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 Ambrogio fu nel farla cantare come si fa ora, a due cori che eseguiscono alternativamente un versetto del salmo. Secondo la bella espressione dello stesso santo Dottore (Explan. ps. XII, 1, 9), prima uno cantava e tutti disturbavano, poi invece tutti cantavano e nessuno disturbava. Questa innovazione originata in Siria passò successivamente ad Antiochia, a Cesarea ed a Milano (v. antifona).

C'è da notare che per renderla accessibile alla massa del popolo, la melodia dei salmi venne semplificata lasciando all'antifona la sua melodia originaria.
c) L'Inno. - S. Ambrogio fu poeta, ma poeta popolare, non nel senso di povertà lirica che si attribuisce a questa parola, ma nel senso di compositore capace di farsi intendere dal popolo per il quale esclusivamente scriveva. Gli eretici Ario ed Apollinare si erano serviti di inni per la propaganda dell'eresia. S. Ambrogio, per contrapporre nuovi mezzi di difesa all'eresia, creò un nuovo tipo di inno (dimetro giambico a strofe di quattro versi con una melodia prevalentemente sillabica) così largamente diffuso ed entusiasticamente accettato dal popolo da essere per questo accusato come di magia. Da Milano i suoi inni si diffusero nelle Chiese italiane e gallicane; vennero imitati in altri luoghi, di modo che anche Roma (la più restia all'innovazione) l'accettò chiamando col nome di Ambrosiano ogni inno
fatto sul tipo di quelli di s. Ambrogio. Questi rimane dunque il fondatore, in Occidente, della poesia lirica cristiana, che si può dire nata per caso nel famoso assedio della Porzia. L'inno non è però occasionale o improvvisato, ma è frutto di lungo studio nel concentrare in facili versi verità sublimi.

Lo scopo eminentemente apostolico, non solo letterario, ma pratico e dogmatico, e l'effetto di un insegnamento dato in questa maniera, sono esposti dallo stesso s. Ambrogio nello spiegare il salmo I (Explan. psalm. XII, 1, 9). Per il numero degli inni composti da s. Ambrogio stesso, v. aMbrogio, santo.
2. I libri liturgici milanesi. - a) Messale. La 1. a. non può citare documenti anteriori al sec. IX, dei quali il primo è probabilmente quello pubblicato da A. Wilmart col titolo: Expositio Missae Canonicae. Segue subito il Messale di Biasca e il Sacramentario bergomense del sec. x. A. M. Ceriani ha pubblicato un Canone ambrosiano del sec. xi. Dopo di questi, abbiamo molti altri manoscritti fino ai primi incunaboli del 1475. Le edizioni ufficiali invece finora sono solo 9 , dal 1594 al 1936. Il primo studioso del Messale ambrosiano è stato Giovanni Bartolomeo De Guerci col suo Liber Celebrationis Missae Ambrosianae, dei primi anni del sec. xiri. L'edizione critica più importante è
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(Isd. Bibl. Ambrosiana)
Ambrosiana, biblioteca - Disegno per una macchina semovente dal Codice Atlantico di Leonardo da Vinci.

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il Missale Duplex preparato dal Ceriani e pubblicato da Achille Ratti (poi Pio XI) nel 1913.

Il Messale ambrosiano contiene 236 prefazi. Se ne possono aggiungere altri 77 , ora non più in uso, ma conservati nei sacramentari ambrosiani antichi. Il Messale romano invece, che col Sacramentario leoniano ne aveva 267 , ora ne ha solo 15 .
b) Breviario. - Nel rito milanese il libro che incominciò a radunare la materia, dalla quale dovevano nascere e derivare gli altri libri, si chiamò Manuale. Era particolarmente usato non solo per la salmodia, ma anche per le funzioni pubbliche. Conteneva varie rubriche, le parti della Messa che spettavano al coro e in talune edizioni anche le Orazioni, e le prime parole delle lezioni per la Messa e per l'ufficiatura: persino testi e rubriche per la amministrazione del Battesimo e dell'Estrema Unzione.

I più antichi manuali rimastici sono del sec. x. Il più importante dei manuali è il Beroldus (dal nome del raccoglitore, sopraintendente ai lumi ed alle lampade del duomo di Milano) del sec. xir. Questo manuale comprende rubriche, cerimonie, testi, calendario e divisione delle elemosine, quali erano in uso allora nella cattedrale di Milano. Verso il ' 500 , il manuale elimina tutto ciò che non è ufficiatura e prende più esclusivamente la forma di breviario. La parola breviario appare nel 1443 per la prima volta, poi in un incunabolo del 1475. Ha concorso molto alla sua formazione come compositore di messe, ufficiature ed inni Olrico Scaccabarozzi, vissuto nel sec. xiII. Il Dreves ha pubblicato parte della sua produzione. Le edizioni del Breviario furono finora 32, dal 1475 al 1902; la prima edizione però sembra non altro che la copia di un manoscritto del sec. xiri. I Monaci benedettini di Maria Laach stanno studiando la revisione completa criticamente più perfetta possibile del Breviario ambrosiano. Riguardo all'uso della S. Scrittura già Rodolfo De Rivo (sec. xiv) avvertiva che gli ambrosiani seguivano la versione dei Settanta. Questo è vero ora per il Salterio, perché per le lezioni scritturali s. Carlo ha voluto introdurre il testo della Volgata. Il Salterio completo viene recitato durante l'anno nel corso di due settimane. Il Breviario ambrosiano comprende 78 inni non considerando come tale il Te Deum.
c) Il Pontificale. - M. Magistretti pubblicò un codice del sec. IX ed altri esercizi di codici fino al sec. xv con diversi ordines per la consacrazione della chiesa e degli arredi sacri, per i sacri ordini dai semplici chierici ai vescovi, per le consacrazioni delle vergini e delle vedove; benedizioni varie per i frutti, per le spose; esorcismi; consacrazione degli oli sacri, e persino un Canone della Messa e la consacrazione del re d'Italia.

Il Pontificale ambrosiano ora non è più in uso, ed è in vigore nella 1. a. il Pontificale romano. Restano ancora, distintamente ambrosiani, il rituale dei Sacramenti ed uno speciale cerimoniale per il Duomo.

Si devono aggiungere: il Collettario (per le benedizioni col S.mo Sacramento), il Calendario, pubblicato ogni anno come guida per le Messe e l'ufficiatura, e i libri di canto: Antifonale per le Messe, Vesperale, Processionale.
3. L'anno liturgico. - Come nel rito romano, si distinguono i grandi cicli di Natale, Pasqua, Pentecoste e il Santorale.
a) Ciclo di Natale. L'Avvento ambrosiano comincia la domenica dopo la festa di s. Martino; ha perciò la stessa durata della Quaresima con sei domeniche. Nell'ultima
settimana di Avvento ci sono le ferie De Exceptate il cui significato assai discusso deve dipendere dalla etimologia (excipere "accogliere") in relazione alla imminente venuta di Cristo. Nell'ottava dopo Natale abbiamo l'esempio unico di ufficiatura misto tra le feste dei santi e l'ottava natalizia. Accade anche di recitare due vespri in uno stesso giorno. Nell'Epifania si annuncia il giorno della Pasqua. L'Epifania, festa più antica e solenne, ha un'ottava. Le domeniche dopo l'Epifania dovrebbero essere sei. L'ufficiatura della sesta domenica viene sempre celebrata anche quando la Pasqua molto bassa obbliga a sopprimerne qualcuna. La Quaresima incomincia la prima domenica, non al mercoledì come nel rito romano. In questa prima domenica si depone l'Alleluia, salvo che nei vespri, e lo si riprende il Sabato santo.
b) La Quaresima ambrosiana è austera: non si dice la messa al venerdi, si coprono tutte le pale degli altari (non mai il Crescilisso), non si celebra alcuna festa di santi (s. Giuseppe al 19 marzo è un'eccezione di data recente) tranne quella dell'Annunziata. Sono da notare per la loro antichità (sec. II) le preci litaniche della Messa nelle domeniche. Il sabato antecedente la Domenica delle Palme è detto in traditione Symboli a ricordo del Credo anticamente consegnato ai catecumeni in forma solenne.

La settimana santa viene chiamata settimana In A u thentica perché è il prototipo delle settimane nella liturgia. Il Mercoledì di essa, come indica il Prefazio, è riservato alle confessioni per la comunione pasquale del giorno seguente. Nell'ottava di Pasqua ci sono due Messe, una per i neobattezzati e l'altra per i fedeli. Il ciclo pasquale finisce col giorno dell'Ascensione. Il triduo delle litanie minori è celebrato dopo l'Ascensione perché "non si digiuna finché rimane lo sposo" (cf. Mt. 9, 15) a differenza delle Rogazioni romane di origine gallicana.
c) Il ciclo pentecostale comprende anch'esso l'ottava di Pentecoste con due Messe (la vigilia di Pentecoste assomiglia al Sabato santo riguardo al Battesimo dei nuovi cristiani), l'ottava del Corpus Domini e le domeniche dopo Pentecoste; esse pure variano di numero secondo la data della Pasqua.

Dopo il 29 ag. incominciano le domeniche dopo la Decollazione (di s. Giovanni Battista), non più di cinque; quindi le domeniche di ottobre fino alla dedicazione del Duomo. Seguono le domeniche dopo la Dedicazione fino all'Avvento. Il 25 apr. si fanno le litanie maggiori che risalgono a s. Gregorio Magno.
d) Il ciclo santorale. Tutte le feste del Signore sono distribuite nel ciclo di Natale e Pasqua e della Pentecoste, tranne la Trasfigurazione, fissata per il 6 ag. Le feste della Madonna sono 12 in tutto, in ordine cosi disposte : Purificazione, Annunziata, Visitazione, Carmelo, Madonna della Neve, Assunta, Natività, il Nome di Maria, i Sette Dolori, S. Rosario, Presentazione, Immacolata. Seguono le tre feste degli Arcangeli che sono: 29 sett., s. Michele; 24 ott., s. Raffaele; 5 dic., s. Gabriele; 2 ott., gli Angeli Custodi. I 12 Apostoli o di soli o accoppiati seguono il rito romano, tranne s. Mattia e s. Tommaso. Si noti che s. Giacomo, prima al 29 dic., fu trasferito per lasciare il posto a s. Tommaso di Canterbury; s. Giuseppe, una volta al 12 dic., fu portato al 19 marzo per uniformità all'uso romano. S. Giovanni Battista ha due feste come nel rito romano: 24 giugno (la nascita) e 29 ag. (la morte). S. Ambrogio ha un posto speciale, con quattro feste : il giovedi di Pasqua (morte), il 14 maggio (traslazione del corpo), il 30 nov. (battesimo), il 7 dic. (ordinazione episcopale) che è la festa più grande. Sono recentissime le feste del patrocinio di s. Giuseppe, del patrocinio della Beata Maria Vergine e la festa della S. Famiglia, collegate con alcune domeniche, per il popolo, ma celebrate il giorno seguente.

Tutti gli altri santi sono in prevalenza quelli dei primi quattro secoli, cui si aggiungono altri, ma non dopo il sec. xvir. Hanno preso largo posto anche i santi dei seos. xvI e xvir.

L'unico santo del sec. xviri è s. Alfonso de' Liguori. Alcuni santi furono introdotti (senza che avessero alcun rapporto con Milano) dalla devozione dei diversi governanti che si succedettero nel ducato milanese, ad es. i re come s. Enrico, s. Luigi IX, s. Casimiro, ecc.

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4. Colori e particolarita varie. - I colori ambrosiani sono cinque :

Bianco: per tutte le feste del Signore eccettuata la Circoncisione (che ha il rosso), per tutte le feste della Madonna eccettuata la Purificazione (morello), per le vergini non martiri, e per i confessori.

Rosso: dal sabato in traditione Symboli al Venerdi santo (essendo anticamente colore di lutto come lo usano tuttora gli Orientali e il Sommo Pontefice); per gli Apostoli e gli Evangelisti, eccettuato s. Giovanni, per le feste di Pentecosto, del Corpus Domini, e le domeniche da Pentecosto alla Dedicazione, per tutto quello che riguarda il culto cucaristico e per tutti i santi martiri.

Verde: nelle domeniche dopo l'Epifania, dopo Pasqua, dopo la Dedicazione e per le feste dei santi abati.

Morello: (detto anche violaceo) nelle feste delle sante matrone, nelle domeniche del tempo prequaresimale e quaresimale, nelle domeniche di Avvento, nelle viqille dei santi e nei funerali dei bambini. L' Arcivescovo lo usa al posto del nero.

Nero: nell'ufficiatura da morto, nelle ferie di Quaresima e nelle litanie triduane.
a) L'ulure ambrosiano autentico è quello basilicale, rivolto al popolo (si capisce percio come, dalla supposizione che l'altare sia rivolto già al popolo, i preti ambrosiani non si rivolgono mai a dire il "Dominus vobiscum", anche se effettivamente celebrano su altari non ambrosiani) e sormontato da un tempietto come è a Milano nella basilica di S. Ambrogio, ed a Roma nella basilica di S. Paolo fuori le mura.
b) La Messa ambrosiana, che ha molte somiglianze con quella romana, ha il Kyrie dopo il Gloria, il Credo dopo l'Offertorio, la lavanda delle mani prima del Qui pridie; dopo l'elevazione il celcbrante stende le braccia in forma di croce, nella antica attitudine degli Oranti; il Pater noster è dopo la frazione dell'Ostia. Il sacerdote parandosi per la Messa mette l'amitto sopra al camice; il diacono porta la stola sopra la dalmatica, non proprio a tracolla, ma quasi diritta. Il camice e l'amitto portano degli aurifregi che poi, divenuti parte a sé, si chiamarono cappini.
c) Fra le particolarità più caratteristiche del Duomo notiamo la scuola dei Vecchioni e delle Vecchione (v. oblaZIONARI di s. ambrogio). Nelle solennità maggiori l'arcivescovo inizia i vespri rivestito della pianeta. Altre caratteristiche sono i frutti che l'arcivescovo distribuisce al mattutino di Natale e dell'Epifania e gli originali doni dei vespri dell'Epifania. Il a febbr. si fa la processione della Idea (antica sevola dipinta) raffigurante la Madonna. Degna di nota è la lunga stola bianca usata dal diacono nei primi tre giorni della settimana santa che s'incrocia sul petto e sul dorso; e la pianeta plicata usata dai ministri nelle domeniche di Quaresima.
d) Ambito. Il rito ambrosiano si usa in tutte le parrocchie dell'arcidiocesi eccettuati i vicariati di Monza, Trezzo e Treviglio e le chiese dei religiosi. Fuori diocesi ci sono 30 parrocchie bergamasche, alcune navaresi e 55 del Canton Ticino che mantengono il rito ambrosiano, e corrispondono press'a poco all'antico feudo dei Borromei e al raggio di influenza di s. Carlo, nel ducato di Milano.
5. Storia del rito ambrosiano. - Prima di s. Ambrogio solo s. Mirocle è citato come vescovo che si sia interessato del rito. Dopo, notiome s. Simpliciano, s. Lazzaro, s. Eusebio, cui studi recenti attribuiscono vari testi di Prefaai, Teodoro, s. Eugenio (figura molto studiata e discussa). Carlomagno non riusci ad abolire il rito di Milano nell'intento di unificare la liturgia nel Sacro Romano Impero. Nel sec. xI (triste secolo di eresia e di corruzione), i sacerdoti nicolaiti si appigliarono all'autorità di s. Ambrogio ed al rito per mantenere il dissidio e l'indipendenza da Roma. Si spiega quindi come i Papi tentassero unificare il rito per togliere il pretesto. Ma i buoni uffici interposti mostrarono ai legati papali la santità di esso, che quindi sarebbe stato ingiusto coinvolgere nella triste parentesi ambrosiana. E questo un capitolo di massimo interesse, dove eccellono grandi figure di Roma e di Milano, in opposizione alla compagine sovversiva di allora. Ricordiamo l'arcivescovo Franco da Parma e Pic-
colpasso fra quelli che si succedettero sulla cattedra ambrosiana prima di s. Carlo.
S. Carlo (v.) dopo aver collaborato a Roma alla compilazione del Cueremoniale episcoporum inizio anche a Milano una vasta opera liturgica. Lottò contro governatori spagnoli che volevano il rito romano per una ripiosa personale contro l'arcivescovo; lotto per l'osservanza della prima domenica di Quaresima, anzi ne tolse gli ultimi Alleluia per uniformarla alle altre domeniche quaresimali; lotto contro i Monzesi che, abbandonato il rito patriarchino, avrebbero dovuto adottare l'ambrosiano; non ci riusci per una opposizione subdola a sfondo politico alla quale non furono estranei i sacerdoti; lotto per ripristinare il carattere aliturgico dei venerdi quaresimali; si circondò di validi collaboratori (quali il Galesino) per lo studio e la revisione dei libri liturgici. Fatico molto a togliere abusi nelle diverse parrocchie da lui visitate; pubblico istruzioni ai sacerdoti per la celebrazione della Messa, il libro delle litanie ed un Breviario. Dopo la sua morte uscirono il Rituale e il Messale da lui preparati. Il card. Federico Borromeo raccolse l'eredità del cugino e fece molte edizioni dei libri liturgici fra i quali il Cueremoniale e istruzioni rubricali. Altri arcivescovi si sentirono in dovere di prendersi a cuore il rito, del quale sono i naturali custodi e responsabili. Con diversa fortuna si misero all'impegno gli arcivescovi G. Pozzobonelli, G. Gaysruck, B. Romilli, A. C. Ferrari e I. Schuster. Quest'ultimo, già noto come studioso di liturgia romana, diede nuovo impulso agli studi ambrosiani cui contribuì largamente anche con le sue pubblicazioni. Affido la revisione del Breviario ai Benedettini di Maria Laoch, e quella del canto all'abate G. M. Suñol. - Vedi Tav. LXXXII.

Bibl.: a) Testi. - Breviarium Ambrosianum, Milano 1902; Cueremoniale Ambrosianum, ivi 1919. Antiphonale Missarum, Roma 1935; Missale Ambros., Milano 1936; Verporale, ivi 1939.
b) Fonti. - Beroldes, ed. M. Magistretti, Milano 1894; Manuale Ambrosianum, ed. M. Magistretti, ivi 1895; Pontificato, ed. M. Magistretti, ivi 1899; Missale Ambrosianum Duplex, ed. A. Ratti-M. Magistretti, ivi 1913; Expositio Missae Canonicae, ed. Wilmart, Monaco-Aschendorff 1922.
c) Studi. - A. M. Ceriani, Notitia Liturgiae Ambrosianae, Milano 1895; P. Leise, Ambrosico (ntr), in DACL, I, coll. 13731442; Ambrosius, Bollettino liturgico ambrosiano, Milano 1925; A. Parodi, I Prefaai ambrosiani, ivi 1937; E. T. Moneta Caglio, Intendere la Messa, ivi 1939, con buona bibliografia: A. Parodi, La liturgia di s. Ambrogio, in S. Ambrogio nel XVI Centenario della nascita, ivi 1942, pp. 69-138; E. Cattaneo, Il Breviario ambrosiano, ivi 1943; Atti del Congresso Liturgico Ambrosiano (le relazioni E. Cattaneo e Borella), Milano 1948. Ferdinando Longoni

AMBROSIANA, PINACOTECA. - La p. A. fu costituita dal card. Federico Borromeo e annessa alla biblioteca da lui fondata. Appena sorta la biblioteca, Federico mandò ad effetto un altro suo divisamento: quello di far sorgere pure un'Accademia di Belle Arti, alla quale dare come sussidio un'abbondante e scelta raccolta di opere artistiche per la formazione e l'educazione del gusto in quell'epoca. Di fatto Federico costituì l'Accademia, dandovi a primo presidente il pittore Giov. Batt. Crespi, detto il Cerano, e mettendo a disposizione di essa la quadreria che aveva già raccolto e della quale egli stesso compose un catalogo ragionato nel volume Museum, dove discute con profondo senso artistico le singole opere offerte per l'uso dell'Accademia, come anche fece nel De pictura sacra. Era una quadreria ricca di opere dei più celebri artisti, come Raffaello, Leonardo e discepoli, Tiziano, Luini, Botticelli, Pinturicchio, Bergognone, Bramantino, Caravaggio, Dürer, Brueghel, Brill. All'Accademia furono subito iscritti architetti, pittori e scultori assai noti, come Andrea Biffi, il Mangone, il Buzzi, Leone Leoni, Ercole Procaccini, Daniele Crespi, Francesco Nuvoloni detto il Panfilo, nonché il Cerano stesso, che fu, tra l'altro, autore del disegno per il colosso del S. Carlone di Arona, che Federico aggregò pure all'A. Per l'Accademia Federico aveva fatto

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Ambrosiana, pinacoteca - Il Solvatore, tela di M. Basaiti (sec. xv).
eseguire in Roma i calchi di molte sculture romane e greche, che si venivano scoprendo colà. E del 25 giugno 1625 l'atto definitivo della fondazione, con la prescrizione di appositi regolamenti e la costituzione di un corpo accademico che, col prefetto della Biblioteca e un dottore, dirigesse la geniale istituzione. Ma l'Accademia, fiorente in sul principio, decadde più tardi; tanto che nel 1775 cessava di csistere, mentre Maria Teresa fondava l'Accademia di Belle Arti nel palazzo di Brera, da poco lasciato dai Gesuiti. Un ricordo dell'Accademia di Federico è tuttavia rimasto nel fatto che l'A. conserva ancor oggi un rappresentante di quell'istituzione, designandolo tuttora come membro dell'Accademia, scelto fra studiosi o tecnici dell'arte.

Rimase però e si sviluppò sempre meglio la p. a cui Federico aveva già pensato nel 1607 e nel 1611 , perfezionando la sua volontà in proposito con un documento del 1618, con cui la p. decisamente si costituiva e le si affidavano i locali stessi dell'Accademia.

Come la biblioteca di Federico, anche la p. s'accrebbe per nuove accessioni e donazioni. Flaminio Pasqualini e l'abate Piatti fanno donazioni in quello stesso secolo. Le più importanti donazioni tuttavia sono della prima metà del sec. xix, come quella di Edoardo de Pecis e Maria de Pecis Parravicino, quella di Federico Fagnani, di Gaudenzio di Pagave, di Felice Donzelli, della contessa Teresa Dugnani, di G. B. Bonsignori già dottore dell'A. e poi vescovo di Faenza, di Antonio Ronchetti, del barone Pietro Custodi, di Carlo e Giuseppe Casati.

Nella seconda metà del sec. xix si ricordano le donazioni di Alessandro Galimberti, di Lorenzo Balestrini, del marchese Litta Modignani, del duca Gallarati Scotti, del duca Melzi d'Eril; nel sec. xx, quelle di Luca Beltrami, del banchiere Ponti, dell'orafo Alfredo Ravasco, di Lodovico Pogliaghi, che con atto del 1937, ancor vivente papa Pio XI, trasmise all'A. l'insigne complesso artistico del Ludovicianum, adunato da lui stesso nella sua splendida villa allestita a museo, pur essa donata all'A., sul Sacro Monte di Varese. S'accresceva la p., di dipinti del Luini, della scuola del Giorgione, dello Schiavone, del Serodine, di un'intera collezione di Mosè Bianchi, dell'Induno, di trenta quadri del Londonio, per la donazione della contessa Jeannette Dal Verme, di Juan Bernasconi, di Edoardo Silvestri e di Ambrogio Bertarelli. Il musicista Leone Sinigaglia forniva ceramiche e tutta la preziosa nuova sala delle miniature su avorio e su pergamena.

Della p. fa parte il museo Settala adunato già nel Seicento dal milanese Manfredo Settala, detto l'Archimede milanese e figlio di quel Ludovico che il Manzoni illustrò nella sua qualità e funzione di protofisico o direttore capo della pubblica igiene al tempo della famosa peste in Milano. E un museo di storia della scienza, ma contiene anche oggetti d'arte, come mobili, vasi, vetri lavorati, avori. Fu aggiunto all'A. nel 1751, dove fu primamente collocato nelle sale della biblioteca.

Alla p. è annessa un'ampia collezione di disegni originali di celebri autori, già incominciata dallo stesso Federico ed arricchita poi per opera di mecenati. Accenniamo alla galleria Rests, sfarzosa raccolta di disegni d'autori celebri, ivi compreso Raffaello, donata dal canonico conte Resta di Milano; alla collezione dei disegni del Dürer e a una collezione di quattromila disegni di eccellenti autori donata dal marchese Federico Fagnani. Alla raccolta dei disegni originali fa seguito la grande collezione delle incisioni e stampe di circa 40 mila pezzi : ben 16 mile di donazione del marchese Fagnani. La nobile gara del donare arricchì l'A. recentemente di belle acqueforti : citiamo quelle di Faruffini, di Mosè Bianchi, ColombiBorde, Pompeo Mariani, Uberto dell'Orto, Luigi Conconi, Luca Beltrami, Vittorio Grubicy de Dragon, Antonio Grandi, Enrico Vegetti.

Appena occorre ricordare il Codice Atlantico di Leonardo da Vinci che da solo basterebbe a costituire la gloria dell'A.

I tesori d'arte venuti cosi accumulandosi rimasero fino al 1836 collocati in due grandi sale a pianterreno, che Federico stesso aveva fatto erigere per l'Accademia sull'area della scuola Taverna, contigua al palazzo della biblioteca già costruita. Ma, ampliandosi in quell'anno il palazzo ambrosiano, la p. fu collocata con maggior decoro nelle sale superiori dei due lati del nuovo edifizio innalzati e corretti dal Moraglia, con la fronte verso l'allora Piazza della Rosa, creandosi così una più netta distinzione fra biblioteca e p.: questa prendeva stabile sede al piano superiore, dove già dal 1829 l'attendeva, per unirsele più organicamente, la collezione di quadri, marmi e bronzi donati dal conte Edoardo de Pecis, per i quali un'apposita sala era stata costruita ed ornata sotto la direzione del Moraglia stesso.

Un riordinamento della p. operava il prefetto Achille Ratti col concorso di Luca Beltrami, di Antonio Grandi e del pittore Luigi Cavenaghi negli anni 1905-1906; evento consacrato da un'epigrafe su mar-

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mo dettata dallo stesso Ratti. Qualche tentativo d'ampliamento edilizio fu fatto da Luigi Gramatica nel 1923. Ma ben più ampic respiro e splendore di forme acquistava la p. A. quando nel 1928, prefetto Giovanni Galbiati, entrava in possesso definitivo del tempio del S. Sepolcro e delle sue adiacenze edilizic. Quest' annessione, come rese possibili larghi adattamenti alla biblioteca, cosi determinò una sistemazione profonda e radicale di tutto il tesoro artistico adunato nella p. A., distinguendo sempre maggiormente la p. dalla biblioteca. I sette ambienti tradizionali del 1836 salirono a trentasette, informati ad alta nobiltà e bellezza, disposti in parte nei locali del vecchio edilizio del Moraglia e in parte lungo gli aerei loggiati cinquecenteschi a due ordini rincorrenti il cortile delle fontane o lapidario, detto degli Spiriti Magni per le monumentali statue in bronzo dei geni universali del pensiero recentemente ivi collocate a suggestivo decoro del palazzo. Tra le sale cosi costituite citiamo le seguenti : la sala delle incisioni e delle stampe, la galleria dantesca, la sala della Medusa, quella delle porcellane con l'attigua magnifica raccolta delle miniature, l'esedra virgiliana, la sala di Niccolò da Bologna o dei Bramantini, il Pariniano, la sala dei Tedeschi, la sala dei Fiamminghi coi Brueghel, la sala veneta o del Tiziano, con ivi anche il celebre cartone della Scuola d'Atene di Raffaello, le sale Lombarda e Italiana, la sala del Cinquecento o del Luini con l'affresco della Coronazione di spine, e, da ultimo, la più imponente fra tutte, l'aula Leonardo, dove stanno il Codice Atlantico coi suoi 2000 disegni originali nonché, in ambiente attiguo, gli altri dipinti e disegni dello stesso posseduti dall'A., insieme con la raccolta delle opere degli allievi di lui. Questa ultima sala, aperta nel giugno 1938, coronò la sistemazione generale dell'A. rinnovata nel quinquennio 1927-32.

Alla p. fa seguito il tempio del S. Se-
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Ambrosiana, pinacoteca - La Nativitd, tela di F. Barocci.
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(ftst. Bibi. Ambrosiano)
Ambrosiana, pinacoteca - La Nativitd, tela di F. Barocci.
polcro, nella sua trasformazione secentesca nella parte superiore interna, con dipinti del Panfilo e plastiche del De Fonduti e con la grande cripta del sec. xi, studiata poi e riprodotta in disegno planimetrico da Leonardo nel codice ambrosiano-parigino.

Come la biblioteca, che dovette subire gravi danni nel suo complesso edilizio per effetto dei bombardamenti anglo-americani della notte dal 15 al 16 ag. 1943, cosi la p. fu pure, sebbene in misura minore, crivellata dai proiettili in quasi tutti i suoi ambienti. Ma tutto il contenuto d'arte fu salvo perché trasportato tempestivamente altrove, come fu salvo il patrimonio librario (tranne una parte) anch'esso sottratto a tempo e collocato in appositi rifugi nella regione lombarda e piemontese. Il restauro della p. è dal 1948 completo, cosicché essa da quest'anno torna a risplendere nella sua bellezza intera. Le opere d'arte vi sono disposte secondo le norme consuete della museografia, ordinate cioè per scuole e per epoche; è noto che i disegni e i dipinti, che formano la preziosa raccolta, sono prevalentemente lom-bardo-veneti, dei secoli xv, xvi, xvir, xviri; tuttavia altre opere, sia pure con minor larghezza, appartengono a epoche antecedenti e posteriori e ad altre scuole, specialmente tedesco-fiamminghe. Le stampe invece appartengono alle scuole più diverse, italiane e straniere. Raffaello e Leonardo costituiscono il maggior pregio della collezione. Vedi Tav. LXXXIII.

Bibli v. ambrosiana, biblioteca. Cf. inoltre: F. Borromeo, Museum, cit. (Il Museo, trad. di L. Grasselli e L. Beltrami, Milano 1909). - P. M. Terzaghi, Museum Sepiulianum, Tortona 1664; Fr. Scarabelli, Museo e Galleria di M. Settala, Milano 1666; G. Crivelli, Giovanni Brueghel pittor fiammingo e sue lettere e quadretti esistenti presso l'A., Milano 1868; G. Frazdari, Il Museo Settala, in Archivio Storico Lombardo, ³² serie, 14 (1900); A. Ratti, La risurrezione di un museo milanese, in Rendiconti del R. Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, 22 serie, 39 (1906), pp. 1011-20; L. Beltrami, Il Cartone della Scuola d'Atene di Raffaello Sanzio, in Analecta Ambrosiana, IV, Milano

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1920; G. Galbiati, Autichitio Sudamericane del Museo Settala, in Atti del XXII Congresso Americanista, Roma 1926; id., Il tempio dei Crociati e degli Oblati, S. Sepulcro dell'A., Milano 1932; id., Come l'A. celebra il III Centenario di F. Borromen, in Rendiconti del R. Istituto Lombardo di Scienze e Lettere, fascc. xivav (1931); id., Il Convegno degli Spiriti Macni, il Mornimento a Goethe nell'A., Milano 1939; L. Grassi, Ricerche intorno al padre Resta e al suo codice di disegni all'A., in Risistà del Reale Istituto di Archeologia e Storia dell'Arte, fascc. 11-111 (1941), pp. 131-88; G. Morazzoni, Le miniature dell' A., Milano 1943; G. Galbiati, L'A. dopo la seconda guerra mondiale, Milano 1948; id., Itinerario per il visitatore della biblioteca e p. dell'A., Milano 1948.

Giovanni Galbiati
AMBROSIANI, Vincenzo. - Scrittore ascetico, n. a Monacilioni (Campobasso) il 9 febbr. 1839, ivi m. nel 1895 . Entrò nella Congregazione della Missione a Napoli nel 1855 . Appena sacerdote (1862), fu mandato in Francia, dove insegnò nei seminari di Albi (1862-68), La Rochelle (1869) e Carcassona (1870). Nel 1871 fu in Italia al seminario d'Aquino; fu poi rettore di quello di Larino.

Lasciò notevoli scritti, tra cui: I seminari clericali e il prossimo Concilio Vaticano (Napoli 1869); Explication d'un Etendard eucliaristique composto da mons. Tommaso Giti lardi vescovo di Mondovì, nella rivista Règue de Jézus-Christ (Paray-le-Monial, genn.-apr. 1869), trad. in italiano col titolo di Stendardo degli adoratori perpetui del S.ma Saccamento, Mondovì 1886; un trattatello sull'Eucaristia : Les qualités de l'hostie et leur symbolisme, in Semaine catholique di Carcassona (1866) ripreso e svolto poi in cinque conferenze sotto il titolo: La Communion par excellence, ou les Mystères de l'union de Dieu et de l'homme par la sainte Eucharistie (Tours 1887).

Annibale Bugnini
AMBROSIANO, CANTO. - E il canto adoperato attualmente nella liturgia ambrosiana. Anticamente la sua estensione era molto più diffusa, arrivando fino a Benevento e Montecassino, benché a. fosse sempre sinonimo di milanese. Non si può in realtà affermare che il canto, come lo stesso ordinamento liturgico, sia opera di s. Ambrogio; però certamente nella salmodia, nell'innodia e in altre parti, questi ebbe una direttiva personale. Tutto però ci fa credere che al sec. vi almeno, canto e liturgia avessero una fisionomia propria, diversa da quella che dispose il papa s. Gregorio per Roma. Circa l'origine, benché ci siano molti dettagli ancora imprecisi, si crede che rispondesse, non esclusi gli influssi orientali e qualche orientamento gallicano, ad una tradizione più o meno latina; in tal modo si può dire che vi era una tradizione musicale romana, che fu stilizzata diversamente a Roma ed a Milano, forse anche data l'importanza diversa dei due centri. Per il ritmo, è certo che la tradizione fu la stessa; anzi i più antichi manoscritti musicali a. adoperano, si può dire, la stessa notazione nord-italiana, che presenta grande affinità con la Sangallese usata a Bobbio, e gli stessi segni ritmici addizionali. Nella parte modale, il c. a. testimonia ancor più del gregoriano la teoria antica, prima che fosse ritoccata e sistemata nel medioevo; esso è più conforme al genio latino, al ritmo libero e alle antiche teorie dell'armonica ellenica. I due canti, a. e gregoriano, benché si possano dire una stessa liturgia musicale, hanno ciascuno stile e formole proprie. Nell'a. i meliami sono, in genere, più prolungati, composti di intervalli più congiunti, di forma più somigliante alla bizantina. I manoscritti sui quali si è potuto stabilire una edizione critica di questo canto sono relativamente numerosi, e risalgono ai secc. IX e x. La scrittura, dalla primitiva, si sviluppò sino ad assumere forme gotiche; oggi ben legittimamente si è potuto presentarla con tradizione neumatica latina comune. E notevole, nella modalità del c. a., l'assenza di ogn i
indicazione numerica dei modi all'inizio della melodia; ciò che risponde meglio al suo carattere primitivo. La salmodia non conosce melodia propria alla mediante, e come dominante per il canto del salmo sceglie logicamente quella nota che più ha dominato nell'antifona, con la quale deve formare un tutto armonico e liturgico. Quanto alla sua estetica, vi è, più che nel gregoriano, una gran diversità di formole per i diversi momenti liturgici. La sua espressione, benché a volte sia di una semplicità straordinaria, altre volte è più intensa, più sentita, più ardita; perciò è completamente falso l'appellativo ad esso applicato di «canto duro", in un tempo nel quale si ignorava il vero c. a. In complesso, è un'espressione musicale più primitiva, più spontanea, meno ricercata della gregoriana.

Bibl.: C. Perego, La regola del canto fermo a., Milano 1622; G. A. Irico, De Ambrosianae liturgiae origine antiquitate et nomine, 1743 (inedito nella bibl. Ambr.): Antiphonarium et lestionarium ambrosianum sacce. IX et X, in Mommenta sacra et pralima ex codicibus praeterium bibliotecae ambrosianae, Milano 1861: A. Ceriani, Notitia liturgiae ambrosianae ante suet. XI medium, Milano 1893 ; M. Magistretti, La liturgia della Chiesa di Milano nel sec. IV, Milano 1890; P. Copin, Antiphonarium ambrosianum du Musée britannique (Pulcographic musicale Salesm., 56), Sclasmes 1896-1900; Kutt. in Rassegna Gregoriana, 19031906; E. Garbagnati, Studi sull'antica salmodia ambrosiana, in Rassegna gregoriana, 1911, e Ambrosius, 1928; G. Bos. Sull'ese cuzione metrica degli iani giunobici ambrosiani, in Ambrosius, 1928.

Gregorio M. Suñol
AMBROSIASTER. - Nome fittizio, coniato da Erasmo da Rotterdam, per designare un antico anonimo scrittore cristiano, fino allora identificato con s. Ambrogio di Milano.

Erasmo per primo scoprì che il famoso Commentario delle Epistole di s. Paolo, dalla tradizione attribuito a s. Ambrogio, non era di Ambrogio. E poiché egli pensava che della falsa attribuzione ambrosiana fosse responsabile lo stesso reale autore del Commentario, per questa ragione gli applicò il nome dispregiativo di A. o falso Ambrogio.

Questa particolare opinione di Erasmo non sembra essere suffragata dalla recente indagine, ma la scoperta della diversità di autore del Commentario restò acquisita alla scienza patrologica.

Le Opere. - All'A. sono stati recentemente attribuiti vari altri scritti, dei quali solo due sono da ritenere autentici: lo pseudo-agostiniano Quaestiones Veteris et Novi Testamenti, e alcuni anonimi frammenti esegeteci su s. Matteo. Le altre rivendicazioni, dovute in parte al Morio, in parte al Wittig, sono destituite di serio fondamento, quando non sono addirittura in contrasto con l'opera autentica dell'A.

I Commentaria in XII Epistolas b. Pauli (eccetto quella agli Ebrei, che secondo l'A. non è di s. Paolo) sono, a giudizio di studiosi antichi e moderni, una delle migliori e più sobrie interpretazioni patristiche. del pensiero paolino. L'edizione critica, alla quale si lavora dai primi anni di questo secolo, si attende ancora. Ciò nonostante, grazie all'esame paleografico recentemente perseguito dal Souter, si è venuti a conoscenza di un fatto che non apparisce dalle esistenti edizioni (cf. PL 17), la varietà cioè, delle recensioni, in cui l'opera ci è tramandata. Si hanno infatti tre recensioni del commentario ai Romani, due del commentario ai Corinti, mentre gli altri esistono in una sola forma. L'edizione critica del commentario sarà contenuta in due volumi del CSEL di Vienna.

Coi Commentaria presenta profonde e innumerevoli affinità di pensiero e di forma il libro delle Quaestiones, raccolta molto interessante di trattati esegetici, polemici (p. es. contro Porfirio) e speculativi. Anche di quest'opera i manoscritti ci tramandano tre recensioni, delle quali tuttavia solo due, una di 127, l'altra di 151 trattati, sono autentiche. L'edizione critica curata dal Souter (CSEL, 50 [1908]), a parte i suoi grandi meriti, è tuttavia da ritenersi insufficiente per quanto riguarda la duplice recen-

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sione delle Quaestiones. Infatti il Souter non pubblica integralmente che la Collezione " 127 ", la quale, a suo giudizio, rappresenta la seconda edizione riveduta e corretta dell'A. E da credere però che questa Collezione contenga solo in parte la seconda edizione. L'altra parte bisogna cercarla nella " 151 "; per cui è ancora necessario servirsi del Migne (PL 35, 1207-1416).

Oltre le due suddette opere, appartengono ancora all'A. non solo il lungo frammento escatologico su Mt. 24 e il più breve De Petro Apostolo, ma anche il brevissimo De tribuu mersuris, tutti e tre conservati nel cod. Ambros. I, e pubblicati da G. Mercati in Studi e testi, 11, 1, Roma 1903, pp. 23-49.

L'Autore. - Da questi scritti risulta una personalità ben definita di scrittore originale, un esegeta sobrio e attaccato al senso storico-grammaticale, un polemista vigoroso ma ragionevole, un teologo non molto profondo ma dalle idee chiare. Certamente occidentale, e originario italiano o spagnolo, probabilmente convertito dal paganesimo, egli scrive a Roma sotto il pontificato di s. Damaso (366-84), apportando alla propria opera letteraria una mentalità di legista e una conoscenza non comune del paganesimo come del giudaismo. Sembra che abbia tenuto nella curia romana il grado di presbitero.

Quanto alla identificazione, le testimonianze sia interne sia esterne sono mute. S. Girolamo, che mostra di conoscere un trattato dell'A. (Quaest. 109; cf. Epist. 73, del 598), ne ignora l'autore. I nomi di s. Ambrogio, s. Ilario, s. Agostino della tradizione manoscritta e letteraria non sono che congetture degli antichi. Ma ugualmente falliti sono tutti i tentativi di svelare l'anomimo, fatti dagli studiosi moderni. L'A. non è né Ticonio, proposto dal Morel, né Ilario diacono romano, opinione dominante nello scorso secolo, né Faustino presbitero, suggerito dal Langen, né infine Isacco, il giudeo convertito, nome proposto fra tanti altri dal Morin, benché abbia incontrato grande ma non giustificato favore presso alcuni critici.

BibL.: J. B. Morel, Dissertation sur le véritable auteur des commentaires sur les Epiltres de s. Paul fausement attribués à 1. Ambrosio, etc., Parigi 1792; J. Langen, De Commentariarum in epistolas Paulinus qui Ambrosii, et Quaestionum biblizorum quae Augustini fermitur scriptore dissertatio, Bono 1880; C. Morin, L'A. et le Juif ransverti l'osr, cantempurain du pabe Damase, in Revue d'hist. et de littér. relig., 4 (1899), pp. 97-121; id., La question de l'A. Salotion nouvelle, in Revue bénédictine, 31 (1914), pp. 1-34; id., La critique dans un impasse: à propos du cas de l'A., in Revue bénédictine, 40 (1928), pp. 251-55; A. Souter, Reasons for regarding Hilarins (A.) as the Author of the MercatiTuraer Auccduton, in Revue bénédictine, 5 (1903-1904), pp. 608621 ; id. A Study of A., (Texts and Studies, 7, n. 4), Cambridge 1903; id., Pseudo Augustini Quaestiones Veteris et Voci Testamenti, Prolegomena, in CSEL, 50 (1908), pp. vi-xxv; id., The earliest latin commentaries on the epistles of St. Paul, Oxford 1927; Fr. Cumont, La polémique de l'Ambrosiaster contre les palens, in Rev. Hist. et Litt. relig., 8 (1903), p. 417; I. Wittig, Filastrius, Gaudentius und A., in Kirchengeschichtliche Abhandlungen 7 (1919), pp. 1-51; P. Labriolle, La réaction palenne, Parigi 1934, p. 493 sg.; G. Bardy, s. v. in DBs, fasc. 1-11, coll. 225-41; C. Martini, Quattuor fragmenta Pelagio restituenda, in Antonianum, 13 (1938), pp. 293-334; id., A. De auctore, operibus, theologia (Spiellegium Pont. Atheneset Antoniani, 4), Roma 1944. A questo studio rimandiamo il lettore per un più completo rag. quaglio bibliografico.

Colestino Martini
AMBROSINI, Floriano. - Architetto, operante a Bologna tra la fine del 1500 e i primi decenni del 1600. Eresse nel 1592 la chiesa domenicana di S. Pietro Martire e nel 1615 quella di S. Antonio, dove, forse per la collaborazione di B. Sacchi, il suo stile appare ravvivato da un accentuato movimento dei piani conforme all'affermarsi del gusto barocco. Presentò anche un disegno per la Cappella dell'Arca di S. Domenico di cui fu fatta un'incisione in rame nel 1596.

BibL.: F. Malaguzzi-Valeri, s. v. in Thieme-Becker, I,
p. 397; A. Venturi, Storia dell'arte italiana, IX, vi, Milano 1928; I. B. Supino, L'arte uelle chiese di Bologna, Bologna 1932.

Maria Donati
AMBROSOLI, Ambrogio. - N. a Milano il 23 nov. nel 1800 e m. ivi il 21 luglio del 1871 , canonico, filantropo, fu celebre predicatore del suo tempo. Amico dell'Aporti e del Lambruschini, fu da quest'ultimo elogjato nell'apt del '48 nel giornale La Patria per avere in Roma predicato in favore dell'emancipazione degli Ebrei. Sacerdote liberale, l'A. fu anche benemerito degli asili infantili di Milano.

BibL.: G. Mazzoni, L'Ottocento, Milano 1934, p. 1213; R. Lambruschini, Seritti politici e di istruzione pubblica, Firenze 1937, pp. 106-107; A. Gambaro, F. Aporti e gli asili nel Risorgimento, II, Torino 1937, p. 531. Nino Sammartano

## AMBULACRO : v. deambulatorio.

AMEDEO MENEZ de SyLVA, beato. - Francescano, n. a Ceuta nel 1420 da Rodrigo Gomez de Sylva, principe reale di Castiglia e Isabella Menez della nobile famiglia di Villa Reale in Portogallo; onde viene detto ora spagnolo ora portoghese. Mori nel convento di S. Maria della Pace in Milano il 10 ag. 1482. E fratello della beata Beatrice de Sylva. Arruolatosi al comando di Giovanni II contro i Mori e gravemente ferito al braccio, nel 1442 si ritirò tra gli Eremiti di s. Girolamo in Guadalupe, dove rimase fino al 1452 , quando, per divina ispirazione, si recò ad Assisi e chiese al ministro generale p. Angelo da Perugia l'ammissione nell'Ordine francescano. La domanda venne accolta solo tre anni più tardi, quando, morto il p. Angelo, gli successe il p. Giacomo da Mozzanica. Da questi, nel 1456, A. fu mandato al convento di S. Francesco in Milano, dove visse da solitario in compagnia di fra' Giorgio da Valcamonica. Da Milano, nel 1457, passò a Moriano Comense, quindi ad Orano, poi a Bressanoro. La vita edificante di A. destò l'ammirazione dei superiori che nel 1459 lo vollero sacerdote, della duchessa Bianca Maria Sforza, che lo mandò quale ambasciatore straordinario presso il papa Pio II per affari concernenti il bene spirituale dello Stato di Milano, e dei confratelli. Molti di questi, col beneplacito dei superiori, si raccolsero attorno ad A. eleggendolo a direttore e guida per una più stretta osservanza della regola francescana. Si trovò così a capo di quel movimento di riforma francescana che da lui venne detta "Congregazione degli Amedeiti". Sisto IV, penitente del beato, lo volle a Roma, assegnandogli per dimora il convento di S. Pietro in Montorio. Per culto immemorabile, dalla Chiesa però non riconosciuto ufficialmente, è chiamato beato.

Gli Amedeiti, che alla morte del fondatore contavano 21 conventi, saliti poi a 39, con la bolla di Leone X Ite et vos vennero nel 1517 uniti all'Ordine dei Frati Minori dell'Osservanza. Ma non essendo stati fusi ad esso, persistettero ancora in parte indipendenti, finché nel 1568 Pio V ve li incorporò completamente.

Dimorando a S. Pietro in Montorio, A. scrisse una opera di indole profetica rimasta inedita, dal titolo Apocalypsis nova, contenente 8 «ratti», cui si aggiungono 4 salmi, 4 cantici, 4 sermoni su s. Giovanni Battista e 10 altri sermoni ed esortazioni. L'originale è da ritenersi perduto; i manoscritti esistenti, ridondanti di puerilità e di errori dottrinali, sono ritenuti interpolati.

BibL.: Acta SS. Augusti. II, Parigi 1867, pp. 572-606 (biografia anonima di A. del 1486); L. Wadding, Scriptores Ordinum Minorum, Roma 1906, p. 15; J. J. Sbardeu, Supplementum et Castigatio ad Scriptores trium Ordinum s. Francisci, II, Roma 1908, p. 32; P. Sevesi, Beato A. Menez de Sylva dei Frati Minori, fondatore degli Amedeiti (Vita inedita di fra Mariano da Firenze e documenti inediti), in Luce e Amore, 3 (1911), pp. 529-42, 586-605, 681-710; A. de Sérent, s. v. in DHG, II, coll. 1152-56;

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P. Sevesi. Il Beato A. Menez de Sylva e documenti inediti, in Miserilanea Franciacana, 32 (1912), p. 227 sgg.: B. Galli, Il bento A. Menez de Sylva, Quaracchi 1923; L. Wedding, Annales Minorum, XIII, ²⁴ ed., Quaracchi 1932, p. 410 sg. (la ¹² ed. é di Lione 1623-24).

AMEDEO V, conte di Savoia. - Figlio secondogenito di Tommaso di Savoia signore del Piemonte (a sua volta figlio cadetto di Tommaso I conte di Savoia) e di Beatrice Fieschi, nipote di papa Innocenzo IV, raccolse nel 1285 l'eredità dello zio Filippo I conte di Savoia, morto senza credi. La sua ascensione al potere trovò qualche opposizione nel nipote Filippo, figlio del fratello maggiore Tommaso, e nel fratello minore Ludovico; ma egli li indennizzò cedendo al primo i possedimenti paterni di Piemonte ed al secondo il Vaud a titolo di feudo. La divisione degli Stati sabaudi in tre gruppi, stabilita da A., fu causa di guai per la dinastia. A. riuscì però ad accrescere i suoi domini sposando Sibilla di Bagé signora della Bresse, territorio che fu economicamente assai utile ai Savoia. A differenza dei suoi predecessori che avevano sentito fortemente l'influsso della corte inglese con la quale avevano legami stretti di parentela, A. si accostò notevolmente alla monarchia francese che appariva egemone nei territori del vecchio regno di Arles, tra le Alpi ed il Rodano. Perciò il conte di Savoia militò con Filippo IV il Bello contro gli Inglesi nelle guerre di Fiandra, cercando poi di interporsi come mediatore tra le due parti. Non riusci però ad ottenere alcun vantaggio dalle sue relazioni francesi : il re di Francia Filippo IV il Bello si comportò con molta prudenza nei contrasti tra la Savoia e il Delfinato, cercando di non appoggiare né l'una né l'altra parte.

Il secondo matrimonio di A. con Maria di Brabante diede grande importanza alla politica sabauda, quando il cognato del conte, Arrigo di Lussemburgo, diventò re dei Germani ( 1308 ). Nella discesa di Arrigo VII in Italia, A. ebbe una parte importantissima e l'imperatore gli attestò la sua gratitudine dandogli il titolo di principe dell'Impero e riconoscendogli il possesso, teorico per allora, di Asti. Dopo la morte di Arrigo VII, il conte di Savoia si riaccostò nuovamente alla corte francese presso la quale soggiornò a lungo, mentre al governo degli Stati presiedevano i suoi luogotenenti. In Piemonte seguì una politica di accordo con i Visconti, senza però lasciarsi trasportare a rottura aperta con re Roberto d'Angiò, contro il quale tuttavia permetteva al nipote Filippo di Acaia di svolgere la sua attività militare. Quanto alla sua politica religiosa sono da ricordare le relazioni burrascose col vescovo di Ginevra per il possesso della città, e il viaggio ad Avignone per trattare col papa Giovanni XXII il disegno di una crociata. Là lo colse la morte, il 16 ott. 1323. Fu tumulato nel sepolcreto di Altacomba (v.).

Bib.: L. Cibnario, Storia della Monarchia di Savoia, Torino 1844: C. A. Gerbaiz de Sonnaz. Studi storici sul cantado di Savoia e marchesato in Italia, Torino 1883-1902: F. Gabotto, Storia del Piemonte nella prima metó del sec. XIV, Torino 1894: id., Asti e la politica sabauda in Italia al tempo di Guglielmo Ventura, Fincrido 1903.

Francesco Cognasso
AMEDEO VI, conte di Savoia, detto il Conte Verde. - Figlio di Aimone conte di Savoia e di Iolanda di Monferrato, n. il 4 genn. 1334 a Chambéry. Rimase assai presto orfano di madre (1342) e di padre (1343); sino alla maggiore età (1348) governarono per lui i due tutori Ludovico II di Savoia-Vaud ed Amedeo III conte del Genevese. La sua minorità segnò una grave crisi per la dinastia sabauda, perché in quegli anni la monarchia francese riusci ad impadronirsi del Delfinato, sì da aggirare lo Stato sabaudo e minacciarlo nella sua esistenza. Contro tale situazione do-
vette reagire il giovane A., e non con l'azione militare, ma con l'attività diplomatica e politica. Egli riusci col trattato di Parigi (1355) a regolarizzare i confini con il Delfinato, in modo da toglier di mezzo ogni motivo di lotta, mentre con l'acquisto del Faucigny eliminava il pericolo di una intromissione francese nei suoi domini. Prudente, sposò una principessa francese, Bona di Borbono, sì da rendere cordiali i suoi rapporti con la corte di Parigi, ma presto mise in massimo rilievo i suoi legami con l'impero romano-germanico, quale vassallo e vicario imperiale, allo scopo di contrapporre giuridicamente l'influsso tedesco a quello più vicino e più pericoloso della Francia. Reagi contro le tendenze diagregatrici della Casa, riassorbendo i domini del ramo Savoia-Vaud e stringendo energicamente a sé i principi del ramo Savoia-Acaia desiderosi di creare nei loro domini di Piemonte uno Stato indipendente. Con abile gioco diplomatico cercò di sottrarre i marchesi di Saluzzo e di Monferrato all'influsso dei Visconti di Milano; poi non esitò ad impegnare una lunga lotta diplomatica e militare con Galeazzo II e Bernabò Visconti per respingerli dal Piemonte occidentale e sottrarre loro gli ultimi domini che gli Angioini avevano in Piemonte. Così riusci a rivendicare alla Casa i due caposaldi importantissimi di Bielia e di Cuneo.

Aveva fatto voto di andare crociato in Oriente, e nel 1366 non esitò ad organizzare da solo una spedizione di soccorso al cugino imperatore di Bisanzio, Giovanni V Palcologo, combattendo prima contro i Turchi a Gallipoli e poi contro i Bulgari. Dal cugino ottenne la promessa che avrebbe abjurato l'eresia greca e sarebbe ritornato all'ortodossia romana. Per questo nel 1367, rientrato in Italia, visitò papa Urbano V e lo riaccompagnò solennem