volume-01

Back to Volumes
 tra quelle di Casale, Vigevano, Torino, Acqui e Asti, fu creata come suffraganea di Milano verso il 1175 . Ne è protettore principale s. Baudolino, eremita vissuto a Villa del Foro. Il suo corpo venne trasportato ad A. quando gli abitanti di Villa del Foro vi si trapiantarono per dar principio alla nuova città, ove fu eretta in suo onore una chiesa. La primitiva diocesi sarebbe stata formata da Rovereto o Roboreto, castello che costituil il nucleo della nuova città e da altre sette terre che ne aiutarono la fondazione. Il primo vescovo Arduino non fu consacrato. Nel 1180 Alessandro III stabili che avesse il governo della diocesi il vescovo di Acqui che avrebbe dovuto chiamarsi alessandrino. L'unione non ebbe luogo perché dolorosa agli Acquesi. Rimessa in vigore nel 1206, di nome ma non di fatto, fu nel 1240 sciolta da Gregorio IX che restituì ad A. la sua autonomia. Non vi fu però vescovo ed il governo episcopale fu tenuto per qualche tempo dall'arcidiacono come rappresentante del capitolo. Nel 1405 la diocesi fu riordinata da Innocenzo VII. Con l'annessione del Piemonte alla Francia, Pio VII confermò, con breve del 1805, il decreto imperiale di soppressione della diocesi, che venne incorporata a Casale. Fu ristabilita nel 1817 e dichiarata suffraganea di Vercelli.

La cattedrale, dedicata a s. Pietro, costruita nel 1178, riedificata verso la fine del sec. xiri, fu demolita nel 1803 dalle autorità francesi che occuparono A. La nuova fu costruita tra il 1808 e il 1810 . L'antica chiesa di S. Maria Castello, del sec. xir, è stata conservata nelle linee fondamentali, recentemente messe in luce da restauri, e presenta un interessante e pittoresco lato absidale.

Tra i numerosi monasteri della diocesi sono le abbazie benedettine di S. Michele e S. Giustina e S. Maria di Castello. A Bosco Marengo, nelle vicinanze di A., nacque s. Pio V (Michele Ghislieri).

Patrona della città è la Madonna delle Salve. Fino alla fine del ' 700 si svolgeva in A. una solenne cerimonia religiosa del venerdí santo detta "il mortorio di Cristo».

La diocesi ha una superfice di 754 mathrm{kmq}., con 138.000 alt., di cui 137.750 cattolici; comprende 26 comuni della provincia di A., 198 chiese, 66 parrocchie, 135 sacerdoti diocesani.

Bibl.: Rimandiamo all'opera fondamentale di A. Manno, Bibliografin storica degli Stati della monarchia di Savoia, II, Torino 1891, pp. 118-74; citiamo solo: Uphelli, IV, pp. 312-26; G. Casalis, Diz. stor., stat., comm., degli Stati di S. M. il Re di Sardegna, I, Torino 1833, p. 182 sE.; P. B. Gams, Series episcoporum ecclesiae catholicae, Regensburg 1873, p. 811 ; F. Gasparolo, Dissertazioni storico-critiche sopra A., Alessandria 1887; F. Savio, Gli antichi vescovi d'Italia. Il Piemonte dalle accevi al 1500 , Torino 1898, pp. 2, 22, 66-68, 590; Eubel, I, p. 82; II, p. 96; III, p. 115; J. Fraikin, s. v. in DHG, II, coll. 369-74. Cfr. inoltre la Rivista di Storia, arte, archeologia della provincia di Alessandro, ivi pubblicata fino dal 1892 dalla Sezione di Alessandria della R. Deputazione subalpina di Storia Patria.

Noemi Crostaceos Scipioni
ALESSANDRIA D'EGITTO. - Città d'Egitto, fondata da Alessandro Magno nel 332 a. C. a 14 km . ad ovest del braccio del Nilo chiamato Canopo sulla riva del Mediterraneo dirimpetto all'isola Faro (la quale offriva la possibilità per due eccellenti porti).

Sommario: i. A. nella S. Scrittura. - 2. La scuola di A. 3. Storia del patriarcato di A. - 4. I Concili di A. - s. Il rito alessandrino. - 6. La diocesi armena di A. - 7. A. dei Copti. - 8. Archeologia.
i. A. nella S. Scrittura. - Situata al punto d'incrocio dell'Europa con l'Africa e l'Asia, A. diventò sotto il governo lungimirante dei primi Lagidi una delle maggiori metropoli del mondo antico. Fu nel campo dello spirito l'erede di Atene, in quello commerciale l'erede di Tiro, Sidone, e Cartagine. Di quest'ultimo fatto ci è rimasto nel Nuovo Testamento una piccola traccia là dove si legge che s. Paolo viaggiava su una nave alessandrina, quando naufragò nei pressi di Malta (Act. 27, 6 sgg.); fu anche una nave alessandrina che lo portò da Malta a Pozzuoli (Act. 28, 11-13).

Il nome stesso di A. non ricorre mai nel testo originale della Bibbia. Le cinque menzioni di A. nella Volgata (Ier. 46, 25; Ex. 30, 14-16; Nah. 3, 8) sono dovute a un malinteso di s. Girolamo che, credendo la città fondata sul sito dell'antica No (Tebe), sostituì il nome No del testo ebraico col nome di A. (v. aMmone). Ma il sostantivo "alessandrino" ( α λ ε ξ α ν δ ρ ε hat{jmath} ς ) si trova due volte negli Act.: 6,9 (gli Alessandrini formavano un gruppo distinto nella sinagoga dei Giudei ellenisti a Gerusalemme) e 18, 24; Apollo (v.) era giudeo, alessandrino di nascita (' λ λ ε ξ α ν δ ρ ε hat{jmath} ς γ hat{jmath} үéves). Questa fugace menzione ci indica in che consiste la vera importanza di A. per la Bibbia.

Era la città dove, come in nessun altro luogo, un gruppo foltissimo di Giudei, nelle migliori condizioni economiche e politiche, viveva in continuo stretto contatto col nuovo centro del mondo ellenico, dove intorno alla gigantesca biblioteca del Museo fin dal 1 II a. C. ferveva un intenso lavoro in ogni campo dello scibile. In A. fin dalla sua fondazione il numero dei Giudei era assai rilevante e crebbe al punto che dei cinque quartieri due erano considerati e chiamati giudaici. Favoriti prima dai Tolomei e dopo l'occupazione romana anche dagli imperatori, i Giudei vivevano come comunità politica indipendente ed autonoma nei loro affari interni, fedeli alla legge e alle tradizioni dei padri. Ciò nonostante il continuo contatto con la popolazione ellenistica dominante era tale da far dimenticare alla massa dei Giudei fin dal primo secolo della loro dimora in A. la loro lingua sacra e quella parlata (l'aramaico). Il greco diventò la lingua della vita quotidiana in uso anche nella sinagoga e ne risultò la necessità di tradurre la Bibbia in greco.

Questa versione detta dei Settanta (v.) porta l'impronta inconfondibile di una mentalità fortemente influenzata dall'ambiente filosofico greco. Gli interpretì mostrano la tendenza di togliere, e almeno mitigare, non pochi antropomorfismi del testo originale, che urtavano la sensibilità

## Page 467

di spiriti formati nella scuola di Pitagora, Anassagora, Platone o anche nella stoa. L'influsso greco sul giudaismo alessandrino penetra anche nell'orbita della stessa parola di Dio. Nel II Mach. la parola di Dio si veste di tutti gli artifici retorici della storiografia contemporanea. Il II Mach. è l'unica opera, conservataci per intero, della storiografia ellenistico-giudaica prima di Cristo. Di altri autori conosciamo soltanto i nomi e qualche frammento più o meno esteso. I più importanti sono il secco e digiuno Demetrio (ca. 210 a. C.), il favoloso Eupolemo (ca. 155), il fantastico Artabono (ca. 100). Più che altrove, nell'àmbito della Bibbia si manifesta l'influsso dell'ambiente alessandrino nel libro della Sapienza (v.). Per quanto l'autore rimanga fedele alle credenze del suo popolo, la sorprendente forza, che non si riscontra nel Vecchio Testamento, con cui nella prima parte del suo libro mette in rilievo la vita di oltretomba sarà dovuta anche all'ambiente elleniz-200 ed ellenico per cui scrive. Nella seconda parte del libro (capp. 6-9) l'erudizione greca dell'autore è specialmente manifesta. Nel cap. 7, 17-20 l'autore si mostra aperto a tutte le scienze, che con tanto fervore venivano coltivate nella metropoli dell' ellenismo. La Sapienza divina (7,22-mathrm{R}, mathrm{I}) è descritta con i termini usati dai Greci per il "Noûs" di Anassagora, il "Lógos" degli stoici, "l'anima del mondo" dei platonici, con l'evidente intenzione di far capire con questo "parallelismo polemico" che la Sapienza di Dio è il vero Noûs, il vero Lógos, la vera anima del mondo. Nel contempo la terminologia della filosofia popolare permetteva di prendere quei termini in un senso più largo rendendo possibile di prescindere dagli errori, originariamente associati ad essi : dualismo platonico e materialismo stoico. Nella terza parte (capp. 10-19), che mostra l'opera della Sapienza divina nella storia d'Israele, abbiamo due significative digressioni. La prima parla di Dio misericordioso anche nel punire gli avversari del suo popolo e ciò perché anche essi sono "uomini", segno che nel giudeo alessandrino l'idea del Creatore di tutto il genere umano cerca di superare la barriera dal particolarismo nazionale e di incontrarsi con l'idea ellenistico-stoica dell'unità di tutti gli uomini. La seconda digressione è diretta contro l'idolatria e costituisce un altro documento per la mentalità nuova cresciuta nel clima intellettuale e culturale di A. Nella polemica contro gli dèi dei filosofi l'autore indaga le ragioni degli errori, riconosce il senso estetico dei Greci, la loro buona volontà, la loro ricerca della verità.

Però la Bibbia non soltanto subì influssi dell'ambiente alessadrino, ma a sua volta influì su di esso e sul mondo ellenistico. Numerosi erano i pagani che conformavano la loro vita ai costumi dei Giudei, e la festa commemorativa per la versione greca dei Settanta fu celebrata anche dai pagani. Come dunque la versione alessandrina gettando nuovo fermento nell'ambiente idolatrico preparava la via per il Vangelo di Cristo ai pagani, così spianò la strada a Cristo anche nei cuori degli stessi Giudei a tal punto, che nei secoli posteriori la versione della Bibbia fu considerata nel giudaismo un disastro degno di essere commemorato con un giorno di lutto nazionale.

Gran parte in questa "preparazione evangelica" ebbe l'interpretazione allegorica della Bibbia, un frutto non nuovo, ma tipico della stretta convivenza tra Giudei e Greci in A. Dalla sicurezza di avere nella Legge di Mosè l'unica fonte di ogni verità religiosa ed etica e dalla sorpresa di trovare nella filosofia greca concetti di alta spiritualità e di una morale molto elevata, nacque il desiderio di mostrare che tutte le apparenti rozzezze nella Bibbia erano pregne di verità spirituali, e che tutto il bene della filosofia greca si trovava anche nella Legge di Mosè, anzi, considerata l'antichità di questa legge, che essa era la fonte, a cui attinsero gli antichi sacerdoti e filosofi, specialmente Platone, il grande viaggiatore. Il mezzo infallibile per dimostrare l'identità tra la filosofia greca e la Legge di Mosè era appunto l'interpretazione allegorica. Con questo metodo anche i Greci salvavano la loro "Bibbia", Omero, modernizzandolo e trovando in esso allegoricamente nascoste le più profonde idee della filosofia. Padre dell'interpreta-
zione allegorica della Bibbia in A. è considerato Aristobulo (v.) verso il rбо a. C. Ma chi in questo campo compendiò e superò di gran lunga tutti i suoi antecessori fu Filone (v.) di A., il contemporaneo di Gesù. La quasi integrale conservazione della sua voluminosa opera testimonia ancor oggi dell'alta stima, di cui questo celeberrimo tra i giudei alessandrini godeva presso i cristiani dei primi secoli e specialmente in quella prima scuola catechetica (Panteno, Clemente, Origene) che diventò l'immediata erede della scuola giudaica alessandrina e del suo metodo d'interpretazione allegorica della S. Scrittura.

Bibl.: P. Wendland, Hellenistisch-römische Kultur in ihren Beziehungen zu Judentum und Christentum, 2a ed., Tubinga 1912: J. Felten, Storia dei tempi del Nuovo Testamento (trad. it. di L. E. Bongioanni), III-IV, Torino 1914; L. Fuchs, Die Juden Argyptens in ptolendischer und römischer Zeit, Vienna 1024; W. Bousset-H. Gressmann, Relation des Judentums in zöbhollenistischer Zeit, ³² ed., Tubinga 1926; R. Tramontano, La lettera di Aristea a Filocrate, Napoli 1931. Max Zervick
2. La scuola di A. - In una città come A., ricca di tanti istituti scientifici e scuole filosofiche, è ovvio che si sentisse anche il bisogno di istituire una scuola superiore di religione, la quale più che alla esposizione catechistica mirasse all'approfondimento scientifico e alla difesa e illustrazione di essa. Secondo Filippo di Side, Atenagora ne sarebbe stato il primo maestro, ma l'opinione comune ne attribuisce la fondazione a s. Panteno (v.), l'ape sicula, intorno al 180 . Gli successero Clemente Alessandrino (v.), il filosofo della vita pratica, più che speculativa (dal 200 al 202 ca.), poi Origene dal 203 al 231 , erudite profondo e ardito filosofo, fecondissimo scrittore e facondo parlatore, l'astro maggiore della scuola. Destituito per le sue audaci concezioni poco ortodosse, gli succedono Eracla e Dionigi (v.), suoi discepoli, e altri tra cui Pierio, Achilla, Pietro il martire (v.) e specialmente Didimo il Cieco (v.) che per oltre 50 anni attirò un numero straordinario di discepoli (tra cui Rufino, Girolamo, Palladio) ammirati della sua dottrina e pietà. Dopo di lui tenne ancora per qualche anno la scuola Rodone (v.) che al tempo di Teodosio la trasportò a Side in Panfilia.

Poco sappiamo dell'organizzazione della scuola. Vi fu per lo più un solo maestro, e non sembra avesse un locale fisso. La scuola era pubblica, libero l'uditorio e di ogni età e condizione; cosi difficilmente vi poté essere un programma determinato, tanto meno un metodo di insegnamento. Si trattava in sostanza di conferenze di soggetto religioso e apologetico. Sebbene la scuola fosse sotto la sorveglianza del vescovo e da lui fossero nominati gli insegnanti, tuttavia pare che vi fosse anche una larga libertà di idee. I due più celebri maestri Origene e Didimo, erano dei laici. Dietro l'influsso dell'ambiente anche giudaico (si pensi a Filone) e dei due grandi primi maestri Clemente ed Origene, l'indirizzo della scuola fu doppio : filosofico e scritturistico. In filosofia si cercò di penetrare al possibile il cristianesimo dell'eclettismo allora dominante a sfondo neoplatetico, per renderlo più moderno e accetto alle menti colte pagane; quanto alla Bibbia si tenne fermo sempre alla sua totale ispirazione divina e inerranza e quindi per farla accettare come tale anche dai dotti pagani si praticò su vasta scala l'interpretazione allegorica, nello stesso modo che filosofi e conferenzieri pagani facevano allora della mitologia e dei libri omerici, nonostante che lo stesso Origene inaugurasse gli studi biblici sopra una larghissima base di critica testuale, esempio che del resto non ebbe seguito.

Gravì conseguenze di questa contaminazione filosofica e dello sbrigliato allegorismo si manifestarono sia negli errori cosiddetti origeniani sia nella tendenza mi-

## Page 468

stica a rinnegare il fatto dell'umana natura del Redentore. Tuttavia dei grandi spiriti cresciuti a questa scuola (come Atanasio, Didimo e Cirillo) seppero raffrenare queste tendenze entro limiti compatibili col dogma. Anzi per mezzo della filiale di Cesarea fondata da Origene, si possono in parte considerare frutto della scuola alessandrina anche i grandi Cappadoci. Per essa ed in essa si fecero i primi tentativi di una sintesi teologica, e specialmente si abbozzò una dimostrazione del consenso della ragione con la fede al di là degli atretti limiti dentro cui si erano tenuti gli apologisti propriamente detti.

BibL.: H. E. F. Guerike, De schola quae Alexandriae floruit catechetica, Halle (825; F. Lehmann, Die Katechetenschule zu Alexandria, Lipsia (896; A. de la Barre, s. v. in DThC, 1, coll. 805-24; G. Bardy, Pour l'bistoire de l'ćcole d'A., in Vivre et penser, 50 (1942), p. 80 sg.; id., Aux origines de l'ćcole d'A., in Rech. de science relig., 27 (1937), p. 65 sg.; J. Cuillet, Les codynes d'A. et d'Antioche, confit au malentendu?, in Rech. de science relig., 34 (1947), p. 257 sg. Bibliografia recente in B. Altaner, Patrologia, Torino 1944, p. 123, n. I; e U. MannucciA. Casamassa, Istituzioni di patrologia, I, Roma 1947, p. 183. Antonio Perrua
3. Storia del patriarcato di A. - Si tratta qui del patriarcato greco che venne, dopo il Concilio di Calcedonia (451), designato col nome di melkita (imperiale) in opposizione ai copti monofisiti i quali non aderirono all'imperatore bizantino fautore di quel Concilio; oggi però il vocabolo melkita viene usato per i cattolici di rito bizantino o greco e di lingua araba ovunque si trovino.
I. Dall'introduzione del cristianesimo al Concilio di Nicea (325). Secondo le buone testimonianze di Eusebio, Epifanio, s. Girolamo, la Chiesa di A. fu fondata da s. Marco discepolo di s. Pietro; Eusebio racconta che sotto l'imperatore Settimio Severo (193-211) vi furono numerosi martiri ad A. e nella Tebaide, cioè nell'Egitto meridionale. Comunità cristiane esistevano prima del Concilio di Nicea in so nòmi (circoscrizioni) d'Egitto compresa la Cirenaica, e sono elencate più di 40 sedi episcopali. Nel Sinodo di A. del 320 (o 321 ) furono presenti circa cento vescovi. Anche nei villaggi il cristianesimo era penetrato, come sappiamo dalle scoperte della papirologia e dai documenti martirologici posteriori. L'Egitto deve annoverarsi fra quei paesi dell'impero nei quali il cristianesimo era professato da una gran parte della popolazione. La Cirenaica, la Pentapoli all'ovest dell'Egitto, aveva dato alla Chiesa alcuni dei suoi primi fedeli (Simone; Lucio; i convertiti della Pentecoste) come ci vien riferito nei Vangeli e negli Atti degli Apostoli. Nella seconda metà del sec. in in ciascuna delle cinque città Cirene, Tolemaide, Berenice, Arsinoe, Sozusa era un vescovo dipendente dal vescovo di A. Sotto l'imperatore Filippino I (244-49) morì ad A. la vergine e martire Apollonia. Se la persecuzione di Decio nel 250 , come è certo, ha da registrare apostati in Egitto, vi furono però anche martiri, non pochi fra i quali soldati, e altri di diverse età e condizioni sociali. Altri eroi cristiani sono noti dai tempi delle persecuzioni di Valeriano nel 257, di Diocleziano nel 304, e di Massimino Daia (310-12). Accanto ai martiri la Chiesa di A. ha la gloria di aver promosso il monachismo (v.) i cui rappresentanti principali sono i ss. Paolo, Pacomio, Antonio (m. 365). La vitalità della Chiesa di A. si mostra anche nel fatto che essa ha potuto superare crisi eretiche (gnosticismo, sabellianismo, arianesimo) e lo scisma meleziano (Melezio di Licopoli); alla vittoria su questi errori contribuirono i Sinodi di A., la scuola catechetica e soprattutto eccellenti vescovi come Dionigi d'A., il Grande (264-65), Pietro martire
(300-311), s. Alessandro (312-28) e più tardi s. Atanasio.
II. Da s. Atanasio (328-73) fino alla morte di s. Cirillo d'A. (444). La figura grandiosa di s. Atanasio, il più celebre dei vescovi alessandrini, è da annoverarsi fra le personalità più eminenti dell'antichità cristiana; egli è l'intrepido difensore della fede nicena e della libertà ecclesiastica contro la potenza imperiale fautrice dell'arianesimo. Egli rifiutò di riammettere Ario nella Chiesa; per questa fermezza deposto dal Sinodo di Tiro (335) ed esil'ato, cominciò la sua vita travagliatissima e dovette per ben cinque volte star lontano dal suo gregge (v. atanasio). Scrittori egiziani del sec. iv e v (fino al Concilio di Calcedonia), sono, oltre il grande Atanasio, Serapione (dopo il 362), rettore di un monastero e poi vescovo di Thmula nel basso Egitto, Didimo Cieco laico e privo della vista dall'età di quattro anni, maestro di s. Girolamo e Rufino, Sinesio di Cirene ( 370 o 375 - 413 o 414) vescovo di Tolemaide (ca. l'anno 410), Nonno di Panopoli nella Tebaide, Ammonio di A., e soprattutto s. Cirillo nipote del patriarca Teofilo avversario di s. Giovanni Crisostomo. Anche s. Cirillo (v.) è una grandiosa figura della storia ecclesiastica come s. Atanasio; l'attività di lui sorpassò i limiti del suo patriarcato (412-44) soprattutto per la sua lotta contro l'eresia di Nestorio.

Riguardo alla situazione ecclesiastica del patriarcato di A. è da notarsi che nel Concilio di Nicea i privilegi di A. sono confermati nel can. 6, cioè l'autorità del vescovo di A. sull'Egitto, sulla Libia e sulla Pentapoli, messa pure in evidenza, senza però negare il primato del vescovo di Roma, nel can. 2 del Concilio di Costantinopoli. Nondimeno la rivalità fra A. e Costantinopoli perdurò anche dopo questo concilio; A. rimase ancora grande come centro della cultura; i vescovi di Egitto potevano intervenire negli affari municipali (nomina dei funzionari, revisione delle finanze, manutenzione degli edilizi municipali, ecc.). Circostanze eccezionali favorivano l'influenza dei patriarchi, ad es., di s. Cirillo, nelle cose civili e politiche. Il titolo onorifico di papa che rimase ai patriarchi diA., rimonta già al sec. III; il titolo di patriarca è attestato alla fine del sec. IV; il titolo di giudice dell'universo appare per la prima volta nel sec. vi; le affermazioni di alcuni autori recenti che lo fanno rimontare al sec. v o anche al sec. xi non reggono alla critica; il titolo di arcivescovo è usato nel sec. iv da s. Atanasio.
III. Dal patriarca Dioscovo fino alla conquista araba (638). Il patriarca Dioscoro (444-51) che parteggiava per Eutiche (Sinodo di Efeso, 449, sotto la presidenza di lui) e che fu deposto dal Concilio di Calcedonia (451), fu relegato dall'imperatore Marciano a Gangre (Paflagonia) dove morì nel 454. Ma molti Egiziani non volendo riconoscere il "tomo" dogmatico del papa Leone I e le decisioni del Concilio di Calcedonia, appoggiate dall'imperatore bizantino, si separarono dalla Chiesa cattolica per ostinazione, per ragioni politiche e anche per la persuasione di salvare così la fedeltà alla dottrina di s. Cirillo, e formarono una nuova Chiesa detta copta mentre essi per disprezzo chiamavano i cattolici "melkiti". Il primo patriarca copto e monofisita fu Timotxo Eluro, il secondo Pietro Mongo (v. COPTI). Il patriarcato greco rimase fedele al Concilio di Calcedonia. La sua storia tuttavia, dal 452 fino ad oggi, è assai povera perché il monofisismo aveva inferto una gravissima ferita alla Chiesa cattolica e il numero dei fedeli era assai limitato. Dei patriarchi melkiti avanti l'invasione araba meritano una menzione particolare i tre santi: Proterio (452-57), Eulogio (580-607), Giovanni III

## Page 469

![img-7.jpeg](img-7.jpeg)
l'Elemosiniere (609-619). Proterio mandò la sua professione di fede al papa Leone Magno e ricevette conforto da lui; tenne un sinodo ad A. dove condannò il capo del partito monofisita allora semplice sacerdote, Timoteo (il futuro patriarca), che dopo la morte dell'imperatore Marciano (457) prese l'occasione opportuna per farsi consacrare vescovo da due vescovi eretici. Alcuni giorni dopo questa consacrazione Proterio, assalito da una folla ostile, fu massacrato. Eulogio, siro di nascita, ordinato prete ad Antiochia, aveva conosciuto a Costantinopoli Gregorio Magno, allora apocrisario, e stretto amicizia con lui. Avendo ricevuto, come già un suo predecessore, Apollinare ( 551 570), tali poteri che lo innalzavano al grado di viceré fece espellere dall'Egitto il patriarca copto Damiano: preferi però combattere i monofisiti con i suoi scritti nei quali difendeva il "tomo" di Leone Magno. A lui si deve la conversione di qualche monofisita e la fondazione di nuove chiese cattoliche. Benché nell'Alto Egitto la sua influenza fosse rimasta nulla, poté esercitare il suo influsso salutare nella città di A. dove dominavano i Greci, funzionari e notabili. Tenne un sinodo ad A. nel 589 contro gli eretici samaritani; nei suoi scritti difese la dottrina cattolica anche contro i novaziani e altri. Con Gregorio Magno tenne frequente corrispondenza, come ci dimostra il registro delle lettere di quel pontefice. Mentre il suo successore immediato, Teodoro, fu assassinato in occasione della rivoluzione contro l'imperatore Eraclio, s. Giovanni l'Elemosiniere che gli succedette, poté esercitare grande carità durante una grave carestia.

Leonzio di Neapolis di Cipro, suo amico e compatriota (Giovanni era nato in Cipro), scrisse una biografia di lui assai apprezzata. Quando i Persiani invasero A., il patriarca, che non ne ricavò i vantaggi concessi ai copti, si ritirò verso il 619 in Cipro. Come il patriarcato di Giorgio ( 620-30 ) per l'occupazione persiana dell'Egitto ( 617-27 ), causa di distruzione di chiese e monasteri, e della deportazione e del martirio dei cristiani, fu tristissimo, cosi fu infelice il patriarcato di Ciro ( 630-43 ). In questo periodo vi fu l'invasione araba ( 638 ); poi il nuovo movimento del monotelismo che nella persona di Ciro, protetto da Sergio di Costantinopoli suo collega, minacciò seriamente di guadagnare altri personaggi alla sua eresia. Ad A. due santi, grandi campioni dell'ortodossia cattolica, Sofronio e Massimo Confessore, si opposero virilmente alle dottrine nefaste del patriarca. Della situazione della Chiesa greca d'A. alla vigilia dell'occupazione araba, che doveva durare quasi nove secoli, possiamo farci un'idea considerando che questa Chiesa, già così florida sotto Atanasio e Cirillo, dopo la formazione della Chiesa copta monofisita e dopo l'invasione persiana contava appena 200.000 fedeli appartenenti agli ambienti dei funzionari, soldati e commercianti, cioè agli "stranieri ", mentre la Chiesa copta «indigena» disponeva del numero imponente di ca. 5-6.000.000 (quasi la intera popolazione indigena). Anche l'Etiopia, che aveva ricevuto il suo primo vescovo Frumenzio da s. Atanasio, si era sottratta alla Chiesa greca di A. e sottomessa al patriarcato copto monofisita. L'unione almeno esterna fra

## Page 470

gli aderenti di Ciro patriarca ed i monofisiti sulla base del monotelismo rimase sterile.
iv. Dalla occupazione araba (638) alla conquista turca (1517). - Mentre i copti salutarono gli Arabi come liberatori e ricevettero presto una situazione di diritto pubblico, i mefisiti come amici delle truppe greche ebbero a soffrire sotto i nuovi dominatori. Inoltre, come già fu detto sopra, il loro patriarca era monotelita, e cosi il suo successore Pietro II (643-52); dopo la sua morte la sede patriarcale rimase vacante per 75 anni. I fedeli, molto ridotti di numero a cagione dell'emigrazione o della fuga, ebbero come pastori semplici vescovi sottomessi al metropolita di Tiro o più esattamente consacrati a Tiro. Le loro chiese passarono quasi tutte nelle mani dei loro avversari che ne fecero moschee e templi monofisiti. Sotto il califfo Hikām (724-43) la Chiesa greca d'A. poté essere riorganizzata; divenne patriarca l'illetterato Cosma (727-67); cui successe il medico Politiano. Consolante fu l'abiura dell'eresia dei monoteliti, fatta dal patriarca Cosma nel 743, la partecipazione della Chiesa d'A. ai concili ecumenici VI, VII, VIII, la lotta della Chiesa di A. contro l'iconoclasmo. Nelle lotte foziane il patriarca d'A. Michele I (859-71) ne seguil i diversi avvenimenti; egli ricevette una lettera del papa Niccolò I (scritta il 18 marzo 862 ) e condivise il punto di vista del patriarca bizantino Ignazio durante l'VIII concilio, per mezzo di un legato; però nell'879 il suo successore Michele II in un'altra legazione sostenne, dopo la morte di Ignazio, la causa di Fozio il quale intanto, secondo una opinione assai probabile, si era messo in via di accordo col papa Giovanni VIII. Non è noto quale parte abbia avuto il patriarca d'A. nella lotta del patriarca Cerulario, ma sembra che dal sec. xir la Chiesa greca d'A. si sia avvicinata abbastanza alla Chiesa bizantina separata da Roma poiché il patriarca Marco II (verso il 1195) aveva indirizzato una serie di domande canonistiche al patriarca d'Antiochia (residente a Costantinopoli) Teodoro Balsamon. Abbiamo però una lettera del patriarca Niccolò I (verso il 1210) al papa Innocenzo III nella quale espone la tristissima situazione cagionata dalla persecuzione inflitta alla sua Chiesa ai tempi delle crociate dai musulmani dominatori; il Papa gli rispose con lettere consolatorie. Nel 1367 il patriarca Nifon insieme ai suoi colleghi di Costantinopoli e di Gerusalemme scrisse una lettera pacifica (unione?) al papa Urbano V che rispose con grande carità. In occasione del Concilio di Firenze il patriarca Filoteo s'associd all'unione almeno fino all'anno 1443. Nel sec. xv, la Chiesa d'A. sotto il dominio dei Mamelucchi era assai piccola, ma neanche la Chiesa copta aveva molti fedeli in Egitto. Se non fossero stati i cosiddetti fondachi con protezione consolare in alcune città d'Egitto, i cittadini cristiani delle varie potenze occidentali e dell'impero bizantino residenti in Egitto sarebbero stati ancor più molestati. Peggiore diventò dal 1517 la sorte del patriarcato greco d'A. riguardo alla sua indipendenza di fronte al patriarcato greco di Costantinopoli, ma in qualche senso si ebbe un miglioramento di fronte alla potenza turca, nuova padrona dell'Egitto. Si dovrà però aspettare l'azione politica di Mohammed 'Alī, il fondatore dell'Egitto moderno (1806-49), per vedere il patriarca greco d'A. cominciare a rendersi indipendente dall'influsso predominante del Phanar.
v. Dalla conquista turca (1517) fino ai nostri giorni. - Il patriarca Gioacchino Pany (1487-1567) che sotto i Mamelucchi aveva avuto difficoltà spesso tragiche, poté cominciare sotto il sultano Selim una nuova fase
di vita meno infelice. Egli, nato ad Atene, era fuggito da questa città quando fu presa dai Turchi e si era ritirato nel monastero del Monte Sinai. Eletto patriarca, risiedette in un monastero del Cairo; ad A. vi erano allora quattro chiese cristiane dipendenti probabilmente tutte o in gran parte da lui. Dopo la presa del Cairo, che costò la vita a moltissimi cittadini, poté contribuire a migliorare la situazione a causa delle mutate circostanze politiche e delle sue relazioni con la corte di Russia. Egli, secondo una nota msnoscritta che sembra esasta, sarebbe arrivato all'età di 119 anni. I suoi successori Silvestro (1569-90), Melczio Pegas (1590-1601) e Cirillo Lukaris (1602-20) erano, come cretesi, sudditi della repubblica di Venezia e potevano così per la loro persona e per il bene del loro patriarcato assicurarsi la protezione di questo Stato allora potentissimo. Durante il governo ecclesiastico i due ultimi esercitarono il loro influsso, soprattutto contro l'unione dei Ruteni con la Chiesa cattolica. Cirillo Lukaris dal 1620 divenne patriarca di Costantinopoli. Le relazioni con la Russia, cominciate sotto il patriarca Gioachino Pany, vengono sviluppate nei secc. xvir e xviri; delle relazioni del patriarcato d'A. con altre Chiese (anglicane, ecc.) e con la Chiesa cattolica si dirà poi. Con la Russia ebbero relazioni particolari i patriarchi Gerasimo Spartaliotes (1620-39), che mandò il suo protosincello Giuseppe a Mosca per la versione di opere greche nella lingua russa; Paisios (1657-77) il quale partecipò al Sinodo di Mosca che depose il patriarca Nicone, e promosse gli studi superiori in Russia, ed altri che chiesero elemosine ai ricchi zar. Quando nel principio del sec. xix cominciò la lotta per l'indipendenza ellenica, i patriarchi di A., Teofilo I (1805-25) e Ieroteo (1825-45) osarono immischiarsi in questa politica. Da notare che i patriarchi di quest'epoca stabilirono la loro residenza a Costantinopoli, e ciò contribuì a rendere il patriarcato di A. molto esposto all'influsso del Phanar. Tale situazione anormale cessò nel 1846; la Chiesa d'A. contava allora soltanto dieci chiese e due monasteri. Il patriarca Sofronio IV (1870-99), già patriarca di Costantinopoli, si acquistò molti meriti per l'ordinamento delle finanze ecclesiastiche, e per l'erezione di nuove chiese e cappelle e di istituti di carità. Il patriarca Fozio (1900-1925) fondò le due riviste Ebblesiostikos Pharos e Pantainos; Melczio IV (1922-33) pubblicò nel 1934 statuti intorno all'elezione del patriarca, fondò un seminario ecclesiastico, fece trasportare i manoscritti e i libri della biblioteca del Cairo nella biblioteca del patriarcato ad A. Merita di essere notato che nel 1937 fu stipulato un accordo fra il patriarca ed il Ministero di Nahas Pascià intorno all'elezione del patriarca. Un problema difficilissimo rimane per A., cioè di eliminare la rivalità fra i Greci immigrati ed i Siri pure immigrati nei tempi recenti, perché l'immigrazione nuova dei due gruppi ha cambiato totalmente la situazione del patriarcato greco.
vi. Rapporti dei patriarchi di A. con gli anglicani, i «non giuovati» ed altri acattolici. - Il patriarca Cirillo Lukaris mandò nel 1616 Metrofane Kritopoulos con una lettera all'arcivescovo anglicano Abbot di Canterbury per fare in quel regno studi di lettere e di teologia; in altra occasione, quando non era più patriarca di A., scrisse di nuovo, mandandogli insieme un dono prezioso per il re Carlo I: il celebre codice della S. Scrittura, noto sotto il nome di "Alexandrinus", oggi nel Museo Britannico. Metrofane Kritopoulos, dopo aver studiato ad Oxford, nel suo ritorno visitò parecchie università protestanti delle Germania e compose in quell'occasione la nota Homologia ("Confessio fidei") la quale in alcuni punti s'avvicina alla dot-

## Page 471

trina protestante. Ritornato in A. diventò metropolita di Menfi e nel 1636 patriarca di A. Mori nel 1639 in Valsachia.

Quando il patriarca di A. Samuele Kapasoules nel 1716 mandò il metropolita Arsenio della Tebaide in Inghilterra per cercare denaro per il suo patriarcato carico di debiti, la setta anglicana dei - non giuranti (avversari del giuramento) approfittò dell' occasione per intavolare progetti di unione patrocinati dallo zar Pietro I, ma rifiutati dai patriarchi greci nel 1718 e 1723. Alla conferenza di Stoccolma partecipò il patriarca Fozio che nel suo ritorno morì a Zurigo il 4 sett. 1925. Le ordinazioni anglicane furono riconosciute dal patriarca di Alessandria nel 1930.
vit. Lettere dei patriarchi di A. ai Romani Pontefici ed alla Curia Romnus. - Non può esser messo in dubbio che Cirillo Lukaris abbia scritto una lettera al papa Paolo V il 28 ott. 1608 nella quale dichiarava apertamente la sua sottomissione al Sonuno Pontefice sulla base della fedeltà alla Chiesa romana. Soltanto resta da risolvere il problema se il Lukaris abbia scritto questa lettera o con ogni mancanza di sincerità, o con una mentalità sincretistica, o con momentanea sincerita mentre più tardi mancò di fedeltà alla parola data al Papa. Un altro patriarca di A., Samuele Kapasoules, ha fatto due volte professione di fede cattolica il 6 giugno 1712 ed il 19 giugno 1714. Ma sulla sua perseveranza nella fede cattolica esistono relazioni contemporance contraddittorie, cosicché molto cautela è necessaria per decidersi nell'uno o nell'altro senso riguardo alla soluzione di questa spinosa questione. Lettere di urbanità furono indirizzate da Metrofane Kritopoulos (il 20 genn. ed il 23 maggio 1637) al cardinale prefetto della S. Congregazione di Propaganda, Antonio Barberini, per ottenere l'ammissione dei suoi due nipoti nel collegio greco di S. Atanasio a Roma, alla quale domanda il cardinale acconsentì. Il patriarca Gerasimo Palladas scrisse tre lettere al papa Clemente XI, il 28 nov. 1703, il 23 maggio 1704 e nel febbr. 1712; tutte e tre le lettere sono scritti di raccomandazione o suppliche in favore di alcune persone. Finalmente il patriarca Cosma III Kalokagathos si lamentò nella lettera al papa Clemente XII, del 4 luglio 1738, dei missionari latini; nella lettera alla Congregazione di Propaganda il 17 luglio 1738 chiese con successo l'ammissione di un ragazzo in un istituto pontificio. L'economo di questo patriarca, l'arciprete Abdalla, sottoscrisse la professione di fede secondo la formula di Urbano VIII in presenza di mons. Giuseppe Simone Assemani e di un altro sacerdote cattolico il 21 luglio 1738.
viII. Statistica della Chiesa melkita d'A. - Il patriar-
cato greco d'A. ha due residenze patriarcali, cioè ad A. (monastero di S. Saba) e nel Cairo (monastero di S. Niccolò); nove metropoli : Tripoli, Leontopoli, Fèlusio, Aksum (Etiopia), Tolemaide, Nubia (Sudan), Ermupoli, Ioannupoli, Cartagine, con 94 chiese, un clero di iro membri, 52 comunità, 90 scuole con 370 maestri e 15.000 alunni, numerosi istituti di carità.

Bun.: J. Pargaire. Alexandre (Eglise det. in DThC, I, coll. 786-801; e gli articoli seguenti: L. Salter, A. (Canciles de), pp. 8or-8os, e A. De La Barre, A. (Ecole chrétienne d'), pp. 8op-24; J. Paivre, Alexandre, in DHG, II, pp. 289-369; Chrys. Papadopoulos, "Istropia 789. "Euaḩopios, "Ala. 3avópeios, Alexandria 1932: D. P. Paschales, Maróaios à "A vópoos, nánas vai matoóegos, "Ala3avópeios, (17451767), Atene 1901; L. Petit, Entre Angliame et Orthodoxes au début du XVIIIc siécle(17161723), in Echos d'Orient, 8 (1905), pp. 321-28; Tryphon Evangelidos, 01 matoóop. 3m. "Ala3avópeios, Dag. oéveos, Oeciguias vai 'lepuíteos, in Euctrpos, érangeios, Bu'3avtueáv canvóáv, 5 (1928), pp. 243-53; G. Hofmann, Samuel Kapasoules, Patriarch von Alexandrien und Papst Klemens XI, in Orientalia Christiana, 13 (1928, 10); id., Patriarch Kyrillos Lukaris und die römische Kirche, ibid., 12 (1929, 1); Chr. Papadopoulos, 'Ismenita à "Ileve" ès "Aótyáv nános vai mato. "Ala3avópeios (1467-1367), in 'Eutropios érangeios Bu3avt. canvóáv, 7 (1930), pp. 139-79; G. Mazarskes, Evydoáy tís vív levopias vís ée Atyéveo ágơuAú́pue 'Euaáopios, Alessandria 1932; G. Hofmann, Metrophanes Kritopoulos, Kosmas III. Kalokagathos, Samuel Kapasoules, in Orientalia Christiana, 36, (1934, 10); A. Flichev-V. Martin, Histoire de l'E-

Alessandria d'Egitto - S. Marco ed i suoi successori; nello sfondo A., secondo lo Strzygowski. Avorio del sec. viI - Parigi, Louvre.
glise, I-VI, Parigi 1934-38; i sei volumi esistono anche in versione italiana (diretta da A. P. Frutaz: Torino 1936-48); A. Calderini, Dizionario dei nomi geografici e topografici dell'Egitto greco-romano, I, 1, Cairo 1932; P. Barison, Bizerche sul monasteri dell'Egitto bizantino ed arabo secondo i documenti dei papiri greci, in Aegyptus, 18 (1938), pp. 20-148; J. Lacombe, Patriarcat grec orthodoxe d'Alexandrie, in Echos d'Orient, 38 (1939), pp. 174-81; L. Antonini, Le chiese crittiane nell'Egitto dal IV al IX secolo secondo i documenti dei papiri greci, in Aegyptus, 20 (1940), pp. 129-208; E. Michailides, Geschichte, Verfassung und Statistik des Patriarchats von Alexandrien, in Siegmund-Schultze, Ebblesia, n. 46, Lipsia 1941, pp. 71-79. Giorgio Hofmann
4. I concili di A. - Fra i concili che si celebrarono in A. durante i primi quattro secoli, sono da segnalare i seguenti :
I) Due concili, convocati contro Origene dal vescovo Demetrio, nel 231 (e non nel 223, come ha affermato Baluze). Origene, ancor semplice laico, ma celebre nel mondo intero per i suoi scritti, si fece ordinare sacerdote dal vescovo Teotisto, mentre era di passaggio a Cesarea di Palestina. Ciò irritò Demetrio,

## Page 472

che lo rimproverò al suo ritorno in A., ricordandogli la sua volontaria mutilazione: difatti l'uso della Chiesa di A. era probabilmente contrario all'ordinazione degli eunuchi. Inoltre, e questa era la principale accusa, Origene aveva poco prima pubblicato la celebre opera De Principiis (Hapi 62760), in cui apparivano novità ardite ed erronee. Riunito allora un primo concilio, ove intervennero vescovi e sacerdoti, Demetrio privò Origene del diritto d'insegnare e lo escluse dal clero di A.

Segui ben presto, nello stesso anno, un altro concilio, composto esclusivamente di vescovi, in cui Demetrio depose e scomunicò Origene. La sentenza fu esposta in una lettera sinodale, inviata ai vescovi di Egitto e persino a tutti i vescovi cattolici, se prestiamo fede ad un oscuro passaggio, ove s. Girolamo attesta che anche Roma ratificò la condanna. Certo è che essa non fu accettata dai vescovi di Palestina, di Arabia, di Fenicia e forse neppure da quelli di Cappadocia. Ma la questione è ancor oggi piena di oscurità (cf. Eusebio, Hist. eccl., VI, 8; Rufino, Apologia, 2, 20; Hefele-Leclercq, I, pp. 156-59).
II. Due concili, riuniti nel 263 sotto il vescovo s. Dionigi. Il primo condanna Sabellio, il secondo i milleneristi Nepoziano e Cerinto, che affermavano la necessità dei sacrifici cruenti (cf. Fabricius, Bibliotheca Graeca, ed. Harles, XII, Amburgo 1809, pp. 366-67). Hefele non riferisce questi due concili, forse perché la loro esistenza non è stata sufficientemente provata. Sappiamo tuttavia che Dionigi, nel condannare Sabellio, sembrò cadere nell'errore opposto, detto più tardi arlanesimo; laonde, denunciato a Roma, dovette spiegarsi.
III. Il Concilio, convocato da s. Pietro di A. verso il 306, contro Melezio, vescovo di Licopoli, durante una tregua della persecuzione di Diocleziano. Vi si promulgarono regole molto savie circa la riconciliazione di quelli che avevano apostatato nel primo periodo della persecuzione, delle quali non ci restano che i canoni sugli apostati, pubblicati da P. de Lagarde, Reliquiae juris ecclesiastici antiquissimae, Lipsia 1865, pp. 63-73, 99-117 (testo greco con traduzione siriaca). Melezio fu talmente inasprito da questo fatto che provocò uno scisma, organizzando una Chiesa a parte (cf. A. d'Alès, Le dogme de Nicée, Parigi 1926, pp. 203-242).
iv. Il Concilio indetto dal vescovo Alessandro contro Ario, nel 320 o nel 321 (non però nel 315), in seguito alla conferenza contraddittoria, in cui lo stesso Ario ed i suoi avversari avevano esposto la loro rispettiva dottrina sulla Trinità. Alessandro, presidente del concilio, dichiarò eterodosso il pensiero di Ario e impose a questi di rigettarlo. Ario rifiutò e allora il Concilio dei vescovi egiziani lo condannò e lo scomunicò con tutti i suoi seguaci, fra i quali si trovavano due vescovi, Secondo di Tolemaide e Teona della Marmarica, cinque sacerdoti e sei diaconi (v. arlanesimo; ario); cf. s. Alessandro, Depositio Arii: PG 17, 571 sgg.
v. Il Concilio del 324, riunito per opera di Osio di Cordova, mandato ad A. dall'imperatore Costantino, di cui era il consigliere ecclesiastico, per estinguere l'affare di Ario, ancora ai suoi inizi, e dar fine agli scismi anteriori di quella Chiesa. Oltreché allo scisma meleziano, che durava ancora, un altro scoppiò proprio per causa di Ario. Un certo Kolluthos, sacerdote di A., considerando che il vescovo Alessandro aveva usato molti riguardi nel trattare con Ario, si era separato da lui ed aveva formato un gruppo scismatico; inoltre, pur essendo semplice sacerdote, ebbe l'audacia di ordinare altri sacerdoti, fra cui il famoso Ischyras, con il quale più tardi ebbe a che fare s. Atanasio.

Il Concilio esaminò anche la controversia pasquale e la questione dei quartodecimani, senza risolverle, come non risolse quella di Ario. Riusci però a soffocare lo scisma kollutiano, annullando le ordinazioni del suo autore. Su questo concilio non abbiamo altro che scarsi ragguagli di s. Atanasio nell'Apologia contra Arianae (64-65).
vi. Il Concilio del 338 o del 339, riunito da s. Atanasio prima del suo viaggio a Roma, ove lo chiamava il papa Giulio per riesaminare il suo processo. La riunione contò un centinaio di vescovi, tutti dipendenti di A.; in essa fu dichiarata infondata l'accusa, diretta dagli eusebiani contro s. Atanasio, secondo la quale il santo prelato avrebbe accaparrato il grano che Costantino aveva dato alle vedove d'Egitto e della Libia. La lettera sinodale, vera apologia d'un prode difensore del Concilio di Nicea, fu inviata al papa Giulio ed agli imperatori Costantino II, Costante e Costanzo (cf. s. Atanasio, Apologia contra Arianae, 5, 7-9, 18).
vii. Il Concilio del 362, convocato da s. Atanasio, di ritorno ad A. dopo il terzo csilio, all'inizio del regno di Giuliano l'Apostata. Questa riunione ebbe particolare importanza, non per il numero dei vescovi che vi parteciparono (appena 21), ma per la loro qualità, per la natura e l'efficacia delle decisioni che vi si presero. Vi comparvero non solo gli egiziani ma anche i rappresentanti delle altre parti della cristianità, tutti perseguitati od esiliati per la fede di Nicea. Eran presenti il palestinese Asterio di Petra, l'italiano Eusebio di Vercelli, ed alcuni rappresentanti di Lucifero di Cagliari, di Apollinare di Laodicea, e del sacerdote Paolino, capo della comunità eustaziana di Antiochia.

Meritamente Rufino chiamò questa adunanza «il Concilio dei Confessori». I Padri presero importanti decisioni d'indole disciplinare e dottrinale. Riguardo alla questione disciplinare, essi si mostrarono alquanto indulgenti verso i vescovi, che avevano mancato al loro dovere durante la persecuzione ariana, sottoscrivendo una delle numerose formole imposte successivamente dall'imperatore Costanzo. I capi e i difensori dell'eresia furono sottomessi alla penitenza e ridotti alla comunione laica. Quanto poi a quelli che avevano ceduto alla violenza o che si crano lasciati ingannare, ed erano stati la maggioranza, il Concilio li conservò nella loro dignità dopo previa sottoscrizione alla formula nicena.

Riguardo alla questione dottrinale, il Concilio, ispirato da Atanasio, comprese molto bene la situazione. Difatti tollerò la terminologia di molti ortodossi che davano alla parola ipostasi (iotó τ α σ ι ς ) il senso di persona, mentre gli altri, in accordo con la terminologia occidentale, ne facevano un sinonimo di essenza, o di sostanza (sóata). Date le spiegazioni, da allora in poi si poté dire che in Dio erano tre ipostasi. La divinità dello Spirito Santo fu esplicitamente affermata contro l'eresia dei pneumatomachi, conseguenza logica dell'arianesimo primitivo. La nascente eresia di Apollinare e il dualismo cristologico di Diodoro di Tarso furono colpiti discretamente, senza additare gli autori.

Tutto il lavoro del Concilio fu riunito in una lettera sinodale, indirizzata ai fedeli della Chiesa di Antiochia, allora divisa in tre fazioni, donde il nome di Tema degli Antiocheni. La lettera fu senza dubbio redatta da s. Atanasio e fa parte delle sue opere (PG 26, 793-810).

Le decisioni del Concilio alessandrino furono generalmente adottate dagli ortodossi, non solo in Oriente, ma anche in Occidente, almeno quelle concernenti la disciplina. Il papa Liberio le approvò verso il 360 ; solo il focoso Lucifero di Cagliari le rigettò tutte e cadde così nello scisma (cf. Hefele-Leclercq, I, pp. 963969; G. Bardy, in Storia della Chiesa pubblicata da A. Pliche-V. Martin, versione ital., III, Torino [1940], pp. 243-52).

## Page 473

![img-8.jpeg](img-8.jpeg)
(ist. Alimati)
CASCATA ED EMICICLO DI G. DALLA PORTA
nella villa Aldobrandini - Frascati.

## Page 474

![img-9.jpeg](img-9.jpeg)

PONTE DELL'ARICCIA
fetto costruire da Pio IX.

## Page 475

5. Il bito alessandrino. - i. Storia. - Nato nella capitale dell'Egitto ai primordi del cristianesimo, il rito alessandrino si sviluppò lentamente al tempo di Clemente di A. e di Origene, e arrivò dopo s. Atanasio, grazie al monachismo del deserto, a una quasi maturità, sebbene nei secc. iv e v vi fosse posto ancora per i riti locali, non del tutto soppiantati da quello della città patriarcale. Per opera di s. Frumenzio esso fu portato in Etiopia. L'uniformità, che la forte centralizzazione del patriarcato avrebbe più facilmente che altrove potuto imporre, non fu mai raggiunta a causa delle lotte cristologiche dei secc. v e vi; anzi, si formò da allora, accanto al rito della Chiesa di fede ortodossa e di lingua greca, un altro rito, uscito da esso, proprio della Chiesa dissidente, più numerosa, di fede monofisitica e di lingua prevalentemente copta. Conservando il fondo comune, il rito alessandrino primitivo si sviluppò quindi ulteriormente sotto tre forme diverse: la greca, la copta e l'etiopica, non senza influsso reciproco. Dopo la conquista araba gli ortodossi perdettero ogni autorità e, sempre meno numerosi, s'appoggiarono di più a Bisanzio; il rito ne risenti talmente che finì per bizantinizzarsi del tutto. Fu opera di lunghi secoli; finalmente, la risposta negativa del canonista bizantino Teodoro Balsamon al patriarca di A. sull'uso della liturgia di s. Marco (fine del sec. xit) segnò la morte del rito alessandrino in lingua greca e di dottrina ortodossa (PG 138, 953). Inoltre il piccolo numero degli ortodossi egiziani accettò le versioni arabe della liturgia bizantina fatte dai melkiti di Siria nel sec. xvir.

Del rito alessandrino scomparso nel sec. xir ci rimangono un certo numero di documenti, importantissimi per la storia della liturgia.

La Messa. - La Liturgia di s. Marco è la Messa genuina e caratteristica di A.; con lo stesso suo Ordo communis (cioè le parti fisse della Messa) si usavano due altre anafore, quella di s. Basilio e quella di s. Gregorio il Teologo, venute dall'Asia Minore; invece, il Sacramentario di Scrapione, vescovo di Thmuis, e l'anafora incompleta trovata nel papiro di Dèr Balizeh sono anche egiziane, ma di origine e uso soltanto provinciale. Di altri formulari di Messa rimangono brani troppo frammentari per poter aumentare la nostra conoscenza del rito. La Liturgia di s. Marco ci è pervenuta in cinque manoscritti, tardivi (sec. xirxvi), più o meno contaminati dall'influsso bizantino (cf. C. A. Swainson, The Greek Liturgies, Cambridge 1884, pp. 1-73) ; il papiro di Strasburgo (sec. iv-v; cf. M. Andrieu e P. Collomp, Pragments sur papyrus de l'anaphore de s. Marc, in Rev. des Sciences relig., 8 [1928], pp. 489-515), e quello della John Rylands Library (sec. vi; cf. C. H. Roberts, Catalogue of the Greek and Latin Papyri, III, Manchester 1938, n. 465) contengono testi preziosi dell'anafora, ma soltanto frammentari. Vi è dunque una vera difficoltà a presentare questa Liturgia, specialmente nella parte del suo Ordo communis, quale era nel tempo della sua fioritura.

La struttura generale è quella del sacrificio cristiano in qualunque rito: da principio la preparazione del celebrante, dell'altare, delle oblate, poi le lezioni scritturali frammischiate con canti e orazioni, e dopo il Vangelo la grande supplica: tutto questo forma la Messa dei catecumeni. Con le tre orazioni solenni per la Chiesa, la gerarchia e l'assemblea dei fedeli, il trasferimento delle oblate sull'altare, il bacio di pace e la recita del Simbolo, tutto è pronto per iniziare la grande orazione eucaristica. Questa consta delle parti
![img-10.jpeg](img-10.jpeg)

Alessandria - Il vescovo Teofilo (sec. iv) in paramenti sacri. Papiro della collezione Goleniàlev (sec. iv-v).
usuali, ma in un ordine, qua