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tando numerosi seguaci non solo tra le classi più umili ma anche fra le persone colte, i nobili e il clero. Raggiunsero la massima espansione nelle diocesi di Cadice e di Siviglia, ove riuscirono a mantenersi fino alla metà del sec. xvir. I loro errori ripullularono poi nel quietismo, diffuso in Italia da Michele Molinos (v.).

Bibl.: H. Heppe, Geschichte der quietistischen Mystik in der katholischen Kirche, Berlino 1875; M. Menéndez y Pelayo, Historia de los heterodoxos espallales, II, Madrid 1880, p. 321 sgg.; L. Schutz, Erleuchtete, in Wetzer-Welte's Kirchenlexikon, IV, pp. 795-98; E. Colunga, Intellectualistas y misticos en la teologia espallola del siglo XVI, in La Ciencia Tomista, 12 (1913), pp. 321; A. Colunga, s. v. in LThK, I, pp. 326-27; F. Cayre, Patrologie et histoire de la théologie, II, ²² ed., Parigi 1933, p. 785 sgg.

Emonuele Chietrini
ALUMNUS. - Nel mondo greco-romano era ammesso di sbarazzarsi dei neonati, anche liberi, che venivano esposti o nei luoghi dove si gettavano i rifiuti o in luoghi speciali, come a Roma al piedi d'una colonna detta Lactaria, presso il tempio della Pietà nel Foro Olitorio. Chi raccoglieva gli esposti poteva allevarli come schiavi : expositi in nullo nu-

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mero sunt, servi fiunt: hoc legum lotori visum est (Seneca, Controv., 5, 33); nel novero della servitù prendevano la denominazione di a.

Contro le tristi conseguenze di tale stato di cose si levò ben presto la voce degli Apologisti cristiani: Giustino (I Apol., 27: PG 6, 369), Minucio Felice (Octavius, 31 : PL 3, 350), Tertulliano (Ad notiones, I, 15 : PL 1, 651), Clemente Alessandrino (Paedagog., 3,3: PG 8, 585), Lattanzio (Divin. Instit., VI, 20: PL 6, 709). Si ricordi il Pastore d'Erma, che comincia con la frase: "Colui che mi aveva nutrito mi mise in vendita ad una tale Rode che viveva in Roma".

Spesso a tali esposti si davano nomi che ricordavano i luoghi dove erano stati trovati: Stercorius, Proiectus, Känzner, ecc. Il padre adottivo di un a. veniva chiamato nutritor, papas o patronus.

Ma col cristianesimo, secondo un'espressione di Paolo Allard, l'opera della Santa Infanzia è in realtà cominciata fin dai primi secoli (Les esclaves chrétiens, p. 368, vers. italiana, p. 375).

I cristiani si occuparono di raccogliere bambini abbandonati, esposti alle intemperie e alle malattie. I più antichi cimiteri cristiani di Roma offrono una duplice documentazione: la grande quantità di piccoli sepolcri, non giustificati dalla sola maggiore mortalità infantile, e una serie di iscrizioni che ricordano gli a. o i 022 nrol. In una sola galleria (E. Diehl, Inscr. christ. lat., II, Berlino 1925, pp. 142-43) del cimitero di Panfilo, su III sepolcri, 83 sono per bambini e di questi solo 5 con epigrafe.

Forse tale opera fece nascere l'accusa contro i cristiani che nelle loro riunioni mangiassero la carne palpitante di un bambino (G. Waltzing, Le crime rituel reproché aux chrétiens du I I^{e} siècle, in Bulletin de la classe des lettres de l'Académie royale de Belgique, 1925, pp. 205-39). S. Agostino attesta che le vergini consacrate raccoglievano i bambini esposti e li portavano al battesimo (Epist. 98 : PL 33, 362). Una legge costantiniana dell'a. 315, estesa all'Africa nel 331, cercò, con elargizioni alimentari e di vestiti, di far diminuire l'esposizione; poi intervennero i Concili di Vaison del 422 e d'Arles del 452 finchè Giustiniano nel 529 stabili che gli esposti, qualunque fosse la loro origine, non potevano essere nè schiavi, nè coloni, ma liberi, (Cod. Inst., VIII, 52,3,4). In un'iscrizione cristiana letta in S. Prassede, ora perduta, il defunto si raccomanda ai martiri, dichiarandosi loro a.

Birl.: P. Allard, Les esclaves chréliens, Parigi 1876, pp. 324388: vers. it. di E. Radaeli, Firenze 1914, pp. 359-84: G. Humbert, Expositio, in Daremberg e Saglio, Dictionnaire des antiquités grecques et romaines, II, i, p. 939: H. Ledereq. s. v. in DACL. I. i. coll. 1288-1306. Enrico Josi

ALUNNATICO: v. SENINARISTICO.
ALUNNO, Niccolò (Niccolò di Liberatore). Pittore, n. a Foligno ca. il 1430 , m. ivi nel 1502. Fin dall'opera sua più antica, la tavola dipinta nel 1458 a Deruta per la chiesa dei Francescani, il naturalismo che caratterizza la più autentica tradizione umbra appare in pieno, se pure in modi esteriori.

Nel 1465, col suocero Pietro Mazzaforte, l'A. dipinge il polittico per Cagli, ora a Brera; nel 1466 quello di Montelpare (Vaticano) : e in queste, ed in altre tavole, l'innegabile influenza delle pitture di Benozzo Gozzoli in Montefalco si va man mano stemperando nei contatti avuti nelle Marche con le opere dei Vivarini e di Carlo Crivelli. A Gualdo Tadino (1472), nella chiesa di S. Francesco, un polittico con oltre cinquanta immagini rappresenta il suo capolavoro. Ricorderemo ancora il polittico Albani del 1475 e la grande ancora (Incoronazione della Vergine) di S. Nicolò di Foligno (1492), dove vien meno l'originale equilibrio toscanoveneto che costituiva senza dubbio il
maggior pregio dell'arte di questo pittore.
Birl.: S. Frenfanelli Cibo, N. A. e la Scuola Umbra, Roma 1872: U. Gnoli, Pittori e miniatori nell' Umbria, Spoleto 1923. Marcello Dussio
ALVA y ASTORGA, Pedro de. - Teologo francescano spagnolo, n. a Carbajales (Compostella), m. a Bruxelles nel 1667 . Di straordinaria cultura e attività, lettore giubilato e procuratore generale del suo Ordine, compilò a Roma un Bullarium francescano (io volumi inediti). Difensore acerrimo dell'Immacolata Concezione di Maria, è l'autore che più scrisse su questo argomento; per la violenza delle polemiche scatenate dovette lasciare la Spagna nel 1661 e riparare nei Paesi Bassi. Lo scritto suo più notevole s'intitola Armamentarium seraphicum pro tuendo Immaculatae Conceptionis titulo (Madrid 1648). Gran parte delle sue opere, che formerebbero ca. 40 volumi in folio, è rimasta inedita.

Ha però all'Indice (decr. 6 luglio 1665) una vita di s. Francesco d'Assisi : Naturae prodigium, gratiae portentum. Hoc est seraplict P. N. Francisci vitae octa ad Christi D. N. vitam et mortem regulata et coaptata (Madrid 1651), dove riscontra ben 4000 rassomiglianze tra s. Francesco e

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Gesù Cristo (H. Reusch, Der Index der verbotenen Bücher, II, Bonn 1885, p. 263).

Bibl.: Ioannes a s. Antonio, Bibliotheca universa franciscana, Madrid 1732, p. 426; H. Holzapfel, Bibliotheca franciscana de Immaculata Conceplione, Quaracchi 1904, pp. 94-97; Hutter, IV, coll. 13-15; H. M. Shuralca, Supplementum vi castigatio ad Scriptores trium Ordinum S. Francisci a Waddingo alivive descriptos, nuova edia., parte II, Roma 1921, pp. 318320 .

ALVARADO, Alonso de. - Spagnolo, missionario in Estremo Oriente. Nel 1530 entrò nell'Ordine agostiniano a Salamanca, e nel 1542 parti per il Messico; di là passò poi a Goa, donde nel 1549 tornò a Lisbona; nel 1571 andò alle Filippine, dove lavorò con successo in diverse parrocchie. Il suo zelo si estese ai numerosi immigrati cinesi residenti a Binondo, per i quali scrisse una dottrina cristiana (che però è attribuita anche al domenicano Cobo). Dal 1575 era provinciale del suo Ordine alle Filippine. Morì a Manila nel convento di S. Paolo, nel maggio 1576.

Bibl.: L. Pérez, Cutillano bio-bibliográfico de los religiosos agostinos de los Islas Philipinas, Manila 1901, p. 11; Streit, Bibl., IV, p. 355 .

ÁLVARES, Gaspar Affonso. - Missionario gesuita, n. presso Coimbra il 1626, m. a São Tomé il 24 nov. 1708. Entrato in religione nel 1641, partì per l'India nel 1647 e fu rettore a Goa, superiore a Bandora e provinciale del Malabar (1680-84). Procuratore della sua missione a Roma, ripartì nel 1677. Nominato vescovo di Mylapur e consacrato a Goa nel 1693, difese vivamente presso Clemente XI la liceità dei "riti malabarici» contro le prescrizioni del card. di Tournon. Varie lettere dell'A. sono elencate nella Bibliotheca Missionum di Streit (V, pp. 192-93, e VI, p. 15).

Bibl.: A. Franco, Imagem de virtude em o noviciado... de Lisboa, Lisbona 1717, pp. 656-57; E. Rivière, s. v. in DHG, II, coll. 664-65.

ÁLVARES, Joio. - Monaco benedettino dell'Ordine militare di Avis, n. a Torres Novas all'inizio del sec. xv, m. dopo il 1470 . Segretario dell'«infante santo", d. Fernando, figlio del re Giovanni I, divise con lui in Africa una lunga prigionia (1437-43). Riscattato, tornò in patria, portando seco le reliquie del martire, che consegnò, in Santarém, al re Alfonso V. Nominato abate del monastero di Paço de Sousa, si distinse per lo zelo col quale cercò di risanarne i costumi, e fu incaricato di una riforma. L'A. vietò, tra l'altro, ai suoi correligiosi di uscire dal monastero, di ricevervi secolari, di possedere terre, ecc., ciò che gli valse il loro risentimento e la loro opposizione, ma l'ostilità incontrata non diminuì il suo fervore di carità, tanto che in occasione di un suo viaggio a Roma fece pervenire loro la traduzione di tre lettere attribuite a s. Agostino, ed inoltre la Regola di s. Benedetto, l'Imitazione di Cristo, e altre tre lettere, scritte di suo pugno e volte a incoraggiarli al bene.

L'opera per cui A. si raccomanda alla storia delle lettere è la cronaca della prigionia dell'infante d. Fernando, che merita un posto eminente nella prosa quattrocentesca portoghese.

Bibl.: Le tre lettere furono pubblicate da J. P. Ribeiro, Dissertacios chronológicas, I, Lisbona 1810, pp. 352-67; Della Crónica do sancto e virtuoso infante Don Fernando ecc., la migliore e più recente edizione è quella a cura di J. Mendes dos Remedios, Crón. do Inf. Santo... segundo um cod. ms. do sec. xv, Coimbra 1911. Per l'opera riformatrice dell'A., v, soprattutto Benedictina Lusitana, II, Coimbra 1631, pp. 265 sgg. e F. de Almeida, Historia da Igreja em Portugal, II, Coimbra 1910, passim.

ÁLVAREZ, Baltasar. - Teologo ascetico spagnolo, n. a Cervera del Rio Alhama (1533 o 1534), m. a Belmonte (Toledo) il 25 luglio 1580 . Gesuita nel 1555 ,
dedicò quasi tutta la sua vita alle cariche di governo e alla direzione spirituale. Vicerettore del collegio di Avila, vi fu sei anni confessore di s. Teresa (15601566). Maestro dei novizi a Medina del Campo (1566) e Villagarcia (1577), rettore a Salamanca (1574), fu visitatore della provincia di Aragona (1574), e provinciale di quella di Toledo negli ultimi suoi mesi.
A. non ha lasciato opere stampate. Le sue Pláticas y exposición de las reglas generales de la Compañía furono pubblicate nel 1910 a Madrid; le sue Meditazioni sono ancora inedite. Ma esercitò un influsso notevole attraverso la biografia, nella quale il suo discepolo Luis de la Puente (v. pa ponte) ha esposto le sue dottrine, opera che può dirsi classica nella letteratura spirituale. L'insegnamento del padre A. sull'orazione, e specialmente su "l'orazione di silenzio", sembrò ai suoi superiori allontanarsi dallo spirito di s. Ignazio. Per giustificarsi, A. espose le sue idee in due memoriali, compendiati dal p. de la Puente nella biografia (capp. 13 e 41 ; il testo del primo è perduto, il secondo fu pubblicato integralmente in appendice alla ristampa del 1880 ).

Questi documenti, fondati sopra una conoscenza sperimentale non comune, godono grande autorità presso i maestri spirituali. Se i superiori e il generale Mercuriano, pur mantenendo l'A. in cariche di fiducia, gli imposero d'abbandonare alcune sue idee sull'orazione, per tornare ai metodi degli «Esercizi spiri-
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Alunno, Niccolò - Quadro eseguito per la confezermita di S. Antonio - Deruta, Pinacoteca.

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tuali n, ciò si deve, oltre che ad espressioni esagerate o confuse dell'A., al timore di deviazioni dallo spirito genuino dell'Ordine, date le tendenze di alcuni gesuiti spagnoli di allora. Superati almeno in parte questi pericoli, il nuovo generale Claudio Acquaviva, nella sua enciclica dell's maggio 1590, doveva fissare in modo più completo e comprensivo la posizione tradizionale della Compagnia sull'orazione e la contemplazione.

Bibl.: L. de la Puente, Vida del p. B. A., Madrid 1615 (numerose edizioni e traduzioni, due in italiano, Roma 1692 e Venezia 1793; la ristampa spagnola di Madrid 1880, curata dal p. J. de la Torre, ha preziosc sggionte e appendici); A. Astrain, Hist. de la Comp. de Jesús en España, II-III, Madrid 1903-1909, passim; H. Brémond, Hist. littéraire du sentiment religieux en France, VIII, II, Parigi 1928, pp. 228-69; P. Duden, Les leçons d'oraison du p. B. A. (1573-78), in Revue d'ascétique et de mystique, 2 (1921), pp. 36-57; E. Hernández, s. v. in DSp. I, coll. 409-406.

Edmondo Lamalle
AlVAREZ, Diego. - Domenicano spagnolo, n. a Medina del Rio-Seco, nella Vecchia Castiglia, verso la metà del sec. xvi. Fu professore di teologia in Spagna e più tardi a Roma, ove intervenne con Thomas de Lemos nella discussione contro i molinisti, nella congregazione De Auxiliis, sotto Clemente VIII e Paolo V. Quest'ultimo lo nominò arcivescovo di Trani (19 marzo 1606). Morì nel 1635 , lasciando numerose opere che lo rivelano un teologo di prim'ordine nelle questioni della grazia.

Citiamo fra l'altro: 1^{°}. Commentaria in Isaiam prophesam juxta sensum litteralem et moralem cum annotationibus is. Patrum et aliquibus animadversionibus in gratiam praedicatorum in unum collectis (Roma 1599). 2^{°}. De auxilits dicinae gratiae et humani arbitrii viribus et libertate, ac legitima eius cum efficacia eorundem auxiliorum concordia libri XII (Roma 16ro; Lione 1620; Trani 1625); 3^{°}. Responsionum ad obiectiones adversus concordiam liberi arbitrii cum divina praesidentia, presidentia et praedestinatione atque cum efficacia praevenientis gratiae, prout a s. Thoma et thamistis defenditur et explicatur libri IV (Trani 1622; Lione 1622); 4^{°}. Operis de auxilits dicinae gratiae et humani arbitrii viribus et libertate, ac legitima eius cum efficacia eorundem auxiliorum concordia summa in IV libros distincta (Lione 1620, Trani 1625).

Bibl.: Ughelli, VII, col. 914; Hurter, III, coll. 659-60; J. Quétif - J. E. Echard, Script. Ord. Praed., II, Parigi 1721, p. 481-82; R. Coulon, s. v. in DHG, II, coll. 872-73.

Domenico Restange
AlVAREZ, Mangel. - Gesuita portoghese, n. a Ribeira Brava (Madeira) nel 1526 e m. ad Evora il 30 dic. 1582. Fu rettore dei collegi di Coimbra e di Evora; ma soprattutto provetto insegnante di lingue classiche e deve la sua fama, non ancora tramontata, alla sua grammatica latina, uscita a Lisbona nel 1572 col titolo di De institutione grammatica, libri tres. Prescritto come testo di scuola dalla Ratio Studiorum (v.) per i collegi dell'Ordine, contò più di quattrocento edizioni, con numerose versioni nelle varie lingue e compendi e rimaneggiamenti. Scritta tutta in latino, il che facilita l'apprendimento non solo delle regole, ma anche della lingua, è ricca inoltre di suggerimenti e norme per l'insegnamento e la metodologia, e offre una visione efficace del sistema pedagogico degli antichi collegi. Accanto ai consensi, suscitò anche critiche fin dagli inizi da parte dei revisori della Ratio, che desideravano una maggiore chiarezza e una migliore divisione di materia. L'apparire in seguito di grammatiche latine, scritte in volgare, a cominciare dalle edizioni dell'oratoriano De Condren e del portorealista Lancelot, fino a quelle dei nostri tempi, ne ridusse sempre di più la fama e l'uso; qualche tentativo tuttavia rimane ancora e non senza ottimo frutto (cf. ad es. G. Llobera, Grammatica classicae
latinitatis ad Aleari Institutiones conformata Scholis hispanis, americanis, philippinis, Barcellona 1919-20).

Bibl.: Sommervogel, I, coll. 223-49; G. M. Pachtler, Ratio studiorum et Institutiones scholasticus Sw. J. per Germanium alae vigentes, 4 voll., (Monumenta Germanica Pædagogica, II, V, IX, XVI), Berlino 1887-94.; R. Schwickerat, Jesuit Education, St. Louis 1904; A. F. Forrel, The Jesuit Code of Liberal Education, Milwaukee 1958, pp. 446-52. - Il testo originale della grammatica, passato attraverso tanti rimaneggiamenti dopo l'ed. di Lisbona (1572) e di Vencela (1573), era diventato una rarità ; fu ristampato a Parigi nel 1859 dall'editore Le Clerc.

Celestino Testore
AlVAREZ de Toledo, Gabriel. - Scrittore spagnolo, n. a Siviglia nel 1662 da nobile famiglia di origine portoghese, e m. nel 1714. Fu tra i fondatori della R. Academia Española, ed ebbe la carica di bibliotecario maggiore del re. Mutò a trent'anni la vita di corte con quella ascetica, dandosi alla penitenza, alla preghiera ed alla carità.

Scrisse poesie mistiche, raccolte nel vol. LXI (pp. 1-18) della Biblioteca de Autores Espaludes, e opere storiche (Historia de la Iglesia y del mundo antes del Dihuatd), un poema burlesco (la Burromuchia) e un romance in endecasillabi sul mortirio di s. Lorenzo; interessante, dal punto di vista religioso, anche una parafrasi del salmo Minerere.

Buon prosatore, di vasta cultura, conoscitore di lingue classiche e moderne, non di rado felice nell'ispirazione delle liriche religiose, per quanto vòto a creare una forma di retorica sacra, in cui è palese lo sforzo erudito e umanistico, ha tuttavia nei momenti migliori qualche cosa che ci ricorda Luis de León.

Bibl.: Oltre la citata raccolta di poesie, si leggano le Cartas di Luis Salazar y Castro ad A. de T., Saragozza 1717, in cui si riprende la questione del linguaggio già toccata nella Historia de la Iglesia.

Ruggiero M. Ruggieri
AlVAREZ de Toledo, Juan. - Cardinale, n. nel 1488 dai duchi d'Alba, m. nel 1557. Vesti l'abito domenicano a S. Stefano di Salamanca. Divenne vescovo di Cordova (1523), di Burgos (1537), cardinale (1538), arcivescovo di S. Giacomo di Compostella (1550). Giulio III lo pose a capo dell'Inquisizione romana (1553). Fu poi vescovo d'Albano (1553) e di Frascati (1555).

Bibl.: R. Coulon, s. v. in DHG, II, col. 887; Eubel. III, pp. 25, 143, 173, 178; Pastor, V-VI, passim.

Giovanni Meseguer
AlVAREZ DE PAZ, Diego. - Uno dei principali autori spirituali della Compagnia di Gesù. N. a Toledo nel 1560 , gesuita nel 1578 , seguiva in Alcalá le lezioni di teologia del p. Gabriele Vázquez, quando partì nel 1584 per il Perú, dove finì i suoi studi e ricevette il sacerdozio (1586). Professore di filosofia, poi di teologia e di S. Scrittura, fu in seguito rettore dei collegi di Quito (1596-1600) e Cuzco (1601-1605), vice-provinciale del Tucumán (1605-1607), prefetto degli studi e quindi rettore a Lima (1609). Alla fine del 1616 o nei primi del 1617 ebbe la carica di provinciale del Perú, che tenne fino alla morte avvenuta a Potosí il 17 genn. 1620. Superiore zelante, promosse l'estirpazione delle superstizioni idolatriche fra gli Indiani convertiti. Più volte chiese invano alle autorità coloniali di mettere Lima in stato di difesa contro i pirati inglesi.
A. deve la sua fama ai tre volumi in folio, pubblicati a Lione per i tipi di Orazio Cardon: De vita spirituali etusque perfection, 1618; De exterminatione mali et promotione boni, 1613; De inquisitione pacis seu studio orationis, 1617 (per le ristampe parziali, cf. Sommervogel e UriarteLecina; per l'uso pratico, serve la ristampa di Vivès, Opera omnia, Parigi 1875-76, 6 voll. in 4^{°} ). Essi formano le parti organiche di una grande esposizione sintetica della teologia spirituale (contemporanea dell'Elercutio de perfección di A. Rodríguez, del De virtute et statu religionis di F. Suárez e del De la perfección del cristiano en todos sus estados del

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P. De la Puente). Il primo volume tratta della natura e dei gradi della vita spirituale e della perfezione evangelica; il secondo della pratica della perfezione, da una parte con la distruzione dei peccati e dei vizi, e con la mortificazione delle passioni (uno dei più bei tratti), dall'altra con l'acquisto delle virtù, specie dell'umiltà, e coi tre voti di religione. Il terzo volume si svolge tutto sull'orazione: preghiera vocale (ufficio divino) e mentale; ciò che precede, accompagna, segue l'orazione; materia di orazione per i principianti, i progredienti e i perfetti (qui A. inserisce una serie di 249 meditazioni; è da notare l'uso quasi continuo che fa della forma di meditazione per colloqui); poi, nei due ultimi trattati, l'orazione affettiva e la contemplazione perfetta. Secondo il piano esposto dall'autore nel proemio del primo volume, questo terzo volume doveva trattare pure "de procuranda animarum salute"; ma lo sviluppo dato alla materia dell'orazione non lo consentì, e A. promise di farne oggetto d'un libro separato, che non ebbe poi tempo di scrivere.

Scritta tutta in latino (a differenza delle opere dei grandi autori spirituali spagnoli dell'epoca), l'opera di A. è di carattere prettamente didattico (con grande uso, e a volte un po' abuso, delle divisioni), e, anzitutto, teologico; unisce grande precisione dottrinale a ricchezza di dati biblici e patristici. A. è il primo teorico dell'orazione affettiva, distinguendo egli nettamente fra meditazione e contemplazione (t. III, cap. iv). E il primo gesuita che abbia trattato diffusamente della contemplazione infusa; oltre alla sua manifesta esperienza personale, le sue fonti sono qui unicamente medievali : s. Tommaso, i Vittorini, ecc.; la sua dimora nel Perù non gli permise di conoscere o almeno di utilizzare gli scritti di s. Teresa e degli altri mistici contemporanei.

Bibs.: E. Terres Saldamando, Las antiguas jesuitas del Perú, Lima 1882, pp. 349-53; Sommervogel, J, coll. 252-58; J. E. Uriarte-M. Lecina, Bibl. de escritores de la Camp. de Jesús... de España, I, Madrid 1925, pp. 155-63. - A. Astrain, A la memoria del grande asceta D. A. de Paz, in Gregorianum, I (1820), pp. 304-422; E. Ugarte de Encilla, Tercer centenario del P. D. A. de Paz, in Razón y fe, 58 (1920), pp. 465-73 e 59 (1921), pp. 186-97; E. Hernández, s. v. in DSp. I, coll. 407 409; A. Fottier, Le p. L. Lallemant et les grands spirituels de son temps, I, Parigi 1927, pp. 298-339; A. Vanguas, A. de Paz et l'amison affective, in Revue d'uscit. et de mystique, 19 (1938), pp. 376-93. Edmondo Lamalle

ÁlVAREZ PEREIRA, NONIO, beato. - Conestabile di Portogallo, n. a Bomjardim nel 1360 da nobile famiglia. Benché onorato dalla regina Eleonora, vedendo che il suo governo era fatale per la patria e detestabile per la morale, non esitò ad abbracciare nel 1383 il partito del futuro re Giovanni I, facendolo trionfare a Lisbona dopo una brillante battaglia. Lo stesso fece ad Alentejo e finalmente agli Atoleiros contro il re di Castiglia, alleato di Eleonora. Pieno di zelo per la fede cattolica, diresse in seguito le armi contro i maomettani marocchini, ai quali prese la città di Ceuta. Con il matrimonio di Beatrice sua figlia col principe Alfonso fondò la dinastia reale di Braganza; ma nel 1422 deponeva tutti gli onori e ricchezze per vestire l'abito carmelitano nel convento di Lisbona, dove santamente morì nel 1431. Benedetto XV, nel 1918, ne approvò il culto liturgico.

Bib.: J. P. Oliveira Martins, Vida de Nun'A. P., Lisbona 1902 ; E. Battaglia, L'Eroe Nazionale Portoghese b. Nonio A. P., Roma 1918. Giuseppe M. Pau y Marti

ÁLVARO, Paolo (Paulus Albarus, Alvarus), di Cordova. - Scrittore medievale spagnolo, ebreo di origine, n. presso Cordova alla fine del sec. viII e m. probabilmente nell'86r. Fu condiscepolo di s. Eulogio (v.) alla scuola dell'abate Sperandio (Speraindeus). Benché laico, promosse sempre gli interessi della Chiesa e, insieme al suo amico Eulogio, difese la fede
nella persecuzione del califfo Abderrahman, interessandosi anche di questioni teologiche.

Poeta e apologista, ci ha lasciato scritti importanti, notevoli per eloquenza e forza di sentimento:

1. Vita et passio 1. Eulogii, tributo d'affetto alla memoria dell'amico, vittima (859) della persecuzione dei Mori.
2. Indiculus luminosus, dell' 854 , apologia del martirio, anche "spontaneo", e vivace requisitoria contro le dottrine di Maometto, rappresentato come un precursore dell'Anticristo.
3. Confessio Alvari, colloquio con Dio di cui esalta gli attributi, descrivendo la propria indegnità; lo compose negli ultimi suoi anni. Ricca di pietà e di erudizione biblica.
4. Epistolario : 20 lettere, comprese quelle a lui dirette. Le ultime ( 14-20 ) riguardano l'apostata Eleazaro, da cristiano fattosi giudeo: in esse tratta delle profezie messianiche adempiutesi nel cristianesimo, e della perfidia giudalca. - La corrispondenza tra A. ed Eulogio è inserita, nel Migne, tra le opere di Eulogio (PL 115, 731 sg., 819 sg. e 841 sgg.; cf. coll. 959-66).
5. Poemata: 12 carmi, sacri e profani: molto celebrato quello sull'usignolo; notevoli gli esametri in onore di s. Girolamo e l'inno ad Eulogio, e soprattutto i versi sulla biblioteca di Leovigildo, interessanti per il Canone biblico e un magnifico elogio della Scrittura.
6. Dubbia è l'attribuzione ad A. del Liber scintillarum, sine Laci communes, collezione di sentenze sulle virtù e vizi tratte dalla S. Scrittura e dai Padri, già pubblicata tra le opere di Beda (VII, ed. Basilea 1563, pp. 515-627).

Bibs.: Testi in PL 111, 387-388 (secondo l'ed. di E. Filères); Vita di s. Eulogio: PL 115, 705-24; L. Traube ha curato l'ed. critica dei Carmi, in MGH, Poetae Latini, III, pp. 122-42. - W. Baudissin, Eulogius und A., Lipsia 1872; id., A. von Corduba, in Realencyklop. f. prot. Theol. u. Kirche, I, Lipsia 1896, pp. 426-28; A. Ebert, Geschichte der Literatur des Mittelalters, II, Lipsia 1880, pp. 303-11; M. Manitius, Geschichte der lateinischen Literatur des Mittelalters, I, Monaco 1911, pp. 421-28; J. Pérez de Urbel, Vida de s. Eulogio, Madrid 1928; A. E. Anspach, Das Fortleben Isidors vom VIII. bis IX. Jahrhundert, in Miscellanea Isidoriana, Roma (Pont. Univ., Grec.) 1936, pp. 210-31 (Liber scintillarum).

ÁLVARO, Pelayo (Pelagio). - Vescovo di Silves, autore di varie opere politico-religiose, n. in Spagna verso il 1275-80. Insegnò diritto canonico a Bologna, a Perugia, finché nel 1304, ad Assisi, indossò l'abito francescano. In seguito visse nell'Umbria, a Roma nel convento di S. Maria in Aracaeli (1327-29), fu poi penitenziere apostolico ad Avignone (1330-32). Nominato vescovo di Corone (Grecia) nel 1332, l'anno appresso fu trasferito alla diocesi di Silves (Portogallo), dove incontrò molte difficoltà. Mori a Siviglia sulla fine del 1349 (l'ultima data del testamento è del 4 dic.) o al principio del 1350.

Dei suoi scritti, tutti di carattere compilatorio, per lo più senza indicazione di fonti, è notissimo il De statu et planctu Ecclesiae (1330-32), edito col titolo De planctu Ecclesiae (Ulma 1474, Lione 1517, Venezia 1560 [il solo libro I anche presso Roccabertí, Bibliotheca maxima pontificia, III, Roma 1698, pp. 223-66]). Nel libro I esalta il potere spirituale su quello civile, mentre nel libro II inveisce contro i difetti degli ecclesiastici. Vi inserisce pure degli aneddoti e delle notizie curiose, qualche volta autobiografiche. Lo Speculum Regum (1340-44), dedicato ad Alfonso XI di Castiglia, in parte è edito da R. Scholz (Unbekannte birchenpolitische Streitschriften, II, Roma 1914, pp. 514-29). Dei Collyrium fidei adversus haereses novas, posteriore al 1344 , è edito qualche brano da J. Döllinger (Beiträge zur Sehlengeselichte, II, Monaco di Baviera 1890, pp. 615-17), dallo Scholz (op. cit., II, pp. 497-514), da M. Menéndez y Pelayo (Historia de los heterodoxos españoles, III, 2^{text {a }} ed., Madrid 1917, pp. cxxx-cxxxII), e da L. Oliger (De secta Spiritus libertatis, Roma 1942, p. 156 sg.). La biblioteca Bodleiana di Oxford (codice Canonic. 529) conserva un Quioguogesilogium, intorno alla regola francescana. Un sermone sulla visione beatifica sembra essere andato perduto.

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Bibl.: H. Bayländer, A. P., Aschaffenburg 1910; A. Amaro, Fr. A. P., in Archivo Ibero-Americano, 3 (1916), 1, pp. 5-32, 192213; 6 (1916), II, pp. 5-28; N. Jung, Un Franciscain théologien du Poussoir pontifical au XV P siècle, A. P., Parigi 1931; L. Oliger, A. P. e un suo curioso racconto su la Verna, in Studi Francescani, 3 e serie, 8 (1936), pp. 133-43; id., A. P. fu a Pisa?, dial., 9 (1937), pp. 47-50; id., Eine Strandunger Kapitelsmuehdate nach A. P., in Archiv für elsässische Kirchengeschichte, 12 (1937), Livaria Oliger

ALVASTRA (Alwastra, Alvastrum, AlVASTER[N]). - Antica abbazia cistercense in Svezia, sulla riva orientale del lago Vätter, a sud di Vadstena, in diocesi di Linköping, nella provincia dell'Östergötland. Quarantesima fondazione di Clairvaux, prima casa dei Cistercensi nei paesi scandinavi, sorse, vivente s. Bernardo, nel 1143 con il concorso del re Sverker e di sua moglie Ulvilde (Alfhild, Alvida), fautori della vita monastica nella nazione. In memoria della regina ebbe nome Alfhildrum (Alvildrad), donde, poi, Alvastrum. Crebbe subito in splendore e rinomanza. Ne fu primo abate Roberto; il monaco Stefano, dottissimo, venerato nell'Ordine come beato, fu, nel 1164, eletto primo arcivescovo di Upsala e primate di Svezia. Con lo stesso re fondatore si iniziò la serie dei sovrani sepolti in A. Gustavo Wasa (1523-60) soppresse la celebre comunità incamerandone i beni : l'ultimo abate, Torkil, imposto dal governo quale regio amministratore, si dimise nel 1529. L'importante biblioteca andò dispersa. Oggi rimangono solo imponenti rovine, specie della chiesa, testimonianza dell'antica grandezza.

A. è particolarmente legata al ricordo di s. Brigida il cui figlio Benedetto vi morì giovane studente, mentre il marito della santa, il principe Ulfone, con il consenso di lei, vi fu accolto fino alla morte e annoverato tra i familiares o "confratres" del monastero (cf. Memelgium Cisterc., al 21 marzo e 26 luglio). Brigida stessa, dopo la morte dello sposo ( 12 febbr. 1344), volle condurvi vita solitaria (13441346), fino alla partenza per Roma, ove la segui il priore del cenobio, Pietro Olavo.

Da A. ebbero origine (filiae) le abbazie di Varnhem, Saba (Julita o Juleta) e Gudsberga (Mons Domini; Husaby).

BibL.: G. Iongelinus, Notitia Abbatiorum Ord. Cisterc., VII, Colonia 1640, p. 36; A. Matriique, Annales Cisterc., anno 1143, cap. 7, n. 5, Lione 1622, p. 452 sgg.; P. Ekermann, Alvastra in Ostrogothio, Upsala 1722; A. Rhyzelius, Monasteriologia Stiogothica, Linköping 1740, pp. 127-33; L. Janauschek, Origin. Cisterc., I, Vienna 1877, pp. 73-74; Fr. Hall, Beiträge zur Geschichte der Cistercienuer-Kloster in Schweden (trad. dallo svedese), in Cistercienuer-Chronih, 15 (1903), pp. 167-77 e 193202 (con disegno delle rovine); U. Berlière, s. v. in DHG, II, col. 892 (con elenco degli abati); Wdw. Ortved, Cisterciezordenen og dens Klostre i Norden, II, Copenaghen 1933. pp. 33-141; L. H. Cottineau, Répertoire Tapo-Bibliographique des Abbayes et Prieurés, I, Mâcon 1939, col. 75 sg.

Igino Cecchetti
ALVELDA (AlbeldA), Juan Gonzales d'. - Teologo spagnolo, n. a Navarrette (Saragozza) il 18 genn. 1585, m. nel 1622. Fattosi domenicano, fu professore di teologia all'Università di Alcalá, dal 1612 al 1622. Scrisse: Commentariorum et disputationumin I { }^{text {em }} partem Summae S. Thomae de Aquino volumina duo (Alcalá 1621, Napoli 1637).

BibL.: J. Quéiif-J. Echard, Script. Ord. Praed., II, Parigi 1721, p. 427; Hurter, III, p. 657; P. Mandonnet, s. v. in DThC, I, coll. 930-31.

ALVELT, Agostino. - Francescano, da Alfeld (Hildesheim), m. nel 1532 o più tardi, uno dei primi avversari di Lutero e dei più efficaci controvertisti cattolici del tempo. Nel 1520 lettore di S. Scrittura nel convento di Lipsia, nel 1523 guardiano ad Halle, nel 1528 ministro provinciale della Sassonia. Si deve
in gran parte alla sua opera la persistenza dei Francescani nella fede cattolica.

Fin dal 1520 pubblicò in latino una difesa sul primato del romano Pontefice che provocò una prima risposta polamica da parte di uno scalaro di Melantone, controbattuta dal francescano Giovanni Fritchaus, ed una seconda più autorevole da parte di Giovanni Lonicer per incarico e con l'aiuto di Lutero, a cui rispose lo stesso A. dirigendosi apertamente contro Lutero. Contemporaneamente l'A. pubblicò una difesa del Popato in lingua tedesca per il popolo, provocando lo sdegnoso e violento scritto di Lutero Del papato in Roma contro il famosinimo romanista di Lipsia (1520). Altro scontro tra A. e Lutero fu occasionato dalla questione sull'Eucaristia e sulla comunione sub utroque specie; furono le contestazioni dell'A. a determinare l'esposizione del programma di Lutero in lingua latina: De captivitate bubylonica. A. contestò gli attacchi di Lutero al vescovo Benno di Muissen, santificato nel 1524, e la lettera consolatoria di Lutero ai novatori di Halle per l'uccezione di un loro predicante ( 1528 ), da taluni però attribuita al duca Giorgio di Sassonia.

Bibl.: Due scritti del 1524 e 1527 ripubblicati da L. Lemmens, in Corpus Catbolicoram. fasc. 11, Münster in V. 1926; L. Lemmens, Der P. Augustin aus Alfeld, Friburgo in Br. 1899; id., Aus nuggetrachten Franziskanerbriefen der XVI. Jbda. Münster in V. 1911, p. 35 sgg; H. Grisar, Lutero, trad. ital., Torino 1928, passim.

Mistio Bendiacoli
ALVIANO, Bartolomeo d'. - Condottiero n. a Rocca d'Alviano, dalla nobile famiglia dei Liviani, nel 1455, m. a Bergamo nel 1515. Iniziò la sua carriera nel 1478 al soldo del Papa e del re di Napoli contro Lorenzo il Magnifico. Passò quindi al fianco degli Orsini e per essi battaglio nel 1496 nelle terre della Chiesa. Nel 1503 combatté con gli Spagnoli contro i Francesi ed ebbe parte decisiva nella battaglia del Garigliano che segnò la definitiva sconfitta di Luigi XII nel regno. Nel 1507 insieme con Niccolò Orsini, conte di Pitigliano, si mise al soldo dei Vencesiani, e vi rimase fino alla morte. Dopo la campagna vittoriosa del 1508 contro Massimiliano re di Germania, che diede a Venezia la conquista momentanea di Trieste, iniziò nel 1509 quella contro la lega di Cambrai; ma nella sconfitta di Agnadello fu preso prigioniero. Liberato cinque anni dopo, riprese servizio col grado di capitano generale della Serenissima e gli fu confermato il possesso creditario di Pordenone in Friuli. A lui si deve la sconfitta degli Svizzeri nella battaglia di Marignano (1515).

Bibl.: E. Ricotti, Storia delle Campagnie di ventura in Italio, III, Torino 1845, passim; L. Looni, La vita di B. d'A., Todi 1838; A. Battistella, Pordenone ed i d'Alviano, in Mem. stor., Paragivilesi, IX, 1913, p. 241 sg.; R. Cessi, s. v. in Enc. Ital., II, pp. 736-37.

ALZOG, Johannes Baptist.- Storico ecclesiastico, n. ad Ohlau il 29 giugno 1808, m. a Friburgo in Brisgovia il 10 marzo 1878. Ordinato sacerdote nel 1834, fu professore di storia ecclesiastica e di esegesi a Posen, Hildesheim e Friburgo. Pubblicò nel 1841 un Lehrbuch der Kirchengeschichte e nel 1866 un Handbuch der Patrologie. La prima opera specialmente ebbe larga diffusione ai suoi tempi e fu tradotta in diverse lingue. Fu anche collaboratore del WetzerWeite's Kirchenlexikon. Nel 1869 l'A. venne a Roma, invitato da Pio IX, per prendere parte al lavoro di preparazione del Concilio Vaticano.

Bibl.: H. Heumer, s. v. in DThC, I, coll. 931-32.
Silvio Furlani
ALZON, Emmanuel d'. - Fondatore degli Agostiniani dell'Assunzione (v.), n. a Le Vigan (Gard, Francia) il 30 ag. 18 ro, m. a Nîmes il 21 nov. 1880. Unico erede di una nobile famiglia profondamente cristiana, superando l'opposizione del padre, visconte Henri Daudé d'Alton, il 4 marzo 1832 scomparve da casa per recarsi al seminario di Montpellier. Dopo due

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anni di preghiera e di studio, declinando gli inviti di Lamennais a la Chesnaie e del suo amico Salinis a Juilly, si recò a Roma. Nel dic. 1834 ricevette gli Ordini sacri dopo aver dolorosamente rotto le relazioni con Lamennais. Scriveva allora: "Mi confermo in alcune massime, delle quali il mio viaggio a Roma mi fa comprendere l'importanza. La prima si è che bisogna sempre lavorare per Roma, talvolta senza Roma, mai contro Roma ". Di ritorno in Francia, si mise alla piena dipendenza del vescovo di Nîmes, che lo nominò vicario generale onorario ( 8 dic. 1835). Mantenne il secondo posto della diocesi per 45 anni, sotto quattro vescovi dei quali godé la fiducia.

Di ricche doti e rare virtù, fu sempre dedito allo studio, cui uni una notevole attività, sorretta da straordinaria energia. Si occupò particolarmente delle religiose dell'Assunzione, e fu il consigliere e direttore della loro fondatrice, M. Eugenia di Gesù. Avendo acquistato il convitto dell'Assunzione a Nîmes, ne fece la culla di una Congregazione e adottò l'abito e la regola di s. Agostino. La cura di tale fondazione dominò tutta la sua vita. Nel santuario di Nostra Signora delle Vittorie (Parigi) emise privatamente i voti religiosi (1845). Gli inizi furono modesti; le vocazioni erano poche ma di prim'ordine. Alla cura dell'insegnamento, per la cui libertà organizzò una lega cattolica e fondò (1871) la Revue de l'Enseignement Clirétien (col programma, che figurava nel primo numero: libertà di insegnamento per tutti i gradi, libertà d'associazione, libertà di possedere), uni un ardente zelo per la feconda opera di N. Signora delle Vocazioni, da lui istituita per i ragazzi poveri, ai quali al termine dei loro studi è lasciata libertà di scelta fra il clero secolare, le missioni o la vita religiosa. Nel 1862 a Roma gli fu affidato dal Papa l'incarico di adoperarsi per ricondurre alla Chiesa i dissidenti dell'Oriente. Due anni dopo fondò le Oblate dell'Assunzione (v. assunzione, oblate dell'), Congregazione destinata ad aiutare i religioni nelle varie opere, specie in Oriente. Intanto, uno dei suoi figli, P. Pernet, ideava nel 1865 la tanto popolare Opera delle piccole suore dell'Assunzione (v. assunzione, piccole suore dell'). Di molte associazioni e comunità religiose fu il fondatore e l'animatore. Ricordiamo i conventi del Rifugio e delle Carmelitane, gli orfanotrofi di S. Giuseppe e di S. Francesco di Sales, l'Associazione delle Signore della Misericordia per le donne dell'aristocrazia, la Società di S. Stanislso per i fanciulli della classe media e operaia, l'Opera delle ragazze pentite e di quelle dette della Maddalena, l'Associazione del S. Cuore di Maria per la conversione dei peccatori, l'Opera dei soldati, la Società di S. Maurizio. Lasciò : Méditations sur la perfection religieuse, edite da E. Baudouy, 2 voll., Parigi 1926-27. E in corso il processo di beatificazione, aperto a Nîmes nel 1931.

BibL.: Anon., Notes et Documents pour servir d l'histoire du P. d'A., 2 voll., Parigi [1894-1910]; S. Vaihé, Vie du P. d'A., 2 voll., Parigi 1926-34; P. Guissard, Le P. E. d'A., ParigiBraselles 1934.

Fo nualdo Souarn
AMA (AMULA), vaso liturgico: v. AMPOLLA; BOCCALE.

AMADEI, Girolamo. - Teologo, n. a Siena ca. l'anno 1483, m. a Lucca il 16 febbr. 1543. Fu religioso servita e divenne vicario generale per la Germania. Con l'insegnamento della teologia a Bologna ed a Siena e soprattutto con lo zelo spiegato a combattere le dottrine luterane, alla cui confutazione consacrò parecchi scritti inediti, seppe meritarsi la stima del papa Adriano VI, che lo nominò generale dell'Or-
![img-21.jpeg](img-21.jpeg)
(1ot. Assnati)
Amadeo, Giovanni Antonio - Guglia detta - dell'Amadeo *. Milano, Duomo.
dine. Di lui si ha una Apologia sull'immortalità dell'anima (Milano 1518).

BibL.: A. Vacant, s. v. in DThC. I, col. 932; I. Fraikin, s. v. in DHG, II, coll. 915-16.

Cesare Bertola
AMADEO, Gaetano. - Compositore, n. a Porto Maurizio (Imperia), nel 1824, m. a Nizza marittima l'8 apr. 1893. Allievo del Pacini a Lucca, poi del Rossini a Bologna, maestro di cappella nella cattedrale di Marsiglia dal 1852 al 1875 , godé la stima e l'amicizia di Thomas e Gounod. Lasciò molte composizioni sacre : messe, inni, salmi, mottetti, nonché sinfonie per orchestra, concerti, romanze, ecc.

Silverio Mattei
AMADEO (Omodeo), Giovanni Antonio. - Architetto e scultore lombardo (1447-1522), apportò alla tradizione lombarda decisivi caratteri rinascimentali. Opera giovanile fu la decorazione scultorea (capitelli) del chiostrino di Pavia e, secondo A. Venturi, La danza degli Angeli in S. Eustorgio. Nella cappella Colleoni (1475), felice connubio di architettura e di scultura, l'A. dà la riprova della sua sensibilità che si risolve in un decorativismo pletorico, che è senza dubbio una traccia del non spento gusto gotico, ma che tuttavia svela la sincera adesione a caratteri originali e pienamente quattrocenteschi. E, in questo senso non meno che nella tradizione lombarda, la statua di Medea Colleoni rappresenta un risultato definitivo. Altri esempi dell'instanxabile attività dell'A. sono l'edicola del capitano Tarchetta nel duomo di Milano (1480), i monumenti a s. Francesco e a s. Airaldo nel duomo di Cremona (1481). Dal 1481 al 1515 l'A., ar-

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chitetto del duomo milanese, lavorò alla costruzione del tiburio, ne completò l'interno ed eresse il «gugliotto» che porta il suo nome. Attese anche alla costruzione e all'ornamento della facciata e dei due chiostri della Certosa di Pavia, coadiuvato, in questo come in altri lavori, da un numeroso stuolo di seguaci. Ved. Tavv. LXXIII-LXXIV.

BitL.: F. Malaguzzi-Valeri, G. A. A. scultore e architetto lombardo, Bergamo 1904: A. Venturi, Storia dell'arte ital., VI, Milano 1908.

Marcello Dossio
AMADEO, Joao da Silva y Menezes. - Francescano portoghese, n. da famiglia nobile tra il 1420 ed il 1455, m. a Milano nel 1484. E detto Amadeus lusitamus (non hispanus), ma nel Portogallo e nella Spagna non lasciò traccia di sé. Verso la metà del sec. xv approdò in Italia in abito di pellegrino, e, fattosi francescano, fondò una Congregazione di Francescani riformati, che, movendo dal convento di Oremo presso Vimercate, si diffuse particolarmente in Lombardia, con un convento a Milano (S. Maria della Pace); uno l'ebbe anche a Roma (S. Pietro in Monforio). Visse pure in quest'ultima città e Sisto IV lo sedse a suo confessore. I suoi frati si chiamavano Amedeiti e furono uniti da s. Pio V ai Minori nel 1568. Gli si attribuiscono due opere che non gli spettano, cioè una Nova Apocalypsis, ed un libro di Omelie, le quali ultime sono invece di un monaco cistercense, poi vescovo di Losanna. Qualche documento fu ultimamente pubblicato su lui e la sua attività religiosa.

BitL.: L. Wadding, Scriptores Ord. Min., editio novissima, I, Roma 1906, p. 12; id., Annales Minorum, XIV, Quaracchi 1933, pp. 360-74: P. Sevesi, A. M. de Silva e Documenti inediti, in Miscell. Frontres., 32 (1932), pp. 227-32.

Luigi Berca
AMADIA (Amadijahi), diocesi di. - Diocesi caldea residenziale, nel Kurdistan, suffraganea di Babilonia dei Caldei. Quando A. era nestoriana comprendeva anche le attuali diocesi di Zâhó e Aqra Zehbar; e la situazione rimase invariata anche dopo l'unione con Roma. Solo nel 1850 si effettuò la divisione in tre diocesi. Nel 1895 Aqra fu ancora unita con A. sotto un solo vescovo, ma nel 1910 ne fu separata di nuovo. La serie episcopale cattolica comincia col 1785. I fedeli sono 5.457 e 17 i preti. La sede è nel villaggio di Arâden, ove i fedeli sono più numerosi che in A.

BitL.: J. B. Chabot, in Rev. de l'Orient Chrétien, I (1896), p. 440-53; Tfinkdji, L'Eglise Chaldéenne Cath., in A. Battandier, Annuaire Pontif. cath., Parigi 1914. p. 52 dell'estratto; Anon., Statistique des catholiques de rite chaldéen du patriarcal de Babylone, in Orientalia Chr. Periodica, 4 (1938), p. 273.

Pietro Sfair
AMALARIO di Metz (Amalarius, Amalharius). Teologo e liturgista medievale, sulla cui vita si hanno pochi e discussi dati storici. Sembra sia n. a Metz tra il 770 e il 775 . Probabilmente fu alla scuola di Alcuino, ad Aquisgrana, come ritiene G. Morin, o, come pensano altri, a Tours (cf. De eccl. off., IV, 17; De ord. Antiph., capp. 58 e 67); m. a Metz il 29 apr., tra l'850 e l'853. Secondo l'uso accademico del tempo, al nome franco Amalario (Amalhere) si aggiunse il soprannome letterario Symphasius, di cui Fortunatus potrebbe essere un sinonimo latino.

Tornato a Metz, Leidrado lo invitò, a quanto sembra, a Lione per servirsene nella restaurazione dell'ordo piallendi secondo il rito della cappella palatina (lettera di Leidrado a Carlomagno, in MGH, Epist., IV, p. 542 sg.). Verso l'809, elevata dall'imperatore la sede di Treviri a metropoli, A. vi fu preposto quale metropolita; ma per non urtare le suscettibilità locali, preferì non fare uso della sua giurisdizione sui suffraganti. Nell'811, da Carlomagno fu mandato ad Amburgo per consacrare la prima chiesa cristiana sassone
al di là dell'Elba; e nella primavera dell'813 fu inviato con Pietro, abate di Nonantola, ambasciatore a Costantinopoli per le trattative di pace con l'imperatore d'Oriente (MGH, Epist., V, p. 555 sg.; cf. Eginardo: PL 104, 478). Tornato in Italia nella primavera successiva, soggiornò a Nonantola, contristato dalla notizia della morte di Carlo (28 genn. 814).

Da quest'epoca A. non compare più come vescovo di Treviri, ché un potente personaggio, Hetti, occupa il suo posto : forse, scoraggiato per la perdita del suo augusto sostenitore, vi rinunziò, cedendo alle altrui opposizioni. Come generalmente si crede, sembra che sia stato anche abate commendatario; e forse proprio in questa occasione, per compenso, gli venne data in commenda un'abbazia, che, secondo il Morin, potrebbe essere stata quella di S. Pietro di Hornbach in diocesi di Metz. Con tutta probabilità, stando a Metz, fu una specie di ausiliare (chorepiscopus) di Drogone (823-55), il figlio di Carlomagno, che durante le sue frequenti e lunghe assenze dalla diocesi la governava per mezzo di "corepiscopi ".

A. ebbe parte importante nel Sinodo di Aquisgrana dell'816 sulla riforma del clero, e in quello di Parigi dell'825 sulla controversia delle immagini. Durante l'esilio di Agobardo, arcivescovo di Lione, gli fu affidata l'amministrazione di quella metropoli (835-38); ma per aver tentato una riforma liturgica con l'introdurvi il suo Antifonario, si attirò le ire dei partigiani di Agobardo, capeggiati dal diacono Floro, il quale gli mosse contro una violenta campagna e riuscì persino a farlo condannare come eretico nel Concilio di Kiersy (o Quierzy, Carisiacum, sett. 838: MGH, Conc., II, p. 768); dopo di che Agobardo poté tornare alla sua sede.

A. ricompare, dopo una diecina di anni, nelle dispute teologiche sulla predestinazione, sollevate dall'insegnamento di Gotescalco (v.). Fu a Roma almeno due volte : sotto Leone III (795-816), probabilmente nell'814, di ritorno da Costantinopoli (cf. De eccl. off., I, 42; IV, 40), e sotto Gregorio IV, nell'831, inviatovi in missione da Ludovico il Pio (cf. De ord. Antiph., prol. e cap. 58); egli ne profittò sempre largamente per i suoi studi liturgici.

Fu sepolto nell'abbazia di S. Arnolfo, a fianco del suo augusto amico Ludovico il Pio; e ben presto fu dal popolo onorato come santo.

Sulla grave questione dei due A., quello di Metz e quello di Treviri, agitata dal Simnond, ha fatto luce, dopo tre secoli, con vari scritti, G. Morin che identifica i due (cf. Etudes, Textes, Découvertes, Maredsous 1913, pp. 62-63; si veda ora I. M. Hinssens, opera sotto citata).

Scritti. - Delle numerose opere di A. ci sono pervenute le seguenti, quasi tutte di carattere liturgico :

Liber Officialis, detto anche De Ecclesiasticis Officiis, in 4 libri, dedicato all'imperatore Ludovico il Pio; opera principale, alla quale A. lavorò in più riprese. Ne pubblicò i primi 3 libri verso l'820 e vi unì gradatamente, quale appendice, un gruppo di lettere (PL 102, 1333-40). In una seconda edizione, vi aggiunse il I. IV (cf. Pref. Pasquam). Dell'opera completa curò poi un'ultima edizione verso l'832, dopo il secondo viaggio a Roma. E necessario tener presenti questi dati per spiegare lo stato dei numerosi codici (ca. 80). Il testo pubblicato nel 1568 da Hittorp, e riprodotto nel Migne, è una combinazione della seconda e della terza edizione. E merito di A. Wilmart aver rilevato la varietà delle edizioni autentiche di A. (Revue Bénéd., 37 [1925], pp. 73-99).

De ordine Antiphonarii è la seconda opera di A. per importanza liturgica e una delle ultime da lui composte, poiché il libro deve essere posteriore alla morte di Ludovico

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![img-22.jpeg](img-22.jpeg)

CAPPELLA COLLEONI - Bergamo.

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![img-23.jpeg](img-23.jpeg)

MONUMENTO DI MEDEA COLLEONI
Bergamo, cappella Colleoni.

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![img-24.jpeg](img-24.jpeg)
(preyc. P. Pinti)
CAMPANALE DEL DUOMO dal chiostro del Paradiso (sec. xili)

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![img-25.jpeg](img-25.jpeg)

PIANETA DI BROCCATELLO CON FIGURE A RICAMO Scuola fomminga (sec. xv) - Tesoro del Duomo.

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il Pio (840), nonché di Gregorio IV (844), come dimostrano le indicazioni cronologiche del cap. 58 (cf. Hanssens, in Ephem. Liturg., 4 I [1927], p. 239). L'opuscolo ha carattere apologetico, in quanto A. lo scrisse per giustificare i criteri usati nella composizione del suo Antifonario (v. sotto).

Esistono varie Expositiones della Messa. Anzitutto il De officio Missae, ricordato nella corrispondenza con Pietro di Nonantola (MGH, Epist., V, p. 245 sg.), che A. compose in mare, durante il viaggio a Costantinopoli. Tornato a casa, A. dovette rifondere questo suo trattatello in un altro più completo. Entrambi, parzialmente conservati nel ms. di Zurigo C. 102, furono pubblicati nel 1927 dal p. Hanssens in Ephemerides Liturgicae (41 [1927], pp. 166-73). Il terzo trattato sulla Messa è dato dalle Eclogae de Ordine Romano et de quattuor orationibus Missae (o Eclogae de officio Missae), descrizione della Messa pontificale romana. E stato ritenuto opera posteriore, derivata dagli scritti di A. (cf. Rev. Bénéd., 25 [1908], pp. 304-20); ma il p. Hanssens, considerando la grande somiglianza delle Eclogae coi primi due trattati, pensi che esse ne possano costituire l'edizione autentica definitiva. Ritiene inoltre che la Expositio Missae che s'inizia con le parole Missa pro multis causis celebratur, dal Wilmart attribuita a un anonimo del sec. x (cf. D.ACL, V, col. 1022 sg.), debba conservare altri frammenti della prima expositio di A., e in Ephem. Liturgicae (44 [1930], pp. 24-46) ne dà l'edizione critica.

L'Epistolario (MGH, Epist., V, pp. 240-74) comprende solo una diecina di lettere, tra le quali notevoli la risposta a Carlomagno sulle cerimonie del Battesimo, l'epistola all'abate Tiduno sull'epoca delle sacre ordinazioni e dei digiuni,