celegato a Ferrara fino al giugno 1634 , rivestì anche le funzioni di commissario delle armi e di commissario regolatore dei confini coi Veneti. Richiamato a Roma e destinato inquisitore e delegato apostolico a Malta, fu esaminato per il vescovato di Ni castro e ricevette i tre ordini maggiori. Commutata Nicastro con Nardò, giunse a Malta nell'ott. 1634, fu consacrato vescovo nel luglio 1635 . Tornato a Roma, ne ripartì poco dopo per Colonia, dove giunse il 9 ag. 1639, per ricoprirvi la carica di nunzio al Reno. Nel dic. 1643 fu incaricato anche delle mansioni di nunzio straordinario al congresso per la pace. Nel marzo 1644 passò da Colonia a Münster in Vestfalia iniziandovi subito un'intensa opera di mediazione fra i cesarei e gli Spagnoli da un lato e i Francesi dall'altro, sempre appoggiato dall'ambasciatore veneto Alvise Contarini. Difese con tutte le sue forze i diritti del cattolicesimo traditi ogni giorno più, a suo giudizio, dai principi cattolici della Germania e dal re di Spagna. Non volle che il nome del Papa ed il suo proprio figurassero nei trattati di pace, ed elevò solenne protesta scritta contro le lesioni fatte ai diritti della Chiesa cattolica. Nel 1649 lasciò Münster per Aquisgrana, a fine di dar ancora la sua opera di mediatore alle trattative fra la Spagna e la Francia. Richiamato a Roma, per assumere la carica di segretario di Stato, vi giunse il 30 nov. 1651; creato cardinale il 19 febbr. 1652, ricevette il titolo di S. Maria del Popolo e dimise la chiesa di Nardò per quella di Imola. Il 7 genn. 1653 Innocenzo X spirò fra le sue braccia. Entrato in conclave il 17 genn., fu eletto Papa il 7 apr. e coronato il 18. Nel dic. accolse in Roma la regina Cristina di Svezia e le conferì il sacramento della Cresima. Scoppiata in Roma la peste, le sagge misure adottate dal Papa riuscirono a contenere la mortalità entro limiti abbastanza ristretti (maggio 1656 -ag. 1657). Ottenuto il ritorno nel territorio veneto dei Gesuiti proscritti, fornì aiuti alla repubblica, a più riprese, per la guerra contro i Turchi. Mazzarino (m. nel 1661), fin dall'inizio del pontificato, e poi Ugo di Lionne, per un increscioso incidente ( 20 ag. 1662) della guardia pontificia corsa col duca di Créqui, ambasciatore di Francia, resero difficilissime le relazioni tra Luigi XIV e A. Ma la legazione in Francia del nipote card. Flavio Chigi, che avrebbe dovuto segnare l'estrema umiliazione del Papa, dopo la pace di Pisa ( 12 febbr. 1664), si risolse, invece, in un viaggio trionfale. Grandi fatiche costò al Papa la lotta contro il giansenismo, in Francia e nei Paesi Bassi. Nel 1658 A. canonizzò s. Tommaso da Villanova, nel 1665 s. Francesco di Sales, da lui sempre ammirato e venerato in modo specialissimo. In 5 promozioni, creò 38 cardinali, tra i quali Giulio Rospigliosi, suo successore nel papato col nome di Clemente IX, Sforza Pallavicino e il beato Gregorio Barbarigo. A. mori il 22 maggio 1667. Il suo corpo riposa nella basilica di S. Pietro, nel monumento ideato da G. L. Bernini (1672-78).
Garbato poeta latino (Philomathi Musae iuveniles, Colonia 1645, Anversa 1654, Parigi 1656, Amsterdam 1660), prima e durante il pontificato amò la compagnia ed incoraggiò i lavori di molti studiosi e letterati. A. unì alla biblioteca Vaticana quella dei duchi d'Urbino ( 1658 ) e grandi beneme-

(orepr. G. Inciso della Rocchetta)
Alessandno VII - Appunto autografo per la modadia di fondazione del portico berniniano - Vaticano, ms. Chigiano R. VIII, c. 1, f. 10 (Miscellanea) n. 1.
renze acquistò anche verso l'Archivio segreto Vaticano. Compiuta la costruzione del palazzo della Sapienza, vi fondo la biblioteca Alessandrina (1667). A Fabio Chigi si deve, in gran parte, la formazione della biblioteca Chigiana. In gioventù egli aveva compilato un elenco di pitture, sculture ed architetture di Siena (ms. Chigiano I. I, 11), tuttora fonte importante per la storia dell'arte senese. Nel pontificato di A. si condusse a termine la fabbrica di Propaganda Fide (1649-66); si proseguì a S. Maria del Popolo l'opera del giovane Fabio Chigi (1626-27, 1652, 1655-60); fu creata la facciata e sistemata la piazza di S. Maria della Pace (1656-67); sorse il colonnato berniniano di piazza S. Pietro (1656-57); e l'altare della cattedra nella stessa basilica (1656-65). Tra il 1658 ed il 1662 si costruì la facciata di S. Maria in Via Lata e la chiesa di S. Tommaso da Villanova in Castelgandolfo; tra il 1660 e il 1675 quella di S. Maria in Portico in Campitelli; tra il 1662 ed il 1664 la chiesa dell'Assunta e le fabbriche adiacenti in Ariccia. Tra il 1662 ed il 1679 si svolsero i lavori per le chiese simmetriche di S. Maria in Monte Santo e di S. Maria dei Miracoli a piazza del Popolo. Alla magnificenza dello stesso Pontefice si debbono inoltre: la trasformazione della Scala Regia (1665-66), e la Sala Ducale (1665) in Vaticano; la facciata di S. Andrea della Valle (1665), ed infine l'erezione dell'obelisco caricato sull'elefante in Piazza della Minerva (1666-67). - Vedi Tav. LXI.
BISL.: Vitae et res gnose pontificum et s.r.e. cardinalium ecc., A. Ciaconii O.P. et aliorum opera descriptae, ab A. Oldoino S. I. recognitae ecc., IV, Roma 1877, coll. 688-89, 707-26; G. De Navass. Elementi della storia de' Sommi Pontefici, ecc., X, ³² ed., Siena 1822, pp. 61-179; S. Pallavicino, Della vita di A. VII libri cinque, 2 voll., Prato 1839-40; L. Schiavi, La mediazione di Roma e Venezia nel congresso di Münster per la pace di Vestphalia tra Franca [sic] ed Allemagna. Esposizione storica svolta sulla corrispondenza del nunzio Fabio Chigi ecc., Bologna 1923;
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Alessandro VIII - Particolare del palinto offerto da A. alla Basilica di S. Pietro (sec. xvit).
Pastor, XIV, 1, pp. 311-538; P. Bacci, L'elenco delle pitture, sculture e architetture di Siena, compilato nel 1623-26 da mont. Fabio Chigi poi A. VII, secondo il ms. Chigiano I. I, 11, in Bollettino Senese di Storia Patria, nuova serie, 10 (1939), fascc. 3 e 4; G. De Marchi, Il Papa A. VII e le Pasque Piemontesi, in Bollettino Storia Bibliografica subalpina, 41 (1940), nn. 3-4; V. Kybal e G. Incisa della Rocchetta, La nunciatura di Fabio Chigi (Miscell. Deput. romana di Storia patria, nn. 14 e 16), vol. I, parti 1-2, Roma 1943, 1946.
Giovanni Incisa della Rocchetta
ALESSANDRO VIII, papa. - Pietro Vito Ottoboni, di nobile famiglia veneziana, n. il 22 ott. 1610 , s'addottorò a Padova in ambo i diritti, e, recatosi a Roma, divenne successivamente referendario delle due Segnature, governatore di Terni, Rieti e Città di Castello, uditore di Rota, cardinale il 19 febbr. 1652, vescovo di Brescia nel 1654. Tornato a Roma, ebbe larga parte nel conclave donde uscì eletto Clemente IX, che apprezzandone la pratica negli affari di curia lo nominava suo datario. Sotto Innocenzo XI fu grande inquisitore di Roma e segretario del S. Uffizio. Nel 1681 passò alle sedi suburbicarie di Frascati prima, di Albano e di Porto poi.
Decano del S. Collegio, ebbe il 6 ott. 1689 la tiara da cinquantadue elettori soprattutto preoccupati di non offendere né Francia né Spagna, fra il turbine della coalizione europea contro Luigi XIV. Con quest'ultimo, stanco e desideroso di riavvicinarsi alla S. Sede, A. poté presto liquidare una lunga e grave vertenza, riconoscendogli il diritto di nomina per le diocesi di Metz, Toul, Verdun, Arras e Perpignano, ed ottenendo la restituzione di Avignone e del contado Venassino, nonché la rinunzia alle famose franchige. Si dimostrò intransigente nei riguardi d'un ulteriore allargamento del diritto regio di regalia sui vescovati, condannando, mediante la bolla Inter multiplices del 4 ag. 1690 , divulgata più tardi sul letto di morte, i quattro articoli delle cosiddette libertà della Chiesa gallicana, che il clero aveva promulgati nel 1682 su pressione del sovrano.
Ma l'opera più notevole del pontificato fu quella volta a salvaguardia delle cose di Fede. Gli ultimi partigiani di Molinos, capeggiati dal chierico di camera Gabrielli, ebbero dal S. Uffizio la condanna al carcere perpetuo in Perugia. E del 24 ag. 1690 la solenne con-
danna d'una proposizione che negava la necessità dell'atto d'amore divino, e dell'altra sostenuta da Francesco Musnier di Digione circa la liceità del peccato filosofico, come non comportante offesa verso Dio. Il 7 dic. dell'anno stesso fu la volta dei giansenisti, i quali videro colpite molte proposizioni emesse da professori di teologia di Lovanio, riguardanti la giustificazione e la Penitenza, la Vergine, il Battesimo e l'autorità della Chiesa.
La floridezza delle missioni di Cina condusse A. a costituire i vescovati di Nanchino e di Pechino, con diritto di nomina riservato al re di Portogallo. Il 16 ott. 1690 promulgò i decreti di beatificazione degli spagnoli Giovanni di S. Facondo agostiniano, Pasquale Baylon francescano, Giovanni di Dio fondatore degli Ospitalieri, nonché di Giovanni da Capistrano e di Lorenzo Giustiniani.
Più dei favori e degli onori concessi a Venezia, ed in parte giustificati dalla necessità di sostenerla, insieme con gli Asburgo, nell'aspra lotta contro i Turchi, non gettano buona luce su A. le eccessive premure nepotistiche, tanto più stridenti dopo il preclaro esempio di austerità e di virtù offerto dal predecessore Innocenzo XI. Veramente paterno si dimostrò invece nello sforzo d'allontanare dai Romani peste e fame. Poveri e pupilli s'ebbero, grazie a nuove facilitazioni d'importazione e di trasporto, ottantamila rubbia di grano, e di qui il motto Re frumentaria restituta posto su due monete. Diminuì ulteriormente le gabelle della carne. Restaurò gli acquedotti paolini e la relativa mostra gianicolense. Né tralasciò fatiche per incrementare la disciplina ecclesiastica e sviluppare le amministrazioni statali. Cultore di dottrine umanistiche, membro dell'erudito cenacolo raccoltoṡ intorno a Cristina di Svezia, assicurò alla biblioteca Vaticana molti manoscritti ed opere da quella adunati.
Morì il 1^{°} febbr. 1691 e fu sepolto nella basilica di S. Pietro, ove lo ricorda un monumento di Arrigo di S. Martino. - Vedi Tav. LXII.
Bibl.: M. Guarnacci, Vitae Pontif. Rom., 1, Roma 1751, p. 314 sgg.; G. Novass, Elementi delle storia de' Sommi Pontefici, XI, Roma 1822, p. 76 sgg.; G. Audisio, Storia religiosa e civile dei Papi, V. Roma 1868, p. 130 sgg.; Bullavions romanum, XX (ed. A. Vecco e soc.), Torino 1870, pp. 1-167; C. Gérin, A. VIII et
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Louis XIV, in Revue des quertions historiques, 22 (1877), pp. 135210; S. Fretherr von Bischoffshausen, Papst A. VIII und der Wiener Hof, Stoccarda 1900; G. Hergenrother, Storia universale della Chiesa, VII, Firenze 1911, p. 36 sgg.; Pastor, XIV, it, pp. 387-412; P. Richard, s. v. in DHG, VII, coll. 244-51.
Paolo Dalla Torre
ALESSANDRO I Pavlović, zar di Russia. - N. a Pietroburgo il 12/23 dic. 1777, m. a Taganrog il 19/30 nov. 1825. Salito al trono nel marzo 1801, non segul le direttive francofilc della politica estera del padre Paolo I, ma si avvicinò alla Gran Bretagna aderendo anche alla Terza Coalizione. Dopo la battaglia di Austerlitz e di Friedland si ebbe però il convegno di Tilsit ( 25 giugno 1807) dove A. e Napoleone si accordarono sulla apartizione dell'Europa in due sfere di influenza e di dominio, francese e russa : ad A. fu data mano libera in Finlandia (contro la Svezia) ed in Moldavia e Valacchia (contro la Turchia). A. non volle però aderire al blocro continentale ed alla guerra contro la Gran Bretagna: la risposta di Napoleone fu l'invasione della Russia ( 24 giugno 1812) che terminò con la caduta dell'imperatore dei Francesi. Al Congresso di Vienna (1814-15) A., considerato l'arbitro delle sorti dell'Europa, si fece promotore della Santa Alleanza. Nella politica interna A., scolaro dell'iRuminista svizzero Laharpe, volle attuare nei primi anni del suo regno delle vaste riforme amministrative e sociali, ma poi assunse un atteggiamento conservatore e reazionario, soprattutto per l'influenza del conte Arokceev. A. morì improvvisamente a Taganrog, sul Mar Nero, di ritorno da un viaggio d'ispezione in Crimea. Per quanto riguarda la complessa politica ecclesiastica di A., bisogna ricordare che, allorquando mons. Arezzo andò Nunzio in Russia nel 1802, si avvide che l'arcivescovo di Mohilev, Siestrzencewicz, persona non gradita alla S. Sede, aveva riacquistato credito a Corte. A. non voleva inoltre riconoscere alla Chiesa il diritto di regolare i propri affari in piena autonomia dal potere dello Stato. Questa intenzione si manifestò in modo assai evidente soprattutto al Congresso di Vienna, dove il conte di Stackelberg a nome dell'Imperatore chiese al card. Consalvi che si concedesse all'arcivescovo di Mohilev il potere di accordare l'istituzione canonica agli altri vescovi dell'impero russo. La S. Sede non cedette a queste richieste ed inutili riuscirono anche la missione del generale Tuyll van Serooskerken e gli sforzi dell'Italinski, ambasciatore russo a Roma. Anche il tentativo di ottenere la dignità cardinalizia per il Siestrzncewicz falli.
Brbl.: Su A. I in genere si cf. soprattutto K. Waliszewski, Le règne d'Alexandre I, 3 voll., Parigi 1923-25. e K. Stählin, Geschichte Russlands von den Anfängen bis zur Gegenwart, III, Königsberg-Berlino 1925. Sulle relazioni con la S. Sede si vedano: P. Pierling, La Russie et le Saint-Siège, V, Parigi 1912; A. Boudou, Le Saint-Siège et la Russie, leurs relations diplomatiques au XIX* siècle, I, Parigi 1922, e J. Schmidlin, Papstgeschichte der neuesten Zeit, I, Monaco 1933. Sulla missione Arezzo, M. J. Rouút de Journel, Nunciature d'Arezzo 1802-1806 ( = Nunciatures de Russie d'après les documents authentiques), 2 voll., Roma 1922-27.
Silvio Furlani
ALESSANDRO II, zar di Russia. - N. a Mosca il 17/29 apr. 1818, m. a Pietroburgo il 1/13 marzo 1881. A. iniziò il suo regno nel 1855 ponendo fine alla guerra di Crimea con la Francia e l'Inghilterra e dedicandosi alla attuazione di riforme, tra cui spicca l'emancipazione dei servi della gleba (1861). Scoppiata nel 1863 la rivoluzione in Polonia e diffondendosi nella stessa Russia le correnti radicali (il primo attentato alla vita di A. è del 1866) l'imperatore si irrigidì tanto nella politica estera quanto in quella interna. La questione polacca peggiorò le relazioni con la Francia, rafforzando invece quelle con
la Prussia, e la volontà di conservare lo statu quo condusse all'Alleanza dei tre imperatori (A. II, Francesco Giuseppe, Guglielmo I) nel 1873. Contemporaneamente la Russia si espandeva in Asia centrale ed orientale. Nel 1877 la questione balcanica determinò A. a muovere guerra alla Turchia e la pace di S. Stefano dell'anno successivo poneva l'Europa sud-orientale sotto l'influenza russa. Intervenute le grandi potenze al Congresso di Berlino (giugno-luglio 1878), A. fu costretto a rinunziare ai vantaggi acquisiti a S. Stefano. La situazione interna intanto presentava un crescendo di atti terroristici finché lo stesso zar rimase vittima di una bomba lanciata contro la sua vettura, dinanzi al palazzo d'Inverno.
Per ciò che si riferisce alla politica ecclesiastica, le relazioni tra A. e la S. Sede furono improntate, durante i primi anni di regno, a correttezza, se non a cordialità. Venendo incontro al desiderio di. Pio IX di vedere attuato il Concordato del 1847 negli articoli non ancora adempiuti, lo zar dava assicurazioni di provvedere. La questione polacca diede però poi luogo ad attriti violentissimi : le persecuzioni dei cattolici, la secolarizzazione dei beni ecclesiastici, la soppressione di diocesi determinarono vive proteste da parte del Papa. Scrivendo ad A. la nota lettera del 22 apr. 1863, Pio IX declinava qualsiasi responsabilità nella rivolta polacca, ed osservava che se le cose erano a tal punto lo si doveva alla politica anticattolica svolta in Polonia. D'altra parte l'atteggiamento dei rivoluzionari che identificavano la loro lotta dell'indipendenza con la difesa del cattolicesimo contribul ad alterare la vera sostanza delle divergenze tra la S. Sede e lo zar, al punto che il Meyendorff, rappresentante russo a Roma, arrivò a dichiarare al Papa che il cattolicesimo equivaleva alla rivoluzione. Il risultato di questa

(Int. Enc. Catt.)
Alessandro II, zar di Russia - Ritratto.
Roma, Museo del Risorgimento.
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dichiarazione fu la rottura delle relazioni diplomatiche. Si ebbe poi una distensione e le relazioni furnno riallacciate, ma nel 1877 la presentazione di un memorandum all'incaricato d'affari Urusov condusse ad una nuova sospensione dei rapporti. Morto Pio IX, Leone XIII riusci a concertare con Pietroburgo degli accordi preliminari, firmati il 31 ott. 1880 a Vienna dal nunzio Jacobini e dall'ambasciatore Novikov. In complesso l'azione del nuovo Pontefice condusse ad una maggiore comprensione da parte di A. e delle sfere dirigenti russe, rimaste bene impressionate soprattutto dall'enciclica del 28 dic. 1878 contro il socialismo ed il nichilismo.
BibL.: Su A. II in genere si veda K. Stählin, Geschichte Russlands, IV, Königsberg-Berlino 1939. Sulle relazioni con la S. Sede cf. A. Boudou, Le Saint-Siège et la Russie, leurs relations diplomatiques au XIXe siele, II, Parigi 1922, e J. Schmidlin, Papstgeschichte der neuesten Zeit, II, Monaco 1934. Silvio Furiani
ALESSANDRO III, xar di Russia. - N. il 26 febbr./io marzo 1845 , m. il 20 ott. / 1^{°} nov. 1894 a Livadia. Succeduto al padre A. II, assassinato nel 1881, A. III accentuò il regime autocratico all'interno. In politica estera le relazioni cordiali con l'Austria e con la Germania si allentarono, soprattutto con Vienna, a causa della divergenza di vedute sorta intorno alla questione bulgara. I rapporti con l'impero germanico non subirono purtuttavia mutamenti fino alla caduta di Bismarck, ma la politica personale di Guglielmo II annullò i reciproci vantaggi dell'amicizia russo-tedesca mantenutasi salda, pur attraverso non pochi malintesi, per quasi un trentennio. Per evitare l'isolamento della Russia, A. III si avvicinò pertanto, verso la fine del suo regno, alla Francia.
In politica ecclesiastica possiamo dire che le relazioni con la S. Sede non furono mai tese, né inacerbite. Il 24 dic. 1882 furono firmati a Roma tra il plenipotenziario russo Butenev ed il Segretario di Stato di papa Leone XIII, card. Jacobini, degli accordi sulla soppressione delle diocesi di Minsk, Lublino e Lutzk-Zitomir, circa i seminari e l'Accademia ecclesiastica di Pietroburgo. Inoltre il governo russo si impegnava a sospendere le misure eccezionali prese contro il clero polacco nel 1865 ed a modificare l'Ordinanza del 1866. Ma questi accordi non ebbero pressoché alcuna attuazione pratica. Dopo il 1887 , quando Leone XIII cominciò ad avversare apertamente la Triplice Alleanza, A. propose un modus vivendi sulla base degli accordi dell'82. Ciò che premeva soprattutto all'imperatore era l'introduzione della lingua russa nel rito, richiesta alla quale il Papa però non accondiscese. Non per questo i rapporti divennero tesi, anzi nel 1894 fu creata una legazione russa presso la S. Sede: primo titolare fu l'Isvolski.
BibL.: Cf. A. II. Per il testo degli accordi del 1882 cf. la Raccolte di Concordati su materie ecclesiastiche tra la S. Sede e le autorità civili, Roma 1919, p. 1018 sgg. Sulla Chiesa cattolica in Russia anche A. M. Ammann, Storia della Chiesa russa e dei paesi deotrafi, Torino 1948.
Sibrio Furiani
ALESSANDRO da S. Elpidio. - Teologo e canonista agostiniano, n. nel 1265 a S. Elpidio nella Marca d'Ancona. Gli si attribuisce il cognome Fassitelli, taciuto peraltro dagli storiografi contemporanei. Entrato tra gli Eremitani di s. Agostino, studiò a Parigi sotto il maestro Egidio Romano (v.), ed ebbe il grado di baccelliere. Nel 1300 fu nominato rettore dello studentato dell'Ordine presso la corte pontificia di Anagni, quindi ritornò nella provincia delle Marche come definitivo provinciale. Nel 1307 si trovò di nuovo a Parigi, in qualità di maestro e professore di teologia, finché nel 1312 fu eletto priore generale del suo Ordine, carica che coprì per cinque volte successive. Nel
1326 fu elevato al seggio vescovile di Melfi in Lucania. Morì pochi mesi dopo.
Si distinse per zelo della regolare osservanza, specialmente del silenzio e della povertà, congiunto a non comune prudenza di governo. Riordinò anche, nel suo Ordine, gli studi ecclesiastici. Adoperò le sue insigni doti intellettuali a pro delle scienze sacre e dell'autorità pontificia.
Le sue opere sono per lo più inedite. Solo furono stampate: De iurisdictione imperii et auctoritate summi Pontificis (Lione 1498, 1538; Rimini 1624); Tractatus de ecclesiastica potestate (Torino 1496; Rimini 1624, e nella Biblioteca pontificia di T. Roccaberti, II, Roma 1695, pp. 1-40).
BibL.: E. Esteban, De ordinationibus Prioris Generalis Alexandri de S. Elpidio, in Analecta Augustiniana, 2 (1907-1908), pp. 254-55; D. A. Perini, Bibliographia Augustiniana, I, Firenze 1920, pp. 46-48; U. Mariani, Maestri agostiniani dell'Università di Parigi, in Bollettino Storico Agostiniano, 19 (1943), pp. 34-38. Anstricio Hulsbosch
ALESSANDRO di San Francesco. - Scrittore ascetico carmelitano scalzo, della nobile famiglia degli Ubaldini (a nome Lelio), n. a Roma il 18 ott. 1588, m. ivi il 16 apr. 1630 . Entrò al Carmelo il 1^{°} apr. 1605 . Nel 1614 fu inviato in Francia come maestro dei novizi, quindi eletto definitivoe della nascente provincia di Francia (1617-19). Ritornato a Roma fu priore del convento della Scala (1619-22), provinciale della provincia romana ( 1622-25 ), e definitore generale (1629).
Lasciò le seguenti opere: Manuale pauperum ad thesaurizandos thesauros in coelo. Lione 1630, Torino 1872 (traduzione italiana: Parma 1649, Siena 1879); De praesentia Dei; Schola virtutum; Handogium animor; Solilogato animae fidelis; Epistolae. Tutte queste opere furono pubblicate insieme, a Lione (1633) e Roma (1670-71, in 2 voll.). Tradusse inoltre le Opere di s. Giovanni della Croce in italiano (Roma 1637).
BibL.: Philippus Mr. a S. Paulo, Vita del Ven. P. Alessandro.... Roma 1668; Philipous a Trin., Decor Carmeli, III, Lione 1665, p. 81. Ambrogio di Santa Teresa
ALESSANDRO di Santa Teresa. - Carmelitano fiammingo (al sec. Van den Berghe), n. nel 1639 a Bruxelles, m. a Lovanio nel 1686. Per lunghi anni, nel collegio dell'Ordine a Lovanio, insegnò con molto plauso filosofia, teologia e Sacra Scrittura.
Pubblicò, per la difesa della fede cattolica, le opere: Clypeus religionis (2 voll., Colonia 1679); Praeco Marianus... (ivi 1681); Confutatio justificationis praxeas (Ypres 1683); Hydra profanarum novitatum, descrizione di tutte le eresie, con la loro confutazione (Colonia 1684); Tempestas Novaturiensis, contro gli errori dei protestanti (ivi 1686), e parecchie altre in lingua fiamminga.
BibL.: C. de Villiers, BiM. Carm., I, Orliana 1752, pp. 32-33; Hurter, IV, col. 410; p. Marie Joseph, s. v. in DHG, II, coll. 271-72; C. Toussaint, s. v. in DThC, I, col. 786.
Ambrogio di Santa Teresa
ALESSANDRO Sauli, santo. - Vescovo di Aleria, n. a Milano di nobile famiglia genovese, il 15 febbr. 1534, m. a Colosse (Asti) I'11 ott. 1592. Dopo aver perfezionati i suoi studi umanistici a Pavia, tornò a 17 anni a Milano, dove, nominato paggio dell'imperatore Carlo V, si vide aperta dinanzi una carriera comoda e brillante; ma volle rinunciare alle lusinghe del mondo e domandò di essere accettato nella giovane Congregazione dei Chierici regolari di S. Paolo (Barnabiti). La sua domanda fu assoggettata ad una dura prova : doveva, vestito da paggio, portare una grande croce sulle spalle per le vie principali di Milano e non tornare senza avere dato saggio di amore alla vita religiosa. A. obbedi - era la festa di Pentecoste del 1551 - e sulla Piazza dei Mercanti, vicino al Duomo, fece scendere un saltimbanco dal palco, vi eresse la croce e iniziò una predica sul servizio che gli uomini devono prestare a
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Dio. Subito accolto nella Congregazione, fu inviato a compiere i suoi studi nel collegio dei Barnabiti a Pavia, che ingrandì e dotò di una ricca biblioteca a sue spese. Ordinato sacerdote (1556), insegnò teologia e filosofia nell'Università e ben presto fu eletto dal vescovo, Ippolito Rossi, a suo teologo. Ma più vi si distinse per l'arte e soprattutto l'efficacia della predicazione. S. Carlo Borromeo, che l'aveva invitato a predicare a Milano, lo volle suo confessore e consigliere. A Pavia, organizzò e diresse, quasi precorrendo le odierne associazioni universitarie cattoliche, un'Accademia costituita da giovani che frequentavano l'Università. Eletto generale del suo istituto a soli 33 anni, nel 1567 , non solo vigilò a mantenere intatta l'osservanza della regola, ma ebbe una cura tutta speciale per la formazione delle giovani reclute onde crescessero degne, e per la dottrina e per la santità, dei ministeri ai quali sarebbero state chiamate. Per le sue doti così preclare, s. Pio V lo nominò, anche contro le sue proteste, vescovo di Aleria in Corsica, e fu consacrato da s. Carlo, nel 1570.
La missione affidatagli era certamente ardua. Le condizioni dell'isola erano spaventose : da 70 anni non vedeva un vescovo; la popolazione, ridotta e imbarbarita, si nutriva di crbe e di ghiande; circa mille omicidi all'anno; le chiese servivano da oviii e i sacerdoti ignoravano persino i riti della Messa. Nella città vescovile di Aleria non trovò due stanze abitabili; della cattedrale esistevano soltanto le mura. Stabilitosi a Corte, cominciò la visita della diocesi, occupandosi prima di tutto dei sacerdoti; li raccolse in sinodi; nel terzo promulgò i decreti del Concilio di Trento e intanto fondò il suo seminario e stabili la sua residenza a Cervione. Oltre alle funzioni episcopali, si prodigò in tutti i ministeri del semplice prete; catechismi al popolo, lezioni ai suoi chierici, visite agli ammalati, pacificazioni degli odi e delle discordie tra le famiglie.
Dopo un ventennio di fatiche inaudite, rifiutate le sedi di Tortona e di Genova, dovette accettare quella di Pavia (1591); ma vi morì un anno dopo, durante la visita pastorale, a Calosso di Asti. Il suo corpo si venera nella cattedrale di Pavia. Fu beatificato da Benedetto XIV (1742) e canonizzato da Pio X nel 1904. La sua festa si celebra l'i i ott.
Degne di nota, tra le sue opere a stampa, sono le lettere e le costituzioni episcopali; inoltre: Confessionale Fr. Hier. Savonarolae, Pavia 1567 ( 13 ed. fino al 1605); Istruttione compendiose, Genova 1571 (o servizio dagli ordinandi e dei confessori); Dottrina del Catechismo Romano ridotto a nuovo modo più semplice e facile, Pavia 1581; De officiis et moribus Episcopi, Commentariolum, Roma 1866.
Bibl.: Per le notizie bibliografiche, iconografiche, gli scritti editi ed inediti, cf. G. Boffito, Biblioteca Barnabitica illustrata, III, Firenze 1934, pp. 412-40. - G. A. Gabuzio, Vita b. Alexandri Sauli, Milano 1748, riprodotto in Acta SS. Octobris, V, Parigi pp. 806-34; O. Premoli, L. Manzini, C. Borzaghi, G. Boffito, S. A. Sauli, Note e documenti, Milano 1905; F. T. Molredo, Vita di s. A. Sauli, Napoli 1914; O. Premoli, Storie dei Barnabiti nel Cinquecento, Roma 1913; id., Storia dei Barnabiti nel Seicento, Roma 1922; inoltre una lunga serie di articoli in Rivista di Scienze storiche, Pavia 1905, 1917, 1918.
ALESSANDRO d', SEBASTIANO: v. D'ALESSANdRo, sebastiano.
ALESSANDRO de Villa Del. - Grammatico, n. a Villedieu-les-Poêles in Normandia ca. il 1150. Studiò a Parigi e attese all'educazione dei nipoti del vescovo di Dol. Svolse il suo compito applicando il metodo mnemotecnico, del quale era un assertore Pietro Riga e che conteneva ciascuna regola in una coppia di versi.
Su preghiera del vescovo, A. fissò il suo sistema in
una Summa, o compendio di ars gramatira, dal quale derivò poi il Doctrinale (ca. il 1199). Scrisse varie altre opere, fra cui un Alphabetum maius e un Alphabetum minus e un Ecclesiale, un calendario ecclesiastico-liturgico quasi in sostituzione di quello, pagano, dei Fasti ovidiani. Ma la sua opera maggiore e che ebbe varia fortuna finché non tentò di sommergerla l'írosità umanistica, fu il Doctrinale nei cur 2643 esametri si espongono di seguito le declinazioni, la vaterà di significati di nomi tematicamente affini, i gradi di comparazione, costruzioni sintattiche, quantità, accenti, ecc.; grammatica insomma e insieme sintassi, intesa con notevole modernità.
Morto il vescovo Giovanni di Dol, suo protettore, A. fu nominato canonico della cattedrale di Avranches. Là, in data a noi ignota, lo colse la morte.
Bibl.: Alexandri de Villa Dei Doctrinale, ed. T. Reichling, in Men. Germ. Paedagogica, XII, Berlino 1803, c. a cura del Reichling stesso, Alexandri de Villa Dei Doctrinalis codices manuscripti et libri typis impressi, Berlino 1894. - Cf. C. Tharon, in Notices et extraits des manuscrits de la bibliothèque impériale et autres bibliothèques, XXII, 11, Parigi 1868, e nell'ed. Reichling: G. Porta, in Romania, 23 (1894), p. 583 sgg . Pier Fausto Palumbo
ALESSANDRO, EVENZIO e TEODULO, santi, martiri. - Il Martirologio geronimiano, il Sacramentario gregoriano e quello gelasiano del sec. viri li ricordano al 3 maggio: Romae, Via Nomentana, militario VII, natale sanctorum Eventii, Alexandri et Theoduli (Martyr. Hieronymianum, p. 227).
La storia di questo gruppo di martiri non ci è conosciuta da testi degni di fede. Senza fondamento gli autori del Liber Pontificalis (ed. L. Duchesne, I, pp. xli-xlii, 127) e della Passio Alexandri (BHL, 266) identificarono questo A. col Papa omonimo (v.) primo del nome, e fecero di Evenzio e Teodulo due membri del clero romano. I due autori non sono interdipendenti, ma rispecchiano una comune tradizione relativa all'identificazione, alla data del martirio e al luogo di sepoltura. Essi differiscono però in altri punti assai importanti : mentre il Liber Pont. fa morire A. decapitato e dichiara E. sacerdote e T. diacono, la Passio fa morire A. dopo vari supplizi, in seguito a punture infertegli in tutto il corpo e assegna ai consoci la dignità sacerdotale. In realtà si tratta invece di tre martiri, probabilmente vittime della persecuzione dioclezianea, appartenenti alla comunità di Ficules o di Nomentum.
Furono sepolti in due diverse gallerie d'un modesto cimitero di campagna: Evenzio e A. assieme, Teodulo da solo in un sito non ancora identificato con certezza.
Sulle loro tombe furono eretti, sul finire del sec. Iv, due piccoli santuari che vennero poi, nel corso del secolo seguente, uniti e amplificati a più riprese senza seguire un piano organico, tanto che ne risultò un complesso monumentale grandioso, ma irregolare nella forma; l'altare principale, ora ricomposto quasi integralmente, fu eretto sulle tombe (sepolcro bisomo rimasto fuori asse e in posizione obliqua all'aula) di Evenzio e A. dal vescovo Orso di Nomentum, all'inizio del sec. v., come si ricava dall'iscrizione dedicatoria. Da notare che il nome di A. è posposto nei documenti più antichi: l'iscrizione ricordata e il Mart. geron., mentre precede nella Passio, nei due sacramentari citati e nella Notitia di Guglielmo di Malmesbury (ed. Valentini-Ducchetti, Roma 1942, p. 145). Il santuario, caduto in rovina dopo il sec. vir, fu ritrovato nel 1854 e nel 1936 completamente restaurato. Del primitivo cimitero non rimangono più che poche gallerie, con qualche rozza decorazione pittorica e un discreto numero di graffiti e d'iscrizioni, di cui alcune datate dei secoli iv-vi.
Bibl.: Acta SS. Mali, 1. Anversa 1680, pp. 367-75; Martyr. Romanum, pp. 169-70; O. Marucchi, Il cimitero e la
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Alessandro, Erenzio e Teodulo, santi - Interno meridionale della Basilica dedicata ai martiri con altare e recinto presbiteriale (sec. v) - Roma, Cimitero di S. Alessandro sulla via Nomentana.
basilica di S. Alessandro al VII miglio della via Nomentana, Roma 1922; id., Le Catacombe Romane, ed. E. Josi, Roma 1933, pp. 412-23; G. Belvederi, La basilica e il cimitero di S. Alessandro al VII miglio sulla via Nomentana, in Rivista di Archeologia Cristiana, 14 (1937), pp. 7-40, 199-224; 15 (1938), pp. 19-34, 225-46 (particolareggiata descrizione del complesso monumentale). A. Pietro Frutaz
ALESSANDRO IANNEO. - Re asmoneo (v. asmonei). Figlio di Ircano II, alla morte del fratello Aristobulo I (ro3 a. C.) ebbe dalla vedova di questi Alessandra Salome (v.), diventata poi sua moglie, il sommo sacerdozio e l'autorità suprema. A. è il nome alla moda ellenica; Ianneo è l'abbreviazione del nome ebraico Ionathan. Regnò dal 103 al 76 a. C. e fu il primo principe asmoneo che assunse il titolo di re. Audace, intrigante, dedito a spedizioni avventurose per smania di dominio e di conquiste, si inimicò i farisei perché, non davidita, aveva preso il titolo di re e perché, noncurante della sua qualità di sommo sacerdote, aveva sposato, contro la Legge, una vedova. L'inimicizia degenerò in lotta spietata quando A., nel tempio, fu fatto segno ad un violento lancio di cedri. In quella occasione la sua ira fece seimila vittime. La rivolta divampò dopo una cocente sconfitta subita da A. in Transgiordania; durò sei anni e provocò 50.000 morti. I farisei rifiutarono la pace offerta da A. impressionato dalla loro ostinazione e fecero ricorso al re seleucida Demetrio III Euchero, che sconfisse A. Seimila farisei passarono dalla parte di A., stimando più sopportabili i difetti di costui che non l'intrusione atraniera, ma la rivolta continuò. Ottocento uomini furono crocifissi; le mogli e i figli scannati sotto i loro occhi mentre A. banchettava. Dopo altre campagne e dopo tre anni di malattia, A. mori mentre cingeva d'assedio una fortezza nel 76 a. C., consigliando a sua moglie di riconciliarsi coi farisei.
Bibl.: G. Ricciotti, Storia d'Israele, II, Torino 1934. nn. 301-302, 361. Salvatore Garofalo
## ALESSANDRO JAROSLAVIC NEWSKI.
N. nel 1220 (?), m. nel 1263 . Ancora giovane principe, fu luogotenente a Novgorod e come tale vinse nel 1240 gli Svedesi sul fiume Neiva, vittoria che determinò per secoli il limite dell'influsso nordico. Nel 1242 vinse sul lago Peipus i Cavalieri Teutonici, liberando cosi la Russia settentrionale dalla dominazione occidentale e si sottomise consapevolmente alla potenza tartara. Durante un secolo la Chiesa bizantina restò quindi unico legame fra l'Europa e la Russia. Pietro il Grande agli inizi del sec. xvin fece trasportare le spoglie di A. in un monastero di Pietroburgo, dove fu onorato come santo ed eroe nazionale.
Bibl.: A. M. Ammann, Storia della Chiesa russo, Torino 1948.
Alberto M. Ammann
ALESSANDRO MAGNO, III di MaceDONIA. N. nel 356 a. C. da Filippo II di Macedonia. Successe sul trono al padre assassinato (336) e, sottomessi i popoli circonvicini, tra i quali i Greci (335), mosse contro i Persiani. Le vittorie del Granico (Troade, 334) e di Isso (Cilicia, 333), dove si scontrò col re di Persia Dario III Codomano (336-30), gli aprirono le porte dell'Oriente. Occupate Tiro e Gaza (332), passò in Egitto (inverno 332-31), ove fu accolto come liberatore, e salutato dio al santuario dell'oasi di Ammone; vi fondò Alessandria (v.), che divenne poi il centro della cultura ellenistica. Si diresse quindi in Oriente, dove al di là del Tigri, tra Arbela e Gaugamela, batté definitivamente Dario (331). Infine si spinse in India, fino all'Ifasi (327-26), ma dovette ritornare indietro per l'esaurimento dell'esercito. Sorpreso da violenta febbre a Babilonia, vi mori il 13 giugno
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323. Effetto delle conquiste di A. fu la diffusione della lingua e civiltà ellenica nel mondo orientale. Tutta l'Asia anteriore si cllenizzò, e fin sull'Eufrate sorsero città greche. Al trionfo dell'ellenismo il giudaismo resisté al centro, pur essendo la Giudea circondata da focolai ellenistici (Egitto, Decapoli, Galilea, Fenicia); ma gli Ebrei della Diaspora (v.) si moltiplicarono e divennero ellenisti.
Il I Mach. racconta che A., vicino a morire, - divise tra i generali it suo regno. ( 1,6 [gr. 7]). I critici indipendenti considerano questo dato come leggendario (così G. Luzzi, La Bibbia, X, Firenze 1930, p. 34), perché «in contraddizione " con la storia. Ma I Mach., scritto nel 120 110 a. C., è il documento più antico che possediamo sulla morte di A. Gli altri documenti, poi, oltre ad essere più recenti, narrano cose, se non contradditorie, almeno disparate, come già notava Arriano (fine del sec. II d. C.; Anob. Alex., VII, 27). Difatti, Diodoro Sículo (2a metà sec. I a. C.; Bibliotheca historica, XVII, 117), Q. Curzio Rufo (Ia metà sec. II d. C.; Hist. Alex., X, 5) e Giuniano Giustino (200 d. C.; Trogi Pomp. histor. philipp. epitome, XII, 15) raccontano che A., non potendo più parlare, avrebbe consegnato l'anello a Perdicca, designandolo cosi come reggente (durante la minorita del figlio nascituro); ma i medesimi Curzio e Giustino, ai quali si unisce Arriano (ibid., VII, 27), dicono pure che A., interrogato a chi volesse lasciare il suo regno, avrebbe risposto: «Al più degno». Inoltre, Plutarco (sec. II d. C.; Vitae. Alex., 76) - concordando, sembra, con I Mach. - narra che A. avrebbe conferito con i suoi generali per stabilire dei governatori nelle varie province occupate; mentre Q. Curzio smentisce la voce che A. avrebbe distribuito le varie province, aggiunge però "per testamento". Contro tale groviglio di notizie sta il fatto che, dopo la morte di A., la reggenza non fu data a Perdicca, come si riteneva, ma a Cratero, come pensano i moderni (F. Geyer, s. v. Perdikhas, in Pauly-Wissowa, Realencycl. der klass. Altertumswiss., XIX, col. 608; id., s. v. Kenteras, ibid., suppl., IV, col. 1042). D'altra parte il I Mach. non dice che A. abbia costituito dei re; viceversa, alludendo al fatto del 306-305, rileva come i governatori assunsero da sé la corona reale (v. 10 [gr. 9]). Quindi, quel "dividere il regno" significa solo, come precisa Plutarco, che A. assegnò dei governatori alle singole province. A questa pluralità di governatori, poi, che difatti poco più tardi troviamo in atto, non si oppone l'unità d'un reggente-capo, designato, in ipotesi, da A. con la parola o col gesto, nella persona di Perdicca o di Cratero o di un altro.
E verosimile che A., mancando un erede, pensasse al governo del suo vasto impero, anche nei possibili particolari. E mentre gli altri storici si sono preoccupati solo dell'indirizzo generale nella designazione di un capo di tutto l'impero, il I Mach., introducendosi alla dolorosa storia seleucida, ha voluto risalire alla sua prima origine: l'assegnazione delle province ai vari governatori, che poi, incoronatisi re, "causarono guai sulla terra" (v. io [gr. 9]).
Più volte Dau. nelle sue simboliche visioni accenna al regno di A. e alla quadripartizione del 301: 2, 32 sg. 39 sg. (rame, ferro); 7, 6. 17 (leopardo con quattro teste); 8, 5-8. 21 sg. (capro con quattro corna); 11, 3-4 (re potente, il cui regno è diviso ai quattro venti).
Plavio Giuseppe racconta che, dopo l'occupazione di Gaza, A. salì a Gerusalemme, dove - ricevuto solennemente dal pontefice Iaddo (Ieddoa [Neh. 12, 11 sg.]), che gli avrebbe mostrate le profezie di Daniele relative alle vittorie del re macedone sul persiano - avrebbe offerto un sacrificio nel Tempio (Ant. Isid., XI, 8, 4-5). Gli studiosi riconoscono in tale tradizione un sostrato storico, ma non convengono nel determinarlo.
Bibl.: J. Kaerst, Geschichte des Hellenismus, I, 3a ed., Lipsia 1927, pp. 286-513; J. Gu., s. v. in Encycl. Indaica, II (1928), coll. 204-206; G. Giannelli, s. v. in Eur. Ital., II, pp. 328-38 (con ricca bibliografia anche sulla leggenda di A.); F.-M. Abel, Alexandre le Grand en Syrie et au Palestine, in Rev. Bibl., 43 (1934), pp. 228-42; 44 (1935), pp. 42-61, 559-81; G. Riscintti, Storia d'Istacle, II, ³ᵃ ed., Torino 1938, pp. 39-43, 249; J. G. Droysen, Alessandro il Grande, trad. dal tedesco, Milano 1940.
Gaetano M. Perrella
ALESSANDRO SEVERO, imperatore romano. (M. Aurelins Severus Alexander). - Era figlio di Gessio Marciano e di Giulia Mamea; prima dell'adozione da parte del cugino Elagabalo (221) si chiamava Bassiano o Alessiano. Successe nel 222 a Elagabalo e cercò di governare con onestà e saggezza appoggiandosi al senato, respingendo l'assolutismo militare ed emanando molte disposizioni legislative per le quali si valse dell'opera del celebre Ulpiano. Di animo mite, si lasciò guidare troppo dalla madre; poco capace nelle armi, preferì pagare forti somme ai barbari che minacciavano le frontiere piuttosto che combatterli. Questo gli inimicò l'elemento militare che gli contrappose Massimino; fu ucciso nel 235 con la madre.
Come già i predecessori, membri della sua famiglia, egli fu seguace in religione di un conciliante eclettismo, ma più di loro si mostrò ben disposto verso i cristiani, giungendo a mettere l'effigie del Cristo tra quelle di altri illustri personaggi nel suo sacrario privato e adornando il suo palazzo di sentenze tratte dai Libri Sacri. I cristiani erano numerosi nella corte in quegli anni. Inoltre, essendo sorta una vertenza tra essi e i tavernieri di Roma per l'occupazione di una area, l'imperatore decise a favore dei primi perché, rispose, era meglio che in quel luogo fosse in qualsiasi modo venerata la divinità piuttosto che esso venisse consegnato ai tavernieri. L'episodio indica che la Chiesa già godeva del diritto di proprietà e che già si incominciava a non considerare più la religione cristiana, come una religio illicito.
Bibl.: Lampridio, Vita Al. Severi, 40, in Script. hist. augustae: 1. I. Müller. Staat und Kirche unter Alexander Severus, Zueign

(fol. Alinari)
Alessandro Magno - Erma (sec. iv a. C.) - Parigi, Louvre.
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1874; 1. 1. Görres, Kaiser Alex. Severos und das Christenthum in Zeitschrilt für wissensch. Theologie, 20 (1877), pp. 48-89; J. Réville, La religion d Rome sous les Sévères, Roma 1886; D. Va-alieri, a. v. in Diz. epigr. di E. De Ruggiero, I (1894), pp. 396 398; P. Batiffol, La Paix constantinienne et le catholicisme, 4^{°} ed., Parigi 1929, pp. 35-40; A. Jardé, Etude sur la vie et le rigue de Sévère Alexandre, Parigi 1925. V. anche mamea.
Paolo Brezzi
ALESSI, Andrea. - Architetto e scultore dalmata, n. a Durazzo nel 1425 e m. a Spalato tra il 1503 e il 1507. Fu alla scuola di Marco da Troia, nella cui bottega rimase fino al 1443 . Poco dopo divenne aiuto di Giorgio Orsini. Visse ed operò principalmente a Spalato, essendosi ivi creato una bottega propria. Sono opera sua la cappella di S. Caterina nella chiesa di S. Domenico a Spalato, la cappella dei SS. Girolamo e Nicola in S. Giovanni Battista ad Arbe, il battistero di Traù. Collaborò con Giorgio Orsini alla Loggia dei mercanti di Ancona; lavorò pure con Niccolò Fiorentino (campanile della cattedrale di Spalato, facciata di S. Maria degli Agostiniani nelle isole Tremiti). Nel 1488 attese alla costruzione delle mura e della scarpata della città di Spalato.
Bibs.: G. Prago, Documenti intorno ad A. A., in Rossegna Marchigiana, 8 (1929-30), pp. 1-26; 97-104.
Giovanni Piva
ALESSI, Galeazzo. - Architetto, n. a Perugia probabilmente nel 1512, m. ivi il 30 dic. 1572. Formatosi quasi certamente a Roma in contatto con Michelangelo, dopo essere tornato in Umbria, dove gli si attribuiscono opere minori, passò nel 1548 a Genova. Le proporzioni romane attraverso lo stile dell'A., trovano nel paesaggio e nell'ambiente genovese una nuova impronta che si risolve aristocraticamente nella definizione formale del palazzo e della villa patrizia. La chiesa di S. Maria di Carignano rinnova nella pianta la concezione bramantesca del S. Pietro, ma si erge

(fol. Alinori)
Alessandro Severo - Busto - Museo Vaticano.

Alessi Galeazzo - Facciata della chiesa di S. Maria in Catignano - Genova.
in alzato, solenne all'interno, con forme più serene all'esterno, con effetti chiaroscurali pittorici che preludono all'evoluzione barocca. Le ville Cambiaso e delle Peschiere, equilibrate nelle masse, strettamente coordinate negli elementi architettonici, sobriamente ornate e immerse nel verde dei giardini di fronte al mare, riecheggeranno sui colli dei dintorni in infinite variazioni per cui tutta l'architettura ligure del Cinque e Seicento a buon diritto può chiamarsi alessiana.
Col palazzo Cambiaso iniziò la Strada Nuova (ora via Garibaldi) ed a Milano, per il genovese De Marini, costruì il palazzo Marino più ampio e più ricco, insieme alle chiese di Santa Maria presso S. Celso e di S. Vittore al Corpo.
Il valore pittorico e funzionale delle architetture alessiane colpì il Rubens che pubblicò ad Anversa nel 1622 i rilievi di tutti i palazzi di Genova. - Vedi Tav. LXIII.
Bibs.: F. Alberti, Elogio di G. A. architetto, in Elogi de gli Uomini Illustri di Perugia, pubbl. da L. Beltrami, Milano 1913; R. Soprani, Le vite de' pittori, scultori e architetti genovesi (2 ed. riv. da C. G. Ratti), I, Genova 1768, pp. 399-402; A. Ratti, Istruzioni di quanto può vedersi di più bello in Genova, Genova 1780; G. Meyer, G. A. architetto, in Il Buonarroti, 7 (1872), pp. 311-23 (trad. dal tedesco di G. Frizzoni); M. Labò, Studi di architettura genovese, Palazzo Rosso, in L'Arte, 24 (1921), pp. 139-51; id. Palazzo Carrega, ibid., 25 (1922), pp. 70-73; id. La villa di Battista Grimaldi a Sumpierdorma e il palazzo d'Oria in - Strada Nuova -, ibid., 28 (1925), pp. 271-80; 29 (1926), pp. 52-55; A. Venturi, Storia dell'Arte Italiana, XI, parte III, Milano 1940; M. L. Gengaro, Umanesimo e Rinascimento, Torino 1940, pp. 550-53.
Carlo Ceschi
ALESSIO, diOcesi di. - L'invasione turca fece di questa antichissima diocesi albanese (sec. xiv) un vero territorio di missione. Fin dal 1240 i Francescani vi possedevano un convento. La cura pastorale passò poi al clero secolare. Ritornati quelli nel 1634, si stabilirono specialmente nella parte settentrionale. La missione francescana, retta da un superiore con facoltà di prefetto apostolico accordata dalla S. Congregazione de Propaganda Fide, divenne provincia
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regolare nel 1906. Fu già suffraganea di Antivari, poi di Scutari (22 apr. 1887).
Superfice del territorio: kmq. 280; popolazione totale: 10.315 , di cui 9.750 cattolici, compresi 2200 esteri; musulmani 560 (computo anno 1941). Esisteva una scuola elementare ( 155 alunni), diretta dalle Ancelle della Carità.
Bibl.: Guida delle Missioni Cattoliche, Roma 1933, p. 331, col. 2; Lewis XIII PP. Acta, VII, Roma 1888, pp. 72-73; MC, p. 8.
Giuseppe Monticone
ALESSIO, santo. - Secondo la versione più antica della leggenda, che sembra contenere la storia autentica del santo, si tratterebbe di un anonimo mendicante romano, n. da ricca famiglia, che, fuggito la sera delle nozze, condusse una vita d'asceta in Edessa, dove mori sotto l'episcopato di Rabbūlā (412-35). Non erano noti né il suo nome né quello dei genitori; lo si chiamava semplicemente "uomo di Dio ". In testi posteriori venne anche detto: Mār Rišā (Signor Principe), per la sua origine aristocratica, Gabra Krestos (scrv'o di Cristo), ' Λ λ ε ξ ξ เоs, " λ λ ε ξ เs, non si sa per quale ragione, presso i Bizantini, donde il nostro Alexius.
La vita di questo santo, conosciuto ora principalmente sotto il nome di A., è nota da una leggenda siriaca, composta tra il 450 e il 475 , di cui un manoscritto risale al principio del sec. vi. La storia dell' "uomo di Dio " vi è raccontata sulla fede di deposizioni del paranamario della chiesa frequentata dall'anonimo mendicante. La narrazione termina con la morte del santo, avvenuta in Edessa, e la visita al sepolcro, rinvenuta vuoto, da parte del vescovo Rabbūlā. Il racconto si presenta con tali caratteristiche da farlo stimare, nel suo complesso, autentico. Tutto ciò che i racconti posteriori hanno aggiunto alla versione primitiva, non escluso il notissimo episodio della permanenza di A. per 17 anni in un sottoscala della casa paterna, si deve considerare come elemento leggendario.
Tra queste leggende posteriori, che hanno esercitato un largo influsso nella produzione agiografica e letteraria alessiana, vanno ricordate: 1) la bizantina, di cui non si è ancora reperito il testo, che fu adoperata da Giuseppe il

Alessio, santo - La Rappresentazione di s. A. Silografia fiorentina (sec. xvI).
Melode (Acta SS. Iulii, IV, pp. 247-48), della seconda metà del sec. IX, e dai Menologi bizantini (cf., ad es., il Menologio anonimo bizantino del sec. x, ed. da B. Latyšev, Pietroburgo 1911, pp. 245-52); 2) una seconda leggenda siriaca del sec. IX; 3) l'occidentale, in greco e in latino, in varie redazioni, di cui la più antica (BHL, 289, edita da L. Vázquez de Parga, Madrid 1941 : Anal. Ballandiana, 62 [1944], pp. 281-85) risale alla prima metà del sec. x e tratta dell'anonimo Filius Famiani. Le altre redazioni furono composte, come sembra, adattandole alla topografia dell'Aventino, nel monastero greco-latino chiamato a nuova vita da Sergio, arcivescovo di Damasco, rifugiatosi a Roma nel 977. Da notare che la leggenda bizantina ha molta affinità con quella non meno favolosa di 2. Giovanni Calibita (v.). Recentemente Léon Hermann (in L'Antiquité classique, II [1942] pp. 235-41) ha creduto di provare che la fonte della leggenda romana di A. sia una biografia perduta del poeta Commodiano e che questo poeta sia il prototipo di A. e del Calibita (cf. osservazioni di F. Tailliez, in Orientalia Chr. Per., 1945, pp. 216-22).
Il culto di A., assai diffuso in Oriente, passò in Occidente nel corso del sec. x (dalla Spagna provengono i primi manoscritti conosciuti, sec. x, della più antica redazione occidentale della leggenda: BHL, 289); a Roma fu portato dall'arcivescovo Sergio. Tale culto si estese poi per tutta l'Europa, sia per la fama che subito si acquistò il monastero dell'Aventino, come per il fascino che esercitò sul popolo la patetica leggenda di A. In Oriente la festa si celebra il 17 marzo; in Occidente il 17 luglio.
Diffusione della leggenda di s. A. - La leggenda di A., che il Gregorovius (Geschichte der Stadt Rom im Mittelalte