ologo dogmatico. - Il suo carattere positivo lo orientó verso i problemi più immediati alla vita del credente, insidiata dall'illuminismo volteriano e dal giansenismo nelle sue ultime evoluzioni pratiche. Perciò la sua opera dogmatica ha un carattere più controversista che sistematico. Con l'adesione piena alla Rivelazione, egli ha indefettibile il senso della vita intima della Chiesa, che insieme alla comprensione delle necessità delle anime, fanno della sua teologia una "theologia salutis".
La Chiesa unico mezzo di salvezza è il termine della via alla verità ed è l'unica depositaria di tutti i mezzi per salvarsi. La sua apologetica, con un procedere logico non comune nel Settecento, conduce l'incredulo alla Chiesa passando per un triplice grado: all'atco dimostra l'esistenza di Dio; al deista l'esistenza della religione positiva; all'acattolico la divinità della Chiesa cattolica. In questa ascesa egli chiama tutto l'uomo alla verità, facendo appello non soltanto all'intelligenza, ma anche ai fattori morali e psicologici. Procedendo oltre, una volta accettata la divinità della Chiesa cattolica, A. sottolinea la garanzia assoluta del messaggio che la Chiesa custodisce, difendendo l'infallibilità del magistero ecclesiastico. Il Concilio Vaticano riconoscerà l'attività di A. in questo campo. Il messaggio custodito dalla Chiesa è messaggio di redenzione. Il giansenismo, limitandone l'ampiezza, assiderava le anime: A. reagisce e fa suo il motto: Copiosa apud eum redemptio. Nella sua opera Condotta ammirabile della divina Provvidenza egli afferma, attraverso la storia, la universalità della redenzione e la immutata unità del disegno divino di salvezza nei riguardi degli uomini. Creazione e Redenzione si fondono nel suo pensiero, in un unico disegno divino di render l'uomo beato. Il programma originario di Dio, egli scrive, rimane intatto anche dopo il peccato. Le mutazioni introdotte dalla caduta del primo uomo riguardano piuttosto i mezzi attraverso i quali Dio arriverà alla realizzazione del suo disegno di amore. Il punto di partenza è la preghiera della Chiesa : "gratias agimus tibi propter magnam gloriam tuam». Come si ringrazia Iddio della sua gloria se non a condizione di scorgere quella gloria riverberata negli uomini attraverso l'Incarnazione e la Redenzione? Anziché una legge appartenente alla costituzione umana, egli scrive, il peccato è un episodio esteriore della

Ulvi. pp. Redentoristi%
Alfonso Maria de' Liguori, santo - Ritratto di autore ignoto (1768) - Pagani, Collegio dei pp. Redentoristi.
nostra storia, il cui potere offensivo è sottoposto all'economia della Redenzione.
La conclusione sviluppata nel libro: Gran mezzo della preghiera, riguarda il nostro atteggiamento di fronte alla grazia: che è sempre un atteggiamento di libera e perciò responsabile collaborazione. Ma sulla nostra debolezza in ordine alla salute A. non poteva farsi illusione. Una legge di mendicità, egli dice, regola i nostri rapporti con Dio. Però quel che è debolezza, è anche forza: si potrebbe dire che siamo ricchi della nostra indigenza. Iddio ha fatto della preghiera una legge; ma più che la preghiera è legge l'umile coscienza della nostra miseria e del sovrano, paterno dominio di Dio. E incredibile, egli scrive contro Gianecnio, che ci sia stata imposta una legge inosservabile. Piuttosto l'economia della Provvidenza è un'altra: Iddio comanda alla natura ciò che da sé non potrebbe fare, perché priva di mezzi, appunto per farci sperimentare la necessità di chiederli, e vivere cosi nella essenziale dipendenza esistente tra noi e lui.
Non è egli stesso che con insistenza paterna ci esorta a questo "gran mezzo" che psicologicamente si sperimenta facile, ed è facile per tutti?
Posto dunque da una parte che senza l'aiuto di Dio non possiamo nulla, e posto dall'altra che Dio risponde a chi lo prega, chi non vede che la preghiera è assolutamente necessaria alla salute?
L'efficacia della grazia per A. è condizionata alla efficacia della preghiera. Ma questa pur essendo inizialmente opera divina, è nelle nostre mani come responsabilità interiore. Il che si risolve in questa verità nuova e bellissima, che la preghiera non soltanto è legge universale, ma è in noi possibilità, "il gran mezzo" della salvezza egualmente universale: la preghiera è grazia !
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La grazia sufficiente, che nell'insegnamento comune è data a tutti, coincide così con la preghiera che è grazia e legge, altissimo dono di Dio e nostro sommo dovere. E nostra la preghiera come inizio della salute dataci dalla grazia sufficiente, la quale si rivela così efficace ed operativa, ed è non solo possibilità di agire, ma agire di fatto, avviamento verso l'osservanza dei precetti più ardui, ai quali giungiamo mediante la grazia efficace, che Dio non rifiuta a chi lo prega. Ma tutto ciò è anche di Dio perché grazia, siuto divinamente innestato nelle fibre della nostra anima.
Una conoscenza completa del pensiero dogmatico di A. deve tener conto di quel che egli scrisse e difese, nelle Glorie di Maria, sull'Immacolata Concezione, dottrina molto contesa nel ' 700 , ma che A. dichiarò "proxime definibilia", e sul patrocinio della Vergine. La dottrina che domina sempre più nella teologia cattolica della mediazione universale di Maria nella distribuzione delle grazie, risale a lui, almeno è sua la formula teologica in discussione nelle scuole. Perciò fu accusato di innovazione, mentre non fece che difendere una verità che viveva nella Chiesa fin dalla più remota antichità.
6. Il maestro di ascetica. - L'ascetica di A. è critocentrica. La Pratica di amar G. C., opera fondamentale, comincia con questa affermazione: «Tutta la santità e la perfezione di un'anima consiste nell'amare Gesù Cristo, nostro Dio, nostro sommo bene, e nostro Salvatore n. E la ragione è evidente, perché se la santità viene dal Padre, "l'Eterno Padre si protesta che in tanto ci ama, in quanto noi amiamo Gesù Cristo. Inoltre ci dona le grazie in quanto noi gliele domandiamo in nome del Figlio; ed in tanto ci ammette all'eterna beatitudine, in quanto ci trova conformi alla vita di Gesù Cristo" (Nocena del Cuore di G.).
Amare Gesù Cristo è seguirlo. Per A. è fondamentale il programma enunziato da Gesù : "Qui vult venire post me abneget semetipsum, tollat crucem suam et sequatur me" (Breve pratica per la perfezione...). E amore volitivo, fatto di grandi desideri e di opere: "Bisogna amarlo (Dio) con tutto il cuore, desiderando risolutamente di giungere alla maggior perfezione per piacere a Dio. Ma bisogna poi ai desideri unire l'opera con fortezza nelle occasioni " (ibid.).
Quest'amore forte opera nell'interno un cambiamento che per A. è fondamentale e senza del quale ogni ascetica sarebbe vana : il distacco (" abneget semetipsum, tollat crucem suam»). "In un cuore che è pieno di terra, non vi trova luogo l'amore di Dio; e quanto vi è più di terra, tanto meno vi regna il divino amore. Perciò chi desidera di avere il cuore pieno di amor divino, deve attendere a toglierne tutta la terra" (Opuscoli sull'amore divino, n. 8). E l'amore che opera questo distacco, ed è il distacco che rende più perfetto l'amore: "Chi ama veramente Gesù Cristo perde l'affetto a tutti i beni di terra, e cerca spogliarsi di tutto per tenersi unito solo a Gesù Cristo. Verso Gesù sono tutti i suoi desideri, a Gesù sempre pensa, sempre a Gesù sospira, e solo a Gesù in ogni luogo, in ogni tempo, in ogni occasione cerca di piacere. Ma per giungere a ciò bisogna continuamente attendere a vuotare il cuore d'ogni affetto che non è per Dio" (Pratica di amar G. C., cap. 2, n. 24).
In un'anima dove l'amore di Gesù ed il distacco dalle creature trionfano si determina l'unione con Dio. "Iddio vuole che l'anima sia spogliata di tutto per poterla unire a sé e riempirla del suo divino amore" (ibid., n. 23). Questa unione per A. è l'uniformità perfetta con la volontà di Dio, e qui egli pone il vertice
della perfezione. "Tutta la nostra perfezione consiste nell'amare il nostro amabilissimo Dio. Ma poi la perfezione di Dio consiste nell'unire la nostra alla sua santissima volontà; e non solo di conformarci ma di unificarci a quanto Dio dispone. La conformità importa che noi congiungiamo la nostra volontà alla volontà di Dio; ma l'uniformità importa di più che noi della volontà divina e della nostra ne facciamo una sola, sì che non vogliamo altro se non quello che vuole Dio, e la sola volontà di Dio sia la nostra. Ciò è il sommo della perfezione" (Opuscoli sull'amore divino: Uniformità alla volontà di Dio).
I mezzi per la santificazione nascono dalla natura di essa. L'amore a Gesù domanda la cognizione di Gesù, onde la considerazione assidua del Crocifisso. "Chi considera l'amore immenso che ci ha dimostrato Gesù Cristo nella sua vita e specialmente nella sua morte, in patir tante pene per la nostra salute, non è possibile che non resti ferito ed acceso ad amare un Dio così innamorato dell'anime nostre" (Saette di fuoco...).
Il distacco si opera per mezzo della mortificazione, più interiore che esterna. E nota l'austerità personale di A. Pure egli così scriveva ad una Comunità religiosa: "Che ellizi!Vi mando una buona provvista di libri che meglio possa aiutarvi a farvi sante... Amare, ridete : chi ama un Dio così buono, non deve ammettere mai pensieri di mestizia nel suo cuore». Finalmente l'unione con Dio si opera specialmente per mezzo dell'orazione mentale, della Sima Comunione, e della memoria continua della presenza di Dio (Breve pratica della perfezione; Pratica di amar G. C., cap. 8; Opuscoli sull'amore divino, n. 2).
Ma il "gran mezzo" per A. è la preghiera, perché essa sola ci ottiene la grazia: "Chi prega si salva, chi non prega si donna". Qui si innesta essenzialmente la devozione a Maria Sima, che pervade tutta l'ascetica alfonsiana: Maria è la Medistrice di tutte le grazie; è quindi vano sperare la santificazione senza Maria.
L'ascetica di A. si apre alla mistica: "Tutto lo scopo di un'anima ha da essere l'unione con Dio; ma non è necessario all'anima, per farsi santa, giungere all'unione passiva; basta giungere all'unione attiva: l'unione attiva è la perfetta uniformità alla volontà di Dio" (Pratica del Confessore, cap. 9, n. 129).
7. La fortuna delle opere. - Gli scritti di s. A. ebbero una fortuna quale raramente si riscontra nella storia letteraria della Chiesa. Le Visite al Simo Sacramento, le Glorie di Maria, l'Apparecchio alla morte, la Pratica di amar Gesù Cristo, sono ormai libri universali, patrimonio della devozione del popolo ed anche lettura profittevole della teologia erudita. Vivente l'autore, essi invasero l'Europa. Li troviamo in tutte le regioni d'Italia, in Germania, in Francia, in Polonia, in Spagna. Dopo la sua morte si può dire siano diventati mondiali.
E difficile dare una statistica completa delle diverse edizioni delle sue opere. Un tentativo è stato fatto negli Acta doctoratus, oggi superato da uno studio bibliografico più imponente dove bisogna contare a migliaia le edizioni delle sue opere nelle diverse lingue. Ma quel che importa è l'influenza da esse esercitata nella storia della Chiesa dal Settecento a noi, specialmente nella sconfitta del giansenismo nei diversi paesi d'Europa.
Bibl.: Biografie: A. Tannois, Dello vita ed Istituto dei sen. Servo di Dio A. M. de' L., 3 voll., Napoli 1798-1802; nuova ed., Torino 1857; C. Berruti, Lo spirito di s. A. de' L., Na-
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poli 1827: Cl. Villecourt, Vie et institut de s. A., Tournai 1863: C. Dilsbiron, Leben des h. Bisehofs u. Kircheulehrers A. v. L., Ratisbona 1887: A. Capocolatro, La vita de s. A. M. de' L., Roma 1893: A. Berthe, St A. de L., Parigi 1896, trad. it., Firenze 1903: Angot des Retours, St A. de Lig., 4^{°} ed., Parigi 1913: A. Pichier, Der h. A. v. L., Ratisbona 1922. Per la giovinezza di s. A. il volume: [Autori varil, S. A.: Contributi biobibliografici, Brescia 1940; G. Gotto, S. A. de' L., Milano 1946.
Studi teologici: a) Morali: B. Lauteri, Reflexions sur la suicreté et la doctrine du b. L., Linne 1823, trad. ital., Reggio 1825: T. Gounet, Justification de la théologie morale du b. A. d. L., Besançon 1832: Vindiciae alphonsianae, Bruxelles 1874: L. Gaudé, De morali systemate s. A., Roma 1894: L. Jansen, L'équipododolime, in Revue thomiste, 6 (1898), pp. 354, 420; id., La question hgnozienne, Galoppe 1899: I. De Caigny, De genuino systemate s. A., Bruges 1901: L. Wouters, De minusprobabilismo, Friburgo 1905: S. Mandino, Studio storico-critico sul sistema morale di s. A., Monza 1911: E. Thainiry, La thèol. morale de st A., in Les questions ecclisiastiques, 2 (1912), p. 33-37; F. Delarue, Le systeme moral de st A., St-Etienne 1920. - Il p. L. Gaudé curb Yed critica della Theologie morale, in a voll., Roma 1903. - b) Dembatric: A. de Calonne, Systime de st A. sur la grâce, Parigj 1898: H. Nimd, St A. et la dogmatique, in Rèho religione de Belgique, 3 (1901), p. 176 ; C. Ryder, St A. system of Grace Accarding to his Teaching in his Treatise on Prayer, Londra 1903: L. De Ridder, St A. et la théologie dogmatique, in Nouv. Revue Thiol., 26 (1904), p. 233 sgg.; G. Van Roosum, S. A. et Immaculata Conceptio B. M. V., Roma 1904: L. Jansen, S. A. doctrine de inflacso Dei in deliberation valuntatio creatuse activitutem, Appingrana 1920: E. Theyshens, St A. et la médiation universelle de Marie, Bruxelles 1922: Cl. Dillenschneider, La Misérologie de st A., 2 voll., Friburgo 1931-37: G. Cacciatore, S. A. e il ciunscuimo Firenze 1944. - Il p. L. Walter riun e tradusse in latino i trattati teologici di s. A.: S. A. opere dogmature, Roma 1903. - c) Ascatici: V. A. Dechamp, St A. custodire dans sa vie, ses vertus et sa doctrine spirituelle, Malines 1840: H. Manning, The mission of st. A., Dublino 1864: L. Gauthier, La miséricorde et la joie: Etudes littéraires pour la défense de l'Eglise, Parigj 1865: M. De Meulemeester, Influeuses ascétiques de st A. en Belgique, Esschen 1923: C. Keusch, Die Aszetib des hl. A. M. V. L., Paderborn 1926; trad. ital., G. Di Fabio, La dottrina spirituale di s. A., Milano 1931: R. Garriquo-Lagrange, La testimonianza di s. A. paragonata a quelle di s. Tommaso e di s. Giovanni dello Croce, in L'amore di Dio e la croce di Gesù, II, Torino 1936, pp. 191-223; G. Cacciatore, La spiritualità di s. A., in Le wande cattoliche di spiritualità, Milano 1944: H. Manders, Liefde in de spiritualiteit con sint Alfonse, Bruxelles 1947.- Nel 1933 i Redentoristi iniziarono una collezione critica degli scritti ascetici di s. A.: Opere ascetiche, Roma 1933 sgg.: sinore sono usciti 7 voll.
Studi vori: C. Romano, Delle opere di s. A. d. L., Roma 1896: J. Roggeris, S. A. M. d. L. nunititio et la réforme du chant sacré, Parigi 1899: R. Braeckman, Etude sur l'éloquence apostolique de st A. M. d. L., Roulers 1912: M. Palladino, S. A. punto, Caserta 1917: A. Van Biervliet, La liturgie dans la piété alphonsienne, Esschen 1925: C. Keusch, Le vrai visage de st A. M. d. L., Parigj 1930: G. Gregorio, Concanive alfonzimo: Studio critico scietico col testo, Angri 1933: id., S. A. grammatico, Materdomini 1938: A. Santonicola, S. A. e l'azione cattolica, Pompei 1939: G. de Luca, S. A. uomo grande, in Scritti su richieto, Brescia 1944.
Pubblicazioni antinffousiane: Particolarmente la Teologia morale di s. A. è stata vivamente attaccata dal protestanti, vecchi cattolici, ed ortodossi: G. Maxwell, S. A. L. and the Redemptorists, Dublino 1829: G. Döllinger-G. Reusch, Geschichte der Moralstreitigkeiten..., Nördlingen 1889: R. Grassmann, Auszüge aus der Moraltheologie des h. A., Stettino 1901: id., Moraltheologie des Liguori and the forchtbare Gefahr dieser für die Sittlichkeit der Völker, ivi 1903 e 1909: A. Eisenkolb, Liguori ader Luther, Vienna 1901: G. Hoepel, S. Liguori and Christliche Moral, in Christliche Welt, 16 (1902), coll. 679-84, 703-708; C. Demblon, Annales parlamentaires belges, Bruxelles 1903, p. 319; A. Anspach, A propos de st A., Tournai 1903: M. Ludendorff, Ein Blick in die Morallehre der römischen Kirche, Monaco 1930: A. Bruckner, Die Gebote im Lichte der Moraltheologie des h. A. v. L., Schkeuditz 1930. La invettive incresciose contes s. A. condussero 20 anni fa nella Norvegia, a un vero processo, con l'istituzione di un cospicuo premio a chi potesse provare la fondatezza delle accuse e che finí con una perfetta riabilitazione del Santo, cosa che fece molta impressione negli ambienti protestanti (Processo Stainovik-Newceter a Kristiansand, 1928; cf. Les Nouvelles Rellcieuses, 11 (1928), pp. 73-75).
Per una bibliografia più completa, v. M. De Meulemeester, Bibliographie générale des écrivains Redemptoriens, Lovanio 1933: il I vol. è dedicato interamente a s. A.
Giuseppe Cacciatore
ALFONSO RODRIGUEZ, santo. - Gesuita spagnolo, n. a Segovia il 25 luglio 1532. Datosi al com-
mercio e accasatosi, dopo la morte della moglie e dei figli e la perdita dei beni, domandò di entrare tra i Gesuiti, dove per gli studi giovanili insufficienti e l'impossibilità di supplirvi a 39 anni, fu accettato nel 1571 come coadiutore. Inviato al collegio di Palma di Maiorca, vi rimase 47 anni, fino alla morte ( 31 od. 1617), quasi sempre occupato nell'ufficio di portinaio. La santità della vita, presto conosciuta, e l'amabilità del tratto esercitarono un potente influsso di bene su quanti con lui conservavano o trattavano. Basterà ricordare s. Pietro Claver, allora studente di filosofia, il quale deve a lui, oltre ad efficaci consigli, anche la sua vocazione missionaria, da A. prevista in una visione. I doni straordinari di cui fu favorito, le visioni, le illustrazioni celesti, il sentimento intenso della presenza di Dio nell'anima, collocano A. tra la schiera dei mistici più illustri. Di questi doni lasciò memoria e chiare spiegazioni in molti scritti, composti per obbedienza, copiati da molti, ma pubblicati soltanto dopo la sua morte. Fu beatificato il 20 maggio 1825 , canonizzato il 15 genn. 1888. La sua festa liturgica cade il 30 ott.
Bini.: Opere : J. Nonell, Obras espirituales del b. Alonso R., 3 voll., Barcellona 1883-87; Sommervogel, VI, coll. 1943-46. Biografie: G. Bonavenia, Vita di s. A. R., Coadinfore temporale d. C. d. C., Roma 1888: J. Nonell, Vide de s. A. R., Barcellona 1888: I. Casanovas, S. A. R., Barcellona 1917. Cf. anche P. Dudon, s. v. in DSp, I, coll. 395-402.
## ALFONSUS TOSTATUS: v. TOSTATUS
ALFORD, Henry. - Teologo anglicano della "Broad Church ", n. a Londra nel 1810 ; dal 1857 decano di Canterbury, ove m. nel 1871. Si distinse come predicatore, poeta di cantici sacri (Poetical Works, 2 voll., 1853), esegeta.
Fu tra i precipui promotori e collaboratori della «Revised Version». Dal 1849 al 1861 pubblicò il gran commento The Greek Testament ( 5 voll. in 8^{°}, Londra) tuttora apprezzato per la ricostruzione testuale (basata su K. Lachmann e S. P. Tregelles, rivisti su C. Tischendorf), l'apparato filologico e l'equilibrio dottrinale. Dotto in lettere classiche e-moderne, fu il primo direttore della Contemporary Recieus (dal 1866 al 1870) in cui pubblicò (1867) uno studio elogiativo sul Curato d'Ars (A. fu ad Ars nel 1866). Ma tra i suoi 48 voll. uno combatte l'unione con Roma (1846).
Bini.: Mrs. Alford (sua vedova), Life. Journals and Letters of H. Alford D. D. Dean of Canterbury, Londra 1874: C. Kent, s. v. in Eucyclopaedia Britannica, I, 9* ed., Londra 1875, pp. 503506; J. de la Servière, s. v. in DHG, II, col. 412.
Antonino Romeo
ALFREDO il Grande. - Re d'Inghilterra, figlio di Ethelwulf e d'Osburga, n. a Wanading, nel Berkshire, nell'849, m. il 28 ott. 901. Adolescente, si recò varie volte a Roma presso il Papa. Fu eletto re dopo la morte del fratello Etelredo nell'871. Fin dal primo anno del regno dovette combattere contro i pagani Danesi : vintdi dopo varie vicende ad Aeshendune, acconsentì a far dono della vita al re Guthrum e agli altri principali capi, purché si convertissero al cattolicesimo. Col trattato di pace di Wedmore, concluso poco dopo, i Danesi rimasero padroni dell'Est e del Nord dell'Inghilterra ed A. poté regnare sulle terre situate a sud. Nell'893 fu attaccato nuovamente dai Danesi che riusci a respingere da Londra e a sconfiggere definitivamente soltanto tre anni dopo.
Grande fu l'opera svolta da A. nell'interno del suo regno sia nel campo militare che in quello culturale. Trasformò l'esercito, obbligando i possessori di una certa quantità di terreno a prestare il servizio militare; diede grande sviluppo alla flotta da poco creata; promulgò un codice di leggi; fondò scuole e mona-
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steri; diede ordine di cominciare una cronaca anglosassone in cui si elencassero i principali avvenimenti di ogni anno. Tradusse egli stesso dal latino la Historia ecclesiastica di Beda, la Historia adversus paganos di Orosio, il De consolatione Philosophine di Boezio e la Regula Pastoralis di papa Gregorio, di cui mandò una copia a ciascun vescovo del suo regno. Vengono attribuiti ad A. anche traduzioni di salmi, di frammenti della S. Scrittura ed una raccolta di proverbi.
Bibl.: R. Pauli, Köniz Alfred und seine Stelle in der Geschichte Englands, Berlino 1851; M. Manitius, Geschichte der lateinischen Literatur des Mittelalters, II, Monaco 1923, pp. 646656.
Emma Santovito
ALFREDO di Shabeshel. - Detto anche Anglico, è una personalità di primo piano nel movimento filosofico scientifico del neo-umanesimo medievale. Fece versioni dall'arabo e conosceva bene il greco, come si rileva da alcune sue citazioni di Aristotele; di lui sono stati inoltre segnalati un commento ai quattro libri della «meteorologia» (Pelzer) e un'opera di glosse al De Anima e ai Parva naturalia. L'opera maggiore è il De motu cordis, una somma di fisiologia medievale, la cui composizione si fa risalire intorno al 1210 : è dedicato ad Alessandro Neckam e, dopo un'edizione parziale di C. S. Barach (Innsbruck 1878) è stato pubblicato per intero con perizia insuperabile dal Baeumker nei suoi Beiträge (vol. XXII1, 1-11, Monaco 1923). La dottrina è per lo più d'ispirazione neoplatonica; vi si notano tuttavia notevoli elementi aristotelici, ad es. la doppia definizione dell'anima (col. i) e la funzione centrale attribuita al cuore nell'economia dei bisogni vitali. Si ascrive a suo merito se la scienza nell'Occidente latino è passata, agli inizi del sec. xiri, dalla fase matematica e astronomica a quella del predominio della fisica e metafisica.
Bibl.: C. L. Bacumker, Die Stellung des Alfred von Sareshel (Alfredus Anglicus) und seiner Schrift - De motu cordis in der Wissenschaft der beginnenden XIII. Jahrhunderts, in Sitzunesberichte d. Bayer. Ahad. d. Wiss. (Philos. hist. Abt., vol. II, fasc. I [1912]). Monaco 1913: A. Pelzer, Une source incanane de Roger Bacon, Alfred de Sareshel, commentateur des Météorologiques d'Aristote, in Arch. Franc. Hist., 12 (1919), pp. 44-71. Cornelio Fabro
ALGARDI, Alessandro. - Scultore e architetto, n. a Bologna il 27 nov. 1595, m. a Roma nel 1654. Da Ludovico Carracci apprese la pittura e fu nella bottega di Giulio Cesare Conventi, mediocre scultore e incisore. La sua formazione, più che attraverso uno o più maestri determinati, va ricercata nell'ambiente culturale del carraccismo e della scuola pittorica bolognese in genere, con la quale egli mantenne rapporti anche dopo essersi trasferito a Roma. Della sua prima attività, piuttosto aderente all'arte dell'orato, restano tra l'altro una Pietà in avorio già nella galleria Rospigliosi ed ora nella raccolta Liebermann di Berlino; Gesù che cade sotto la croce, bronzo del Museo di Palazzo Venezia; il Cristo flagellato dell'Hofmuseum in Vienna; una Madonna del palazzo Ducale di Urbino e un Crocefisso nella sacrestia di S. Pietro a Perugia.
Giunto a Roma nel 1625 dopo un soggiorno a Mantova, eseguì per la cappella Bandini in S. Silvestro al Quirinale le due statue in stucco di S. Giovanni Battista e della Maddalena, nelle quali non sfugge a un influsso berniniano. Subito dopo, nei ritratti Frangipane in S. Marcello al Corso o nel monumento Mellini in S. Maria del Popolo, l'A. trova la misura esatta della sua personalità.
Sotto il pontificato di Urbano VIII, quando il Bernini ne godeva i favori, la diversità di stile e di gusto ridusse l'attività dell'A. a un lavoro modesto se non proprio oscuro; sono di questo periodo le opere per la chiesa di S. Luca, improntate ad un vivo classicismo. Poi, con la nomina ad Accademico nel 1640 , ma ancor più con la morte di Urbano e la caduta in disgrazia del Bernini, il suo valore poté

(111. Aluari)
AlGARDI ALESSANDRO - Ritratto di Roberto Frangipane. Roma, S. Marcello al Corso.
manifestarsi appieno. Dopo aver eseguito il gruppo di S. Filippo e l'Angelo ed il busto di Gregorio XV in S. Maria in Vallicella (1640) e la Detoxlinsione di S. P'orda nella omonima chiesa di Bologna (1641), esegui per Innocenzo X il monumento di Leone XI in S. Pietro, la grande pala con l'incontro di Attila e di Leone Magno nella stessa basilica (1650), il ritratto di donna Olimpia (Galleria Doria) e la statua bronzea di Innocenzo X in Campidoglio che per profondità psicologica, per saldezza plastica e vivace sensibilità pittorica, supera quella berniniana di Urbano VIII che le fa riscontro.
In particolare nella pala vaticana dell'Attila egli trasferisce nel marmo la visione pittorica dei bolognesi, ma non fa con ciò opera di virtuosismo bensì contrappone alla manicra berniniana un'altra non meno originale individualità, pur essa barocca.
Il Bellori assume l'A. come tipica prova della sua posizione teorica sul bello ideale e perciò si indugia a tratteggiarne la biografia; non per questo, tuttavia, si deve ritenere che lo scultore bolognese si tenesse lontano dal gusto del suo tempo al quale anzi pienamente aderisce; la verità dell'asserto del Belloriè più nell'educazione dello scultore che nella realtà della sua arte.
La assenza di ogni spunto cromatico dalle sculture dell'A. è dovuta al fatto che la sua sottile sensibilità di scultore sa trarre anche dal marmo bianco quegli effetti che altri cercava nella policromia e non da una avversità per il gusto pittorico e coloristico che egli ha in comune con la corrente berniniana, alla quale pure viene di regola contrapposto.
Fu anche architetto e fra le sue opere vanno ricordati, oltre la villa Bel Respiro nella quale si dimostrò abile e virtuoso decoratore, l'altar maggiore in S. Nicolò da Tolentino; la fontana nel cortile di S. Damaso in Vaticano e la porta che dall'interno di S. Ignazio conduce al Collegio Romano. L'attribuzione tradizionale all'A. della facciata di S. Ignazio è dubbia. - Vedi Tav. LXV.
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Bial.: H. Posse, s. v. in Thieme-Becker, I, pp. 281-84; O. Pollak, A. A. als Arehiteht, in Zeitschrift für Geschichte der Arehitehtur, 4 (1910-11), pp. 49-79; A. E. Brinckmann, Barockskalptur, Berlino 1917; D. I'rey, Beiträge zur Geschichte der Rämischen Barockarchitehtur, in Wiener Jabrbach Jïe Kunstgeschichte, III (XVII), 1924, p. II 900; G. De Loga, La scultura italiana del Seicento e del Settecento, I, Firenze 1932.
Vincenzo Golzio* *
Algarotti, Francesco. - Letterato poligrafo, n. a Venezia l'ir dic. 1712, m. a Pisa nel 1764. Ebbe cultura enciclopedica ma superficiale. Scrisse poco più che ventenne il libro che gli dette fama: Il neutionianismo per le donne, scritto prima in francese, e posto all'Indice (1738) per la esagerata libertà nelle espressioni e negli scherzi. Viaggiò per i più importanti paesi d'Europa, acquistandosi l'amicizia, oltre che di molti altri, del Voltaire, di Benedetto XIV e di Federico di Prussia, che molto lo protesse e lo fece conte. Nel 1753, a causa della sua malferma salute, fu costretto a ritornare in Italia, in cerca di clima migliore. Per comune consenso i suoi Viaggi in Russia sono la sua opera migliore. In essa potè meglio esplicare le sue doti di pubblicista e il suo temperamento mondano e curioso. Scrittore facile e talvolta anche aggraziato, fu uno dei principali rappresentanti della corrente illuministica in Italia ed ebbe buone doti di divulgatore.
Bib.: Per le opere si veda l'ed. completa in 17 voll. del Palese, Venezia 1791-94. - C. Berardi, Studi critici, Bozzolo 1914; A. Andreuzi, L'estetica di F. A., Siracusa 1924; C. Masi, F. A. e l'Europa nordica e orientale del sec. XVIII, Roma 1940: Italiani nel mondo, a cura di J. De Blasi, Firenze 1942, pp. 339-38.
Giambattista Salinari
ALGAZALI : v. al-ĞAZzàli.
ALGEBRA: v. matematica.
ALGERI, abciidiocesi di. - Città capitale dell'Algeria, situata sulla costa dell'Africa mediterranea, sul posto dell'antica Icosium. Occupata dai Francesi nel 1830 , si è da allora notevolmente sviluppata. Nel 1936 contava 264.232 ab., di cui 182.503 europei. La gerarchia ecclesiastica venne ristabilita da Gregorio XVI, che nel 1838 vi cresse un vescovato, suffraganco di Aix-en-Provence. Primo titolare fu mons. Dupuch ( 1838-45 ). Sotto il governo del suo successore mons. Pavy (1845-66), A. fu elevata a metropoli ecclesiastica da Pio IX (25 luglio 1866), con due sedi suffragance: Costantina e Orano, create contemporaneamente. La sede di A. fu illustrata principalmente dall'opera del card. Lavigerie (1867-92) (v.).
L'arcidiocesi comprende 152 parrocchie, 134 sacerdoti diocesani e 161 regolari.
Bial.: Société bibliographique, L'Episcopat Français depuis le concordat jusqu'à la séparation, Parigi 1907, pp. 31-39.
Mario Scaduto
ALGERIA. - L'A. comprende la sezione centrale dell'Atlante ed un ampio tratto del Sahara settentrionale (conquistati dalla Francia tra il 1830 e il 1870). Questo ultimo, suddiviso in 4 territori (Ain Sefra, Ghardaia, Touggourt e Oasi del Sud) e quasi desertico, assorbe i 9/10 della superfice ( 2 milioni di kmq .), ma meno di 1 / 10 della sua popolazione ( 650 mila ab.), e dipende dall'autorità militare. Il resto ( 210 mila kmq., con altre 6,7 milioni di ab., quasi tutti berberi più o meno arabizzati, e per 1 / 8 appena europei) costituisce parte della Francia, e come questa è suddiviso in dipartimenti (Algeri, Costantina, Orano), sebbene tutto il paese sia retto da un Governatore Generale. La zona sublitoranea, percorsa dal Piccolo Atlante, fa posto ad una serie di brevi pianure, ed in essa si raccoglie il più della popolazione (oltre 200 ab. per kmq. nella Cabilia); l'interno è paese di altopiani aridi, stepposi e con vocazione pastorale (ovini).

(da E. Kuhurl, L'Afrique du Nord)
Algeri - Moschea di Sidi Abderrahman col cimitero.
L'A. è regione tipicamente mediterranea, con colture soprattutto arboree (vite, olivo; la produzione vinicola pone l'A. al 4^{°} posto nel mondo), ma fornisce anche buona copia di cereali, primizie e tabacco. Tutt'altro che trascurabili le risorse minerarie (ferro, fosfati, zinco, piombo), ma di poco conto le industrie che li trattano in situ.
Le comunicazioni sono favorite da una buona rete ferroviaria ( 5000 km .), raccordata con la Tunisia e col Marocco.
Algeri è il secondo porto francese per movimento di navigazione, e, dopo Alessandria, il centro commerciale più attivo dell'Africa. Conta oggi 360 mila ab.; più di 200 mila Orano e più di 100 mila Costantina; sei altri centri superano i 40 mila ab. (Bona, Philippeville, Sidi-bel-Abbès, Tlemcen, Blida e Tizi-Ouzou).
| | Superfice <br> in <br> kmq. | Popolaz. <br> cens. <br> 1936 | Densità <br> kmq. | Capoluoghi <br> (popolaz. in <br> 1000 ab.) |
| :-- | :--: | :--: | :--: | :--: |
| Algeri | 54.701 | 2.240 .911 | 41 | Algeri (367) |
| Costantina | 87.502 | 2.727 .766 | 31 | Costantina (114) |
| Orano | 67.353 | 1.623 .356 | 24 | Orano (201) |
| Ain Sefra | 650.151 | 193.347 | 0,3 | Colomb |
| | | | | Bechar (5) |
| Ghardaïa | 143.712 | 166.366 | 1 | Laghouat (10) |
| Touggourt | 134.865 | 243.363 | 2 | Touggourt (12) |
| Oasi del | | | | |
| Sahara | 1.066 .500 | 39.575 | 0,03 | Ourglia (6) |
| 'TOTALE | 2.204 .784 | 7.234 .684 | 3 | |
Per la storia cristiana e l'archeologia v. africa (III: Storia cristiana antica; v: Monumenti cristiani); ALGERI.
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BibL.: A. Bernard-E. Ficheur, Les régions naturelles de l'Algérie, in Annales de Géographie, Parigi 1902, pp. 221, 330, 419 sgg.; A. Bernard, Enquête sur l'habitation rurale des indigènes de l'Algérie, Algeri 1921; E. F. Gautier, Structure de l'Algérie, Parigi 1922; H. Schmitthenner, Tunesien und Algerien, Stoccarda 1924; A. Bernard, L'Algérie, Parigi 1929; F. Flack, L'Algérie. Un siècle de colonisation française, Parigi 1930; V. Piquet, L'Algérie française : un siècle de colonisation 18,10-12,70, Parigi 1932; R. Lespes. Alger, étude de géographie et d'histoire humaine, Parigi 1930; G. Caraci, Cento anni di dominio francese in Algeria, in Bull. R. Soc. Geogr. Ital., Roma, ⁶² serie, 7 (1932), pp. 387 407; A. Bernard-M. Larnaude, Congres International de Géographie, Parigi 1931: Livret-guide de l'Escursion St: Algérie et Sahara Algérien; A. Foucault, L'Algérie, fille de France, Parigi 1935; A. Bernard - R. de Flotte de Roquevaire, Atlas d'Algérie et de Tunisie, Parig 1924-36; Annuaire statistique de l'Algérie (pubblicazione annuale del Service Centrale de Statistique).
Giuseppe Caraci
ALGERO di Liegi. - Teologo e canonista (ro6o ?1131). N. in una regione particolarmente attaccata all'imperatore e quindi fortemente oscillante tra la politica imperiale e quella pontificia, visse tutto il dramma delle investiture. Scolastico di s. Bartolomeo di Liegi, nel 1101 fu promosso canonico di S. Lamberto dal vescovo Otberto, ligio all'imperatore Enrico IV, che solo nel rio6 si sottomise al Papa facendo cessare lo scisma. Allora tutti, popolo e clero, passarono al partito gregoriano : in questo momento appunto A. scrisse il De misericordia et iustitia a difesa delle disposizioni canoniche di Gregorio VII e per delineare i rapporti tra Papa e Imperatore. Diffusasi la sua fama in Germania, egli venne richiesto da vescovi tedeschi, ma, uomo senza ambizione, preferì rimanere in patria. Alla morte di Otberto (11 ro) una nuova divisione di animi si determinò per l'elezione del successore: A., ormai stanco di tante lotte si ritirò a Cluny, che proprio in quel momento godeva pace e prosperità sotto il saggio governo di Pietro il Venerabile. Vi ebbe l'ordinazione sacerdotale e vi si preparò alla morte, meritando un lusinghiero elogio del suo santo abate. Il suo biografo e collega nel capitolo, Nicola di Liegi, così tratteggia la figura di A. : "Erat subtilis ingenio, facundus eloquio, in proposito stabilis et quod his omnibus est pretiosius existimabatur et erat tam fide quam doctrina catholicus" (Elogium Alg., Leod.: PL 180, 737).
Sorvolando sulle lettere e sul De dignitate Ecclesiae Cathedralis perduti, come sul De libero arbitrio e sul Liber Sententiarum Magistri A. di dubbia autenticità, bisogna soffermarsi sulle due opere, che legano il nome di A. alla teologia e al diritto. Sopra si è indicata l'occasione in cui scrisse il De misericordia et iustitia, pubblicato per la prima volta da dom Martène nel 1717 e riprodotto in PL 180, 857-968. L'autore esordisce rilevando la forte antinomia dei canoni : alcuni sono molto severi, altri troppo miti, tanto che nell'applicazione lasciano ondeggiare l'animo tra la condanna e il perdono. Questo contrasto, spiega A., è dovuto all'ignoranza delle circostanze, in cui furono promulgate le leggi canoniche: la Chiesa infatti talora perdona, mentre altre volte punisce perché tien conto delle particolari contingenze, in cui il delitto fu commesso. Non è dunque la lettera ma lo spirito della legge che deve essere colto dai testi, onde armonizzarli : "Ad haec elaboravi, ut in canonibus adeo intentiomis, utilitatis, veritatis eluceret unitas, ut nullam contrarietatis discordiam pararet aliqua eorum diversitas " (col. 838). L'opera è divisa in tre parti (comprendenti 358 capitoli) : nella prima tratta della misericordia, ossia dell'indulgenza accennando ai casi in cui deve essere usata, nella seconda parla della giustizia, ossia del modo di applicare le "strictum ius", nella terza affronta la scottante questione delle eresie e del valore dei sacramenti amministrati dagli eretici. Il libro, più che speculativo, è d'indole pratica, tenendo presenti le speciali difficoltà in cui si dibatteva A. dopo la sua sottomissione al Papa: occorreva risolvere molti e delicati casi di preti scomunicati, simoniaci, ammogliati. L'opera oggi
desta un particolare interesse come uno dei primi saggi della teoria dell'interpretazione della legge. In essa A. segul, per risolvere le divergenze d'interpretazione, un metodo derivato da quello di Abelardo, detto del "sio et non", e che fu poi seguito anche da Graziano; ed è inoltre importante come collezione di fonti giuridiche canoniche avendo A. raccolto in essa, servendosi peraltro anche di varie collezioni anteriori, molti testi di Padri, 125 decre. tali, e frammenti di lettere di s. Gregorio Magno (nel Decreto di Graziano, un centinaio di testi e 16 dicta sono desunti dall'opera di A.).
Come teologo sarà sempre ricordato per il suo De sacramentis corporis et sanguinis dominici contenuto in molti codici, stampato per la prima volta da Erosmo nel 1520 a Friburgo in Brisgovio con l'opera analoga di Guitmondo di Aversa, allo scopo di contrapporre alle innovazioni dei Protestantj la dottrina di quattro secoli prima. Seguirono molte altre edizioni fino a quella del lovaniense Ulimmer ( 1561 ), riprodotto dal Malou (1847), dal Migne, (PL 180, 737-816) e dal p. Hurter, (SS. Patrum opuscula selecta, XXIII, Innsbruck 1873, pp. 58-370). L'opera, redatta tra il inio e il 1121 , è divisa in tre libri: il primo e più importante tratta de veritate et virtute corporis Christi in 22 capitoli. Dopo un'introduzione sull'importanza dell'Eucaristia nell'economia divina (cap. 1-3) vengono particolarmente studiati i due aspetti di verità e di figura nel mistero eucaristico: l'idea dominante è limpida, non altrettanto gli svolgimenti; tre concetti però si susseguono con sufficiente chiarezza: il corpo di Cristo è presente in sacramento (cap. 4-8), la stessa corpo nato da Maria (cap. 9-16), la presenza sacramentale non nuoce alla realtà del corpo nato dalla Vergine (cap. 17-22). Il secondo libro (10 capitoli) è costituito da una serie di quaestinuculae, dalle quali si ricavano delle preziose chiarificazioni complementari Il terzo (r4 capitoli) tratta del valore dei sacramenti "extra Ecclesiam" e ne difende con serrata argomentazione la validità. In quest'opera, oltre una vigorosa affermazione della reale presenza, cui è dimostrata non nuocere l'indole figurale del sacramento, sono abbozzate le dottrine della transustanziazione e della permanenza degli accidenti, come un preludio delle sintesi del sec. aili. Sulla questione del sacrificio è seguita la linea agostiniana con queste felice formola: "Christus in sacramento quotidie non passus sed quasi pati repraesentatus" (PL 180, 787). Ancor più felici sono le parole con cui è espressa la partecipazione dei fedeli al sacrificio della Messa : "In altari Ecclesia concorporalis et consacramentalis est Christo" (ibid., 847).
Lo scolastico di Liegi chiude degnamente la schiera dei grandi avversari di Berengario di Tours (m. nel 1088) e merita l'elogio di Pietro il Venerabile : se intorno all'Eucaristia Lanfranco scrisse bene plene et perfecte, se Guitmondo melius plenius et perfectius, Algero optime plenissime et perfectissime (Contra Petrobrusianas: PL 189, 788).
BibL.: P. Couchie, La querelle des investitures dans les diocèses de Liège et de Cambrai, 2 voll., Lovanio 1890; U. Bettiere, s. v. in DThC, I, 1, coll. 827-28; A. Amaniou, s. v. in DOC. I, ccll. 390-403; M. Manitius, Geschichte der lateinischen Literatur des Mittelalters, III, Monaco 1931, pp. 100-102; P. Four-ner-G. Le Bras, Histoire des collections canoniques en Occident, II, Parigi 1932, pp. 329-32 e 340-44; S. Kuttner, Zur Frage der theologischen Vorlagen Gratiens, in Zeitschr. d. Sonipap.-St. f. Rechtsgesch., Kan. Abt., 23 (1954), pp. 246-52; L. Brigué, Alger de Liège: Un théologien de l'Eucharistie au début du XIXsiècle, Parigi 1936; id., Alger de Liège, in Studia Eucharistia DCC Anni a condito festo S.mi Corporis Christi, cura et studio St. Astern O. P., Anversa 1946, p. 47-61. Antonio Piolanti
ALGHERO, BIOCESI di. - Città della Sardegna nord-occidentale, in provincia di Sassari. Sorse al principio del sec. xir e fu occupata nella seconda metà del sec. xiv dagli Aragonesi, che ne espulsero gli abitanti, sostituiti da emigrati catalani. La città conta 16.000 ab. ed è sede del vescovato omonimo. La diocesi ebbe la prima sede ad Ottana verso il sec. x; e ad essa vennero unite nel 1503 quelle di Castro e di Bisarcio. La sede però venne trasferita da Ottana,
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ormai in rovina, ad A., mentre la diocesi di Bisarcio fu staccata da A. e ristabilita come vescovato indipendente, ma con sede ad Ozieri, nel 1803. La diocesi è suffraganea di Sassari, comprende nella sua giurisdizione 22 comuni della provincia di Sassari e 4 di Cagliari; conta ora 21 parrocchie, 64 sacerdoti diocesani e 50.000 ab., tutti cattolici. La cattedrale, già esistente nel sec. xiv, non conserva dell'antica struttura se non la grande porta con sovrastante campanile di architettura gotica; bella anche la chiesa parrocchiale di Padria e la chiesetta campestre di stile pisano, dedicata a S. Lorenzo, presso Silanus. - Vedi Tav. LXVI.
BibL.: P. Martini. Stor. eccl. della Sardegna, II-III, Cagliari 1842; G. Spano. Sardegna sacra, in Bull. archvul. sard., 4 (1898); S. Pintus. Vescovi di Ottana e di Alghero, in Archiv. stor. sard. 5 (1909) ; D. Filia, La Sardegna cristiana, Sassari 1009-13; A. Saba, Montevasino e Sardegna medioevale, Montecassino 1927; D. Scano, Codice diplomatica delle relazioni fra la S. Sede e la Sardegna, I-II, Cagliari 1940-41. Altro referente in A. Manno, Bibliografia storica degli Stati della Casa di Savoia, II, Torino 1891, pp. 173-82. Camillo Degrandi
ALGRANATI, Cesare. - Giornalista, n. ad Ancona nel 1865 , m. nel 1925. Ebreo, si converti al cattolicismo nel 1887 a Roma, in occasione del matrimonio, e si dette a collaborare alla Libertà di Napoli e all'Osservatore cattolico di Milano. Mons. Riccardi lo chiamò a Torino a dirigere l'Italia reale, e qui poi diresse anche la Democrazia cristiana. Dopo i moti del 1898 passò alla direzione della Patria di Ancona, e nel 1902 andò a Bologna alla direzione dell'Avvenire d'Italia, impegnando il giornale in polemiche di larga risonanza, specie in occasione del processo Murri. Nel 1907 fondò, a fianco dell'Avvenire, il settimanale umoristico Il Mulo, contrapponendolo al settimanale socia-lista-massonico l'Asino, che conduceva turpi campagne, specie pornografiche, contro la fede e il Papa, e lo pubblicò fino al 1915. Lasciato l'Avvenire e il giornalismo militante, si ridusse a vita privata. Nel giornalismo e nelle numerose pubblicazioni popolari, tra le quali alcune recisamente antiscmite, l'A. assunse lo pseudonimo di Rocca d'Adria.
Lalberto Martin
ALGUE, José. - Gesuita e scienzato spagnolo, n. a Manresa il 18 dic. 1856, m. a Roquetas (Spagna) il 27 maggio 1930. Finiti gli studi ecclesiastici e ricevuto il sacerdozio (1888), fu designato per l'Osservatorio di Manila, allora in pieno sviluppo, dopo il suo riconoscimento da parte del governo spagnolo, come ufficio meteorologico centrale delle Filippine. Assicuratosi una solida preparazione tecnica in Europa ed in America, l'A. sbarcò a Manila nel 1894; tre anni dopo, alla morte del p. Faura, divenne direttore della specola e lo rimase fin al 1924, rappresentandola in parecchi congressi, mostre e spedizioni internazionali. Dopo la conquista americana del 1898 , seppe far riconoscere dalle nuove autorità i meriti dell'istituzione, specialmente per la segnalazione dei cicloni, ed essa divenne il centro della rete ufficiale del «Weather Bureau».
Il p. A. diresse la pubblicazione, a spese del governo degli Stati Uniti, della poderosa raccolta di dati scientifici sulle Filippine, curata dai Gesuiti della Specola: El Archipiélago Filipino, Colección de datos geográficos..., 2 voll., Washington 1900, oltre un Atlas de Filipinas. Tra gli altri suoi scritti, il principale è Bogulus y ciclones filipinos, Manila 1897, rielaborato poi in inglese The cyclones of the far East, 1904, e tradotto in varie lingue (Die Orhune des fernen Ostens, del Bergholz, Brema 1900, ne è un plagio). Il p. A. inventò una lunetta zenitale a riflessione per il calcolo delle variazioni di latitudine, ma più conosciuto fu il suo «barociclonometro», barometro anemale completato da circoli graduati per calcolare la distanza e la direzione dei cicloni; l'istrumento fu universalmente
usato dai marinai di quei mari, ma è ora sostituito dalle segnalazioni radiotelegrafiche.
BibL.: L. Rodés, in Razón y Fe, 91 (1930), pp. 523-25; I. Puliz, in Ibérica, 33 (1930), pp. 392-96; W. Rapetti, The Manila Observatory, Washington 1948. Edmondo Lamalle
'ALI, Ibn Abi T'ĀLIB. - Cugino e genero di Maometto, e suo quarto successore come capo della comunità musulmana; ultimo della serie dei califfi «ortodossi» o «ben diretti» (Rä̈̈dän). Figlio di un fratello del padre di Maometto, era notevolmente più giovane del profeta. Fu tra i primi ad abbracciare l'Islām, e i suoi vincoli di parentela con Maometto si rafforzarono allorché ne sposò la figliuola Fātimah, da cui ebbe i due figli maschi al-Hasan e al-Husain, capostipiti di tutta l'ulteriore discendenza, vera o presunta, del Profeta.
'A. assistette fedelmente il cugino nei primi anni difficili deliz predicazione meccana, lo segui a Medina nell'egira, e si distinse per valore guerriero nelle battaglie e spedizioni militari del primo decennio. Non sembra però, nonostante le asserzioni della tendenziosa tradizione sciita, che egli godesse presso il profeta di speciale ascendente, forse per il suo scarso senso politico, e il suo temperamento, coraggioso sul campo, ma irresoluto. Sotto il governo del terzo califfo 'Otmān, 'A. divenne il capo dell'opposizione, composta di elementi pietistici (i cosidetti Qurrd', "lettori» o recitatori del Corano), di musulmani medinesi ostili alla famiglia rimasta a lungo pagana degli Omajjadi, cui appunto apparteneva 'Otmān, di facinorosi e ribelli. Nei torbidi che culminarono nel 656 con l'uccisione di 'Otmān, 'A. ebbe una parte non chiara che lo compromise moralmente di fronte all'avverso partito degli Omajjadi, allorché dell'assassinio del califfo egli si trovò a beneficiare raccogliendone la successione.
Appena giunto al potere urtò quindi nell'opposizione di altri antichi compagni del profeta, quali Talha e az-Zubair, spalleggiati dalla vedova di Maometto, 'Ā'išah. Vittorioso di costoro nella cosiddetta battaglia del cammello (nov. 656), 'A. dové fronteggiare un pericolo ben più grave nella riscossa del partito Omajiade, capeggiato dal governatore della Siria Mu'āwijah ibn Abi-Sufjān, e insorto sotto la parola d'ordine "vendetta per 'Otmān». Riusciti vani i tentativi di accomodamento, 'A. mosse anche contro Mu'āwijah, e si scontrò col suo esercito a Siffin sulla riva destra del medio Eufrate. Ma la battaglia, il cui esito si profilava favorevole ad 'A., fu sospesa per l'abile appello dei partigiani di Mu'āwijah a un arbitrato "secondo il Corano" (come essi con equivoca formola si espressero). La sua carriera politica fu ostacolata e finalmente stroncata dalla fanatica corrente dei Hāriǧiti, da lui sconfitti nella battaglia di Nahrawān senza peraltro pervenire a estirparne il movimento che doveva per circa un secolo rappresentare un fomite di sanguinose ribellioni e tumulti entro la comunità islamica.
'A., al quale l'avversario Mu'āwijah aveva sottratto la Siria e l'Egitto, cadde vittima nel genn. 661 di un attentato hāriğita nella moschea di Kūfa, che egli fin dal suo avvento aveva fatta sua capitale. Mu'āwijah fu da tutti riconosciuto califfo, e iniziò la dinastia degli Omajjadi, mentre ai discendenti di 'A., e in primo luogo ai suoi due figli non restava che la scelta fra la rinuncia ad ogni aspirazione politica (ciò che fece il maggiore, al-Hasan), o la congiura e la sterile insurrezione, sanguinosamente repressa, come fu il destino, venti anni dopo, del secondogenito al-Husain.
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Affatto sproporzionata con la vicenda storica di 'A., col suo mediocre carattere e col fallimento della sua vita, è l'importanza che la sua figura assunse nella posteriore evoluzione della religione musulmana. Considerato dai Sunniti o ortodossi quale saggio e prode braccio destro del profeta, egli fu dagli Sciiti ritenuto unico legittimo erede di questo, nella direzione della comunità islamica e nelle stesse prerogative della ispirazione e della infallibilità profetica. Questa concezione sbocca poi, presso le correnti della Shi'a estrema, in una vera e propria divinizzazione di 'A., anteposto a Maometto stesso, e ritenuto somma incarnazione in terra del logos divino. Si può dire che all'infuori dei Hु̇̇riḡiti, da tempo quasi del tutto estinti, tutto l'Islâm eterodosso si muova nel solco della venerazione di 'A., e della trasformazione della sua storica figura. Anche per l'Occidente cristiano, essa è stata conosciuta subito accanto a quella di Maometto ; e Dante pose 'A. (la accentuazione non rispondente alla forma araba del nome è dovuta a influsso della pronuncia turca) nel girone dei seminatori di scandali e di scismi, con oscura coscienza delle complicazioni che in seno stesso all'Islamismo fanno capo a questa sconcertante e tragica figura.
Bibl.: H. Lammens, Fatima et les filles de Mahomet, Roma 1912; G. Levi della Vida, Il califfato di Ali, in Riv. Studi Orientali, 6 (1913), pp. 427-207; L. Caetani, Annali dell'1slâm, IX-X, Milano 1926.
Francesco Gabrieli
ALIBRANDI, Ilario. - Romanista, n. a Roma l'8 febbr. 1823, m. ivi il 27 genn. 1894. Nell'Università di Roma professò Pandette dal 1849 al 1870 , quindi, ritiratosi, tenne fino alla morte la cattedra della medesima disciplina all'Accademia pontificia di conferenze storico-giuridiche in Roma. Ebbe varie cariche nei tribunali ecclesiastici e nella curia pontificia. Fu scienziato di sommo valore e precorse la do