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e, martire. - Di ritorno da Pavia, ove si era recato presso l'imperatore Lotario (associato all'impero nell'817, m. nell'855), fu gettato nel Reno dai messi dei nemici della sua Chiesa. L'anno della sua morte non è conosciuto; i Bollandisti propendono per l'823. Secondo l'uso del tempo fu venerato come martire. La festa ricorre il 6 giugno.

Bibl.: Acta SS. Iunii, I. ed. Venezia 1741, pp. 749-51; BHL 278, supplemento p. 14.

Giuseppe Lòm
ALESSANDRO, metropolita di Gerapoli. - Partecipò al Concilio di Efeso, protestando che non si fossero attesi i cosiddetti Orientali, cioè il patriarca di Antiochia, Giovanni, coi suoi suffraganei, favorevoli a Nestorio e perciò contrari a Cirillo Alessandrino. Fu con essi scomunicato nella quarta sessione del concilio. Avendo in seguito gli Orientali accettato la dottrina di Cirillo, fatta propria dal Concilio efesino, ruppe anche con essi. Fu perciò esiliato dall'autorità civile in Egitto, dove morì verso il 434. Ci restano dei suoi scritti 23 lettere conservate nel Synodicon adversus Tragoediam Irenaei del diacono Rustico, dal cap. 54 al 182, passim: PG 84, 659-798 (Mansi, V, 830-960, passim).

Bibl.: Hefele-Leclercq, II, p. 295 sgg. Gaetano Corri
ALESSANDRO, vescovo di Gerusalemme, santo, martire. - Formatosi alla scuola di Alessandria, fu discepolo di Panteno e di Clemente e amico fedele di Origene. Nei primi anni del sec. III era vescovo d'una città di Cappadocia, di cui non si conosce il nome; durante la persecuzione di Settimio Severo fu messo in carcere e vi rimase fino al 211. L'anno seguente divenne coadiutore e poco dopo successore (primo caso del genere) del vecchio vescovo di Gerusalemme Narcisso. Morì nella prigione di Cesarea, vittima della persecuzione di Decio, nel 250. A. è par-
ticolarmente noto per la fondazione della biblioteca ecclesiastica a Gerusalemme (consultata da Eusebio per la sua Storia ecclesiastica); ed ha il merito d'aver protetto il grande Origene dopo la condanna infittagli da Demetrio, vescovo di Alessandria. Eusebio ci ha conservato estratti di quattro sue lettere. Il Martiralogio romano lo ricorda, come sembra, due volte: al 30 genn. e al 18 marzo.

Bibl.: Eusebio, Hist. eccl., VI, S. 11, 14, 19, 39, 46; Girolamo, De vóris illustr. 62; Acta SS. Martii., II, Parigi 1865 pp. 613-16; Martyr. Romanum, pp. 41, 101; L. Duchesne, Histoire ancienne de l'Eglise, I, Parigi 1908, pp. 433 sgg., 458 sgg.; O. Burdenhewer, Geschichte der altkirchlichen Literatur, II, 2^{°} ed., Friburgo in Br. 1914, pp. 271-73. Cesario van Hulst
ALESSANDRO I di Giulfa (Giul.taietzi).-Katholikos di Eğmiazin dal 1706 al 1714. Monofisita e contrario ai missionari latini, certo anche per difetto di mutua comprensione, scrisse a Clemente XI una lettera affinché venisse disciplinata la loro attività. La risposta cordiale e paterna del pontefice ( 15 marzo 1710) rappresenta l'ultima comunicazione tra il Papa e i patriarchi di Eğmiazin.

Bibl.: G. Kalemkiarian, Biografic dei due patriarchi armeni e dieci vescovi, Vienna 1915 (in armeno); L. Alishan, Topografia dell'Adrarat, Venezia 1890 (in armeno), p. 232 sg.

Garabed Amadum
ALESSANDRO di Hales. - 'l'cologo dei Minori, detto il Dottore Irrefragabile. N. in Hales, nella Contea di Gloucester (Inghilterra), verso il 1170 , poiché nel 1235 era già vecchio: «iam senca», dice Ruggero Bacone (Opus minus, ed. J. S. Brewer: Fr. Rog. Bacon Opera quaedam hactenus inedita, Londra 1859, p. 326); m. il 21 ag. 1245. La sua carriera universitaria si è svolta tutta a Parigi. Professore alla Facoltà delle Arti già prima del 1210 (Bacone, loc. cit.), lo troviamo per la prima volta "magister regens" di teologia negli anni 1229-31, durante la grande crisi universitaria. Era già un personaggio di grande importanza: tra i maestri deputati in quella circostanza a riferire alla corte di Roma, si trova infatti il "magister Alexander" a cui vennero consegnate alcune Bolle pontificie (H. Denifle, Chartularium Univ. Paris., I, 140 sg. e 144). Sappiamo, sempre da Bacone, che dopo questi avvenimenti A., "ricco e grande arcidiacono" nonché maestro rinomatissimo, entrò nell'Ordine dei Minori. Gli storici fissano comunemente il fatto nell'anno 1231, cioè subito dopo il ritorno all'Università. E certo invece che nel 1235 A. era ancora secolare ed arcidiacono di Coventry. Figura infatti come tale in un atto di Enrico III del 25 ag. 1235: "magistrum Alexandrum de Hales archidiaconum Coventrensem" (Pat. 19 Henrici III, n. 4, Turr. Londin. Vedi i Prolegomena al t. IV della Somma nell'ed. di Quaracchi). Bisogna dunque spostare senz'altro l'entrata in religione di A. alla fine del 1235 o al 1236 e conseguentemente anche la data di fondazione della prima scuola francescana. Questo però non esclude che i frati Minori non abbiano frequentato molto prima la scuola dell'arcidiacono inglese. A. rimase pure da frate "magister regens", e dalla sua scuola, chiamata d'ora innanzi "Schola fratrum minorum", uscì dal 1235 al 1245 tutta una serie di maestri e baccellieri. Nel 1238 Giovanni della Rochelle era già maestro. Che in quell'anno o al più tardi nel 1241 A. abbia ceduto la sua cattedra al discepolo è ipotesi non provata da alcun documento. I documenti lasciano pensare piuttosto che A. abbia insegnato fino alla sua morte. S. Bonaventura, entrato nell' Ordine nel 1243, lo ebbe ancora maestro: «pater ac magister noster» (Op. omnia, II, Quaracchi 1885, 547). Il cod. 15652 di Parigi

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in cui si conservano lezioni « riportate» dopo il 1240 , contiene, sembra, anche lezioni di A.: «dixit Alexander» (f. ir b). Nel 1241 ovvero 1244 (sei manoscritti dànno la data 1244) egli prende parte attiva, con Odone di Châteauroux, cancelliere, alla condanna di Stefano di Venisy O. P. e di Pagus (s. Bonaventura, Op. omnia, II, ibid. p. 547; H. Denifle, Chartul. Univ. Paris., I, Parigi 1889, p. 171; Cod. Vat. lat. 692, f. 1797 ; v. V. Doucet, La date des condamnations parisiennes dites de 1241, in Mélanges Aug. Pelzer, Lovanio 1937, p. 183 egg.). Nel 1244, lo troviamo al Concilio di Lione, incaricato, assieme a tre cardinali e tre vescovi (fra cui Roberto Grossatesta), di esaminare il processo di canonizzazione di s. Edmondo: «Frater et magister Alexander de Hales, tunc Facultatis theologicae magnus doctor» (E. Martène-U. Durand, Thesaurus notus anecdotorum, III, Parigi 1717, col. 1847). Mori poco dopo il concilio. Il poeta Giovanni di Garlande ne tessé l'elogio nel De mysteriis ecclesiae (v. Histoire litt. de la France, XXI, Parigi 1847, p. 372).

Scritti. - Buon numero di opere epurie sono già state eliminate dalla critica (v. P. Glorieux, Répertoire, II, not. 301, e Archivum Franciscanum Historicum, 27 (1934), p. 534 sgg.). Altre sono dubbie o ancora da esaminarsi meglio. Tra le tante Postiline attribuite dai manoscritti ad A., qualcuna facilmente potrebbe essere sua, anche se sarà vero, come dice Bacone, che A. abbia preferito commentare le Sentence che non la Scrittura. Attualmente si ritengono autentiche le opere seguenti: - a) Evoticon: operetta strana sui vocaboli difficili, attribuita ad A. (ancor giovane professore alla arti) dal ms. 136 del Caius College di Cambridge e citata pure come sua da un anonimo del 1300: «Unde mag. Alexander de Halis in versibus suis dicit: Chere theoron quem gingnos crucis andro phalando %. Con questo verso comincia l'Evoticou di Cambridge; v. A. Wilmart, in Analecta Reginensis (Studi e Testi, 59), Città del Vaticano 1933, p. 254;-b) Sermones: tre soli sono finora accertati; v. F. Henquinet, Les écrits du fr. Guerric de St-Quentin, in Recherches de théol. anc. et méd., 6 (1934), pp. 185, 187; - c) Super Sententias. E certo che A. ha commentato le Sentence; dice infatti Bacone che fu il primo (intendi come maestro) a leggere le Sentenze invece della Scrittura. V. pure il Chronicon di Lanercost, ed. J. Stevenson, Edimburgo 1839, p. 23. E pure certo che detto commento non può identificarsi con la Somma, la quale, anche se chiamata spesso Summa super Sententias, non è assolutamente nella sua forma attuale un commento alle Sentence. Si noti poi che Bacone attribuisce detto commento ad A. stesso: "primus qui legit», mentre della Somma dice: "quam ipse non fecit sed alii n! Si tratta dunque di scritti ben diversi. Difatti il Commentario di A. è stato scoperto recentemente dagli editori di Quaracchi nei codici Assisi 189 e Lambeth 347, e questo commento si è rivelato, insieme alle Question: di A., una delle fonti principali della Summa; v. V. Doucet, A new source of the "Summa fr. Alexandri». The Commentary on the sentences of Alexander of Hales, in Franc. Studies, 6 (1946), pp. 403-17; F. Henquinet, Le Commentaire d'Alex. de Halès sur les Sentences enfin retrouvé, in Miscellanea Giovanni Mercati, II (Studi e Testi, 122), Città del Vaticano 1946, pp. 359-82. - d) Quaestiones e Quodlibeta: questi scritti, fino a pochi anni fa quasi sconosciuti fuori di Quaracchi e che pian piano si vanno scoprendo, costituiscono l'opera più importante di A. Si conoscono già, oltre a quattro Quodlibeta, alcune centinaia di Questioni, molte delle quali sono veri trattati. Si conservano in più di 25 codici e in diverse ripartazioni. Quelle del British Museum Royal 9, E. XIV, scoperte da Fr. Pelster (v. Gregorianum, 14 [1935], p. 414 sgg.), portano il titolo: Quaestiones Hales antequam esset frater. L'edizione del Commentario e delle Questioni è in preparazione a Quaracchi. - e) Due altre opere sono do ritenerai lavori di collaborazione fra A. ed i suoi discepoli, cioè l'Expositio Regulae e la Summa theologica. La prima è opera di A., Giovanni della Rochelle, Odone Rigaud e Roberto della Bassée, detta perciò «del quattro Maestri». L'altra che pure potrebbe chiamarsi Summa quattuor
magistrorum, si chiama e si è sempre chiamata Summa fratris Alexandri. Cominciata dopo il 1235, interrotta nel 1245 dalla morte di A., continuata da Guglielmo di Milton, cui nel 1255, per ordine del Papa, si aggiunsero altri collaboratori, non fu mai portata a termine. Alla morte di A. essa comprendeva sostanzialmente: il l. I, meno forse l'ultima questione "De missione visibili»; il l. II, almeno in gran parte, meno i trattati "De corpore humano et de coniuncto", e il l. III nel suo stato attuale mutilo. Questa Somma del 1245, si può dire di A.? Lo affermano tutti i documenti sinora conosciuti; la Bolla di Alessandro IV (1255) dice senza reticenza: «Idem scil. frater... molitus est Summam». Nei mss. 15652 e 15702 di Parigi, scritti fra il 1241 e il 1250, parecchi capitoli della Somma sono pure detti di «Alex.», "de Summa Alex." (F. Henquinet, Eudes de Rosny, p. 83 sgg.) e lo stesso dice implicitamente s. Bonaventura (Opera omnia, II, 2). Per la Somma del 'bo invece, per quella cioè ritoccata e completata da altri, esistono testimonianze divergenti. Tutta la tradizione manoscritta continuò a chiamare globalmente quella Somma Summa fr. Alexandri; un codice però nota che i trattati «De corpore humano et de coniuncto» sono di Guglielmo di Milton; un altro la dice "edita a fratribus minoribus. Tutti gli autori, dal sec. xrtt a noi, hanno citato la Somma del 'bo indistintamente come tutta di A. Uno solo, Bacone, insorge contro l'appellazione Summa fr. Alexandri e va all'accesso contrario, dicendo che è tutta di altri: «ipse non fecit sed alii». Egli sapeva benissimo però che in quella Somma qualche cosa c'era pure di A., e a stento, con mezze parole, lo riconosce quando aggiunge: "et si ipse eam tecisset vel magnam pattern», cioè : "sia pure (se ci tenete) che in qualche maniera la Somma sia sua, almeno in gran parte».

Risulta anche dai criteri interni che diversi ne furono i redattori; e che neppure tutti e singoli i capitoli sono sostanzialmente di A.: ve ne sono presi dal Prepositino, da Guglielmo d'Auxerre, dal Cancelliere Filippo e da altri. Summa fr. Alexandri significa quindi: 1^{°} che A. ne fu l'ideatore e l'iniziatore, come dice la bolla: "sacrum aggrediendo propositum... molitus est Summam»; 2^{°} che i suoi scritti (Questioni e Commento) fornirono una parte preponderante del materiale ivi adoperato: "studia sua publicis urilitatibus commodavit" (bolla), come infatti risulta dalle sue opere oggi rinvenute. Se a questo si aggiunge una certa sorveglianza sulla redazione, affidata in gran parte, se non tutta, ai discepoli - A., già vecchio, non si è certamente ascinto da solo a questo Ericoas compito, non si richiedeva altro, specie in quel tempo, perché la Somma venisse chiamata Summa fr. Alexandri, pure ammettendo che i redattori vi abbiano inserito, e talvolta sostituito alle Questioni del maestro, le proprie questioni e quelle di altri.

Nonostante i suoi difetti redazionali e la sua mole la Somma è tra le poche opere medievali che superarono i secoli: sempre studiata, citata, trascritta e stampata al pari, quasi, delle opere di Bonaventura, Tommaso e Scoto. Quando Bacone scriveva (op. cit., 326) "Nemo fecit eam de cetero scribi: immo exemplar apud fratres putrescit», certo non diceva il vero. Dal punto di vista dottrinale, la Somma del 1245 è una vasta sintesi assai più perfetta di tutte quelle preesistenti delle opinioni teologiche e delle correnti dottrinali della prima metà del Duecento, in cui l'agostinismo tradizionale, anche se preponderante, si vede già minacciato dall'aristocelismo invadente, mentre Avicenna vi è quasi abbandonato e l'avicennismo toletano trascurato del tutto.

BibL: A. Endres, Des Alexander v. Hales Leben und psychologische Lehre, in Philosophisches Jahrbuch, 4 (1888), pp. 24-42; A. Callebaut, Alexandre de Halès et ses confrères en face des condamnations parisiennes de 1241 et 1244, in La France Franciseaine, (1927), pp. 257-72; Überweg-Geyer, II, Die patristische und schalastische Philosophie, ²² ed., Berlino 1928, pp. 381, 734; Bulletin de théologie ancienne et médiévale, 3 voll., Lovanio 1929-40,; M. Gorze, La Somme théologique d'Alexander de Hales est-elle authentique?, in The new Scholasticism 5 (1931), pp. 1-72; F. Pelster, In-

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torno all'urigine e all'autenticità della Somma di Alest. di Hales, in La Civiltà Catt., (1931, 1), pp. 37-49, 414-31; id., Zum Problem der Summa des Alexander v. Hales, in Gregorianum, 12 (1931), pp. 42646; id., Die quastionen des Alexander v. Hales, in Gregorianum, 14 (1933), pp. 401-22, 501-20; P. Glorieux, Répertoire des maltres en théologie de Paris au X/IIP siècle, II, Parigi 1934; V. Doucet, Maltres franciscains de Paris, in Archivum Franciscanum Historicum, 27 (1934), pp. 534-38; F. Henquinet, Les questions inédites d'Alexandre de Haliv sur les fois dernières, in Recherches de théologie ancienne et médiévale, 10 (1938), pp. 56-78, 123-72, 26878; id., De 107 Quaestionibus Halesianis Cod. Tudertini 1.11, in Antonianum, 13 (1938), pp. 335-66, 489-514; E. Schlenker, Die Lehre von den gättlichen Namen in der Summe Alexanders v. Hales, Friburgo in Br. 1938 (sul problema della Somma, pp. 6-13); F. Henquinet, Ist der Traktat De legibus et praeceptis in der Summe Alexanders v. Hales von Yoh. Rupella?, in Franctsbanische Studien 1939, pp. 1-22, 234-38; id., Eudes de Rosny, Eudes Rigaud et la Somme d'Alexandre de Haliv, in Archivum Franciscanum Historicum, 35 (1940), pp. 3-24; J. Auer, Textbeltische Studien zur Quadrolchre des Alexander v. Hales, in Scholasth. 15 (1940), pp. 63-75; Alex. de Hales, Summa theologica, t. IV: Prolegomena, Quaracchi 1948.

Vittorino Doucet
ALESSAN-
DRO di Lione, santo, martire: v. LIONE, santi, martiri.

ALESSAN DRO I, PAPA, santo. - Pontefice dal 109 al 119 ca. S. Ireneo (Ade. haer., III, 3: PG 7, 851) indica A. come successore di Evaristo e quinto vescovo di Roma dopo s. Pietro. Eusebio di
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Alessandro I, papa, santo - Pittura abruzzese (fine sec. XIV) - Pentima.

ALESSANDRO II, papa, - Morto a Firenze il 27 luglio 1061 papa Niccolò II, l'elezione del successore non poté farsi che il 1^{°} ott. successivo. Essa avvenne sotto le mura di Roma secondo le regole stabilite da Niccolò II; e l'eletto fu il vescovo di Lucca, Anselmo da Baggio, presso Milano, che prese il nome di A. II. Questi era stato fervido sostenitore del movimento della Pataria e grande amico della casa di Toscana e si comprende come la sua elezione non piacesse al partito imperiale contrario ad ogni riforma. La nobiltà romana, esclusa dall'intervento all'elezione, si affrettò ad inviare i suoi legati in Germania per offrire al giovane Enrico IV le insegne del patriziato, per cui, secondo le usanze, acquistava il diritto di intervenire nell' elezione del Papa a nome del popolo romano. Analoga mossa fece un gruppo di vescovi dell'Italia settentrionale istigati dal cancelliere Guiberto, per cui alla fine d'ott. in una dicta a Basilea Enrico IV si credette in diritto di ritenere nulla l'elezione di A. e di designare il nuovo Papa nella persona di Cadalo vescovo di Parma, che assunse il nome di Onorio II. Il denaro di Cadalo non era estraneo a questa elezione. A. intanto era entrato a Roma con l'aiuto dei Normanni e di Beatrice di Toscana; ma Cadalo si affrettò ad inviare a Roma Benzone, vescovo di Alba, fanatico partigiano della corte germanica ed ostile perciò al movimento riformatore. Con il denaro riusci ad installarsi sul Campidoglio e a trarre a sé parte dei Romani, aprendo la via a Cadalo che nel marzo 1062 riusci ad impadronirsi con la forza della Basilica vaticana e della città leonina. A. però riuscì a mantenersi in Roma e la situazione nella città si fece assai critica. S'intromise Goffredo di Lorena, marito di Beatrice, e persuase i due avversari a ritornare nei loro vescovati, finché un concilio non avesse deciso sui loro diritti ed il re avesse manifestata la sua decisione. Anche in Germania gli animi erano divisi; ma s. Pier Damiani con un opuscolo prese le difese di quanto s'era deciso sotto Niccolò II e di quanto era avvenuto nell'elezione di A. Questi, nell'apr. 1063, ritornato a Roma, scomunicò in un concilio Cadalo e confermò i decreti di riforma promulgati nei concili precedenti. Cadalo a sua volta da Parma scomunicò A. accusandolo di non essere l'eletto dei Romani, ma dei Normanni, poi con un esercito scese contro Roma e s'istallò a Castel S. Angelo, rimanendovi tutto quell'anno. Questa volta fu s. Pier

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Alessandro I, papa, santo - Dipinto di fra Diamante (fine sec. xv) - Cappella Sistina.

Damiani, d'accordo con Annone, arcivescovo di Colonia e reggente del regno, a proporre un concilio che fu tenuto a Mantova nella Pentecoste del ro64. A. intervenne e protestò che, nella sua elezione, non c'era stata simonia né imposizione dei Normanni, come pretendevano i seguaci di Cadalo. A. fu riconosciuto legittimo papa e Cadalo deposto. A nulla valse un assalto di questo a mano armata, respinto dalle truppe di Beatrice di Toscana signora della città. I più ardenti sostenitori di Cadalo e particolarmente Guiberto, divenuto arcivescovo di Ravenna, si piegarono e, per amore di pace, furono confermati nei loro uffici. Ritornato a Roma in quell'anno, A. dovette difendersi contro i Normanni, e mancandogli efficace difesa contro di loro, dovette scendere nel ro67 a trattative di pace e riprendere amichevole relazione con loro. Queste lotte non impedirono ad A. di condurre innanzi l'opera della riforma, sorretto in questo dall'energia di Odebrando che Niccolò II aveva creato arcidiacono della Chiesa romana. Un'attività di legati attraverso tutta la cristianità latina rese presente anche nei paesi più lontani l'autorità pontificia. Nell'Italia settentrionale essa si fece sentire particolarmente a Milano, dove rifiutò di riconoscere il nuovo arcivescovo Goffredo; in Germania intervenne per regolare le discordie che scoppiavano in ogni parte fra gli alti prelati; favorl l'impresa di Guglielmo duca di Normandia nel conquistare l'Inghilterra (ro66). La necessità di far osservare gli antichi canoni per instaurare la disciplina ecclesiastica favorl lo sviluppo delle collezioni canoniche e l'intervento epistolare del Pontefice. Alla sua morte, avvenuta a Roma il 21 apr.

1073, A. lasciava il pontificato romano ben preparato alle nuove lotte che lo aspettavano per la libertà ecclesiastica.

BibL.: I. M. Watterich, Pontificum Romanorum Vitae, I, Lipsia 188a, p. 235 sgg.: Hefeb-Lecierca, IV, p. 1216 sgg.; L. Duchesne, Les premiers temps de l'Etat Pontifical, 3^{°} ed., Parigi 1911, p. 403; G. Gay, I papi del sec. XI e la cristianità, trad. ital., Firenze 1928; P. Brezzi, Roma e l'Impero medioevole, Bologna 1947, p. 241 sgg.

Pio Paschini
ALESSANDRO III, papa. - Rolando Bandinelli, di modestissima origine, n. a Siena sul principio del sec. XII, si rese celebre a Bologna per il suo insegnamento giuridico. Di là passato al servizio della Curia, fu creato cardinale di S. Marco ed assistette Adriano IV nelle controversie a proposito dell'impero. Era cancelliere quando nel 1157 alla dicta di Besançon, quale legato papale, incorse nell'ira di Federico Barbarossa e degli imperialisti per la sua dottrina a proposito dei rapporti della Chiesa con l'Impero. Morto Adriano IV il 1^{°} sett. 1159, scoppiarono di nuovo a Roma le turbolenze dei due partiti opposti che il defunto Papa era riuscito a raffrenare. Il 7 sett. i cardinali, a grande maggioranza, raccolsero i loro voti sul Bandinelli che prese il nome di A. III. I cardinali dissidenti che favorivano il partito imperiale, appoggiati da una parte del clero inferiore e del popolo, proclamarono eletto il cardinale di S. Cecilia, Ottaviano di Monticelli, di potente famiglia romana, che prese il nome di Vittore IV. A. con i suoi si trovò costretto a cercar rifugio in una torre presso S. Pietro, e poi in Trastevere; quindi con l'aiuto di Ottone Frangipane lasciò Roma, e si rifugiò a Ninfa (sotto Velletri) dove fu consacrato; di là passò a Terracina dove il 27 sett. scomunicò il suo avversario. Vittore fu invece consacrato a Farfa il 4 ott. Poiché in quel momento Federico Barbarossa si trovava in Italia, doveva, quale imperatore, prendere posizione, ma ad A. egli era avverso, mentre Vittore era uomo del suo partito; in ogni modo, deferi la soluzione ad un concilio da tenersi a Pavia, dov'egli stesso si trovava, il 13 genn. 1160 ed invitò i due avversari a presentarsi. Ma già faceva nella lettera conoscere il suo pensiero, dando ad A. il nome di Rolando cancelliere, mentre chiamava Ottaviano Vittore IV. Il primo non comparve e protestò contro l'illegittimo procedere del Barbarossa, invece il secondo si portò a Pavia. Il Concilio si aprì il 5 febbr. con una cinquantina di prelati tedeschi ed italiani e, solo dopo lunghe discussioni, sotto la pressione imperiale, fu riconosciuto pontefice Vittore IV (II febbr.). Però riconobbero pontefice A. quasi unanimemente l'Inghilterra, la Francia, la Spagna e buona parte dell'Italia. Cosl lo scisma era aperto. A. da Anagni, il 24 marzo, lanciò la scomunica contro il Barbarossa ed i principali fautori del suo avversario e rinnovò quella già lanciata contro quest'ultimo ed i suoi aderenti. I vittoriani si diedero gran da fare per allargare credito ed aderenti, tennero nuove adunanze a Cremona ed a Lodi e scomunicarono l'arcivescovo di Milano ed altri loro avversari.
A. riuscl a ritornare a Roma il 6 giugno, ma i suoi nemici non gli lasciarono pace, tanto più che la potenza imperiale si affermava nel Patrimonio; perciò sulle navi del re di Sicilia si portò a Genova (genn. 1167); ma poiché il Barbarossa con la presa di Milano s'era fatto assoluto padrone dell'Italia settentrionale, il 25 marzo si portò in Francia, dove nel maggio 1163 presiedette un grande concilio a Tours.

Morto Vittore IV a Lucca il 20 apr. 1164, gli fu dato colà a successore il card. Guido di Crema, uno dei più convinti suoi aderenti, col nome di Pasquale

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III; il Barbarossa approvò questa elezione ed in un Sinodo a Würzburg (maggio 1165) giurò che non avrebbe mai riconosciuto A. ma sostenuto Pasquale, e come lui giurarono molti principi e vescovi presenti, eccettuati i due arcivescovi di Magonza e Salisburgo ed il patriarca d'Aquileia. Intanto a Roma mutarono le sorti, tanto che A. lasciata la Francia, dopo aver toccata Messina e Salerno, vi entrò il 22 nov. 1165. Ma il Barbarossa, profittando della morte di Guglielmo I di Sicilia ( 7 maggio 1166 ), inviò i suoi eserciti in Italia, scese poi egli stesso contro Roma (1167) e, vinta la resistenza di A. e dei suoi, aiutato dai Romani, si rese padrone della città, costringendo A. a fuggire travestito a Benevento, e si fece coronare di nuovo da Pasquale III in S. Pietro il 1^{°} ag. 1167. Il trionfo durò poco, perché, penetrata la peste nel suo esercito, il Barbarossa fu costretto a lasciare Roma e riparare in Germania.

Sino dal 1164 alcune città venete, d'accordo con Venezia, s'erano unite in lega per difesa contro il potere imperiale; un'altra lega con lo stesso scopo costituirono nel dic. 1167 tredici città lombarde; tutte naturalmente stettero per A., anzi il 1^{°} luglio 1168 lo riconobbero per loro capo; più che gli interessi materiali del momento favorivano tale unione l'interesse comune di liberarsi dal prepotere imperiale. Simbolo di questa concordia fu la nuova città che i collegati eressero per fronteggiare i feudatari piemontesi e che in onore del Papa fu chiamata Alessandria. A. non tornò a Roma; il Barbarossa, sceso in Italia nel 1174, tentó di espugnare Alessandria senza riuscirvi; il 21 maggio 1176 egli fu poi sconfitto a Legnano dai collegati, e sebbene avesse riconosciuto il nuovo antipapa Callisto III successore di Pasquale III nel 1168, si risolse finalmente ad entrare in trattative con A. Sorgassate le prime mutue diffidenze, queste si svolsero a Venezia, dove giunse A. sulle navi siciliane e dove si portò il Barbarossa (1177); vi convennero vescovi, principi ed inviati delle città collegate. Il Barbarossa riconobbe finalmente A. come legittimo Papa e restituì alla Chiesa quanto aveva tolto; i vescovi spossessati riebbero le loro sedi; con i collegati fu negoziata una tregua di sei anni in preparazione alla pace che poi fu conclusa a Costanza. Il Barbarossa dopo questo solenne convegno ritornò in Germania; A. mosse verso Roma dove nel marzo 1179 tenne il Concilio ecumenico lateranense III al quale convennero più che 300 vescovi e molti rappresentanti, vi furono emanati 27 canoni disciplinari, fra i quali primo fu quello che impose la maggioranza dei due terzi dei votanti per la legittima elezione del Papa. Questi canoni
furono quasi un solenne complemento della mirabile attività dimostrata da A. nel risolvere complicate questioni giuridiche che venivano portate al suo giudizio e furono poi incluse nelle Decretali. Particolare risonanza ebbe in quel tempo la parte presa da A. nelle controversie che Tommaso Becket, arcivescovo di Canterbury, ebbe col suo re Enrico II per difendere la libertà ecclesiastica. Quand' egli cadde ucciso nel 1170. A. ne difese la memoria, costringendo il re a sconfessare l'operato degli uccisori, a giurare obbedienza alla Sede apostolica e ad abolire le leggi emanate contro la libertà ecclesiastica.
A. mori a Ci vita Castellana il 30 ag. 1181. Uno dei suoi tardi discendenti nel sec. XVII gli fece erigere un monumento commemorativo nella basilica Lateranense.

Bibl.: I. M. Watterich, Pontificum Romanorum Vitae, II, Lipsia 1862; HefeleLackery, V. p. 916 sgg.; G. HergenrotherG. P. Kirsch, Storia universale della Chiesa, IV, Firenze 1903. p. 143 sgg.; P. Brezzi, La scisma inter regnum et surcrolatium al tempo di Ficl. Barbarossa, in Archic. Soc. Romana di Storia patria, 63 (1940), pp. 1-98.

Pio Paschim
Scritti cangiolCI E TEOLOGICI. - Lo Strama e le Sententiae sono le opere a cui si roccomanda
la fama di A. come cultore delle scienze ecclesiastiche.

Lo Strama, scoperto dal Maassen e pubblicato da F. Thaner sotto il titolo Die Summa magistri Rolandi, nachmals Papstes Alexander III (Innsbruck 1784), fu scritto molto probabilmente prima del 1148. Faso riassume e commenta il Decreto di Greciano, specialmente nella parte che riguarda il diritto matrimoniale, ed è, in questa materia, il primo libro metodico-didattico che si conosca. Grande è la sua importanza nella storia del diritto canonico, anche perché talune delle teorie che vi si trovano accolte furono dallo stesso autore, dopo la sua elevazione al soglio pontificio, autorevolmente emendate.

Le Sententiae, edite da F. Gietl (Die Sentenzen Rolands, nachmals Papstes Alexander III, Friburgo in Br. 1891), vennero composte dopo il 1142 e costituiscono un notevole documento dell'influenza esercitata nel sec. XII dalla scuola di Abelardo (v.). E da osservare tuttavia che in alcune questioni di non secondario interesse - come quelle, ad es., sulla necessità della fede e del battesimo per la salvezza e sulla natura del peccato originale - l'autore si trova in aperto contrasto con le opinioni del suo maestro.

Bibl.: J. F. von Schulte, Die Geschichte der Quellen und Literatur des kanonischen Rechts von Gratian bis zur Gegenwart, Stoccarda 1873-80; St. Kuttner, Repertorium der Kanonistik, I (Studl e Testi, 71), Città del Vaticano 1937, p. 127 sgg.; B. Kurtschold-F. A. Wilches, Historia iuris canonici, I: Historia fontium et scientiae i.c., Roma 1943, p. 239 sg. Ferruccio Liuzzi

ALESSANDRO IV, PAPA. - Alla morte di Innocenzo IV, avvenuta a Napoli dove s'era portato per difendere i diritti della S. Sede sul Regno, i cardinali che ve lo avevano accompagnato furono obbligati a procedere all'elezione del successore in quella stessa

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(da Serefini, Muncie e bolle pantificie)
Alessandro III, papa - Bolla plumbea.
città. Elessero infatti il 12 dic. 1254 Rinaldo de' Conti vescovo di Ostia, parente di Gregorio IX che lo aveva creato cardinale nel 1227. Prese il nome di A. e si dimostrò assai meno accorto e di carattere più remissivo del suo predecessore; si trovò subito a lottare contro Manfredi, figlio di Federico II, che da principio pretese di operare nel Regno come difensore dei diritti di Corradino di Hohenstaufen. Il Papa invece il 9 apr. 1255 rinnovò l'investitura ad Edmondo figlio di Enrico III re d'Inghilterra, che l'aveva avuta già da Innocenzo IV, mettendosi così in lotta con Manfredi; lasciò Napoli nel maggio per riparare ad Anagni, mentre lasciava nel Regno come legato il card. Ottaviano degli Ubaldini. Ma il legato non fu capace di tener testa a Manfredi che riusci a sbarazzarsi dei suoi avversari, e a stringere alleanza con Genova e Venezia, tanto che, diffusasi la voce della morte di Corradino, l'ri ag. 1258 si fece acclamare e coronare a Palermo re di Sicilia e di Puglia. Con quest'atto però Manfredi violava i diritti dell'alta signoria feudale sempre sostenuti dalla Chiesa, mettendosi in aperto contrasto col papa A. il quale il 10 apr. 1259 scomunicò solennemente Manfredi ed i suoi aderenti; sentenza che rinnovò il 18 nov. 1260 includendovi i Senesi ed i ghibellini fierentini che con gli aiuti di Manfredi avevano vinto la battaglia di Montaperti contro Firenze; tale 'vittoria aumentava il credito che il nuovo re si acquistava in tutta l'Italia centrale e fino nel settentrione. Difficili furono pure le relazioni di A. con Roma; dove il bolognese Brancaleone degli Andalò signoreggiava quale senatore e capitano del popolo. Quando questi fu costretto a lasciare l'ufficio e fu imprigionato dai Romani sul finire del 1255, fu eletto senatore il bresciano Emanuele de Maggi. Questi però, incapace di dominare i tumulti, fu ucciso nel 1257 ed il Papa che s'era portato a Roma fu costretto a riparare a Viterbo. Brar.caleone fu richiamato sulla fine di maggio; operò d'intesa con Manfredi; e sul morire nel 1258 fece sì che senatore fosse designato suo zio Castellano. Questi però fu cacciato nell'apr. del 1259 e finalmente col consenso del Papa
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(da Serafini, Muncie e bolle pantificie)
Alessandro IV, papa - Bolla plumbea.
furono eletti senatori due nobili romani, Napoleone Orsini e Riccardo Annibaldi.

Frattanto un altro avvenimento era sopravvenuto a complicare le vicende dell'Europa. Nel 1256 era morto Guglielmo d'Olanda imperatore; A. s'era opposto alla candidatura di Corradino; i principi germanici furono discordi : gli uni elessero Riccardo di Cornovaglia fratello di Enrico III d'Inghilterra, gli altri Alfonso X il Saggio re di Castiglia, ma gli eletti non ebbero credito in Germania. A., dapprima incerto, si mostrò favorevole a Riccardo e lo fece nominare senatore di Roma a vita nel 1261 con la speranza che avesse a controbilanciare la potenza che s'era ormai conquistata in Italia Manfredi.

Come Gregorio IX, A. dimostrò grande favore per i Francescani; canonizzò a Chiara, condannò Guglielmo di Sant'Amore, dottore di Parigi che aveva osato scrivere contro i privilegi dei Mendicanti, e a questi fece restituire le cattedre in quelle università delle quali erano stati privati. A. morì a Viterbo il 25 maggio 1261.

Brul.: P. Balan. Storia d'Italia. IV, ²² ed., Modena 1895 ; E. Jordan, Les origines de la domination angeroine en Italie, Parigi 1920; R. Morghan, Il tramonto della patenza scevra in Italia, Milano 1936, p. 149 sg.

Pio Paschini
ALESSANDRO V, ANTIPAPA. - Pietro Filargo, di umilissima origine, n. a Creta il 1340 . Protetto da un
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(da Serafini, Muncie e bolle pantificie)
Alessandro V, antipapa - Moneta d'argento.
frate francescano entrò fra i Minori, studiò ad Oxford ed a Parigi, dove, diventato maestro in teologia, ebbe anche ad insegnare. Il preclaro ingegno lo rese apprezzatissimo particolarmente presso i Visconti a Milano, sì che divenne successivamente vescovo di Piacenza, Vicenza, Novara ed arcivescovo di Milano nel 1402. Innocenzo VII nel 1405 lo creò cardinale dei SS. Apostoli. Quando nell'apr. 1408 si ebbe la defezione dei cardinali da Gregorio XII ed il loro convegno a Pisa dove si incontrarono con un gruppo di cardinali di Benedetto XIII, il Filarg> era assente dalla Curia; ma si adoperò subito per il Concilio di Pisa intimato da quei cardinali per mettere fine allo scisma. Fu infatti presente a quel Concilio sino dalla sua apertura ( 25 marzo 1409) e partecipò alla sentenza di deposizione pronunciata contro i due papi avversari. Riunitosi il conclave a Pisa stessa il 26 giugno 1409, il Filargo fu eletto pontefice col nome di A. V, per opera, a quanto si disse, del card. Baldassare Cossa. Si formò così nella cristianità una terza obbedienza a danno delle due che dal 1378 tenevano divisi i fedeli. A. chiuse il Concilio il 27 luglio; nel nov., causa la peste, lasciò Pisa per Pistoia. Nel dic., dopo la sconfitta di Ladislao re di Napoli, fautore di Gregorio XII, il popolo romano si dichiarò per A. il quale avrebbe voluto portarsi colà; ma il card. Cossa, temendo che Roma fosse ancora poco sicura, persuase A. a recarsi a Bologna, dove egli era legato. Colà A. il 31 genn. 1410 rinnovò la condanna dei suoi due avversari e confermò tutto quello che s'era fatto a Pisa. La morte

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Alessandro V, antipapa - Monumento funebre eseguito da Niccolò Aretino (sec. xv) - Bologna, S. Francesco.
lo sorprese improvvisamente a Bologna il 3 maggio 1410. Fu sepolto nella chiesa di S. Francesco.

Fu ai suoi tempi famosissimus in theologia magister e giudicato doctissimus in sacra pagina; compose un commentario sui quattro libri delle sentenze molto notevole, pubblicato dal F. Ehrle nel 1925 (Sentenzenkommentar Peters von Candia).

BibL.: Hefele-Lechecq, VI, p. 1341 sgg.; VII, p. I sgg.; L. Salembier, s. v. in DThC, I, coll. 722-24; id., Le grand Sclésme d'Occident, Parigi 1921, p. 254 sgg.; P. Brezzi, La scisma d'Occidente come problema italiano, in Archiv. Deput. Romana Storia patrio, 67 (1944).

Pio Paschini
ALESSANDRO VI, PAPA. - Rodrigo Borgia (Borja), n. nel 1430 o '31 a Xativa, in provincia di Valenza, da Jofré e da Isabella, sorella di Alfonso, il futuro papa Callisto III, tenne il pontificato dal 1492 al 1503. Ben poco sappiamo della sua prima gioventù, se non che lo zio gli procurò un canonicato a Valenza e poi lo fece venire in Italia per addottorarsi in diritto all'Università di Bologna. L'ascesa del card. Alfonso Borgia alla dignità pontificia (1455) segnò l'inizio della sua sorprendente fortuna. Ebbe, infatti, nel 1455, il cappello cardinalizio con il titolo di S. Nicola in Carcere, che nel 1471 lasciava per la sede suburbicaria di Albano e nel 1478 per quella di Porto. Vicecancelliere di Santa Romana Chiesa dal 1456, divenne due anni dopo amministratore della diocesi di Valenza (dove la sua famiglia fu in quello scorcio di secolo rappresentata da ben cinque
vescovi) per entrare, poi, in possesso dei vescovati di Cartagena e Maiorca (Spagna), e di Erlau o Eger (Ungheria), con l'aggiunta di ricche abbazie e di altri opulenti benefici. Poté così darsi ad una vita assai fastosa ed ebbe alcune relazioni illecite, tra l'altre con Vannozza de' Cataneis, da cui ebbe anche Cesare, Jofré, Giovanni duca di Gandia, e Lucrezia. Benché l'ottimo Pio II lo riprendesse severamente, non mutò costume. Del resto intelligente, bel parlatore, seppe con destrezza far valere la sua ambizione e attività negli affari sotto Paolo II, Sisto IV ed Innocenzo VIII, e godette i favori di molti principi regnanti, non certo di lui più castigati, disimpegnando con felice esito presso le loro corti diverse legazioni per parte della S. Sede.

Un primo tentativo di ottenere la tiara nel conclave del 1484 gli andò a vuoto, ma in quello del 1492, che seguì la morte di Innocenzo VIII, poté, a forza di splendide offerte ai cardinali, ottenere i quindici voti sufficienti per l'elezione. Fu così proclamato Papa l'ir ag., col nome di A. VI, fra l'universale plauso dei romani, che tanto dovevano detestarlo, e le congratulazioni di quasi tutte le potenze, segno chiaro della situazione politica e morale del tempo. I primi atti di governo furono veramente lodevoli, ma ben presto nepotismo e corruzione ebbero il sopravvento.

Negli undici anni che contò il pontificato di A. si possono distinguere due periodi, ma l'uno e l'altro volgono sempre intorno al medesimo cardine, l'esagerata protezione dei figli e dei nipoti. Durante il primo domina la lega papale con gli Aragonesi di Napoli contro le pretese di Carlo VIII di Francia su quel regno. Il secondo, viceversa, ha inizio dopo la morte di quest'ultimo nel 1498, ed è caratterizzato dall'alleanza di A. col re Luigi XII. Da principio non mancarono gli attriti tra il Papa e re Ferrante, lo scaltro figlio naturale del grande Alfonso; attriti sorti in parte per la manifesta preferenza che, in netta opposizione alla candidatura del Borgia, l'aragonese aveva dimostrato verso il fiero e pugnace card. Giulio della Rovere, che fu poi Giulio II. Temendo, tuttavia, in seguito Ferrante che per gli intrighi di Ludovico il Moro duca di Milano, non si concedesse l'investitura del regno di Napoli a Carlo VIII, ed avvedendosi, d'altro canto, A. che il re cattolico, il più potente di quanti allora ne contava l'Europa, aveva preso le difese degli interessi della sua casa e considerando principalmente che una stretta amicizia con quest'ultimo sarebbe stata di grande utilità ai suoi figli, fu relativamente facile gettar le basi di un solido accordo, pel quale Jofré Borgia divenne principe di Squillace e marito di Sancia, figlia naturale di Alfonso II, successore di Ferrante, e Giovanni, secondo duca di Gandia, ebbe in moglie una parente dei sovrani di Spagna. Questa inclinazione del Pontefice per gli Aragonesi di Napoli produsse, naturalmente, un violento urto con la Francia, il cui re determinò di prendersi con le armi la disputata corona, allegando i diritti degli Angioini, e cercando di spaventare A. con la minaccia della prammatica sanzione e di un concilio, che a seconda dei suggerimenti del card. della Rovere, avrebbe dovuto deporlo, qualora conferisse l'investitura del Napoletano al nuovo re Alfonso II. Ma A. era ormai definitivamente impegnato, e così, allorché nel maggio del 1494 il card. Giovanni Borgia incoronò Alfonso nella capitale del regno, invano si sforzò di rabbonire Carlo VIII rimettendogli la rosa d'oro benedetta.

La tempesta, infatti, scoppiò immediatamente. Carlo, sicuro del favore del duca di Milano, che ben

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(da Serafini, Monete e bollo pontificio)
Alessandro VI, papa - Monete d'oro (sopra) e d'argento (sotto).
presto però gli falli, e fidando sui numerosi nemici dei Borgia, tra i quali figuravano Colonna e Orsini, scese in Italia con un forte esercito. Firenze lo ricevette trionfalmente, e Girolamo Savonarola lo salutò e benedisse, invano attendendo da lui, "nuovo Ciro", quella riforma ecclesiastica, che il sovrano non sapeva e non poteva dare. La pressione sul Papa si fece così forte, che A., temendo molto per sé e per i suoi, fu costretto ad umiliarsi di fronte al "regio pellegrino", ed a concludere col re patti poco onorevoli, ricevendone in cambio un vacuo omaggio di riverenza, ed aprendogli, così, le porte del Mezzogiorno che in breve tempo venne quasi totalmente sottomesso. Ma la stella di Carlo VIII rapidamente andò eclassandosi, anche perché, pesando assai alle potenze italiane e ad alcune estere un predominio francese in quelle terre, si strinse nel 1495 la santa alleanza firmata da Massimilano I d'Austria, dalla Spagna, da Venezia, da Milano e dal Pontefice, la quale, oltre allo scopo ufficialmente proclamato di combattere i Turchi, mirava principalmente a salvaguardare lo Stato Pontificio e ad opporre l'appoggio mutuo di tutti all'invadenza della Francia.

Carlo VIII fu, dunque, costretto a ritirarsi precipitosamente dal regno di Napoli, che di nuovo cadde nelle mani degli Aragonesi, mentre A., per sfuggire alle vendette del re, si rifugiava nelle munitissime Orvieto e Perugia, e non rientrò in Roma se non quando Carlo uscì malconcio dalla battaglia di Fornovo. Raggiunto, così, il culmine del prestigio politico, A. si apprestava a goderne pienamente, quando nel giugno 1497 suo figlio Giovanni, duca di Gandia, che aveva da poco ricevuto l'investitura del ducato di Benevento e delle città di Pontecorvo e Terracina, mentre di notte girava a cavallo in Roma, fu crivellato di colpi di spada, e gettato nel Tevere.

Sotto il peso di tanta sciagura A. volle mutar vita e farsi promotore di una vera e propria riforma ecclesiastica, nominando all'uopo un'apposita congregazione cardinalizia e progettando di emanare una bolla contro i disordini della Curia romana. Ma fu fuoco di breve durata, ché, svaniti i buoni propositi, A. fece ritorno alla vita di prima. E mentre il Savonarola moltiplicava le invettive contro la Curia e lo stesso Pontefice,
questi si apprestava, dopo un processo ben poco edificante, a sciogliere il matrimonio della figlia Lucrezia con Giovanni Sforza per maritarla ad Alfonso di Bisceglie, figlio illegittimo di Alfonso di Napoli, e Cesare Borgia preparava la rinunzia al cardinalato di cui era stato insignito dal padre nel 1493, per divenire marito d'una principessa francese.

Col 1498, che vide, il 23 maggio, in Firenze, il supplizio di fra Girolamo Savonarola già scomunicato nel 1497 dal Pontefice per la irriducibile opposizione alla sua persona e alla sua politica, ha inizio il secondo periodo del pontificato di A. Morto Carlo VIII, ultimo dei Capetingi di Valois, gli succedeva Luigi XII, capostipite degli Orléans, che non mancò di proclamarsi anche re di Napoli e duca di Milano. Per distoglierlo dalla tentazione di prendersi la Lombardia, il Papa si mise in relazione con lui facendogli sperare un miglioramento nell'intricato affare napoletano. Un'ulteriore distensione di rapporti si ebbe con la dichiarazione pontificia di nullità del matrimonio di Luigi con la beata Giovanna di Valois, figlia di Luigi XI, dopo la quale il monarca poté sposare la vedova di Carlo VIII, erede della Bretagna.

Intanto Cesare Borgia otteneva il ducato francese di Valentinois e sposava nello stesso tempo una principessa di sangue reale, Carlotta d'Albret, invece di Carlotta, primogenita del nuovo re di Napoli Federico II, come per miraggio di una corona reale aveva sognato A. Luigi XII, stretta alleanza col Pontefice e con i Veneziani, entrava in Milano, accompagnato da Cesare e da altri signori italiani. La potenza militare e politica di A. era, così, giunta al suo apice, e gli offriva il destro di riconquistare la Romagna a favore di quel figlio prediletto, mentre Ludovico il Moro veniva battuto e fatto prigioniero nella decisiva battaglia di Novara (apr. 1500). Cesare ricevette dal padre la rosa d'oro e la carica di gonfaloniere della Chiesa, mentre gran parte dei territori di questa cadeva nelle mani dei Borgia, e le Romagne vivevano giorni di terrore e di sangue. La spartizione del meridionale feudo della S. Sede, approvata dal Pontefice, fra Luigi XII e Ferdinando il Cattolico, ben presto cadde per opera del capitano Gonzalo di Cordova, che definitivamente diede in pieno dominio alla Spagna Sicilia e Napoletano.

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Alessandro VI, papa - Affresco del Pinturicchio (1492-94). Vaticano, Appartamento Borgia.

Ma l'improvvisa morte del Papa ( 18 ag. 1503 ) diede il crollo alla politica e alle aspirazioni dei Borgia, proprio mentre l'annientamento della potenza delle signorie pullulanti nelle terre della Chiesa era ormai un fatto compiuto, che singolarmente doveva favorire il programma di Giulio II, volto a creare uno Stato Pontificio forte e ben organizzato. Cesare, privo di colpo d'ogni appoggio, fuggiva dall'Italia e, dopo aver sofferto la prigionia nei castelli di Chinchilla e di Medina del Campo, si rifugiava in Navarra presso il cognato re Giovanni d'Albret, a servizio del quale periva nel 1507 combattendo a Viana.

Il pontificato di A. vide avvenimenti di somma importanza non solo politica, ma anche religiosa e culturale, vide soprattutto la scoperta dell'America, avvenuta due mesi dopo la sua esaltazione al soglio, fra l'immensa commozione di tutta l'Europa. Le tre caravelle del navigatore genovese, movendo verso il Nuovo Mondo sotto le insegne di Spagna, entravano in concorrenza con le navi portoghesi, che, contemporaneamente ai viaggi lungo le coste d'Africa, correvano l'Atlantico in cerca di terre ignote da occupare ed evangelizzare a nome del re di Portogallo in base a concessione fattagli da Callisto III. Non conoscendosi bene la posizione geografica ed i limiti delle regioni scoperte, gravissimo appariva il pericolo d'un conflitto fra le due potenti corone. Ad evitarlo si ricorse all'arbitrato di A., che molto avvedutamente tracciava una linea di demarcazione corrente verticale dal Polo Nord al Polo Sud, a cento leghe ad occidente delle Azzorre. Alla Spagna furono, dunque, attribuite le terre a sinistra della linea tenendo l'occhio al Nord, al Portogallo quelle a destra. Poco dopo, col trattato di Tordesillas (1494), la Spagna consentiva a spostare la demarcazione di 270 leghe più ad occidente, con sommo beneficio del Portogallo che poté così annettersi il Brasile.

Le scoperte sempre più vaste e l'appoggio dei sovrani dei due paesi fecero grandemente prosperare le missioni, che presero sviluppo veramente magnifico anche pel valido contributo del Papa, il quale non mancò di concedere grandi privilegi ai missionari delle nuove cristianità. Tutto proprio di A. fu anche l'impegno posto nel difendere la purezza della dottrina cattolica contro l'imperversare delle eresie, e nel proteggere validamente gli Ordini religiosi, e specialmente quello recente di a. Francesco di Paola. All'appressarsi del 1500 annunziò a tutto il mondo la solennità del giubileo, prendendo parte a molte funzioni, e godendo lo spettacolo delle grandi moltitudini di pellegrini accorsi da ogni parte. Via Alessandrina, Borgo Nuovo, oggi scomparso, nonché molte opere edilizie dimostrano il suo alto interessamento per i problemi urbanistici di Roma, mentre l'appartamento Borgia in Vaticano e le stanze di Castel S. Angelo con le mirabili pitture del Pinturicchio, come pure la protezione accordata ad artisti e letterati, ci rendono testimonianza del suo mecenatismo.

Il giudizio su A. non può non essere giustamente severo. Il suo pontificato fu per molti lati l'opposto di quelli di un Niccolò V e di un Pio II. Il tentativo di alcuni moderni inteso a presentarlo come degno del compito affidatogli è miseramente fallito, come non reggono all'esame di una sana critica le esagerate accuse diluite in tanti scritti apparsi fra il sec. xvir ed i nostri giorni.

Bibli: Jubianis Burchardi, Liber Notorum ob a. ribs usque ad a. 1506, a cura di E. Celani, in Rerum ital. Scriptores, XXXII, i. Città di Castello 1910-11; M. Santalo, Diario, Venezia 1880; D. Cerri, I Borgia ossia A. VI papa e i suoi contemporanei, Torino 1873-74; A. Leonetti, Pupa A. secondo i documenti e carteggi del tempo, 3 voll., Bologna 1880; C. Höffler, Don Rodrigo Boria (Papst A. VI), Vienna 1889; Pastor, III, pp. 329637; J. Sanchis y Sivera. Algunas documentos y cartas pecuator... Notas para la historia de Alejandro VI, Valencia 1919; G. Porti-
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(fol. Alinari)
Alessandro VI, papa - Bandiera dello Stato Pontificio con le armi dei Borgia, dalla Pola dei Prazm. del 1526 (Tizianol. Venezia, Chiesa dei Frari.

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![img-20.jpeg](img-20.jpeg)

MONUMENTO DI G. L. BERNINI nella basilica di S. Pietro (1672-78).

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MONUMENTO DI ARRIGO DI S. MARTINO nella basilica di S. Pietro ( 1691 ).

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gliotti, I Borgia, A. VI, Cesare, Lucrezia, Milano 1921; M. Bellosci, Lucrezia Borgia, ⁷² ed., Milano 1944; G. Pope, La politica dei Borgia, Napoli 1946. Giuseppe M. Pou y Marti

ALESSANDRO VII, PAPA. - Fabio Chigi, n. a Siena il 13 febbr. 1599. Fu a Roma dal dic. 1626 all'ott. 1629; vicelegato a Ferrara fino al giugno 1634 , rivestì anche le funzioni di commissario delle armi e di commissario regolatore dei confini coi Veneti. Richiamato a Roma e destinato inquisitore e delegato apostolico a Malta, fu esaminato per il vescovato di Ni castro e ricevette i tre ordini maggiori. Commutata Nicastro con