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gna di rilievo. Testimonianza del suo acuto senso giuridico sono le opere: De iurisdictione quam habent cardinales in ecclesiis suorum
titulorum (Roma 1666); Risposta alla Storia della sacra inquisizione di Paolo Servita (Roma 1678); De inconstantia in fide (Roma 1698).

BibL.: A. Ciaconius, Vitae et res gestae pontificum romanorum et cardinalium, IV, Roma 1677, col. 700; G. Tiraboschi, Storia della letteratura italiana, VIII, Roma 1783, pp. 281-82; L. Cardella, Memorie, VII, Roma 1793, pp. 109-11; P. Richard, s. v. in DFIG, I, coll. 1703-1706. Mario Nizzoli

ALBO, Josef. - Apologeta e teologo ebreo spagnolo. Visse successivamente a Daroca (prov. di Sazagozza) e a Soria (Castiglia); m. nel 1444. Partecipò alla disputa promossa dall'antipapa Benedetto XIII a Tortosa e San Mateo ove difese (nel 1414) il Talmúd contro gli attacchi di Geronimo da Santa Fé (prima della conversione: Josué Lorki).

Di carattere apologetico è la sua opera, compiuta nel 1423, Séfer ha-'iqqérion ("Libro dei principi» e dogmi; ed. Husik). Il libro expone i "principi o fondamenti", le "radici" e i "rami". I primi due contengono le verità fondamentali ed altre da esse dedotte (dottrina rivelata) che costituiscono la base di ogni religione divina: l'unità di Dio, la sua incorporeità, la sua indipendenza dal tempo e la sua perfezione somma; onde derivano l'omissienza di Dio, la verità del profetismo, la legittimazione del messo di Dio. "Rami", cioè tesi generali la cui negazione non implica più il peccato di eresia, sono: la creazione dal nulla, Mosè profeta sommo, la fede nella venuta del Messia, la convinzione che l'adempimento di un solo precetto basta per assicurare la partecipazione alla vita futura. Il tutto si ispira al principio che nelle differenti religioni possono variare le disposizioni legislative, ma non i dogmi. Quindi i dogmi propri del cristianesimo (per es. il concetto trinitario di Dio) non possono rappresentare una verità religiosa assoluta. In questa sua polemica l'A. s'ispira, anche nella terminologia, ad Al-Gazali. La sua tendenza anticristiana fu messa in rilievo da Gilberto Genebrardo (1566) e da G. Bern. De Rossi, Dizionario storico, Parma 1802, pp. 4344, e Bibliotheca Iudaica antichristiana, Parma 1800, p. 14, sgg. Autori ebrei, fin da I. Abrabanel, notarono il suo, sia pure apparente, indifferentismo circa la questione messianica.

BibL.: J. Husik, Sefer ha-'iqqarim, critical Hebrew text, English translation, 5 voll., Filadelfia 1929-30; id., J. A., The last of the Jewish Mediaeval Philosophers, in Proceedings of the American Academy for Jewish Research, 1930; J. Guttmann, Contributo allo studio delle fonti del Sefer ha-'iqqarim (in ebraico), in Studi in Memoria di A. Gulab e Samuele Klein, Gerusalemme 1942, pp. 57-65; G. Vajda, Introduction à la pensée inive du moyen âge, Parigi 1947, pp. 186-89 e 286. Eugenio Zolli
ALBOINO, re del LONGOBANOI. - Eletto nel 565 , vinse i Gepidi ed uccise il loro re Cunimondo, di cui sposò la figlia Rosmunda. Nel 568 iniziò la conquista dell'Italia, a capo, oltre che del suo popolo, anche di numerosi Sassoni, e, a quanto sembra, di Gepidi, Sarmati, Pannoni, Svevi e Notici. Nel 569 occupò Milano; nel 572 prese Pavia dopo tre anni d'assedio (569-72) e l'elesse fin d'allora capitale del nuovo regno. Nel frattempo i suoi uomini si spinsero fino al confine meridionale della Tuscia. Morì a Verona il 28 giugno del 572 , vittima di una congiura, capeggiata dalla moglie Rosmunda.

BibL.: Paolo Diacono, Historia Langobardorum, I, 27 e quasi tutto il I, II, in MGH, Script. Rev. Lang. et Ital. saer. VI-IX, Hannover 1878; G. Romano-A. Solmi, Le dominazioni barbariche in Italia (395-888), Milano 1940, pp. 267-72. Emma Santovito
ALBORGHETTI, Luigi. - Diplomatico pontificio, n. a Roma nel 1773, m. nel 1835. Di nobile famiglia bergamasca, legato in amicizia con Vincenzo Monti, giovanissimo fu segretario di nunziatura a Malta, per poi passare a Milano ed a Parigi come agente della casa Braschi. Rimasto nell'ombra durante il periodo rivoluzionario, ebbe da Pio VII l'incombenza di console generale in Milano ed in Venezia.

BibL.: G. Gallavresi, s. v. in Diz. del Risorg. Naz., II, Milano 1930, p. 39.

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ALBORNOZ, GIL (Egidio) Álvarez Carbillo de. Cardinale, politico e guerriero spagnolo, n. a Cuenca nel 1310 da nobilissima famiglia, discendente dai re di Castiglia per parte di padre e da quelli di Aragona in linea materna, m. a Viterbo il 23 ag. 1367. Entrato presto nello stato ecclesiastico, studiò per qualche tempo all'Università di Tolosa, ma poco dopo il suo sovrano Alfonso XI lo volle nella reggia come cappellano e consigliere, facendolo nel 1338 nominare arcivescovo primate di Toledo. Nella sua sede si distinse per virtù e per zelo pastorale, di cui sono prova i concili celebrati a Toledo nel 1339 e ad Alcalà nel 1347. Considerandosi però in quel tempo interesse capitale per la patria e per la religione la guerra contro i Saraceni che possedevano ancora una parte della penisola iberica e minacciavano sempre le monarchie cristiane, l'A. dovette, come primate di Spagna, prendere parte alle diverse battaglie che re Alfonso intraprese contro di loro. Si distinse particolarmente in quella di Tarifa, dove si ebbe la splendida vittoria sugli eserciti del sultano del Marocco e del re di Granata.

Con la morte di Alfonso XI nel 1350 e l'immediata assunzione al trono del figlio Pietro I, chiamato il Crudele, cambiò completamente la situazione dell'A., che, caduto in disgrazia del dispotico e furioso monarca castigliano, dovette abbandonare per sempre la patria e rifugiarsi alla corte papale di Avignone. Ben conoscendo le doti del perseguitato arcivescovo spagnolo, Clemente VI, il 17 dic. dello stesso anno 1350 , lo creò cardinale del titolo di S. Clemente. Sci anni più tardi egli lo cambiò con la sede suburbicaria di Sabina, avendo prima rinunziato a quella di Toledo.

Eletto papa Innocenzo VI nel 1352, in Avignone, si pensò subito alla riconquista dello Stato pontificio, dominato da una serie di tirannelli, che si erano resi praticamente indipendenti. A Roma era stata abbattuta la dominazione del tribuno popolare Cola di Rienzo (v.), ma nel 1353 un nuovo tiranno, Francesco Baroncelli, si era impadronito della città. L'impresa di ripristinare l'autorità pontificia negli Stati della Chiesa si presentava sommamente difficile, avendo i ribelli non trascurabili appoggi in altri Stati italiani. Innocenzo VI l'affidò nel 1353 all'A. Nominato legato pontificio e capo del piccolo esercito allestito dalla S. Sede in Italia, incominciò a guadagnarsi, a mezzo di trattative, i potenti governi di Milano e di Toscana per avere le spalle sicure nella marcia verso lo Stato pontificio. Sfruttando abilmente le gelosie mutue dei Signori, gli riusci di ridurre all'obbedienza tutta l'Umbria ed il Lazio. Conoscendo la simpatia che gran parte del popolo romano nutriva ancora per il fuggitivo Cola di Rienzo, lo richiamò dalla prigionia di Avignone, nominandolo senatore dell'Urbe; ma il secondo governo del tribuno finì ben presto e nel modo più tragico.

Nel 1357 l'A. aveva ristabilito pienamente l'autorità pontificia nelle Marche e in gran parte della Romagna, dopo la sconfitta del Malatesta di Rimini, di Gentile da Mogliano a Fermo, di Francesco Ordelaffi a Cesena, e stava per concludere vittoriosamente la sua impresa, quando venne esonerato dal suo mandato con l'ordine di consegnare i poteri nelle mani di Androin de la Roche abate di Cluny, uomo pio e giusto, ma inesperto nell'arte della guerra. L'A. ritornò ad Avignone, ricevuto dal Pontefice e dalla Curia con i più grandi onori; ma l'anno seguente doveva nuovamente tornare in Italia, perché sotto il governo dell'abate cluniacense avevano rialzato la testa ribelle alcuni potenti già sconfitti dall'A. Così gli Ordelaffi
avevano ripreso il potere a Forlì; Spoleto e Perugia ne avevano seguito l'esempio, e nel Lazio stesso spadroneggiava Giovanni di Vico. L'A. riusci in poco tempo a domare la ribellione e a riprendere anche Bologna, protetta dal potente Bernabò Visconti. Era già in procinto di sconfiggere il signore di Milano, quando, nel 1363, dal nuovo papa Urbano V, molto ligio alle suggestioni dei cardinali francesi, venne nominato legato per l'alta Italia il noto abate di Cluny, che vi giunse con l'ordine di concludere la pace col Visconti. Ciò avvenne di fatto nel 1364 con sommo dispiacere dell'A., perché, sebbene fosse stata restituita Bologna alla S. Sede, le condizioni erano poco onorevoli per l'autorità pontificia. E certo, ad ogni modo, che, senza le vittorie dell'A., il Visconti non vi si sarebbe piagato. Ristabilita la sovranità papale in tutto lo Stato della Chiesa per opera del cardinale spagnolo, Urbano V nel 1366 poteva annunziare il ritorno della Sede pontificia a Roma e giungervi l'anno seguente, dopo essere stato salutato a Tarquinia dal benemerito cardinale che morì pochi mesi dopo. Il corpo dell'A., sepolto prima ad Assisi, fu poi trasportato nella cattedrale di Toledo, dove ancora riposa in sonruoso mausoleo.

Il card. A., oltre le preclare virtù e il genio politico e militare, ebbe ungrande amore per le scienze; lo dimostrano la sua biblioteca di Toledo e l'insigne Collegio di S. Clemente, fondato ed arricchito da lui in Bologna per gli studenti spagnoli di diritto, tuttora esistente. Le sue qualità di ottimo governante si manifestano principalmente nel Liber Constitutionum Sanctae Matris Ecclesiae, dal suo nome chiamate Costituzioni Egidiane (v. sotto).

Bias.: J. G. de Sepúlveda, De vita et robur gestis Aegedi Albomatii cardinalis, Roma 1521 (vers. ital. di F. Stefano, Historia della vita et gesti del card. E. A., Bologna 1390); H. J. Wurm, Kordinal A. der zweiter Bectünder des Kirchenstaats, Paderborn 1892; F. Filippini, Il Card. E. A., Bologna 1933.

Giuseppe M. Pou y Marti
Le Costituzioni Egidiane. - Furono promulgate nel Parlamento generale di Fano nei giorni 29-30 apr. e 1^{°} maggio del 1357 . Altre dieci ne furono promulgate dallo stesso A. nel 1363 , in aggiunta al 1. VI; e varie addizioni vennero apportate al testo legislativo nei tempi successivi, fino a quando il card. Rodolfo Pio da Carpi, nel 1542, ne diede una nuova edizione o compilazione aggiornata e riveduta. Comunque, le Constitutiones di Egidio, dette anche Constitutiones Marchiae Anconitanae, restarono sostanzialmente in vigore, sia pure con le inevitabili mutazioni dovute al trascorrere dei secoli, fin quasi alla dissoluzione dello Stato pontificio, al quale impressero quella fisionomia giuridico-amministrativa, che valse a distinguerlo dagli altri Stati d'Italia (Ed. di P. Sella, Roma 1912).

Il testo delle Costituzioni è diviso in sei libri. Il primo riproduce le lettere di commissione concesse all'A. dal Pontefice, relative alle facoltà del vicariato e della legazione; il secondo contiene le costituzioni circa i poteri e la giurisdizione del rettore, degli ufficiali e dei magistrati delle province; il terzo tratta de'le specifiche attribuzioni del rettore e del giudice spirituale, nonché della conservazione e tutela giuridica dei diritti della Chiesa; il quarto raccoglie le norme di diritto penale; il quinto e il sesto si occupano della procedura. Sono in tutto 193 capitoli, parecchi dei quali compendiano costituzioni diverse.

Intento primo dell'A. fu di creare un governo centrale che garantisse il minimo indispensabile all'unità e alla vita dello Stato, pur rispettando e tollerando ampie autonomie di città o di famiglie potenti, cui fu lasciato in alcuni luoghi un potere vicereale. Altro fine delle costituzioni fu quello di dar vigore ed uniformità al potere giudiziario, per salvare lo Stato dal grave disordine e dall'individua-

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liamo sfrenato che ne compromettevano le sorti. Il territorio era diviso in province, a capo di ciascuna delle quali stava un reitore, fiancheggiato dai giudici della curia generale e dai giudici del presidato. Ogni provincia aveva inoltre un tesoriere, che percepiva quanto era dovuto alla Camera apostolica, un maresciallo coi suoi armigeri per le misure esecutive, e un certo numero di avvocati, notai e curiali.

Nel complesso, il codice dell'A. unisce i caratteri di forza e di moderazione che furono propri del suo autore. Senza rompere decisamente col passato e mantenendosi nel giusto mezzo, le costituzioni egidiane assicurarono allo Stato della Chiesa una vita che fu generalmente ordinata e prospera.

BibL.: F. Ermini, Gli ordinamenti politici e amministrativi delle "Constitutione: Aegidianae", Torino 1894; G. Mollat, Les Papes d'Accguon, Parigi 1912, p. 148 sgg.; Storia del diritto italiano, pubbl. sotto la direzione di P. del Giudice, I. II (di E. Besta). Milano 1923, pp. 747-51.

Vittorio Bartocceri
ALBRECHT, von EyB: v. EYB, ALBRECHT von.
ALBRECHTSBERGER, Johann Georg. - Musicista, n. il 3 febbr. 1736 a Klosterneuburg. Insigne teorico, insegnante e compositore, dopo aver ricoperto alcuni uffici in varie città austriache (u regent eliori nel convento dei Carmelitani a Vienna, nel 1772 organista di corte, nel 1782 maestro di cappella nel duomo di S. Stefano a Vienna, dove morì il 7 marzo 1809.

La sua produzione musicale fu assai copiosa, tanto che sono rimasti inediti non meno di 26 Messe, 6 oratori, 4 sinfonie, 28 trii e 42 quartetti per archi, 38 quincetti, numerosi toni, offertori, ecc. Fra le opere pubblicate sono preludi e fughe organistiche, 18 quartetti per archi, trii, ecc. Notevoli le opere teoriche, fra le quali un trattato di composizione, tradotto anche in francese e in inglese, Gründliche Anzeettsung zur Komposition (1790). Nel 1794 fu maestro di Beethoven.

BibL.: A. Weissenbäck, s. v. in LThK, I. coll. 223-24.
ALBRET, Amaniel d'. - Cardinale, n. in Francia, m. a Casseljaloux, presso Bazas, tra il giugno e il dic. dell'anno 1520. Fratello di Carlotta, moglie di Cesare Borgia, fu primo abate del monastero di S. Ruffo, nella diocesi di Valencia, quindi, nel 1500 , venne creato da Alessandro VI cardinale di S. Niccolò in Carcere e nel 1507 arcivescovo di Pamplona. Nel 1502 fu nominato amministratore della chiesa di Oleron e due anni dopo ottenne da Giulio II il vescovato di Comminges; ma Giulio II lo spogliò dei suoi benefici perché aderente al Concilio di Pisa. Riuscì però ad ottenere la grazia da Leone X , notoriamente benevolo in materia. Gli furono in seguito affidati anche i governi delle chiese di Condom e di Lescar. Fu uomo avido d'onori e di piaceri.

BibL.: E. G. Lodos, s. v. in Dictionn. de biographie francaise, I. coll. 1299-1301; Pastor, III, p. 527 e passim; IV, 1, p. 47. Emma Santovito

ALBRİCI, Maddalena, beata. - N. sul finire del sec. xiv, in Como, da nobile famiglia, m. il 13 o il 15 maggio 1465 . Rimasta orfana, giovanetta, poté senza contrasti seguire la vocazione religiosa. Entrò difatti nel monastero di S. Andrea in Brunate, che seguiva la regola eremitica degli Agostiniani, sotto la direzione spirituale dei canonici della cattedrale di Como, e presto divenne modello a tutte le religiose. Queste la costrinsero a far loro da ministra. In Como ebbe incontri per consigli con s. Bernardino da Siena (1419 e 1432) e col domenicano beato Antonio della Chiesa (di S. Germano), priore del convento di S. Giovanni (m. nel 1459). Al suo monastero impresse novella vita : frequenza alla Comunione, modestia nel vestire, esclusione di ogni mondanità. L'esempio stimolò altri monasteri e conventi della Lombardia a riformarsi. L'A. ingrandì il suo monastero ed eresse
in Como quello della S.ma Trinità (1455-56), che nel 1458 si separò, con approvazione apostolica, da quello di Brunate. La sua salma dal monastero di Brunate fu trasportata, nel 1593, alla chiesa di S. Giuliano in Como, dove si erano trasferite le monache di Brunate. Il culto, prestato «ab immemorabili» alla beata, fu confermato il 10 dic. 1907 da Pio X.

BibL.: Acta SS. Misii, III, Anversa 1680, pp. 252-62: G. R. Melloni, Vita della b. M. A., nobile comarca dell'Ordine di s. Agostino, Bologna 1764 (scritta con buoni criteri); Poetis super casu excepto, Roma 1907 (per la conferma del culto); A. M. Confalonieri, La beata M. A. agostiniana, badesse del convento di S. Andrea in Brunate, Como 1938. Carlo Castiglioni

ALBRIGI (Albrizi), Vincenzo. - Musicista, n. a Roma il 26 giugno 1631, m. a Praga il 18 ag. 1696. Studiò a Roma, poi fu maestro di cappella della regina Cristina di Svezia; passò quindi a Dresda, alla corte dell'elettore Giovanni Giorgio di Sassonia, che lasciò nel 1663 per recarsi prima a Londra poi a Parigi. Tornò a Dresda, e fu a Lipsia organista di S. Tommaso. Nel frattempo aveva abbracciato il protestantesimo, che sbiurò nel 1682, quando andò maestro di cappella a S. Agostino in Praga, ove morì. Copiosa è la sua produzione di musica sacra: organista e cembalista geniale, le sue sinfonie e sonate godettero di una meritata rinomanza.

BibL.: Sammelbände der internationalen Musikgesellschafi, III (1902), p. 487; C. Schmidl, s. v. in Diz. Universale dei Musicisti, I, Milano 1937, p. 30 sg.

ALBUM, L' (giornale letterario e di belle arti). Settimanale illustrato romano (prima di 4 , poi di 8 pagine in quarto), fondato e diretto da Giovanni de Angelis, pubblicato dall'8 marzo 1834 al 3 maggio 1862 .

Dato anche il modico prezzo dell'abbonamento (Roma, scudi 2,30; province ed estero 3,10; un numero separato 3 bajocchi), costituì la lettura preferita dei ceti medi. A carattere prevalentemente enciclopedico elementare, trattò poi di arti, scienze, viaggi, curiosità. Tra i giochi, le «cifre figurate» (rebus) del Ninì. Interessanti gli articoli archeologici, biografici, scadente la produzione letteraria contemporanea; moltissimi i ritratti incisi in rame; utili per la cronistoria urbanistica romana le epigrafi raccolte da A. Belli. Riuscito, cautamente tacendo degli avvenimenti, a vivere durante la Repubblica e l'assedio nel 1849, cadeva tredici anni dopo, vittima d'un banale infortunio giornalistico. Pubblicò infatti un salace racconto, riassunto in prosa d'una «novella gelante» del Casti : ne seguì l'immediata soppressione.

BibL.: Ceccarius, Una rivista dei nonni : storia dell'A., in Tribuna - Idea Nazionale, 2 luglio 1926; G. Rem-Picci, "L'A. n. in Roma, 9 (1931), pp. 323-30 (ne promette l'indice generale, sinore non apparso); Ceccarius, Come finis L'A. n. ibid., p. 437. Luigi Huetter

ALGALA DE HENARES. - Città della Spagna centrale (la Complutum dei Romani) in provincia di Madrid, già sede di diocesi (v. madBID).
I. L'Università. - La prima idea di uno Studium generale in A. è dovuta all'arcivescovo Gonzalo, che il 20 maggio del 1293 ne ottenne il privilegio di erezione dal re di Castiglia Sancio IV «el Bravo». L'arcivescovo Don Alfonso Carrillo, ricevutane da Pio II la convalida ( 16 giugno 1459), affidò lo studio al guardiano del convento francescano di S. Diego.

Ma la vera Università complutense, rivale di Salamanca e dagli Spagnoli chiamata «l'ottava meraviglia del mondo», fu opera del francescano Francesco Ximenes (Jiménez de Cisneros) eletto arcivescovo di Toledo nel 1495 e nel 1507 creato cardinale. Questi, nell'intento di dotare la diocesi di un clero dotto e numeroso, e di facilitare la formazione degli studenti poveri, impossibilitati a recarsi lontano, pensò di erigere una grande università, per la quale otténne da Alessan-

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dro VI, il 13 apr. 1499, la bolla di fondazione Inter cetera, che le accordava gli stessi privilegi delle Università di Salamanca, Valladolid, Bologna ed altre. Con larghezza di vedute e di mezzi, Ximenes mise mano ai lavori nel 1498, protraendoli per un decennio. Il 25 luglio 1508, data d'inaugurazione del collegio maggiore di S. Ildefonso, centro dell'università, è storicamente considerato come l'inizio dei suoi corsi accademici.

Per varietà d'istituzioni e di collegi (il Cisneros ne aveva ideati 18), A. divenne una vera città di studi. Il collegio di S. Ildefonso era riservato ai teologi, e il superiore era di diritto rettore dell'università; il collegio di S. Isidoro era destinato agli studenti di retorica; quello di S. Balbina e di S. Caterina, ai filosofi; quello di S. Girolamo, detto anche Trilingue, allo studio delle lingue bibliche (ebraica, greca, latina). Forse A. fu la prima città universitaria a possedere un collegio femminile, quello di S. Giovanni della Penitenza, diretto da monache francescane. Aveva inoltre, come Sa lamanca, un ospedale universitario. Nel 1508-1509 presero a funzionare le facoltà di filosofia e di teologia; l'anno seguente quelle di arti e di diritto canonico. La facoltà di medicina fu istituita da Leone X il 3 nov. 1514. Le cartodre, che da principio erano 33 , presto salirono a 46 , così distribuite, con prevalente importanza di quelle teologiche: 8 di teologia, 2 di S. Scrittura, 6 di canoni, 4 di medicina, 2 di anatomia e chirurgia, 8 di arti e filosofia, I di teologia morale, I di matematica, 14 di lingue e retorica. La facoltà di diritto civile, esclusa dal fondatore, fu eretta in seguito da Alessandro VII, il 7 giugno 1656. Gli statuti, redatti dallo stesso cardinale, furono pubblicati il 22 genn. 1510, e riformati nel 1517. Esercitava le funzioni di cancelliere l'abate di S. Giusto. I novelli laureati dovevano impegnarsi a difendere, in pubblico e in privato, l'Immacolata Concezione della Vergine.

Anticipando l'opera della controriforma, il Cisneros cercò di fare della sua università un attivo centro umanistico cattolico. Vi chiamò, specie da Salamanca e da Parigi, i maggiori luminari del tempo, e per loro mezzo diede inizio a pubblicazioni di prim'ordine, come l'edizione dei più antichi libri liturgici della Chiesa spagnola (Liturgia mozarabica) e la celebre Bibbia poliglotta, detta complutense, la prima del genere ( 6 voll. in folio, 1514-17).

Sorta nel periodo del maggiore splendore universitario, l'Università di A., per la perfezione della sua organizzazione, per il numero degli alunni e la celebrità dei suoi maestri, diede grande impulso a quel Rinascimento spagnolo del sec. 201, che segna uno dei periodi più floridi della scienza cattolica. Tra i suoi docenti più rinomati sono da ricordarsi Melchior Cano (1543-46), Búfiez (1567-69) e Suárez (1585-93). Vi furono alunni e poi professori s. Tommaso da Villanova e il suo illustre allievo Francesco o Domenico de Soto (1520-24). L'Università complutense favorì la riforma carmelitana (cf. s. Teresa, Fondazioni, XXIX, 30). Per le cosiddette Tesi di A. al tempo delle lotte tomiste-moliniste sull'efficacia della grazia sotto Clemente VIII (1602), cf. Pastor, XI, pp. 567-71.

Dopo varie vicende, nel 1836, l'Università, con la sua magnifica biblioteca, fu trasportata nella vicina capitale Madrid, per formare la Università centrale di Spagna, l'unica che avesse, fino a questi ultimi tempi, tutte le facoltà e potesse concedere il titolo di dottore. Ospitata da principio nel seminario dei Nobili, poi nelle "Salesas Nuevas", nel 1842 ai stabili nell'edificio che ha occupato fino alla erezione della grandiosa Città universitaria, decretata dal re Alfonso XIII (17 maggio 1927) e inaugurata dal gen. F. Franco il 12 ott. 1943. Conserva lo stemma antico con la dicitura "Universitas Complutensis. Ciudad Universitaria de Madrid". Tra i suoi edifici va segnalato il Colegio Mayor Ximénez de Cisneros. Oggi coi suoi vari Colegios, che assicurano la formazione spirituale e sociale degli studenti, è un centro universitario modello.
2. Il Collegio dei Carmelitani. - In A., oltre l'università, è da ricordare il Collegio dei Carmelitani scalzi, dedicato al patriarca s. Cirillo (Complutense Collegium Carmelitarmm Diccalceatorum diva Cyrillo sacrum), rimasto celebre nella storia carmelitana per il cosiddetto "capitolo della separazione", tenutovi il 7 marzo 1581 (cf. s. Teresa, Fondazioni, XXIX, 30). In conseguenza della riforma teresiana - la quale, per i pericoli degli ambienti delle università, proibiva ai nuovi religiosi di seguirne i corsi - vi fu eretto uno Studio di filosofia per gli alunni dell'Ordine. Nel 1624 il collegio diede inizio alla pubblicazione, anonima, del famoso Complutensis Artium cursus, il cui titolo esatto, indicante il metodo e indirizzo dottrinale, era : Collegium Complutense Philosophiam hoc est Artium Cursus sive disputationes in Aristotelis Dialecticum et Philosophiam Naturalem iuxta miram Angelici Doctoris divi Thomae et Scholae eius doctrinam.

Autore del primo tomo (Logica) è il p. Michele della S.ma Trinità; gli altri tre (Comm. in VIII libros Phys. e in libros de Animo) sono opera del p. Antonio della Madre di Dio (m. nel 1641), redattore anche dei primi volumi del successivo Cursus Theologius Salmanticensis (v. Salamanca). Questi dotti carmelitani, o garantire l'unità dell'opera e la fedeltà del loro insegnamento, pur nei minimi particolari, alla dottrina di s. Tommaso, si consultavano collegialmente, decidendo con la votazione, quando l'accordo non era raggiunto, le questioni controverse. Cosicché i Complutenses, come i Salmanticenses, più che esprimere il pensiero personale dei vari autori, espongono la dottrina ufficiale dell'Ordine.

Il p. Biagio della Concezione, carmelitano scalzo francese (m. nel 1694), completò il Cursus con altri due volumi : uno di metafisica (Parigi 1640) e l'altro di filosofia morale (ivi 1647). Finalmente il p. Giovanni dell'Annunziazione (m. nel 1701), generale dell'Ordine e il più illustre redattore del Cursus Salmanticensis, rifuse, per uso scolastico, l'opera dei professori di A. col titolo: Cursus Philosophicus Collegii nostri Complutensis ad clariorem formam redactus, 5 voll., Linne 1669-71. Questi 5 volumi uniti ai 2 del p. Biagio della Concezione, formarono il Cursus Complutensis completo, in 7 volumi. Il quale, specie nella forma primitiva, fu accolto con plauso dei dotti, soprattutto tomisti, ed ebbe molte ristampe.

BibL.: Per l'Università, oltre alle biografie del card. Ximenes de Cisneros: V. de La Fuente, Historia Estén, de España, V, Madrid 1874, pp. 93-100, 201-202; VI. ivi 1875, pp. 124 127; id. Historia de las Universidades... en España, Madrid 1884 1889; H. Desifle, Die Universitäten des Mittelalters, I, Berlino 1889, pp. 646-48; J. Melgares y Marín, Estudio de la Universidad de A. desde su erigio a 1805 , in Revista de Archivos, Bibliotecas y Museos, 8 (1903), pp. 58, 228, 300; D. de Ceylon, Ximénès créateur du mouvement théologique espagnol, in Etudes Franciscaines, 21 (1908, 1), pp. 449-59, 640-50; 22 (1908, 11), pp. 41-55; A. de la Torre, La Universidad de A., Madrid 1910 (cf. Rev. de Archivos, 1909); P. Galindo y Romeo, La Universidad de A., in Revista de Archivos, 1918 (luglio-dic.); C. A. Kneller, A. und Suárez, in Zeitschrift für katholische Theologie, 42 (1918), pp. 199-201; V. Beltrán de Heredia, Cisneros, fundador de la Universidad de A., in La Ciencia Tomista, 16 (1917, 11), pp. 346-60; 17 (1918, 1), pp. 42-56; id., La enseñanza de santo Tomás en la Universidad de A., ibid., 13 (1916, 1), pp. 245-70, 392-418; 14 (1916, 11), pp. 267-97; 15 (1917, 1), pp. 210-24; 16 (1917, 11), pp. 51-64; id., Catedráticos de Zagrada Escritura en la Universidad de A. durante el siglo XVII, ibid., 18 (1918, 11), pp. 140-55; 19 (1919, 1), pp. 49-55, 144-55; id., El Maestro Domingo (Francisco) de Soto en la Universidad de A., ibid., 43 (1931, 1), pp. 357-73; 44 (1931, 11), pp. 58-51; id., Le preclaro Facultad des Artes de la Universidad de A., ibid., 64 (1943, 1), pp. 175-92; id., La Teologia en la Universidad de A., in Revista Española de Teologia, 5 (1945), pp. 145-78, 405-32, 497-527; S. d'Irsay, Histoire des Universités, I, Parigi 1931, pp. 331-41; J. Utriza, La preclara Facultad des Artes y Filosofía de la Universidad de A. de Henares en el siglo de oro 1309-1621, Madrid 1942: La Ciudad Universitaria de Madrid, Madrid 1943 (fasc. illustr., edito per l'inaugurazione). - Per il Collegio dei Carmelitani : N. Antonio, Bibliotheca Hispana nova, I, Madrid 1783, pp. 144 e 235; Hector, III, coll. 918-19; B. Zimmerman, Etudes chez les Carmes Dechaussés, in DThC, II, col. 1785; Marcello del Bambin Gesù,

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Nattine bibliographirae super "Collegii Complutensis Fratrum Carmelitarum Disc. Artium Cursu", in Analecta Ordinis Carmelitarum Discalceatoram, 8 (1933), pp. 267-89; Silverio di S. Teresa, Historia del Carmen Descalzo, IX, Burgos 1940, pp. 1-42 (Los estudios en la Reforma Teresiana; El Curso Complutense).
Idino Cecchetti

## ALCALOIDI : v. FARMACOLOGIA.

ALCÁNTARA, Ordine di. - Ordine cavalleresco sorto a S. Juliao de Pereyro nel 1156, ad iniziativa di alcuni cavalieri di Salamanca, con a capo D. Suarez Fernández Barrientos, allo scopo di riunire la nobiltà spagnola nella lotta contro i Mori. I cavalieri dovevano essere di nobiltà autentica e di vita illibata. In principio adottò la regola cistercense, e fu arricchito di molti privilegi tra i quali quello di dipendere direttamente dalla S. Sede. Dal sec. xir ebbe sede in Alcántara, da cui trasse il suo nome definitivo. Nel sec. xVI il voto di castità fu sostituito da quello della difesa della Immacolata Concezione. Soppresso con la occupazione francese, e restaurato in seguito, fu di nuovo soppresso dalla repubblica del 1872; ma risorse poi per volontà di Alfonso XII.

Bial.: M. Guillamay, De las Ordenes militares de Calatrava, Alcántara y Montesa, Madrid 1825.

Silverio Matte
ALCÁZAR, Baltasar del. - Poeta satirico, n. a Siviglia nel 1530, m. a Ronda nel 1606. Militò da giovane sulle galere del marchese di S. Cruz; lasciate le armi, ebbe cariche politiche e amministrative, ma la sua occupazione preferita fu quella delle lettere. Formatosi sui classici latini e italiani, fu dalla sua indole portato soprattutto ad una poesia di contenuto epigrammatico, di intonazione satirica e giocosa, tanto da potere essere definito il Marziale sivigliano; e Marziale fu effettivamente tra i suoi poeti più cari ed imitati, per quanto egli generalmente ne smorzi il tono e quasi lo imborghesisca.

Tra le sue più riuscite composizioni in questo genere si citano la Cena jocosa e il Modo de vivir en la vejez. Petrarchista, rappresentante, con altri letterati che facevano parte del cenacolo riunitosi intorno al conte don Alvaro Colón y Portugal e a sua moglie Eleonora di Milano, della scuola sivigliana italianeggiante, coltivò con felicità di ispirazione e di espressione, anche la poesia amorosa. Degne di particolare ricordo sono pure alcune commosse liriche religiose, come il sonetto a Gesù e la Glosa a un Crucifijo.

Bial.: Silsiloni: Le poesie sono state edite con prologo e a cura di F. Rodriguez Marín, Madrid 1912. - Studi: F. de P. Urefia, B. del A., in Don Labe de Sosa, II, Madrid 1914, pp. 2-7. Susauno M. Ruzgieri

ALCÁZAR, Ilario. - Missionario domenicano spagnolo, n. nel 1818 a Villatobas (Toledo), m. in Avila il 15 sett. 1870. Fattosi domenicano, fu inviato alle Filippine (1837), dove (1841) fu ordinato sacerdote. Passò poi (1842) nel Tonchino, e fu fatto vescovo coadiutore di mons. Hermosilla (1849), dopo la cui morte (1861) amministrò la missione domenicana spagnola. Tornò in Europa (1869) per il Concilio Vaticano. Pubblicò relazioni sulle missioni e persecuzioni tonchinesi, pastorali in lingua annamita e qualche operetta ascetica in lingua indigena.

Bial.: Anon., Los Dominicos en el Extremo Oriente, Barcelona 1916, pp. 312, 331; Streit, Bibl., XI, pp. 156-57.

ALCÁZAR, Luis de (Ludovicus ab [o de] Alcasar). Esegeta gesuita, n. a Siviglia il 6 apr. 1554, ivi m. il 14 luglio 1613. Insegnò filosofia e, per venti anni, Sacra Scrittura a Cordova e a Siviglia.

Si dedicò principalmente allo studio dell'Apocalisse, su cui lasciò (postumi) : i) Vestigatio orenni sensus in Apocalypsi, con l'appendice De sacris ponderibus et mensuris, a cura di Juan de Pineda (Anversa 1614 e 1619; Lione 1618). 2) In cas Fateris Test. partes quat respizit Apocalypsis il. 5, con l'opuscolo De malis medicis (ossia IJrutti della Me-
dia), a cura di Jorge Hemelman, con una notizia sull'autore (Lione 1631). Benché prolisse, queste opere sono erui dite e acute; A. per primo vi sviluppa la tesi che le vision giovannee, riguardanti il trionfo della Chiesa sulla Sinagoga e sul politeismo, non si estendono oltre la distruzione dell'Impero Romano: tesi intravista dal Salmerón e divulgata dal Bossuet. Nella Biblioteca dell'Università di Salamanca si conservano manoscritte altre opere di A.: Expositio libri Iob, con la data 1588, e dei commentari, come In Ioannem e In Proverbia Salomonis.

Bial.: Sommervogel, I, col. 145 sg.; Hurter, III, 3* ed., 1907, col. 483 sg.; E. B. Allo, St. Jean: L'Apocalypse, 3* ed., Parigi 1933, p. ccivi sg.; A. M. Vitti, Ulsimi studi sull'Apocalisse, in Biblica, 21 (1940), pp. 64-73.

Idino Cecchetti

ALCHERO di Chiaravalle (Alcherus; meno esatto Alcherio o Alchiero). - Monaco cistercense di Clairvaux, ove fu discepolo di s. Bernardo. Poco si conosce della sua vita: sembra sia morto verso il i 180 . Per soddisfare a un suo dubbio circa l'intima e misteriosa unione dell'anima con il corpo, Isacco di Stella (v.) gli diresse l'epistola o trattato De anima (PL 194, 1875-90). Pietro di Celle (v.) gli mandò il libro De conscientia (PL 202, 1083-98) in risposta al suo quesito "quid sit bona conscientia" (PL 202, 1089). Solo da questi scritti si possono ricavare elementi che definiscono la fisionomia spirituale di A.: studioso e amante della «fisica », cioè della medicina e delle scienze naturali (cf. PL 194, 1882) e pio e solerte compilatore (cf. PL 202, 1089). Per tali sue caratteristiche gli vengono attribuiti alcuni opuscoli, già passati sotto i nomi di s. Agostino, Ugo di S. Vittore ed altri.
I. Principalissimo tra tutti, il De Spiritu et Anima (PL 40, 779-832: in appendice alle opere di s. Agostino), trattato di psicologia, che compendia tutta la tradizione precedente, sulla scorta di Agostino, Gennadio, Cassiodoro, Beda, Alcuino, Boezio, Ugo di S. Vittore, Isacco di Stella ed altri. Composto verso il 1160 e diffusosi anonimo, passò ben presto sotto il nome di s. Agostino, divenendo cosi un secolo dopo - specialmente a proposito della semplicità dell'anima - un vero cavallo di battaglia nelle lotte teologiche tra i rappresentanti della corrente platonico-agostiniana e quelli della corrente aristotelica. I primi l'attribuivano a s. Agostino e ne difendevano l'autenticità, allegandolo come un'«auctoritas"; gli altri l'attribuivano invece ad un monaco cistercense, che per alcuni era un tale Guglielmo, "qui multa falsa dixit": cosí Alberto Magno (In I Sent., d. 8, a. 25, ad 1), che nella sua Sum. Theol. cita l'opuscolo una trentina di volte. Anche Tommaso d'Aquino lo cita spesso, nelle sue molteplici opere, per ragioni polemiche; ma, mentre nel commento alle Sentenze lo pone sotto il nome di Agostino, nella Sum. Theol. usa la formula anonima: "Sicut dicitur in libro de Spiritu et Anima»; notevole è quanto afferma in IV Sent.: "Ad primum dicendum, quod liber ille negatur a quibusdam esse Augustini: dicitur enim fuisse cuiusdam cistercensis qui eum ex dicita Augustini compilavit et quaedam de suo addidit" (d. 44, q. 3, a. 3, sol. II, ad 1). Perciò, se in qualche edizione delle opere di s. Tommaso, come in quella del Fretté (presso L. Vi vès di Parigi), il nome di A. è entrato nel testo, ciò non è conforme ai codici, che invece di Alcherus hanno Augustinus (cf. In IV Sent., d. 44, q. 1, a. 2, quaestiuncula 3, Sed contra, nella citata ed. di Fretté, XI, Parigi 1874, p. 300 ).

Quanto all'uso di questo scritto nelle questioni controverse, l'Angelico conclude: "Nec multum cumndum de his quae in eo dicuntur" (De Anima, a. 12, ad 1), poiché " liber ille auctoritatem non habet: unde quod ibi scriptum est, eadem facilitate contemnitur, qua dicitur" (Sum. Theol., I., q. 77, a. 8, ad 1).

Comunque, detto opuscolo fu caro a s. Bonaventura, che sotto il nome di s. Agostino lo cita una cinquantina di volte (cf. Opera omnia, X, Quaracchi 1902, p. 289, col. 3). Da questo stesso opuscolo (capp. 17, 49 e 50) sono stati estratti, verso la fine del sec. xil, i primi due pa-

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ragrafi della Meditazione VII nella serie delle Meditationes attribuite a s. Anselmo (PL 158, 709-820).
A. Wilmart, esaminando i molti manoscritti del De Spiritu et Anima (nelle sole biblioteche inglesi ne ha contati una sessantina), è del parere che l'opera sia stata concepita originariamente in tre libri: ciò spiegherebbe le principali differenze dei manoscritti. Il primo ad attribuire l'opuscolo ad A., è stato, nell'età moderna, il benedettino P. Coustant (Admonitio in libr. de Spir. et Anima: PL 40, 779 ).
II. De diligendo Deo, pubblicato anch'esso dal Coustant in appendice alle opere di s. Agostino (PL 40, 847-64): libro, a giudizio di Erasmo, "pio e non privo di erudizione». I pensieri di cui si compone sono tratti in gran parte da Ugo di S. Vittore, s. Bernardo e s. Anselmo. Vincenzo di Beauvais (Speculum nat., XXIII, 1) lo cita col nome di Pietro Comestor (v.); ma i Benedettini preferiscono considerarlo di A.
III. Gli stessi Benedettini (il Coustant e i Maurini, autori della Histoire Litt. de la France) attribuiscono ad A. anche altri opuscoli :

1. Il Manuale, che compare in appendice alle opere di Agostino (PL 40, 931-68), redatto con estratti di Agostino, Cipriano, Gregorio M., Ugo di S. Vittore, ecc.: opuscolo celebre nel medioevo, che il Wilmart - rilevando come da esso provenga la XIV delle Meditazioni attribuite a s. Anselmo - ritiene composto da un pio compilatore al principio del sec. xiri.
2. Il Soliloquiorum animae ad Deum liber unus, anch'esso in appendice alle opere di s. Agostino (PL 40, 863-98): dipendente dagli scritti agostiniani e da Ugo di S. Vittore; da non confondersi con i Soliloqui autentici di Agostino.
3. Il Liber Meditationum, parimenti in appendice a s. Agostino (PL 40, 901-42).

Queste tre opere hanno tuttora larga diffusione, sia in latino sia nelle lingue moderne, sotto il nome di s. Agostino.
4. Il libro I e il libro III del De Anima, edito in appendice alle opere di Ugo di S. Vittore (PL 177, 165): libri che corrispondono, il I alle Meditationes pittoricae de cognitione humanue conditionis (PL 184, 485-508), e il III al trattato De interiori domo, seu de conscientia aedificanda (PL 184, 507-52) : scritti, questi, pubblicati in appendice alle opere di s. Bernardo.

Tuttavia è da tener presente che a garantire tutte queste attribuzioni in favore di A., manca ancora - allo stato attuale delle nostre conoscenze circa la tradizione manoscritta di tali opuscoli - ogni argomento positivo.

Infine non sappiamo se A. soddisfece al desiderio di Isacco di Stella, che nella sua epistola De anima si pregava di scrivergli intorno alla "struttura del corpo umano"; si pensa che almeno l'opuscolo De Spiritu et Anima ne sia stata una conseguenza.

Bisc.: PP. Maurini, Histoire Littéraire de la France, XII, Parigi 1763, pp. 678-86 (art. riprodotto in PL 194, 1683-88); G. Thiers, L'authenticité du "De Spiritu et Anima" dans it Thomas et Albert le Grand, in Revue des Sciences Phil. et Théol., 10 (1921), pp. 373-77: M. D. Chenu, "Authentica" et "Magistralia": deux lieux thóologiques aux XII { }^{e}-X I I I^{e} siècles, in Divus Thomas, Piacenza, 28 (1925), pp. 171-73; F. Ueberweg, Grundriss der Geschichte der Philosophie. II, 11* ed., (B. Geyer), Berlino 1928, pp. 260-61 e 708; A. Wilmart, Les Méditations réunies sour le nom de st Anselme, in Auteurs Spirituels et Textes dévols du Moyen Age latin, Parigi 1932, pp. 173-201 (cf. Revue d'Axétique et de Mystique, 8 [1927] pp. 249-82); M. De Wulf, Histoire de la Philosophie Médiévale. I, 6* ed., Lovanio-Parigi 1934, pp. 225227; E. Gilson, La Philosophie au Moyen Age, 2* ed., Parigi 1944, pp. 302-303, 308, 473.

Igino Cecchetti
ALCHIMIA. - Il nome deriva dall'arabo al, articolo, e dal greco χημi̇ a o χημsis = fusione. Nel concetto popolare l'a. è la scienza e insieme l'arte di trasformare i metalli in oro e argento. In realtà è questo un concetto troppo parziale e unilaterale che non tiene in alcun conto la vasta e complessa costruzione creata dai veri alchimisti filosofi (p. es. Paracelso). Infatti la legge fondamentale dell'a. era che i minerali, i vegetali, gli animali, l'uomo, le entità astrali delle sfere celesti, ecc., sono mossi dal supremo Fat-
![img-30.jpeg](img-30.jpeg)
tore per mezzo di un unico permanente flusso vitale di varie gradazioni e secondo un'unica virtù informativa. Tale legge regola in identico modo il macrocosmo (mondo universo) ed il microcosmo (uomo) e non riguarda solo la materia con cui queste due entità sono costituite, ossia il loro stato chimico, ma anche tutto il complesso dei fenomeni vitali interdipendenti e cioè le relazioni cosmiche (astrologia), le malattie o squilibri, i reciproci influssi, ecc.

Per quanto concerne la chimica, le basi dell a. erano, nel medioevo, ridotte alle seguenti leggi: 1) Tutte le specie sono invariabili e non possono essere trasformate le une nelle altre. 2) I metalli appartengono ad un'unica specie e possono trasformarsi (ridursi per depurazione) dallo stato vile all'oro, ossia alla purezza assoluta.

Nel campo chimico-farmaceutico e iatrochimico, l'a. ammetteva che la malattia fosse dovuta ad uno squilibrio di fluidi creato nel campo umano o per azione dei cibi o dei veleni, o, più spesso, per influenze cosmiche, ossia per ripercussione di fatti, meteorologici od astronomici, sul microcosmo. Ogni organo del corpo umano aveva perciò una relazione con gli astri, ed ogni metallo pure da uno di questi dipendeva. La terapeutica doveva, quindi, servendosi dei metalli, o meglio dei loro sali, ripristinare nell'umano organismo l'equilibrio turbato.

Base dell'a. fu la sperimentazione continua, ma limitata solo a trattamenti termici della materia. Per mezzo di questo metodo sperimentale, si ebbero le principali sco-

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perte chimiche, nonché la formazione di un'a. tecnica, che ebbe per esponente in Italia Vannoccio Biringuccio. Questi, benché seguace del metodo di ricerca alchimistica, negò la seconda delle suesposte legg!. Molti alchimisti dalle ricerche di magia naturale vellaro, a scopo di lucro, o per deviazione religiosa, passare nel campo della magia nera, ossia diabolica, incorrendo nelle più gravi sanzioni; altri ricorsero alle truffe più delittuose, incappando pure nella giustizia.

Il mezzo per ottenere la trasformazione dei vari metalli in oro era rappresentato da una sostanza ipotetica, detta pietra filosofale, dalla quale derivava la polvere di proiezione, che, gettata sul composto metallico da depurare, operava la trasformazione. Nel campo umano, a questa pietra corrispondeva l'elisir di lunga vita, altra ipotetica sostanca che, come farmaco, doveva riprodurre l'equilibrio fisiologico permettendo di arrivare ai più estremi limiti della vita naturale, eliminando le malattie come cause di morte.

Dal punto di vista della religione, l'a. non fu condannata, se veniva esercitata con intendimenti onesti e consoni alla morale. A tali condizioni, il Cancilio di Trento dichiarò essere lecita quest'arte allorché non intervenisse alcuna frode. Una tradizione medievale faceva s. Domenico detentore di un segreto per la trasmutazione. Questo segreto sarebbe stato trasmesso a s. Alberto Magno, per tramite di eredi spirituali del santo fondatore, e da s. Alberto sarebbe passato a s. Tommaso d'Aquino. Tutto ciò (che si è dimostrato privo di qualsiasi fondamento) fu detto per dare valore alla supposta attribuzione a s. Tommaso di due trattatelli: uno sulla pietra filosofale e uno sull'arte dell'a. Questi due libretti, il secondo dei quali è dedicato a un tal frate Reginaldo, sembrerebbero opera di un altro domenicano, amico di s. Tommaso; il quale, peraltro, del canto suo (In II Sent., d. 7, III, sol. VI), pur mostrandosi a perfetta conoscenza della operazioni alchimistiche, si rivela assai spesso scettico riguardo a questa scienza, dubitando della possibilità di poter trasformare i metalli.

Tra gli alchimisti ufficialmente riconosciuti è anche Raimondo Lullo. E scritto sulla guardia di un codice del sec. xiv (scrittura italiana proveniente dalla Spagna) : "Raimondo finì questa lettura nella città di Genova l'anno del Signore 1303 il giorno primo di febbraio in
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Alchimia - Strumenti ad uso degli alchimisti nel sec. xvir.
onore di Gesù Cristo. Commentò a voce questa ed altre sue opere { }^{n}.
L'a. poteva divenire arte peccaminosa per i mezzi usati e per gli scopi prefissi di frode. Uno degli esempi più celebri fu il maresciallo di Francia, Gilles de Laval, che la favola ha trasformato nel famigerato Barbablù.

Per quanto concerne la trasmutazione dei metalli, oggi il sogno degli alchimisti si può dire attuato nelle trasmutazioni artificiali degli elementi (v. nucLeo), ma, naturalmente, su basi affatto diverse.

Bibl.: L. Figuier, L'Alchimie et les alchimistes, Parigi 1833; Th. Gerding, Geschichte der Chemie, Lipsia 1869; M. Berthelot, La Chimie des anciens et du Moyen age, Parigi 1889; R. Caverni, Storia del metodo sperimentale in Italia, Firenze 1893; A. Lademberg, History of Chemistry, Edimburgo 1900; A. Miell, Pagine di storia della chimica, Roma 1922; A. Benedicenti, Malati, medici, farmacisti, Milano 1924-25; P. Carbonelli, Le fonti storiche della Chimica e della A. in Italia, Roma 1926; M. Poso, A. ed alchimisti, Roma 1930; G. C. Facca, A. ed alchimisti, Roma 1930; L. Ruetter de Rosemont, Histoire de la Pharmacie à travers les âges, Parigi 1931; G. Provenzal, Prospetto di un compendio di Storia della Chimica, Roma 1932; G. Conci, Storia della farmacia, Milano 1934; G. Testi, Storia della Chimica, Roma 1940.

Adalberto Parzini
ALCHINDI : v. KINDÎ-AL.
ALCIATI, Andrea. - Giurista e umanista, n. ad Alzate presso Como l'8 maggio 1492, m. a Pavia il 12 genn. 1550. Addottoratosi a Bologna nel 1514, esercitò l'avvocatura a Milano per circa quattro anni; poi insegnò diritto ad Avignone, a Bourges, a Pavia, a Bologna e a Ferrara. Molto onorato dal re Francesco I, che lo chiamò in Francia e si compiacque di assistere alle sue lezioni, fu da Paolo III nominato protonotario apostolico.

L'A. è celebrato come instauratore di un nuovo metodo nello studio del diritto, che egli volle armoniosamente collegare col movimento umanistico del suo tempo.

Le sue opere giuridiche, riunite in quattro voll. e pubblicate a Basilea nel 1582, comprendono monografie di diritto canonico, commentari al Digesto e orazioni accademiche. L'A. ci lasciò inoltre alcuni scritti letterari e storici, tra cui, famosi, gli Emblemata (raccolta di allegorie

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morali). Del suo epistolario è in preparazione un'edizione critica. Una sua Contra vitam monasticam ad collegam olim suum, qui transierat ad Franciscanos, Bernardum Mattium Epistola, nella quale, per distogliere l'amico dal farsi frate, descrive troppo al vivo gli abusi e i disordini della vita claustrale, fu messa all'Indice il 23 marzo 1700 . Egli però non la volle destinata al pubblico; fu edita invece, con altri scritti non suoi, da Antonio Mattio (Leida 1695).

BibL.: V. Moeller, Andreas Alciat, Breslavia 1907; F. Borlandi, La riforma luterana nell'Università di Pavia, in Studium, 24 (1928), pp. 24-27; P. E. Viard, André Alciat, Parigi 1946; G. Barni, La biblioteca di Andrea Alciato attraverso il suo epistolario, in Scritti in onore di C. Ferrini, I, Milano 1947, p. 56 seg.

ALCIATI, Francesco. - Cardinale, n. a Milano nel 1522, m. a Roma nel 1580 . Nipote ed erede del famoso giureconsulto Andrea, discepolo e poi successore di quello nell'Università di Pavia. Ivi ebbe tra i suoi scolari s. Carlo Borromeo, e questo incontro provocò la sua andata a Roma, dove lo zio del santo, divenuto pontefice col nome di Pio IV, lo fece datario della cancelleria apostolica nel 1561 , vescovo di Civita e poi supplente del camerlengo di Santa Romana Chiesa nel 1564. L'anno dopo, lo creò cardinale. Versatissimo negli studi giuridici, fu lodato dai contemporanei anche come letterato. Il Vettori e il Mureto lo ricordano come uno dei maggiori ornamenti del secolo. Ha lasciato varie opere manoscritte.

BibL. Ciscumus-Oldoinus, Vitae et res gestae pontificum romanorum et S. R. E. cardinalium, III. Roma 1667, pp. 972 973; Mazzuchelli, I, pp. 372-73.

ALCIATI, Terenzio. - Teologo e storico, n. a Roma il 15 nov. 1570, m. ivi il 12 nov. 1651. Gesuita dal 1591. Per consiglio di Urbano VIII incominciò una storia del Concilio di Trento, da opporre a quella del Sarpi, raccogliendo dagli archivi un prezioso materiale che poi servì al Pallavicini. Fu membro della commissione per la riforma del Breviario romano. Fu anche uno dei revisori, deputato dal Generale, a riferire sulla dottrina del Lessio intorno alla causa formale della giustificazione.

BibL.: P. S. Pallavicini, Istoria del Conc. di Trento, I. Roma 1656, pp. 14-15; Sommervogel, I, coll. 147-48; E.-M. Rivière, s. v. in DIIG, II, coll. 23-24.

Luigi Giambene
ALCIATI della MOTTA, Gian Paolo. - Soginiano milanese, secondo alcuni, piemontese di Savigliano secondo altri, n. ca. il 1510 , m. a Danzica nel 1580. Da principio si dedicò alla vita militare, ma dopo si associò alla conventicola antitrinitaria di Vicenza, rifugiandosi poi a Ginevra, quando essa, nel 1546, fu disciolta dal governo di Venezia. Recatosi nei Grigioni, prese parte alle lotte che ivi sorsero tra antitrinitari e zuingliani. Ritornato a Ginevra verso il 1554 ricusò di sottoscrivere alla confessione di fede, presentatagli da Calvino, e dovette fuggire.

Calvino, che non risparmiava epiteti ai suoi avversari, lo chiamò «ingegno non solo stolido, ma frenetico fino alla rabbia». Beza le accusò di essersi fatto musulmano, ma era un'illazione arbitraria tratta da una lettera che l'A. aveva scritto a Gregorio Paulo e nella quale aveva affermato che, a suo parere, la dottrina dei musulmani era più consentanea alla ragione che quella dei cristiani, i quali riconoscevano tre Persone in una sola natura. Dal 1562 fino al 1574, anno nel quale dovette ritirarsi a Danzica, propagò le sue dottrine antitrinitarie nella Polonia, con escursioni nella Moravia e nella Transilvania, insegnando sopra