DEI SS. GIOVANNI E PAOLO
Speleto, Chiesa dei SS. Giovanni e Paolo.

## Page 437

![img-25.jpeg](img-25.jpeg)
(fol. Anderson)
CROCIFISSO firmato e datato (1187) - Spoleto, Duomo.

## Page 438

![img-26.jpeg](img-26.jpeg)
(Jul. Alinari)
AFFRESCO DI TOMMASO DA MODENA (sec. xiv)
Treviso, Seminario.

## Page 439

man, Introductio in opera beati A. M., Bruges 1931. Si attende dall's Albertus Magnus-Institut * di Colonia, diretto dal prof. B. Geyer, una edizione deana delle opere del Dottore svevo.

Per l'influsso dottrinale: Sulla dottrina profana d'A. si vedano F. Uberweg-B. Geyer, Die patriot. u. schulast. Philosophie, II. Berlino 1928, pp. 400-16; M. Grabmann, I divisti ecclesiastici d'Aristotele sotto Iunacenzo III e Gregorio IX, Roma 1941, passim; F. van Steenberghen, Siger de Brabant, d'après ses œuvres inédites, II, Lovanio 1942, pp. 577-92, 692-717; G. Sarton, Introduction to the History of Science, II, Baltimore 1931, pp. 934-44; Sarta albertina, in Angelicum, 21 (1944), pp. 41-236; W. De Wulf, Storia della filosofia medievale, II, 2^{°} ed., Firenze 1949, pp. 120-50

Sulla teologia; M. Grabmann, op. cit., pp. 104-237; id., Mittelalterl, Geistesleben, II, Monaco 1936, pp. 324-412; J. M. Vosté, S. A. M. sacros paginos magister, I-II, Roma 1932-33; D. O. Lottio, Chronique de Théol. médiévale: S. A. le Grand, in Rech. de Théol. anc. et méd., 2 (1933), pp. 423-27; id., Commentaire des Sentences et Somme Théol. d'A. le Grand, in Rech. de Théol. anc. et méd., 8 (1936), pp. 117-53, (cf. D. H. Pouillon, La Summa de bono et le commentaire des Sentences d'A. le Grand, ibid., pp. 203-206).

Angelo Wala
5. Il CUltore delle SCIENZE NATURALI. - La proclamazione di A. a patrono dei cultori delle scienze naturali ha portato ad uno studio più ampio e più accurato del suo metodo e delle sue conquiste, che lo collocano fra i più geniali scienziati del suo tempo. E se è esagerato il dirlo addirittura il fondatore delle scienze sperimentali moderne, certamente ne fu un precursore esimio, che ad esse preparò la via.
A.non lasciò inesplorato nessun campo delle scienze naturali, dagli elementi e dai viventi sulla terra agli astri del cielo. Come metodo, batté in breccia il criterio cieco dell'autorità, pure senza negarlo a priori; voleva però che delle asserzioni altrui, fossero anche di Plinio, considerato allora come il massimo naturalista, ci si accertasse nel miglior modo possibile mediante l'osservazione personale e l'esperimento; il quale non deve essere fatto né una volta sola, né in una sola maniera, ma ripetuto variando le circostanze.

Di qui la sua diligenza nell'osservare tutto, nel verificare, nel raccogliere quanti più elementi potevano tornare utili alle sue ricerche. Poté così confutare moltissime teorie in voga, rivelatesi false delle sue esperienze; determina più di 400 specie di piante; studia i fiori e la loro riproduzione; parla di ago magnetico, di bussola, di acque termali; ha belle osservazioni sulla zolla, il potassio, il nitro, il cinabro; sui processi di pietrificazione e della formazione del carbone; scopre il cordone nervoso centrale degli artropodi; nella teoria dei «temperamenti» quasi coincide con i «tipi costituzionali», che ci sono oggi delineati nella biotipologia, ecc.

Né lo scienziato, secondo A., deve arrestarsi ai fatti constatati e raccolti; ma risalire alle più intime cause; indi cogliere in ogni natura la finalità. Poiché lo studio della natura, anche spinto ai più minuti particolari, non può darci una soluzione adeguata dei grandi problemi, né rispondere a tutte le domande: «perché le cose, prese singolarmente e tutte insieme si presentano nella forma e nell'ordine, che ci appare il più conveniente e il migliore per esse ?" Occorre dunque risalire a Dio, che le ha create così e così, conforme alla sua sapienza infinita; ogni cosa proviene da lui, secondo un ordinato disegno, ed è quello che è, perché in questo modo è in armonia con la finalità dell'universo.

S'è detto che A. è un commentatore pedissequo di Aristotele. Certo lo segue passo passo, ma lo arricchisce di nuove osservazioni, di nuove interpretazioni, di aggiunte; né esita a scostarsene quando occorre. Nella sua opera si riscontrano ancora lacune e talora ingenue credulità, fondate sul racconto di coloro che interpellava; e se nega fede a Plinio, ne presta invece a persone che ritiene perite e non lo sono, ad es. in alcuni fenomeni e fatti di astronomia, di caccia, di pesca, di riproduzione. Così pure il «metodo sperimentale»
![img-27.jpeg](img-27.jpeg)

Alberto Magno - Dipinto di Giovanni Santi (seconda metà sec. XV) - Urbino, Palazzo Ducale.
va inteso come l'epoca comportava; tuttavia ad A. va riconosciuto il merito indiscutibile di aver proclamato e attuato, pure con qualche errore, un sano metodo di indagini e di studi. - Vedi Tav. LVI.

Bibl.: Ampis bibl. intorno ad A., come cultore di scienze naturali, di A. Wale e A. Pelser, in Serta Albertina, in Angelicum, 21 (1944), pp. 13-40; monografie particolari sui diversi campi scientifici, ibid., pp. 41-356. Cf. anche: Atti della settimana albertina, Roma 1931; Maître Albert, num. spec. della Revue Thomiste, 1931. Più in breve: S. Dezzani, A. M., Brescia 1947.

Adalberto Fazzini
ALBERTONI, Ludovica degli, beata. - N. a Roma dalla famiglia patrizia degli Albertoni nel 1473, m. il 31 genn. 1533. Perdette il padre Stefano all'età di due anni. Passata a seconde nozze la madre Lucrezia Tebaldi, la sua educazione fu affidata alle zie paterne e alla nonna materna. Sposa a 20 anni di Giacomo della Cetera dal quale ebbe tre figlie, si vide esposta, dopo la morte del consorte (1506), alle vessazioni dei parenti per motivi di eredità. Assistette al sacco di Roma e si prodigò eroicamente nell'assistenza dei poveri e reietti della società. Il suo sepolcro nella chiesa francescana di S. Francesco a Ripa appartiene all'ultimo periodo dell'attività del Bernini. Il culto a lei prestato subito dopo morte fu ratificato da Clemente X nel 1671. - Vedi Tav. LVII.

Bibl.: L. U. Boncompagni, L. A., Albano 1927; Martyr, Romanum, p. 43.

Mario Scaduto
ALBERTRANDI, Giovanni Battista. - Gesuita polacco, n. il 7 dic. 1731 a Varsavia, m. ivi il 10 ag. 1808. Figlio di un pittore italiano che viveva alla corte di Stanislao Augusto Poniatowski, fu prima direttore

## Page 440

![img-28.jpeg](img-28.jpeg)

Qut. Enc. Cutt]
Albi - Cattedrale. Porta fatta costruire dal vescovo Domenico da Firenze (principio sec. xv).
della biblioteca del re, quindi professore di filosofia nel collegio dei nobili. Ivi ebbe tra gli altri discepoli Felice Lubienski, nipote dell'arcivescovo primate Stanislao Lubienski, e l'accompagnò come precettore in Italia. Lasciato l'Ordine poco prima della sua soppressione, continuò i suoi lavori letterari e raccolse copiosissimi documenti per la storia della Polonia, che insieme con la raccolta del p. A. S. Naruazewicz, formano quasi 250 volumi in follo. Ebbe larga cultura e conobbe molte lingue. Fondò a Varsavia la "Società degli amici delle scienze". Scrisse numerose opere di storia polacca.

BibL.: J. Brown. Biblioteca pisarzane asrystencyi polshiji S. g., Poznoh 1862, p. 913; Sommervogel, I, coll. 132-34; VIII, col. 1399; L. Koch. Jesuiten-Lexikon, Paderborn 1934, coll. 32-33.

Agostino Tono
ALBERTUCCI de' BORSELLI, Girolamo. Domenicano, n. a Bologna verso il 1432, e m. ivi nel 1497. Predicatore celebre, si consacrò specialmente agli studi storici intorno al suo Ordine, e scrisse annali e cronache di cui ci sono giunti i titoli tramandati dal suo concittadino Leandro Alberti, e degli estratti frammentari riprodotti in opere posteriori.

Bibl.: R. Coulon, s. v. in DHG. I, coll. 1394-95.
albertus Beneventanus: v. gregorio viII.
Albi, arcidiocesi di. - Metropoli della Francia sud-occidentale con sede ad A., città di 30.000 ab., situata sulla riva sinistra del Tarn, affluente della Garonna, a nord-est di Tolosa, e allo stesso tempo capoluogo del dipartimento del Tarn ( 5780 kmq . e 297.800 ab.). A., che nell'età classica era centro della tribù celtica degli Albigenses, acquistò importanza soprattutto nel medioevo, sin dall'epoca carolingia, quando divenne sede di contea.

La sede vescovile risale verosimilmente al sec. III. S. Claro è onorato come il suo primo vescovo, ma il primo nome attestato dalla storia è quello di Dio-
geniano, di cui Paolino di Nola parla con elogio come di un contemporaneo(cf. Epistolue, in CSEL, XXIX, 1, p. 390). Lo ricorda anche Gregorio di Tours (Hist. Francorum, II, 13). La diocesi di A. faceva allora parte della I Aquitania; le restò unita pur quando Giovanni XXII nel 1317 ne separò la parte meridionale per formare la diocesi di Castres.
A. diede il nome a una setta di eretici contro i quali, nel 1209, il papa Innocenzo III ordinava una crociata che li sconfisse a Murat e a Tolosa nel 1213 (v. albiGesi). Innocenzo XI eresse A. in metropoli il 3 ott. 1678. Il concordato la soppresse nel 1801. Nel 1817 , un nuovo concordato - la cui esecuzione fu sospesa fino al 1822 - la ristabili e ne estese la giurisdizione sulle antiche diocesi di Castres e di Lavaur, delle quali porta il titolo dal 17 febbr. 1922. Le diocesi di Rodez, Mende, Cahors, Perpignano, ne sono sufficagatce. Conta 283.000 cattolici, raggruppati in 507 parrocchie, con 490 sacerdoti diocesani e 118 regolari. La sua estensione coincide esattamente con quella del dipartimento del Tarn.

I principali monumenti ecclesiastici sono la magnifica cattedrale-fortezza, dedicata a s. Cecilia (sec. xili-xiv), la chiesa di S. Salvi (secc. xil e xv) e l'antico arcivescovado (fine del sec. xili), ora museo.

BibL.: Gallia christiana, I, Parigi 1715, coll. 1-46, 1325; Cl. de Vic e J. Vaissete. Histoire generale de la province de Languedoc, 15 voll., 2 ed., Tolosa 1873-82, e specialmente nel vol. IV; E. Mabde, Note sur l'Eglise d'A., coll. 383-91, e id., Etablissements religieux de la ville et du diorise d'A., coll. 652-74; H. Crozes, La diocèse d'A., ses évêques et archevêques, Albi 1878; L. Duchesne, Fastes épiscopaux de l'ancienne Gaule, II, 2e ed., Parigi 1910, pp. 41-43, 128-30; L. de Lacger, Etats administratifs des auctens diocèses d'A., de Castres et de Lavaur, notes d'une bibliographie des évêques de ces 3 dioristes, Parıri 1921; J. Laron, La Cathédrale d'A., Parizi (1944).

Antonio Boirai
Lo - Studium - di A. - La sua esistenza risulta dalla bolla Super specula ( 1^{°} febbr. 1329) con cui Giovanni XXII, erigendo lo Studium di Gaillac, lo sottraeva al controllo delle autorità accademiche di A.: "Rectoris et magistrorum Universitatis Studi Albiensis" (M. Fournier, Les Statuts et Priv. des Universitís françaises, II, Parigi 1891, pp. 744-45).

Il Denifle (Die Universitäten des Mittelalters, Berlino 1885, p. 228) indica che uno Studium esisteva ad A. fin dal sec. xili; un certo Petrus de Petra vi insegnava nel 1285. Più tardi, in una supplica per dispensa da residenza diretta a Clemente VI da Stephanus De Soneto, si dice: "in quocumque Studio Generali, cel Albine, licet generale non sit». Quello di A. era quindi uno Studium particolare o locale.

Bibl.: J. Baudel, Les Ecoles d'A. de 1380 à 1623, Cahors 1879; H. Rashdall, The Universities of Europe in the Middle Ages, III, 2e ed., a cura di F. M. Pewickc e A. B. Emden, Oxford 1936, p. 333.

Igino Cecchetti
ALBIGESI. - I. Origine e sviluppo. - Con questa denominazione, proveniente dalla regione di Albi (lat. Albiga o Albia, città della Francia meridionale), sono correntemente designati gli eretici catari (v. catari per la storia della loro origine e diffusione nei paesi dell'Europa occidentale e per l'esposizione delle loro dottrine, morale, culto, organizzazione), che contaminarono nei secc. xil e xili tutto il sud-ovest francese, a cui si estende l'espressione "terra "o "paese degli A. o dell'albigeismo ". La sinonimia A.-Catari entrò in uso anche in altre regioni; sostituì talvolta la denominazione italiana della setta catara degli Albanesi (v.). Ciò provenne probabilmente dalla risonanza che ebbero nella letteratura contemporanea alcuni episodi riguardanti l'eresia; infatti, la missione condotta dal legato pontificio card. Alberico vescovo di Ostia contro la propaganda ereticale di Enrico detto di Losanna (v.) nella

## Page 441

![img-29.jpeg](img-29.jpeg)

Albi - Cattedrale. Stalli del coro (ca. 1500).

Albi - Cattedrale. Stalli del coro (ca. 1500).

Linguadoca, fu accolta molto malamente, il 25 giugno 1145, dai cittadini di Albi; tre giorni dopo, s. Bernardo vi ottenne conversioni in massa, ma non furono durevoli. Inoltre nel 1165 il vescovo Guglielmo Peire convocò un sinodo di numerosi vescovi delle diocesi vicine, di principi e di popolo nella borgata di Lombers, in quel di Albi, divenuta una cittadella dell'eresia catara; gli eretici, capitanati dal loro vescovo Olivier, sostennero il contraddittorio col sinodo, che fini con una sentenza di condanna, ed i cui atti, diffusi largamente, contribuirono a fare della regione d'Albi il luogo d'origine e di denominazione del catarismo. In realtà poteva esservi stato un loro primo centro gerarchico; già nel sec. xI sono segnalati gruppi di eretici di dottrina dualistica o neo-manichea in Aquitania e nella Francia settentrionale, come pure in Italia.

Ritenendo autentici gli atti del Concilio cataro di Saint-Félix de Caraman (Tolosa) del i 167, l'albigeismo vi ricevette una unificazione dottrinale e una sistemazione gerarchica: i suoi rappresentanti, per opera del capo Niceta o Niquinta, venuto dall'Oriente, passarono al dualismo assoluto della chiesa catara de Dugunthia (v. Albanesi) e costituirono le diocesi o chiese ereticali di Albi, ossia Lombers, Tolosa, Carcassona, Val d'Aran in Linguadoca e quella della Francia antica, che comprendeva i territori regali di lingua d'oïl; avanti il 1230 fu stabilita la diocesi di Agen, nel 1225 quella di Rasès. Il contemporaneo R. Sacconi (v.) nel 1250 elenca nella sua Summa de catharis, le tre chiese di Albi, Tolosa, Carcassona; i loro effettivi, con quelli della scomparsa circoscrizione di Agen, sommano a
200; essi sono rimasti fedeli al dualismo assoluto, perché seguivano la dottrina della frazione più antica degli Albanesi capeggiata dal vescovo cataro Balasinanza di Verona. Invece i membri della ecclesia Franciae, ossia delle regioni di lingua d'oïl, erano stati dispersi dall'azione antiereticale soprattutto di s. Luigi IX e si erano raggruppati in numero di 150 nel veronese e in Lombardia; quanto alla dottrina erano passati al dualismo mitigato della setta catara dei Bagnolesi (v.). Nella seconda metà del sec. xili troviamo capi e gregari catari anche della Linguadoca esiliati o emigrati nella Lombardia e nelle Puglie, i quali poi, sulla fine del secolo, portarono, tornando in patria, credenze e formole del dualismo mitigato, le quali vennero professate accanto al dualismo puro degli antichi A. L'azione dell' Inquisizione e la dispersione dei centri concorsero a far scomparire il catarismo occitanico, che nel sec. xiv conserva soltanto alcune deboli vestigia, le ultime.

Biol.: J.-M. Vidal, Les derniers ministres de l'albigéisme en Languedoc, in Revue d' questions historiques, 70 (1906), pp. 27-107; id. Dottrina et morale des derniers ministres albigenis, ibid. nuova serie, 41 (1909), pp. 337-409; 42 (1909), pp. 5-4S: J. Guiraud, Histoire de l'inquisition au moyen âge, I e II, Parigi 1925-3S; A. Dondaine, Les actes du Concilo albigenis de Saint-Filix de Caraman, in Miscellanea G. Mercati, V (Studi e Testi, 125) Città del Vaticano 1946, pp. 324-25; Ilerino da Milano, Le ererie popolari del sec. XI nell'Europa Occidentale, in G. B. Borino, Studi Gregoriani, II, Roma 1947, pp. 43-89.
2. La cRocdata arslata contro gli A. - Dalla metà del sec. xir il catarismo o albigeismo nella Linguadoca si organizza in circoscrizioni gerarchiche, convoca raduni di grande affluenza, svolge un'azione intensa di diffusione e di conquista, sfida apertamente e

## Page 442

con audacia l'opposizione del magistero e delle istituzioni ecclesiastiche. Gli eretici si fanno forti dell'appoggio armato dei grandi feudatari e delle autorità civili; l'ascetismo rigido dei "perfetti» permetteva ai semplici credenti e simpatizzanti ogni sfrenatezza, mentre assicurava loro la salvezza eterna col conferimento in extremis del "consolamentum»; la predicazione ereticale contro i beni ecclesiastici rendeva possibile alla nobiltà cupida di farne man bassa senza più ostacoli morali. Le popolazioni indifese si lasciano sedurre dalla vita austera dei capi catari, abbandonano chiese e sacramenti, partecipano alle violenze contro il clero e i monasteri; non mancano dignitari ecclesiastici e curati che non solo non s'oppongono all'invasione ereticale, ma entrano in intelligenza col nemico, ne tirano profitto. Secondo grida d'allarme, il cattolicismo occitanico era prossimo al naufragio; la Chiesa e la nobiltà catara avevano stabilito un centro di minaccia per la pace delle nazioni e della società cristiana. Raimondo V di Tolosa nel 1177 confessa spaventato che le armi spirituali sono impotenti, che le sue forze materiali non bastano a causa della diserzione al nemico dei suoi vassalli, che solo l'intervento del re di Francia potrebbe mutare la situazione. Soltanto trent'anni dopo, il momento storico esigerà l'impiego della forza armata. Infatti le missioni dei legati pontifici, accompagnati dai monaci cistercensi in qualità di predicatori della fede e protetti da piccole scorte militari, nel 1178 e 1181, non approdarono a nulla. Raimondo VI di Tolosa si mostrava favorevole agli eretici. Innocenzo III, che considera l'eresia come un delitto di lesa divinità, da punirsi alla stregua del delitto di lesa maestà, aumentò i poteri dell'inquisizione legatizia, la quale agiva con giurisdizione ordinaria in materia d'eresia, destituendo gli indegni dagli offici ecclesiastici, esigendo dai magistrati e signori un giuramento di fede romana e la prestazione del braccio secolare per la proscrizione degli eretici e la confisca dei loro beni, sotto pena di cadere essi stessi sotto le medesime sanzioni. In aiuto dei legati Pietro di Castelnau e Rodolfo, scoraggiati per l'insuccesso, s'adoperarono dal 1203 Diego, vescovo d'Osma, e Domenico di Guzman coi suoi primi compagni; essi procedettero con l'esempio della vita austera, la predicazione evangelica, le conferenze a contraddittorio, ma ebbero soltanto successi parziali. Il conte di Tolosa con una condotta subdola teneva in scacco l'opera dei legati; il 5 genn. 1208 un suo suddito, rimasto impunito, assassinò il legato Pietro di Castelnau, creando così il "casus belli ". Innocenzo III fece predicare la crociata delle armi contro gli eretici del Sud, sciogliendo i sudditi dal giuramento di fedeltà a Raimondo VI, scomunicato. Il re di Francia, Filippo Augusto, rimase in attesa; permise solo ai suoi vassalli di farsi crociati. Il legato Arnoldo di Cîteaux muove da Lione con un esercito raccogliticcio e il 22 luglio 1209 espugna Béziers e il 15 ag. Carcassona. La crociata si dà un capo: Simone di Monfort, creato visconte delle due suddette città; lo scopo religioso si lega con quello politico, la piccola nobiltà del Nord intende impossessarsi dei feudi meridionali. I crociati sono animati da una fede sincera e dànno prova di coraggio indomito, ma uniscono gli interessi propri con quelli della religione e si abbandonano alle crudeltà della guerra. Le autorità ecclesiastiche rinnovano la gerarchia locale ed epurano le regioni dall'infezione ereticale. Ma Simone intendeva soppiantare Raimondo VI nella contea di Tolosa; invece Innocenzo III, incline a misericordia, ordinò la sospensione della crociata. Questa tuttavia continuò sotto l'aspetto politico;

Pietro, re d'Aragona, alleatosi con Raimondo VI, formò una lega, con l'intento di negoziare col Papa contro i crociati; il progetto falli, per la grande vittoria ottenuta da Simone a Muret, il 12 sett. 1213. Il Concilio di Montpellier del 1215 gli assegnò la città di Tolosa; Innocenzo III, nel IV Concilio lateranense, con una transazione, riservò al figlio del conte di Tolosa, Raimondo VII, le terre non ancora occupate e costrinse Simone di Monfort a chiedere al re di Francia l'investitura dei feudi conquistati. L'azione contro l'eresia proseguì conforme alla legislazione ecclesiastica e civile; ma la campagna militare subì alterne vicende; finché Luigi VIII, figlio di Filippo Augusto, non intervenne con una sua armata a coglierne i frutti, impossessandosi di tutto il paese. Ma alla sua morte ( 1226 ) gli A. risollevarono il capo e la guerra continuò fino al 1228 , quando Raimondo VII ormai scoraggiato, manifestò il desiderio di trattare la pace. Il trattato di Meaux del 1229, tra i rappresentanti della reggente Bianca di Castiglia e Raimondo VII, assicurò alla corona di Francia le terre del mezzogiorno: le era ceduta la bassa Linguadoca, che formava il siniscalcato di Carcassona e Beaucaire. Raimondo diede la sua figlia Giovanna in sposa al fratello di Luigi IX, Alfonso di Poitiers, assicurando così la successione dei Capetingi nei domini rimastigli. Ciò avvenne nel 1271. Il conte di Tolosa, inoltre, sottoscrisse le misure per la difesa della fede. Non si può negare che la crociata contro gli A. fu un mezzo decisivo per stroncare la protezione armata dell'eresia e le complicità dei poteri civili, così pericolose per lo stesso bene pubblico; Innocenzo III con superiore onestà cercò di frenare le deviazioni, non previste, delle passioni politiche; si deve inoltre riconoscere che la crociata servi alla compenetrazione tra il Nord ed il Sud della Francia, segnando una tappa per la sua unità. La minaccia sempre grave della infestazione ereticale sollecitò l'istituzione da parte di Gregorio IX della inquisizione (v.) pontificia, sistemata dai suoi successori, la quale continuò in Francia, come altrove, la repressione delle varie sètte ereticali.

Bibl.: C. Douais, L'Eglise et la croisade contre les Albigeois, in Annales du Midi, 2 (1890), pp. 37-64; L. De Lacger, L'Albigesis pendant la crise de l'albigésisme. L'épiscopat de Guilhem Peire, 1183-1227, in Revue d'histoire ecclés., 29 (1933), pp. 272 315, 586-633, 849-914; J. Guiraud, Histoire de l'inquisition au moyen âge, I. Parigi 1935, pp. 261-419; id., s. v. Albigeois, in DHG, I, coll. 1893-94 (con ampia bibl.); A. Veragnac, Croisade et marchandise; pourquoi Simon de Monfort s'en alla défaire les albigeois, in Annales (Economie, société, civilisations), 1 (1946), pp. 209-18.

Ilarino da Milano
ALBINAGGIO (franc. aubaine, medio inglese escheat). "Diritto di a. o di albinato (forse dal latino alibi natus, nato altrove) è, in senso proprio, quel diritto per il quale il feudatario o il re o lo Stato, a seconda delle epoche e dei luoghi, raccoglieva l'eredità dello straniero non naturalizzato, morto nel territorio soggetto alla sua giurisdizione. In un senso più largo, la parola a. sta anche a significare il complesso di incapacità legali a cui erano un tempo soggetti gli stranieri, specialmente nel campo delle successioni testamentarie.

Varia fu nei diversi paesi l'evoluzione storica dell'a. sopravvissuto almeno in parte, fino al sec. xix, in alcuni paesi. E vanto della Chiesa l'essere insorta, per prima, contro questo barbaro istituto, bandendolo dai suoi territori (v. anche straniero, condizione giuridica dello).

Bibl.: G. Fusinato, A., in Nuovo Digesto Italiano, I, Torino 1937, p. 300 e la bibliografia ivi raccolta; G. H. Hackworth, Digest of Internat. Law, III, Washington 1942, p. 667 sgg.; IV, ivi 1942, p. 872.

## Page 443

ALBINI, Alessandro. - Pittore bolognese (15681646), seguace del Carracci. Dipinse per la tomba di Agostino Carracci un piccolo quadro con "Pandora e Prometeo", inciso dal Reni. Nel 1601-1604 esegue una Crocifissione per l'oratorio del Sepolcro in Carpi, ora perduta, e in Bologna affreschi nel chiostro di S. Michele in Bosco e nella chiesa di S. Domenico. In Roma collabora col Reni agli affreschi della cappella del Quirinale. Gli è attribuito un quadro con figure di santi della Pinacoteca di Bologna.

BibL.: L. Ciaccio, s. v. in Thieme-Becker, I, pp. 227-28. Claudia Refice
AlbinI, Carlo Domenico. - Missionario oblato di Maria Immacolata, n. a Mentone il 26 nov. 1790, m. a Vico il 23 maggio 1839. Nel seminario di Nizza, sacerdote (1815) e poi professore, s'incontrò con mons. De Mazenod, fondatore degli Oblati di Maria Immacolata e gli si aggregò, tenendo poi la cattedra di teologia morale nel seminario di Marsiglia. Nell'insegnamento fu fautore di s. Alfonso dei Liguori. Oratore eccellente, anche in francese e in provencale, si prodigò nelle missioni, specie rurali, e nell'opera di protezione degli italiani fondata dal Mazenod. Trasferito in Corsica (1834), si consacrò a combattere la decadenza religiosa e morale dell'isola: riformò il seminario, organizzò ovunque le missioni, combattendo l'immoralità e lo spirito di vendetta, promovendo la pace tra le famiglie e tra i paesi e organizzando manifestazioni solenni di penitenza. Acclamato "apostolo della Corsica", riprese le tradizioni di s. Alessandro Sauli e di s. Leonardo da Porto Maurizio, e morì consunto di fatiche nella residenza di Vico, in fama di santità.

BibL.: G. Drago, L' Apostolo della Corsica, Roma 1942. Egilberto Martire
ALBINO. - Patrizio romano, senatore e console, accusato dal referendario Cipriano, nel 523, di tramare con l'imperatore d'Oriente, Giustino, contro Teodorico; le sue difese furono assunte dal celebre Boezio, che per tal fatto attirò su di sé le ire del sospettoso sovrano. A. fu mandato a morte, ma si ignora la data precisa della sua uccisione.

BibL.: Anonimo Valesiano, ed. Th. Mommsen, in MGH, Anct., antig., IX, Chronica minora, I, Berlino 1897, pp. 326-28. G. Pfeilschifter, Der Ostgotenhänig Theoderich der Grosse und die Katholische Kirche, Münster 1896; R. Cossi, Dalla scienza laurenziava alla pacificazione religiosa con l'Oriente, in Arch. Soc. Rom. St. Patrio, 43 (1920), pp. 209-321. Paolo Brezzi
AlbIZZI, Francesco. - Cardinale, n. a Cesena nel 1593, m. a Roma il 3 ott. 1684. Avvocato nella sua città natale, ricevette gli ordini sacri dopo esser rimasto vedovo. Dopo una breve permanenza nella diplomazia, fu nominato (1635) assessore del S. Uffizio, carica che, salvo una breve parentesi ( 1636 ) al seguito del card. Ginetti al Congresso di Colonia, tenne a lungo, segnalandosi specialmente per la sua attività in occasione delle polemiche gianseniste. Egli fu infatti l'estensore, sotto Urbano VIII, della bolla In eminenti ( 16 marzo 1642) che condannava l'Augustinus; combatté con i Gesuiti le e proposizioni estratte da quest'opera; fu segretario della commissione nominata nel 1653 da Innocenzo X e infine dettò il testo della bolla Cum occasione ( 31 maggio 1653) che condannò le 5 proposizioni. Tale sua attività come anche la sua mancanza di temperamento diplomatico, il suo spirito caustico, la indole dura e spesso collerica, gli procurarono inimicizie di ogni genere. Ciò nondimeno fu creato cardinale (2 dic. 1654) da Innocenzo X, ma non svolse alcuna attività politica degna di rilievo. Testimonianza del suo acuto senso giuridico sono le opere: De iurisdictione quam habent cardinales in ecclesiis suorum
titulorum (Roma 1666); Risposta alla Storia della sacra inquisizione di Paolo Servita (Roma 1678); De inconstantia in fide (Roma 1698).

BibL.: A. Ciaconius, Vitae et res g