)
Amaterasu - Lotta di A. (sole) contro la luna e la terra. Bronzo giapponese (sec. xviII) - Roma, Museo Miss. Etnol. Lateranense.
## Page 595
AMAT di San Filippo e Sorso, Luigi. - Cardinale, n. in Cagliari da famiglia d'origine catalana il 20 giugno 1796, m. a Roma il 30 marzo 1878. Fu protetto dal card. Consalvi, resse parecchie legazioni dello Stato pontificio, e le nunziature di Napoli (1826) e di Madrid (1833-35). Cardinale nel 1837, accompagnò Pio IX a Gaeta (1849). Vescovo di Palestrina (1852), restaurò la disciplina, promosse gli studi e fondò ospedali. Nel 1870 divenne vescovo di Porto e S. Rufina, nel 1877 d'Ostia e Velletri e decano del S. Collegio.
Bibl.: J. Frankin, s. v. in DHG. II, coll. 980-81.
Giovanni Meseguer
## AMATERASU.
- E per gli shintoisti la "grande, augusta divinità che splende nel cielo" ossia la dea del sole.
All'epoca in cui lo shintoismo era ancora una pura religione della natura, è probabile che gli antenati della casa imperiale venerassero il sole come la loro più alta divinità. Per procurare poi una maggiore autorità alla casa regnante, o la stessa dea del sole venne riconosciuta come progenitrice della famiglia imperiale, o la vera avola venne divinizzata ed identificata con la dea del sole. E cosi A. Omikami divenne non solo la progenitrice della dinastia giapponese, ma venerata anche come la più alta divinità sebbene questa nello shinto originario fosse Ameno-minakanushi («il signore dell'augusto centro del cielo»). Questo dio però richiamando l'epoca in cui gli antenati dei Giapponesi erano monoteisti si prestava meno di A. agli intenti nazionali dello shinto dello Stato, e perciò questa fu dichiarata la più alta divinità del Giappone.
Stando alla tradizione giapponese, il culto e la venerazione della dea del sole risalgono molto indietro nel tempo. Da principio essa era venerata nell'abitazione imperiale dove era anche custodito il sacro specchio, suo simbolo.
Già nel primo millennio d. C. vi era l'uso che nelle più importanti circostanze l'imperatore mandasse in Ise, dov'è il tempio della dea, dei legati con doni e sacrifici per lei. Tutti gli avvenimenti di qualche rilievo, come la dichiarazione di guerra o la conclusione di pace, devono essere comunicati da messi imperiali al santuario di Ise, ove si devono leggere alla dea i relativi documenti.
Quando un nuovo imperatore sale al trono, va egli stesso in pellegrinaggio ad Ise per annunziare di persona alla divina avola il grande avvenimento. In occasione della seconda guerra mondiale, l'imperatore Hirohito si è recato di nuovo in pellegrinaggio ad Ise per pregare la dea del sole ed implorarne il particolare aiuto per la prosperità dell'impero giapponese.
A tutti i Giapponesi vien poi raccomandato di intraprendere almeno una volta in vita un pellegrinaggio al santuario nazionale di A., dal che si ripromettono una particolare protezione della potente soccorritrice per il popolo e la famiglia.
Anche nel palazzo imperiale di Tokyo, nella cosiddetta sala Kashikodokoro, si trova un tempietto sacro alla dea del sole, nel quale l'imperatore di quando in quando svolge funzioni religiose in qualità di gran sacerdote dello shinto di Stato.
Numerosi sono i templi consacrati alla dea A. nei diversi luoghi dell'impero ed occorre spesso di in-

(Int. Brogi)
contrare delle pie-tre-ricordo o delle lanterne in pietra con su scrittovi il nome di A.
Il popolo onora in vari modi la dea allo spuntare del sole, battendo le mani, facendo inchini verso l'Oriente e contemporaneamente recitando preghiere. L'esercito onorava l'imperiale progenitrice e altissima dea presentando le armi al sole che sorge.
Bibl.: K. Katô, A study of Shintô, the religion of the Japanese nation, Tokyo 1926; R. Petrazzoni, La mitologia giapponese secondo il I libro del Kajihi, in Testi e documenti per la storia delle religioni, I, Bologna 1929; W.Gun-
dert, Japanische Religionsgeschichte, Tokyo 1935; M. Marega, Ko-Gi-Ki, Vecchie cose scritte: libro base dello Shintoismo giapponese, trad. ital., Bari 1938; P. S. Rivetta, La religione dei Giapponesi, in P. Tacchi Venturi, Storia delle Religioni, I, 2^{°} ed., Torino 1939, pp. 549-78. ;, Doroteo Schilling
AMATI, Carlo. - Architetto, n. a Monza il 22 ag. 1776, m. a Milano il 23 marzo 1852. Ebbe parte nel completamento dei fianchi e della facciata del duomo di Milano (1803-13). Applicò i canoni accademici alla sua massima opera, la chiesa di S. Carlo in Milano (1836-47), edificata sul posto dell'antica parrocchia di S. Maria dei Servi, di cui era parroco il fratello Giacomo, che contribuì alla elaborazione dei piani per la nuova chiesa. Ne è risultato un tempio classicheggiante di forma circolare, coperto da cupola emisferica e preceduto da pronao ottastilo e propilei sormontati da palazzi. L'A. fu anche scrittore d'arte e insegnò all'Accademia di Brera.
Bibl.: Per la chiesa di S. Carlo, cf. C. Ponzoni, Le chiese di Milano, Milano 1930, p. 443 sgg. Saverio Pisani
AMATO di Montecassino. - Benedettino, storico del sec. xi. Fu monaco della celebre abbazia sotto l'abate Desiderio (1058-86); fu anche vescovo, come sicure fonti documentano, non sappiamo però di quale diocesi.
Il suo nome è legato alla Historia Normannorum, in 8 libri, da lui scritta tra il 1080 ed il 1086 e dedicata a Desiderio, ispiratore del lavoro. I primi 3 libri narrano la storia dei Normanni dalle origini nordiche alle prime conquiste in Italia; dal libro IV in poi, è la storia di Riccardo di Capua e di Roberto il Guiscardo. Il racconto termina con la morte di Riccardo (1078). A. è entusiasta dei Normanni
## Page 596

(fol. Alimati)
Amazzone - Sarcofago etrusco in mermo dipinto con combattimento tra Greci e A. (sec. iv s. C.): particolare - Firenze, Museo Archeologico.
(li chiama fortissimi, invincibili), ed ha compreso la grande importanza storica della nuova forza politica che si formava nell'Italia meridionale. La sua non è una cronaca: vuol fare una storia (non segue quindi l'ordine rigidamente cronologico), seguendo il modello della Historia Langobardorum di Paolo Diacono. Non è giunto a noi il testo latino della Historia di A.; abbiamo solo un volgarizzamento in cattivo francese del sec. xiv: la traduzione non è letterale, spesso il testo viene riassunto; altri errori ha aggiunto il copista.
Abbiamo notizia di altre opere scritte da A.: i Gesta Apostolorum Petri et Panli, un poema in 4 libri che, attraverso il racconto della vita di s. Pietro (il secondo apostolo viene appena ricordato alla fine del 1. IV), vuol celebrare l'azione di riforma della Chiesa per opera di Gregorio VII; e due altri scritti minori, andati perduti: De laude Gregorii VII e De duodecim lapidibus et civitate coelesti Hierusalem.
Bibl.: M. Schipa, A. di Montecassino, in Arch. Stor. per le province Nap., 13 (1889), pp 484-510: e soprattutto V. De Bartolomeis, nella prefazione alla sua ottima edizione critica della Storia dei Normanni (Fonti per la Storia d'Italia, 76). Istituto Stor. Ital. per il Medioevo, Roma 1935; i Gesta sono stati pubblicati, sull'unico codice di Bologna, da A. Gaudensi, in Boll. dell'Ist. Stor. Ital., 7 (1889), pp. 46-95. Michele Maccarrone
AMAZONI (Manáos), diocesi di. - Nello stato di Amazonas (Brasile), che è il più vasto degli stati brasiliani ( 1.826 .000 kmq .), ma assai spopolato (meno di 500.000 ab .) essendo in gran parte occupato dalla foresta equatoriale. I centri abitati si trovano quasi esclusivamente sui fiumi, e la capitale Manáos, sul Rio delle Amazzoni, raccoglie circa un quinto della popolazione dell'intero stato, composta per metà circa d'indiani, in parte semiselvaggi. La diocesi, eretta il 27 apr. 1892, è suffraganea di Belem do Pará (dal 1906); residenza a Manáos. La Cattedrale è dedicata all'Immacolata Concezione. Nel 1907 fu separata la regione attraversata dal Rio Branco ed eretta in prefettura. Il 1^{°} maggio 1925 con tre parrocchie della diocesi di A. fu eretta la prelatura
millius di Labrea; lo stesso giorno fu smembrata la parrocchia di Hu-maytá e la città di Porto Velho per formare la prelatura nullius di Porto Velho.
Bibl.: s. v. in The Cath. Enc., I (1907), p. 381; U. Rouziès, Amazonas, in DHG, IX, col. 1014; AAS, 17 (1925), pp. 389, 561-66. Giovanni Meacquer
AMAZZONI. - Popolo mitico di donne guerriere con usi e costumi che i Greci stimavano barbari. La leggenda le diceva figlie di Ares ed Armonia, o Afrodite. Abitavano Terniacera, sul fiume Termodonte, lungo la costa meridionale del Mar Nero, ma in età più tarda furono localizzate nel Caucaso, presso gli Etiopi, in Libia, in Tracia, in Illiria. Veneravano Ares e Artemide; eran governate da una regina e non tolleravano uomini. I figli, noti dall'unione con un popolo vicino dove le A. si recavano una volta all'anno, se maschi, erano o mandati dai padri o storpiati perché non diventassero pericolosi. Le A. erano dedite alla caccia e alla guerra; armate di ascia, lancia e scudo semicircolare, facevano spedizioni in Asia Minore o in Grecia e combattevano contro gli eroi più famosi. Varie città dell'Asia Minore sarebbero state fondate dalle A.: Mirina, Cuma, Minitene, Smirne, ecc. A Efeso avrebbero fondato il tempio di Artemide e per prime ne avrebbero goduto del diritto di asilo. In Grecia si mostravano numerose tombe di A., soprattutto nell'Attica, dove avevano assediato Atene perché Tesco aveva rapito la loro regina Antiepe. Durante la guerra troiana Achille avrebbe lottato contro Pentesilea, regina delle A. venute in aiuto dei Troiani. Il mito di Eracle conosce una spedizione dell'eroe, solo o in compagnia di altri eroi, per impadronirsi della cintura della loro regina. I moderni vedono nelle A. o un resto di antico matriarcato, o esseri immaginari creati dalla fantasia dei Greci.
Bial.: Twpffer-Graef, s. v. in Pauly-Wissowa, Realencyclopädie der klassischen Altertumswissenschaft, I, coll. 1754-79; F. M. Bennett, Religious Cults associated with the Amazons, Londra 1912; G. Giannelli-E. Gabrici, s. v. in Eur. Ital., II, pp. 770-74. Luisa Banti
AMBANJA, PREFETTURA APOSTOLICA di. - Situata nell'Africa insulare, deriva dalla prefettura di Isola Santa Maria, Nossi-Bé e Mayotte (quest'ultima appartenente al gruppo delle Comore), e fu eretta nel 1848, per dismembramento del vicariato apostolico di Madagascar, e ingrandita ( 1858 ) con l'annessione delle rimanenti Comore (La Grande-Comore, Anjouan, Mohéli). Distaccatane definitivamente ( 1898 ) l'Isola Santa Maria, la giurisdizione fu estesa ai distretti di Sambirano e Maromandia (Madagascar), ceduti dal vicariato di Diego Suarez; il 2 febbr. 1932, si affidò la prefettura ai Cappuccini dell'Alsacia, venendone insieme precisati i limiti territoriali. Il nome fu mutato in quello di A. con decreto del 14 giugno 1938.
La superfice del territorio è di 14.780 mathrm{kmq}. e la popolazione totale di 240.000 ab., cioè 148.155 musulmani, 64.233 pagani, 4936 cattolici (di cui 3723 indigeni), 821 catecumeni. L'apostolato missionario, affidato a 16 sacerdoti e due fratelli laici cappuccini, e tre suore francescane di Calais, si esplica efficacemente, specie tra i Maigasci dei distretti madagascareni.
Bial.: AAS, 24 (1932), pp. 293-94; 30 (1938), pp. 347-48; Guida delle Missioni, Roma 1935, p. 276, col. 1; MC, pp. 12-13. Giuseppe Monticone
AMBARVALI (Ambarvalia). - Festa romana conceptiva, di quelle cioè che venivano anno per anno indette dai pontefici, in relazione alle vicende stagionali, e perciò non registrata nel calendario e romano e. Consisteva essenzialmente nella circumambulazione dei campi, cioè nel guidare attorno ai medesimi i tre caratteristici animali del sacrificio romano: il porco, la
## Page 597
pecora e il buc. Catone (De agr., 144) descrive il rito e trascrive la formula precatoria. Secondo W. Henzen, Th. Mommsen, G. Wissowa, le a. si identificherebbero con il grande rito di maggio celebrato dai fratelli Arvali (v.) nel loro santuario sulla via Campana; ma è ipotesi che merita conferma, perché gli Atti superstiti non menzionano il rito circumambulatorio, e perché i tre animali, che anche gli Arvali sacrificavano, sono immolati separatamente, in tre momenti diversi e per differenti motivi.
Bibl.: W. Fowler, The roman festivals of the period of the republic. Londra 1899; G. Wissowa, Religion und Kultus der Römer, ²² ed., Monaco 1912; N. Turchi, La religione di Roma antica, Bologna 1939.
Nicola Turchi
AMBASCIATORE : v. AGENTE DIPLOMATICO.
AMBATO (AmbatEN), diocesi di. - Nell'Equitore, suffraganea della sede metropolitana di Quito (v.). Fu eretta il 28 f.bbr. 1948.
Bibl.: AAS, 40 (1948), pp. 311 -13.
AMBERGER, Christopin. - Pittore e silografo tedesco, n. nel 1500 ca., m. tra il 1561 e il 1562 . Appartenne alla scuola di Augusta, e segul soprattutto il Burgkmair (v.), e i veneziani (Tiziano, Bordone), evitando, al contrario dei manieristi tedeschi dopo di lui, ad esempio Hans von Achen (v.), l'influenza dei manieristi toscani. Ad Augusta si trovano pale d'altare di sua mano nel Duomo (1554) e nella chiesa di S. Anna (1560), e nella galleria alcune Madonne. Fu il miglior ritrattista dopo l'Holbein, come prova il ritratto di Carlo V nel Museo di Berlino, di cui esiste una copia a Siena. Forni disegni per la tomba dell'imperatore Massimiliano ad Innsbruck.
Bibl.: A. Haesler, A., Königsberg 1894 : M. J. Friedlaender, s. v. in Thieme-Becker, I, p. 587; A. Feulner, in Buch-ner-Feuchtmayr, Beitr. II, Augsburg 1928, p. 442; G. Dehio, Geschichte der Deutschen Kunst, III, Berlino 1931, p. 127; K. Feuchtmayr, C. A. und Jörg Hermann, in Münchner Jahrbuch d. Bild. Kunst, nuova serie, 13 (1938-39), pp. 79-86. Bernardo Degenhart
AMBIENTI BIOLOGICI. - Per a. b. s'intendono le avariate sedi in cui si ritrovano condizioni sufficienti per permettere la vita degli organismi. Nelle molteplici varietà di condizioni ambientali, che pur hanno un minimum comune per permettere la vita, si trovano organismi vegetali e animali con differenziamento organico perfettamente adattato ad ogni ambiente. Lo studio degli a. b., sia per le condizioni dirette di vita dell'uomo quale organismo, sia per le relazioni dell'uomo con la flora e la fauns, è di estrema importanza che trascende dal campo puramente scientifico per portarsi nella sfera dei problemi sociali ed economici.
Il suolo, solido, l'acqua, liquida, l'aria, gassosa, sono i tre grandi mezzi-ambiente in cui vivono gli organismi, sia vegetali che animali, e questi determinano nei tre mezzi altre condizioni ambientali nuove per altre piante e per altri animali. In tutti e tre questi mezzi la temperatura e la luce sono condizioni di importanza diretta grandissima, poiché di queste condizioni fisiche si dà un optimum e condizioni-limite estreme, che non possono essere superate. La condizione fisica del terreno, roccioso, ghiaioso, sabbioso, argilloso, marnoso, ecc. ha un'importanza essenziale per la vita dei vegetali. Cosi la proprietà del terreno di assumere e mantenere l'acqua o di assumerla da stadi più profondi, è collegata con uno speciale tipo di vegetazione; del tutto caratteristica quella dei terreni aridi (xerofila). Cosi alle condizioni chimiche del suolo fanno riscontro speciali piante. La condizione delI'lume, terreno ricco di detriti vegetali, rappresenta una nuova condizione. Il terreno preparato, coltivato, rappresenta un altro ambiente.
Anche le condizioni dell'aria sono importanti per la vita vegetale e cosi i movimenti di essa (venti). Nei luoghi ventosi la flora è particolare. Infine il movimento dell'aria è essenziale per le piante anemofile (graminacee, conifere, molte piante con infiorescenza a gattino) poiché è il vento che, trasportando il polline, permette la fecondazione. Cosi il vento è necessario alla disseminazione per molti vegetali, i cui semi muniti di alette o paracadute sono perfettamente adattati. Nella considerazione dell'aria per la vita delle piante è di essenziale importanza il grado di umidità, ovvero del contenuto in acqua allo stato di vapore. Nell'acqua e in relazione al tipo di terreno subacqueo vi è una vegetazione adatta, che crea un nuovo ambiente per la vita animale. Le condizioni chimiche dell'acqua, in rapporto soprattutto alle quantità di sali, creano condizioni diverse tra cui le più notevoli sono quelle dell'ambiente d'acqua dolce e quelle di acqua salata.
Anche per gli animali, suolo, aria e acqua rappresentano i tre grandi mezzi-ambiente; inoltre le piante che popolano questi tre a. b. rappresentano altre condizioni ambientali per gli animali.
Poiché le condizioni ambientali non sono fisse ma variano con la notte e il giorno, con il variare delle stagioni e per innumerevoli altri fattori (e l'intervento umano non è a volte uno dei minori) si osservano spostamenti della fauna e della flora che possono essere o periodici o non presentare condizioni di periodicità. Naturalmente le migrazioni periodiche sono più evidenti negli animali, dotati di più ampi movimenti e liberi dal substrato, a prescindere da forme vegetali libere e monocellulari. Cosi la vita stessa vegetale e animale modifica gradualmente un a.b., per cui alcune specie finiscono per non trovare più

Amberger. Chirstopin - Ritratto di C. Baumgartner (1543), Vienna, Museo Storico Artistico.
## Page 598
il loro optimum e si estinguono o emigrano, mentre diviene optimum per altre forme che immigrano. E pertanto un fenomeno comune la successione di specie animali e vegetali in una determinata sede. La promiscuità di vita di molteplici forme e vegetali e animali rivela intime relazioni tra questi viventi spesso particolarmente evidenti. E ben noto che la vita degli animali sulla terra è permessa dalla esistenza delle piante verdi che, con il processo di sintesi clorofilliana (v. pyrosintesi), eliminano ossigeno molecolare, l'unico utilizzabile dalle piante stesse e dagli animali nei processi respiratori. Le relazioni tra i viventi vanno dalle condizioni mutualistiche (quale quella ora citata tra piante e animali, poiché gli animali cedono in cambio e l'anidride carbonica necessaria alle piante per la sintesi del carbonio e sostanze azotate con cui queste fabbricano i protidi), a relazioni antagonistiche.
Quando si ha un'associazione di organismi di diversa natura (piante tra loro, animali tra loro o piante e animali), si parla secondo il concetto di De Bary (1879) di simbiosi, sebbene il concetto moderno attribuisca tale nome ad associazioni favorevoli ad entrambi gli associati. Vi possono essere relazioni utili ai simbionti (inquilinismo, commensalismo, mutualismo) e dannose per l'uno a vantaggio dell'altro e allora si parla di parassitismo. Soprattutto nella condizione del parassitismo si rivela un nuovo grande a. b. (o meglio numerosi a. b.) che è l'ambiente organico: le forme parassite presentano condizioni di adattamento specifiche per i vari ambienti organici (v. mesologia e parassitismo).
Biml.: K. Kräpelin, Principi di biologia, Milano 1911; P. Pasquini e S. Ranzi, Elementi di zoologia, Roma 1940.
Alberto Stefanelli
AMBIZIONE. - Etimologicamente deriva dalla voce latina ambire "andare attorno" o brigare per ottenere onori o cariche.
In senso lato, assai frequente nel linguaggio popolare, a. significa il desiderio di affermarsi, di conseguire onori, di arrivare a posti di responsabilità. In tale senso si suole parlare di a. nobili e sante.
In senso più ristretto, e il solo che ricorra in teologia morale, significa desiderio disordinato e ricerca sfrenata di onori e di cariche. Così intesa, nasce dalla superbia. S. Tommaso nella Sum. Theol., 27-200, q. 131, a. i, così la definisce: "L'a. è un peccato con cui si persegue l'onore in maniera disordinata, o perché non lo si merita, o perché non lo si riferisce a Dio ma unicamente a se stessi».
L'a., come già avverse a. Tommaso nello stesso articolo, si può manifestare in tre modi, secondo la diversità della non ordinata ricerca e bramosia di onori, di cariche, di dignità: i) desiderando dignità ed onori maggiori di quelli che possono convenire al desiderante; a) cercando gloria ed onori per azioni o vie illecite: ad esempio con raggiri, sollevazioni, ribellioni, ecc.; 3) cercando gli onori con vera e propria offesa di Dio. Tale vizio può giungere anche ad essere peccato grave, come nei casi seguenti: a) quando l'ambizioso ponga l'ultimo suo fine negli onori; b) quando cerchi gli onori con danno grave del prossimo o detraendo all'onore di Dio; c) quando cerchi ed ottenga gli onori con mezzi gravemente illeciti.
Iginio Tarocchi
AMBOISE, Georges d'. - Cardinale, n. nel 1460 da nobilissima famiglia a Chaumont-sur-Loire, fece una rapida carriera : già elamosiniere di Luigi XI, nel 1484 era vescovo di Montauban, nel 1492 arcivescovo di Narbona e nel 1493 arcivescovo di Rouen. Nel frattempo si era dedicato alla politica : amico e partigiano del duca Luigi d'Orléans (il futuro Luigi XII), nel 1491 fu inviato come ambasciatore straordinario in Svizzera e nel 1494 come luogotenente generale nella
Normandia. Salito al trono Luigi XII (1498), ne divenne primo ministro e diresse energicamente la sua politica, intesa soprattutto a creare il dominio francese in Italia. Favori Cesare Borgia; ebbe da Alessandro VI la porpora il 17 sett. 1498, e nel 1501 la legazione in Francia. Nel Conclave dopo la morte di Alessandro VI (1503) fece di tutto per assicurarsi la tiara, ma non vi riusci. Dopo la rapida scomparsa di Pio III (1503), svanite le sue nuove speranze per il papato, favori l'elezione di Giulio II, da cui ebbe la legazione permanente nella Francia, in Avignone e nel Venosino, e ottenne ripetute creazioni cardinalizie di francesi e di parenti. Continuò, vivente Giulio II, ad ambire alla tiara.e gli insuccessi della sua politica italiana indussero finalmente il Papa a preparare la liberazione dell'Italia dai Francesi, che segui rcalmente appena morto il cardinale. Per il resto fu gran signore, munifico e benefico, saggio amministratore, promosse la riforma del clero e dei monasteri in Francia. La sua vita privata fu senza macchie. Morì il 25 maggio 1510 a Lione.
Bibl.: Una monografia recente sul card. A. non esiste. Una bibliografia razionata e data da F. Chabod, s. v. in Enc. Ital., II, p. 793 sg.; Pastor, III, passim; A. Vogt, s. v. in DHG, II, coll. 1060-72. Giuseppe Löw
AMBONE: v. pulpito.
AMBROGI, Anton Mabia. - Gesuita, n. a Firenze il 13 giugno 1713, m. a Roma l'11 febbr. 1788. Scrittore colto e studioso, insegnò per un trentennio eloquenza e poesia nel Collegio Romano, acquistandosi grande fama specialmente per la versione delle Opere di Virgilio (l'ediz. migliore, Roma 1763-65) e di Lettere scelte di Cicerone (Roma 1780) e le chiose erudite ed acute, di cui volle accompagnarle. Grande impulso diede anche al teatro dei Gesuiti, componendo tragedie bibliche e traducendo, adattandole, otto tragedie di Voltaire (Firenze 1752). Gli si attribuisce il lavoro illustrativo delle raccolte del Museo Kirkeriano, ora in parte nel Museo preistorico-etnografico Pigorini, Muscei Kircheriani in Romano Soc. Jesu Collegio aerea natis illustrata (Roma 1763-65); l'opera, però, è del p. Contuccio Contucci, conservatore e riordinatore del Museo; l'A. è probabile vi abbia partecipato.
Bibl.: Sommovvogel, I, coll. 273-76. Celestino Testore
AMBROGINI, Angelo: v. poliziano.
AMBROGIO, santo. - Vescovo di Milano e Dottore della Chiesa.
Sommario: I. Cronologia. - II. Vita e opere: significato storico e teologico. - III. Lo scrittore. - iv. Il teologo e il moralista. - v. L'innografo. - vi. L'epigrafista. - viI. Iconografia.
A. è una delle figure più importanti e solenni fra i vescovi della fine del sec. Iv. Di statura piccola e di corpo fragile, era animato da uno spirito chiaroveggente e pratico, da una forza di volontà e di persuasione irresistibili, da un cuore dai sentimenti nobili e profondi. Fu provvidenza singolare che questo spirito magno, senza cercarlo, trovasse il posto e il tempo più adatto per spiegare tutta la ricchezza dei suoi doni, cioè il tempo della cristianizzazione legislativa dell'Impero romano, e la sede vescovile di Milano, residenza di tre imperatori, Graziano, Valentiniano II e Teodosio.
I. Cronologia. - La data della morte risulta dall'antico bingrafo Paolino (Vita, 32 e 48), e fu la vigilia di Pasqua del terzo anno dopo la morte di Teodosio, quindi il 4 apr. 397. La consacrazione episcopale, secondo l'esplicita testimonianza del contemporaneo s. Girolamo (Cronaca, ed. Helm, pp. 247, 16-18), avvenne il decimo anno di Valentiniano I, calcolandolo dal primo consolato del nuovo imperatore ( 1 genn. 365 ), quindi 374 , non 373 , come si è detto recentissimamente. Con l'anno vien confermato anche il giorno tradizionale, il 7 dic., ritenuto dai martirologi e menologi (Martyr. Romantm, p. 570), il quale nel 374 fu una
## Page 599

(da Wilpert, Massiken)
Ambrogio, santo - Ritratto musivo (inizio sec. v) - Milano, Cappella di S. Satiro o di S. Vittore in Ciel d'Oro.
domenica. L'anno di nascita finora non è stabilito con certezza. Se il padre di A. fu veramente "prefetto delle Gallie", è l'anno 339-40; se no, l'autunno del 334, calcolando i 53 anni compiuti, che indica A. nell'epistola 59, dall'arrivo dell'usurpatore Massimo in Italia, cioè dell'autunno 387 , nel quale solo sembra essersi verificata tutta la situazione indicata in quella lettera.
II. VITA E OPERE. SIGNIFICATO STORICO E TEOLOGICO.
- 1. Famiglia. Gioventù, carriera statale (334-74). A. nacque probabilmente a Treviri, dove il padre sembra essere stato un alto funzionario nell'amministrazione delle Gallie (Vita, 3). La famiglia senatoriale e cristiana della "gens Aurelia" (De Rossi, Inscriptiones christianae Urbis Romae, II, par. I, Roma 1888, p. 177; id., in Bullettino di archeologia cristiana, I ᵃ serie,
2 [1864], p. 76 e 3 [1865], p. 15 ; id., Roma sotterranea, III, Roma 1877, p. 24; H. Delehaye, in Awolecta Bollandiana, mathrm{I}ᵃ serie, 48 [1930] p. 193), fu di origine greca, come si può congetturare dại nomi Ambrosius, Uranius Satyrus (suo fratello), Sotheris (parente, martire della persecuzione dioclezianca). Risiedeva però da lungo tempo a Roma dove compare fra le più ricche e nobili famiglie, imparentata probabilmente coi Simmachi (De excessu fratris, I, 32-34 sgg.; Simmaco, Epistolae, I, 63; III, 30-37; Basilio, Epist., 197. 1). Pare che il padre morisse pochi anni dopo la nascita di A. La madre quindi ritornò a Roma con i tre figli, Marcellina, Satiro e A., che era il più giovane (De excessu fratris, I: PL 54; Vita, 4), e che ricevette la formazione di un nobile romano nella grammatica, nella letteratura romana e greca, nella retorica e nel diritto. Neanche mancava il circo e il teatro (Expl. Ps., 40, 24). Ma dietro a quell'esteriorità profana della casa paterna (forse S. Ambrogio della Massima, vicino al teatro di Marcello), ci fu l'educazione religiosa profonda del catecumeno. Sebbene, secondo l'uso del tempo, non fosse ancor battezzato, sembra scrivesse già come laico un con.mentario ai quattro libri dei Re e una traduzione libera del De bello iudaico di Flavio Giuseppe, il cosiddetto Egesippo (ed. di V. Ussani, in CSEL, 66, Vienna 1932). L'unica data che si possa, con qualche probabilità, stabilire della vita romana di A. è l'Epifania del 353 o 354, quando sua sorella Marcellina ricevette il velo delle sacre vergini in S. Pietro dalle mani di papa Liberio (cf. De virginibus, III, i; Vita, 4), col quale A. si sentì sempre unito da legami di profonda venerazione.
Finiti gli studi, parti - non si sa quando - da Roma per Sirmio, dove iniziò la carriera statale con l'ufficio di avvocato al tribunale della prefettura del pretorio. Sesto Petronio Probo, prefetto del pretorio ( 12 marzo 368-3 dic. 374) lo nominò membro del suo consiglio, e dopo qualche anno, forse nel 370 , consularis, cioè governatore delle province della Liguria e dell'Emilia, con sede a Milano (Vita, 5). La prassi giuridica lo portò così in contatto con i più diversi ceti del popolo, tra gli affari più svariati della vita pubblica. Il soggiorno di A. nell'Illirico e del vescovo ariano Aussenzio a Milano (355-74) gli fece conoscere a fondo l'effetto dissolvente dell'arianesimo nell'impero romano. Cominciano allora a delinearsi i destini della Provvidenza per il "consularis", la cui popolarità, congiunta con una probità straordinaria, prepara le vie al futuro vescovo.
2. Primi anni del vescovo. L'asceta (374-78). - Alla morte di Aussenzio, A. aveva quarant'anni. Nell'elezione del successore i contrasti fra ariani e cattolici minacciarono di compromettere la sicurezza pubblica. Il governatore dovette intervenire per tranquillizzare il popolo tumultuante e lo fece con tanta efficacia, che i partiti contrastanti si unirono nell'eleggere il pacificatore stesso, rappresentante della politica imperiale di neutralità religiosa, personalità amata da tutti. Che un fanciullo avesse preso l'iniziativa col grido: A. vescovo! è considerato come leggenda già da Paolino (Vita, 6; cf. Rufino, Hist. eccl., II, II; Socrate, IV, 30; Sozomeno, VI, 34; Teodoreto, IV, 6). I vari tentativi per sfuggire alla carica inaspettata sono ben credibili in un catecumeno e alto ufficiale romano (Vita, 7-9; Ep., 21, 7; Ep., 65, 65); ci voleva anche l'assenso dell'imperatore. Questi però non consente soltanto ma garantisce anche la tranquillità della città (Vita, 9; Ep., 21, 7). Allora
## Page 600
A. accetta, riconoscendo nel mirabile consenso universale la volontà di Dio. Si prepara al Battesimo, lo riceve, come si era pattuito (Vita, 9), da un vescovo cattolico ( 30 nov. 374), e avuti gli altri Ordini nella settimana seguente, è consacrato vescovo il 7 dic. 374. L'assenso di tutti i vescovi, nonostante il can. 2 del Concilio niceno contro i neofiti, era ben giustificato dalle circostanze straordinarie ( E p., 63, 65).
Il nuovo vescovo, benché manifestasse subito il suo carattere spiccatamente cattolico col trasportare dalla Cappadocia talune reliquie dell'ultimo predecessore cattolico, s. Dionigi (Basilio, Ep., 197), per il momento evito prudentemente le controversie dogmatiche, studiando a fondo le questioni intricatissime sotto la direzione del presbitero Simpliciano, e attendendo anzi tutto alla riforma interna del clero (cf. De Off., I, 1-22) e alla propaganda della vita ascetica. La sua predicazione sull'ideale della verginità provoca un movimento religioso in tutta l'Italia e fino alla Mauritania (De virginibus, I, 57. 59), e i libri De virginibus e De viduis, con i quali inaugura la sua attività di scrittore ecclesiastico (377), ne aumentano l'effetto. Egli stesso con la rinuncia ai suoi beni in favore della Chiesa milanese e con la vita ascetica della sua famiglia dette

Ambrogio, santo - Cosiddetta dalmatica di a. A. Stoffa con scene di caccia (vecr. IV-v), ritrovata nel suo sarcofago - Milano, Basilica di S. Ambrogio, Tessuto S. 7 B.
un esempio splendido (Vita, 38). Digiuno, preghiera assidua, lezione e meditazione caratterizzano la vita privata di lui, mentre la sua stanza è accessibile a tutti i bisognosi di aiuto spirituale e corporale, e le sue prediche col fuoco interno e con la perfezione della forma attraggono tutti (Agostino, Confess., V, 13; VI, 4). Il pensiero della sua ascesi è greco, proveniente da Atanasio, Origene, Filone, e in seguito anche da Basilio; ma vita, veste, moderazione sono romane, e tutto è pervaso di un'interiorità molto personale, finora troppo poco studiata. A quel periodo contemplativo dei primi anni appartengono, come pare, anche le sue opere De paradiso, De Cain et Abel, e De Noë.
L'anno 378 ne segnò la fine con la morte del fratello, a cui elevò un monumento perenne con l'edizione delle orazioni funebri De excessu fratris, documento commovente di amore fraterno e di speranza
cristiana. Nell'estate papa Damaso lo chiama, secondo ogni probabilità, al Concilio romano, tenuto contro le accuse dell'antipapa Ursino e del giudeo Isacco. La sinodica all'imperatore Graziano Et hoc gloriae (P. Coustant, Epist. Rom. Pont., I, Parigi 1721, pp. 523-29) tradisce nei pensieri e nella lingua l'ispirazione del vescovo di Milano. Ed è forse questo il primo contatto di A. con Graziano, il quale proprio allora domando a lui un breve compendio sulla fede trinitaria. A. negli ultimi mesi del 378 risponde con i due primi libri De fide, con i qualis'inaugura una nuova fase della sua vita, l'aperta impugnazione dell'arianesimo e le relazioni con gli imperatori.
3. Prima fase della lotta antiariana e antipagana (379-84): A. e Graziano; il teologo. Come nell'ascesi, così anche nella teologia A. deriva i pensieri dai grandi teologi dell'Oriente già nominati, e per la teologia trinitaria specialmente da Didimo Alessandrino. Ma il paragone con Ilario dimostra facilmente la nota romana e personale di una chiarezza molto più persuasiva e definitiva dei modelli: merito importantissimo per quei tempi di turbolente discussioni dogmatiche, benché ottenuto col sacrificio quasi completo della speculazione profonda del Greci. Per l'imperatore questa teologia senza problemi significò la conver-
sione ad una nuova politica religiosa: richiamò i vescovi cattolici banditi da Valente (m. il 9 ag. 378 ), tollerò ancora gli ariani mitigati, ma proscrisse fin d'allora gli ariani estremisti, cioè gli eunomiani (Socrate, V, 2; Sozomeno, VII, 1; Teodoreto, V, 2), e un incontro personale con A. nell'estate 379 condusse alla legge Ounces vetitae, che proibiva il culto pubblico a tutte le eresie (Codex Theodosianus, XVI, 5, 5). Teodosio, assunto come collega da Graziano, il 19 genn. 379, ne segul l'esempio e stabilì la fede cattolica della Chiesa romana come unica religione pubblica dell'impero (Cunctos populos, del 27 febbr. 380). Segue sotto l'influsso di A. una serie di leggi non solo contro le eresie, ma anche contro il culto pubblico pagano.
Così, quasi di colpo, A. è divenuto il primo campione contro l'arianesimo e contro il paganesimo antico. Ma non tardò l'opposizione : il vescovo ariano Palladio
## Page 601
di Ratiaria scrive contro i primi due libri De fide; Giuliano Valente di Petovio, in unione con l'antipapa Ursino, aizza contro di lui i Milanesi stessi. A. si difende in una lunga serie di prediche, edite nel 380 (De fide, III-V) su domanda di Graziano. Verso la Pasqua del 38 I l'imperatore trasferisce la sua residenza da Treviri a Milano, dove oramai si sviluppa una collaborazione sempre più stretta con A. Il trattato De Spiritu Sancto, prova esauriente della divinità della terza persona divina, pare fosse presentato all'imperatore proprio in questo momento.
Il 3 sett. ³⁸¹ (data da mantenersi secondo i manoscritti antichi) un concilio dei vescovi dell' Italia settentrionale si raduna in Aquileia. Graziano l'aveva promesso a due vescovi ariani dell' Illirico come concilio generale, ma A., in pieno accordo con papa Damaso (cf. Dissertatio Maxiwin, ed. F. Kauffmann, Aus der Schule des Wulfila, Strasburgo 1899 , pp. 86-87), aveva persuaso l'imperatore che non avrebbe avuto senso un concilio ecumenico per giudicare sull'ortodossia di due vescovi di pochissimo credito (cf. Gesta concilii Aqai. leiensis, 4: PL 16, 917). Infatti, il già nominato Palladio di Ratiaria (Dacia) e Secondiano di Singidunum (Mesia), dopo breve consultazione del sinodo sono giudicati eretici. La sinodica Benedictus (Epist., 10) domanda a Graziano l'aiuto statale per la loro deposizione; due altre, Provisum e Quamlibet (Epist., 11 e 12) gli raccomandano un intervento contro l'antipapa Ursino, oramai comune nemico di A. e di Damaso, e per la concordia delle Chiese di Alessandria e Antiochia, le cui parti avevano implorato l'aiuto del sinodo. Graziano si prestò per il caso dell'antipapa, rimettendo l'altro affare ad A. stesso. Così questi, troppo fidandosi delle false informazioni del vescovo intruso di Costantinopoli, Massimo, scrisse quell'infelice lettera Sanctum (Ep., 13) a Teodosio, attaccando direttamente le decisioni del Concilio costantinopolitano approvate da Teodosio il 30 luglio e apprese a Milano circa a metà settembre. Questo fu il primo contatto dei due grandi personaggi. Teodosio ne restò offeso, e invece di esaudire la domanda di A. di un concilio generale romano ( E p ., 13,6 ), radunò di nuovo i vescovi orientali a
Costantinopoli, mentre simultaneamente o poco dopo Damaso con A. e i vescovi più importanti dell'Occidente sedevano a Roma (estate 382). Meglio informati di prima, riconoscono l'elezione di Nettario fatta nel Costantinopolitano I, ma non quella di Flaviano di Antiochia, e compongono il cosiddetto Tomus Damasi, probabilmente sotto l'influsso speciale di A. (cf. P. Galtier, in Rech. de scienc. relig., 26 [1936], pp. 385418; 563-79). Allo stesso anno appartiene il De Incarnationis dominicae sacramento, risposta a Palladio, alla Dissertatio Maximini ed agli apollinaristi, oramai apparsi nell' Italia settentrionale, ma insieme nuovo attacco contro il Costantinopolitano I per il suo primatus honoris del canone 2: quest'é il senso del De Incarn., 32 sg.
Lo stesso stretto contatto con Damaso si osserva nella polemica antipagana del 382-83. Graziano, sotto l'ispirazione di A., il quale fin d'adesso tenta di realizzare con logica conseguenza l'ideale dell'impero cristiano, sopprime il titolo imperiale Pontifex Maximus (Zosimo, IV, 35 sg .), rimuove l'altare della Vittoria dalla curia del senato romano, abolisce i collegi sacerdotali e le esenzioni delle Vestali, le cui rendite sono confiscate. Due legazioni vengono a Milano, l'una sotto Simmaco prefetto dell'Urbe, all'imperatore per protestare e chiedere il ritiro dei decreti, l'altra dal papa Damaso ad A., in nome dei senatori cristiani. La prima non fu nemmeno ricevuta da Graziano, avendogli già A. presentato il parere ecclesiastico (Epist., 17, 10; Relatio Symmachi, 20).
La morte violenta dell'imperatore, avvenuta poco dopo ( 25 ag. 383 ), sembrava distruggere tutto. La corte del dodicenne Valentiniano II era sotto l'influsso di sua madre Giustina, ariana. Ma ben presto si sentì il bisogno dell'autorità morale del vescovo di Milano. L'usurpatore Massimo, sotto la maschera di protettore, aveva invitato Valentiniano a venire alla corte di Treviri. Con garbo Giustina domandò ad A. di andare in missione diplomatica a Treviri, per guadagnare tempo e per tendere un laccio al vescovo. Questi invece riconobbe subito l'occasione di poter obbligarsi il giovane imperatore per vantaggio della Chiesa e accettò. Senza metter in dubbio la sovranità dell'usur-
## Page 602
patore sopra la Britannia, le Gallie e la Spagna, sovranità riconosciuta da Teodosio stesso, riusci a indurre Massimo a desistere per allora dal suo piano (Epist., 24, 4-7). Nell'estate dell'anno seguente (384) la missione maturò i primi frutti. Valentiniano si decise contro l'unanime consenso del suo concistoro, in favore della sentenza di A., quando Simmaco avanzò la sua nuova e celebre domanda contro la legislazione antipagana del defunto Graziano (Epist. 17 e 18 di A.; Relatio Symmachi; cf. De obitu Valentiniani, 19).
4. Vittoria definitiva nella lotta antiariana (385-87) : battesimo di s. Agostino. - La reazione di Giustina contro l'influenza crescente di A. non tardò. Certo Mercurino, vescovo ariano di Durostorum in Mesia (?), deposto per la legislazione teodosiana, venne a Milano (probabilmente verso la fine del 384), chiamato forse da Giustina stessa. Il cambiamento del suo nome in "Aussenzio" (Sermo contra Auxentium, 22) significava un programma. Giustina richiese per lui una basilica ad A. (primavera 385). Ma la folla, quando ebbe saputo che A. era chiamato alla corte per tal affare, concorse in massa dinanzi al palazzo, cosicché si dovette pregare infine il vescovo stesso di calmarla. Lo fece, ed ottenne per questa volta il ritiro della richiesta (Sermo c. Aux., 29). Ma una legge del 23 genn. 388 (Codex Theodosianus, XVI, 1, 4) minacciò la pena di morte a chiunque osasse ostacolare la libertà di culto ai partigiani del simbolo semiaxiano di Rimini, e poco dopo si ripeté la richiesta dell'anno precedente. A. decide di opporsi senza far alcuna concessione. Formando con i vescovi vicini un sinodo, si rinchiude con loro e con i fedeli nella richiesta basilica Porziana e nei fabbricati attigui, ed invia un netto rifiuto alla corte. Si invita il vescovo ad un compromesso; A. lo rifiuta (Epist., 21). Segue un lungo assedio della Basilica. A. per mantenere l'entusiasmo del popolo lo fa cantare a due cori i suoi inni e i salmi (cf. s. Agostino, Confess., IX, 6-7; Vita, 13; Sermo c. Aux., 34), e gli dirige la sua instancabile parola: il Sermo contra Auxentium, e probabilmente anche il De Iacob sono di quei giorni. Per la settimana santa si raddoppiano domande e pressioni della corte. Ma la resistenza passiva riporta la vittoria: il Venerdì santo ( 3 apr.) le truppe si ritirano e con loro son ritirate le domande (Epist., 20). L'inaspettato mutamento aveva ancora un'altra ragione : Massimo aveva cominciato ad atteggiarsi a liberatore della Chiesa cattolica contro la corte di Milano (cf. Collect. Avellan., in CSEL, 35, nn. 39-40), e si era lagnato di essere ingannato da Valentiniano, facendo atto di venire con le sue truppe in Italia. Che ne penserebbe A.? Giustina, per allontanarlo per parecchio tempo da Milano, nella speranza anche di toglier così il vento alle vele di Massimo, gli offrì una seconda missione diplomatica. A. vede il giuoco, ma la causa religiosa deve esser liberata da quell'amicizia politica dell'usurpatore : solo così si può spiegare perché accetti anche questa volta. Infatti approfitta dell'incontro con Massimo (estate 386) a Treviri, per rimproverargli tutti i suoi peccati e per rompere apertamente con lui ogni relazione. Espulso da Treviri, fa urgentemente il suo resoconto a Valentiniano, prevedendo la guerra imminente (Epist., 24). Falli dunque l'ambasciata? Forse sì, nel senso di Giustina, non nel senso del vescovo, che distaccò la sua causa da ambedue le parti politiche. Apertamente egli minaccia oramai la vendetta divina agli uccisori di Graziano (Exp. Ps., 61) e agli usurpatori (Apologia Davidis, I, 6, 26 sg.); propone a Valentiniano l'esempio di David penitente (IV, 1-20), e dedica quella Apologia a Teodosio (estate 387 ).
Ma fra tutte le premure quell'anno 387 gli aveva recato una soddisfazione di grandissima portata per la Chiesa intera; il battesimo del celebre retore di Tagaste, s. Agostino, nella Pasqua del 387. L'eloquenza di A. e il suo metodo allegorico nella spiegazione del Vecchio Testamento ne erano stati la spinta (s. Agostino, Confess., V, 13; VI, 4).
5. A. e Teodosio. L'imperatore cristiano (388-95). Nella primavera del 388 Teodosio si decise ad andar contro Massimo, lo vinse presso Siscia e Petovio (28 ag.) e si stabilì a Milano. Il vescovo domandò e ottenne da lui un'ampia amnistia per i seguaci dell'usurpatore (Epist., 40, 25). Ma Teodosio evitava le troppo strette relazioni, conscio forse, fin dal 381, dei contrasti tra le opinioni ecclesiastiche e quelle politiche. Astraendo cioè dalla sua privata e convinta appartenenza alla Chiesa cattolica, si crede del tutto indipendente da essa nel suo governo; mentre A., riconoscendo pure l'indipendenza dell'imperatore nella sfera non religiosa, lo vede anche come membro della Chiesa, la quale aspetta da lui la garanzia della piena libertà dei vescovi nella loro sfera: aiuto positivo, benché mai violento, contro i nemici della verità, osservanza della legge morale e della disciplina ecclesiastica anche nella sua attività d'imperatore (Sermo c. Aux., 36; Epist., 10-14. 17. 18. 21 ecc.).
Teodosio aveva emanato un decreto che obbligava il vescovo di Callinico sull'Eufrate a riedificare una sinagoga distrutta dai cristiani. A. si oppone prima con una lettera (Epist., 40), poi pubblicamente in una predica, non essendo stato ammesso all'udienza domandata, e non comincia la Messa se non dopo la formale dichiarazione dell'imperatore di ritirare il rescritto (Epist., 41: a Marcellina). Teodosio sentì bene che A. aveva sorpassato il limite del riguardo dovuto all'imperatore, e dalla fine del 388 fino al 390 manifestò il suo principio di piena indipendenza con una serie di leggi certo ingrate al vescovo (Codex Theodos., XII, 1, 121; XVI, 2, 27; 3, 1), mentre questi, conscio forse di aver teso troppo l'arco, si ritira ad approfitta del tempo libero per regalare alla Chiesa una serie dei suoi libri più importanti : De officiis ministereum (389390), esortazioni al clero, ordinate secondo il disegno dell'opera omonima di Cicerone; Expositio Evangelii secundum Lucam (ca. 390), prediche domenicali di molti anni; Expositio Psalmi CXVIII, prediche del 389; De Paenitentia, due libri contro i novaziani (ca. 388-89); De Ioseph, prediche del 388; De Helia, De Tobia, De Nabuthe, tre prediche contro il falso uso della ricchezza ( 389 ?).
La fine del 390 portò un totale cambiamento. Teodosio, contro l'opposizione di A., nell'agosto aveva decretato una strage di tre ore fra la popolazione di Tessalonica, per l'uccisione in una sommossa del comandante imperiale. Sette mila persone furono indistintamente trucidate. A. nella sua ammirabile Epist. 51, fece con tutto delicatissimo capire all'imperatore che non avrebbe osato celebrare il sacrificio divino in presenza di lui, se non avesse fatto prima penitenza pubblica del grave peccato. Solo dopo alcune esitazioni, l'imperatore riconosce le ragioni di A., accetta la penitenza ed è riconciliato da A. nel Natale del 390. Questa è la storia. Il racconto retorico di Paolino (Vita, 24) diede origine alla leggenda di Teodoreto ( mathrm{V}, 17 mathrm{sg}.) sul vescovo che ferma l'imperatore sotto il portale della cattedrale, leggenda «meno grande della storia», la quale segnò la vittoria più memorabile del pensiero morale e religioso su ogni grandezza umana. Da questo momento è suggellata l'amicizia tra Teo-
## Page 603

ESTERNO DELLA BASILICA DI S. AMBROGIO (gezz. IX e XI) - Milano.
## Page 604

INTERNO DELLA BASILICA DI S. AMBROGIO (secc. in e mi) - Milano
## Page 605

(let. Alinori)
S. AMBROGIO IN CATTEDRA FRA QUATTRO SANTI
Quadro di A. Bergognone (sec. xv) - Pavia, Certosa.
## Page 606

(prepr. G. Gathaiti)
## Page 607
dosio ed A. L'anno 391 porta come frutti le leggi contro ogni radunanza di culto pagano e contro le eresic (Codex Theodos., XVI, 10, 10; 11; 5, 20). A. si occupa tranquillamente dell'edizione di opere contemplative: nel De patriarchis, vede verificate le benedizioni dei patriarchi nella Chiesa che apre a tutte le nazioni e a tutti gli erranti il porto sicuro della salute; nel De Isaac et anima, disegna la via dell'anima per l'unione con il Verbo divino; nel De bono mortis ne descrive la nostalgia verso la patria celeste; nel De mysteriis (elaborato sulla base dello stenogramma De Sacramentis che ci è conservato) pubblica le catechesi ai neofiti.
Ma l'anno seguente eccolo implicato in nuovi affari delicatissimi : lo scisma antiocheno, e le conseguenze della morte di Valentiniano II. Un concilio a Capua (inverno 391-92), convocato probabilmente a suggerimento di A., tentó invano di comporre la lite fra Evagrio e Flaviano di Antiochia (Epist. 56). Valentiniano chiamò A. a Vienna in Gallia per esser battezzato, ma più ancora per esser liberato da lui dalla tutela del generale Arbogaste, impostagli da 'Teodosio dopo la vittoria su Massimo. Arbogaste prevenne l'arrivo di A. facendo uccidere l'imperatore ( 15 maggio 392). Rimase al vescovo il compito delicato dell'orazione funebre, tenuta nell'ag. dopo trattative con Teodosio (Epist. 53) e pubblicata nel sett. sotto il titolo De obitu Valentiniani. Intanto Arbogaste proclamò imperatore il cattolico Eugenio ( 22 ag. 392), il quale cercò invano l'appoggio del vescovo di Milano (Epist. 57; Vita, 27, 31). Per quasi un anno (sutunno 393-ag. 394) A. s'impose un esilio volontario a Bologna e a Firenze (Epist. 61, 62), a fin d'evitare ogni contatto col nuovo usurpatore. Vinto Eugenio al Frigido ( 6 sett. 394), Teodosio approvò l'atteggiamento di A. verso Eugenio e gli concedette l'amnistia domandata per i partigiani dell'usurpatore: ma poco dopo si ammalò e mori a Milano il 17 genn. 395. Nell'orazione funebre De obitu Theodosii A. delineò nella persona del defunto l'ideale dell'unità fra sacerdozio e impero anticipando un'idea fondamentale del medioevo.
6. Gli ultimi anni (395-97). Il metropolita. - Circondato dalla venerazione di tutti, anche di lontani
pagani (Vita, 25, 36), A. continua il suo apostolato della penna fino alla morte: il De institutione virginis (392), l'Exhortatio virginitatis e il De fuga saeculi (394), l'Explanatio in XII psalmos, sopra la quale morirà (Vita, 42), sono le ultime opere. Forse anche gran numero delle sue lettere furono da lui stesso pubblicate in quegli anni (cf. Epist. 48, 7). Un altro largo campo di azione, oltre la cura dei suoi diocesani, erano le relazioni con tanti vescovi dell'Italia settentrionale, dove esercitava le funzioni di metropolita, fondando nuove diocesi, ordinando vescovi (cf. ad es., Epist. 63). Il suo zelo per quella una et intemerata fidelium communio (Epist. 12, 3) si estende anche fuori della sua provincia metropolitana, specialmente a Tessalonica e all'Illirico (Epist. 15, 16) e fino agli scismi dell'Oriente (Epist. 12-14, 56). Una sua partecipazione però a certo Sinodo di Sirmio, ricordato da Teodoreto (Hist. eccl., IV, 7, 6-9, 9), la cui data resta problematica, si esclude già per la terminologia trinitaria degli atti sinodali, certo non ambrosiana. L'ordinazione di Anemio di Sirmio fatta da A. (fra il 375 e il 380) è l'unico atto che si potrebbe nominare quasi-metropolitano, fuori dell'Italia superiore; ma non ci è noto e neanche è probabile. che A. l'abbia fatta di sua
testa (Vita, i i). I Concili di Aquileia e di Capua non furono sinodi ambrosiani, ma occidentali, voluti rispettivamente da Graziano e da Teodosio.
Dall'elezione del nuovo vescovo di Pavia