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fonso el Octavo y Don Enrique el Primero, Madrid 1665; A. Huisi, Estudio sobre la campaña de las Navas de Tolosa, Valenza 1916; B. Sánchez Alonso, Fuentes de la historia española e hispano-americana, ²² ed., Madrid 1927, nn. 1170, 1244-68.

Giuseppe M. Pou y Marti
ALFONSO X, el Sabio (il Sapiente), di CastgLIA. - N. nel 1221 e m. nel 1284, successe al padre Ferdinando III il Santo, nel 1252. Preoccupazioni militari e lotte politiche ne contristarono il regno : le sue aspirazioni imperiali, mal tollerate in patria (della sua infelice candidatura non gli rimase che un ricordo in quel titolo di rex electus Romanorum di cui ebbe l'in genua vanità di adornarsi) gli procurarono amare delusioni; all'interno ne turbò la pace l'insubordinazione della nobiltà eccitata da sfrenate ambizioni, che egli

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vanamente tentò placare con ampie concessioni; aspirò invano a portar fino in Africa le forze della reconquista; fu amareggiato dalla ribellione del secondogenito Sancio, che ottenne di succedergli calpestando i diritti dell'infante de la Cerda (erede del primogenito Ferdinando morto pronaturamente nel 1275 e sostenuto dal re di Francia). Deposto infine dalle "cortes" di Valladolid, finì con l'invocare il soccorso del sultano del Marocco.

Maestro di legge e di dottrina, incerto e inabile in pratica con la sua politica instabile e dubbia, nessuna delle sue aspirazioni più care riusci a realizzare nel suo lungo regno, di cui tuttavia assai alto è il significato sul piano della cultura. Uomo di vasto sapere e di larga tolleranza, si valse, senza distinzione di razza, nazionalità o religione, dell'opera di dotti collaboratori che chiamò alla sua corte per realizzare una vasta impresa di sistemazione della cultura a base di traduzioni e compilazioni e commenti di numerose opere giuridiche storiche e scientifiche.

Fortunata e feconda fu, infatti, la sua azione tendente a unificare la molteplice e incongruente legislazione dei fueros municipali, quale già aveva vagheggiata Ferdinando III e che si tradusse in quel formidabile corpus giuridico che è il libro delle Siete Partidas, per secoli rimasto unica fonte del diritto, ed in cui si armonizzano e compenetrano diritto romano e canonico, Digesto e Decretali, Codice giustinianeo e Fuero fuzgo. Allo stesso spirito di unificazione si ispirano l'Espéculo, il Fuero real ed altre raccolte minori.

La stessa larghezza di intendimenti ispirò nel campo della storiografia la redazione della General Historia rimasta interrotta alla narrazione dell'ascendenza della Vergine Maria, in cui son messi a profitto, con logica adesione ai principi universalistici del re Sapiente, la Bibbia ed i classici, gli storici arabi al pari di s. Agostino, ed i maggiori scrittori ed opere medievali da Orosio a Giovanni di Garlandia e a Luca Tudense, dal Roman de Troie al Libro de Alexandre.

Ugual tentativo di organizzazione unitaria sta a base della Crónica general in cui la storia della Castiglia si inquadra in quella di tutta la penisola.

Fra le opere scientifiche, accanto ai Libros del saber de astronomia cui appartengono quelle Tablas alfonsinas che ebbero fama in tutta Europa fino al sec. xvi, non va dimenticato il Lapidario, mentre al gruppo delle opere varie ed amene appartengono, fra l'altro, la traduzione del Calila e Dimna, l'opera intitolata Poridad de las Poridades, i Libros de ajedrez, dados e tablas il Bonium o Bocados de oro, il Libro de la Monteria.

Protettore di musici e poeti e poeta egli stesso, raccolse attorno a sé poeti di Spagna e stranieri, accolse G. Riquier come B. Calvo, in gara con essi in delicate e convenzionali poesie d'amore o in satire sfacciate e «di scherno» osceno: poesia, tuttavia, che egli, contravvenendo al suo tentativo di unificazione linguistica (per cui aveva imposto il castigliano come lingua ufficiale), coltivava in quella lingua gallego-portoghese che era ormai generalmente adottata nella lirica in tutte le regioni della penisola. Ben più ricco è il suo canzoniere sacro (oltre 400 componimenti), composto in lode della Vergine, di cui attinse spunti e motivi da raccolte latine, tradizioni spagnole e poesie volgari, che vi si distendono in ricca varietà di forme metriche, e di cui non stonano i tocchi realistici precisi e pittoreschi che l'atmosfera di ingenua devozione pare addolcire e velare. In esso egli si rivela uno dei più sinceri e fervidi cantori della Vergine, che ha esaltata con accenti e
motivi che saranno in seguito più volte ripresi ed elaborati nella poesia.

Bibl.: Opere: Le sue opere possono consultarsi fra l'altro nella seguenti edizioni: Las libros del saber de Astronomia, ed. M. Rico y Sinobas (Madrid 1863-67); El lapidario, ed. J. Fernández Montana (Madrid 1881); della General Histöria la prima parte è stata pubblicata da A. García Solidinde (Madrid 1930); della Ctonica Gencral c'è un'ed. di R. Menéndez Pidal (Madrid 1906; e cf. anche quella di Madrid 1918); delle Contigas de S. Marín, oltre l'ed. classica della R. Arcadernia Spagnola (ed. Valmar, Madrid 1889), esiste una recente di M. Rodríguez Lapa (Lisbona 1933); del Libros de ajedrez, dados e tablas quella di A. Steiger (Ginevra 1941) dà una bella riproduzione delle miniature.

A. Garcia Solidinde ha pure curata una antologia delle opere del re Sapiente (A. X. Antologia de sus obras, 2 voll., Madrid 1922).

Letteratura: A. F. G. Bell, The Cantigas de S. Mario of A. X, in Mod. Lang. Rev., 10 (1915), pp. 338-48; A. G. Solidinde, Intercmetica de A. X en la redacción de sus obras, in Rev. de fil. esp., 2 (1015), pp. 283-88; J. Ribera, La música de las Cantigas, Madrid 1922; J. M. Dibign, Las Siete Partidas. Estudio linguistico, in Rev. de la fac. de filin. y risuc., L'Avana 1953; E. F. Dexter, Sources of the Cantigas of Alfonso el Sabio, Wisconsin 1926; R. Rübecamp, Die Sprache der altendistischen Cantigas de S. Mario von A. X el Sabio, Amburgo 1953; J. A. Sánchez Pérez, A. X e el Sabio -, Madrid 1935 (comprende uno studio, un'antologia ed una bibliografia); H. Angéés, La música de las Cantigas de S. María del rey A. el Sabio, Barcellona 1943; S. Pellegrini, A. X re di Castiglia, in Glauco, I (1945).

Jole Scudieri Ruggieri
ALFONSO XI, re di Castiglia e di León. N. nel 1311, m. nel 1350. Fu detto il Giustiziere per le terribili vendette contro i nemici, ma la sua passione per Eleontira di Guzmán e per i suoi figli naturali portarono la discordia nel regno. Fu assai fortunato nella guerra contro i Mori sui quali ottenne la vittoria del Salado, colpo mortale per l'islamismo (1340).

Bibl.: P. de Sandoval, Historia de los reyes de Castillo y León, Madrid 1792; C. Rosell, Crónicas de las Reyes de Castilla, in Biblioteca de Autores españoles, LXVI, Madrid 1875; A. Ballesteros, Historia de Espada y su influencia en la historia universal, III, Barcellona 1920, pp. 43-58; B. Sánchez Alonso, Fuentes de la historia española e hispano-americana, ²² ed., Madrid 1927, nn. 1370-79. Giuseppe M. Pou y Marti

ALFONSO di Castrol. - Teologo francescano del sec. xvi, n. a Zamora, in Spagna, nel 1495 e m. a Bruxelles il 3 febbr. 1558. A 16 anni vestí l'abito francescano a Salamanca, dove compì gli studi teologici, passando quindi all'Università di Alcalá. Ritornato a Salamanca, vi insegnò teologia per circa 30 anni, esercitando nello stesso tempo, con grande successo, il ministero della predicazione anche in Germania, in Inghilterra e alla corte di Carlo V. Nel 1530 prese parte al dibattito sulla validità del matrimonio di Enrico VIII e scrisse in proposito un opuscolo compasso postumo a Lione nel 1568. Intervenne, come teologo del card. Pacheco, alle prime sessioni del Concilio di Trento, svolgendovi considerevole attività, specialmente nelle discussioni riguardanti il peccato originale, il canone e l'uso delle Sacre Scritture. Fu peritissimo anche nel diritto penale, tanto da meritarsi il titolo di "princeps poenalistarum n.

Venne pure designato come arcivescovo di Compostella, ma mori prima di essere preconizzato.

Ad A. vennero attribuite varie opere. Certamente sue, oltre all'opuscolo suddetto e ad alcuni manoscritti di minore importanza, sono le seguenti : 1) Adversus amnes hioreses lib. XIV (Parigi 1534); opera che, vivente ancora l'A., ebbe diverse edizioni, di cui la definitiva, largamente rifusa nel 1556, apparve ad Anversa nel 1560. In essa, disposte in ordine alfabetico, vengono enumerate e confutate tutte le eresie sorte dal tempo degli Apostoli al sec. xvı; 2) Homiliae 25 in Ps. 50 (Salamanca 1537); 3) Homiliae 24 in Ps. 31 (Salamanca 1540 ); 4) De justa hnereficorum punitione (Salamanca 1547); 5) De patestate legis poenalis (Salamanca 1550 ).

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Alfonso I d'Este duca di Ferrara.
Ritratto, copia da un Tiziano perduto - Firenze, Galleria Pitti.
L'Adversus Huereses, il De justa haereticorum punitione e il De potestate legis poenalis apparvero a Parigi, raccolti in un volume, nel 1571 e in due volumi nel 1578 , insieme alle homiliae, con un'appendice sulle nuove eresie, dovuta probabilmente al francescano Francesco Feuardent, che ne curò l'edizione.

Bibl.: L. Wadding, Annales Minorum, XVIII, ³² ed., Quaracchi 1933, p. 132 sgg.; id., Scriptores Ordinis Minorum, ed. A. Nardecchia, Roma 1906, p. 11 sgg.; Hurter, II, col. 1392 sgg.; J. B. Sbaralea, Supplementum et castigatio ad scriptores trium Ordinum s. Francisci, I, Roma 1908, p. 25 sgg.

Epidio Caggiano
ALFONSO della Croce. - Francescano spagnolo del sec. xvir, n. da nobile famiglia a Valdemoro, m. a Medina il 24 genn. 1631. Fu più volte superiore locale, definitore provinciale e visitatore generale del suo Ordine.

Oltre molti discorsi sui Vangeli domenicali e per le feste principali dell'anno, scrisse: De la pureza del Apostol s. Pablo (Madrid 1599); Camino de la salvación (Salamanca 1625); Compendio de la vida espiritual (Salamanca 1625); Bibliotheca franciscana e Manual de Prelados, rimasti inediti.

Bibl.: N. Antonius, Bibliotheca Hispana Nova, I, Madrid 1783, p. 20 ; L. Wadding, Scriptores Ordinis Minorum, Roma 1906, p. 12; J. B. Sbaralea, Supplementum et castigatio ad scriptores trium Ordinum s. Francisci, I, Roma 1908, p. 26.

Epidio Caggiano
ALFONSO I d'Este, duca di Ferrara. - N. a Ferrara il 21 luglio 1476 da Ercole I e da Eleonora d'Aragona, figlia di Ferdinando re di Napoli; m. il 31 ott. 1534.

Ispirò il suo governo ad un vigile e mutevole equilibrio che si manifestò in alterne amicizie ed alleanze con il Papa, la Francia e l'Impero. Da finalità politiche furono determinati i suoi matrimoni con Anna Sforza figlia di Galeazzo Maria duca di Milano (1437) e con Lucrezia Borgia (1501). Quest'ultimo gli consentì di mantenere il ducato di Ferrara feudo della Chiesa. Da Lucrezia ebbe: Ercole II, il card. Ippolito II, Eleo-
nora monaca del "Corpus Domini» e Francesco marchese di Massa Lombarda. Inoltre, da Laura Eustochia Dianti, i figli naturali Alfonso, padre di Cesare primo duca di Modena, e Alfonsino.

Aderi alla lega di Cambrai e tolse ai Veneziani, che aspiravano ai suoi domini sul Po, Rovigo, Montagnana ed Este, e ne disperse a Policella la flotta comandata dal Gradenigo (1509). Fu gonfaloniere di Santa Romana Chiesa, ma venuto poi a dissidio con Giulio II che nella pace con Venezia non ne sostenne la fortuna, si recò invano presso di lui a Roma dove inviò ambasciatore Ludovico Ariosto. Nella contesa perdette Modena e Reggio, riconfermategli poi da Adriano VI e riconcessegli, dopo che ebbe riconquistata Modena durante il sacco di Roma ( 6 giugno 1527), in forza di un lodo di Carlo V (Colonia 21 dic. 1530).

Una congiura dei suoi fratelli Ferrante e Giulio rattristò la sua vita privata in parte dedita ai viaggi (Inghilterra e Fiandra), ai commerci, alle arti, alla strategia (fu intagliatore in legno, plasmatore di maioliche, fonditore di cannoni) e notevole per quel mecenatismo, caratteristico della sua dinastia, da lui posto a servizio della politica. Ludovico Ariosto, suo governatore in Garfagnana, gli suggerì la personale impresa o programma : una granata col motto: Tempore et loco.

Bibl.: P. Giovio, Vita di A. da E. duca di Ferrara, trad. di G. B. Gelli, Venezia 1597; L. A. Muratori, Antichità estensi, Modena 1717-40; A. Frizzi, Memorie per la storia di Ferrara, Ferrara 1796; L. Casazza, Compendio di antizie storiche ferraresi, Bologna 1840; B. Pistofilo, Vita di A. I d'E., Modena 1867; R. Bacchelli, La congiura di D. Giulio d'Este, Milano 1931. Vincenzo Pacifici

ALFONSO II d'Este, duca di Ferrara. - N. a Ferrara il 22 nov. 1533 da Ercole II e da Renata di Francia, figlia di Luigi XII; m. ivi il 27 ott. 1597.

Teso con ogni energia all'ingrandimento dello Stato e della dinastia estense di cui non poté impedire il declino, diede fasto agli ultimi giorni del ducato ferrarese. Dai tre matrimoni con Lucrezia de' Medici, figlia di Cosimo I (1560), Barbara d'Austria, figlia
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(fot. Alinari)
Alfonso II d'Este duca di Ferrara - Ritratto, tela d'ignoto del sec. xvI - Roma, Galleria Doria.

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dell'imperatore Ferdinando I (1565) e Margherita Gonzaga, figlia di Guglielmo duca di Mantova (1579) non ebbe prole né vantaggi politici. Partecipò alle guerre civili di Francia ed all'impresa di Massimiliano II contro i Turchi (1566). Torquato Tasso gli dedicò per questa impresa la Gerusalemme Liberata. Aspirò, in competizione con Emanuele Filiberto di Savoia, alla corona elettiva di Polonia (1574-76) e alla supremazia sui piccoli Stati italiani, che fu invece ottenuta da Cosimo de' Medici con la nomina a granduca. Di qui una lunga e rumorosa contesa. La fedeltà alla Francia, l'ugonottismo di sua madre, l'eccessiva fiscalità, lo resero inviso e sospetto, quantunque informasse il suo governo ai principi antimachiavellici (lealtà e religione) espressi nel Principe di G. B. Pigna, suo segretario di Stato. Con la sua morte Ferrara fu devoluta alla S. Sede che ritenne estinto il ramo legittimo degli Este. L'erede da lui scelto, suo cugino Cesare, fu solo duca di Modena e Reggio.

BibL.: E. Callegari, La decolusione di Ferrara alla S. Sede, in Riv. stor. ital., i (1895); A. Sobeti, Ferrara e la carte estente nella seconda metà del sec. xv1. Città di Castello 1900; A. Lazzeri, Le citòes tre duchesse di Ferrara e la Corte Estense ai tempi di T. Tasso, Firenze 1913; E. Calligari, I e ricordi di governo e di A. II d'Este, in Arch. stor. ital., 78 (1920), pp. 110-23; Pastor, X. XI, passim. Vincenzo Pacifici

ALFONSO di Gesù Maria. - Scrittore ascetico carmelitano scalzo spagnolo, n. nel 1565 a Villarejo (Cuenca) da nobili genitori, m. l'8 dic. 1638. Fu due volte generale dell' Ordine (1607-13 e 1619-25). Pubblicò : Doctrina de religiosos (Madrid 1613); Peligros y reparos de la perfección y paz religiosa (Alcalá 1625-26) : le due opere furono tradotte in altre lingue.

BinL: Francisco de Santa Maria, Reforma de los Descalzas, Madrid 1655, II, t. 8, col. 39; V, t. 21, coll. 18-20; Silveio de Santa Teresa, Historia del Carmen Descalza. IX, Burgos 1940, col. 210-220.

Alfonso de Isla. - Francescano portoghese del sec. xvi. Nulla si conosce della sua vita. Pubblicò Tesoro de virtudes (Medina 1543, e altrove). Questa opera, nel 1574, fu da fra Giovanni M. Brancalupo tradotta in italiano con l'aggiunta di una relazione del portoghese Antonio Oiano sul martirio di fra Andrea da Spoleto. Ad A. è pure attribuito Lengua de vida, ma forse è opera identica alla precedente.

BinL.: N. Antonius, Bibliotheca Hispana Nova, I, Madrid 1783, p. 31; J. B. Sbaralea, Supplementum et castigatio ad scriptores trium Ordinum s. Francisci, I, Roma 1908, p. 26.

Egidio Caggiano
ALFONSO III, re di León, il Grande. - N. nell'838, m. nel 912, figlio di Ordoño I. Incominciarono sotto di lui le interne dissensioni tra i cristiani, che dovevano ritardare di alcuni secoli la totale riconquista della Spagna. Tuttavia A., vinti i Galiziani e gli Alavesi e pacificato il regno dopo la sconfitta che gli procurarono i Biscaglini, poté dedicarsi alla felicità dei suoi sudditi, alla protezione delle scienze e principalmente alla guerra contro i Saraceni, togliendo loro le città di Viseu, Coimbra, Lamego e altre nella Castiglia. Abdicò nel 910, dividendo il regno tra i suoi figli ribelli : Garcia (León), Ordoño II (Galizia e Portogallo), Fruela (Asturio).

BinL.: A. Ballesteros, Historia de España y su influencia en la historia universal, II, Barcellona 1920, pp. 196-201.

Giuseppe M. Pou y Marti
ALFONSO IX, re di León. - Figlio di Ferdinando II, n. nel 1171, m. nel 1230. Cercò, mediante matrimoni, l'unione con altri regni della penisola. Sposò prima la santa principessa Teresa di Portogallo, ma negatagli la dispensa di consanguinità da papa Celestino III, dovette separarsene sotto pena di scomunica e d'interdetto, nonostante i figli nati dal-
l'unione, tra i quali la ven. Sancia Alfonsa. Cercò allora l'unione con un'altra cugina, Berenguela di Castiglia, dalla quale ebbe parecchi figli, tra cui s. Ferdinando; ma il papa Innocenzo III fu irremovibile e fulminò le censure ecclesiastiche per la separazione degli sposi. Tuttavia la legittimazione di s. Ferdinando produsse la perpetua unione di León e Castiglia.

BinL.: A. Luchaire, Innocent III. Les royautés vassales du Saint-Siège. Parigi 1908, pp. 27-37; M. Legendre, s. v. in DIG, II, col. 688.

Giuseppe M. Pou y Marti
ALFONSO Lopez De Spina: v. SPINA, alfonso LOPEZ de.

ALFONSO della Madre Addolorata - Carmelitano scalzo, al secolo Léon Pavy; n. il 7 febbr. 1842 in Audenaarde (Fiandra or.), m. a Bruges il 18 maggio 1927. Entrò nell'ordine nel 1861, e andò, nel 1869, nella missione di Mangalore, ove a Calicut eresse una chiesa, un ospedale, asili e orfanotrofi. Richiamato (1880) nella sua provincia, ebbe affidato (1893) l'ufficio di zelatore delle missioni malabariche, ed istitui nel Belgio il " Pium Opus ", per mezzo del quale fornì ai vescovi e missionari dell'India ingenti somme, destinate alla crezione di istituti, di scuole e di chiese. Pubblicò parecchie opere di storia missionaria e di ascetica.

BinL.: L. van den Bossche, Le p. Alphame... contemplatif et apôtre, Bruges 1934; Ambrosius a S. Teresia, Nomenclator Missionariorum Carmelitarum discalceatorum, Roma 1943, pp. 23-25.

Ambrogio di Santa Teresa
ALFONSO (Alonso) di Madrid. - Scrittore francescano spagnolo, n. a Madrid nell'ultimo quarto del sec. xv. Della sua vita non si sa nulla. Scrisse: Arte para servir a Dios (Siviglia 1521); Espejo de ilustres personas (Burgos 1542); Siete meditaciones de la Semana Santa, di cui si conosce solo il luogo e la data della traduzione francese (Parigi 1587); Tratado de la doctrina christiana, pubblicata insieme all'Arte.

Prima in ordine cronologico, l'Arte è il capolavoro di A., non per l'originalità del contenuto (la dottrina è fedelmente tradizionale), ma per il metodo, la chiarezza e la bellezza dell'esposizione. Incontrò perciò grande favore : già nel 1526 appariva ad Alcalá la ³ᵃ ed. definitiva, e molte furono le edizioni e ristampe che seguirono nella lingua originale ( 30 circa) e le traduzioni nelle principali lingue straniere. Delle traduzioni italiane la prima comparve a Venezia nel 1558, ad opera del sacerdote Tullio Crispoldo. L'Arte è divisa in 3 parti : la prima espone i principi generali secondo cui debbono essere dirette le nostre azioni; la seconda applica detti principi agli atti necessari per risanare l'anima dalle rovine del peccato, ornarla di virtù e renderla capace di osservare la legge dell'amore; la terza tratta dell'amora per Iddio, per il prossimo e per se stessi. S. Teresa (Vita, cap. 12) raccomanda questo «libro eccellente» che stimola a generoso amore nel servizio di Dio.

BinL.: N. Antonius, Bibliotheca Hispana Nova, I, Madrid 1783, p. 33; L. Wadding, Scriptores Ordinis Minorum, ed. Roma 1906, p. 13; J. B. Sbaralea, Supplementum et castigatio ad scriptores trium Ordinum s. Francisci, I, ed. Roma 1908, p. 26; P. Pourrat, La spiritualité chrétienne, III, Parigi 1927, p. 132 sgg.; P. Guillaume, Un précurseur de la Réforme catholique: Abusée de Madrid, in Revue d'histoire ecclésiastique. 25 (1929), pp. 260-74.

Egidio Caggiano
ALFONSO de Orozco: v. OROZCO, ALFONSO dE.
ALFONSO, PIETRO (MOSÉ SEPHARDO): v. PIETRO D'ALFONSO.

ALFONSO I, re di Portogallo, detto il Conquietatore - N. nel irog, m. nel 1185, fu il primo re di Portogallo, chiamato più comunemente Alfonso Henríquez. Suo padre Enrico di Borgogna aveva avuto in feudo la contea di Portogallo; ma A. si proclamò indipendente sui campi di Ourique (1139), dopo una splendida vittoria sui Saraceni; e per dare più consistenza al nuovo regno, lo pose sotto la protezione

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del Papa, proclamandosene vassallo e obbligandosi a pagare una tassa annua di quattro once d'oro. Continuando la lotta contro gli infedeli, strappò loro nel 1147 Santarem e poi Lisbona, che proclamò capitale. Fondò vari monasteri : quello cistercense di Alcobaça, dotandolo di ampio terreno con tredici città, sulle quali l'abate aveva poteri giurisdizionali e la facoltà di imporre tasse; quello di Santa Cruz a Coimbra per i Canonici agostiniani e di S. Vincenzo a Lisbona.

Bibl.: D. Galva Duarte, Cbrónica de muito alto principe D. Alfonso II., rey de Portugal, Lisbona 1906: F. de Almeida, História de Portugal, I, Coimbra 1922, pp. 170-71, 183, 188, 276, 281, 282, 266-67. Giuseppe M. Pou y Marti

ALFONSO II, re di Portogallo, detto il Grasso. N. nel 1185, m. nel 1223, nipote di Alfonso e figlio di Sancio I. Nel congresso di Coimbra (1211) diede le prime leggi generali della nazione, nelle quali furono definiti anche i diritti e i privilegi della Chiesa. Governò saggiamente; introdusse la legge che le sentenze di morte non fossero eseguite se non dopo 20 giorni, perché vi fosse tempo per il perdono; favorì il sorgere dei municipi liberi e si mostrò molto benefico. Ma le relazioni fra Stato e Chiesa furono turbate da varie contestazioni, a motivo dei privilegi ecclesiastici, che lo fecero incorrere nella scomunica da parte di Onorio III, dalla quale pare sia stato assolto dopo essersi riconciliato con la Chiesa. Ha comune con gli altri re cristiani della penisola iberica la vittoria di Las Navas di 'l'olosa sopra i Mori (1212).

Bibl.: R. de Pina, Cbrónica de El-rei D. Alfonso II, Lisbona 1727: F. de Almeida, Iliviscia de Portugal, I, Coimbra 1922, pp. 234-35, 346, 378-79. Giuseppe M. Pou y Marti

ALFONSO III, re di Portogallo, detto il Riformatore. - N. nel 1210, m. nel 1279. Si meritò il titolo di "riformatore" per le varie sue imprese civili : protezione delle industrie, stabilizzazione della moneta, concessione di privilegi ai municipi, repressione di abusi; e soprattutto per la vittoria piena e definitiva sui Saraceni, strappando loro l'« Algarve», territorio che ora forma la provincia più meridionale del Portogallo e portava il nome arabo "El Gharb" (= paese occidentale). Volendo però estendere le riforme anche alle cose ecclesiastiche, massime nel campo dei benefici e delle rendite, incorse nella scomunica (1277), da cui fu assolto in punto di morte.

Bibl.: R. De Pina, Cbrónica de El-rei D. Alfonso III, Lisbona 1728: F. De Almeida, s. v., in DIIG. II. coll. 693-94. Giuseppe M. Pou y Marti
ALFONSO IV, re di Portogallo, detto il Bravo. - Nipote del precedente e figlio di don Dionisio, salì al trono nel 1291. Fu impopolare per il suo carattere altero, che in gioventù l'aveva portato alla ribellione contro il padre e poi, da re, ad atti di grande crudeltà con i familiari e il popolo. Col genero Alfonso XI di Castiglia vinse i Saraceni nella battaglia del Salado (1340). La politica ecclesiastica non subì le alternative per cui era passata sotto i re antecedenti; ma egli volle esigere dal clero una perfetta disciplina e un esatto adattamento alle leggi emanate dalle Decretali, sotto pena di punizioni da parte dell'autorità reale, nonostante la loro qualità di ecclesiastici. Morì nel 1357.

Bibl.: R. de Pina, Chronica de El rei D. Alfonso IV, Lisbona 1623: F. de Almeida, s. v. in DIIG. II. col. 692. Giuseppe M. Pou y Marti
ALFONSO V, re di Portogallo, detto l'Africano. - N. a Cintra nel 1432, ivi m. nel 1481. Il soprannome gli derivò dalle grandi vittorie riportate in Africa, dove conquistò Tangeri, Alcazar e Areyla, fortificandole come baluardo contro i Mori. Col matrimonio di Giovanna di Castiglia tentò inutilmente di unire le due corone di Portogallo e di Castiglia;
ne seguì invece una guerra atroce con i re cattolici Ferdinando e Isabella, ai quali dovette arrendersi, firmando la pace di Alcacevas (1479) e abbandonando per sempre ogni pretesa. Protesse le arti e le scienze; durante il suo regno si fondò la prima biblioteca del Portogallo, si rifuse il "Codice alfonsino" del 1211, e i navigatori portoghesi navigarono lungo le coste della Guinea, scoprendo le isole del Capo Verde.

Bibl.: D. Barbosa, Biblioteca Lusitana, I, Lisbona 1741, p. 17 sgg.

Giuseppe M. Pou y Marti
ALFONSO VI, re di Portogallo. - N. nel 1643, successe al padre Giovanni IV, re di Braganza, che nel 1640 aveva staccato il regno dalla Spagna. Dovette perciò continuare la guerra con Filippo IV; ma con la vittoria di Almeisal (1665) e di Villaviciosa (1665) assicurò per sempre l'indipendenza del Portogallo. Il suo matrimonio con Maria Francesca Isabella di Savoia (1666) non fu felice, perché la regina, vistasi abbandonata dal marito, si alleò col cognato Don Pietro e ambedue riuscirono a far destituire dalle "cortes" A., e a farlo relegare in esilio col pretesto di alienazione mentale. Trasportato poi a Cintra, vi morì nel 1683.

Bibl.: P. Viegaz, Principios del reino de Portugal, Lisbona 1671: F. de Almeida, Historia da Igreja em Portugal, 2, voll., Coimbra 1922-26. Giuseppe M. Pou y Marti

ALFONSO XII, re di Spagna. - Figlio della regina Isabella II e del re "consorte" Francesco Alfonso di Borbone; n. nel 1857, m. nel Prado il 25 nov. 1883. Spodestata la madre dalla rivoluzione del sett. 1868, A. dovette seguirla in Francia; ma, vedendo Isabella l'insuperabile difficoltà di ricuperare il trono, due anni dopo abdicò in favore del figlio tredicenne. Essendo però così grande nei partiti liberali della nazione l'opposizione alla dinastia borbonica, si preferì chiamare nel 1871 il principe Amedeo di Savoia, che prese il nome di Amedeo I. Questi, nell'impossibilità di ristabilire la concordia nel paese, dopo due anni depose la corona, e così nel 1873 fu proclamata la repubblica. Screditata questa, fu facile al generale Martinez Campos, nel dic. 1874, con un colpo di Stato, restaurare l'antica monarchia, ed A. il 9 genn. 1875 poté riacquistare il trono. Il nuovo re contrasse matrimonio nel 1878 con sua cugina Mercedes di Orléans e, morta questa pochi mesi dopo, sposò nel 1879 l'arciduchessa d'Austria Maria Cristina, dalla quale ebbe due figliole e un figlio : re Alfonso XIII. Finita nel 1876 la guerra civile carlista nel nord della penisola, grazie alla costituzione di quell'anno e alla alternata dominazione dei partiti liberale e conservatore, si ebbe un periodo di relativa pace. La ribellione dell'isola di Cuba del 1878 e del 1880 fu soffocata, mentre all'estero si risolveva il grave conflitto per le Caroline, mediante l'accordo tra la Spagna e la Germania, procurato da papa Leone XIII.

Bibl.: A. Ballesteros, Historia de España y su influencia en la Historia Universal, VIII, iv, Barcellona 1936. Giuseppe M. Pou y Marti

ALFONSO XIII, re di Spagna. - Figlio postumo del precedente, n. il 17 maggio 1886, m. il 28 febbr. 1941. Ricevette per cura della madre Maria Cristina buona educazione religiosa e letteraria. Durante la reggenza si dovette deplorare la guerra di Cuba, incorminciata nel 1895, seguita dalla rivolta delle isole Filippine, che portò fatalmente all'intervento armato degli Stati Uniti d'America in favore degli insorti. Dopo inutile spargimento di sangue e vano eroismo, nel 1898 si venne alla pace di Parigi, per cui la Spagna cedeva alla Repubblica americana le isole di Cuba, Portorico, Guam e tutto l'arcipelago filippino. Si riprese pure e si vinse la guerra nel Marocco. Il re aveva sedici

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anni quando, nel 1902, fu dichiarato maggiorenne e capo dello Stato. Nei viaggi, che fece in seguito, si acquistò generale simpatia e rafforzò il suo trono, principalmente dopo che nel 1906 ebbe sposato la principessa Ena Vittoria di Battenberg, nipote del re Edoardo VII d'Inghilterra, la quale, poco prima di cingere la corona di Spagna, si era convertita al cattolicismo. Ma le forze sovversive e le società segrete avevano concepito un odio implacabile contro il giovane monarca. Il primo attentato anarchico contro la persona del re avvenne a Parigi il 31 maggio 1905; alla stessa data dell'anno seguente, proprio durante il corteo nuziale, una bomba mise in pericolo la coppia reale; altre volte si attentò, sempre però inutilmente, alla vita del monarca. D'altra parte, l'instabilità dei partiti governativi, principalmente dopo l'assassinio di Canovas e la morte di Sagasta, impedì la realizzazione di ottimi progetti, contro i quali si sfruttò la severa repressione dei moti rivoluzionari di Barcellona (1909) e la conseguente fuol. lazione di Francesco Ferrer. Come atti religiosi, durante il regno di A., eccellono il Congresso eucaristico internazionale di Madrid (1911), al quale prese parte, nonostante la momentanea freddezza delle relazioni con la S. Sede a cagione del governo di Canalejas (assassinato poco dopo), e principalmente la solenne consacrazione della Spagna al Sacro Cuore di Gesù, fatta nel "Cerro de Los Angeles" da A. nel maggio del 1919. Tra i fatti politici internazionali si deve ricordare la Conferenza di Algesiras del 1906, per la questione del Marocco, e i diversi trattati con la Francia riguardo alle due zone di quella regione. La sollevazione delle tribù del Rif sotto la direzione di Abd-el-Krim nel 1921, i moti rivoluzionari e l'indisciplina dominante, indussero nel 1923 il generale M. Primo de Rivera al colpo di Stato, che instaurò una dittatura, e sembrò dare alla nazione una rinascita di ordine e prosperità. Durante questo tempo meritano di essere ricordate la visita di re Alfonso e della regina Vittoria al papa Pio XI (nov. 1923) e le esposizioni universali di Barcellona e Siviglia (1928; 1929). Tuttavia, dopo il disastro del Marocco del 1921, la popolarità di A. andò diminuendo. Caduta la dittatura di Primo de Rivera, nel genn. del 1930, nelle elezioni del 12 apr. 1931 per il rinnovamento dei consiglieri municipali, si ebbe una forte maggioranza antimonarchica. Bastò questo perché fosse immediatamente intimata l'espulsione dalla nazione ad A., che lasciava Madrid il 14 dello stesso mese, mentre veniva proclamata la seconda repubblica. Il monarca detronizzato visse dapprima a Parigi e finalmente a Roma, dove si erano sposati tutti i suoi figli, e dove morì il 28 febbr. 1941.

Bibl.: A. Ballesteros, Historia de España y su influencia en la Historia Universal, VIII, iv, Barcellona 1936, pp. 281, 445, 465, 657 sgg.

Giuseppe M. Pou y Marti
ALFONSO Vargas di Toledo: v. vargas alFONSO.

ALFONSO di Zamora. - Rabbino convertito, n. a Zamora nel 1474, battezzato nel 1506, m. nel 1531. Fu il primo professore d'ebraico all'Università di Salamanca. Lavorò per 15 anni alla Poliglotta Complutense, avendogli il card. Ximenes affidato la correzione del testo ebraico e la traduzione latina del Targum.

Elaborò l'intero VI vol. della Poliglotta (1515), contenente un vocabolario ebraico-aramaico e una grammatica ebraica. Pubblicò poi, sempre in latino, una nuova grammatica ebraica con lessico (Alcalá 1526), aggiungendovi un Catalogus iudicum, regum et sacerdotum atque prophetarum Veteris Legis e una Epistola
auctoris ad infideles Hebraeos urbis Romae (in cui dimostra la venuta del Messia). L'Escorial conserva di A. manoscritti in castigliano: Libro de la Sabiduria de Dios (contro i Giudei), una terza grammatica ebraica, la versione del commento di Kimchi dei 59 primi Salmi.

Bibl.: Hurter, II, col. 1134; F. Pérez Contra, El libro de la Sabiduria de Dios, de A. de E., in Seforiel, 5 (1945), pp. 147-84.

Antonino Romeo
ALFONSO MARIA de' Liguori, santo, dottore della Chiesa.

Sommario: 1. Biografia. - 2. La sua opera. - 3. Attività letteraria. - 4. Il moralista. - 5. Il teologo dogmatico. - 6. Il maestro di ascetica. - 7. La fortuna delle opere di s. A.
I. Biografia. - N. a Marianella, presso Napoli, il 27 sett. 1696, da don Giuseppe de' Liguori, capitano delle galere reali, e da donna Anna Cavalieri, dei marchesi d'Avenia; m. a Pagani il 1^{°} ag. 1787. Compiuti in casa i corsi di lettere e di scienze, nei quali ebbero la loro parte anche la musica e le arti, nel 1708 si iscrisse all'Università di Napoli, dopo esser stato esaminato nella rettorica da G. B. Vico. Vi studiò diritto civile e canonico, laureandosi in legge il 21 genn. 1713, con dispensa di ca. 4 anni dall'età richiesta. Completò la formazione precoce sotto la guida di Perrone e Jovene, celebri giureconsulti, frequentando in pari tempo il circolo del presidente dell'Alto Consiglio Domenico Caravita, una specie di accademia serale, dove convenivano storici e filosofi del diritto come Costantino Grimaldi, Gaetano Argento e Pietro Giannone, principali artefici del giurisdizionalismo napoletano.

Nel 1715 si aggregò alla pia unione dei Dottori, diretti dai Padri dell'Oratorio, edificando giovani e vecchi magistrati col suo contegno. Nello stesso anno iniziò l'esercizio forense, e, come risulta dal Catalogo delle sentenze, riusci sempre fortunato nelle difese. Per le sue rare doti nel 1718 venne eletto giudice del regio Portulano di Napoli e nel 1722 ambasciatore del nuovo viceré card. Altan. L'anno seguente gli fu affidata dal duca di Gravina una causa importantissima contro il granduca di Toscana. Nonostante la severa diligenza, resa più acuta dalla eccezionalità della lite in materia feudale, il brillante avvocato subì una cocente sconfitta per una clausola non debitamente considerata. Credette annientata la sua fama e distrutto il suo avvenire e riprendendo un proposito della prima giovinezza, com'è indicato nel suo Diario inedito, dopo qualche mese decise di vestire l'abito ecclesiastico. Superata l'opposizione paterna ed offerto alla Madonna nella Chiesa della Mercede il suo spadino di Cavaliere del Sedile di Portanova, rinunziò al diritto del maggiorasco ed intraprese lo studio della teologia col dottissimo mons. Giulio Torni, partecipando assiduamente alle discussioni dogmatiche e morali presso mons. Guerriero e i padri Lazzaristi.

Il 21 dic. 1726, ordinato sacerdote, principió subito il suo ministero in mezzo al popolo minuto dei rioni più poveri, non tenendo conto dei pregiudizi del patriziato, da cui discendeva. Facendosi coadiuvare anche da laici, istituì principalmente per i ragazzi della strada (lazzarcni) le "Cappelle serotine", che diventarono una scuola di rieducazione civile e morale. Come socio delle Apostoliche missioni si portò nei paesi vesuviani, negli Appennini e nelle Puglie, annunziando con semplicità le verità eterne alle masse popolari. Da quel momento il pensiero della salvezza delle anime più abbandonate agì in lui come elemento predominante.

Una serie d'incontri provvidenziali, tra cui quelli della vener. suor M. Celeste Crostarosa (v.) e di mons.

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fot. Alinari)
S. FILIPPO NERI - Roma, chiesa di S. Maria della Vallicella.

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(for. Alinati)
CAMPAniLe DELla CATTEDRALE (sec. xiv).

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Tommaso Falcoia, vescovo di Castellammare di Stabia, lo condussero, il 9 nov. 1732, alla fondazione della Congregazione del S.mo Salvatore, più tardi denominata del S.mo Redentore (v. redentoristi). I suoi primi tentativi per dar forma stabile all'istituto urtarono contro le nette opposizioni del cappellano maggiore Celestino Galiani, del ministro Tanucci e di altri uomini del governo, che non volevano sentir parlare di novelli Ordini religiosi, quando pensavano a sopprimere i già esistenti. Il 25 febbr. 1749 ottenne dal papa, Benedetto XIV, l'approvazione ecclesiastica. Dopo durissimi sforzi riusci nel 1752 a strappare un decreto reale, che concedeva alla Congregazione una esistenza precaria sì, ma sufficiente, per allora, a garantirla da ulteriori attacchi. Il fondatore ne approfittò per organizzare l'opera con una fisonomia inconfondibile ed estendere l'apostolato dei discepoli e suo aprendo collegi nello Stato Pontificio ed in Sicilia. E i risultati del suo metodo missionario furono splendidi, concorrendovi Dio con prodigi singolari.

Nel 1762 fu eletto vescovo di Sant'Agata dei Goti. Intorno a questo periodo la sua santità, già eminente, brillò più vivida con risonanze anche fuori d'Italia. L'apostolo popolare ed energico, che per un trentennio aveva evangelizzato le moltitudini, senza leziosità, anzi combattendo lo stile fiorito dei pp. Giacchi e Bandiera, portò in diocesi lo stesso ardore nell'estirpare abusi inveterati, nel restaurare chiese crollanti e nel curare il decoro liturgico delle funzioni. Ebbe somma sollecitudine del seminario, elevandone il tono morale e scientifico, e si rese famoso nel periodo della carestia del 1763-64 con norme contro l'accaparramento e provvisioni sagaci per lenire i disagi. Nel 1775, lasciato l'episcopato, si ritirò a Pagani, ove, benché molto malato, continuò a scrivere e ad incoraggiare l'apostolato contro l'illuminismo, fedele al voto di non perder mai tempo.

Fu da Gregorio XVI canonizzato nel 1839, e proclamato Dottore della Chiesa universale da Pio IX nel 1871.
2. La sua opera. - Tutta la sua attività quale missionario, vescovo, scrittore, artista, ha sempre un solo scopo: continuare l'opera del Redentore, che è salvare le anime. Mezzo sovrano di questa redenzione è per lui la "missione interna", che organizza in modo che prima scuota le anime dal torpore spirituale con
una chiara predicazione delle grandi verità sul destino dell'uomo, e poi le lanci sulla via della salvezza, radicando in esse l'amore per Gesù crocifisso, che solo garantisce una vita di vera virtù. Egli dirige tale missione alle anime più abbandonate spiritualmente; e per renderla continua fonda la Congregazione missionaria dei Redentoristi.
3. Attività letteraria. - La sua attività letteraria nasce dal suo apostolato, che ne è integrato ed amplificato, ed assume un carattere costantemente pastorale. Questa sensibilità pastorale acuisce in lui la ricerca dell'immediatezza, che gli fa omettere ogni argomento non direttamente assimilabile dalla coscienza, e lo porta ad un concettualizzare psicologico. La scienza si approfondisce in sapienza pastorale ed i concetti e le parole diventano spirito e verità. Tale attività letteraria pastorale si estende quanto tutta la sua vita sacerdotale.

I primi scritti di A. sono lavori di ascetica: le Missime eterne (1728), le Canzoncime spirituali (1732), e il libretto della Visite al S.mo Sacramento (1745), il cui successo sbalordì lo stesso autore (Lettere di santi A., III, Desclée, Roma 1890, pp. 34, 65-68, 101). Nel 1746 compare il primo lavoro di morale: Dissertazione sopra l'abuso di maledire i morti, seguita, due anni dopo, dalla prima edizione della Theologia moralis, un volume in ⁴², trasformatosi attraverso le 9 edizioni che se ne fecero vivente l'autore (l'ultima è del 1785), in tre grossi volumi in-folio. La prima edizione conteneva il testo della Medulla theol. moralis del gesuita H. Busembaum, arricchito di note e di sei appendici. Tra queste una sull'infullibilità pontificia e un'altra sulla Immacolata Concezione, che faceva seguito all' aspra polemica suscitatasi intorno al De ingeniorum moderatione del Muratori. Nella 2ᵃ ed. (1753-55) comparve in calce ai due volumi un Elenchus quonstionum reformatarum (91) che avviavano il probabilismo allora professato dall'autore verso quella riforma cui tendeva fin da quel tempo. Il testo e il nome del Busembaum scomparvero dalla ⁶ᵃ ed. in poi (1767). Dell'opera, raccomandata da un successo sempre crescente, l'A. fece due compendi: Pratica del confessore (1755), Istruzione e pratica per un confessore nocelle (1755), tradotti ambedue in latino e stampati rispettivamente, col titolo di Praxis confessarii e Homo apostolicus, negli anni 1757 e 1759 .

Nel 1749 diede alle stampe, anonima, una Dissertatio scholastico-moralis pro usu moderato opinionis probabilis, seguita nel 1755 da un'altra dallo stesso titolo anche essa anonima. Furono ben presto da lui abbandonate e soppresse dalla Theologia moralis (il Remondini, per un errore rimproverato dal Santo, le ristampò nella ⁵² ed., 1763) perché non rispondenti allo nuovo concezione morale cui diede espressione definitiva nel 1762.

Nel 1750 pubblicò le Glorie di Maria, con cui veniva a mettersi in polemica con la Regolata direzione del Muratori. Seguono poi, a poca distanza uno dall'altro, gli Avvisi spettanti alla vocazione religiosa (1750), l'Amore delle anime (1751), Modo di conversare continuamente ed alla familiare con Dio (1754), Uniformità alla volontà di Dio (1755), Avvertimenti ai confessori novelli (1756), Apparecchio alla morte (1758), Discorsi da farsi in tempo di flagelli (1758), Nocena del S. Natale (1758), Nocena del S. Cuore di Gesù (1758), Del gran mezzo della preghiera (1759), destinato a dare un nuovo indirizzo alle discussioni sulla grazia, La vera sposa di Gesù Cristo (1760). e Salva di materie predicabili (1760). Un'operetta di apologetica contro il deismo comparve nel 1756 col titolo : Breve dissertazione contro gli errori dei moderni increduli. Quasi contemporaneamente alla stampa del giansenistico catechismo del Mésenguy, ordinata dal Tanucci, A. pubblicò, sotto gli occhi del ministro, la breve Diss. de iusta prohibitione et abolitione librorum nocuue lectionis (1759), per rivendicare alla Chiesa il diritto esclusivo di censurare e proibire i libri che trattino di materie religiose. Il successo rapidissimo dell'opuscolo fruttò l'esilio al censore regio, il domenicano P. Sacco, e un'enorme popolarità all'autore dell'audace libretto.

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(let. Curio gen. pp. Redentoristi, Roma)
Alfonso Maria de' Liguori, santo - Pagina autografa della Theologia moralis - Roma, Archivio Curia generalizia dei pp. Redentoristi.

Sono del 1762 una Breve dottrina cristiana, Verità della Fede, fatta evidente dai contrassegui della sua credibilità, e la Breve dissertazione dell'uso moderato dell'opinione probabile, nella quale fissa il suo pensiero sulla scelta delle opinioni in materia probabile. Con essa A. scendeva in polemica coi domenicani Daniello Concina e Gianvincenzo Patuzzi, rappresentanti di quel tuziorismo semirigido allora in gran voga. Ma mentre del Concina l'autore cita il nome e le opere, sul Patuzzi passa sempre recto nomine. L'espediente auscitò le ire del fiero domenicano il quale rispose, nel 1764, con una specie di libello: La causa del probabilismo richiamata dall'esame da mons. d. A. De' Liguori e novellamente convinta di falsità, dal tono acre e sprezzante. L'Apologia, pubblicata da A. nello stesso anno, convinse ben presto il Patuzzi di aver trovato sul suo cammino chi sapeva tenergli testa. Rispose, questa volta in tono minore, con alcune Osservazioni teologiche (1763), tentando di piegare l'avversario con le armi della persuasione e perfino della supplica. A. non trovò nella replica nulla di nuovo, onde per ultima risposta decise di fondere la Breve dissertazione e l'Apologia e pubblicarle in un volume: Delt'uso moderato della opinione probabile (1765). Qualche nuovo schiarimento e molte lettere di adesione chiusero la polemica. Un Monitum comparso nella ⁶ᵃ ed. della Theologia moralis (1767) e una Dichiarazione del sistema pubblicata nel 1774 ribadiscono in termini concisi il suo pensiero, scevro ormai di quell'ansia del progresso che è nei suoi scritti di morale anteriori al 1762 .

Dal 1767 al 1776 pubblicò, oltre scritti ascetici, i volumi di controversia: Verità della fede contro i materialisti e deisti (1767), Istruzione al popolo sopra i precetti del Decalogo (1767), in contrapposizione al catechismo del Mésenguy; Pratica di amar Gesù Cristo (1768), Vindiciae pro suprema Rom. Pontificis potestate (1768) difesa energica dell'infallibilità pontificia contro il De Statu Ecclesiae di Nicola van Hontheim (Febronio); Opera domnatica contro gli eretici pretesi riformati (1769), confinando tra gli eretici comuni Baio, Giansenio, Arnauld, Quesnel e loro gregari; Trionfo della Chiesa (1772), Riflessioni sulla Passione di Gesù Cristo (1773), Riflessioni sulla verità della
divina Rivelazione (1773), Traduzione des Salma e Cantici (1774), Vittorie dei Martiri (1775), Condotta ammirabile della divina Provvidenza (1775), e Dissertazioni teologienmorali apparivorati alla vita eterna (1776).

Siamo molto lontani da un elenco completo delle sue opere, che comprende ben 111 numeri, senza contare i rifacimenti, le aggiunte e gli scritti inediti.
4. Il moralista. - Il suo pensiero si muove sul terreno della morale casistica (v. casistica); cioè la morale che dirige null'applicazione immediata dei principi generali e delle leggi positive ai singoli casi. Il fondo storico è la grande lotta tra le due interpretazioni della morale evangelica a contatto con la vita moderna: l'interpretazione che si pone in un atteggiamento negativo e per conseguenza è caratterizzata dal rigore; l'interpretazione che tende ad una sana comprensione della vita moderna. Esasperazioni dell'una e dell'altra tendenza sono il lassismo ed il rigorismo condannati dalla Chiesa.

In questa lotta A., fondandosi su s. Tommaso e sui classici moralisti dei secc. XVI e XVII, sceglie l'equilibrio che è nel mezzo.

Studente di teologia, egli aderisce ad una dottrina morale che tende al rigore. Giovane missionario, inizia un lavoro di verificazione sperimentale di questa morale, e riconosciutala nociva alle anime, coraggiosamente assume la difesa della morale probabilistica che, almeno sulle cattedre, aveva perduto molto terreno. Egli però sottopone tale morale ad una severa critica, guidato dalla sua prudenza pastorale, che da una parte si fonda sulla leale ricerca ed adesione alla verità oggettiva e dall'altra è sensibile ai dati soggettivi della coscienza. Si stacca cosi decisamente dal probabilismo corrente che, decadendo, appariva un calcolo tecnico di probabilità estrinseca.

Il suo metodo è da lui stesso cosi descritto: "Leggendo gli autori, ne ho trovati di troppo indulgenti, che senza preoccuparsi del vero, scrivono per piacere al mondo. Sempre pronti a mettere guanciali sotto il capo dei peccatori, li addormentano nel vizio. Non è a porre in dubbio che questi teologi cagionano un danno immenso alla Chiesa, perché chi ama la via facile affrettasi a seguire le loro massime. Ne ho trovati altri che nella loro eccessiva rigidità confondono i consigli coi precetti e caricano le coscienze di nuovi pesi, non tenendo conto della fragilità umana. Gli uni menano alla perdizione le anime con la rilassatezza e gli altri con lo scoraggiamento.

Componendo il presente libro mi sono proposto di tenermi nel giusto mezzo tra il lassismo e il rigorismo. Per illuminarmi nelle questioni dubbie non ho indietreggiato dinanzi a niuna fatica. Ho consultato gli autori classici cosi antichi come moderni, quelli della opinione mite e quelli della rigida. Mi sono particolarmente impegnato di esaminare nelle loro fonti tutti i testi di diritto canonico, relativoalle materie trattate: ho notato accuratamente i passi dei santi Padri, aggiungendovi delle riflessioni : ho trascritto e riportato le sentenze di s. Tommaso, attinte alla loro sorgente. Nelle controversie intricate, quando tornavami impossibile risolvere i dubbi con la lettura degli autori, ho discusso con dette persone per trarne vantaggio. Nel valutare le opinioni ho sempre tenuto conto più della ragione che dell'autorità : prima di pronunziare un giudizio ho procurato di conservare la più completa indifferenza per non lasciarmi commuovere né dal pregiudizio né dalla passione. Avendo cosi determinato, per quanto m'è stato consentito di fare, il preciso valore rispettivo delle opinioni, ho dato loro la nota caratteristica di "meno probabile ", "egualmente probabile ", "più probabile ". Infine, per non lasciare perplessi i lettori, mi sono studiato d'indicare nei più dei casi l'opinione da me adottata, contrariamente a tanti autori, che si contentano di riportare le opinioni altrui, senza far conoscere la propria, con gran delusione di chi scorre i loro libri " (Adnotationes in a Medullam Theologiae moralis a Busembaum, 1753).

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Con tale metodo ed in questo spirito ha elaborato tutta la Theologia moralis, specialmente il trattato De Poenitentia.

Nel campo della morale teoretica, si presentava a lui come tema obbligato la questione del "sistema morale", quanto alla formazione della coscienza che deve agire e tuttavia non possiede la certezza sulla verità oggettiva che deve guidarla. Egli assume senza altro il principio probabilistico: "Lea dubia non obligat", e le sue apologie, poco conosciute, documentano il suo vigore dialettico nella controversia col p. Patuzzi, probabiliorista. Tale principio è limitato però al caso di vero dubbio. Per A. quando nella coscienza si forma una opinione ben decisa, non è lealtà respingerla. E perchć questa opinione decisa si formi A. insiste sulla ricerca sincera di ogni luce che possa emanare dalla verità oggettiva. Coerentemente a questo spirito i casi risolti da lui col sistema sono pochissimi; in questo la sua Theologia moralis differisce da molte altre del suo tempo. Questo spirito di interiorità e la sensibilità pastorale han determinato l'adesione di quasi tutto l'Ottocento al pensiero del Santo.
5. Il teologo dogmatico. - Il suo carattere positivo lo orientó verso i problemi più immediati alla vita del credente, insidiata dall'illuminismo volteriano e dal giansenismo nelle sue ultime evoluzioni pratiche. Perciò la sua opera dogmatica ha un carattere più controversista che sistematico. Con l'adesione piena alla Rivelazione, egli ha indefe