volume-01

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 Il p. G. A., Napoli 1041; S. Ferrighi, La giovinezza di p. G. A., Milano-Ancona 1943. Giovanni Battista Alfano

Alfano (Alphanus), arcivescovo di Salerno. Teologo, filosofo, medico, poeta. N. a Salerno da famiglia nobilissima, tra il 1015 e il 1020 , m. il 9 ott. 1085, visse nel periodo d'oro della sua patria, testimone della grandezza cui elevò quel principato Guaimaro V. Quando una congiura di palazzo, in cui furono compromessi i suoi stessi fratelli (cf. Chron. Casin., III, 7), spense nel sangue quel principe longobardo ( 3 giugno 1052), egli ne pianse la tragica fine come la perdita del "pater patriae" e "d'ogni decoro della vita" (cf. l'elegia ad Guidonem: PL 147, 1257).

Fu avviato al sacerdozio, e studiò nella celebre scuola medica locale, divenendone una delle glorie migliori. "Medicus et clericus», strinse a Salerno amicizia con Desiderio, che curò da esaurimento e da debolezza di stomaco; e attratto da esso all'ideale monastico, entrò con lui nel monastero di S. Sofia in Benevento (1054). Passò poi a Montecassino (1056), ove con Desiderio e Federico di Lorena, parimenti dotti e letterati, contribuì alla gloria dell'abbazia. Ma la collaborazione dei tre amici fu breve, ché Federico (1057) divenne papa Stefano X (IX), e Desiderio (il futuro papa Vittore III) gli successe come abate; mentre A., sollecitato da Gisulfo II, principe di Salerno, ritornò alla città nasale per reggervi il monastero benedettino e, nel 1058, l'arcidiocesi. Fu consacrato dall'augusto amico, Stefano X.

Il suo episcopato segnò per la Chiesa di Salerno un periodo di splendore. Riorganizzò il Capitolo, arricchendolo di numerosi privilegi ottenuti dal Papa e dal principe. Nel 1059 intervenne ai concili di Roma, di Melfi e di Benevento. In queste solenni assise si legò d'amicizia con Ildebrando, il futuro Gregorio VII, di cui condivideva i disegni di riforma ecclesiastica, e ne assecondò gli sforzi nella lotta per la libertà della Chiesa (cf. il carme Ad Hildebrandum).

Prese parte ai grandi avvenimenti del suo tempo agitato. Nel 1062 accompagnò il suo principe Gisulfo

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II che, simulando un pellegrinaggio a Gerusalemme, si recò a Costantinopoli per patteggiare con l'imperatore bizantino contro gli invadenti Normanni. A. prosegui, col vescovo di Palestrina, per la Palestina. Tornato a Costantinopoli, da Gisulfo vi fu lasciato, con sua triste sorpresa, in ostaggio. Evaso, si rifugiò presso Roberto il Guiscardo. Riconciliatosi con Gisulfo, tornò a Salerno. Partecipò di nuovo ai concili di Melfi (ro67), di Salerno (ro68) e a quello importantissimo del 1074 in Roma, sotto il nuovo papa Gregorio VII.

Costretto il Papa ad allearsi coi Normanni, quando questi assediarono Salerno (ro76) l'arcivescovo dovette uscirne, e potè rientrare nella città nel dic. di quello stesso anno, quando, tramontato il principato longobardo, essa divenne capitale del dominio di Roberto il Guiscardo. E con l'aiuto di Roberto innalzò la monumentale basilica in onore di s. Matteo Apostolo, di cui poco prima aveva ritrovato le reliquie : basilica consacrata poi dall'esule pontefice Gregorio VII, che A. accolse e confortò. Entrambi morirono nel ro85: Gregorio il 25 maggio, A. nell'ott., ed entrambi riposano nella stessa cattedrale.

Ad A. successe Alfano II (ro86), ch'era, come sembra, suo parente.

Oreza (alcune in PL 147, 1213-82). - A., attesta il cronista cassinese (Chron., III, 35), fu & vir in Scripturis sanctis cruditissimus et notitia ecclesiasticorum dogmatum ad plenum instructus n; aveva a medicinae artis scientiam non parvam e e "mirom cantandi peritiam" (ibid., III, 7). E lasciò, in tutte queste scienze, degli scritti, la cui maggior parte purtroppo è perduta.

1. Teologia e agiografia. - Si conservano la Vita et passio s. Christiane, un passo della quale (PL 147, 1275 B) ci rivela anche la seria formazione giuridica di A.; e un Sermone sulla vocazione dell'apostolo s. Matteo.

Il suo trattato De unione Verbi Dei et hominis, di cui anticamente si conservava copia a Montecassino, è andato smarrito. Parimenti perduta sembra una Vita s. Sublino.
2. Medicina. - Possediamo la sua traduzione dal greco del trattato di Nemesio d'Emesa Sulla natura dell'uomo (IIepl qóocuc ávסpóocou: PG 40, 503-818; in pate tra le opere di s. Gregorio Nivseno, De anima: PG 45, 187222), cui aggiunse un Prologus nel quale dà all'opera di Nemesio il titolo di Premnon physicon, "hoc est Sitipes naturalium"; trattato filosofico e di fisiologia, la cui dottrina medica fu analizzata da R. Creutz. Questa elegante versione di A. - una delle varie che il trattato ebbe nel medioevo - manca nel Migne; edita nel 1887 da Holzinger, usci nel 1917 in nuova edizione critica, tra i classici "Teubner" di Lipria, a cura di Carlo Burkhard.

Pietro Capparoni ci ha ridato il Tractatus de pulsibus secondo il ms. 1024 della Bibl. dell'Arsenal di Parigi (segnalato nel 1930 da Ernesto Wickersheimer) e il ms. lat. 1143 del Vaticano (Roma 1936, con commento e facsimile dei confici). Prezioso documento della primitiva scuola Salernitana, l'opuscolo - probabilmente integro, più che un semplice transunto scolastico - è un'epitome "sui polsi a secondo g'i scritti sfigmici di Galeno: influì molto su Egidio di Corbeil.
A. scrisse anche un lavoro di clinica e di terapeutica, De quattuor humoribus corporis humani : ampio trattato, di almeno sette parti, di cui il cod. 73 della Bibl. Laurenziana di Firenze conserva un frammento assai importante (noto a S. Renzi, Coll. Salernitana, II, Napoli 1854, p. 411 sg., e ripubblicato da R. Creutz in Stud. u. Mitt. z. Gesch. des Bencd. Ordens, 47 [1929], pp. 420-22), mentre il ms. F 86 (sec. xim-xiv) della Bibl. Vallicelliana di Roma ne dà una specie di sintesi, rinvenuta da P. Capparoni, e da lui edita con commento e facsimile (Roma 1928). Questo sunto, fatto da scolari sulla fine del sec. xim o all'inizio del xiv, dimostra come dopo oltre due secoli dalla morte di A. i suoi scritti fossero ancora usati quali libri di testo.

Il Capparoni crede che il De unione corporis et animae, ritenuto perduto, non sia altro che l'omonimo capitolo della sua traduzione di Nemesio.

Siamo quindi ora edotti sulla figura medica di A., una dei principali maestri precantantistini della Scuola, e sulla sua attività scientifica, svolta nel solco della tradizione classica greco-latina, per cui Salerno poté nominarsi Civitas Hippocratica.
3. Ma la sua maggiore celebrità A. la deve alla poesia. Compose, dice Pietro Diacono (Chron. Catin., III, 35), librum hymnorum et versum: versi redatti tutti in metri classici (particolarità notevole in un periodo in cui ovunque prevalgono i versi ritmici).

I suoi carmi, per la maggior parte contenuti nei codd. 47 e 280 di Montecassino, si possono distinguere in due gruppi : quelli a soggetto sacro o edificante (la Vergine, i ss. Innocenti, l'eroismo dei Martiri) e quelli di carattere personale o occasionale (epitaffi, epistole, dediche, ecc.). Vanno particolarmente ricordati : la lunga ode, in trimetri dattilici, a Montecassino; le saffiche in onore di s. Matteo e di s. Mauro; l'inno a s. Sabina, in versi gliconei e asclepiadei alternati, con una soave descrizione del paradiso, eterna primavera; il poema in esametri in onore dei XII fratelli di Benevento, definito un romanzo in versi; l'ode a Ildebrando, in ritmo gliconeo, in cui si esalta la grandezza di Roma, signora del mondo (cf. Pietro Diacono, De viris ill. casin., 19).
A. è «uno dei pochi caratteri letterari del medioevo" (Prampolini). Come poeta ed erudito, come pastore ed uomo politico, è una delle figure più rappresentative del sec. xi. La sua vita benefica e penitente gli ha meritato, sebbene senza culto, il titolo di santo.

BibL.: M. Schipa, A. I. arciv. di Salerno, Salerno 1880: id., Storia del Principato Langobardo di Salerno, in Archivo storico per la Provincia Napoletana, 12 (1887), passim; U. RoncaCultura medievale e Poesia latina in Italia nei secoli XI e XII, II. Roma 1892, pp. 14-20; A. Amelli, La basilica di Montecasino e la Lateranense nel sec. XI, in Miscellanea Cassinere, 1 (1897), pp. 16-20; G. l'alco, Un Vescovo poeta nel sec. XI: A. di Salerno, in Archivio della Soc. Romana di Storia Poesia, 35 (1912), pp. 439-82; B. Albers, Verse des Erebischofs Alfanus von Salerno für Monte Cassino, in Neues Archiv., 38 (1913), pp. 667669; M. Manitius, Geschichte der lateinischen Literatur des Mittelalters, II, Monaco 1923, pp. 618-37. - Sull'opera medica di A.: P. Capparoni, Magistri Salernitani nondum cogniti, in Boll. delI'Istit. Stor. Ital. dell'Arte Sanitario, 4 (1924), pp. 9 e 72; id., Il "Tractatus de pulsibus " di A. I. arciv. di Salerno, Roma 1936; R. Creutz, Erebischof A. I. ein frühvalernisorischer Arzt, in Studien und Mitteilungen zur Geschichte des Benediktiner-Ordens, 47 (1929), pp. 413-72; 48 (1930), pp. 205-208; id., Der frühvalernitane A. und sein fettung unbehannter "Liber de pulsibus", in Sudhofis Archiv für Geschichte der Medizin, 28 (1936), pp. 57-83; A. Paesini, I Santi nella Storia della Medicina, Roma 1937, pp. 323-28; id., Storia della Medicina, I, Milano 1947, pp. 364 sg., 404 e 408. - Sull'attività letteraria di A.: G. Prampolini, Storia universale della Letteratura, II, Torino 1934, pp. 305307; A. Viscardi, Le Origini, in Storia Letteraria d'Italia, Milano 1932, pp. 109-16.

Iejina Ceschutti
ALFANO da Termoli. - Scultore pugliese della prima metà del sec. xir. Tre capitelli già appartenenti al distrutto ciborio sopra l'altar maggiore del duomo di Bari, ed ora conservati nel Museo provinciale di quella città, recano in tre dictici il suo nome, "Aflanus civis termofitanus", accompagnato da espressioni fortemente elogiative, e quello di una famiglia di ricchi mercanti baresi, gli Effrem, che commisero il lavoro. Poiché l'altare fu consacrato nel 1233, il ciborio è certamente di poco anteriore a quell'anno. Negli eleganti motivi figurati e decorativi dei capitelli (in uno son rappresentati degli angeli con le immagini dei donatori, il secondo reca delle vipere intrecciate ed il terzo è a fogliami) si nota il congiungersi di tradizioni classicheggianti apule con motivi della plastica oltremontana.

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Alfa e OMEGA - Iscrizione marmorea proveniente dal Cimitero di Commodilla (a. 409) - Roma, Museo Lateranense.

BibL.: E. Bertoux, L'art dans l'Italie méridionale, I, Parigi 1924, p. 670 ; F. Schettini, La scultura pagliese dall'XI al XII secolo, Rori 1946.

Enzo Carli
ALFA e OMEGA (A- Ω ). - Formula allegorica dell'Apocalisse ( 1,8 ; 21,6 ; 22,13 ), che accosta la prima e l'ultima lettera (il principio e il termine) dell'alfabeto (grecs) come titolo divino: «Io sono l'alfa e l'omega», dice il Signore, il quale interpreta subito "Colui che è e era e viene, l'Onnipotente ( 6 пævтожрє́тsар) " ( 1,8 ), "il principio e il termine" (21, 6), "il primo e l'ultimo, il principio e il termine" (22, 13). L'arcomo titolo, che indica la totalità nell'essere e nella durata, si riferisce esplicitamente nei due ultimi passi (21, 6 e 22, 13) a Gesù Cristo, al quale è costantemente attribuito nella letteratura patristica e nell'uso cristiano; nel primo passo ( 1,8 ) designa Dio nella sua eterna infinità, ma con allusione a Gesù (cf. 1, 13. 17-18; 2, 8).

Nel senso di primo-ultimo (cf. Eccli. 24, 38), gli «brei posteriori usavano alef-tau, prima e ultima lettera dell'alfabeto (ebraico), per indicare la totalità. Nel Talqut Rêubenî (sec. XIII): "Adamo trasgredi l'intera Legge dall'alef al tau (fol. 17, 4); Abramo osservò la Legge dall'alef al tau (fol. 48,4); quando Dio benedice Israele lo fa dall'alef al tau (lettere iniziale e finale di Lev. 26, 3-13), ma quando lo maledice lo fa solo dal waw al mem (Lev. 26, 14-43)" (in J. C. Schoettgen, Horae hebraicae et talm., in Apoc. 1, 8). Rabbi Chanina e Reš Lakiš (sec. III) dànno ræ» «verità" (aleftau oltre mem = il punto di mezzo) come "sigillo di Dio». La Šēkināh ("Presenza»), cioè Dio, era dai cabbalisti designata alef-tau (J. Buxtorf, Lexicon chaldaicum talmud. et rabbinicum, p. i). Ma a torto R. H. Charles afferma che l'«A e Ω " dell'Apoc. riproduce tale espressione ebraica. B. Alla gli assegna invece un'origine ellenistica, derivandolo da formole pagane ("mistica delle lettere») diffuse in Asia Minore, cui s. Giovanni avrebbe dato senso cristiano.

L'uso metaforico delle due estreme lettere dell'alfabeto era noto agli scrittori profani : "A" significava preminenza, "il primo" (cf. il contemporaneo Marziale, Epigramm., II, 57 ; V, 26), "A- Ω " la totalità, "dal primo all'ultimo" (cf. Teodoreto, Hitt. Eccles., IV, 7 : PG 82, 1136). Così in italiano "dall'A alla Z" vale "tutto, dal principio alla fine" (N. Tommaseo, Diz. d. Lingua ital., I, p. i) ; "dall'A all'O" ricorre in tal senso presso Dante (Par. XXVI, 17; Epist. Cani, 90) e i trecentisti (F. Sacchetti, Canzone 298, in Rime, ed. A. Chiari, Bari 1916: "Da l'A a l'O disvaria Marte e Morte "), chiara eco della lettura dell'Apoc. Nella forma dunque, A- Ω era locuzione fondamentalmente non oscura per i letterati.

Per il concetto, l'Apoc. sembra direttamente collegarsi a Is. 41, 4; 44, 6; 48, 12, ove Dio promette la redenzione definendosi: "Io sono il primo e l'ultimo" (parole con cui l'Apoc. spiega la formula "A- Ω " in 21,8 e 22, 13), come garanzia dell'avveramento (cf. Is. 43, 10-12). L'Apoc. quindi vuol insinuare nel proemio ( 1,8 ) e nella conclusione ( 21,6 e 22,13 ) che il consiglio salvifico di Dio si compirà fino alla fine, quando l'Onnipotente ( 1,8 ) debellera i suoi antagonisti nel "giudizio" di Gesù Salvatore e Sovrano, principio (Ps. 101 [102], 26 e Ebr. 1, 10; 12, 2; Is. 1,1 ) e termine (Rom. 10, 4). "A- Ω " esprime la trascendenza divina, nei suoi attributi d'infinità, eternità, causalità (efficiente e finale) universale, includendovi l'economia della Redenzione.

Così spiega Clemente Alessandrino (Stromata, IV, 25 : PG 8, 1365): «il circolo di tutte le perfezioni, che si aggirano e s'incentrano nell'unità». Più pienamente Tertulliano (De monagamia, 5: PL 2, 935), che trascrissero poi s. Girolamo (Adv. Iovin., 1, 18 : PL 23, 247 sg.) e s. Isidoro (Erymol., 1, 3 : PL 82, 76 sg .) : "Duas Graeciae litteras, summam et ultimam, sibi induit Dominus, initii et finis concurrentium in se figuras, uti, quemadmodum A ad Ω usque volvitur et rursus Ω ad A replicatur, ita ostenderet in se esse et initii decursum ad finem et finis cecursum ad initium, ut omnis dispositio in eum desinens per quem coepta est, per sermonem scilicet Dei qui caro factus est, proinde desinat quemadmodum et coepit». E Prudenzio, Cathemerium, IX, 11 sg. (PL 59, 863): "Alpha et Ω cognominatus: Ipse fons et clausula Omnium quae sunt, fuerunt quaeque post futura sunt ". Cf. s. Cipriano, Testimon. adv. Iud., II, 1. 6. 22 ; III, 100: PL 4, 725. 730. 745. 806 ; s. Paolino Nolano, che per primo attesta l'uso di "A- Ω " nell'arte, Carm., 19, 645-52; 30, 89-96: PL 61, 546 sg., 673; Areta di Cesarea, ad Apoc. 1, 8 in J. A. Cramer, Catenae Graecorum Patrum in N. T., VIII, Oxford 1844, p. 189 sg. - Sull'interpretazione gnostica (A- Ω forma il numero 801, equivalente a пxporepá "colomba ") di Marco discepolo di Valentino, cf. s. Ireneo, Adv. Haer., I, 14, 6; 15, 1: PG 7, 608. 616 sg., e Tertulliano, De praescript., 50 : PL 2, 88.

Bias.: N. Muller, s. v. in Realenc. für prot. Theol. u. Kirche, I (1896), pp. i-20; R. H. Charles, in Hastings, Dict. of the Bible, I (1898), p. 70; id., The Revelation of St. John. I, Edimburgo 1920, p. 20; F. Cabrol, s. v. in D.ACL. I, pp. 1-25; B. Alio, L'Apocalypse, 3^{text {a }} ed., Parigi 1933, p. 8; H. L. Strack-P. Billerbeck, Kommentar zum N. T. aus Talmud und Midvarch. I, Monaco 1922, p. 156; II, pp. 362, 546, 693; A. Skrinjar, "Ego sum A et Ω ", in Verbum Domini, 17 (1937), pp. 10-30; E. Lohmeyer, Die Offenbarung des Johannes, Tubinga 1926, pp. 11, 126; id., s. v. in Reallexicon für Antike und Christentum, fascc. 1-2, Lipsia 1941, pp. 1-4. Antonino Romeo

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Ancheologia. - I cristiani usarono esprimere sui monumenti la formola A-Ω, collocando le due lettere a fianco del crismon o monogramma di Cristo; di rado le usarono da sole, come nel celebre titolo di Evelopi in Cesarea di Mauritania (De Rossi, in Bullett. di Arch. crist., I ^{2} serie, a [1864], p. 28). Intesero probabilmente essi in quel modo protestare contro gli ariani che negavano la divinità del Verbo; difatti quell'uso ricorre solo dopo il Concilio di Nicea. Varie anomalie nell'uso di affiancare le due lettere al monogramma sono dovute semplicemente alla negligenza o bizzarria dei lapidici; spesso esse sono addirittura appese all'asta orizzontale della croce monogrammatica (tardi), piuttosto a scopo ornamentale che per imitazione delle croci processionali.

Bibl.: F. S. Kraus, s. v. in Realencyklopädie der Christlichen Altertümer, I (1882), p. 60 sgg.: H. Leclercq, s. v. in DACL, I, p. I sg.

Antonio Ferrus
ALFARANO, Tiberio. - N. a Gerace (Reggio Calabria), nel 1544 serviva già a S. Pietro e dal 1567 ne fu chierico beneficiato. M. nel 1596 , lasciò i suoi beni alla Compagnia del S.mo Sacramento e la ricca biblioteca ai Gesuiti. Per devozione propria e incitamento del canonico Giacomo Ercolano si propose di serbare memoria ai posteri di quanto si andava in quegli anni demolendo della basilica primitiva di S. Pietro per la nuova costruzione michelangioboca. Dapprima concepì la sua opera come un supplemento alle descrizioni di Pietro di Manlio e del Vegio (v.), ma poi come commentario continuo ad una minuta pianta della vecchia basilica fatta da lui stesso disegnare a più riprese ( 1571,1576 , 1582 ). Una recensione della pianta fu incisa in rame e data alle stampe nel 1590; rimase invece inedito il testo, di cui una copia definitiva fu presentata a Gregorio XIII nel 1582. L'autografo, che si conserva, continuò ad essere corretto dall'A. sino alla morte. Queste note dell'A. e la sua pianta sono, con gli Instrumenta authentica del Grimaldi (v.), le fonti più ricche e più importanti per la conoscenza dell'antica basilica di S. Pietro; esatte e degne di fede in tutto ciò che l'A. dice di aver visto, furono largamente sfruttate da quanti dopo d'allora scrissero su quell'argomento, spesso senza citare la fonte. - Vedi Tav. LXIV.

Bibl.: Ediz. eccellente con ricco commentario di M. Cerrati, Tiberii Alpharani De basilicae Vaticanae antiquissima et nova structura, Roma 1914. Cf. anche G. Beltrami, Notizie su Tiberio Alfarano in Arch. della Soc. Rom. di Storia patria, 41 (1928), p. 327 sgg.: F. Ravanal, Altre notizie sull'Alfaram, ibid., 65 (1942), p. 235 sgg.

Antonio Ferrus
ALFARO, Pedro de. - Francescano spagnolo, missionario nelle Filippine, n. a Siviglia nella prima metà del sec. xvr. Superiore della prima spedizione di Frati minori che partì per le Filippine (1576-77), dove giunse nel luglio 1578. Passò poi nella Cina, sbarcando a Canton coi padri Tordesillas e Lucarelli nel 1579, ma espulso, si rifugiò a Macao dove eresse un convento con noviziato per i giovani indigeni. Espulso anche di lì dai Portoghesi sospettosi, fu esiliato a Goa; ma la nave che lo portava naufragò sulla costa della Cocincina nel giugno del 1580.

Bibl.: F. de Huerta, Estado geografico, estadistico, historicoreligioso de la santa y apostolica Provincia de S. Gregorio Magno ecc., Binondo 1865; L. Pérez, Origen de las Misiones Franciscanas en el Estremo Oriente, in Archivo Ibero-Americano, fasc. 1-4 (19141915); A. van den Wijngaert, Sinica Franciscana, II, Quaracchi 1933; cf. la recensione dell'ultima opera di s. Alcobendas, in Archivo Ibero-Americano, 37 (1934); Streit, Bibl., IV, p. 317 sgg.

Panorazio Maarschalkerweerd
ALFELDT: v. AGOSTINO d'ALFELDT.
ALFEO. - Il nome ' λ λ ρ α i ̂ o s è probabilmente l'ebraico o aramaico Halpai (I Mach. 11, 70: Calphi,
gr. Χαλφi), formatosi come 'Ayyaios da Haggai; designa due personaggi del Nuovo Testamento.
I) Padre dell'apostolo Levi (Mc. 2, 14) o Matteo. Il testo detto "occidentale" (codd. D, O, 565, gruppo di Ferrar, antica latina, Taziano e Efrem) lo identifica al seguente sostituendo Giacomo a Levi. Tra i moderni, solo F. Kirmis ammette quest'identificazione.
2) Padre dell'apostolo Giacomo «il minore» secondo le 4 liste degli apostoli (Mt. 10, 3; Mc. 3, 18; Lc. 6, 15; Aet. 1, 13).

Se Maria madre di Giacomo minore (Mc. 15, 40; 16, 1) era «moglie» di Cleofa o K λ ε α tilde{α} ς (Ia. 19, 25), A. sembra identificarsi a Cleofa (v.), sia che abbia avuto unico nome a doppia forma sensitica e greca (come GesùGiasone, Simeon-Simon) o che l'unico nome Halfai sia translitterato in due modi diversi (R. Cornely), sia che portasse due nomi come Levi-Matteo (M.-J. Lagrange), A.Cleofa sarebbe padre del quattro "fratelli del Signore» (cf. Mt. 13, 55 e Mc. 6, 3; Mt. 27, 56 e Mc. 15, 40).

Ma l'identità di A. con Cleofa è contenuta, in base a quanto domanda Egesippo, da molti cattolici (p. es. P. Schegg, J. Mader, A. Durand), oltre che dai protestanti in maggioranza. Th. Calmes e J. Vosté ritengono Maria di Ia. 19, 25 «sorella» di Cleofa a sposa di A. Secondo F. Prat, questa Maria sposò dapprima A., da cui ebbe Giacomo e Giuseppe, poi Cleofa da cui ebbe Simone e Giuda.

Può presumersi che A., della cui vita nulla sappiamo, fosse morto prima della vita pubblica di Gesù Cristo.

BibL.: Per l'identità A.-Cleofa (oltre R. Cornely e M. J. Laprande, Ev. selon et Marc. ⁴² ed., Parigi 1920, pp. 40, 678 P. X. Meinertz, Der Tabakwibrier und sein Verfasser, Friburgo in Br. 1902, pp. 25-27; S. Rosadini, Iest. introducturum in libros N. T., III, Roma 1925, pp. 11-12; J. Chaine, L'cibite de si Jacques, Parigi 1927, p. xxviI, - Per la distinzione di A. da Cleofa: Wetzel, Alphaeus und Klopas, in Theol. Studien und Kritiken, 36 (1863), pp. 628-27; Th. Calmes, Saint Teon, Parici 1904, pp. 174176; A. Durand, L'enfance de Jésus, Parigi 1908, pp. 219-21; F. Kirmis, Maria, die immerwährende Jungfrau, Breslavia 1917; F. Prat, La Parente de Jésus, in Recherches de sc. rel., 17 (1927), pp. 127-38; id., Jésus-Christ, I, Parigi 1933 (16* ed. 1947), pp. 233-45; J. Vosté, De conceptione virginali I. Christi, Roma 1933, pp. 123-26. Antonino Romeo

ALFERIO, santo. - Fondatore e primo abate del monastero cluniacense di Cava dei Tirreni, n. nel 931, secondo la vita scritta nella prima metà del sec. xi, da nobile famiglia salernitana e m. il 12 apr. 1050. Ammalatosi gravemente nel monastero di S. Michele della Chiusa (Alpi Cozie), mentre si recava in Francia per conto di Guaimaro IV, si decise per lo stato religioso, entrando nell'abbazia di Cluny, governata allora da s. Odilone. Dopo alcuni anni, richiesto da Guaimaro di Salerno, tornava in patria col compito della direzione di monasteri, che non riusciva a riformare. Ritiratosi verso il iori in una grotta del Monte Finestra per menarvi vita eremitica, accoglieva in seguito alcuni discepoli - non più di dodici - per i quali edificava un piccolo monastero dedicato alla S.ma Trinità, che nel 1025 otteneva il riconoscimento sovrano dei principi di Salerno. Morì lasciando al suo successore Leone di Lucca la facoltà di accogliere nel monastero quanti volessero abbracciare la vita religiosa (v. CAVA DEI TIRRENI).

Bibl.: Vitae quattuor priorum abbatum Cavausium, in L. A. Muratori, Rerum Italic. Script., VI, parte 5*, nuova ed. a cura di L. Mattei Cerasoli, Bologna 1941; Codex diplomaticus Cavenis, 8 voll., edd. M. Mercaldi, M. Schiani, S. De Stefano, Milano 1874-93; P. Guillaume, Essai historique sur l'abbaye de Cava, Napoli 1877; L. Mattei Cerasoli, La Badia della S.ma Trinità di Cava, in P. Lugano, L'Italia Benedetto, Roma 1929, pp. 155-60; F. Kehr, Italia Pontificia, VIII, Berlino 1932. p. 99 . Mario Scaduto

ALFIERI, Benedetto Innocente. - Architetto, di nobile famiglia astigiana, n. a Roma nel 1700, dove ebbe a padrino il papa Innocenzo XII, m. a Torino il 9 dic. 1767. Si formò in Roma, dove studiò l'anti-

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Alfieri Benedetto Innocente - Facciata della cattedrale di Vercelli (sec. xvili).
chità e il Rinascimento. Disegnò la facciata della cattedrale di Vercelli, ispirata a quella di S. Giovanni in Laterano (v. Galilei a.); in Novara innalzò il campanile di S. Gaudenzio; in Carignano edificò la chiesa dei SS. Giovanni Battista e Remigio, originale per la pianta a mezza ellisse. Costrul inoltre edifici civili a Torino e in altre città del Piemonte.

Bibl.: G. Chevalley, Un avvocato architetto, il conte B. A., Torino 1916; A. E. Brinckmann. Theatrum novum Pedemonii etc., Düsseldorf 1931; G. Rodolfo, L'architettura Barocca in Carignano, in Atti e Memorie del II Congresso della Soc. biemontese di Arch. e Belle Arti (1923), Torino 1937, Dd. 130-86. Vincenzo Gelsio

ALFIERI, Pietro. - Musicista, n. il 29 giugno 1801 e m. il 12 giugno 1863 a Roma. Monaco camaldolese, abate, professore di canto nel collegio inglese di Roma, collaboratore della Gazzetta musicale di Milano, traduttore del trattato d'armonia del Catel, scrisse vari studi di carattere storico: Ristabilimento del canto gregoriano e della musica ecclesiastica (1843); Brevi notizie storiche sulla Congregazione ed Accademia de' maestri e professori di musica di Roma (1845); Saggio storico teoretico pratico del canto gregoriano (1855); Prodromo sulla restaurazione dei libri di canto gregoriano (1857) e notizie biografiche su Bernardo Bittoni e Niccolò Jommelli. Redasse inoltre alcune antologie di musiche del Palestrina, Vittoria, Allegri, ecc. e una Raccolta di musica sacra (1841-47), in 7 voll., che è la prima silloge, incompleta, delle musiche del Palestrina.

ALFIERI, Vittorio. - Poeta tragico, n. in Asti il 16 genn. 1749, "di nobili, agiati ed onesti parenti", Antonio e Monica Maillard di Tournon, m. a Firenze
l'8 ott. 1803. Dopo gli anni di collegio nell'Accademia di Torino (1758-66), si diede a viaggiare, prima per circa un anno in Italia, poi per tutta Europa, fino al 1772. Nel genn. del 1774, a Torino, cominciò un giorno per passatempo a scrivere alcune scene di una tragedia, Cleopatra. La riprese e la terminò circa un anno dopo, e insieme con una farsa, I Poeti, la fece rappresentare nel giugno 1775. Indulgentemente applaudito, formò il proposito di diventare un grande poeta tragico, e cominciò a procurarsene gli strumenti, dandosi allo studio dell'italiano prima, poi anche del latino. Nel 1777 abbandonò definitivamente il Piemonte, e si stabilì in Toscana, dove nell'autunno di quell'anno, a Firenze, conobbe la contessa Luisa Stolberg d'Albany, giovane moglie di Carlo Odoardo Stuart, pretendente al trono di Scozia, che gli fu poi compagna finché visse. Nel 1778 fece donazione del suo, contro il pagamento d'un vitalizio, alla sorella Giulia, a fine di "discassallarsi", ossia liberarsi da ogni dipendenza dal re sardo. Ebbe varie dimore, a Roma, in Toscana, in Inghilterra, a Parigi, in Alsazia. Nel 1789 era con la d'Albany a Parigi quando scoppiò la rivoluzione. Dapprima la salutò con gioia ma, vedutine gli orrori, scrisse il Misogallo. Dopo la catastrofe del 10 ag. 1792 fuggì da Parigi, non senza difficoltà e pericoli; gli furono confiscati cavalli, mobili, libri, e sequestrate le entrate. Il 3 nov. rientrò a Firenze, dove rimase fino alla morte.

Opere. - Le opere a cui volle affidata la sua fama sono le 19 tragedie: Filippo, Polinice, Antigone, Virginia, Agamennone, Oreste, Rosmunda, Ottavia, Timoleone, Merope, Maria Stuarda, Agide, Sofonisba, La Congiura dei Pazzi,

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(da V. Albers, Del Principe, ed. L. Basso, Firence, 1953). Alfiert Vittorio - Ritratto.
Medaglione inciso da C. A. Porporati.

Don Garzia, Mirra, Bruto primo, Bruto secondo, Saul, alle quali aggiunse più tardi l'Alcesti e l'Abele "tramelogedia". L'A. osservò rigorosamente le regole classiche delle tre unità, ridusse la tragedia alla massima semplicità, sopprimendo i personaggi secondari ed ogni episodio non necessario; non rifuggi dal parer duro, pur di essere breve ed energico. Volle che gl'Italiani dal suo teatro imparassero ad essere "liberi, forti, generosi, trasportati per la vera virtù, insofferenti d'ogni violenza, amanti della patria, veri conoscitori dei propri diritti, e in tutte le loro passioni ardenti, retti e magnanimi». La più famosa delle sue tragedie è il Saul. D'ispirazione analoga è l'Etruria vendicata, poemetto in ottava rima sull'uccisione del duca Alessandro dei Medici. Inventore, in queste opere, di caratteri e di passioni eroiche, fu invece osservatore acre della realtà nelle sue commedie, quattro di argomento allegoricopolitico (L'uno, I pochi, I treppi, L'antidoto), due di argomento sociale e morale (Il discorso e La finestrina), nelle Satire in terza rima (sedici, oltre il Prologo), negli Epigrammi, e nel Misogallo. Espresse gli affetti suoi privati e pubblici nelle Rime, e nel dialogo La virtù sconosciuta; narrò di sè nella bellissima Vita, oltreché nelle lettere e nei giovanili Giornali; espose il suo pensiero politico e letterario nei trattati Della tirannide e Del principe e delle lettere, e nel Panegirico a Traiano.

Pensiero. - L'A. volle essere poeta e profeta di libertà : inculcò sempre che non già l'obbedienza alla legge, ma la soggezione dell'uomo all'uomo è mortifera ad ogni altezza di sentire. Non ebbe la fede, e si mostrò avverso alla religione cattolica: perciò meritò che alcune sue opere fossero condannate dalla Chiesa: Le Satire, Della tirannide, Vita (20 genn. 1823), Il panegirico di Plinio a Traiano, Del Principe e delle Lettere (1 I giugno 1827). Tuttavia non ci mancano testimonianze e indizi che ad essa il suo pensiero si andò sempre più accostando. Nel trattato Della tirannide, scritto nel 1777, un capitolo tratta Della religione: ivi la religione cristiana in generale è detta "non per se stessa favorevole al viver libero", e in particolare la religione cattolica "incompatibile quasi con esso",
non per effetto della sua dottrina, ma di taluni suoi istituti. Esclude espressamente dal biasimo il culto delle immagini e il dogma della presenza reale nell'Eucaristia.

Confrontando questa riserva con un passo della satira settima L'antireligioneria, dove loda appunto il cristiano sacrificio della Messa, perché "devota riverenza infonde", e poi col famoso sonetto che incomincia "Alto, devoto, mistico, ingegnoso.... E' il nostro culto", sonetto scritto nel 1795 , è facile concludere che in ogni tempo l'A. non si sottrasse a quel senso di riverenza ispiratagli dalle forme e dai misteri del culto cattolico. Inoltre, sempre in quel capitolo sulla religione, non teme di osservare che la credenza nel tiranno, imposta modernamente con la forza delle milizie, è " molto più vile e assai meno consolatoria" che l'antica credenza in Dio; e riconosce che la religione cristiana ha addolcito i costumi, e introdotto "una certa urbanità nella tirannide".

Nel trattato Del principe e delle lettere, scritto fra il 1785 e il 1786 , contraddicendo in parte quello che aveva detto nel trattato Della tirannide, loda l'opera liberatrice di quelli ch'egli chiama capi-setta religiosi, Mosè, Gesù Cristo, Maometto; loda la sublimità dei santi e martiri cristiani, osserva che la religione cristiana riformata (non la cattolica) è compatibile col vivere libero. Ma nel sonetto ricordato dianzi si dichiara risolutamente in favore della religione cattolica : "Dell'nom gli arcani appien sol Roma intende"; pure augurando sempre, anche in questa, una riforma. Nello stesso capitolo del trattato Del principe e delle lettere esprime un giudizio, ardito in quel tempo e profondo, ripetuto poi nella satira settima e nel Misogallo, sulla negatrice filosofia settecentesca, chiamandola semifilosofia superficiale e non vera. Tutta la Satira VII è violentissima contro il Voltaire "disinventore od inventor del nulla" i cui frizzi "non dan base a virtute" come fanno le religioni, e scatenano la licenza e il delitto. In una lettera del 1796 a Teresa Mocenni, per consolarla della morte di un comune amico, la esorta a credere nella immortalità dell'anima, anche se tale credenza ripugna alla fisica e all'evidenza matematica: "Il primo pregio dell'uomo è il sentire, e le scienze insegnano a non sentire".

Con queste parole l'A. si colloca a capo di quella schiera d'uomini che il pensiero del secolo trascinò seco nella miscredenza, ma ne piansero, e più o meno chiaramente invocarono il ritorno alla fede o di qualche cosa che bene o male ne tenesse il posto, le illusioni, la poesia. La contessa d'Albany disse al Capponi che, se l'A. fosse vissuto di più, sarebbe morto con il rosario in mano. Il D'Azeglio racconta che negli ultimi anni l'A. fu visto un giorno in chiesa a prender pasqua. L'abate Caluso attesta che quando morì fu chiamato il confessore, ma non giunse a tempo. La contessa d'Albany, impetuosa miscredente, non era persona da avere tali premure se non avesse saputo che tale era il desiderio dell'A.

Bon.: Edizioni: Opere di V. A., 22 voll., ed. Capurro, Pisa 1802-12; Lettere edite ed inedite, a cura di G. Mazzatinti, Torino 1890; Opere, Torino 1903; Scritti giovanili inediti, a cura di A. Pellizzari, Napoli 1916. Opere, a cura di F. Maggini, Firenze 1927-33. Critica: E. Bertana, V. A. studiato nella vita, nel pensiero e nell'arte, ²² ed., Torino 1904; U. Colosso, L'anarchia di V. A., Bari 1924; G. Gentile, L'eredità di V. A., Venesia 1926; G. A. Levi, Dall'A. a noi, Firenze 1935; id., La malinconia di V. A., in Studium, 34 (1938), pp. 641-55; M. Fubini, F. A., Firenze 1937; G. Casati, L'Indice dei libri proibiti, II, Milano 1936, p. 89 sgg.; III, ivi 1939, pp. 12-13; G. G. Ferrero, L'anima e la poesia di V. A., Torino 1943; M. Sticco, La poesia religiosa del Risorgimento, ²² ediz., Milano 1945, pp. 41 -63. Giulio Augusto Levi

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ALFIO, santo, martire. - Patrono di Lentini. Questo santo, con i suoi due fratelli Filadelfio e Cirino, ci è noto da un testo tardivo (secc. viII-IX) e di nessun valore storico. Di difficile identificazione è il paese d'origine e l'anno del martirio, incominciato a Roma, continuato in Pozzuoli, Taormina e Catania, compiuto in Lentini il io maggio. Il testo lascia supporre avvenisse sotto Licinio (307-13); il Papenbroeck lo assegna invece al 251 . I corpi di A. e compagni furono ritrovati fuori di Lentini soltanto nel 1317. I Sinossari bizantini li ricordano al ro maggio; nel Martirologio romano furono introdotti alla stessa data dal Baronio.

BibL.: Acta SS. Maii, II. Anversa 1680, pp. 302-20, 771788; BHG, 57-62; Synax. Constantinop., pp. 671-72; Martyr. Romanum, p. 182; Lanzoni, pp. 629-31. A. Pietro Frutzz
S. A. sei. rolulore. - Il culto popolare di s. A. è specialmente diffuso in Sicilia. A Catania, nella notte dal 9 al ro maggio, i cosi detti nudi salgono a piedi scalzi al pacsello etneo di T'recastagni, dove il Santo è particolarmente venerato, e ne discendono nel pomeriggio del ro in carretti festosamente bardati. Questo viaggio votivo dà luogo a tipiche forme di devozione popolare.

Paolo Toschi
ALFONSO I d'AragoNa, detto il Batallador. Succeduto al fratello Pietro I nel 1104, resse il trono aragonese sino alla morte avvenuta nel 1134. In se-
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(da Vita di V. Alfieri, Firenze 1252)
Alfieri Vittorio - Autografo della prima pagina dell'autobiografia.
guito al suo matrimonio con Urraca, figlia ed erede di Alfonso VI di Castiglia e di León, avvenne anche l'unione delle due corone. Ma tanto il matrimonio, come l'unione politica ebbero risultati negativi. Ne nacquero dissensi coniugali (dovuti secondo alcuni alla vita libera di Urraca, secondo altri alla tirannia di A.) e lotte politiche tra la Castiglia e l'Aragona provocate dalla preponderanza dell'elemento aragonese nell'amministrazione della Castiglia. La pace ritornava solo dopo la morte di Urraca, quando i due regni tornarono ad essere divisi.

La fama di A. è legata alle guerre contro i musulmani di Spagna, che fecero dell'aragonese un eroe della riconquista. Nel 1118 cadeva nelle sue mani Saragozza, quindi Calatayud e T'aroca. Più tardi ( 1125 ) rispondeva all'invito degli Andalusi e scendeva fino a Valenza e Murcia, spingendosi oltre Granata sino al mare; ma queste conquiste non furono stabili. La morte lo colse mentre assediava Fraga vicino al confine della Catalogna.

BibL.: R. Dozy, Recherches sur l'histoire et la littérature de l'Espagne. I. 2^{°} ed., Leida 1860, pp. 343-60; A. Ballesteros, Historia de España y su influencia en la historia universal, II. Barcellona 1920, pp. 325-29; B. Sánchez Alonso, Fuentes de la historia española e hispano-americana, 2^{°} ed., Madrid 1927, nn. 1711-73, 2008-2015.

Mario Scaduto
ALFONSO II d'AragoNa e I di Catalogna. Figlio del conte di Barcellona Raimondo Berengario IV e di Petronilla nipote di Alfonso I e figlia di Ramiro II re degli Aragonesi, n. nel 1152, m. nel 1196. Alla morte del padre ottenne la corona di Aragona col nome di A. II di Aragona e I di Catalogna. Durante il suo regno la Catalogna estese i domini al di là dei Pirenei. Prima il ducato di Provenza (1167), poi la contea di Roussillon (1172), in seguito il Béarn e la Bigorre (1187) dovettero riconoscere la supremazia catalana. Genero di Alfonso VIII di Castiglia, A. aiutò il suocero nella guerra contro la Navarra e i musulmani. Durante le incursioni in territorio musulmano fondò Teruel (1170). Più tardi si avvicinò alla Navarra ai danni di Alfonso VIII. Morì a Perpignano, lasciando la corona a Pietro il Cattolico, II di Aragona e I di Catalogna.

BibL.: B. Capasso, Le fonti della storia delle province napoletane, Napoli 1902, pp. 171, 175, 195 n. 2, 196, 224 n. 5; J. Mirel i Sans, Itinerario del rey A. I. de Cat.. II en A., in Bal. de la R. Ac. de B. L. de Barcclona, 2 (1903-1904), pp. 337, 389, 437; B. Sánchez Alonso, Fuentes de la historia española e hispano-americana, 2^{°} ed., Madrid 1927, n. 1843 seg.; J. Wincke, Staat und Kirche in Katalonien und Aragon während des Mittelalters. I. Münster in V. 1931; id., Documenta selecta mutuas civitatis Arago-Cathalaunices et ecclesiae relationes illustrantia (Biblioteca histórica de la biblioteca Balmes, XV). Barcellona 1936.

Mario Scaduto
ALFONSO III d'AragoNa e II di CatalogNA. N. nel 1265, m. nel 1291. Successe a Pietro III (II) nel 1282 in circostanze difficili provocate dalla rivalità angioino-aragonese per il possesso della Sicilia, complicata dall'inimicizia della S. Sede. Favorevole ai Francesi, il papa Martino IV nel 1283 aveva dichiarato decaduto Pietro III e fatto donazione dei suoi Stati a Carlo di Valois. Data la difficile situazione interna e l'ostilità della Navarra e Castiglia, A. nel 1291 fece pace con il Papa e la Francia a condizioni piuttosto onerose: si dichiarò vassallo del Papa, obbligandosi a pagare un tributo annuale ed abbandonando la causa della Sicilia, tenuta dal fratello Giacomo. Dovette pure fare concessioni alla nobiltà aragonese, che gli si era ribellata non appena salito al trono.

BibL.: G. La Mantia, Documenti su le relaz. del re A. III di Aragona con la Sicilia, in Anuari de l'Institut d'Estudis Catalans, 2 (1908-1909), pp. 327-83; L. Klüpfel, Die ausser Politik Alfonses III Aragoniens, Berlino 1912; F. Carreras y

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Alfonso V d'Aragona - Disegno del Pisanello per una medaglia (1448). Codice Vallardi - Parigi, Louvre, Gabinetto dei disegni.

Candi, Itinerari del rey Anfós III dlo Lliberal s, in Bol. de la R. Ac. de B. L. de Barcelona, 10 (1921), pp. 61-83; J. Wincke, Staat und Kirche in Katalonien und Aragon während des Mittelalters, I, Münster in V. 1931 ; id., Documenta selecta mutuas civitatis Arago-Cathalaonicae et ecclesiae relationes illustrantia (Biblioteca histórica de la biblioteca Balmes, XV), Barcellona 1936; B. Sánchez Alonso, Fuentes de la historia española e hispa-no-americana, 2^{°} ed., Madrid 1927, nn. 1171-1825, 2141-48; e Apéndice, ivi 1946, n. 21052 sgg.

Mario Scaduto
ALFONSO IV d'Aragona e III di Catalogna. N. nel 1299, m. nel 1336; salì al trono nel 1327 in seguito alla morte del padre Giacomo II, dopo aver condotto a termine la conquista della Sardegna, per la quale gli avevano prestato aiuto la S. Sede e i guelfi d'Italia (1323). Presto però si urtò nella rivalità genovese. Durante la discesa di Ludovico il Bavaro s'interessò alle vicende italiane, e si accinse a scacciare i Mori da Granata, progetto che non riusci ad effettuare.

BibL.: J. Miret i Sans, Itinerari del rey A. IV..., in Bol. de la R. Ac. de B. L. de Barcelona, 5 (1909-10), pp. 3, 57, 114; B. Sän. chez Alonso, Fuentes de la historia española e hispano-americana, 2^{°} ed., Madrid 1927, nn. 1711-1825; e Apéndice, ivi 1946, n. 21084 sgg.; J. Wincke, Staat und Kirche in Katalonien und Aragon während des Mittelalters, Münster in V. 1931 ; id. Documenta selecta (Biblioteca histórica de la biblioteca Balmes, XV), Barcellona 1936.

Mario Scaduto
ALFONSO V d'Aragona, IV di Catalogna, I di Napoli, detto il Magnanimo. - N. nel 1396, m. nel 1458. Re di Aragona e di Sicilia sin dal 2 apr. 1416, quando succedette al padre Ferdinando I, nel 1420 venne adottato come figlio dalla regina di Napoli Giovanna II che lo designò suo erede. Però la questione della successione al trono napoletano fu resa difficile prima da difficoltà sorte con la stessa regina, che l'obbligarono a rimpalviare, e, dopo la morte di Giovanna II (1435), dall'ostilità degli Stati italiani e della S. Sede schieratisi in favore di Renato d'Angiò, designato dalla defunta a succederle. Le lotte che ne seguirono impedirono ad A. di prendere possesso di Napoli sino al 1442 .

Nei riguardi della S. Sede, A. seguì una politica dettata dall'interesse, e mentre di fronte a Martino V, favorevole agli Angioini, si schierava per Pietro di Luna (Benedetto XIII), sotto Eugenio IV, A., dopo aver per alcuni anni tergiversato tra il Papa e il Concilio di Basilea, finiva per accordarsi col primo, che nella pace di Terracina (1445) gli concedeva l'investitura del regno di Napoli. Da allora sino alla morte A. prese parte attiva alle questioni italiane e il suo influsso fu in questo campo preponderante. In parte si dovette a lui, tra l'altro, l'elezione di Callisto III nel 1455. Durante il regno di A. Napoli divenne un centro di rinnovamento culturale; il re stesso fu un mecenate di arti e artisti. Tutto questo però non valse a nascondere l'impopolarità di un regno che rimase sempre quello di un conquistatore, straniero per giunta.

BibL.: cf. B. Capasso, Le fonti della Storia napoletana, Napoli 1902; A. Jz. Soler, Itinerario del rey don A. de Ar., Saragozza 1909; I. Ametller i Vinyus, A. V de Ar. en Itaba... 3 voll., Girona 1903-28; M. Miralles - I. Sanchis Sivera, Distari del capelliz d'Aufós el Magnànim, Valenza 1932; B. Sánchez Alonso, Fuentes de la historia española e hispano-americana, 2^{°} ed., Madrid 1927; e Apéndice, ivi 1946, n. 21122 sgg.

Mario Scaduto
ALFONSO I, re delle Asturie, detto il Cattolico. - N. nel 693, m. nel 756, figlio di Pietro duca di Cantabria, fu genero di quel Pelagio che a Covadonga incominciò la riconquista della Spagna, caduta sotto il dominio saraceno. Sfruttando le divisioni esistenti tra Arabi e Berberi, ottenne successi bellici in Galizia, in Cantabria e perfino nella Castiglia, ampliando così il piccolo regno cristiano, che alla morte di A. a Cangas abbracciava le coste delle Asturie, Santander e una parte della Galizia, Burgos e León.

BibL.: A. Ballesteros, Historia de España y su influencia en la Historia universal, II, Barcellona 1920, pp. 184-86; B. Sánchez Alonso, Fuentes de la Historia española e hispano-americana, 2^{°} ed., Madrid 1927, nn. 821, 1020-24, 1085-87, 1102-1106.

Giuseppe M. Pou y Marti
ALFONSO II, re delle Asturie e León, detto il Casto. - N. nel 759, m. nell'842; figlio di Fruela, lottò felicemente contro i Mori, arrivando, in arditissime scorrerie, fino alle mura di Lisbona. Memorabile il suo operato con Carlomagno e con il figlio di lui Ludovico d'Aquitania, che avevano conquistato e fortificato la "Marca Hispania". Durante il suo regno avvenne la scoperta del sepolcro dell'apostolo s. Giacomo, per il quale edificò la chiesa di Iria, chiamata poi Compostella (v.).

BibL.: A. Dosy, Recherches sur l'histoire et la littérature de l'Espagne pendant le moyen âge, 2^{°} ed., Leida 1869, p. 158 sg. Giuseppe M. Pou y Marti

ALFONSO IV, re delle Asturie e León, detto il Monaco - Figlio di Ordoño II, regnò dal 925 al 932. Favorito al principio dalla fortuna con la vittoria sopra il terribile califfo Abderraman, dopo la perdita di Burgos e di altre terre dovette, insieme al re di Navarra, piegare la testa davanti al fiero arabo e si ritirò in un monastero.

BibL.: A. Dosy, Recherches sur l'histoire et la littérature de l'Espagne pendant le moyen 'dge, I, 2^{°} ed., Leida 1860, p. 154 sg.

Giuseppe M. Pou y Marti
ALFONSO V, re delle Asturie e León, detto il Nobile. - Pronipote di Ramiro II, regnò dal 994 al 1027. Sotto di lui si ebbe la grande vittoria cristiana di Calatanazor e furono redatte per il regno di León le leggi "fueros", riguardanti cioè le immunità locali, concesse alle città, feudi ed enti ecclesiastici. Tali leggi furono chiamate "alfonsine" dal suo nome. Mori combattendo a Viseu.

Bibl.: B. Sánchez Alonso, Fuentes de la historia española e hispano-americana, 2^{°} ed., Madrid 1927, nn. 87-96.

Giuseppe M. Pou y Marti

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ALFONSO di CARTagena (Alonso de Santa Maria de Caltagena). - Figlio del giudeo convertito Paolo di s. Maria, vescovo di Burgos (r435), consigliere di Giovanni II di Castiglia. Si distinse nel Concilio di Basilea. Tradusse dei classici. Le sue opere, per lo più tuttora inedite, sono poctiche, teologiche, storiche. Morì nel 1456.

Bibl.: P. Sicart, s. v. in DHG, II, coll. 702-707; R. d'AlosMoncr, s. v. in Enc. Ital., II, pp. 586-87; H. Flores, España sacrada, XXVI, Madrid 1771, pp. 176, 208; B. Sánchez Alcnso, Fuentes de la historia española, ²² ed., Madrid 1927, pp. 11, n. 73; 118, n. 1479; 119, n. 1489. Giovanni Mercquer

ALFONSO VI, re di Castiglia e di León, detto il Bravo. - N. nel ro30, m. nel r109, figlio di Ferdinando I, sotto il quale incominciarono le grandi conquiste dei cristiani nella penisola iberica. Suo padre aveva diviso la monarchia tra i figli : A., che ebbe in sorte León; Sancio, che ebbe la Castiglia; e García, cui toccò la Galizia. Ma Sancio spodestò i suoi fratelli, cosi che A. dovette riparare a Toledo presso il re moro Almamin; quindi però, ucciso Sancio a tradimento (1072), A. fu proclamato re di Castiglia e di León, e dopo la sconfitta di Garcia, anche di Galizia. Arbitro nelle lotte intestine degli Arabi, ne approfitto per conquistare altre terre, tra le quali Madrid, e principalmente Toledo (ro85), che divenne
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(ist. Andersen)
Alfonso d'Aragona - Napoli, arco d'ingresso a Castel Nuovo. F. Laurana e collaboratori (1455-66).
il centro della forza cristiana contro la Mezzaluna e il gran focolare della Chiesa spagnola. Durante il regno di A. fu celebre il "Cid Campeador", conquistatore di Valenza. Si ebbe pure al suo tempo l'abolizione della liturgia mozambica e l'adozione del rito romano, come si era fatto già in Aragona e in Navarra. La venuta degli Almoravidi africani, i quali portarono aiuto ai loro correligionari, amareggiò gli ultimi anni di A. che vide cosi messi in pericolo i regni cristiani della penisola. Nell'estremo lembo occidentale di questa ebbe principio, per concessione di A., la contea, poi regno, di Portogallo, staccandosi dalla Castiglia.

Bibl.: P. de Sandoval, Historia de Cinco Reyes, Madrid 1792; A. Ballesteros, Historia de España y de su influencia en la historia universal, II, Barcellona 1920, pp. 223-34; A. Gonzalez Palencia, Historia de la España musulmana, Barcellona 1925, passim.

Giuseppe M. Pou y Marti
ALFONSO VII, imperatore, re di Castiglia e di León. - N. nel 1126, m. nel 1157, figlio d'Urraca di Castiglia e di Raimondo di Borgogna. Dopo la morte di questo principe francese, sua madre passò a seconde nozze, sposando Alfonso I, re d'Aragona. Il matrimonio avrebbe dovuto realizzare, come avvenne tre secoli dopo, la desiderata unione di quasi tutta la penisola, ma il Papa negò la dispensa di parentela intimando sotto pena di scomunica la separazione dei due principi, ed anche il clero e finalmente la nobiltà si dichiararono contro l'Aragonese. A. fu cosi fortunato nella sua lotta contro i Mori (ai quali tolse Almeria) e i regni cristiani (alcuni dei quali rese tributari), che ebbro di gloria si proclamò imperatore nelle "cortes" di León del 1135. In punto di morte divise il regno tra i suoi figli, Sancio III (Castiglia) e Ferdinando II (León).

Bibl.: A. Ballesteros, Historia de España y de su influencia en la historia universal, II, Barcellona 1920, pp. 223-34; B. Sánchez Alonso, Fuentes de la historia española e hispano-americana, ²² ed., Madrid 1927, nn. 1158-63, 1166-70, 1172; A. Gonzalez Palencia, Historia de la España musulmana, Barcellona 1925, passim.

Giuseppe M. Pou y Marti
ALFONSO VIII de las Navas, re di Castiglia. N. nel 1158, m. nel 1214, figlio di Sancio III, a cui successe ancor minorenne; ciò portò la discordia tra i tutori, ed i Saraceni ne approfittarono per occupare parecchie città cristiane, che poi in parte A. riconquistò. Fu vinto nella battaglia di Alarcos, ma di questa sciagura si avvantaggiò il papa Innocenzo III per promuovere l'unione dei monarchi spagnoli contro il nemico comune. Così, lottando tutti insieme, meno il re di León, fu conseguita la splendida vittoria di Las Navas di Tolosa (1212), che portò all'occupazione di Jaén e di altre importanti città. Lo stendardo di Abú 'Abd Allāh Muhammad an-Nasir fu mandato a Roma e collocato in Vaticano.

Bibl.: A. Nuñez de Castro, Crónica de los reyes de Castilla Don Sancho el Desendo, Don Alfonso el Octavo y Don Enrique el Primero, Madrid 1665; A. Huisi, Estudio sobre la campaña de las Navas de Tolosa, Valenza 1916; B. Sánchez Alonso, Fuentes de la historia española e hispano-americana, ²² ed., Madrid 1927, nn. 1170, 1244-68.

Giuseppe M. Pou y Marti
ALFONSO X, el Sabio (il Sapiente), di CastgLIA. - N. nel 1221 e m. nel 1284, successe al padre Ferdinando III il Santo, nel 1252