o.
Bibl.: Fonti: Testem benevolentiae, in Acta Leonis XIII, XI, Roma 1900, pp. 9-20; W. Elliott, The Life of Father Hecher, ²² ed., Nuova York 1892 (tradotta in francese da F. Klein, Parigi 1897); J. Ireland, The Church and Modern Society, Parigi 1897; D. J. O'Connell, L'A. d'après le P. Hecher: ce qu'il n'est pas, ivi 1897; Ch. Maignen, Le Père Hecher, est-il un saint?, Parigi-Roma 1898; A. J. Delattre, Un catholicisme américain, Namur 1898. - Studi : A. Houtin, L'A., Parigi 1903; A. Gisler, Der Modernismus, ³² ed., Colonia 1912, pp. 27-222; J. Rivière, Le modernisme dans l'Eglise, Parigi 1929, pp. 109-98; P. Lecanuet, La vie dans l'Eglise sous Léon XIII, ivi 1930, pp. 344 399; J. Roofs, s. v. in LThK, XI, coll. 339-61; G. De Pierrehiu, s. v. in DSp. I, coll. 272-87; E. Hocedes, Histoire de la Théologie au XIXe itècle, III, Bruxelles-Parigi 1947, pp. 190-94.
Emanuele Chiretini
AMERICAN PROTECTIVE ASSOCIATION: v. KNOW NOTHING.
AMERICAN WALDENSIAN AID SOGIETY: v. VALDESI.
AMERISI, Michelangelo: v. caravaggio.
AMEŠA SPENTA. - Sotto il nome persiano di A. è inteso un gruppo di entità, che appaiono di fre-
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DIVISIONE POLITICA

1. Gr. Berlogon - 2. Olsnda - 3. Franria - 4. Stati L'nili

2. Distendrati da immigreti rurugri rereali - 2. Cresdi con forte promettione di annone indigene - 3. Cresdi con forte promettione di annone aceto - 4. Cresdi inaserrati con indigeni - 5. Indigeni più o meno indigenti oli - 6. Indigeni parti o debolsende meticetali - 7. Negri immigreti.

3. Meno di 1 ab. per koug. - 2. da 1 a 10 ab. per koug. - 3. da 10 a 25 ab. per koug. - 4. oltre 25 ab. per koug.
## ATTIVITÀ ECONOMICA

1. Forme di economia primitiva (normalitari, esercatori, avandari) 2. Forme primitive di agricoltura - 3. Altramemio estensivo - 4. Forme più remote di agricoltura - 5. Agricoltura e altramemio - 6. Principali - 7. Economia forestale - 8. Principali zone di pozzo - 9. Principali zone minerarie - 10. Principali zone industriali - 11. Principali ferrovie.
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# AMERICA MERIDIONALE
## DENSITA DEI CATTOLICI

Percentuali sul totale della popolazione: 1. Da 10 a 25
2. da 25 a 50
3. da 50 a 75
4. da 75 a 90
5. più di 90
6. 100 .
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LA CHIESA DI ST. PATRICK A NUOVA YORK.
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(Int. (iunre)
VEDUTA POSTERIORE DEL SEMINARIO MAGGIORE DI BELO HORIZONTE - Brasile.

(Int. (iunre)
SEMINARIO DEI SANTI ANGELI CUSTODI di Santiago del Cile Cortile degli Umanisti.
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(propr. PP. Gesuiti. Homo)
MISSIONE DI MARY'S IGLOO IN ALASCA.

ida K. von Schamacher, Südamerika, Herlin, Aueich 1811.
CAPANNA DEGLI INDIOS SELK'AM - Terra del Fuoco.
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A sinima: FACCIATA OCCIDENTALE DELLA CATTEDRALE DI AMIENS (sec. xmi); A destra: VERGINE COL BAMBINO - Cattedrale di Amiens.
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quente or l'una or l'altra or parecchie insieme in quasi ogni strofa degli inni dell'antica Avesta. Il termine stesso A., la cui prima parte ameša significa "immortale" e la seconda spenta probabilmente "benefico", quindi "benéfici immortali ", non appare nelle Gäthä ma si trova la prima volta in una composizione a sette capitoli (Yasna, 39, 3), la quale per lingua e contenuto sta ad esse molto vicina.
Gli A. costituiscono uno dei perni fondamentali del sistema di Zarathustra e una delle parti più originali della sua dottrina. Si enumerano tra gli A. le seguenti figure: Aša vališta "l'ottima rettitudine", Vohu manah "il ben pensare "ossia l'equità, Xšathra vairya "il regno desiderabile ", Spento ärmaiti "la benefica docilità ", Haurvatät "l'integrità ", Ameretät "l'immortalità ". Sono quindi sei forze; e ugualmente i Greci ne conoscono sei, come appare da Plutarco (De Is. et Os., 47), che toglie le sue notizie probabilmente da Teópompo, e chiama tali forze dèi. Il numero sette, di cui del resto non si parla esplicitamente nell' Avestä antica, viene ottenuto aggiungendo al gruppo Ahuramazdäh o talvolta Sraoša; ma questo numero non resta costante perché altre figure vengono talvolta annesse.
Sono creature di Ahuramazdāh (v.), il quale di alcune di esse è chiamato anche padre; quanto alla loro natura alcuni vedono negli A. esseri divini o astrazioni etiche divinitzate e personificate, altri invece semplici attributi o aspetti dell'unica divinità, parti essenziali del suo essere; ma poiché le sei forze vengono attribuite sia alla divinità sia all'uomo, bisogna tener presente questo doppio aspetto e vedere in esse proprietà della divinità, con cui governa il mondo, distribuisce grazie e aiuti, la ricompensa o il castigo finale ecc. e nello stesso tempo qualità dei fedeli che li fanno capaci di operare il bene. Ricorrono il più delle volte in caso istrumentale, volendo indicare il mezzo o lo strumento con cui la divinità e i fedeli agiscono; e appaiono anche personificate.
Nell' Avestä recente le sei forze appaiono senz'altro come divinità, ma hanno però completamente perduta l'importanza ch'esse avevano nell'antica dottrina; e sono poste in relazione con diversi elementi del mondo, di cui è ad esse affidata la cura e la protezione : ad Aša il fuoco, a Vohu manah gli animali, a Xšathra i metalli, ad Armaiti la terra, ad Haurvatät l'acqua e ad Ameretät le piante. Di queste relazioni con gli elementi si hanno accenni anche nell'antica Avestā (cf. Yasna, 51, 7; 47, 3). Quale dei due aspetti sia primitivo negli A., se quello spirituale o quello fisico, non è possibile decidere; certo è che nell'antica Avestā il lato etico e morale domina quasi incontrastato. La traduzione di alcuni nomi degli A. viene discussa ancora oggi; né riesce sempre agevole darne in altra lingua il corrispondente con un solo termine, designando nell' Avestā antica nozioni non univoche ma complesse. Inoltre le funzioni, ad essi attribuite nel sistema di Zarathustra, non sono distinte con tale precisione da permettere di fissare i contorni spiccati e precisi della loro attività. Deriva ciò dall'essere il sistema piuttosto abbozzato che finito, o forse dal piccolo numero degli inni pervenutici?
Aša corrisponde all'indiano rta, che ha il significato di diritto, ordine del mondo in quanto conforme a una norma di diritto. Nell'Avestā, Aša non si applica al mondo materiale se non raramente (Yasna, 44, 3 è probabilmente, secondo il contesto, da tradursi "ordine del mondo"); il più delle volte invece si attribuisce alla divinità e agli uomini; è una proprietà
dell'azione di Ahuramazdāh, e una qualità, da cui devono essere mossi gli uomini nel loro operare. Alcuni la traducono " verità ", altri invece "giustizia, diritto ". Anche gli autori antichi oscillano tra le due nozioni; e mentre Plutarco (De Is. et Os., 47) e lo scrittore arabo Birani (Chron., 219, v. 204; ed. E. Suchau) rendono "verità", Filone di Biblo (in Eusebio, Praep. et., I, 10, 42; ed. Th. Gaisford) traduce "giustizia". Difatti le due nozioni di verità e di giustizia sono incluse nel termine aša; si può solo discutere quale sia la prevalente "dia la tonalità. Ma poiché tutta la tradizione dei libri posteriori mazdei e anche le lingue non iraniche, in cui la parola è penetrata, l'intendono come "giustizia", crediamo che questo sia il significato prevalente. Essa però nel sistema di Zarathustra non designa una norma esclusivamente oggettiva, bensì una qualità morale, una disposizione abituale del pensiero, della volontà e dell'azione, conforme alla norma retta. Il termine italiano, che renderebbe più adeguatamente le complesse sfumature, è "rettitudine ", cioè la conformità del pensiero e del volere alle norme del vero, la verità nell'operare. Traducendo in tal modo si terrebbe conto delle due nozioni di giustizia e verità che si trovano nel termine avestico. Questo A. è il primo e il più importante nella dottrina mazdea; e come costituisce la proprietà essenziale di Ahuramazdāh, cosi dev'essere la disposizione fondamentale di colui che segue la sua dottrina; per questo il fedele mazdeo viene senz'altro chiamato "colui che ha la rettitudine, il retto, il giusto ".
Vohu manah significa "buon pensiero ", meglio "il ben pensare o sentire ", e indica una disposizione non semplicemente intellettiva, ma soprattutto volitiva. Plutarco ne tramanda esattamente il significato traducendola "benevolenza". Dopo Aša è la forza più importante nella dottrina di Zarathustra, anzi nella tradizione posteriore alle Gäthä essa piglia senz'altro il primo posto, e così anche in Plutarco e Filone di Biblo (loc. cit.). La differenza tra questa entità e la precedente sembrerebbe consistere soprattutto in questo : mentre la "rettitudine" guarda alle norme del giusto e del vero, il "ben pensare, o sentire" guarda soprattutto alle norme dell'equità; tra la prima e la seconda si ha in certo modo la stessa differenza, che si riscontra tra giustizia ed equità. La sua funzione è tra le più importanti : al "ben sentire" si attribuisce soprattutto l'estensione del dominio di Ahuramazdāh e l'accrescimento della sua potenza, ad esso ugualmente il successo della missione del suo inviato, Zarathustra, e l'incremento ed il benessere e la prosperità della società umana. Esso appare anche come il veicolo, attraverso il quale la divinità trasmette le sue leggi e le suo norme.
Xšathra ha doppio significato e indica talvolta la "sovranità " o semplicemente "autorità " e talvolta il territorio in cui essa si esercita, il "regno". Nel primo senso si attribuisce alla divinità e anche all'uomo, ad es. al capo della società, della tribù o della casa. La somma autorità spetta ad Ahuramazdāh, e nel suo modo di esprimersi Zarathustra lo fa sempre accompagnare dalla sovranità, e per mezzo di essa lo fa operare e parlare. Con la sua "sovranità " la divinità elargisce ai buoni la ricompensa, per mezzo di essa darà alla fine una forma meravigliosa al mondo. Ma l'autorità spetta anche ai capi della società umana nelle sue varie gradazioni, ed essa deve avere come caratteristica "forza con rettitudine e dominio con ben sentire (equità) ". Quando il termine è usato nel senso di "regno ", si intende prevalentemente il regno
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futuro, quello che sarà stabilito alla fine del mondo dopo la sconfitta definitiva del male : è il regno beato "dalla lunga durata ", splendente e sfolgorante al pari del sole, adornato di magnifiche luci da Ahuramazdäh stesso; il dominio della rettitudine e del ben sentire, dove la parola della divinità avrà pieno ed incontrastato valore. I suoi abitanti si ciberanno di integrità e berranno l'immortalità, e avranno benessere e forza sempiterna. L'idea di un regno di Dio sulla terra, quale appare nel Vecchio Testamento, composto da un popolo eletto, con territorio proprio e sotto il reggimento diretto di Dio (teocrazia) è assente dalla dottrina di Zarathustra, per quanto si siano fatti tentativi di ritrovarvela.
Armatti è "docilità ", la qualità con cui si deve rispondere all'autorità di Ahuramazdäh e ad ogni terrena autorità, fondata su rettitudine e ben sentire. In un inno Zarathustra spiega il contrasto fra i devi da una parte e gli uomini pii, ripetendone l'origine dal fatto che i primi sono stati ribelli all'autorità della divinità, mentre gli altri sono stati docili, hanno avuto la "docilità ". E domanda la grazia che la "docilità" si diffonda presso tutti quelli che ascoltano la sua parola. Chi poi sarà animato da docilità "farà crescere la rettitudine nel mondo con i suoi pensieri, le parole ed opere n; in questo il riformatore vede lo scopo della sua missione.
D'indole diversa dai precedenti sono gli ultimi due A., i quali rappresentano una ricompensa avvenire, un dono promesso dalla divinità nella vita futura, come guiderdone delle opere di bene compiute sulla terra. Essi sono Haurvatät e Ameretät.
Haurvatät significa "integrità, interezza " e indica il cumulo dei beni, che renderanno il giusto felice dopo morte, dandogli un assoluto benessere spirituale e corporale.
Ameretät "immortalità "denota l'eterna durata della vita felice futura, che non conoscerà tramonti.
Se prescindiamo da questi due ultimi, che hanno carattere escatologico, i primi quattro A. rappresentano i cardini fondamentali di una vita religiosa e sociale ben ordinata. In essa domina un'autorità, la quale nella concezione di Zarathustra deve essere associata con la rettitudine e con il ben sentire (l'equità); ad essa deve far riscontro la docilità, cioè l'ubbidienza, con la rettitudine e l'equità. Tali sono i rapporti che hanno da legare l'uomo alla divinità nella vita spirituale, e l'uomo ai capi nelle varie specie di convivenza sociale. Quando si avrà la perfetta cooperazione dei quattro grandi pilastri : autorità, rettitudine, equità, docilità, allora la società avrà armonia e prosperità, e gli uomini in quella ben ordinata società potranno conseguire lo scopo ultimo della loro vita, sintetizzato nei due termini : integrità e immortalità.
Valutazione. - Si è veduto un rapporto tra la dottrina degli A. e quella degli angeli nel Vecchio Testamento, e si è fatta derivare la seconda dalla prima. E con termine biblico gli A. vengono da taluni designati con il nome di arcangeli o di angeli. Ma le differenze sono cosi notevoli da far piuttosto pensare ad un contrasto.
Gli A. si presentano come astrazioni etiche in qualche modo personificate, le quali non possono considerarsi semplicemente come ipostasi di proprietà divine, essendo anche qualità degli uomini pii. Tale concezione è diversa da quella degli angeli, i quali hanno una spiccata personalità, nomi che non possono considerarsi come astrazioni, sono ben distinti da Dio, e per tutte queste ragioni non si prestano ad essere
concepiti come sue ipostasi; d'altra parte sono distinti dagli uomini e non possono considerarsi come concretizzazioni di virtù umane. Né si può trarre argomento dal numero sette, che si dice identico in tutte e due le dottrine, per affermare una derivazione dell'una dall'altra; perché il numero sette è assente dall'antica Avesta, e nella recente esso non solo non è costante, ma quando vi si trova è frutto di artificio, formandosi tal numero con l'aggiunta di Ahuramazdäh o di Sraab a, che non appartengono al gruppo degli A. Il numero quindi non è originario alla dottrina. Né è certo d'altra parte che il numero sette nel Vecchio Testamento (Tob. 12, 15) sia da considerarsi come numero reale e non piuttosto come espressione di una quantità indeterminata, come avviene in altri passi biblici. Se poi si volesse stabilire un confronto fra gli angeli e la loro opera con gli A. e la loro funzione, non si troverebbe il minimo parallelo, essendo la funzione dei due radicalmente diversa.
Bibs.: B. Geiger, Die Amesha Spentas, in Abhandt. Akad. Wien, 176 (1916), Abb. 7; Fr. B. König, Die Amesha Spentas des Avesta und die Erzengel im Alten Testament, Roma 1935. Giuseppe Messina
AMETTE, Léon-Adolphe. - Cardinale, n. a Dourille (Evreux) il 6 sett. 1850, m. ad Antony (Parigi) il 29 ag. 1920. Iniziò gli studi nel seminario di Evreux, li prosegui in quello di S. Sulpizio a Parigi. Ordinato sacerdote nel 1873 , fu vicario della cattedrale di Evreux, segretario vescovile, canonico titolare, vicario generale e arciprete di Pont-Audemer. Nel 1898 venne eletto vescovo di Bayeux e, nel concistoro del 21 febbr. 1906, mentre ferveva in Francia la lotta religiosa, Pio X lo promosse arcivescovo titolare destinandolo coadiutore, con diritto di successione, al card. Richard, arcivescovo di Parigi, al quale succedette nel 1908. Nel 1911 fu creato cardinale del titolo di S. Sabina. La forte personalità dell'A. si impose nella metropoli francese, tanto più che durante la guerra del 1914-18 diede prova di illuminato patriottismo e di carità di patria. Nel corso del suo episcopato cresse oltre cinquanta parrocchie e non poche chiese sussidiarie e si adoperò al riavvicinamento della S. Sede col governo francese che culminò nella normale ripresa delle relazioni diplomatiche.
Bibs.: Anon., Gli elettori del Papa, Roma 1914: Anon., s. v. in Enc. Ital., II, p. 962 . Mario De Camillia
AMETDEN (Amsdenus), Théodore. - Bibliografo e poliglotta belga, n. nel 1586, m. nel 1656. Si stabilì a Roma nel 1605 , dove si sposò. Abbreviatore per un po' di tempo; membro del collegio degli avvocati di curia, ne divenne decano. Spiegò una grande attività di scrittore. Fra le sue opere, tuttora inedite, si ricordano gli Elogia SS. Pontificum et Cardinalium e gli Avvisi, scritti in forma di diario per la corte di Spagna, della quale fu agente giuridico e diplomatico. Gli Elogia hanno generalmente poco valore storico, non cosi gli Avvisi che sono del più vivo interesse. Nel suo commento alle rime di P. Bembo si dimostra neoplatonico. Esiliato da Roma per aver pubblicato il De afficio et jurisdictione datarii senza approvazione (1654), poté ritornarvi dopo l'elezione di Alessandro VII (1655).
Bibs.: P. Richard, s. v. in DHG, II, coll. 1218-19; M. Szabó, Notice sur T. A., un belge, et sur ses commentaires inédits des - Rime "de P. Bembo, in Arndénie royale de Belgique, Classe des Lettres. Mémoires, 2^{°} serie, 27 (1929), fasc. 11; Pastor, XIII, pp. 1641-44. Giovanni Meneguer
AMFILOHIE, vescovo di Hotin. - Umanista romeno del sec. xviri; è incerta la data di nascita e quella di morte. Matematico, filosofo e autore dei primi manuali didattici apparsi nella Moldavia; un tempo mo-
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naco e priore del menastero di Zagavia, presso Hârlau, fu eletto vescovo intorno al 1780. Viaggiò e studiò lungamente in Polonia ed in Italia.
Lasciò pubblicate un'aritmetica, compilata su Elementi aritmetici del p. Alessandro Conti di S. Matteo, una geografia compilata sulla prima edizione romana del Buffier del 1775, ed una grammatica teologica seguendo il modello del russo Platone Levsin, arcivescovo di Mosca: e col manoscritto A6791 xal 8372 (Parole e fatti) apportò un prezioso contributo alla storia della Moldavia. L'erudizione e lo spirito di osservazione dell'A. si rivelano nello studio antropologico che questo studioso fa sul palmo domnesi (signorile) dei signori di Moldavia: l'identità del palmo moldavo con quello romano del tempo di Vespasiano getta una interessante luce sul problema della tradizione romana dei Romeni. Cosí pure nel suo volume di aritmetica fa un geniale raffronto fra il sistema di numerazione degli antichi Romani condotto sopra alcuni legnetti, su cui si praticavano delle tacche o intagli, e l'identico sistema adottato dai pecora romeni di Transilvania per numerare il bestiame. Lasciò inoltre un trattato manoscritto di fisica, cosmografia, teologia e botanica, del 1796. Del suo amore e interesse per l'Italia e per la sua cultura sono documento alcune pagine dove parla di Genova, di Venezia, del dominio del Papa e di Roma, e del regno di Napoli, con speciale interesse dell'amministrazione ecclesiastica.
Bibl.: A. Philopide, Introducere in Istoria limbri si literatures romanes, Iasi 1888. Tra gli studi più recenti: N. Iorga, Istoria literatures romdac, ²² ed., Bucarest 1925. Per i suoi rapporti con l'Italia: C. Isopescu, Il vescovo A. Ilutinini e l'Italia, in Saggi romeno-italo-tiponici, Roma 1943, pp. 27-31.
Luigi Grillo
AMFITEAT'ROV, ANTON. - Teologo russo dissidente del sec. XIX (1815-79), allievo e dottore del. l'Accademia ecclesiastica di Kiev.
S'è molto occupato della formazione del clero parrocchiale, per il quale ha pubblicato una Teologia dogmatica della Chiesa ortodossa cattolica orientale, molto usata in Russia e tradotta in greco (Atene 1858) e in bulgaro (Kiscenev 1869). Ha lasciato anche due raccolte di discorsi (Kiev 1859; Kazan 1870).
Bibl.: A. P. Lopukhine, Pravoslavania bogoslovskaia Entsichopedia (Enctelopedia teologica ortodossa), I. Pietroburgo 1900, coll. 889-91; Russhij biograficeshiji Slovac (Urzionario biografico russo), I. Pietroburgo 1900, pp. 216-17; sua necrologia nella rivista Pravoslavniyi Sobeciednik, 2, (Kazan 1876), pp. 317-93. Martino Jupie
'AM HÃ-'ÄREŞ. - Locuzione ebraica ("popolo della terra"), che nei primi documenti indica semplicemente il popolo di una determinata regione oppure la gente della campagna (Gen. 42, 6; II Reg. 24, 14), ma già in Esd. (4, 4) e Neh. (10, 31) designa i pagani imparentatisi con gli israeliti. Il senso dispregiativo, estraneo al significato primitivo, si accentuò sempre più; l'espressione divenne quasi sinonima di "ignorante» ed "empio». Con tale termine venivano designati dai dotti farisei e scribi coloro che non conoscevano la legge. Al 'am ha-áres i farisei zelanti rimproveravano l'ignoranza della legge (cf. Deut. 27, 26) e la trascuratezza degli obblighi dichiarati fondamentali dal loro zelo, come il pagamento delle decime e tutte le pratiche per la purità legale (Mt. 23, 1-36). I dottori rabbinici prescrivevano la più rigorosa separazione dall'abbietto "popolo della terra». L'odio fra le due parti antagoniste, che affiora anche nel Vangelo (Io. 7, 49: "maledetti"), aveva radici profonde e si manifestava in forme drastiche, come si vede nella Mišnăh, in modo particolare nel trattato Pêyàhîm. Il cristianesimo, con la sua dottrina di amore e di fratellanza universale, trovò maggior penetrazione fra il "popolo della terra", al quale offriva comprensione e carità, che non presso i superbi scribi e farisei.
Bibl.: A. Büchler, Der galiläische Am-Haarez des II. Jahrhunderts, Vienna 1906; M. Sulzberger, The Am-ha-Aretz, Filadelfia 1909; H. L. Strack - P. Billerbeck, Das Evangelium nach Markus,
Lukas und Johannes und die Apostelgeschichte eridutert aus Talmud und Midrasch, II, Monaco 1924, pp. 484-519; E. Würthwein, Der 'amm halares im Alten Testament, Stoccarda 1936. Angelo Penna
AMIATINO, CODICE: v. VOLGATA.
AMICARELLI, Ippolito. - Sacerdote patriota, n. ad Agnone il 10 ag. 1823, m. a Napoli il 24 nov. 1889. Ordinato sacerdote, si diede alla predicazione e all'insegnamento; ma caduto in sospetto della polizia borbonica per le sue relazioni coi patrioti napoletani, soffrí anche il carcere. Dopo la caduta dei Borboni, fu eletto deputato e si manifestò nettamente contrario alla soppressione delle corporazioni religiose. Fu quindi nominato preside e rettore del liceo-convitto Vittorio Emanuele di Napoli. Pubblicò un corso di Lezioni sopra la lingua e la stile italiano.
Bibl.: Conmemorazione di J. A. fatta a Napoli nel Liceo "Vittorio Emanuele" il 24 febbr. 1890, Napoli 1890; E. Michel, s. v. in Diz. d. Risorg., Naz., II, Milano 1930, p. 63.
Mario De Camillis
AMICI, Giovanni Battista. - Fisico, astronomo, matematico e biologo italiano, n. nel 1786, m. nel 1863. Geniale per l'introduzione dell'obiettivo ad immarsione (1840), perfezionato poi dall'Abbe, e per la scoperta della germinazione del granello di polline sullo stigma, del percorso del tubetto pollinico fin nell'interno dell'ovulo, la fecondazione e l'origine dell'embrione delle fanerogame (1822-39).
L'A. era un cattolico compiuto.
Bibl.: F. Palermo, in Bull. di bibliografia e di storia delle scienze matematiche e fisiche, pubblicato da B. Boncompagni, 3 (1870), p. 220; F. Auerbach, Ernst Abbe, Lipsia 1918, p. 274 sg.; G. Briosi, Atti dell' Istituto botanico di Pavia, 1, 2^{2} mathrm{XI} (1908); (Memorie, 39), Pisa 1928.
Luigi Seremin
AMICI DELL'ARTE SACRA. - Le disposizioni pontifice per l'arte sacra, emanate nel 1925, prevedono l'istituzione presso ogni diocesi, alle dipendenze della locale Commissione per l'arte sacra, di una "Società degli A. dell'A. S." che, diramandosi dalla sede diocesana alle parrocchie o chiese più lontane mediante gruppi parrocchiali, deve favorire tutto ciò che tende all'abbellimento, al decoro, alla nettezza delle chiese. Questa istituzione è di carattere strettamente gerarchico e in molti casi è presieduta dal vescovo stesso o dal presidente della commissione diocesana (v. istituti di studi per l'arte sacra).
Corrado Mezzana
AMICI, SOCIETÀ degli : v. quACCHERI.
'AMICIZIA, Isole dell' : v. TONGA (ISOLE).
AMICIZIA. - Affetto scambievole fra persona e persona.
r. Nell'ordine naturale. - L'a. è stata studiata (91,11x) da Aristotele, che la definisce: «un amore reciproco e palese regnante fra più persone, consistente in uno scambio di doni e di benefici». Primo fra tutti i doni è l'affetto stesso (Ethica ad Nicom., 8, 2-3). Non ogni amore - egli osserva merita il titolo di a.; questa è amore di benevolenza, per cui si vuole il bene di un'altra persona, invece di amarla solo in ordine a se stesso; differisce quindi, anzi si oppone, all'amore di sé o di concupiscenza. Esige poi che tale amore di benevolenza sia bilaterale o reciproco. Ma non basta, poiché anche due uomini che si conoscono appena possono portarsi mutua benevolenza; per l'a. occorre una certa comunanza di vita, convictus (convivere, π ν ζ ξ ν ), una certa comunione d'idee, di sentimenti, di volontà. Cicerone giunge a chiamare l'a. «il massimo accordo fra quanto sa di divino e d'umano, nel vincolo della benevolenza e dell'amore scambievole» (De amicitia, i). Presupposto al sorgere e prosperare di qualsiasi a. sono il con-
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vivere e conversare. Principio dinamico di mutua attrazione è la somiglianza in natura : « nihil est enim appetentius similium sui, nihil rapacius quam natura ". Terreno psicologico indispensabile all'a. umana è la conformità di gusti e temperamenti personali, giacché l'amore tende per impulso innato alla fusione dell'amante con l'oggetto amato, si da rendere l'amico un altro se stesso : "alter idem".
Dal fine o oggetto, Aristotele distingue tre specie d'a., secondo che essa si fondi sulla ricerca in comune o del bene dilettevole, o del bene utile, o del bene onesto oggetto della virtù. Si hanno quindi a. di giovani che cercano anzitutto di divertirsi insieme, di commercianti intenti anzitutto ai loro interessi materiali, infine degli uomini dabbene che perseguono anzitutto il bene onesto, sia nella vita individuale che in quella "sociale. Ma l'a. merita tal nome solo nella misura in cui mira al vero e inalienabile bene, la virtù. Perciò la vera a. è virtù. Doti e salvaguardia dell'a. sono la sincerità, la fedeltà, il disinteresse; mentre le si oppongono l'egoismo, la finzione, l'adulazione. Perciò la vera e durevole a. è rarissima, come un insigne tesoro (Eccli. 6, 15-16).
Molti tra i filosofi greci scrissero sull'a.; sono stati studiati da B. Eucken. Trofrasto, discepolo di Aristotele, compose un trattato, da cui, secondo Aulo Gellio, dipende Cicerone nel Laelius, de amicitia.
2. Nell'ordine soprannaturale. - Il concetto di a. fu posto su nuova base dal cristianesimo. La quàla si trasfigura in quà α δ ε λ χ dot{α} α (II Pt. 1, 7), alla scuola di Gesù (Io. 13, 34; 17, 21), e fiorisce nella dot{α} γ dot{α} π η (v. caritì). Nel clima del Vangelo, l'a. umana fu rettificata e santificata, i motivi e gl'intenti ne furono elevati oltre la sfera contingente. Ma oltre ad avere nobilitato l'a. umana, il cristianesimo ha inaugurato fra gli uomini una vera e propria a. soprannaturale, consistente in un amore reciproco fra Dio e gli uomini e di questi fra loro, avente come suo frutto specifico lo scambio di beni d'ordine divino.
Secondo la Sacra Scrittura, la carità infusa è una vera a. fra il giusto e Dio, e tra i figli di Dio. Nel Vecchio Testamento Abramo è chiamato "amico di Dio" (Iudt. 8, 22; cf. Ioc. 2, 21). Ps. 138, 17, secondo i Settanta e la Volgata: «I tuoi amici, o Dio, sono colmati d'onori».
Ma soprattutto il Nuovo Testamento tratteggia la carità come a.: «Non vi chiamo più servi, perché il servo ignora ciò che fa il padrone; ma vi chiamo amici perchè tutto ciò che ho inteso dal Padre mio ve l'ho fatto conoscere», disse Gesù agli apostoli (Io. 15, 15). S. Tommaso (Sum. theol., 2ᵃ 2^{mathrm{ar}}, q. 23, a. 1) dimostra che la carità infusa non può infatti esistere senza la mutua benevolenza tra Dio e il giusto: Dio vuole il bene del giusto, questi vuole la gloria di Dio; e vi è comunanza di vita (convictus) tra loro, per il fatto che il giusto ha ricevuto la grazia santificante, partecipazione della vita divina, e germe della vita eterna nell'unione con Dio visto faccia a faccia. Con la carità si verifica anche vera a. soprannaturale dei giusti tra loro, poiché sono veramente figli dello stesso Padre celeste; hanno anzi a. anche pei peccatori, in quanto desiderano la loro conversione, onde diventino figli di Dio e lo glorifichino eternamente. E detto perciò : «Amate i vostri nemici, fate il bene a quanti vi odiano, pregate per quanti vi perseguitano e vi calunniano" (Mt. 5, 44).
In tal modo s'armonizzano e si elevano l'una sull'altra le varie forme di a. : l'umana o naturale di cui abbiamo descritto i caratteri; la cristiana, che è virtù
morale e principio d'amore soprannaturale, esistente tra cristiani già vincolati tra loro dall'amicizia umana; la divina che è la virtù teologale della carità, e ha come termine di riferimento e oggetto primo d'amore Dio stesso, bontà infinita.
Circa le a. in rapporto alla vita interiore, si ritenga quanto insegna s. Francesco di Sales (Iutr. à la vie dévote, cap. 20 sgg .) : se nell'a. predomina l'elemento sensibile, bisogna rinunziare per lungo tempo ad ogni relazione particolare all'infuori degli incontri inevitabili; se invece domina l'elemento spirituale, si può coltivare l'a. epurandola con la custodia e la mortificazione dei sensi e del cuore.
Così i maestri spirituali, i quali ricalcano il detto dell'Eccli. 6, 14: "Un amico fedele è protezione potente; chi lo incontra ha trovato un tesoro; è un rimedio di vita; i timorati di Dio lo trovano». Il Siracide (come i Proverbi) dà molti consigli pratici sulle relazioni d'a.: Eccli. 6, 7 sg. combacia con Ennio "Amicus certus in re incerta cernitur»; id. 6, 13 è parafrasato da s. Ambrogio (De off., 3, 137): «Inimicus vitari potest, amicus non potest, si insidiari velit»; altrove s. Ambrogio (ibid., 128: «Sunt bonse correptiones et plerumque meliores quam tacita amicitia») richiama Prao. 27, 6.
Bial.: Aelredo de Rieval, De spirituali amicitia: PL 192, coll. 639-702; s. Tommaso, Comini, all'Etica a Nicomaco, VIII; R. Eucken, Aristoteles Anachronos yon Freumbehaft und Lebewgätera, Berlino 1884; L. Rouzic, Essai sur l'amitié, Parigi 1906, 24* ed., ibid. 1926; A. Sertillanees, L'amour chrétien, Parigi 1920; V. Facchinetti, Siete amici, Milano 1926; E. Vansteenbergho, Amitié, in DSp. I, coll. 300-10; P. Philippe, Le rille de l'amitié selon la doctrine de s. Thomas, Roma 1937; A. Oddano, L'a., Milano 1937.
Reginaldo Gorriano-Lagrange - Luigi Ciappi
AMICIZIA CON DIO: v. AMORE di dIO.
AMICIZIA CRISTIANA. - Società segreta cattolica per la diffusione della buona stampa, fondata in Torino dal padre Niccolò von Diessbach (v.) tra gli anni 1778 -80. Nei documenti la si indica sempre con la sigla A. C.
Si componeva di 12 membri detti Amici Cristiani, sei uomini, laici e sacerdoti, e sei donne, provenienti dal ceto aristocratico e colto. La parte direttiva della società era riservata agli uomini, il cui capo, chiamato Primo Bibliotecario, doveva possedere una larga e soda informazione letteraria e libraria. L'A. C. raggiungeva il suo scopo, cioè l'apostolato intellettuale, mediante un'intelligente distribuzione di buoni libri. Gli Amici si radunavano ogni otto giorni, poi ogni quindici, per trattare tutto ciò che si riferiva alla Società; le adunanze si tenevano nella biblioteca, centro ideale dell'A. C. I libri destinati ai soli Amici costituivano la biblioteca detta inamovibile, quelli invece destinati al prestito la biblioteca amovibile; altri libri erano destinati ad essere distribuiti gratuitamente. Per non errare nel consigliare un libro si preparò un catalogo di libri buoni, diviso in otto classi, a seconda dei bisogni spirituali dei lettori.
Il più assoluto segreto vincolava gli Amici per sfuggire sia agli intrighi dei cattivi e alle critiche dei mediocri, come alle angherie della polizia. Vigeva l'uso d'un linguaggio convenzionale tra gli Amici ed anche della cifra nelle corrispondenze. Da Torino l'A. C., tra il 1780 e il 1803 , si diffuse in varie città d'Italia e dell'estero, come Milano, Friburgo in Svizzera, Parigi, Vienna, Augusta in Baviera, Firenze, Roma, Varsavia, ecc. Il centro propulsore rimase sempre Torino, diretto dal fondatore Diessbach, poi dal servo di Dio Pio Brunone Lanteri (v.); a Firenze fu sostenuta dal marchese Leopoldo Ricasoli, a Milano dal conte Per-
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tusati, a Vienna dal celebre barone Penkler, ecc. A Parigi, gli Amici si distinsero per la loro attività durante il periodo prerivoluzionario e rivoluzionario, anzi alcuni dei suoi membri morirono per la fede. La società fu quasi del tutto dispersa dalle bufere rivoluzionarie e napoleoniche.
Dopo la restaurazione, il Lanteri tentò di rianimarla in Torino (1817), ma ormai il suo carattere di società segreta era diventato un intoppo al suo sviluppo. Si pensò di metterle a fianco una società di carattere pubblico, che si chiamò, per suggerimento del conte Giuseppe de Maistre, "Amicizia Cattolica".
## Amicizia Cattolica.
Il progetto di questa società fu esposto alla seduta dell'A. C. tenuta in Torino il 3 marzo 1817 dal cav. Luigi Provana di Collegno. Doveva promuovere la diffusione dei libri buoni in contrapposizione alla Società Biblica protestante di Londra che diffondeva largamente Bibbio e trattati di carattere religioso-morale. Il progetto fu accettato e approvato dal Lanteri, Primo Bibliotecario dell'A.C., e subito tradotto in pratica. Le due società dovevano collaborare strettamente tra loro, senonché dopo circa un anno (1818) l'Amicizia Cattolica assorbiva completamente l'A. C. di cui conservava il programma, modificandone lo statuto onde rendere la sua azione più efficace e più conforme al nuovo clima religioso e politico della restaurazione.
L'Amicizia Cattolica ebbe per scopo la distribuzione gratuita di libri di religione e di pietà. Alla direzione della società stavano io amministratori, uomini conosciuti per virtù, sapere e posizione sociale, a capo dei quali era un segretario. I libri che l'Amicizia Cattolica proponeva sia per la stampa come per la lettura erano elencati in un catalogo, in cui i lettori erano divisi in 11 classi. Dall'Amicizia Cattolica furono distribuiti gratuitamente diecine di migliaia di volumi, di cui più di 10.000 inviati nell'America del Nord. Carlo Felice la soppresse nel 1828. L'anima di questa società fu il marchese Cesare d'Azeglio (v.), pioniere del giornalismo cattolico.
BibL.: V. amicizia sacerdoctale.
A. Pietro Frutaz
AMICIZIA SACERDOTALE. - Società segreta per la formazione del giovane clero. Nei documenti si trova indicata con la sigla A. S. Fu fondata in Torino dal p. Niccolò von Diessbach e dai membri dell'Amicizia Cristiana, verso il 1782, con lo scopo di radunare, in segreto, scelti gruppi di chierici in sacris che vivevano fuori del seminario e di sacerdoti, in particolare giovani, onde addestrarli alla predicazione delle missioni e degli esercizi spirituali secondo il metodo di a. Ignazio e iniziarli all'apostolato della buona stampa.
L'Amico Sacerdote - così si chiamavano gli aggregati - doveva lavorare intensamente: 1) alla propria santificazione : meditazione, lettura spirituale ed esame di coscienza quotidiani, esercizi spirituali annui; 2) alla sua formazione intellettuale con lo studio approfondito e metodico della teologia dommatica e morale ed in genere di tutte le discipline ecclesiastiche. Doveva inoltre preparare un corso completo di predicazione per le missioni e per gli esercizi spirituali secondo il metodo ignaziano, e tenersi al corrente delle notizie per mezzo delle Gazzette "per assuefare - dichiara il servo di Dio Pio Brunone Lanteri - l'ecclesiastico a non restringere le sue idee e il suo interessamento al solo suo paese, ma a riguardare tutto il mondo per sua patria, tutti gli uomini per suoi fratelli... per poter così facilmente introdursi co' secolari a parlar poi loro di Dio all'esempio dei santi».
L'A. S. oltre che in Torino, ebbe vita in Firenze e sembra anche in Milano; si trattò d'introdurla in Savoia, in Svizzera e nel Palatinato Renano. Scomparve dopo il 1804. I principali apostoli dell'A. S. furono il Diessbach e il Lanteri.
BibL.: La documentazione relativa all'Amicizia Cristiana, all'Amicizia Cattolica e all'A. S. si conserva nell'archivio della Postulazione degli Oblati di Maria Vergine (Roma, Carcere Mamertina ). Cf. [A. P. Frutaz], Positio super iurvadesione Causae et super Virtutibus Servi Dei Pii Brunonis Lanteri (S. Rituum Congregatio, Sectio Historica, 82). Città del Vaticano 1949, pp. 68-258.
A. Pietro Frutaz
AMICO, Antonino. - Sacerdote messinese, canonico della cattedrale di Palermo, dove m. il 22 ott. 1641. S'ignora l'anno di nascita di questo celebre erudito siciliano, noto soprattutto per le sue ricerche sulla storia ecclesiastica di Sicilia, da Filippo IV elevato alla carica di regio storiografo. Con lavoro indefessò rovistò negli archivi di Napoli e della Sicilia, raccogliendo prezioso materiale per la storia ecclesiastica e civile della Sicilia, in gran parte rimasto inedito.
Delle sue opere, scritte quasi tutte in latino citiamo: Trium orientalium letinorum ordinum... notitiae et tabularium (in fol., Palermo 1636), pubblicazione parziale di cui il seguito si trova in Memorie per servire alla storia letteraria di Sicilia, II, Palermo 1736; Dissertatio historica de antiquo urbis Syracusarum archiepiscopatu (Napoli 1640); Series ammiratorum insulae Siciliae... (Palermo 1640); De messanensis prioratus sacrae hospitalis domus militum S. Joannis Hieros. origine (Palermo 1640). Altri scritti rimasti inediti sono stati pubblicati da R. Starrabba (Scritti inediti o rari di A. A. e documenti relativi al medesimo, Palermo 1891), che ha pure curato l'edizione dei Diplomi della cattedrale di Messina raccolti da A. A. (Palermo 1876-90).
BibL.: Oltre lo Starrabba cit., cf. pure P. Burmannus, Thesaurus antiquitatum et historiarum insulae Siciliae, I voll., Leida 1723; G. Mira, Bibliografia siciliana, I, Palermo 1873.
Mario Scaduto
AMICO, Bernardino (Bernardino da Gallipoli). - Francescano dei Minori osservanti, n. a Gallipoli nel regno di Napoli (gli anni di nascita e di morte ci sono ignoti). Nel 1596 fu commissario di Terra Santa, forse in assenza del p. Evangelista da Gabbiano, il quale, eletto in quell'anno custode di Terra Santa e guardiano del Monte Sion, ammalatosi a Zante, giunse a Gerusalemme solo nel giugno 1597. Abile architetto, dimorando al Cairo come cappellano dei Veneti, nel 1597 fu incaricato dal p. Evangelista da Gabbiano di restaurare la fatiscente chiesa di Matarea (Matarije).
Stando in Palestina per circa cinque anni, com'egli attesta ("Dedica" della s^{2} ed.), delineò e descrisse i santuari colà esistenti. Tornato in Italia, pubblicò il suo lavoro col titolo: Trattato delle Piante e Immagini de' Sacri Edifizi di Terra Santa disegnate a Jerusalemme secondo le regole della prospettiva et vera misura della lor grandezza, in-fol. grande (Antonio Tempesta, Roma 1609). Ne curò una seconda edizione in formato minore, "aggiuntavi la strada dolorosa ed altre figure ", dedicandola a Cosimo II granduca di Toscana (Pietro Cecconcelli alle Stelle Medicee, Firenze 1620), 2 assai pregevole per le incisioni su rame di Jacques Callot.
BibL.: Mazzuchelli, I. p. 623; R. Röhricht, Bibliotheca Geographica Palaestinae, Berlino 1890, pp. 177, 219, 366. 433; G. Golubovich, Serie cronologica dei Superiori di Terra Santa, Gerusalemme 1898, p. 64, n. 112; L. Waddina, Scriptures Ordinis Minorum, ed. novissima, Roma 1906, p. 40 e Supplementum di Sbaraglia, ivi 1908, p. 131; R., s. v. in ThiemeBecker, I. p. 402; P. Coco, I Francescani nel Salento, II, Taranto 1928, p. 220; Pietro Verniero di Montepiloso, Cronache ovvero Annali di Terra Santa, pubblicate con note e schiarimenti dal p. Girolamo Gclubovich, I, Quaracchi 1929, p. 243.
Igino Cecchetti
AMICO, Francesco. - Teologo gesuita, n. a Cosenza il 2 apr. 1578, m. il 31 genn. 1651. Ammesso nel noviziato dei Gesuiti nel 1596, manifestò ben presto singolare vivezza d'ingegno unita ad amabile semplicità. Divenne poi professore di lettere, filosofia e teo-
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logia, e fu pure distinto predicatore. Tenne soltanto per qualche anno la cattedra di filosofia; indi, per ben 24 anni, la cattedra di teologia in varie città (L'Aquila, Napoli, Gratz e Vienna, ove fu anche prefetto degli studi). Reduce da Vienna a Gratz, venne quivi investito della dignità di cancelliere dell'Università.
Lasciò l'opera Cursus theologici juxta scholasticam hujus temporis S. 7. methodum, rispondente al metodo e all'ordine seguiti da s. Tommaso d'Aquino: o voll. in-folio, stampati a Douai tra il 1640 e il 1649 , ristampati ad Anversa nel 1650.

IJot. Ene. Coti.)
Amico, Francesco - Frontespizio del Cursus theologicus iuxta scholasticam. Ousci, vidus Balthasarís Belleri, 1640-42. Roma, Biblioteca Nazionale.
Il contenuto dell'opera è così diviso: I. De Deo uno et Trino; II. De natura Angelorum eorumque proprietatibus; III. De ultimo fine hominis et medis ad eum conducentibus et impedimentis abducentibus; IV. De fide, spe et caritate; V. De jure et justitia; VI. De augustissimo Incarnationis mysterio; VII. De Sacramentis in genere; de Baptismo, Confirmatione et Eucharistia; VIII. De Sacramenta Poenitentiae et Extremae Unctionis; IX. De magno Matrimonii sacramento.
Il V volume venne proibito nel 1651 dalla Congregazione dell'Indice a causa di tre proposizioni che furono condannate da Alessandro VII (prop. 17) e da Innocenzo XI (propp. 32 e 33): la prima riguardante l'omicidio per calunnia (disp. 36, de fust., n. 118), e le altre due l'omicidio come difesa (disp. 36, nn. 31 e 132). Questo volume era già stato oggetto di censura da parte della facoltà teologica di Lovanio ( 6 sett. ed 8 ott. 1649): censura che portò alla nomina di un procuratore generale, perché venisse denunziata
l'opera alla S. Sede per tramite dell'arcivescovo di Malines, Giacomo Boonen. La Congregazione dell'Indice, con decreto del 6 giugno 1655 , ne permise la lettura "dummodo corrigatur". In seguito fu corretto il testo, in modo che F. A. resta ed è classificato fra gli autori gravi e attendibili.
Biol.: Sammervool. I, coll. 280-82: V. Patuzzi, Storia d'un fatto del p. A. gesuita, scritta da un dottore di teologia delI'Universita di Loxogen, in Overtuozomi di Eusebio Eronisto... dirette al m. r. p. Francesco Antonio Zatzuria, II. Venezia 1726. pp. 111-211; B. Pascal, Les preccinitales, I. Parisi 1821. pp. 339-44; Hurter, III, 933-34; E. M. Riviere, s. v. in DHG. II, col. 1234.
Ieino Tarocchi
AMICO, Vito Maria. - Benedettino, erudito siciliano, n. a Catania il 15 febbr. 1697, m. ivi il 5 dic. 1762. Nel 1713 entrò nel monastero di S. Niccolò di Arena (Catania), che faceva parte della Congregazione cassinese. Maestro dei novizi, professore di filosofia e teologia, si rese soprattutto noto per i lavori di storia e archeologia, ai quali si sentiva maggiormente inclinato.
Iniziò la sua attività di storico con uno studio sulle abbazie benedettine di Sicilia, pubblicato come appendice alla Sicilia Sacra del Pirri nel 1733 in collaborazione con A. Mongitore, ristampato quindi separamente: Siciliae Sacrae libri quarti integra pars... (Catania 1733-34). Preso però dalla storia della sua città natale, dopo aver tratto dalle fonti molti documenti, pubblicava i quattro volumi della Catana illustrata (ivi 1740-46), che, pur con tutti i suoi difetti, portò un notevole contributo alla storia cittadina. Notevole specialmente il vol. III, dove raccolse iscrizioni, medaglie e monumenti pregevoli di Catania. Per istigazione del Giovio preparò una nuova edizione aggiornata del Fazzello, De rebus seculis pubblicata a Catania dal 1749 al 1753 . Nel frattempo gli veniva decretato il titolo di Regio storiografo (1751). Ultima delle sue opere maggiori, ma la più faticosa, fu il Lexicon topographicum siculum (4 voll., Catania 1757-60), opera interessante ed esatta, divisa secondo le tre valli amministrative di allora, tradotta più tardi da G. Di Marzo (Palermo 1855-56) che l'arricchì di ulteriori aggiunte. L'A. pubblicò altri lavori di carattere storico-letterario, lasciando inoltre parecchi manoscritti inediti. Il metodo da lui seguito nello scrivere la storia, è quello del suo tempo, da lui stesso esposto con ricchezza di particolari nel De recta civilis historiae comparandae ratione (Catania 1744) che è la prolusione con cui inaugurò la cattedra di storia all'Università di Catania, di cui aveva sostenuto la necessità. A lui si deve la fondazione del museo annesso alla biblioteca di S. Niccolò d'Arena.
Bibl.: G. E. Ortolani, Biografia degli uomini illustri della Sicilia, 2 voll., Napoli 1819; G. Mira, s. v. in Bibliografia siciliana, I, Palermo 1873; O. Viola, F. M. A., estratto da Catania, I (1940).
Mario Scaduto
AMIDA. - L'odierna Diarbekir, sita sulla riva sinistra del Tigri, non lontano da Edessa. Fu capoluogo della provincia romana di Mesopotamia. Il cristianesimo vi penetrò di buon'ara dalla vicina Edessa. Si conoscono vescovi di A. dal sec. iv. Dal sec. v in poi la sede viene occupata da vescovi nestoriani e monofisiti.
Bibl.: C. Karalewski, s. v. in DHG, II, coll. 1237-49.
A. degli Arment. - Dal 1650 risiede a A. un vescovo cattolico per la numerosa diaspora armena. Prevalgono però a A. gli armeni monofisiti. Oggi è diocesi vacante, impedita e dispersa.
A. dei Caldei. - Gian Simone viII Sulăqă (v.), primo patriarca dei Caldei cattolici (1553-55) ebbe, ma lui solo, la sua sede patriarcale in A. Dal 1662 in poi i suoi successori sono nestoriani. Nel 1672 l'arcivescovo di A., a nome Giuseppe, si converti e Innocenzo XI nel 1681 lo proclamò patriarca dei Caldei, con residenza in A., la quale rimase come sede patriarcale fino al 1828. Ha avuto sempre il suo arcivescovo anche durante il periodo in cui era sede patriarcale. Oggi come
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diocesi caldea è distrutta. I Caldei cattolici residenti in Turchia sono oggi 6465 assistiti da 3 preti.
BibL.: J.-B. Chabot. Etat religieux des diocèses formant le patriarcat chaldéen, in Revue de l'Oriens Chrétien, 1 (1896), pp. 445-46; P. Nasri, in al Matria, 9 (1906), p. 643; J. Tönkdü, L'Eglise chaldéenne catholique, in A. Battandier, Annuaire poutiBied catholique, Parigi 1914, pp. 8-12 dall'estratto; Anon., Statistique des catholiques de vile chaldéen du patriarcat de Bâbploue, in Orientalia Chr. Periodica, 4 (1938), p. 274. Pietro Sfsir
A. dei Siri. - E un'antica metropoli giacobita, che fu anche sede patriarcale. Timoteo Abd al-Galil, consacrato nel 1638 come vescovo di A., si converti poi al cattolicismo. Nel 1662 fece atto di sottomissione al primo patriarca siro cattolico, ma già da un anno era vescovo di Edessa. Egli dunque apre la serie, che subì alquante interruzioni, dei vescovi cattolici di A. la quale, con decreto della S. Congregazione di Propaganda ( 13 sett. 1888), fu unita alla diocesi patriarcale di Mardin.
Pietro Sfsir
AMIDA I. V. AMITÂNIA.
AMIDANI (o De Amidanis), Guglielmo. - Religioso agostiniano del sec. xiv, n. a Cremona, m. a Novara nel 1355. Fu priore generale del suo Ordine (1326-42) e vescovo di Novara (1342-55). Esplicò una grande attività volta al bene dei suoi religiosi, promovendo gli studi, ampliando conventi (Cremona, Novara) e costruendone di nuovi (Pavia). Di lui rimangono numerose opere dogmatiche, esegetiche, storiche, oratorie, tra cui : Reprobatio sex errorum sive de auctoritate apostolica; Expositiones super quattuor Evangelia; Commentaria super quattuor libros sententiarum, ecc.
BibL.: D. A. Perini. Bibliographia Augustiniana cum: notis bioengebis, Scriptores Itali, Firenze 1931, pp. 28-35.
Emanuele Chieftini
AMIDANO, Giulio Cesare. - Pittore, n. a Parma nel 1566 , m. ivi nel 1630 . Nelle vecchie guide e nei dizionari è chiamato falsamente Pomponio A. Fu scolaro di Pomponio Allegri e di Girolamo Mazzola. Tra le sue opere sicure sono il Martirio di s. Pietro (1612) eseguito per la chiesa di Vigatto (Parma) e lo Spasatizio di s. Cisterina (Parma, S.ma Trinità dei Rossi, 1616). Talvolta è confuso con Luigi A., pittore poco noto. La tradizione antica vuole che egli fosse il maestro dello Schedone.
BibL.: N. Lottici, s. v. in Thieme-Becker, I. pp. 405406; V. Moschini, Schedani, in L'Arte, 30 (1927), p. 119-48.
Giovanni Piva
AMI DU GLERGÉ. - Settimanale cattolico per il clero pubblicato continuatamente dal 1^{°} nov. 1878 e molto diffuso in Francia, nel Belgio e nel Canadà (edito nei primi dieci anni a Parigi, dal 1889 a Langres). Fornisce al clero sussidi per la vita pastorale e provvede alle sue esigenze intellettuali, con risposte a consultazioni canoniche, liturgiche, morali; cronache di teologia dogmatica, esegesi, storia ecclesiastica; rassegne di riviste e recensioni di libri. Un supplemento per la predicazione ora viene pubblicato con numerazione a parte. Il periodico è redatto da dotti ecclesiastici, che spesso conservano l'anonimo; fu diretto per molti anni da mons. Fr. Perriot (1839-1910).
BibL.: A. du c. Tables générales analytiques et synthétiques, pubblicate par ogni serie decennale (finora per le serie 1^{2}-4^{2}, dal 1878 al 1923).
AMIEL, Henri-Frédéric. - Pensatore e poeta, n. a Ginevra il 27 sett. 1821 e ivi m. l'i i maggio 1881. Professore di estetica e poi di filosofia in quell'Università, ha sentito viva l'influenza della filosofia pessimistica tedesca, ma, non essendo riuscito ad organizzare saldamente le sue speculazioni, ci ha lasciato soltanto una mèsse di osservazioni acute e penetranti. Come Eraclito, a cui risale attraverso il pensiero germanico, egli afferma che « ogni vita è una lotta di forze contra-
rie, chluse nei limiti di un equilibrio»: legge dell'Universo è l'attività, cioè la lotta, e poiché ogni ideale, se realizzato, non si risolve che in delusione, fatale è l'infelicità della vita: perciò, come dice Bourget, «il tenta de s'enfuir dans le rêve, ayant trop souffert de la vie»