volume-01

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e; ma non ci è noto e neanche è probabile. che A. l'abbia fatta di sua
testa (Vita, i i). I Concili di Aquileia e di Capua non furono sinodi ambrosiani, ma occidentali, voluti rispettivamente da Graziano e da Teodosio.

Dall'elezione del nuovo vescovo di Pavia A. ritornò ammalato (febbr. 397), e dopo alcune settimane si estinse la forza fisica di quel corpo debole, sacrificatosi per l'unità interna della Chiesa e dell'Impero. A. mori all'alba del Sabato santo, il 4 apr. 397, immediatamente dopo la comunione eucaristica (Vita, 47). La Chiesa però celebra il giorno della sua consacrazione episcopale ( 7 dic.). Per la basilica ambrosiana, v. Milano. III. Lo scrittore. - Nella sua prima opera A. stesso ci rivela lo scopo della sua attività letteraria : « necessitas maxima eloquia Dei credita populi fonerare mentibus * (De virginibus, I, 1, 1), cioè il senso di responsabilità per il talento divino affidatogli. Quindi quasi tutte le sue opere sono prediche pubblicate. E A. sembra accentuare questo carattere particolare dei suoi scritti, lasciando stare nel testo dei libri alcuni ricordi della parola viva, come «hodie, fratres, audistis * ecc. Dall'altra parte, se mancano questi ricordi, non

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si può senz'altro arguire che in tal libro non si tratti di prediche recitate. In due sue lettere, probabilmente da lui stesso ancora pubblicate (Epist. 47, 1-3; 48, 1-3) ci descrive il procedimento dell'edizione delle sue opere; e il De mysteriis, paragonato col De Sacramentis, completa la sua informazione. Basato su un abbozzo o uno stenogramma delle sue prediche, A. ritiene quello che gli pare atto alla pubblicazione, ma modifica molto il modo di dire, dettando al suo notario, o, specialmente di notte, scrivendo egli stesso; poi lo fa trascrivere in buona scrittura, lo invia talvolta a un amico per una specie di censura, e poi lo pubblica. Ma dettando o scrivendo ha sempre da-
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(fol. Int. d'urti grafiche)
Ambrogio, santo - Incontro di s. A. con l'imperatore Teodosio. Tavola di A. Bergamone (sec. xv).
Bergamo, Accademia Carrara.
vanti a sé le sue fonti, in prima linea la S. Scrittura, alla quale, anche non citandola, allude quasi continuamente; poi i teologi greci sopra nominati, che mette a frutto ora traducendoli liberamente, ora seguendone soltanto il pensiero. Fluiscono dalla sua memoria fecondissima ricordi di autori classici, specialmente di Virgilio, di Sallustio, di Cicerone e di molti altri. Così le pagine di A. appaiono a volte come musaici variopinti. Ma non per questo sono meno attraenti o meno personali, giacché il suo stile conciso, vivace, pieno di sentenze, di metafore e di antitesi, di allegorie che variano celermente dall'una all'altra, stile infiammato sempre dal fuoco interno del suo entusiasmo per Cristo e per la sua Chiesa, costituisce, secondo Erasmo, un genus dicendi aliis inimitabile. E questo stile è il segreto del suo successo letterario, malgrado il severo censore Girolamo (versione lat. del trattato di Didimo, De Spir. Sancto, Praefatio: PL 23, 108; Epist. 84, 7: CSEL, 55, p. 130, 8; De viris inlustr., 124 : PL 23, 751), e malgrado il suo allegorismo audace (del quale trattano J. B. Kellner, Der heilige Ambrosius... als Erklärer des Alten Testamentes,

Regensburg 1893 ; P. de Labriolle, Saint Ambroise et l'exégèse allégorique, in Annales de philosophie chrétienne, 155 [1908], pp. 591-602).

Ecco ora l'elenco delle opere secondo la divisione tradizionale: a) esegetiche (concernenti la più parte il Vecchio Testamento): Exnemeron libri sex; De Paradiso; De Cain et Abel; De Noé; De Abraham libri duo; De Isaac et animn; De lacob et vitu heatu libri duo; De Ioseph patriarcha; De patriarchis; De interpellatione Iob et David; Apologia prophetre David, ad Theodosium Augustum; Enarrationes in XII psalmos Davidicos; Expositio in ps. 118; De Tobia; De Helia et jejuuio; De Nabuthe; Expositionis evangelii secundum Lucam libri decem. Perduti i Commentarii Esaiae.-b) morali e ascetiche: De officiis ministrorum libritres; De virginibus, ad Marcellinam sororem libri tres; De viduis; De virginitate; De institutione virginis et de s. Mariae virginitate perpetua; Exhortatio virginitatis. - c) dogmatiche : De fide ad Gratianum Augustum libri quinque; De Spiritu Sancto; De Incarnationis dominicae sacramento; De parnitentia libri duo; De Sacramentis libri sex; Explanatio symboli ad initiaudos; e il frammento dello Explanatio fidei, riferito da Teodoreto (PG 83, 181-88). - d) retoriche: De excessu fratris sui Satyri l. duo; Sermo contra Auxentium, de basilicis tradendis; De obitu Valeutiniani consolatio; De obitu Theodosii. - c) Lettere (delle quali non rimangono che 91). - f) Inni (di cui si parla a parte più altre).
IV. Il teologo e il moralista. - A. non volle mai essere un teologo, per la semplice ragione che una teologia latina non esisteva ancora, e per crearla A. non aveva né tempo né talento. Ma nella teologia trinitaria, la quale aveva appena elaborata la relazione fra Padre e Figlio, il contributo ambrosiano è considerevole: con la chiarezza e costanza della sua terminologia supera di molto tutti gli autori latini precedenti, specialmente Ilario, e prepara le formule definitive di Agostino. Nella teologia sullo Spirito Santo c'è un vero progresso in A., il quale più volte accenna la processione dello Spirito dal Padre e dal Figlio («Pilioque»: cf. De Spiritu Sancto, I, 119-20; II, 12. 133-34, ecc.). Per mezzo degli inni ambrosiani le formole trinitarie s'imprimevano profondamente nell'anima del popolo. Per mezzo della legislazione religiosa romana, da lui fortemente influenzata, il Concilio Niceno divenne la fede dell'Impero. Nella cristologia A. è il primo scrittore dell'Occidente che si pone contro Apollinare di Laodicea, i cui scritti furono da lui studiati, come l'edizione critica del De Incarnatione, nel CSEL, dimostrerà con evidenza. Le sue espressioni sulle due nature perfette, unite nella persona divina di Cristo, erano tanto felici, che furono ripetute dai Concili di Efeso e di Calcedonia, da Leone Magno e da molti scrittori anche dell'Oriente (cf. G. Galbiari, Della fortuna letteraria ecc., in Ambrosiana, Scritti di storia ecc., pp. 43-73). Espressioni come: ex persona hominis, dette di Cristo, secondo un uso comune di lingua riscontrabile anche in Ilario, non vogliono significare altro che "come uomo". Nella dottrina sulla redenzione e la grazia A. spesse volte vien citato dal Dottore della grazia, Agostino (cf. Opera, ediz. P. A. Ballerini, I, pp. xxix-xliI). Non distingue ancora fra il peccato originale stesso e la sua conseguenza, la concupiscenza, mancanza che si fa sentire specialmente nel De mysteriis, 6, 32 (= lotio pedum) 1). Ma questa distinzione non fu trovata dalla teologia prima di Agostino. La sua teoria invece sull'origine del male morale nella volontà libera dell'uomo, ricorda già le speculazioni del suo grande discepolo. Quanto alla teologia sacramentaria, ancora così poco elaborata nei suoi tempi, le testimonianze sul carattere di sacrificio della Eucaristia sono frequentissime (cf. S. Lisiecki, Quid s. Ambrozius de S.ma Eucharistia docuerit, Breslavia 1910, p. 85 sgg.).

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La penitenza sacramentale appare come pubblica nelle opere di penitenza, imposte dal vescovo in seguito ad una confessione segreta (cf. De paenitentia, I, 16, 90; II, 10, 91-97). Questa unica penitenza sacramentale è lecita una sola volta in vita (De paen., II, 10, 95). Bellissima e profonda è la sua teologia battesimale (cf. De mysteriis, De Sacramentis), nella quale insiste fra l'altro sul valore del Battesimo di desiderio (De obitu Val., 51-53). Sulla sua escatologia (J. Niederhuber, Die Esclatologie des hl. A. Paderborn 1907) è da notare che ha lasciato da parte con finissimo tutto ogni origenismo; lo stesso sembra valere della sua angelologia, la quale, come la sua teoria sulla venerazione dei santi e delle reliquie, sarebbe ancora da studiare particolarmente (l'opera del Dudden, Life and Times etc., I, p. 305-20, è insufficiente). L'ecclesiologia, infine, è pervasa, come sopra abbiamo già accennato, da un senso vivissimo per l'unità interna della veneranda communio di tutte le Chiese, che vede garantita nella loro unione con la Chiesa romana (Epist. 11, 4; De excessu fratris, I, 47; Epist. 42, 1, 12; Epist. 56, 7; De Sacr., III, 1, 5; Explan. in ps. XII, 40, 30 ecc.; cf. B. Citterio in S. A. nel XVI centenario della nascita, Milano 1940, pp. 31-68).

Come moralista A. si trova proprio nel suo elemento e mostra a volte una maestria simile a quella di s. G. Crisostomo nel flagellare le malattie morali del suo tempo, particolarmente l'avarizia e la lussuria. Insiste sul carattere amministrativo della proprietà privata (De Nab., 12, 53; De off., I, 28, 132). Oppone alla debolezza dei molti l'esempio attraente e confortante della verginità volontaria dei pochi; congiunge con questo sacrificio ideale il pensiero del valore satisfattorio per gli altri : "Virgo Dei donum est, munus parentis, sacerdotium castitatis", "Haec parentes redimat, haec fratres" (De virg., I, 7, 32; II, 2, 16). E questo pensiero è basato sulla concezione più generale del "corpus Christi mysticum" (ad es., De Cain, I, 9, 39; De paen., I, 15, 80-81; Exp. Luc., V, 92). Un sistema morale non si trova nelle sue opere. Neanche nel De officiis ministrorum (titolo da ritenersi con i migliori manoscritti) A. vuol darlo, ma seguendo liberamente il De officiis di Cicerone, mette in forma di libri una serie di esortazioni ai suoi figli spirituali, e "ministri" dell'altare (De off., I, 7, 24), e ammette della morale stoica quanto è di valore universale umano, elevandolo, non sempre con piena coerenza, alla sfera della umiltà e carità cristiana (cf. R. Thamin, S. Ambrotte et la morale chrétienne au IV { }^{text {e }} siècle, Parigi 1895; F. H. Dudden, Life etc, II, pp. 302-54).
V. L'Innografo. - Gli inni che s. Ilario aveva"già tentato di introdurre nella liturgia (cf. CSEL, 65, p. 207 sgg.), forse contro la propaganda dell'arianesimo, furono così poco popolari che non ne abbiamo più che poche tracce. Perciò A. diventò il primo e il più efficace innografo dell'Occidente. Il suo metro di (otto?) strofe a quattro righe in dimetri giambici, il "metrum ambrosianum", fu di esempio per i secoli seguenti (Isidoro di Siviglia, De eccl. off., I, 6). Ma questa denominazione del suo metro cagionò una grande confusione fra gli inni fatti proprio da lui e altri che seguivano soltanto la sua maniera.
G. M. Dreves (Aurelius Ambrosius «der Vater des Kirchengesanges», Friburgo in Br. 1893), e A. Steier (Untersuchungen über die Echtheit der Hymnen des Ambrosius, Lipsia 1903 [qui la migliore edizione dei 14 inni, pp. 651-60]), hanno dimostrato che 14 sono probabilmente autentici; L. Biraghi (Inni sinceri e carmi di s. A., Milano 1862) e A. S. Walpole (Early Latin Hymns,

Oxford 1922) ne ammettono invece 18. Certi sono: 1) Aeterne rerum conditor (PL 16, 1409, n. 1; s. Agostino Retract., I, 21); 2) Deus creator omnium (PL 16, 1409, n. 2; s. Agostino, Conf., IX, 12, 32); 3) Ism surgit hora tertia (PL 16, 1409, n. 3; s. Agostino, De Natura et Gratia contra Pelag., 63, 74); 4) Intende qui regis Israel (PL 16, 1410, n. 4; s. Agostino, Sermo 372, De nativ. Domini, 4, 3; Celestino nel Concilio romano del 430 ; F. Labbé, Concilia... III, ed. Venez. 1725, col. 555); 5) Inluminans Altissime (PL 16, 1411, n. 5); 6) Splendor paternae gloriae (PL 16, 1411, n. 7; cf. s. Agostino, Conf., V, 13, 23); 7) Aeterna Christi munera (PL 16, 1411, n. 8). Probabilmente autentici : 8) Hic est dies verus Dei (PL 17, 1183, n. 20); 9) Apostolorum passio (PL 17, 1215, n. 71); 10) Amore Christi nobilis (PL 17, 1210, n. 64); 11) Apostolorum subparem (PL 17, 1216, n. 73;
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(Int. Enc. Catt.)
Ambrogio, santo - Incisione in legno riprodotta negli Istituti di Vigevano (s. 1608).
12) Grates tibi Iesu novas (PL 17, 1182, n. 19); 13) Agnes beatae virginis (PL 17, 1210-11, n. 65); 14) Victor, Nabor, Felix, pii (Biraghi, op. cit., pp. 74-80; Steier, op.cit., p. 655). Probabilmente non autentici sono: 15) Nunc Sancte nobis Spiritus (PL 17, 1184, n. 21 : due strofe); 16) Rector patens, verax Deus (ibid., 1189, n. 22 : due strofe); 17) Rerum Deus tenax vigor (ibid., 1185, n. 23 : due strofe); 18) Iesu, corona virginum (PL 17, 1221, n. 80: 4 strofe). Neanche sembra che siano di A. quei due testi poetici trattati da G. Mercati (Studi e Testi, 12, Roma 1904, pp. 17-36): De ternarii numeri excellentia, e una strofa di un inno pasquale, riferiti da Alcuino e Incmaro (cf. C. Weyman, Beiträge zur Geschichte der christlich-lateinischen Poesie, Monaco 1926, pp. 43-46), ed l'inno dell'Avvento En clara vox redarguit (cf. J. B. van Bebber, in Theologische Quartalschrift, 89 [1907], pp. 373-84). Il Te Deum pare che sia di Niceta di Remeziana (cf. O. Bardenhewer, Gesch. der altkirchlichen Literatur, III, Friburgo in Br. 1923, p. 604 ).

La forma poetica degli inni autentici, pieni di grandezza oggettiva e di quella "sobria ebrietas" del santo romano, "era fatta apposta per essere popolare : facile, fluida, limpida, agile. Talvolta la teoria e la

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teologia opprimono, e l'inno cala di tono, ma altrove l'ispirazione si mantiene vivida e calda, la sensazione universale; la semplicità allora diviene sinonimo di pura perfezione» (A. Paredi, S. A. e la sua eti, Milano 1941, p. 413). Il tempo della composizione rimane problematico. Ma pare certo che alcuni siano anteriori all'assedio della Basilica del 386 (cf. G. Lazzati, in S. A. nel XVI centenario etc., pp. 307-20).

VI. L'azigrafista. - Non ci sono stati conservati resti antichi di epigrafi ambrosiane su pietra. Ma che A. ne abbia fatte è fuori di dubbio. La silloge di Lorsch (cod. Vaticano Palatino 833, del sec. IX) ci conserva una raccolta di iscrizioni cristiane fatta alla fine del sec. viII, e fra queste, tre epigrammi milanesi di A. (cf. G. B. de Rossi, Inscriptiones christianae urbis Romae, II, parte 1, Roma 1888, pp. 162, 5; 161, 3. 2; [p. xxxv sg. "Pauciora, sed meliora Damasianis, sunt carmina Ambrosii..."]) : l'epitaffio per suo fratello Sastro nella basilica di S. Nazario (Uranio Sistyro supremum, frater, honorem etc., 2 distici), l'iscrizione dedicatoria della stessa basilica di S. Nazario (Condidit Ambrosius templum Dominoque sacravit etc., 5 distici), e l'iscrizione del battistero della basilica di S. Tecla (Octashorum sanctos templum surrexit in usus etc., 8 distici).

Il dubbio del Lejay (DACL, I, col. 1386) circa il terzo epigramma non è fondato; le parole non expers ullus aquarum sanctus (cf. mss. 13-14) esprimono un pensiero molto familiare ad A. (De Abrah., II, i1, 81: «omnis aetas peccato obnoxia et ideo omnis aetas sacramento idonea»; De paen., I, 2, 13: "omnes homines sub peccato nascimur, quorum ipse ortus in vitio est»; Exp. in ps. 118, 8, 30: "nemo sine sorde peccati»; cf. 16, 32; Expl. ps. 43, 78, ecc.; cf. anche F. J. Dölger, Zur Symbolik des altchristl. Taufhauses, in Antibe und Christentum, 4 [1934], pp. 153-87).

Inoltre ci sono 21 "Tituli», pubblicati la prima volta da Fr. Juretus, nella Bibliotheca Patrum di M. de la Bigne (VIII, Parigi 1589, col. 1195 sgg.), da un codice antico, oggi perduto, sotto il titolo: Incipient disticha s. Ambrosii de diversis rebus quae in basilica Ambrosiana scripta sunt. (L'edizione migliore è di S. Merkle, Die ambrosianischen Tituli, in Römische Quartalschrift, 10 [1896], pp. 185-222). Si tratta di 21 esametri doppi, i quali dovevan essere sottoscritti ad altrettante rappresentazioni di scene del Vecchio e Nuovo Testamento. L. Biraghi, S. Merkle, (locc. citt.), e C. Weyman (op. cit., pp. 35-42) difendono l'autenticità dei «tituli»; L. Traube (in Hermes, 27 [1892], p. 159) ha mostrato che esistevano già nel sec. IX, benché attribuiti a Prudenzio. Gli argomenti «ex silentio», fatti valere da alcuni storici dell'arte contro l'origine ambrosiana delle immagini, non sembrano poter vincere gli argomenti interni molto forti in favore degli epigrammi : pensieri, lingua, stile sono del tutto ambrosiani.

Biml.: Edizioni : J. du Frische e N. le Nourry, Parigi 1686-90 (ripetuta spesso, anche da P. A. Ballerini, 6 voll., Milano 18751883, e in PL 14-17). Edizioni critiche moderne: C. Schenckl, in CSEL, 32, parte 1: Exameron, De paradiso, De Cain et Abel, De Nol, De Abraham, De Isaac, De bono moriis; parte 11: De Iacob, De Joseph, De patriarchis, De fuga saeculi, De interpellatione Iob et David; Apologia David I et II, De Helio, De Nabuthe, De Tabia; id., ibid., 34: Expositio Evangelii secundum Lucan; M. Petschenig, ibid., 62: Expositio psalmi CXVIII: 64: Explanatio psalmorum XII; O. Faller, De virgindus, in Plantagium patristicum, fasc. 31, Bonn 1933. In corso di stampa O. Faller, Explanatio symboli, De Sacramentis, De mysteriis, De paenitentia, De excesso fratris, De obitu Valsentiniam, De obitu Thomboli. - Studi: Paulinus, Vita Ambrosii, ed. M. S. Kaniecka, Washington 1928 (cf. PL 14, 27-64); J. R. Palanque, Saint Ambroise et l'empire romain, Parigi 1933 (con bibliografia
quasi completa fino al 1933, pp. 557-75); F. H. Dudden, The Life and Times of St. Ambrawe, Oxford 1935 (2 voll. con bibliografia, pp. 315-24); O. Faller, Ambrosius der Verfasser von De Sacramentis, in Zeituche. f. Kuth. Theol., 64 (1940), pp. 1-14; 81-101: Autori varii, S. A. nel XVI centenario della nascita, Milano 1940; A. Paredi, S. A. e la sua eti, Milano 1941; O. Faller, La data della conservazione vescovile di s. A., in G. Galbisti, Ambrosiana: Scritti di Storia, Archrologia ed Arta, pubblicati nel XVI centenario della nascita di s. A., Milano 1942, pp. 97-112; R. Altaner, Patrologia, Torino 1943, pp. 258-56 (bibliografia ricchissima fino al 1930). Otto Faller
VII. Iconografia. - Viene sempre rappresentato in abiti pontificali e spesso troneggiante; reca due attributi individuali : uno scudiscio che lo caratterizza già in un bassorilievo dell'arco di Porta Romana (1171, Milano, Museo Archeol.) come frustatore degli ariani, e - più raramente - un bugno, ricordo del miracoloso sciame d'api posatesi secondo la leggenda sulle labbra del bambino. Al musaico milanese di s. Satiro o s. Vittore in Ciel d'Oro (in. del sec. v) segue l'abbondante seric delle immagini dove A. è raffigurato per lo più con altri santi spiritualmente affini (Alv. Vivarini, Venezia, Frari; Bergognone, Certosa di Pavia), facente parte del popolare gruppo dei quattro dottori (Bellegambe, Douai; M. Pacher, Monaco; Guido Reni, Pierroburgo) o delle sacre Conversazioni. Fra le quattro rappresentazioni cicliche della leggenda esistenti a Milano, i rilievi di metallo a sbalzo nell'area della basilica Ambrosiana, dovuti al brettone Wolfinius, risalgano al secolo IX; a Roma Masolino creò con gli affreschi di S. Clemente, anteriori al 1431, una storia meno estesa della vita di s. A. - Vedi Tavs. LXXVIILXXIX.

Bim.: K. Kunstle, Ibonographie des Heiligen, II, Friburgo in Br. 1926, pp. 33-56; I. Errera, Rilperture abriegi d'icnographic, Wetteren 1920, pp. 111-15; I. Braun, Tracht und Attribute des Heiligen in der deutschen Kunst, Stoccarda 1941, p. 66; Ambrosiam, Scritti...pabbl. nel Xl'I Cent. d. moseitu di s. A., Milano 1942, passim.

AMBROGIO da Cori (dei Massari, Coranus, Coriolanus). - Predicatore, umanista e teologo agostiniano, m. a Roma nel 1485 . Studente a Firenze nel 1452, baccelliere nel ' 58 , maestro nel ' 61 , reggente a Perugia nel '63 e a Napoli nel '65, fu superiore della provincia romana ( 1466-70 ), procuratore dell'Ordine (1470-76) e priore, generale (1476-85). Stimato da Pio II, Paolo II e Sisto IV, fu chiuso in Castel S. Angelo, per ordine di Innocenzo VIII, nel marzo 1485; trasferito giorni dopo a S. Agostino, morì nel maggio dello stesso anno. Scrisse : Commentarii super regulam d. Augustini; Defensorium ordinis; Chronica Ordinis fratrum heremitarum (Roma 1841); Orationes, alcune stampate, altre inedite (Parigi, bibl. Nation. ms. 5621); De animae dignitatibus, ecc.

Bim.: L. Torelli, Secoli agost., VII, Bologna 1682, pp. 248249, 316-44; J. F. Ossinger, Bibliotheca mag., Ingnistad 1768, pp. 260-64; D. A. Perini, Bibliographia mag., II, Firenze 1931, pp. 194-97. E per l'azione di A. in favore della riforma e degli studi: Analecta Aug., 7 (1917), pp. 165, 268-318, 333, e i due regesti del suo governo conservati nell'archivio generale dell'Ordine.

David Gutiérrez
AMBROGIO, diACONO. - Discepolo e corrispondente di Origene, confessore della fede. Di nobile e ricca famiglia, forse alessandrina, fu diacono, sebbene con moglie e figli. Indottosi ad abbracciare una setta gnostica, fu convertito ca. il 212 da Origene. D'allora in poi restò fedele al suo maestro e non solo lo apronò in ogni modo alla composizione di varie opere, ma gli forni anche i mezzi per scriverle e approfondire i suoi studi. Durante la persecuzione di Massimino, A. fu imprigionato e maltrattato, ma alla fine liberato. Morì non molto dopo, poco prima di Origene stesso.

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Tra le numerose opere dedicategli da Origene è da notare soprattutto l'Echortatio ad martyrium che gli inviò mentre era in carcere (PG ir. 563-638), e il Contra Celsum composto ad esortazione di A. stesso.

Bib.: S. Girolamo, De viris inlustribus, 56: Acta SS. Martii, II. Parizi 1861, p. 504: A. Harnack, Geschichte der alchistitikchea Literatur, I, Lipsio 1893, p. 328; ibid., II, ivi 1897, p. 54: S. Salicille, s. v. in OHG, I, col. rogo. Antonio Ferrua

AMBROGIO da Fossano: v. BERGOGNONE.
AMBROGIO, GREGOV. - Ieromonaco del celebre monastero dissidente di Optina-Pustyn presso Kozelsk nella Russa centrale, n. nel 1812, m. nel 1891. Fu l'ultimo di una serie di grandi startsi, molto visitato da fedeli di ogni ceto. Benché malaticcio per molti decenni, ebbe la forza di fondare ancora un monastero femminile a Samordino, dove mori.

Bibl.: A. M. Ammann, Storia dello Chieco Rucso, Torino 1948, pp. 486 - 87 . Alberto M. Ammann

AMBROGIO da Lombez. - Scrittore ascetico cappuccino (al secolo Jean de Lapeyrie), n. a Lombez il 21 marzo 1708 da una nobile famiglia d'Armagnac, m. a Saint-Sauveur-les-Bains il 25 ott. 1778. Entrò fra i Cappuccini della provincia di Guyenne nel 1724.

Liberatosi dagli scrupoli che lo avevano tormentato a lungo, A. volle aiutare le anime assalite dallo stesso male con un'opera che e la parte principale e migliore della sua attività letteraria: Traité de la paix intérieure (Parigi 1757). Il lavoro ebbe numerose edizioni in francese e traduzioni in italiano, tedesco, spagnolo.
A. pubblicò anche: Lettres spirituelles sur la paix in. térieure et autres sujets de pieté. Parigi 1776 (trad. italiana del p. Fedele da Tortona, Torino 1782). Un anno dopo la sua morte comparve, per cura di due suoi confratelli, il Traité de la jale de l'âme chrétienne (Parigi 1779), che d' Morsella tradusse in italiano: Trattato dell'alleprezza dell'animo cristiana, Roma 1783. Altri suoi lavori sono rimasti inediti.

Bib.: Francois de Benciac, Oeuvres completes du p. Ambrosie de Loubex, 3 voll., Parigi 1881-82, con ampia bibl.
Emidio da Ascoli
AMBROGIO da Milano. - Teologo cappuccino, n. a Milano nel 1535 , m. il 14 maggio 1615 . Fino ai quindici anni fu educato dagli Agostiniani, poi entrò tra i Cappuccini. Fu rinomato lettore di teologia negli studi generalizi delle Marche, di Bologna e della Toscana, e due volte provinciale di Lombardia. Uomo di grande pietà e austerità, fu tenuto in grande stima dal card. Federico Borromeo. Di lui ci resta manoscritto: Il Mistero dell'Ecco Homo, e a stampa : I Commentari eruditi ed utili sopra l'orazione domenicale; compose altre operette, oggi introvabili.

Bibl.: Valdemiro da Bergamo, I Cappuccini della Provincia Milanese, pp. 92-94; Emidio da Ascoli, s. v. in DSp. I, col. 432. Emilio da Ascoli

AMBROGIO AUTPERTO : v. AUTPERTO.
AMBROGIO CATARINO: v. POLITI, LANCELLOTTO.

AMBROGIO MARIA di Santa Barbara. - Scrittore ascetico carmelitano scalzo, al secolo G. Domenico Solari, n. nel 1645 a Milano, ove vestì l'abito religioso nel 1663 ; ivi m. nel 1720. Scrisse : Provisione spirituale per il disastroso viaggio da questa all'altra vita (Bologna 1698); Direzione alla Monaca ritirata negli Esercizi Spirituali (ivi 1706); Il mistico ritratto di s. Teresa, cioè 10 mercordi in apparecchio alla festa della Santa (Milano 1738).

Bibl.: F. Arpellaci, Bibl. Script. Mediolanensium, I, Milano 1745, p. 1423; Enrico del S.mo Sacramento, Collectio Script. Ord. Carm. Discale., I, Savona 1884, p. 31.

Ambrogio di Santa Teresa

AMBROGIO SANSEDONI: v. SANSEDONI, AMBROGIO.

AMBROGIO TESEO: v. TESEO.
AMBROS, August Wilhelm. - Storiografo della musica, n. a Myto (Praga) il 17 nov. 1816, m. a Vienna il 28 giugno 1876. Insegnante all'Università e al Conservatorio di Praga dal 1869 e negli istituti di Vienna dal 1872, la sua fama è dovuta, più che agli altri scritti, alla titanica impresa cui si accinse, per incarico dell'editore Leuckart, nel 1860: la famosa Geschichte der Musik rimasta incompiuta al IV volume (che si ferma a Frescobaldi) e fu integrata da altri studiosi. Bib.: E. Hanslick, der meinem Leben, I, Berlino 1894, pp. 234-30.
Luisa Cervelli
AMBROSIA. - Parola greca che significa «immortale»: è usata insieme a «nèttare» per indicare il nutrimento degli dèi. Nell'Iliade ha significato più esteso; è il cibo dei cavalli degli dèi, unguento che preserva i cadaveri dalla corruzione o medica le ferite, ecc. Omero unisce sempre a. e nèttare come, per i mortali, unisce cibo e bevanda: di qui una incertezza nella interpretazione delle due parole. In generale l'a. è il cibo e il nèttare la bevanda divina, più raramente l'opposto. Gli antiquari ellenistici e alcuni dei moderni hanno identificato a. e nèttare con il miele, ma in generale l'ipotesi è respinta. A. e nèttare erano cibo divino, riservato agli dèi, inventato da Demetra o uscito dalle corna della capra Amaltea. Nell'Odisseo Calipso se ne ciba, mentre ad Ulisse erano serviti i cibi degli umani. Solo per grazia speciale è concessa ai mortali, ai quali conferisce l'immortalità.

Bibl.: Wernicke, s. v. in Pauly-Wissowa, Realencyclop. der blass. Altertumswiss., I, II (1894), coll. 1809-11; G. Dumézil, Le festin d'immortalité, Parizi 1924.
Luisa Banti
AMBROSIANA, BIBLIOTECA. - La b. A. appartiene al novero delle grandi biblioteche erette per munificenza di dotti mecenati. Fondata nel 1607 da Federico Borromeo, arcivescovo di Milano (1594-1631), cugino di s. Carlo, fu definitivamente aperta l'8 dic. 1609. E fra le prime biblioteche che siano state destinate all'uso pubblico; nel che si ravvisa un'alta e larga benemerenza del fondatore a vantaggio degli studi, nello stanco periodo posteriore al Rinascimento italiano.

Dal volume degli Statuti, scritti in latino dallo stesso fondatore, e tuttora vigenti, si rilevano il carattere e lo scopo della biblioteca. Fu intenzione infatti di Federico Borromeo di costituire, sotto lo scudo e l'insegna di s. Ambrogio, più che una biblioteca propriamente detta, una specie di ateneo universale delle scienze e delle lettere per sollevare la generale cultura, particolarmente del clero, mettendola a disposizione della religione e del progresso scientifico in un'epoca nella quale la cultura stessa, dopo gli splendori del Rinascimento, pareva fosse decaduta. A tale scopo il Borromeo costituì un collegio di quindici persone dotte, scegliendole fra i migliori elementi del ceto ecclesiastico, anche forestieri, e loro deputando l'ufficio di coltivare le varie scienze con speciale interesse per la storia, la filosofia, le letterature classiche e le lingue orientali in genere. Al sostentamento del collegio provvide, attraverso l'istituzione di conservatori quinquennali, con mezzi materiali e devoluzioni di proprietà terriere, che da principio furono sufficienti a mantenere il numero prefisso degli studiosi scelti, ma che nel corso dei secoli si rivelarono meno bastevoli, tanto che quel numero iniziale andò in seguito assottigliandosi, sempre però rimanendo l'obbligo agli studiosi prescelti, che egli chiamò con ter-

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mine ufficiale dottori, di occuparsi ciascuno esclusivamente di un ramo del sapere (singuli singula) e di pubblicare il frutto delle ricerche scientifiche compiute, mantenendosi in contatto coi dotti d'Europa e trascurando qualsiasi altro impegno che non fosse di scienza. E anche maggiori sussidi materiali avrebbe il cardinale apportato al sostentamento della biblioteca, se gli eventi della vita e le circostanze dei tempi gli fossero stati maggiormente favorevoli. I conservatori, cui era demandato l'ufficio di amministrare il patrimonio e di fornire ai dottori ogni possibilità per i loro studi, erano sei di numero: ad essi apparteneva, per diritto perpetuo, il membro più anziano della principesca famiglia Borromeo.

La b. A. sorse dalle fondamenta nel centro della Milano romana, in vicinanza del Duomo, su una striscia di terreno parallela e quasi artigua al tempio del S. Sepolcro. L'edificio fu eretto, come ne scrisse il Manzoni, con animosa lautezza, e potremmo dire regale, nell'epoca del dominio spagnolo in Milano. Il Borromeo s'era consultato a ciò preventivamente con cinque architetti: il Tesauro, il Trezzi, e specialmente Lelio Buzzi, Fabio Mangone e Francesco Richino. Ma, poiché la biblioteca non bastava al buon gusto del suo fondatore, questi vi aggiunse nel 1618 , sull'area della demolita scuola Taverna, una vasta quadreria o pinacoteca (v. Ambrosiana, pinacoteca). Altra accessione importante fu il museo Settala che si incorporò con la b. A. per quanto mutilo e meno completo nel sec. xviII: uno dei primi musei fondati in Europa, con una raccolta etnografica, storica, archeologica che dimostra l'alta genialità di scienziato del patrizio milanese che l'aveva allestita. Alla biblioteca il Borromeo volle aggiungere pure l'amministrazione e il possesso del Colosso (il cosiddetto S. Carlone), e dell'annesso colle, presso Arona, sulla sponda pedemontana del Verbano inferiore.

La biblioteca nel suo complesso edilizio continuò ad espandersi nei secoli successivi. Sul principio del sec. xix, dopo le manomissioni di tesori d'arte e di manoscritti ambrosiani, operate dall'esercito napoleonico, e dopo le conseguenti restituzioni a seguito del Congresso di Vienna del 1813 , la biblioteca ebbe ulteriori ampliamenti con la cessione definitiva dei contigui locali già adibiti dai soppressi Domenicani di S. Maria della Rosa, dagli Oblati del S. Sepolcro e dall'istituzione ospitaliera di S. Corona; cosicché, demolitasi anche l'antica chiesa di S. Maria della Rosa e sull'area di essa essendo stata edificata dagli architetti Moraglia e Cagnola la nuova fronte del palazzo della biblioteca con una nuova sala di lettura e nuove sale per la pinacoteca, nel 1836 l'istituto appariva notevolmente ingrandito. Nel 1923 il cortile interno venne trasformato in grande sala di consultazione, dedicata
dal prefetto Gramatica a papa Pio XI (con statua di lui in bronzo, del Quattrini, 1927); e, operatasi nel 1928 l'annessione del tempio del S. Sepolcro e relative dipendenze, dopo le ampie riforme successive 1927-32 e 1938 (architetti Moretti, Minali e Annoni, prefetto Giovanni Galbiati), l'istituto dell'A. quintuplicava la sua estensione primitiva e la sua espressione edilizia, circoscritta ormai in un quadrilatero indipendente e per sé stante fra piazza S. Sepolcro e piazza della Rosa, oggi detta di Pio XI.

La b. A. è celebre per la raccolta di manoscritti e codici antichi adunati nella massima parte dallo stesso fondatore mediante l'opera di dotti commissari, da lui incaricati e mandati nel primo decennio del Seicento a far incetta di libri in vari paesi d'Europa, come in Germania, nei Paesi Bassi, in Francia, nella Provenza, in Spagna, nonché nei paesi del Mediterraneo orientale e particolarmente nelle Isole Ionie, in Grecia, nel bacino dell'Egeo, nella Siria, in Turchia, in Egitto e nell'Africa settentrionale, i quali raccolsero una vasta e molteplice suppellettile manoscritta di grandissimo valore per contenuto, per antichità e per provenienza: raccolta che diede subito fama alla biblioteca del card. Federico e oggi ancora costituisce il nucleo più importante dell'A. In complesso, tenuto calcolo delle miscellanee, la raccolta si componeva di ca. 35 mila manoscritti, pergamenacei o cartacei, d'ogni tipo e scuola paleografica, nei quali si conteneva pressoché tutto lo scibile d'allora e, per riflesso, lo scibile antico. La parte più rilevante di essa era costituita dai manoscritti greci e latini, tanto classici che bizantini e medievali; seguivano quelli di storia, di letteratura patristica sia greca come latina, le versioni della Bibbia, i commenti e l'esegesi biblica, omelie, opere retoriche, codici liturgici, leggende e documenti preziosi di tempi remoti. Una particolare importanza aveva la raccolta dei codici orientali, segnatamente semitici, e fra questi da rilevarsi il nucleo arabo, prevalentemente musulmano, insieme con il gruppo di manoscritti ebraici, samaritani, siriaci, etiopici e persiani. Tutta questa ingente e preziosa suppellettile il cardinale aveva radunato facendo uso della propria alta influenza presso chiese, monasteri, bibliofili e noti umanisti dell'epoca, oppure acquistando direttamente singoli manoscritti o fondi di manoscritti. Il duca di Savoia Carlo Emanuele inviava una silloge di epigrafi antiche. Fra i monasteri, quello di Bobbio fornì il nucleo latino più antico e più prezioso. Un'ampia collezione greco-latina di singolare pregio, adunata già dal bibliofilo Gian Vincenzo Pinelli (m. nel 1601), perveniva al card. Federico per acquisto da Napoli nel 1609. Antonio Olgiato, che fu il primo prefetto, fu altresì il primo ordinatore dei codici che giungevano alla biblioteca.

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Ma le collezioni ambrosiane continuarono ad accrescersi ulteriormente con donazioni degne di rilievo per la loro ricchezza: nel 1637 per il gesto di Galeazzo Arconati, parente ed ammiratore del cardinale, vi entravano i manoscritti e i disegni di Leonardo da Vinci con il Codice Atlantico, e, durante la prefettura di Achille Ratti, il lascito Trotti-Bentivoglio, il blocco di manoscritti originali del Parini, nonché il cospicuo fondo arabo-yemenico nel 1909 per sottoscrizione cittadina e per iniziativa dell'islamologo Eugenio Griffini. Altro fondo arabo pervenne dalla Tripolitania nel 1927 per gli uffici di G.
A. Noseda. Copiosa scelta di pergamene notarili forniva il cav. Reschigna di Cannobio. G. Martelli donò l'archivio e i manoscritti, con l'espistolario, di Cesare Cantù.

Numerosi sono nella raccolta ambrosiana i manoscritti antichi miniati, appartenenti ad ogni scuola, e famosi sono i palinsesti, le pergamene, le carte nautiche e portolane. Taluni manoscritti e palinsesti, come l'Omero dipinto del sec. III d. C., la Bibbia siriaca Pescitto del sec. vi, il palinsesto dell'Ulfila gotico, la versione dei Settanta, il Terenzio miniato, i palinsesti di Frontone e di Plauto, il semionciale di Simmaco e di Plinio, il frammento muratoriano, il Giuseppe Ebreo in splendido volume papiraceo, l'Evangelo apocrifo di s. Giovanni (arabo), i codici cufici del Corano, il Virgilio greco-latino in palinsesto arabo, il codice Irlandese, la Divina Commedia del 1353, il codice Provencale, il palinsesto tachigrafico, i superbi codici greci con o senza miniature, il Virgilio del Petrarca, il Libro d'Ore di Cristoforo de Predis, e molti altri, sono di fama mondiale. Da notare la collezione degli autografi e degli epistolari di umanisti, di Lucrezia Borgia, del Manzoni e di molti altri. Di tutti i manoscritti e codici ambrosiani esistono cataloghi generali o parziali per la ricerca, taluni a stampa, altri per uso di consultazione in sede.

Quanto agli stampati, la b. A. conta circa 2000 incunaboli fra greci e latini, con soggetti unici e di prima importanza. Ricchissima è di libri cinquecenteschi e di edizioni rare d'ogni paese europeo, in parte acquistati già da Federico Borromeo, ma accresciuti per successive accessioni e donazioni da parte di mecenati, fra i quali ricordiamo la scozzese David Colvill, Stefano Rampini, Teodoro Osio, Giovanni Pasquali, G. B. Rusca, il conte Ab-biate-Forieri, donna Talenti di Fiorenza, gli Oblati del S. Sepolcro, oltre le librerie Simonetta, Migliavacca e Lambertenghi, Marelli con opere del periodo napoleonicofrancese a Milano, A. Bonelli, il barone Custodi, il marchese Fagnani, William Currie con scelti incunaboli, G. Cerutti, F. Agnelli, il bocmo C. Menzingher, Cristoforo Bonavino, C. Nardi, P. Tosi, Tullo Massarani, il duca Tom-
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(fol. filid. Ambrosiana)
Ambrosiana, biblioteca - Battaglia fra Achei e Troiani, Iliade, lib. VIII.
vv. 245-54. vignetta XXIX. Omero Ambrosiano (sec. iv).
maso Gallarati-Scotti, i conti Giulio e Porro Lambertenghi pure con una serie d'incunaboli, le librerie Villa-Pernice, Polli, Osnago, l'astronomo Giovanni Schiaparelli, Antonio Ceriani, Poma, Vitali e, recentemente, Gioconda Ellero, Am. Ccare Piccioni, Maria Pederiì-Ponchielli, il duca Giordano Orsini di Napoli, Enrico Casanova, Carlo Giussani con la sua raccolta giapponese, Giuseppe Marietti coi classici teubneriani e le grandi riproduzioni paleografiche De Vries, la biblioteca arabo-musulmana di Eugenio Griffini (1926), con aggiunta anche di manoscritti arabi, la biblioteca glottologica di Carlo Salvioni (1929), le librerie di Luca Beltrami e di Achille Ratti, le monumentali riproduzioni cartografiche del principe cairota Y'faud Kamâl per l'olandese F. C. Wieder. Per testamento del conte Giacomo Mellerio (1847), all'A. veniva annessa la biblioteca della Certosa di Pavís, che fu lasciata però in quella sede. Nel 1937 si ebbe un altro accrescimento bibliografico rilevante con l'annessione dell'intero Ludocicianum, o Museo di Lodovico Pogliaghi, sul Sacro Monte sopra Varese.

Per effetto di questi accrescimenti la raccolta degli stampati divenne pure imponente, senza per altro che la quantità andasse a detrimento della qualità; sono ricche infatti le raccolte ambrosiane non solo d'incunaboli, ma anche di edizioni Aldine, di Elzeviri, di Cominiane, di Bodoniane, dei Giolito, dei Giunta e di Roberto Stefano, come numerose sono le opere illustrate, le specialità bibliografiche, le grandi raccolte : tutto ciò insomma, che può rendere preziosa un'istituzione di questo genere. Pure numerose e varie le legature artistiche antiche originali. Ricchezza, questa, che continua ad accrescersi per ogni ramo del sapere, (sala della linguistica, sala paleografica), come anche della tecnica moderna, per quanto lo scopo della biblioteca sia di natura retrospettiva, e però le sue maggiori benemerenze riguardino in modo particolare i campi che servono alla ricostruzione del passato. Nel 1947 la biblioteca s'accrebbe del vasto e prezioso deposito dell'archivio storico arcivescovile milanese in 1340 cartelle miscellanee contenenti complessivamente 4000 volumi manoscritti inediti.

Alla b. A. sono annessi un archivio con la documentazione trisecolare dello sviluppo interno dell'istituto; una larga raccolta di pergamene notarili con diplomi imperiali medievali; gli epistolari di s. Carlo Borromeo e di Federico Borromeo, densi di 60 mila pezzi; un Museo lapidario con iscrizioni romane e medievali su marmi, un Medagliere e un Gabinetto Numismatico ricco di ca. 15 mila pezzi, con collezione di monete romane antiche e particolarmente di monete italiane più recenti; un gabinetto, recentemente costituito per il restauro dei manoscritti e delle pergamene. Fin dai primi inizi la b. A. aveva una tipografia propria che,

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dopo feconda attività, cessò di funzionare verso la metà del sec. xix.

La b. A. ebbe la ventura di vedere intessuto il proprio solenne elogio da Alessandro Manzoni, che, nel cap. xxit dei Promessi Spesi, dedica pagine intere o descriverne l'origine, lo sviluppo e il funzionamento; c, in realtà, in tre secoli di esistenza, essa ha dato al sapere uomini di singolare valore, a esoninciare dallo stesso fondatore Federico Borromeo; dal primo bibliotecario Antonio Olgiato di Lugano, ad Antonio Gijgi, primissimo cultore dell'arabismo, agli storiografi Ripamonti, Sassi, Oltrocchi, a Ludovico Antonio Muratori, ad Angelo Misi, all'orientalista e palzografo Ceriani, a Giovanni Mercati, a L. Gramatica, ad Achille Ratti che divenne papa Pio XI.

I Dottori della b. A. sono anche insigniti di alcuni titoli onorifici, civilmente riconosciuti, e nelle funzioni religiose - ecclesiastiche procedono col capitolo di S. Ambrogio in città - Vedi Tavv. LXXX-LXXXI.

Bibl.: La bibliografia sulla b. A. è troppo vasta perché qui si possa dare di essa anche un solo elenco approssimativo. Ci limitiamo all'indicazione delle opere generiche seguenti: Constitutiones Collegii ac Bibliothecae Ambrosianar. Milano 1609: Documenti per la donazione dei manoscritti di Leonardo fatto da Galeazza Arconati, Milano 1637: Fr. Rivola, Historia del card. Federico Borromeo, Milano 1636; P. Ternaghi, Museum Septedianum Manfredi Septidae, Tortona 1664: P. P. Bosca, De origine et stato Bibliothecae Ambrosianae, Milano 1672: G. A. Sassi, De studioi litterariis Medialanentium antiqui et novis, prodromus ad historiam typographicum Medialanentem, Milano 1729: B. Montfaucon, Bibliotheca Bibliothecarum, Parigi 1739: S. Lattuada, Descrizione di Milano, IV, Milano 1738: C. Amoretti, Osservazioni sulla vita e disegni di Leonardo da Vinci, Milano 1784: A. Ceruti, La b. A., Milano 1881: [A. Ratti, Pio XI], La b. A., in Statistica delle Biblioteche per il Ministero dell'Agricoltura, Industria e Commercio, I, 1, Roma 1893; Ch. Quessot e A. Pindagne!, Le cardinal Frédéric Borromeo, Lilla 1890: L. Beltrami, La b. A., cenni storici descrittivi, Milano 1895: [A. Ratti, Pio XI], Guida sommaria per il visitatore della b. A. e delle collezioni arnate, Milano 1906; A. Sepulcri, La b. A., Milano 1911: G. Galbiati, La b. A. e i recenti lezioni di ordinamento, in Atti del I Congresso mondiale delle Biblioteche e di Bibliografia, Roma-Venezia 1929; id., l'art. l'A. celebra il III Centenario di Federigo Borromeo, in Rendiconti del R. Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, fasc. 11-13 (1931); id., Federigo Borromeo studioso, umanista e mecenate, in Atti della XX Rioniune della Società Ital. per il progresso delle Scienze, I, Milano 1931: C. Castiglioni, Il card. Federico Borromeo, Torino 1931; A. Saba, La b. A. (1609-1932), Milano 1932; G. Morazzoni, L'A. nel III centenario di Federigo Borromeo, Milano 1932: G. Galbiati, Die Ambrosiana in Mailand, Widerhall einer Jahrhundertfeier, Celonia 1935: F. Meda, Papa Pio XI e le costituzioni della b. A., in La Scuola Cattolica, 1939.

Fra i cataloghi a stampa di manoscritti notiamo per la loro ampiezza solo i seguenti : G. De Hammer-Purgstall, I codici Arabi, Persiani e Turchi della b. A., in Bibl. Ital., Milano 1839; A. Reiflerscheid, Bibliotheca Patrum Latinarum Italica, Vienna 1871: Catalogus codicum hagiographicarum Latinarum bibliothecae Ambrosianes, Bruxelles 1892: G. Seebass, Handschriften von Bobbio in der Vatikanischen und Ambrosianischen Bibliothek, Lipsia 1896; D. Bassi e E. Martini, Catalogus codicum Graecorum Bibliothecae Ambrosianae, 2 voll., Milano 1906; R. Beer, Bemerkungen über den ältesten Handschriftenbestand des Klosters Bobbio, Vienna 1911; G. Cesari, Catatogo delle opere musicali mss. della b. A., Parma 1911; E. Griffoi, Catalogo dei mss. arabi di nuovo fondo della b. A., I, Roma 1910-19; P. Revelli, I codici geografici della
b. A., Milano 1929; A. Ricolto, Catalogo dei codici Piadliomi Latini dell'A., Milano 1929; C. Bernheimer, Codices Hebraici bibliothecae Ambrosianse, pref. G. Galbiati, Firenze-Lipsia 1938. Dei manoscritti miniati dura già un elenco A. Msi, in Biodo fragmenta antiquissima cum picturis, Milano 1819; P. d'Ancona ed E. Aeschlimann, Dictionnaire des Miniaturistes, 2^{°} ed., Milano 1948. Per la paleografia dei codici ambrosiani: E. A. Lowe, Codices Latini antiquores, III, Oxford 1938. Saggi di estratti da codici ambrosiani: R. Sabbadini, Sposti Ambrosiani Latini, Firenze 1903; id., Classici ed Umanisti da codici Ambrosiani, in Fontes Ambrosiani, II, Firenze 1933. Molte le riproduzioni di codici e innumerevoli gli studi su argomenti da codici ambrosiani. Per gli incunaboli conservati nella b. A. cf. [L. Gramatica]. Catalogo degli Incunaboli Ambrosiani, Milano 1924.

Pubblicazioni scientifiche dell'A.: oltre le pubblicazioni singole dei dottori, l'A. pubblica periodicamente, in volumi per se stanti, dal 1916, al Inalecta Ambrosiano e dal 1929 i Fontes Ambrosiani.

Giovanni Galbiati
AMBROSIA-
NA, LITURGIA.

- I. S. Ambrogio e
la Liturgia. - Il carattere distintivo del rito a. è precisamente quello di essere il rito romano antico, cosicché esso ha il merito di attestare ai nostri giorni in modo vivo e vissuto il rito della Chiera romana antica". Questa definizione, data da
Pio XI, è essenzialmente vera nel delineare l'origine della 1. a. come liturgia romana, ma non esclude che a formare la l. a. abbiano concorso molte influenze orientali e gallicane. Gli studi e le discussioni fatte da F. Cabrol, H. Leclercq, G. Morin, A. Wilmart, G. Mabillon, L. Duchesne, C. Callewaert, A. M. Ceriani ed altri sulla sua origine, conducono a questa conclusione: la l. a. è composta di un nucleo essenzialmente romano con infiltrazioni e soprastrutture gallicane, orientali e medievali fino al sec. xVI, non tutte facilmente individuabili, le quali tuttavia non ne soffocano il profilo genuinamente latino.

Il nome di l. a. non deve far credere che s. Ambrogio ne sia stato l'inventore, né che abbia fatto tali innovazioni da giustificare un attributo di paternità. E stato solo dopo la riforma romana di s. Gregorio Magno che la distinzione fra il rito di Roma ed il rito di Milano, prima non troppo marcata, portò a classificare quest'ultimo col nome di l. a.: in realtà s. Ambrogio aveva trovato a Milano un rito bene ordinato in forme tradizionali con alcune differenze dagli usi di Roma (ad es. nel digiuno), le quali indicano già influenze venute non da Roma. In quale stato s.Ambrogio abbia trovato la liturgia a Milano e che cosa si possa dedurre dalle sue opere fu già oggetto di studio da parte di M. Magistretti, corretto e perfezionato a sua volta da A. Paredi e da E.Cattaneo; le conclusioni dei quali sono più brevi ma criticamente più sicure. Essendo però s. Ambrogio l'unica fonte per la conoscenza del rito ambrosiano nel sec. IV, ed avendo i milanesi elevato il Santo alla dignità di rappresentante religioso, morale e civile di Milano, si spiega come dal sec. vir in poi anche la liturgia venisse chiamata l. a. Nelle sue opere, ma

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VIRGILIO, DETTO DEL PETRARCA
con miniatura di Simone Martini (sec. xiv).

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In alto: MESSA DEI CATECUMENI: canto dell'Inno Angelico. - MESSA DEI FEDELI: consegna del turibolo all'Offertoio. - In basso: VESPERI VIGILIARI: a sinistra: Salmodia e letture; a destra: Canto delle litanie.

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(propr. G. Gellian)
CARTONE PER LA SCUOLA D'ATENE di Raffaello. Particolare con la figura di Platone.

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(fta Alimari)
A sinistra: STATUA IN GRANITO DI AMENOPHIS III (1410-1375 a. C.: XVIII dinastia) - Torino, Museo d'an-
tichità - Sezione egizia; A destra: SCARABEO COMMEIORATIVO DI AMENOPHIS III (1410-1375 a. C.: XVIII dinastia). Ricorda la costruzione di un lago artificiale per la regina Tejej. Particolare notevole è che la barca sulla quale il fanatole compì la cerimonia inaugurale porta il nome di Atene splendente, quello cioè del disco solare che segnà la rivoluzione religiosa del successore Amenòphis IV - Vaticano, Museo egizio.

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specialmente nel De mysteriis e nel De Sacramentis, egli tratta tutti i punti della liturgia, dalle sinassi eucariristiche e salmodiche ai Sacranenti, dalla gerarchia all'anno liturgico, dai funerali alla lavanda dei piedi. Però ne parla quasi sempre di passaggio, come accennando a cosa ben nota ai suoi uditori. Oggi constatiamo che, nonostante le corruzioni e correzioni subite nei secoli, la 1. a. ha conservato gran parte di ciò che ci descrive s. Ambrogio, il quale tuttavia ha avuto la sua parte d'innovatore.

Prescindendo da varie riforme disciplinari di poca importanza, esse si riducono a tre sinora provate: le vigilie, le antifone, gli inni. Vi si può aggiungere il canto, per il quale rimandiamo alla voce ambrosiano, canto.
a) La Vigilia. - E una veglia notturna iniziata la sera precedente la festa. Le prime furono vigilie domenicali; le seconde quelle del dies natalis dei martiri. Da queste vigilie, che dal luogo di riunione (statio), erano dette sigiliae stationales, si distinguono le vigilie quotidiane, di origine probabilmente alessandrina, che dànno inizio all'ufficiatura lucernaris (vespro) e nocturna (mattutino).
S. Ambrogio trovò già a Milano queste vigilie, e non fece altro che ordinarle meglio, fissarne le leggi per ovviare a quel senso di disordine e di stanchezza che pervadeva i fedeli nella lunga veglia. Fu durante una di queste vigilie (quando Giustina tentava di occupare la basilica Porzia) che s. Ambrogio istituì il canto antifonato.
b) L'Autifona. - "Duobus choris alternatim concinentibus quasi duo Seraphim... Apud Latinos autem primus idem beatissimus Ambrosius antiphonas constituit Graecorum exemplum imitatus" (Isidoro). Prima il canto dei salmi era fatto, come quello delle lezioni, da un lettore e il popolo rispondeva alla fine con una acclamazione (v. nella liturgia ebraica la conclusione del salmo 105, oppure tutto il salmo 135). La cosa è restata nella 1. a. nel Cuntico dei tre fanciulli; in quella romana è restata alla fine della processione nella Domenica delle Palme e negli Improperi del Venerdí santo (tanto per citare qualche esempio). L'innovazione di s. Ambrogio fu nel farla cantare come si fa ora, a due cori che eseguiscono alternativamente un versetto del salmo. Secondo la bella espressione dello stesso santo Dottore (Explan. ps. XII, 1, 9), prima uno cantava e tutti d