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tica sull'armonia della ragione e della fede.

BibL.: I. Persica de Andrade, Elogio de p. T. de A., in Hist. et Memorias da Academia real das sciencias de Lisboa, XI, 1, Lisbona 1831.

Francesco Timello
ALMEIDA PEREIRA DE ANDRADE, FortuNATO de. - Studioso e storico portoghese, n. nel 1869, m. nel 1933, membro dell'Accademia delle Scienze di Lisbona, alla cui disciplinata e coscienziosa attività si deve buon numero di solidi studi di storia, geografia e sociologia.

Fra i molti, citiamo: O Infante de Sagres; A questäo social; Historia das Instituiçöes em Portugal; Portugal e as colonias portuguesas; A ordem de Sim Bento; Tessitos e congregações religiosas; Subsidios para a restauração da toponimia em Engua portuguesa; A antiga escola de philosophia conimbricense; Principios scientificos de geografia física e politica, ecc. Tuttavia il suo nome è legato soprattutto alla Historia de Portugal e, ancor più, ai sette volumi della Historia da Igreja em Portugal (Coimbra 1910-23) vanissima raccolta di materiale relativo alla storia del clero e della organizzazione ecclesiastica in Portogallo. Jole Scudieri Ruggieri

ALMERIA, diocesi di. - Nella Spagna, situata sul territorio della provincia omonima, suffraganea di Granata. Entro i suoi limiti era l'antica sede di Urci che fu restaurata in A., me per poco tempo (1147-57). Nel sec. xv si trovano tre vescovi di A., ma sembra fossero titolari soltanto. Dopo la riconquista definitiva della città ( 1489 ), Innocenzo VIII ripristinò la diocesi (1492). I re cattolici dotarono la cattedrale, il capitolo, le parrocchie e fondarono i conventi dei Domenicani, Francescani e Trinitari. La diocesi acquistò l'unità religiosa al principio del Seicento con l'espulsione dei - moriscos -, i quali avevano resistito per oltre un secolo ai tentativi fatti per convertirli. Secondo l'ultima statistica la diocesi ha 6357 kmq. di superfice, 295.000 ab. cattolici, 110 parrocchie, 123 sacerdoti diocesani.

Monumenti : la cattedrale attuale (la moschea trasformata in cattedrale nel 1492 andò distrutta da un terremoto nel 1522), di tardo stile gotico, si deve al vescovo Diego Fernández de Villalán (1523-56). Ha pitture di Alonso Cano, sculture di F. Salvillo Alcaraz, affreschi e stalli del coro di Giovanni de Orea. Il seminario, costruito dal vescovo Giovanni Portocarrero (1602-30) e ingrandito ripetute volte, possiede una ricca biblioteca, e inoltre un museo di storia naturale fatto a spese di mons. B. Martínez y Nova (1921-34). Esistono due archivi, il diocesano (dal 1527 in poi) e quello del capitolo.

Mons. Diego Ventaja Milán, eletto vescovo di A. il 10 maggio 1935, mori assassinato nel 1936.

BibL.: G. Pasqual y Orbaneja. Vida de s. Indalecio y A. ilustrada, I, Almeria 1690, pp. 127-82; III, ivi 1699, pp. 136 sgg.: Eubel, I, p. 84; II, p. 86; III, p. 105; IV, p. 79; AAS, 26 (1934), p. 448.

Giovanni Meseguer
ALMICI, Camillo. - Oratoriano italiano, teologo ed erudito, n. il 2 giugno 1714 a Brescia e m. nel 1779. Fu versato in ogni ramo del sapere e scrisse : Dissertazione sopra i martiri della Chiesa Cattolica (Brescia 1763); Meditazione sopra la vita e gli scritti di P. Sarpi (1765); Riflessioni su un libro di G. Febronio (Lucca 1766); Critica contro le opere del pericoloso Voltaire (Brescia 1770).

BibL.: Hurter, V, col. 224; C. Toussaint, s. v. in DThC. I, col. 898 .

Angelo Audino
ALMO (Alano), abate. - Almus è forma dovuta a un errore di Dempster, ma il vero nome è Alanus: abate cistercense m. il 28 giugno 1236. Dall'abbazia (benedettina fino al 1136) di Melrose (Scozia), venne il 13 dic. 1229 in qualità di abate, con il regolamentare numero di 12 monaci, a Balmerino, monastero allora costruito dalla regina Ermengarda, vedova di re Guglielmo I (1165-1214). Fu reputato il più grande dotto della sua epoca, ma non possediamo le sue due opere: De perfectione religiosa e gli Acta reginae Ermengardae, redatti per onorare la memoria della fondatrice di Balmerino, morta nel 1233 e sepolta nella chiesa monasteriale. Morl in concerto di santità. Sebbene non sia iscritto nel catalogo dei beati dell'Ordine cistercense composto da Henriquez, è citato nel Calendarium Benedictinum di A. M. Zimmermann (Metten, ed. 1934).

BibL.: Th. Dempster, Historia ecclesiastica geniis Scotorum, I, Edimburga 1832, p. 54; J. Campbell, Balmerino and its Abbey, ivi 1899, pp. 127-29.

Raimondo Bazzani
ALMUZIA. - Forma di cappuccio unito ad una mantelletta, la cui parte posteriore era più lunga di quella anteriore, che costituiva nel medioevo l'abito corale di alcuni canonici. Cominciò ad usarsi verso il Mille, particolarmente nell'Europa settentrionale, ed era indossata anche dai monaci e dalle monache. E ancora il distintivo corale e delle adunanze capitolari dei canonici di alcune cattedrali e collegiate: ma la

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sua forma è differente dalla primitiva e varia nei diversi paesi.

Bib.: J. Braun. Liturgische Gescandung in Occident und Orient, Friburgo in Br. 1907, p. 332: id., I paramenti sacri. Loro uso, storia e simbolismo, vers. ital., Torino 1914, p. 161. Silverio Mattei
ALÒE (' λ λ ω̂ boldsymbol{α}, da δ λ ω ς «aia»). - Festa del calendario ateniese, che cadeva nel mese di Posideore ( 15 dic. 15 genn.), dedicata a Demetra e celebrata sia in Atene, sia in Eleusi; di carattere agrario; era la festa della trebbiatura, la cui celebrazione in un mese invernale si spiega con l'associazione a questa, come ad altre feste attiche, di Dioniso, al quale è sacra la vite, il cui raccolto si sistema e si gusta al principio dell'inverno.

La festa era celebrata esclusivamente dalle donne, che offrivano libagioni incruente ( π dot{ε} λ α v o ς ), presentate da una sacerdotessa (Demostene, Or., 59, 116); ammetteva espressioni oscene ( α i σ χ ρ α λ σ γ i α ) suggerite dalla sacerdotessa (Scol. Lucivno, Dial. mer., 7, 4) e accompagnate da esibizioni di figurine falliche, con significato sacromagico di fertilità. La festa era chiusa da un banchetto in cui si libava vino in abbondanza, ma da cui erano esclusi quei cibi che erano proibiti nei misteri eleusini : pesci, gallo, fave, mele (Porfirio, De abst., 4, 16).

Bibl.: A. Mommsen, Feste der Stadt Athen im Altertum, Lipsia 1898, pp. 359-69; P. Stengel, Die griechischen Kultusaltertümer, ³² ed., Monaco 1920, p. 234 sg.; J. Harrison, Prologonema in the Study of Greek Religion, ³² ed., Cambridge 1922, pp. 143-50. Nicola Turchi
ALOGI (" λ λ ° γ o s ). - Setta che ci è nota da s. Epifanio (Haer., 51, 1-35: PG 41, 888-953), il quale le impose questo nome ( δ λ ° γ o s, × senza Logos n ) accusandola d'aver rigettato il Logos. Utilizzando probabilmente come fonte il Syntagma d'Ippolito, Epifanio riferisce che, basandosi sulla critica interna, negavano l'origine giovannea del 4^{°} Vangelo (perché disordinato e divergente dai Sinottici) e dell'Apocalisse (perché incomprensibile e falsamente profetica), attribuendoli a Cerinto. Tesi incoerente (il 4^{°} Vangelo confuta Cerinto!), per cui Epifanio ricalca ironicamente il titolo di δ λ ° γ o s ( × senza intelletto % ), e ribatte lungamente le obbiezioni (loc. cit., 4-31).

Pare che Filastrio (Haer., 60: PL 12, 1174) designi gli a., menzionando gli eretici che rigettano il 4^{°} Vangelo e attribuiscono l'Apocalisse a Cerinto. S. Ireneo già condannava degli avversari (di cui non dà il nome) del 4^{°} Vangelo perché vi è racchiusa «la promessa dello Spirito», mentre essi « negavano il perdurare dello spirito profetico" (Adv. Haer., III, 11, 9: PG 7, 891), sicché "peccando contro lo Spirito di Dio, cadono nel peccato irremissibile», espressione che s. Epifanio ripete per gli a. (Haer., 51, 35). Solo Epifanio però (né Ireneo né Filastrio) imputa loro eresie cristologiche, facendone i primi monarchiani e i primi apneumatici o pneumatomachi; infatti chiama il monarchiano Teodoro di Bisanzio (fine sec. II) «brandello degli a. " (Hiner., 54, 1).

Gli a. appaiono in Asia (a Tiatira: Epifanio, Haer., 51, 33) verso il 170 come avversari dei montanisti, i quali abusavano degli scritti giovannei, racchiudenti «la promessa dello Spirito».

L'antimontanista presbitero Caio (v.), che rigettava l'Apocalisse attribuendola a Cerinto, è considerato a. da V. Rose e P. Ladeuze; questi lo ritiene anzi l'unico a. esistito; ma contro tale tesi (cui accede O. Bardenhower, Geschichte der althirchl. Literatur, I, Friburgo i. Br. 1913, p. 434) insorse P. de Labriollo, La crise montaniste, Parigi 1913, pp. 190-202, 283-85.

Dopo T. Zahn e A. Harnack. A. Camerlynck vede negli a. non degli eretici, ma solo dei critici che esprimevano dubbi sul canone del Nuovo Testamento.

Questa tesi, ammessa dal Tiseront, è stata ripresa e rimpolpata da A. Bludau: gli a. erano antimontanisti
occidentali (diversi da quelli menzionati da Ireneo), che formarono un gruppo di qualche importanza dopo che Caio ebbe divulgato i suoi argomenti contro gli scritti giovannei; non negarono nessun dogma (né lo divinità del Figho né della Spirite Sante), ma solo consideravano spuri, per ragioni esegetiche, il 4^{°} Vangelo e l'Apocalisse. Ma Epifanio, per cui il ripudio del Vangelo giovanneo, nelle lotte dogmatiche del sec. iv, implicava l'esclusione del Logos, e che dalle fonti di cui disponeva non dové attingere nulla di certo, considerò gli a., anche perché sembrava che avessero negato "lo Spirito ", come monarchiani "del tutto estraniatici all'insegnamento della verità" (Epifanio, loc. cit., 3).

Bibl.: Th. Zahn, Geschichte des neutest. Kanons, I, Erlangen e Lipsia 1888, pp. 240-59; II, ivi 1890, pp. 967-92; A. Harnack, Dogmengeschichte, I, Friburgo in Br. 1890, pp. 616621; V. Rose, Alogos esiutes et romains, in Revue Biblique, 6 (1897), pp. 216-34; A. Camelynck, De quasti evangelii matere, Levianio 1899, pp. 143-89; P. Ladeuze, Cains de Rome, le seul aloge connu, in Mélanges G. Kurth, II, Liegi 1908, pp. 49-59; J. Tiseront, Histoire des dogmes, I, op ed., Parigi 1924, p. 231; A. Bludau, Die ersten Gegner der Johannes-Schriften (Bibl. Studien, XXII, 1-11), Monaco 1925; M.-J. Lagrange, Ecomble selon st Jean, Parigi 1925, pp. Lv-Lxi. Antonino Romeo
ALOISI (Alovisi), Giovanni Battista. - Musicista della fine del sec. xvir, dell'Ordine dei Minori conventuali. Maestro di cappella a Bologna, compose molta musica sacra, rimasta in buona parte manoscritta negli archivi di Bologna: Motecta festorum totius anni, a 4 e più voci (Milano 1583); Armonicum coelum, raccolta di messe a 4 e più voci (Venezia 1628). Silverio Mattei
ALOISI GALANINI, Baldassarbe, detto il Galanino. - Pittore, n. a Bologna nel 1577, m. a Roma nel 1638. Sue opere degne di nota sono la Visitazione nella chiesa della Carità, la Madonna con s. Giovanni Battista e s. Francesco ora nella Pinacoteca di Bologna; collaborò alla decorazione del chiostro di S. Michele in Bosco con una Storia di s. Tiburzio. Fu membro dell'Accademia di S. Luca. L'A. può essere considerato tra i migliori catracceschi (v. carracci).

Bibl.: A. Bartsch, Le peintre graver, XVIII, Worzbura 1920. Giovanni Fira
ALOISI-MASELLA, Gaetano. - Cardinale, n. a Pontecorvo il 30 sett. 1826, m. a Roma il 22 nov. 1902. Entrato nella diplomazia pontificia, fu segretario e uditore di nunziatura a Napoli, poi uditore a Monaco e a Parigi; nel 1877 fu nominato nunzio in Baviera, e come tale ebbe un memorabile abboccamento con Bismarck per farlo desistere dal Kulturkampf. Dal 1879 al 1883 fu nunzio a Lisbona, e vi difese energicamente i diritti della Chiesa nella nomina dei vescovi. Nel 1887 fu elevato alla porpora cardinalizia, e successivamente fu prefetto di varie Congregazioni, tra cui quella dei Riti per quasi dieci anni. Quale pro-datario attuò le importanti riforme volute da Leone XIII.

Bibl.: G. Goyau, Bismarck et l'Eglise-Le Kulturkampf, II, Parigi 1911, p. 293; P. Silva, in La Civiltà Cattolica, 18^{2} serie, VIII, (1902, iv), pp. 610-12; Cronaca Contemp., n. 5, pp. 610-12; P. Richard, s. v. in DHD, II, coll. 666-68. Agostino Tesis

ALOVISIANI, Giacomo Battista. - Agostiniano, n. a Ravenna sullo scorcio del 1400, m. ca. il 1510. Visse quasi tutta la vita nel convento di S. Stefano di Venezia, dedito all'insegnamento, in amicizia cui più rinomati dotti del suo tempo. Il Sabellico afferma che fu da lui molto aiutato nel compilare la sua storia (Epist., IX, 443). Scrisse di filosofia, di storia e di teologia. Tra altro: De Aurelii Augustini rebus commentaria, e Theoremata de corpore Christi.

Bibl.: Mazzuchelli, I, p. 515. Alfonso De Romanis
ALRED; v. aElRed.
ALSAZIA. - Regione naturale e storica sul medio Reno lungo il confine etnico franco-tedesco. E costituita da una pianura (elevata quasi dovunque sopra i 100 m .) larga in media una quarantina di Km .

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ed allungata per circa 200 da N. a S., chiusa tra i Vosgi che la dominano da occidente con la loro fronte ripida e boscosa, e la roccia in cui scorre il fiume, ingombra di acquitrini e rivestita di vegetazione lacustre. Il pedemonte è frangisto da file di colline i cui pendii asciutti, esposti a solatio, si prestano ottimamente alle colture della vite e degli alberi da frutta. Più ad oriente si allarga la pianura vera e propria, interrotta qua e là dagli umidi fondivalle degli affluenti (Bèche) del Reno e dai lombi di bosco che si sono conservati sulle terrazze più elevate. La parte più ricca del paese è il Ried, o zona di contatto fra colline e pianura, dove sorgono anche i centri abitati maggiori. A mezzodi l'A. è chiusa dal Sundgan che ne è la parte più povera, costituita com'è di poco fertili terreni fluvio-glaciali. Anche il clima, per la sua relativa asciuttezza, contribuisce a dare originalità al paese, nei confronti delle vicine regioni occid. (Vosgi) e merid. (Giura). L'A. ha una produzione agricola varia (cereali, patate, luppolo, tabacco) e opulenta (vigneto), con notevole sviluppo di industrie (specie tessili), favorite da buone risorse minerarie potassa, petrolio, carbone).

Rimasta, in sostanza, celtica anche dopo l'occupazione romana, l'A. venne, dopo il v sec., profondamente germanizzata, processo che si continuò durante tutto il medioevo. La Francia riusci a conquistarla fra il 1552 ed il 1648 , ma la perdette nel 1870 , ad eccezione di Belfort, che ne rimase da allora amministrativamente staccata col suo territorio (il più piccolo dei dipartimenti francesi dopo quello ov'è Parigi). La prima Repubblica ne divise l'unità in Bassa ed Alta Alsazia, corrispondenti agli attuali due dipartimenti del Basso e alto Reno, con capoluoghi a Strasburgo e Colmar. Il 28 giugno 1919 l'A. venne assegnata di nuovo alla Francia: della sua popolazione l'elemento tedesco rappresentava allora il 96 % nella Bassa ed il 93 % nell'Alta A. I Tedeschi rioccuparono il paese nella seconda guerra mondiale e lo riannetterono al Reich l's ag. 1940; gli alleati lo conquistarono nel marzo del 1945 per assegnarlo ancora una volta alla Francia.

Ecco i dati statistici relativi ai due dipartimenti :

| Dipartimenti | Superfice in kmq. | popolazione e censimenti |  | densità della popolazione |
| :--: | :--: | :--: | :--: | :--: |
|  |  | 1936 | 1946 | 1946 |
| Basso Reno | 4786 | 711.830 | 673.281 | 140 |
| Alto Reno | 3508 | 507.551 | 471.705 | 134 |
| Totale A. | 8294 | 1.219 .381 | 1.144 .986 | 133 |

Dei centri abitati il maggiore è Strasburgo, l'unico che oltrepassi i 100 mila ab. ( 175 mila nel 1946; 249 mila nel 1956). Notevoli sono poi Mülhausen (franc. Moulhouse) con 97 mila e Colmar con 46 mila ab.

L'A. è costituita in un'unica diocesi, quella di Strasburgo, immediatamente soggetta.

Per la storia religiosa, v. strassburgo, diocesi.
Bibl.: R. Langenbeck, Landeshunde des Reichslandes El-sass-Lathringen, Lipsia 1904; R. Baldy, L'Alsace-Lorraine et l'Empire allemand 1871-1911, Parigi 1912; C. E. Fischbach, Das öffentlich Recht des Reichslandes Elsass-Lothringen, Tubinga 1914; P. Vidal de la Blache, La France de l'Est, Parigi 1916; Bibliographie alsacienne: revue des publications concernant l'Alsace, 1 (1918-21), Strasburgo 1922; G. Wolf, Das Elsässisches Problem, Strasburgo 1926; Comité Alsacien d'Etudes et d'Informations, L'A. depuis son retour à la France, Strasburgo 1937.

Giuseppe Canei
ALSTED, Johann Heinrich. - Teologo protestante tedesco, n. nel 1588 a Ballersbach (Nassau), m. a Weissenburg nel 1638. Fu nel 1616 professore di filosofia, poi di teologia, prima nel 1619 all'Università
di Herborn ed in seguito, nel 1629, in quella di Weiss:nburg in Siebenbürgen. Partecipò al Sinodo di Dordrecht (1618-19) come rappresentante della diocesi di Nassau.

Fecondissimo scrittore di argomenti i più vari, compose soprattutto opere di teologia, di cui le principali sono: il Lexicon Theologicum (Hanau 1612); la Theologia Naturalis (Francoforte 1615); la Theologia Catechetica (Hanau 1616); la Theologia consum conscientiae (ivi 1616); la Theologia Didactica (ivi 1618); la Theologia Polemica (ivi 1620); la Theologia Prophetica (ivi 1622); il Tractatus de mille annis apocalypticis (ivi 1626) nel quale sosteneva che nel 1694 sarebbe cominciato il regno di Cristo in terra. Tutte le opere furono messe all'Indice con decreto del 10 maggio 1737.

Bibl.: A. Schweizer-E. F. K. Müller, s. v. in Realencylt. für prst. Theol. and. Kirche, I, p. 390 sq.; A. Seider, s. v. in LThK, I, coll. 293-94; V. Ohlst, s. v. in DThC, I, col. 923-24. Cesare Bertola

ALTACOMBA, ABBAZIA di : v. HAUTECOMBE.
ALTA GEZIRA dei Caldei : v. GEZIRA.
ALTA GEZIRA dei Siri : v. GEZIRA.
ALTAMIRANO, Diego Francesco de. - Gesuita, n. a Madrid il 25 ott. 1625, m. a Lima il 22 dic. 1715. Partito per le missioni del Paraguay, insegnò teologia a Cordoba nel Tucuman, divenne poi provinciale del Paraguay e fu membro della 13^{2} congregazione generale dell'Ordine. Al suo ritorno fu nominato visitatore della Nova Granata e del Perù. Si conservano di lui diverse lettere e relazioni sulle missioni e sui missionari di quelle regioni, tra cui molto importante la Historia de la provincia Peruana de la Compañía de Jesús, pubblicata in parte, con un altro scritto di lui, da Manuel Vincente Ballivian nel 1891.

Bibl.: Sommervogel, I, col. 209; M. V. Ballivian, Documentos históricos de Bolivia, La Paz 1891. Agostino Tesio
ALTAMIRANO, Pedro Ignacio. - Gesuita spagnolo, n. a Cártama (Malaga) il 31 luglio 1693, ed entrato nella Compagnia nel 1708, nella provincia di Andalusia. Passò, verso il 1725 , alla provincia di Messico, dove insegnò filosofia a Puebla e governò le case dell'Avana e di Puerto Principe (Cuba). Inviato a Madrid prima del 1737 per gli affari della sua nuova provincia, veniva nominato (1740) procuratore generale presso la corte di Spagna per le missioni gesuite delle "Indie».

Si trovano in vari archivi e biblioteche copie dei numerosi memoriali, manoscritti o stampati, che in tale carica presentò alle autorità coloniali, e che dimostrano grande abilità, conoscenze estese di diritto e forniscono preziose informazioni storiche. L'A. scrisse pure un'apologia dei Gesuiti messicani contro le accuse (allora ristampate) del vescovo di Puebla, Juan de Palafax; si trova nel volume Sacra Rituum Congregatio... Oxomensis beatificationis... Ioannis de Palafax (parte I², t. III, Roma 1788, pp. 173347). Era tornato da pochi anni alla provincia d'Andalusia, quando il decreto d'espulsione di Carlo III contro i Gesuiti lo colse a Cordova (1767). Deportato in Italia, l'A. morì a Rimini il 7 marzo 1770.

Suo fratello LOPE LUIS, n. a Cártama il 1698, gesuita nel 1716, m. a Algajola (Corsica) nel 1767, ebbe da regolare, come commissario, le difficoltà sorte nelle riduzioni del Paraguay, in conseguenza del trattato ispano-portoghese di limiti del 1750; si mostrò verso gli Indiani e i suoi stessi confratelli d'una severità eccessiva.

Bibl.: Sommervogel, I, col. 210; J. E. de Uriarte-M. Lecina, Bibl. de escritores de la Comp. de Jesús... de España, I, Madrid 1922, pp. 136-40; Streit, Bibl., III, pp. 101-102; E. Riviere, s. v. in DBG, II, col. 777. Edmondo Lamalle

ALTAMURA, Francesco Saverio. - Pittore, n. a Foggia nel 1826, m. a Napoli il 6 genn. 1897. Reagi all'accademismo dell'epoca, creandosi un proprio stile nella corrente veristica.

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Altamura. Francesco Savario - Ritratto della nipote. Napoli. Collezione De Luca.

Numerosi i suoi quadri di soggetto religioso, tra i quali Cristo e l'adultera, sua prima opera (1847); La figlia di Fefte; Gesù alla colonna; Cristo tra i Farisei; La Madonna morta e la Madonna in cielo per la cappella del palazzo reale di Napoli; l'Annunziata e altre tele per la chiesa di Castrignano de' Greci (Lecco). Tra i quadri di soggetto storico fu particolarmente ammirato Il triunfo di Maria sui Cimbri (Napoli, palazzo di Capodimonte).

BibL.: S. Altamura: Vita e Arte. Napoli 1896; D. Morelli, E. Dalbono, La scuola napoletana di pittura nel sec. XIX, a cura di B. Croce, Napoli 1915; A. Comanducci, I pittori dell'Oriocento, Milano 1934. Severio Pisani

ALTARE. - Superfice piana orizzontale, elevata da terra, destinata al sacrificio.

1. Archeologia ebraica. - Nel Vecchio Testamento (cbr. e fen. mùsbéah = ciò su cui si sacrifica», raramente bämäh [v.] che per lo più designa i luoghi del culto idolatrico), l'a. è un rialto, poi una piattaforma, su cui si offrono doni o vittime a Dio; più tardi implica il concetto di mensa ("mensa di Jahweh = Mal. 1, 7. 12; Ex. 41, 22). Primo menzionato è quello di Noć, Gen. 8, 20; Abramo erige a. a Sichem, presso Bethel, a Mambre, sul Moria, Gen. 12, 7 sg.; 13, 18; 22, 9; Isacco a Bersabea, Gen. 26, 25; Giacobbe a Bethel, Gen. 28, 18; 35, 14; Mosè in Raphidim, con dodici maşşêbôth, alle falde del Sinai (Ex. 17, 15; 24, 4). La forma primitiva sembra fosse un blocco roccioso o un ammasso di pietre non squadrate; poi la Legge mosaica sancì l'uso di adoperare pietre grezze, vietando di apporvi gradini (Ex. 20, 24-26); fuori del centro del culto, si adoperava un masso erratico (I Sam. 6, 14; 14, 3335). Intimamente legato al sacrificio con combustione, fu minutamente regolato nella forma e struttura da

Mosè nei due a. ufficiali ed essenziali del Tabernacolo, ampliati poi nel Tempio salomonico: a) a. degli olocausti (Ex. 28, 1-8; 38, 1-7), l'a. per antonomasia (I Reg. 2, 28), nell'atrio, destinato anche ai sacrifici incruenti, in legno di acacia rivestito di bronzo, detto perciò anche «a. di bronzo» (I Reg. 8, 64; II Reg. 16, 14), alto 3 cubiti (nel Tempio 10), lungo e largo 5 (nel Tempio 20; le dimensioni crebbero ancora nel Tempio erodiano), solennemente consacrato (Ex. 30, 25-28), su cui si offriva mattina e sera l'olocausto perenne e ardeva sempre il fuoco. B) a. dell'incenso o dei profumi (Ex. 30, 1-10; I Reg. 6, 20. 22) nel Santuario, in cedro rivestito d'oro ("a. d'oro»; I Reg. 7,48 ), alto due cubiti, lungo e largo uno, su cui mattina e sera si bruciava l'incenso.

Una particolarità dell'a. ebraico sono i "corni" o sporgenze (Ex. 27, 2; 37, 25; I Reg. 1, 50; Ez. 43, 20), ai quattro spigoli superiori. Tale uso nel mondo semitico si riscontra solo fuori d'Israele, in Fenicia e in Canaan. Il loro significato è incerto; forse erano un resto delle masşêbôth prima erette sull'a. (ipotesi di H. Gressmann), e che la Legge aveva proibito di innalzare (Dent. 16, 21). Grande ne era l'importanza (Lev. 8, 15; Ex. 21, 14; I Reg. 1, 50; 2, 28) : venivano unti col sangue delle vittime (Ex. 29, 12; Lev. 4, 25. 30. 34) e conferivano l'immunità d'asilo ai rei.

Mentre non fu mai smentita, in diritto, l'unità del santuario nazionale (connessa con l'Arca dell'Alleanza), la legge dell'unità del culto (Lev. 17, 1-9; Dent. 12, 4-25, spesso richiamata nei capp. sgg.) non era applicata in modo assoluto in Israele all'unità d'a., quando le circostanze esigessero diversamente. Mosè non escluse del tutto altri a. (Ex. 20, 24; Dent. 12, 13 sg.). Difatti ne venivano poi cretti legittimamente sul Hebal (Ios. 8, 30), fra le 3 tribù transgiordaniche e a Sichem (ivi, 22, 9-34; 24, 26 sg .); al tempo di Samuele, a Masfa, Rama, Galgala e Betlemme (I Sam. 7, 5-17; 9, 13; 10, 8; 14, 35; 20, 16).

Caduto il Tempio, cessò l'a. in Israele, cessò quindi il sacrificio e l'essenza del culto ebraico. Al suo posto sorge l'a. dell'offerta messianica «dall'Oriente all'Occidente" (Mal. 1, 10 sg.).

BibL.: W. Engellemper, Heiligtum und Opferstätten in den Gesetzen des Pentateuch, Paderborn 1908; F. X. Kortleiner, Archaeologia biblica, Innsbruck 1917, pp. 47-48. 58-71. 85-86, 107-28; J. de Groot, Die Altäre des Salomonischen Tempelhales, in Beiträge zur Wissenschaft vom Alten Testament, 27 actio. 6 (1924); M. Kegel, Wo opferte Israel seinen Gott? Ein Hauptproblem der israelitischen Religionsgeschichte, in Neue hirebl. Zeitr. rhe., 33 (1924), pp. 239-80, 483-516; S. Biolobłorski, Altar, in Encycl. Sodnica, II, coll. 474-97; E. König, Deuteronomische Hauptfragen, in Zeitschr. f. d. alttestom. Wiss., 48 (1930), pp. 43-66; K. Galling, Biblischer Reallexikon, Tubinga 1937, coll. 13-12; E. Kalt, Biblisches Reallexikon, I, 2* ed., Paderborn 1938, coll. 7072; J. Hänel, Der Altar Salonus, in Theologische Studien u. Kritiken, 107 (1936-37), pp. 195-209; H. T. Chibink, The Horse of the Altar in the Semitic World, especially in Yalousim, in Fournal of Biblic. Liter., 56 (1937), pp. 43-50; L. Zichen, K. Galling, J. P. Kirsch, Th. Klauser, Altar in Reallexikon f. Antike u. Christentum, I, Lipsia 1942, coll. 310-54; J. J. Stamm, Zum Alturgesetz im Bundesbuch (Ex. 10, 24), in Theol. Zeitschrift, 1 (1945), pp. 304-306. Antonino Romeo

Per l'a. nelle religioni non cristiane, v. ara.
2. Archeologia cristiana. - Il cristianesimo ha ereditato l'uso dell'a. dall'ebraismo e in parte dal paganesimo. L'uso dell'a. fu introdotto nei sacrifici e nelle libazioni sia per comodità di esecuzione, sia per il naturale concetto della tavola ove si brucia l'olocausto, sia per un senso di riverenza e di solennità che vietava di posare l'offerta semplicemente in terra.

Per l'a. presso gli Ebrei, v. sopra. Greci e Romani (v. ara) ebbero a. a mo' di focolari o di mense per offerte incruente (specialmente davanti alle im-

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Altabe - Mensa tripode - Cimitero di Callisto (unizio sec. iII).
magini degli dei dentro i templi e nel culto dei morti) e a. propriamente detti in muratura e blocchi di marmo per lo più di forma parallelepipeda, e poi anche cilindrica; se grandi, con gradinate di accesso; quasi sempre ornati di rilievi (acroteri, corone, oggetti del culto, rami di alloro, cespi di verdura, ecc.). Piccoli a. erano dappertutto; grandi a. erano solo nei templi, e non dentro la cella ma davanti ad essa, all'apertio, dove avveniva il culto. Ogni a. doveva essere dedicato con riti speciali.

I cristiani fin dal principio usarono delle tavole (menno) per rinnovare la memoria dell'ultima cena, secondo il precetto del Signore; ma poiché quella era pure la rinnovazione della memoria del sacrificio della Croce, quelle stesse tavole venivano anche chiamate a. Dapprima furono quelle comuni consacrate ai pasti ordinari nelle case dei fedeli; poi tavole proprie riservate al culto nelle prime chiese (certo già dalla fine del sec. II), collocate vicino alla cattedra del vescovo e al pulpito. Come fossero fatti questi primi a. non sappiamo. Ce ne dànno forse un indizio le mense tripodi che compaiono nelle cosiddette cappelle dei sacramenti nel cimitero di Callisto in Roma. Erano fissi o mobili? Almeno è sicuro che, dall'età della pace in poi, si andò sempre più affermando l'uso degli a. fissi nelle chiese e riducendo l'uso di quelli mobili a circostanze del tutto straordinarie.

Degli a. in questo periodo abbiamo numerose testimonianze letterarie e dalla fine del sec. v ca. cospicui resti monumentali. Il tipo prevalente è quello di a. a mensa (v. sotto, arte). Non raro fu pure l'a. a blocco continuo, evidente imitazione della forma di quelli pagani e giudaici. Il corpo dell'a. risultava di un solo blocco di marmo ovvero di muratura, per lo più con una mensa speciale in lastra di marmo. Generalmente erano più piccoli dei nostri, giacché servivano solo per l'oblazione, soprattutto quando erano a. mobili. Frequenti erano gli a. di semplice legno, ma ve n'erano pure di molto ricchi, rivestiti di bronzo, d'argento, e perfino d'oro. Frequente era pure un leggero incavo praticato dentro la mensa a meglio contenere le oblazioni, specialmente in Oriente dove erano in uso a. a ferro di cavallo o semicircolari, con
dodici settori raffiguranti i posti dei dodici apostoli nell'ultima cena.

Era legge costante che in ogni chiesa ci fosse un solo a. collocato davanti all'abside, per lo più sulla sua corda. Se talora si parla di più a., come dei sette * argentei * donati da Costantino a S. Giovanni in Laterano, si tratta non di veri a., ma di mense o tavoli per i bisogni accessori del culto. Solo col principio del sec. v apprendiamo che Simmaco eresse cinque a. nella chiesa (rotonda) di S. Andrea vicino a S. Pietro. L'uso si diffuse presto. I più antichi esempi monumentali che ci restano di a. secondari sono quelli di S. Maria Antiqua in Roma e S. Vitale a Ravenna.

Sin dalla fine del sec. II abbiamo notizie di un culto liturgico dei martiri. La loro commemorazione veniva fatta soprattutto con la Messa. Data l'assimilazione, usuale fra i cristiani, della persona del martire con quella di Cristo, si cercava nella Messa di porre l'a. il più vicino possibile alla tomba del martire, anzi spesso la tomba stessa del martire serviva da a. e su di essa si celebrava. Non è esatto, ciò che si è detto tante volte, che le tombe a mensa od arcosolio fossero intenzionalmente fatte per celebrarvi sopra il sacrificio; quest'uso si affermò e determinò maggiormente durante il sec. Iv con lo sviluppo del culto dei martiri e con la costruzione delle numerose basiliche cimiteriali ad corpus. Il martire viene ora considerato come giacente sotto l'a. stesso, a custodia di esso. Così si sviluppa il concetto dell'a. tomba, dell'a. consacrato e dedicato dalla presenza del corpo di un martire. In breve quest'ultima idea divenne così potente che già nel sec. vi non si concepiva più la consacrazione di un a. senza le reliquie di un martire, almeno rappresentative, situate dentro un sepolcretino praticato nello spessore stesso della mensa, o nel blocco che la sorreggeva o sotto l'a. nel pavimento. Più lentamente s' impose e sviluppò la concezione dell'a. sepolcro o sarcofago (v. sotto, arte), la quale era destinata nel Rinascimento e nei tempi moderni ad essere fonte di così ricca ispirazione artistica e monumentale.

Bibs.: Ch. Rohault de Fleury, La Messe. Etude archéologique sur ses monuments, Parigi 1883: J. Corblet, Histoire dogmatique, liturgique, archéologique du sacrement de l'Eucharistie, Parigi 1886: H. Leclercq, Antel, in DACL, 1. coll. 3122 sgg.; F. Wieland Mensa und confessio, 1: Der Altar der vorkonstantinischen Kirche, Lipsia 1906; id., Altar und Altarprofi der christlichen Kirchen im s. 76., Monaco 1912: J. Braun, Der christliche Altar in seiner geschichtlichen Entwicklung, Monaco 1924 (fondamentale ed esauriente); A. Schmid, Der christliche Altar und sein Schenck, 2* ed., Ratisbona 1928; F. J. Dülger, Die Heiligkeit des Altars und ihre Begründung im christlichen Altertum, in Antike und Christentum, 2 (1930), pp. 161 sgg. e 190 sgg.; G. Destefani, La Santa Messa nella liturgia romana, Torino 1932, p. 80 sgg.: Reullex. Jär Antike u. Christentum, I, Lipsia 1942, col. 310 sgg. Antonio Ferrua
3. Liturgia. - Nella disciplina attuale (CIC, cann. 1197-1202) l'a. è fisso o mobile. Il fisso o immobile, è costituito da una mensa (lastra o tavola) di pietra, sostenuta da stipiti, pure di pietra, ai quali aderisce in modo da formare una cosa sola. Lo stipite può essere uno solo, nel centro della mensa, ovvero è formato da quattro pilastrini o colonnette (e lo spazio fra le colonnette può anche essere riempito di altro materiale), oppure costituito da quattro lastroni, che sostengono la mensa, formando con essa una sola cassa. Può anche costituire con la mensa un solo monolite, ottenendosi in tal caso un a. ripieno. Il mobile o portatile, è formato da una lastra di pietra, di dimensioni assai minori, ma sufficiente a contenere l'Ostia e la maggior parte del piede del calice. Comunemente è detto anche pietra sacra (v.). Sono in uso

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anche a. che presentano caratteri di stabilità, senza essere fissi, costituiti cioè in forma simile ai fissi, ma con materiale di muratura o di legno, e nella loro mensa si incunea la pietra sacra. Liturgicamente questi non formano una specie intermedia, ma sono veri a. mobili. Nell'immobile la mensa e lo stipite devono essere di pietra naturale, non friabile e non in qualsiasi modo artefatta, come sarebbe di cemento o di altra composizione; lo stesso si dica della lastra dell'a. portatile, poiché nell'uno e nell'altro essa deve essere tutta d'un pezzo e non formata di pezzi diversi, anche se perfettamente uniti. L'a. immobile non è da ritenersi tale, quasi debba essere inamobivile dal pavimento o dal luogo dove fu costruito; ma prende il suo nome dalla inseparabilità della mensa con lo stipite o base che la sostiene, con la quale forma tutt'uno: perciò può essere trasportato da un luogo all'altro, ma a condizione che la base non si distacchi dalla mensa, ed ambedue vengano trasportate insieme unite. Ogni a. deve avere una cavità, nella quale si depongono tre grani d'incenso, le reliquie ed una pergamena firmata dal vescovo e sigillata nella quale si attesta la consacrazione dell'a. Le reliquie debbono essere di santi e non di beati ed almeno una deve essere di un martire. La cavità sepolcrale può essere scavata in mezzo alla lastra, nella sua parte anteriore o posteriore, o nella sommità dello stipite. Il suo coperchio deve essere sempre di pietra, anche se diversa da quella dell'a. Non si può quindi riempire il sepolcro con cemento, né chiudere con lastra di metallo; il suggello poi non può essere fissato con gesso od altra materia, ma con cemento.

Il numero degli a. per ogni chiesa non è determinato. Quello che si trova nel luogo principale, e suole essere più ampio e più alto, si chiama a. mag-
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Altare - A. con fencatella (sec. vi) - Roma, Cimitero di Panfilo.
giore. Dovrebbe essere isolato, in modo da potersi circuire. Rappresentando l'a. il monte del sacrificio di Gesù, dovrebbe essere posto in alto, e a ciò si provvede con gradini. Uno almeno è indispensabile : gli altri, conservando possibilmente il numero dispari, sono lasciati al criterio di adattamento locale. I gradini possono essere anche di pietra non naturale o di legno. Quello superiore sarà lungo quanto l'a. ed avrà un tavolato (predella o suppedaneo) sotto i piedi del celcbrante. L'a. propriamente si erige a Dio, perché destinato al sacrificio; però quello fisso deve essere dedicato a qualche mistero o a qualche santo, non ad un beato senza uno speciale indulto, da cui prende il titolo. L'a. maggiore avrà sempre quello della chiesa. Il titolo dell'a. consacrato non può mutarsi senza un permesso speciale della S. Sede. Due a. dello stesso titolo nella medesima chiesa sono proibiti.

Escluso ogni uso profaro, l'a. deve servire solo al culto, e particolarmente alla celebrazione della Messa; perciò né sotto di esso, a meno che non vi sia una intercapedine, né vicino, a distanza minore di un metro dal lato della mensa, né di fronte si possono seppellire cadaveri, e finché questi non sono rimossi vi è interdetta la celebrazione della Messa (can. 1201, § 2). L'a. immobile deve essere consacrato tutto, mensa e stipite, secondo il rito del Pontificale Romano; per il mobile, soltanto la pietra sacra (can. 1199). Ministro di tale consacrazione è il vescovo : per privilegio anche i cardinali non insigniti del carattere vescovile (can. 239). Non si può consacrare una chiesa senza consacrare anche un a. : però questi possono essere consacrati indipendentemente dalla consacrazione della chiesa (can. 1165, §5). Nessun a. fisso può erigersi fuori dei luoghi appositamente destinati al culto. Rotture notevoli nella materia o nel luogo dell'unzione, la rimozione delle reliquie, la frattura o rimozione del loro coperchio (a meno che non sia fatta dal vescovo o da un suo delegato per fermarlo, ripararlo, visitarlo), la separazione della mensa dallo stipite, dissacrano l'a., cosicché vi è vietata la celebrazione della Messa finché non sia stata rinnovata la consacrazione (can. 1200).

La semplice maestosità dell'a. dei primi tempi cedette man mano ai vari ornamenti che vennero ad arricchirlo nel corso dei secoli. Il cerimoniale dei vescovi prescrive sopra l'a. il baldacchino, ed i decreti 2912 e 3525 della S. Congregazione dei Riti dicono che "omnino apponatur" nell'a. dove si conserva il S.mo Sacramento. Ma oggi il baldacchino è andato quasi generalmente in disuso per dar luogo al quadro o ancona. Immediatamente sopra l'a., nel luogo d'onore, si colloca la croce con la immagine del Crocifisso, la quale deve elevarsi al di sopra dei candelieri, ma si può omettere quando nel quadro o nella parete dietro l'a. vi sia una immagine dipinta o scolpita della croce col Crocifisso, ben visibile dal celebrante e dai fedeli. Ai due lati della croce si pongono i candelieri : sei all'a. maggiore, almeno due negli altri, e non possono essere sostituiti da candelabri a più bracci. I candelieri debbono essere sormontati dalle candele. Le altre luci, come gas, elettricità, sono permess: solo come illuminazione e ornamento, ma non sull'a., né davanti ai santi o nelle loro nicchie, né dentro il tabernacolo (decreti 1086, 1097, 4206, 4327). Il cerimoniale dei vescovi (c. XII, 12) raccomanda come ornamento dell'a. nei giorni festivi le reliquie dei santi ed i fiori da porsi fra i candelieri. I fiori debbono essere freschi e naturali, non artificiali. Sull'a. si richiedono tre tovaglie di lino o canapa, e quella superiore

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Altare - A. con tovaglia, calice e oblazioni. Mussico del sec. vi - Ravenna, S. Vitale.
deve arrivare fino a terra ai due lati. Le rubriche generali del messale ed il cerimoniale dei vescovi (XII, iI) richiedono per l'a. il paliotto del colore, se possibile, dell'ufficio del giorno. Si può omettere quando la faccia esterna dell'a. è di marmo, dipinta o scolpita, oppure è formata da colonnine, o se racchiude un qualche reliquiario.
A. papale. - E l'a. maggiore delle basiliche patriarcali di S. Giovanni, S. Pietro, S. Paolo, S. Maria Maggiore e S. Lorenzo al Verano in Roma, S. Francesco (Benedetto XIV) e S. Maria degli Angeli (Pin X) in Assisi, sul quale ha diritto di celebrare soltanto il Papa. Rare volte, e solo in circostanze straordinarie, il Papa vi fa celebrare qualche alto prelato (cf. can. 823, § 3).
A. privilegato. - E quello che gode dell'indulto della indulgenza plenaria, da applicarsi al defunto per il quale si celebra la Messa. Questo privilegio si concede solo all'a. fisso, e può essere perpetuo o temporaneo, quotidiano o no (can. 918). Il privilegio rivive se l'a. è distrutto e viene riedificato entro 50 anni sotto lo stesso titolo (S. Congregazione delle Indulgenze, 18 luglio 1712 e 24 apr. 1843). Nel giorno della commemorazione dei defunti tutti gli a. sono privilegiati (can. 917), come lo sono quelli della chiesa ove si celebrano le Quarantore. Dell'a. privilegiato godono i cardinali (can. 239) e coloro ai quali è stato concesso dal Papa, nel qual caso il privilegio non è reale ma personale. Per lucrare questa indulgenza plenaria è necessario che essa sia applicata al defunto per il quale si celebra la Messa (S. Congr. delle Ind., 19 dic. 1885). Vi sono anche a. privilegiati nei quali l'indulgenza plenaria si applica per i vivi e per i morti.

Bim.: Benedetto XIV, De sacrosancto Missae sacrificia, Roma 1748; F. A. Zaccaria, Bibliotheca ritualis, Roma 1776-81; E. Bishop, Liturgica Ilistorica, Oxford 1918, pp. 20-39; S. Many, Productionse canonicae de locis sacris, de scelestis, de oratoris, de altoribus etc., Parigi 1903, pp. 193-297; L. Barin, Caterhizua Liturgica, I, Rovigo 1934, p. 277 sE.; P. Bayert, s. v. Antel, in DDC, I, coll. 1456-68; C. Callersert, De Messalis Romani liturgia, Bruges 1937; A. Coelho, Corso di Liturgia romana, II, vers. 106, Torino 1939, p. 263 sgg.; F. Cappello, Troctatus canonicomoralis de Sacramentis, ⁴² ediz., I, Torino 1945, pp. 667 sgg. Agostino Tesio
4. Arte. - Per la grandissima importanza che ha nello svolgimento della liturgia, sull'a. si è concentrata in ogni tempo l'attenzione degli artisti per renderne sempre più ricche le forme. Di conseguenza la divisione archeologica nei quattro tipi a mensa, a cofano, a blocco e a sarcofago, fondata soltanto sulla
forma del supposto che regge la lastra marmorea, si dimostra insufficiente nell'infinita varietà delle forme. Gli a. più antichi come quelli frammentari rinvenuti a Baccano e ad Aix (sec. v) avevano quattro esili sostegni angolari od uno centrale più grosso e la mensa era ornata nel suo spessore con colombe o clipei crociati. Un tale tipo era assai diffuso a giudicare dalle rappresentazioni musive del Battistero degli Ortodossi e di S. Vitale. Sono pure di origine antichissima quelli costituiti da un blocco nel quale la fenestella confessionis (v.) permette l'accostamento al sepolcro di panni che in s:guito erano considerati e adoperati come reliquie (brandea): mentre nell'a. del cimitero di Panfilo il motivo non assume ancora valore d'arte, in quelli di S. Giovanni Evangelista a Ravenna e della basilica di Parenzo (sec. vi) l'inquadratura e gli ornati rivelano un raffinato equilibrio decorativo. Talora il blocco fra le colonne ha la fronte decorata, come in S. Vitale di Ravenna, dove la croce fra agnelli richiama il rilievo appiattito dei sarcofazi cocvi. L'a. di Ratchis a Cividale (sec. viII), pur nella trattazione barbarica di temi iconografici comuni, attesta l'incremento di un sistema ornamentale rivolto a sempre maggior decoro dell'a. Con i primi teguri (v. cUSOHIG) giunti fino a noi e che risalgono al sec. viIt-tE (Perugia, Ravenna, Valpollicella), l'a. assume una incorniciatura architettonica che ne sottolinea scenograficamente l'importanza sullo sfondo della conca absidale. L'a. del S. Ambrogio di Milano, in oro con ceselli, smalti e incastonature, eletta opera di un maestro Vuolvinio (v.), inquadra nella equilibrata disposizione delle formelle a rilievo il gusto medievale per il colore e le materie preziose. L's altarolo di S. Maria del Priorato a Roma richiama con la sua portella chiusa con pilastrini e timpano i cippi classici.

Nell'età romanica non manca qualche a. a mensa su esili sostegni come quello della cripta del duomo di Modena, ma prevale quello a blocco pieno molto semplice con scorniciature o pilastrini. A Roma la fronte è talvolta ornata di mosaici di tipo cosmatesco (v. cosmati) che nell'esemplare di S. Cesareo assumono un particolare significato architettonico; la fenestella è sostituita talvolta da una transenna a traforo. Non manca anche qualche esempio nel quale la mensa è sostenuta da una vasca classica. Nel duomo di Salerno il paliotto è costituito invece da una serie di rilievi in avorio. Nell'età gotica la massa dell'a. tende ad al-

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Altare - A. con fenestella, eretto dal vescovo Eufrasio. Parenzo, Battistero (sec. vi).
leggerirsi e a svuotarsi con arcatelle reali o cieche in accordo con il gusto che domina nell'architettura. Frattanto l'uso prevalso nel Trecento di porre sull'a. in maniera permanente pale e ancone (v. ancona; pala) ed insieme il moltiplicarsi degli a. con la conseguente necessità di addossarli alla parete, determina la formazione di una incorniciatura architettonica che col quadro costituisce un retroaltare. Perciò nel primo Rinascimento, accanto ad a. che con squisita eleganza riprendono gli schemi più semplici, se ne trovano altri di forma assai complessa.

Il Brunelleschi nella cappella de' Pazzi compose la fronte dell'a. con due specchiature fra pilastrini scanalati; Michelozzo all'Annunziata di Firenze fa sostenere la mensa da anfore; Agostino di Duccio nel S. Domenico di Pe rugia incornicia l'a. in una arcata con nicchie e statue; Matteo Cividali in quello di S. Regolo al duomo di Lucca stringe in un unico complesso decorativo la mensa, l'area e quell'ancona con figure entro nicchie che altri scultori toscani ancora concepivano come parte a sé; Giuliano da Sangallo nella cappella Gondi a S. Croce dava alla mensa portata da balaustrini una inquadratura monumentale con coppie di paraste raccordate da un attico e a S. Maria delle Carceri a Prato fissava il tipo dell'a. a edicola con colonne e timpano cui tanta fortuna era riservata nei secoli successivi. Merita una particolare menzione l'a. nella basilica del Santo a Padova ornato con i rilievi bronzei di Donatello; questo accostamento di materie diverse richiama il pittoricismo veneto che si esplica sotto altre forme nell'a. di P. Lombardo in S. Francesco della Vigna a Venezia od in altri del genere, dove la mensa e la pala marmorea sono concepiti come una unità.

Mentre nel primo Cinquecento prevale il tipo a edicola con colonne e frontone, e più tardi gli a. del duomo di Orvieto e di quello di Milano si coprono di
sculture; inoltre, poi, esso si arricchisce del tabernacolo in seguito al divieto di conservare il Sacramento in una custodia separata ed il sostegno della mensa si profila come un'urna. Comincia poi ad affermarsi il gusto per la policromia che si esplica nell'uso e nell'accostamento di marmi di vario colore; già allo scorcio del secolo xvi, le colonne si mddoppiano e vengono spesso collocate su piani diversi. Pietre dure pregevoli e bronzo sono accostati nell'a. della cappella Paolina in S. Maria Maggiore a Roma dove un gruppo di angeli sostiene l'immagine entro l'incorniciatura architettonica. Il Bernini poi protegge l'a. che sorge sulla tomba del Principe degli Apostoli con un baldacchino bronzeo che si ispira agli apparati delle feste solenni, sontuosi e senza peso, fatti di stucco e di drappi. E a S. Maria della Vittoria scava fra le colonne una nicchia ellittica dove nella luce che piove dall'alto l'angelo trasverbera s. Teresa, mentre i committenti assistono dai palchetti come a una sacra rappresentazione. Rilievi e gruppi statuari sostituiscono cosi le pale dipinte o queste sono incorniciate o sorrette da ghirlande di fiori e di putti (Roma, S. Andrea). Nell'a. della Cattedra in S. Pietro sembra che tutti i mezzi siano chiamati a raccolta in una affermazione trionfale; i marmi delle mensa, il bronzo delle statue dei dottori che reggono la sedia, lo stucco della gloria angelica e il raggiante vetro dipinto con lo Spirito Santo offrono l'estrema possibilità che il barocco può raggiungere nel suo acceso lirismo. Più pesante e grave per deficienza di ispirazione l'a. di S. Ignazio al Gesù di Roma, dove la ricca materia prende il sopravvento. Nel Settecento continua il gusto per la policromia, ma essa abbandona i toni caldi per quelli più smorzati e tenui; l'incorniciatura architettonica si ricompone in ritmi misurati come nell'a. della Annunciazione in S. Ignazio a Roma.

In tutta l'età barocca statue e tabernacolo sorgono anche isolati sopra la mensa a Padova, a Milano, a Venezia ed in ogni parte d'Italia; i paliotti specie nella regione lombarda sono spesso complessi bassorilievi. Il neoclassicismo porta nell'a. una fredda semplicità di linee e l'eclettismo ottocentesco si ispira volta a volta agli esemplari romanici, rinascimentali o barocchi secondo l'inclinazione dei diversi architetti. Una aggiunta interessante nella complessità degli a. maggiori nelle basiliche romane è la confessione rivestita di marmi e posta ad un livello più basso del pavimento. Le forme dell'a. moderno sono semplicissime, quasi una semplificazione geometrica degli schemi più elementari dell'antichità; il loro interesse artistico è affidato specialmente alle proporzioni e ai valori ambientali.

Di origine assai antica sono pure gli a. mobili; uno dei più antichi è quello trovato nella tomba di a. Cutberto costituito da una semplice tavola lignea con rivestimento metallico. Nell'età romanica se ne trovano a forma di cofanetto come quello del Museo di Paderborn; talora sono anche pregevoli opere di oreficeria come l'a. portatile di Stanelot, ora a Bruxelles. Un esempio di a. ligneo scolpito è quello della chiesa della Vulturelle presso Tivoli, pure del sec. xir. - Vedi Tavv. LXVII-LXXI.

Bibl.: F. X. Rajble, Der Tabernabel einst und jetzt, Friburgo i. Br. 1908; F. Wieland, Mensa und Confessio, I. Monaco 1906; II. Lipsia 1912; H. Leclercq, s. v. Astel, in DACL, I, coll. 3153 86; J. Braun, Der christliche Altar, in seiner geschichtlichen Entwichlung, Monaco 1924; P. Tuesca, Storia dell'arte italiana, Torino 1927; A. Venturi, Storia dell'arte italiana, Milano 19021940; C. Ricci, Architettura barocca in Italia, Milano 1926.

Guglielmo Matthise
ALTDORFER, AlbRecht. - Pittore, silografo ed architetto tedesco, n. poco prima del 1480 ad Amberg, m. tra il 12 febbr. ed il 29 marzo 1538 a Ratisbona. Fa parte degli artisti del cosiddetto "ambiente danubiano" (Donauhreis), ed è famoso per i suoi paesaggi romantici e le scene vivaci, senza arrivare però alla potenza del Dürer. Molte le sue pale firmate e datate,

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![img-8.jpeg](img-8.jpeg)

- Al'TAR MAGGIORE DELLA CHIESA DI S. CESAREO SULI'APPIA (sec. xili) - Roma.

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![img-9.jpeg](img-9.jpeg)

A sinistra: ALTABE PAPALE DELLA BASILICA DI S. LORENZO FUORI LE MURA (1148) - Roma; a destra: ALTABE PAPALE DELLA BASILICA DI S. GIOVANNI IN LATERANO (sec. XIV) restaurato sotto Pio IX (1821) - Roma.

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(fot. .tlinari)
ALTARE DI S. IGNAZIO, di A. Pozzo (sec. xvit)
Roma, chiesa del Gesù.

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(poepe. B. Deprabart)
AFFRESCO VOTIVO (1414)
Merano, atrio del Duomo.
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EPIFANIA (ca. 1410)
Bressanone, chiostro della Cattedrale.

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![img-13.jpeg](img-13.jpeg)
(fol. Mar. Germanico, bietimbergs)
Altdonfrer, Althecht - Ritrovamento del corpo di s. Floriano. Norimberga, Museo Germanico Nazionale