to una mèsse di osservazioni acute e penetranti. Come Eraclito, a cui risale attraverso il pensiero germanico, egli afferma che « ogni vita è una lotta di forze contra-
rie, chluse nei limiti di un equilibrio»: legge dell'Universo è l'attività, cioè la lotta, e poiché ogni ideale, se realizzato, non si risolve che in delusione, fatale è l'infelicità della vita: perciò, come dice Bourget, «il tenta de s'enfuir dans le rêve, ayant trop souffert de la vie». Il sentimento del dolore universale e dell'impenetrabile mistero in lui si risolve a tratti in momenti di calma quietista, a tratti in mistica esaltazione. Tra filosofia e religione c'è per A. differenza ma non opposizione; nel cristianesimo, però, di cui ha sentita tutta la forza spirituale, non vede che l'insegnamento di Gesù e non una religione positiva da Lui fondata, alla quale Egli diede precetti e riti obbligatorii; ché la sua religione ha per Dio l'Assoluto e per legge morale l'ordine. Tuttavia, ostacolato dal suo pessimismo intellettualistico, non è mai giunto a possedere Dio, verso il quale era spinto da un intimo bisogno.
Mediocre autore di versi, per lo più freddi e stentati, ne ha scritti molti, dai Grains de mil (1854) al Pensieroso (1858), a Your à jour (1877). A. sa essere sovente poeta in prosa: il fournal intime a cui va principalmente legato il suo nome è notevole non soltanto per la penetrante sottigliezza dell'autoanalisi ma per le molte pagine in cui lo slancio religioso si esprime in infiammata e poetica prosa.
Del fournal ci sono edizioni parziali, l'una di Ginevra (1883-84), l'altra apparsa nel 1923 a Parigi. Recentemente B. Bouvier ha pubblicato La jeunesse de H. F. Amiel. Lettres à sa famille, ses amis, ses amies, pour servir d'introduction au "Journal intime" (1837-49), Parigi 1936.
BibL.: B. Bouvier, La religion de H.-F. A., Parigi 1893; P. Bourget, H.-F. A. Nouveaux essais de psychologie contemporaine, Parigi 1899, pp. 251-304; G. Salvadori, E. Fed. A. e gli effetti della critica negativa, Roma 1908; P. Arcari, Federico A., Genova 1912; G. B. Marchesi, Il Pensieroso s. Studio su F. A., Genova 1912; C. Pascal, Epicurei e mistici, Catania 1914, pp. 109-42; A. Severino, Il sentimento religioso di F. A., in Quaderni di Bilychnis, 3 (1921); F. Mauriac, De quelques coeurs inquiets, Parigi 1925; F. Neri, Il pallido A., in Saggi di letteratura italiana, francese, inglese, Napoli 1936, pp. 119-27.
Jule Soudieri Ruggieri
AMIENS, diocesi di. - Nel nord della Francia, suffraganea di Reims. Comprende tutto il territorio del dipartimento della Somme ( 6277 kmq . e 473.916 ab.). I cattolici sono 400.000 , con 771 parrocchie, 340 sacerdoti diocesani e 35 regolari.
La città di A. è l'antica Samarobrica (Ponte sulla Somme), designata così perché costruita sulle due rive opposte della Somme, che era il centro principale di una tra le più importanti tribù della Gallia belgica, gli Ambiani. Il nome gallo-romano Ambianum doveva prevalere prima della fine del sec. Iv. E probabile che in seno a questa tribù esistesse una comunità cristiana già alla fine del sec. III o all'inizio del Iv. A questo periodo risale la diocesi che riconosce, sul fondamento della Passio s. Firmini, assai tardiva, come patrono il primo vescovo, s. Firmino, martirizzato probabilmente al tempo degli imperatori Massimiano e Diocleziano (284-305). La lista episcopale, incompleta, conta 95 nomi, di cui 7 sono venerati come santi. I confini della diocesi furono quelli della civitas Ambianensium. Siccome faceva parte della II Belgica, di cui Reims era la capitale, fu sempre unita a questa metropoli.
Parecchie abbazie celebri hanno illustrato questa diocesi: tra le altre quella di Saint-Martin-aux-Jumeaux degli Agostiniani, quella di S. Giovanni dei Premostratensi, e quella di Nostra Signora del Palateto delle Cistercensi. Il principale monumento di A. è la cattedrale di Notre-Dame, la chiesa più vasta della Francir, allo stesso tempo modello perfetto dell'architettura gotica del Duecento. Cominciata nel 1220
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(da P. Vitry, La sculpture francaise)
Amiens - Le Beau Dieu (sec. xili). Cattedrale.
dall'architetto Roberto di Luzarches, fu terminata nelle parti essenziali nel 1269 e, definitivamente, nel Quattrocento. - Vedi Tav. XC.
Biol.: Gallia christiana. X. Parigi 1751, coll. 1174-1377; J. M. Mioland, Actes de l'Eglise d'A., Amiens 1848-49 (raccolta di tutti i documenti relativi alla disciplina della diocesi dall'anno 811 all'anno 1848, con notizie su tutti i vescovi di A.); E. Soyez, Notices sur les évêques d'A., Amiens 1878; G. Durand, Monographie de la cathédrale d'A., 2 voll., Parigi 1902-1903; H. Macqueron, Bibliographie du département de la Somme, 2 voll., Amiens 1904-1907; A. de Calonne, Histoire de la ville d'A., 3 voll., Parigi 1906; L. F. Daire, Histoire des decyennés du diocèse d'A., 2 voll., Abbeville 1912: L. Duchesne, Fastes épiscopaux de l'ancienne Gaule, III, Parigi 1913, pp. 122-30. Antonio Soirat
AMIOT, Joseph. - Missionario gesuita in Cina, n. a Tolone l'8 febbr. 1718, m. a Pechino il 9 ott. 1793. Ingegno versatile, oltre che alle scienze sacre, si dedicò allo studio della storia, delle lingue e delle arti. Ordinato sacerdote, chiese nel 1749 di essere destinato alle missioni; parti l'anno stesso per la Cina e arrivò nel 1750 a Macao, e nel 1751 a Pechino, addetto alla Missione francese (fondata a parte per i Gesuiti fran-
cesi nel 1687 da Luigi XIV con doppio scopo, religioso e scientifico). Ivi dimorò sino alla morte nell'adempimento del suo ministero, attendendo nello stesso tempo con infaticabile alacrità ai più svariati studi scientifici, ai quali formò un giovane cinese, Yang, suo compagno di lavoro per più di trent'anni. Divenne maestro peritissimo delle lingue cinese e tartara, della storia e delle antichità della Cina, e delle lingue e scritture delle nazioni di essa tributarie, guadagnandosi la stima e la fiducia dell'imperatore Kien-Long e larga fama presso i dotti in Europa. Le sue relazioni scientifiche, particolarmente dirette all'Académie des inscriptions et belles lettres di Parigi, furono pubblicate in gran parte nella collezione Mémoires concernant l'histoire, les arts, les mœurs et les usages des Chinois par les Missionnaires de Pébin ( 15 voll. mathrm{m}-4ᵒ, Parigi 1776-79) per cura del suo mecenate, il ministro di Stato Bertin. Dopo la soppressione della Compagnia di Gesù, nel 1773, continuò a Pechino, come gli altri ex-Gesuiti, la sua opera di missionario e scienziato, anche quando, nel 1785 , i Lazzaristi successero ai Gesuiti nella Missione francese.
Bibl.: Lista delle opere complete in Sommervagel, I, pp. 294-303. - Per la biografia, cf. C. de Rochemonteix, Y. A. et les derniers survivants de la Mission Française à Pébin, Parigi 1913.
AMIROÛTZES, Giorgio. - Filosofo aristotelico bizantino, n. a Trebisonda al principio del sec. xv, m . improvvisamente dopo il 1469 . Poiché apparteneva ad una delle prime famiglie della sua città natale, occupò le più alte cariche, e gli furono affidate parecchie ambascerie sotto gli ultimi re di Trebisonda. Al tempo della presa di questa città da parte di Maometto II (1461), sembrò che egli si fosse diportato quasi da traditore. Ciò non gli impedì d'essere, in un primo momento, trattato duramente dal vincitore e mandato come prigioniero ad Adrianopoli, poi a Costantinopoli.
Grazie alla protezione di suo cugino, il famoso rinnegato Mahmud pascià, egli entrò in intimità con Maometto II, che faceva appello alla sua erudizione e discusse con lui sulla religione cristiana. Un dialogo è conservato in latino. I suoi due figli passarono all'islamismo, ma non sembra che egli sia arrivato a questo eccesso; quantunque la sua condotta, verso la fine della vita, sia stata tutt'altro che cristiana; infatti egli contrasse una unione adultera con la duchessa d'Atene, vedova di Franco Acciaiuoli, che il patriarca di Costantinopoli Joasaph I (1465-69) rifiutò di approvare. A. si vendicò facendolo ignominiosamente scacciare dal trono patriarcale da Mahmud pascià.
A. non fu uomo di carattere. Infedele alla sua sposa e alla patria, fu infedele anche verso la sua fede religiosa. Al Concilio di Firenze (1438-39), al quale assistette col metropolita di Trebisonda Doroteo, si mostrò fervente unionista e aderì pienamente al dogma cattolico della processione dello Spirito Santo. Qualche tempo dopo, ritornò allo scisma, attaccando le decisione del Concilio e la supremazia del Papa.
La sua eredità letteraria è scarsissima e si ricorda l'opuscolo in traduzione latina di Giovanni Verner: De his quae geographiae debent adesse, Norimberga 1914. Oltre al dialogo di cui sopra (Bibliot. naz. di Parigi, cod. lat. 3395, foll. 83-144), scrisse al duca di Nauplia, Demetrio, "sugli avvenimenti del Concilio di Firenze " π ε ρ i vüv év 7 i Ф λ ы ρ ε v τ i α σ ∪ v 68 ω σ ω β ε β η α dot{σ} τ ω v.
Nonostante il titolo, la storia occupa ben poco posto in quest'opera che è un opuscolo polemico della peggiore specie contro il Concilio, la supremazia e l'infallibilità del Papa. Sulla processione dello Spirito Santo, ricordandosi
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senza dubbio della sua professione di fede a Firenze, fa una dichiarazione ambigua, che non si concilia né col dogma cattolico, né con la dottrina di Fozio.
Bibl.: M. Crusius, Turrigraccio, Basilea 1304, pp. 21, 121, 123; S. Syropoulos, Vera historia unionis non verae, ed. Creighton. L'Aia 1800, pp. 113, 173, 238, 239; S. Lampros, Ilucipazio Traeytivo vob 'Apogobt'́y, in Acktiov vóg Ievagoríy vob tóvodý Ftorgosy víg 'ElÁobos, II, Atene 1883-84, pp. 273-82; E. Legrand, Bibliographie latérnique des X V^{e} et X V P siècles, III, Parisi 1903, pp. 195-204 (notizia sulla vita e gli scritti di A., dove si troveranno indicate le fonti utilizzate); A.A. Papadopoulos, 'Apogobtorg, in Mrynày Elágyosh, Eyouskanaubria, IV (1928), pp. 279-81; M. Jugic, La profession de foi de G. A. du Concile de Florence (testo greco e traduzione francese), in Frhas d'Orient, 36 (1937), pp. 175-80; id., La lettre de G. A. au duc de Nauplie Démétrios sur le Concile de Florence (testo greco, introduzione e note critiche), in Byzantion, 14 (1939), pp. 77-93. Martino Jugic
AMIS DES MISSIONS, Les. - Associazione fondata il 12 dic. 1923, per iniziativa di Giorgio Goyau e del gesuita p. Piolet, allo scopo di far conoscere al gran pubblico le missioni, soprattutto francesi, e, all'occasione, difenderle e raccomandarle; per creare insomma intorno ad esse una atmosfera di simpatia e d'interesse, promovendo lo studio della loro storia e dei loro metodi per mezzo di una grande biblioteca specializzata, di comunicazioni alla stampa, di conferenze e di pubblicazioni diverse, fra cui una grande

(pt. Enc. Catt.)
AmITÁbHA - Pannello giapponese.
Roma, Museo Miss. Etnol. Lateranense.
rivista trimestrale, una serie di memorie e di documenti storici, ecc. Si deve agli A. d. M. la creazione di una cattedra di storia delle missioni all'Istituto Cattolico di Parigi, il cui primo titolare fu appunto l'accademico G. Goyau, al quale succedette Paul Lesourd. La rivista (Revue d'Histoire des Missions), che si pubblicava a Parigi dal giugno 1924, è cessata con la seconda guerra mondiale.
Bibl.: Revue d'histoire des Missions, I (1924), pp. 1-17.
Giov. B. Tragella
AMITĂBHA (Amitâvus). - Uno degli innumerevoli buddha del buddhismo Mahāyāna «Il grande veicolo", disciplinato, vari secoli dopo il suo primo apparire, dal filosofo indiano Nâgâriuna (sec. II d. C.), fondatore della scuola buddhistica Sanyaväda "Il sistema del vuoto" (nichilista).
Il Mahāyāna differisce dal primitivo buddhismo (secc. vi-11: a. C.) per una particolare evoluzione ed estensione del contenuto storico e religioso di questo. Esso rappresenta infatti un mezzo universale di salvazione, come quello che rende possibile il raggiungimento della liberazione finale (nirvāya) non soltanto ai monaci ma a tutti gli uomini pur viventi la vita attiva. Vede inoltre nel Buddha Sâkyamuni un essere divino, dotato della più grande dolcezza e mansuetudine, superiore ad ogni altro e nel bodhisattva (lett. «uno la cui essenza è illuminazione»), una creatura destinata alla chiaroveggenza, a divenire cioè un buddha, ma dotata di cosi grande altruismo, per efficace compassione verso ogni sofferente, da differire per un tempo pur lunghissimo il raggiungimento della propria liberazione. Tale essere è superiore perciò all'Arhat del buddhismo primitivo, il santo libero da ogni possibile passione, il quale nella sua ultima esistenza è maestro delle verità insegnate dal Buddha e guida per esse alla via di salvazione, ma non di più. Per tali diverse caratteristiche il buddhismo primitivo venne denominato dai seguaci del Mahāyāna, Hinayāna "piccolo veicolo".
Il buddhismo Mahāyāna, oltre a quanto sopra si è accennato, ha moltiplicato, quali riflessi celesti (dhyanábuddha "buddha contemplativi") del grande Buddha storico, numerosi buddha, esseri altissimi, grandi salvatori, la cui vita è giunta ad uno stato di santificazione attraverso innumerevoli secoli. Uno di questi è appunto A. dhyanábuddha del periodo attuale. Rinato in Occidente, dopo milioni di anni vissuti nell'esercizio delle più suosere virtù quale bodhisattva, egli è dotato d'immenso (amita) splendore (abha), donde il suo nome di Amitäbha, come pure Amytäyus è detto per la lunghissima (amita) durata della sua vita (äyus). La sua sede, il paradiso Subhāvat «la terra felice "è, come descrive il Subhāvatīryāha, "la particolare descrizione della terra beata", cagione agli uomini di ogni benessere fisico e morale. Ognuno che, essendo vissuto nella pienezza di bontà, rivolge il pensiero ad A., rinasce in quella terra felice.
Il culto del grande dhyāna-buddha A. è passato pure nella Cina moderna, nella quale il buddhismo è il risultato della fusione di varie sette mahayaniste. Egli ivi, denominato O-Mi-To, ha grande potere sulle anime dei morti che libera dei loro peccati e fa salire al grado di bodhisattva. Nel Giappone A. è venerato col nome di Amida; costituisce il tipo ideale del buddha e occupa nel culto un posto assai più alto di quello dello storico Gotama-Buddha. Nel Tibet A. è venerato sotto il nome di Od-dpeg-med.
Bibl.: W. W. Mc Govern, Introduction to Mahayana Buddhism, Londra 1922; G. Tucci, Asia religious, Roma 1946. Ambrogio Ballini
AMITERNO. - Antica diocesi del Lazio nel paese dei Sabini, e città sul luogo dove oggi sorge il villaggio di S. Vittorino, cosi chiamato in memoria, sembra, del martire locale Vittorino, caduto per la fede tra
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Amiterio - Ricostruzione dell'altare dedicato al martire s. Vittorino con iscrizione dedicatoria (fine scc. v).
il sec. III e il iv. Il Martirologio geronimiano lo ricorda alla data del 24 luglio. Una tardiva (e poco degna di fede) Vita ss. Victorini et Severini (BHL, 7659-60) ha indotto alcuni, come F. Ughelli e P. Gams, a inserire s. Vittorino nella lista episcopale di Amiterno, ma a torto. La diocesi di A. durava sino alla conquista longobarda e gli Acta Cethei episcopi amiternini (BHL, 1730-31), ultimo vescovo di questa sede (sec. viviI), narrano che fu massacrato dai Longobardi sotto il pretesto di intesa coi Bizantini.
Bibl.: L. Duchesne, Les évêchés d'Italie et l'invasion lombarde, in Mélanges d'archéologie et d'histoire, 23 (1903), p. 98; Lanzoni, pp. 329-63.
Mario Scaduto
La catacomba di A. - In una collina fuori della città antica, i primitivi cristiani scavarono quella catacomba nella quale fu pure sepolto il loro martire s. Vittorino. Essa si svolge attualmente sotto la chiesa di S. Michele, già dedicata al santo martire. Ne restano poche gallerie e alcuni cubicoli, profondamente alterati nella loro struttura primitiva da opere di restauro posteriori. Nel pavimento di uno di questi è inserita una lastra sepolcrale, su cui è incisa una bella scena di introduzione di un defunto presso Cristo giudice per opera di un santo intercessore. In un altro, che dovette essere la sepoltura originale del martire, vi è un altare, sulla cui mensa è l'iscrizione votiva iubente deo Christo nostro, sancto martyri Victorino Quodvultdeus epis(copus) de suo fecit. Il vescovo è rappresentato nell'angolo, prostrato in atto di venerazione. Tracce di rifacimenti e pitture medievali si
avvertono* in altre cripte. Specialmente la chiesa superiore di S. Michele reca ancora nell'abside una grande pittura a fresco del sec. xit, rappresentante il Salvatore fra gli arcangeli, s. Vittorino e altri santi. Tra le rovine dell'antica Amiterno è stata ritrovata pure una capsella plumbea per reliquie con ornamenti molto semplici (croce e palma) del sec. iv-v.
Bibl.: G. Marangoni, Acta s. Victorini illustrata, Roma 1740; M. Armellini, Gli antichi cimiteri d'Italia, Roma 1803, pp. 687-91; A. Revignani, in Nuovo Bull. di archeologia cristiana, 9 (1903), pp. 187-93.
Antonio Ferras
AMITTO. - Indumento sacro di tela (m.o,70 × 0,80 ca.), da porsi intorno al collo e sulle spalle, munito di fettucce per legarne i capi sul petto. Gli autori non sono concordi sulle sue origini. Alcuni, dal nome greco di anabolaio o anabolio, con cui viene designato negli Ordines Romani dal sec. viII al xir, lo vogliono derivare dallo scapolare col quale i monaci stringevano la tunica intorno al corpo per aver libero l'esercizio delle braccia. Altri, invece, hanno voluto vedervi il focale, pallium orarium o sudarium dei romani, specie di sciarpa che si metteva intorno al collo sotto la pencia o dalmatica (v.), per ripararsi dal freddo o dal sudore. Sulla colonna Traiana, a Roma, si possono vedere i soldati romani inviati in Germania, che portano al collo tale sciarpa. Amalario la chiama a. (da amicire), perché si cingeva intorno al collo e alle spalle. Verso il sec. x si cominciò a porlo anche sopra il capo, a modo di cappuccio. Tale uso durò per tutto il medioevo, ed in alcune chiese, specie della Francia, anche fino al
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sec. xvir e xviri. Questo cappuccio fu ornato con ricami in oro, o con pietre preziose, e si poneva sul capo come un elmo. Poi, col tempo, ritornò alla sua semplicità antica.
Secondo le prescrizioni odierne, deve essere di tela, di fino o di canapa, avere in alto o nel mezzo una croce ben distinta, che il sacerdote bacia prima di usarlo, ed essere benedetto dal vescovo o da chi ne ha facoltà. Si indossa prima del camice; ma a Roma, anticamente, lo si metteva sopra di esso. Tale uso è conservato tuttora nel rito ambrosiano e lugdunense; ed anche nel rito romano, in alcuni casi, si pone l'a. sopra la cotta o il rocchetto. L'a. simboleggia la fortezza con la quale si deve combattere il demonio. Bellissima, a tale proposito, la preghiera che il sacerdote recita nell'indossarlo: Impone, Domine, capiti meo galeam salutis ad expugnandos diabolicos incursus.
Bibl.: G. Bona, De rebus liturgicis, Parigi 1672, p. 226; J. Braun, I paranentt surri, Torino 1924, p. 46; M. Righetti, Storia Liturgica, I, Milano 1945, p. 474 sg. Enrico Dante
A. M. M. (Aide médicale aux missions). - Associazione sorta nel 1935, in seno alla Società medica belga di s. Luca, per l'assistenza sanitaria alle missioni del Congo belga; ha dato vita agli "Ouvroirs", che pensano a dotare, specialmente dove sia già un medico dell'AMM, gli ospedali ed ambulatori della suppellettile igienica e medica occorrente. Nel 1938 gli «Ouvroirs», pur continuando la loro attività come per l'innanzi, si sono costituiti in associazione senza fine lucrativo, dal nome Assistance aux Maternités et Dispensaires du Congo (AMDC).
Bibl.: A. Corman, Annuaire des missions catholiques au Congo belge, Bruxelles 1935, p. 19: Bulletin de l'Uniou missionnaire du clergé (belga), 18 (1938), p. 8o. Giovanni B. Tragella
AMMAN (AMMON), KASPAR. - Teologo agostiniano, n. a Hasselt (Liegi) verso il 1450 , m. nel 1524. Fu maestro di teologia, priore a Lauingen e provinciale del suo Ordine (1500-1503 e 1514-18). Peritissimo nel greco e nell'ebraico, fu in corrispondenza coi principali ebraisti tedeschi del tempo; si conserva una sua lettera a Lutero del 26 ott. 1522. Pubblicò una Traduzione dei Salmi in tedesco dal testo ebraico (Augusta 1523). Dimostrò simpatie ai novatori, e predicò contro la bolla Exsurge Domine e l'Editto di Worms; fu perciò arrestato e consegnato al vescovo di Augusta (1523), che lo rilasciò dopo pochi mesi (1524). Morì poco dopo, fedele ai suoi voti, secondo l'opinione invalsa poi nel suo Ordine; ma G. Koldo è di parere contrario.
Bibl.: G. Kohle, in Beiträge zur bayrischen Kirchengeschichte, 19 (1913), p. 179 sg.; 20 (1914), pp. 17, 27 sg.; B. Walde, Christliche Hebraisten, 1916, pp. 145, 196 sg.; id., s. v. in LThK, I, col. 365 sg .
AMMAN, Johann Konrad. - Medico svizzero, n. a Sciaffusa nel 1669, m. a Warmond nel 1724. Esercitò la medicina in Olanda, dove, trovandosi a curare una bambina sordomuta, si propose d'istruirla. Avendo conseguito ottimi risultati, volle continuare nell'arte di istruire i sordomuti e pubblicò nel 1692 il Surdus loquens, dove trattò del metodo da lui seguito. L'opera fu pubblicata in latino ad Amsterdam, ed in tedesco ad Harlem; e nel 1700 ripubblicata col nuovo titolo di Dissertatio de loquela (prima versione italiana di Vittorio Banchi, Siena, 1901).
Il metodo proposto dall'A. è il metodo orale, che anche altri avevano raccomandato prima di lui. Ma egli fu il primo a stabilire il metodo orale d'istruzione dei sordomuti su un sicuro fondamento scientifico. La sua opera ebbe larga diffusione, portando un decisivo progresso nell'istruzione orale dei sordomuti. Oltre che con sicuro fondamento scientifico, l'A. espone con chiarezza ed esattezza
il procedimento pratico per l'insegnamento della parola articolata al sordo nato, come unico mezzo per partecipare alla vita sociale, dalla quale egli resterebbe inesorabilmente escluso per la sua infermità.
Bibl.: G. Ferrari, Disegno storico dell'educazione dei sordomuti, Milano 1917. Maria Perito
AMMANNATI, Bartolomeo. - Architetto e scultore, n. a Settignano il 18 giugno 1511, m. a Firenze il 22 apr. 1592; allievo di Baccio Bandinelli, profitto dell'influenza di Jacopo Sansovino, e fu devoto seguace di Michelangelo. La sua attività di scultore si svolse soprattutto a Firenze, a Pisa, nel Veneto, a Roma e a Napoli : è celebre il Nettuno (detto popolarmente il Biancone) per la fontana fiorentina di piazza della Signoria e notevoli, per il carattere manieristico e decorativo, le statue eseguite per il giardino di Boboli. Fu presentato dal Vasari a Giulio III, che, avuto parere favorevole da Michelangelo, gli allegò il sepolcro Dal Monte in S. Pietro in Montorio a Roma.
Come architetto lasciò le opere più importanti a Firenze il palazzi Giugni, Grifoni, Ramirez, ecc., nonché il distrutto Ponte di S. Trinitz, che alcuni vorrebbero attribuire a Michelangelo), a Lucca (palazzo e palazzetto della Provincia) e a Roma, dove lavorò insieme col Vasari e col Vignola alla villa di papa Giulio, per la quale esegui anche la fontana, poi ampliata e incorporata nel palazzetto di Pio IV, sulla via Flaminia. Altre opere romane: la facciata porticata del cortile di palazzo Firenze, i palazzi Cactani e Ruspoli, e, con molta probabilità, la fronte interna di villa Medici. La tradizione e la testimonianza del suo principale biografo, il Baldinucci, gli attribuiscono almeno il disegno della facciata del palazzo del Collegio Romano, che studi autorevoli (Pirri) vogliono invece assegnare al Valeriani (v.). Questo edificio è importante non solo per la tipologia architettonica (instaura il tipo di grande edificio scolastico) ma anche per la storia dell'arte del periodo della Controriforma (v. contemporini, Arte della). La Compagnia di Gesù, che lo tenne in gran conto, gli affidò la Casa e il S. Giovannino di Firenze, e lo richiese spesso di consigli e di opere che egli diede largamente con spirito disinteressato e devoto.
Tipica personalità di artista della seconda metà del Cinquecento, rivolse le sue originali ricerche alla composizione di elementi architettonici già invalsi nell'uso e inclusi ormai nel repertorio comune; e affrontò pure i temi teorici allora in voga compilando, ad es., i disegni, purtroppo perduti, della città ideale. Maturò il suo stile di schietto manierista, spesso caratteristicamente discontinuo, a contatto e in dimestichezza con gli artisti e con gli uomini dotti del suo tempo, favorito anche dalla sagace cultura della moglie Laura Battiferri, com'è provato dall'ampio carteggio di questa con Annibal Caro. Fu tanto stimato da Michelangelo, da averne l'incarico di condurre a termine la scalinata della biblioteca Laurenziana.
Il vivace spirito cattolico del suo tempo improntò la seconda metà della sua vita, ch'egli trascorse nella più rigida osservanza religiosa, anche quando, in tarda età, gli venne meno la forza dell'ingegno e dell'intelletto. Parimenti devote allo spirito religioso, sempre nel clima storico e nel gusto dell'età sua, furono le sue convinzioni d'artista; tanto che, il 22 ag. 1582, indirizzò agli Accademici del Disegno una lunga lettera che suona come una netta presa di posizione di fronte ai rapporti fra arte e morale: in essa, con tono di pubblica confessione, egli ripudia la propria antica produzione di scultore, a causa delle figure che egli aveva rappresentate ignude, seguendo l'uso del pieno Rinascimento, e fissa le norme per l'artista cattolico del suo tempo. - Vedi Tavv. XCI-XCII.
Bibl.: Oltre alla voce redatta da B. Magni in ThiemeBecker, I, pp. 413-15, cf.; L. Biagi, Di B. A. ed alcune sue opere, in L'Arte, 25 (1922), pp. 49-66: [P. Pirri], Chi fu l'architetto del Col-
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Ammannati. Bartolomeo - Ponte Santa Trinita, prima della distruzione - Firenze.
Iegio Romano? Note sopra il p. Valeriani, in La Civiltà Cattolica, (1932, III), pp. 251-64; A. Prandi, Il Palazzo del Collegio Romano, in Memorie del B. Liceo Gimosis E. O. Visconti, Torino 1939, pp. 23-32 (con bibl. e rilievo dell'edificio); S. Bettini, Note sui soggiorni veneti di B. A., in Le Arti, 3 (1940-41), pp. 20-28; F. Kriegbaum, Michelangelo e il Ponte a S. Trinita, in Rivista d'Arte, 23 ([2* serie, 13] 1941), pp. 137-44; G. Morisani, Una stotua del Montorsoli e una dell'A. a Napoli, ibid., pp. 145-48; P. Pirri, L'architetto B. A. e i Gesuiti, Roma 1943 (catr. da Arch. Hist. Societatis Iesu, 12 [1943]). La Lettera agli Accademici del Disegno è in G. Bottati-S. Tienesi, Raccolta di lettere sulla pittura, scultura ed architettura ecc., III, Milano 1822, pp. 529-30.
Adriano Prandi
AMMANNATI PICCOLOMINI, JACOPO. - Cardinale, n. nel 1422, m. nel 1479. Studiò lettere a Firenze e si addottorò in giurisprudenza a Siena. Fu segretario del card. Domenico Capranica ( 1450-60 ) e per la sua cultura e pietà si meritò la stima di Callisto III che lo nominò Segretario dei brevi. Il successore Pio II lo elesse vescovo di Pavia ( 18 luglio 1460) e l'anno dopo lo creò cardinale di S. Crisogono ( 18 dic. 1461). Per riconoscenza l'A. assunse l'appellativo di Piccolomini. Paolo II lo lasciò in disparte, come del resto gli altri cardinali di Pio II. Sisto IV gli affidò la legazione dell'Umbria (sett. 1471), alla quale presto rinunciò (luglio 1472). Nell'ag. 1477 passò alla sede di Frascati ed ebbe quella di Lucca, pur conservando l'amministrazione del vescovato di Pavia. Gli ultimi anni li trascorse per lo più fuori di Roma, nel Senese. Siena gli concesse la sua cittadinanza.
Lasciò vari scritti. Alcuni andarono perduti. Di questi si rimpiange specialmente la collezione delle Vite dei papi del suo tempo. Sono state in gran parte pubblicate (ed. G. Gherardi, Milano 1506, e meglio Francoforte 1614) le Lettere (782, dal 1462 al 1479), e i Commentari che continuano, in sette libri, quelli di Pio II. Altre lettere si hanno manoscritte nell'Archivio Vaticano (arm. XXXIX, t. X). D'un Diario concistoriale è stata pubblicata solo una parte (ed. E. Carusi, in nuova ed. dei Rerum Italicarum Scriptores, XXIII, III, Bologna 1904).
Bibl.: Pastor, II, pp. 198, 261, 371, 602, ecc.; G. Mollat, s. v. in DHG, II, coll. 1298-99; E. Carusi, s. v. in Enc. Ital., II, pp. 985-86.
Ireneo Daniele
AMMENDA: v. MULTA.
AMMIA. - Donna cristiana, dotata del carisma profetico, vissuta probabilmente nella prima metà del sec. II a Filadelfia. Il suo ricordo ci è conservato dall'Anonimo antimontanista citato da Eusebio (Hist. eccl., V, 17). Ivi A. di Filadelfia viene nominata quale profetessa del Nuovo Testamento insieme ad Agabo e Giuda, ricordati dagli Atti degli Apostoli (21, 10; 15, 32), alle figlie di Filippo, a Quadrato e ad altri.
Gastano Curti
AMMIANI, Sebastiano. - Agostiniano, n. a Fano, m. il 30 luglio 1568 . Nel 1547 studente a Roma, passò poi a Bologna, Pavia, Treviso, insegnando fino al 1557, nel quale anno fu eletto segretario generale dell'Ordine. Partecipò al Concilio di Trento : ivi dal vescovo di Aversa ricevette le insegne dottorali. Di molta erudizione e di varia attività, fu scrittore fecondo, predicatore instancabile. Si occupò in modo speciale a confutare gli errori dei novatori. Tra le sue molte opere, storiche, teologiche e polemiche, meritano menzione le Conclusiones Catholicae contro i luterani.
Bibl.: J. F. Ossinger, Biblioth. August., Ingolstad 1768, p. 161 .
Alfonso De Romano
AMMIANO, Marcellino. - Storico latino pagano del sec. Iv, n. ad Antiochia da nobile famiglia. Non è conosciuto l'anno di nascita, che si può ritenere avvenuta verso il 335; così pure nulla sappiamo della sua vita fino al 353 , quando fu annoverato nella guardia del corpo dei protectores domestici, alle dipendenze del maestro della cavalleria Ursicino, che A. seguirà con fedeltà fino alla destituzione. Con Ursicino nel 353 si trasferisce da Nisibi ad Antiochia, dove questi era stato chiamato dal cesare Gallo per presiedere il processo contro i maggiorenti della città; nel 354 passa a Milano, dove un ordine dell'imperatore Costanzo aveva ingiunto ad Ursicino di presentarsi per rispondere dei sospetti che gravavano su di lui. Seguì Ursicino anche nelle Gallie, dove era stato inviato per reprimere la rivolta dell'usurpatore Silvano, poi di nuovo nell'Oriente quando i Persiani violarono i confini dell'impero. A. prese parte ad ambedue queste campagne.
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Interessante è la descrizione che fa di quella contro i Persiani (II. XIX-XX), particolarmente dell'assedio di Amida, dove si era rifugiato (359). Espugnata la città, A. ed Ursicino si salvarono a Mitilene e poi ad Antiochia, ma l'insuccesso portò alla destituzione di Ursicino (360).
Nel 363 ritroviamo A. in Persia, al fianco dell'imperatore Giuliano che il 26 luglio di quell'anno lasciò la vita sul campo. Dopo la pace conchiusa da Gioviano con i Persiani, sembra che A. abbandonasse definitivamente le armi e si ritirasse a vita privata prima ad Antiochia, poi, dopo aver visitato varie regioni, tra cui l'Egitto e la Grecia, a Roma, dove attese alla composizione della sua grande opera storica, in continuazione delle Historiae di Tacito. Che in questo ultimo periodo della sua vita abbia esercitato qualche magistratura civile rimane ancora una congettura, mentre è certo che al soldato subentrò lo studioso. Libanio (Epist. 983) nel 391 lo ricorda ancora in Roma dove riceve il plesso del popolo per la pubblica lettura dei suoi Rerum gestarum libri. Dopo quell'anno non si ha più notizia di lui.
I Rerum gestarum libri completi erano trentuno, con certezza quasi tutti scritti prima del 400 . A noi sono pervenuti solo gli ultimi diciotto. I limiti cronologici della narrazione vengono indicati da A. nella conclusione dell'opera: «Haec ut miles quondam et graecus, a principatu Caesaris Nervae exsreus ad usque Valentia interitum pro virium explicavi mensura" (1. XXXI), dal regno di Nerva, cioè, con cui si arresta la narrazione di Tacito, fino alla morte di Valente ( 96 -378).
I primi tredici libri perduti, insieme alla parte conservata del XIV, conducevano la narrazione alla morte del cesare Gallo (354), abbastanza succinta, come meno nota ad A., compilata per lo più su documenti preesistenti. I libri XV-XXV contengono i fatti avvenuti dalla nomina di Giuliano a cesare, fino alla morte di Gioviano (354-64). I rimanenti sono dedicati agli avvenimenti succedutisi

Ammannati, Bartolomeo - Facciata interna del palazzo provinciale di Lucca.
dalla nomina di Valentiniano fino alla morte del fratello di lui, Valente ( 364-78 ). La narrazione completa dei libri superstiti è in gran parte frutto dell'esperienza dell'autore.
Tra tutti gli storiografi pagani A. è certamente l'unico che tratta con larghezza del cristianesimo, e la sua testimonianza è preziosa per la storia della Chiesa, perché contemporanea ai fatti narrati, degna di fede per il proposito perseguito di dire la verità e di maggior valore perché l'autore non è cristiano. L'affermazione di C. Chiffut che A. fosse cristiano non ha fondamento, e il suo paganesimo è provato da tutta la sua opera. La religione di A., però, non era quella degli antichi Greci e Romani, egli non credeva negli dèi dell'Olimpo, di cui nega l'esistenza, ma crede in un Dio che non è persona, ma forza che governa tutte le cose. Per la sua concezione religiosa molto si avvicina ai neoplatonici dai quali attinse la libertà religiosa che permette ad ognuno di seguire la propria coscienza. Ebbe infatti una benevola tolleranza verso tutte le religioni, né combatté il cristianesimo, come avevano fatto gli altri scrittori pagani; apprezza al contrario le dottrine cristiane e professa ammirazione per l'eroismo dei martiri, giungendo a biasimare lo zelo del suo eroe Giuliano.
Gli storici cristiani dell'antichità e del medioevo, con le debite eccezioni, generalmente hanno ignorato A. e la sua opera, solo perché pagano, mentre merita un posto distinto tra le fonti per la storia della Chiesa antica, di cui rimane un testimonio imparziale.
I manoscritti dell'opera di A. conservati non sono più antichi del sec. Ix o x. L'editio princeps apparve in Roma nel 1474 e si deve ad A. Sabino. Tra le edizioni posteriori meritano di essere ricordate quelle di E. de Valois (Parigi 1636) e l'altra di J. A. Wagner (Lipsia 1808), per i loro preziosi commenti. L'edizione più recente è quella di C. Clark (a voll., Berlinis 1910-15).
Bibl.: E. A. W. Müller, De Ammiano Marcellino, Königsberg 1863: H. Nissen, Ammiani Marcellini fragmenta Markurgencia, Berlino 1876: J. Gimazane, Ammion Marcellin, sa e'o et son euvre, Bordeaux 1889: O. Seeck, s. v. in Pauly-Wissowa, Realencycl. der class. Altertumswiss., I, coll. 1845-51: H. Michael, Das Leben des Ammianus Marcellinus, Preussisch Jauler 1895: M. Budinger, Ammianus Marcellinus und die Eigenart seines Geschichtswerkes (Denkschriften...der Wiener Akademie, 44), Vienna 1896: L. Dautremer, Ammien Marcellin, Lilla 1899: O. Seeck, Zur Chronologie und Quellzehritik des Ammianus Marcellinus, in Hermes, 41 (1906), pp. 481-539; W. Esselin, Zur Geschichtskreibung und Weltanschauung des Ammianus Marcellinus, in Klio, Beiheft, 16 (1923): G. B. Pighi, I diocesi nelle storie d'A. M., Milano 1936: id., Latinitá cristiana negli scrittori pagani del IV sec.. Milano 1936: id., Nuovi studi Ammionel, Milano 1936.
## AMMINISTRATORE APOSTOLICO. - Si
chisma con questo nome l'ecclesiastico incaricato dalla S. Sede di reggere, in via straordinaria, una diocesi o una parte di essa.
L'a. a. può essere nominato temporaneamente o permanentemente, in sede vacante o in sede piena. E frequente la nomina di a. a. durante la sede vacante, specialmente quando le particolari condizioni della diocesi e del capitolo sconsigliano di lasciar nominare un vicario capitolare; generalmente viene deputato uno dei vescovi vicini. E rara la nomina di un a. a. in sede piena. Ciò può occorrere in caso di malattia del vescovo, che pur non si intende far rinunziare, oppure di particolari situazioni disciplinari; e allora, per tutto il tempo che dura l'amministrazione, è sospesa la giurisdizione del vescovo e del suo vicario generale (can. 316, § I). I poteri dell'a. a. si desumono dalle lettere di nomina; ma in genere, quando esso è temporaneo, ha gli stessi diritti e doveri del vicario capitolare. In sede piena può visitare la diocesi (can. 319); ha, se non è vescovo, i distintivi d'onore dei protonotari di numero; non decade con la morte del Pontefice che
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l'ha nominato, ma solamente dopo che il nuovo vescovo ha preso possesso della diocesi.
Le amministrazioni permanenti vengono costituite dalla S. Sede in vista di speciali condizioni politiche, soprattutto là dove esistono particolari questioni di confini o vi è instabilità di possesso da parte di varie nazioni. In tali casi l'a. a. ha gli stessi diritti, onori e obblighi del vescovo residenziale (can. 315, § i) ed è generalmente insignito del carattere vescovile.
Vittorio Bartoccotti
AMMINISTRAZIONE, ATTI di. - Si chiamano atti di a. (o di semplice od ordinaria a.) quegli atti giuridici che hanno per oggetto la conservazione del patrimonio (o di un cespite patrimoniale), la sua fruttificazione e il miglioramento della sua potenza produttiva, anche se ciò avvenga mediante disposizione del reddito prodotto dal patrimonio stesso. A tali atti si contrappongono quelli di disposizione, o atti eccedenti la ordinaria (o semplice) a., che sono quelli con cui si aliena il patrimonio o una parte di esso, ovvero si costituisce su di esso un diritto reale di garanzia, o infine se ne minora notevolmente la commerciabilità o se ne mette in pericolo la conservazione.
La distinzione tra queste due categorie di atti ha notevole rilevanza sia nel diritto canonico che in quello civile.
Nel diritto canonico (cann. 532 \ 2,1527 ) gli atti eccedenti l'ordinaria a. non possono esser validamente compiuti dagli amministratori di beni ecclesiastici, senza l'autorizzazione (licentia) della competente autorità ecclesiastica. Non sussistendo alcuna definizione legale di tale categoria di atti, la nozione deve esser desunta dalla dottrina e dal sistema del CIC; al qual proposito sono da tener presenti anche l'espressione contenuta nel can. 1533 (atto quo conditio Ecclesiae peior fieri possit), e gli atti enumerati nei cann. 1538, 1541 e 1542 .
Nel diritto italiano parimenti non possono, senza l'autorizzazione della competente autorità, compiere atti eccedenti l'ordinaria a.: a) alcuni enti ecclesiastici (benefici congruabili, confraternite non aventi scopo esclusivo o prevalente di culto, fabbricerie); b) la maggior parte degli enti pubblici; c) i legali rappresentanti di persone incapaci (ma per questo caso non sempre tutti gli atti di questa categoria sono regolati allo stesso modo); d) il mandatario munito di mandato generale.
Anche nel diritto italiano manca una definizione di atti eccedenti l'ordinaria a.; la legge più spesso dà enumerazioni esemplificative (raramente tassative) di essi (cf. artt. 320, 374, 375, 394, 493, 1572, 1708 Cod. civ., e numerose leggi speciali). In particolare, per quel che riguarda gli enti ecclesiastici, l'art. 13 della legge 27 maggio 1929, n. 848 indica come atti eccedenti l'ordinaria a. i seguenti : le alienazioni, le affrancazioni volontarie di censi e canoni, i mutui, gli atterramenti di piante di alto fusto, le esazioni e gli impieghi di capitali, le locazioni ultra-novennali di immobili, e, infine, le liti, sia attive che passive, attinenti alla consistenza patrimoniale degli enti.
Pio Ciprotti
AMMINISTRAZIONE DEI BENI DELLA S. SEDE. - Dopo il 20 sett. 1870 , il patrimonio della S. Sede si ridusse quasi esclusivamente alle offerte con cui la pietà dei fedeli di ogni parte del mondo intendeva sovvenire alle necessità della S. Sede.
Sembrando quindi eccessiva, e d'altra parte impossibile a mantenersi, l'organizzazione amministrativa preesistente, che faceva capo soprattutto alla Rev. Camera Apostolica, il sommo pontefice Leone XIII,
con chirografo del 9 ag. 1878 , nominò il suo segretario di Stato, card. Nina, prefetto dei Sacri Palazzi Apostolici e amministratore dei beni della Santa Sede.
Successivamente, essendosi vista l'opportunità di separare l'amministrazione del vero e proprio patrimonio della S. Sede, da quella dei beni mobili e immobili costituenti i Palazzi Apostolici e le loro pertinenze, il Sommo Pontefice, con motu proprio Le disastrose condizioni, dell' 11 dic. 1880, sdoppio le due cariche, affidando l'amministrazione del patrimonio della S. Sede ad un cardinale amministratore, coadiuvato da una commissione cardinalizia con funzioni consultive. Con un altro motu proprio Le presenti luttuose circostanze, della stessa data, fu poi attribuita al cardinale prefetto dei Sacri Palazzi Apostolici l'amministrazione dei beni appartenenti alla «Casa Sovrana del Sommo Pontefice», oltre alla sovraintendenza su tutti i servizi di corte, su tutti i lavori da eseguirsi negli stabili da lui amministrati e sulla disciplina delle persone dimoranti negli immobili pontifici.
Con motu proprio del 23 maggio 1882, e del 30 apr. 1891, furono stabilite varie norme ulteriori sull'ordinamento e il funzionamento della commissione cardinalizia per l'a. dei beni della S. Sede, tra l'altro ampliandone le competenze e facendone presidente di diritto il cardinale Segretario di Stato.
Infine, con motu proprio del 16 dic. 1926, il sommo pontefice Pio XI ampliò ancora le funzioni di tale commissione, riunendo nei suoi uffici anche gli uffici amministrativi della Prefettura dei Sacri Palazzi Apostolici e della sezione dei Dicasteri Eccle. stiastici.
Pio Ciprotti
AMMINISTRAZIONE SPECIALE DELLA S. SEDE. - E un ufficio, con sede nella Città del Vaticano, istituito dal sommo pontefice Pio XI con motu proprio del 7 giugno 1929, per la gestione dei fondi versati dal governo italiano ulla S. Sede in esecuzione della Convenzione finanziaria allegata al trattato lateranense dell' 11 febbr. 1929, e per svolgere altri compiti di carattere amministrativo. L'art. 2 della legge fondamentale dello Stato della Città del Vaticano, 7 giugno 1929, n. 1, ha incluso tale amministrazione tra quelle dipendenti direttamente dal Sommo Pontefice.
Pio Ciproni
AMMIRATI, BERNARDINO. - Frate minore, missionario in Cina, n. a Montalto nella Liguria il 17 nov. 1827, m. a Wuchang il 22 genn. 1875. Prese l'abito religioso nel ritiro di Greccio nel 1845 ; indi, ordinato sacerdote nel 1851, si preparò all'apostolato nel collegio missionario di S. Pietro in Montorio a Roma. Partito per la Cina nel 1853 e dopo essersi fermato ad Hong-Kong due mesi col vicario apostolico Rizzolati perfezionandosi nella lingua cinese, si recò nella provincia assegnatagli dell'Hupé. Quivi esercitò il ministero fino al 1871 , anno in cui passò nell'Hunan, per ritornare l'anno seguente nell'Hupé, dove rimase fino alla morte. A. sostenne più volte persecuzioni e fu battuto e vilipeso dai pagani. Il suo zelo e la sua perizia nella lingua cinese lo misero in grado di iniziare diverse cristianità. Scrisse anche in lingua cinese un manualetto di medicina per le malattie infantili, destinato ai battezzatori della S. Infanzia, una seconda edizione del quale apparve in Wuchang nel 1886.
Brill.: B. Spila, Memorie storiche della Provincia Riformata Romana, II, Milano 1896; A. Kleinhaen, Historia Studii Linguae Arabicae et Collegii Missionum Ordinis Fratrum Minorum in Conventu ad S. Petrum in Monte Aureo Romae erecti, Quaracchi 1930.
Pancrazio Maarschalkerweerd
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AMMIRATO, Scipione. - Storico, n. a Lecce il 27 sett. 1531, m. a Firenze nel 1601; a Lecce i suoi avi, oriundi di Firenze, si erano trasferiti al seguito di Carlo d'Angiò. Ebbe vita avventurosa e servi a parecchi come segretario. Prese gli ordini minori, e finalmente ebbe pace e tranquilla attività nella Firenze di Cosimo I. Questi gli dette l'incarico, nel 1570 , di scrivere l'intera storia di Firenze, che egli raccontò in 35 libri, dalle origini fino alla morte di Cosimo (1574). Fu molto operoso e molto scrisse, ma I discorsi su Tacito e le Storie Fiorentine vengono considerate le sue opere più importanti. Non ha nuovi con-

(fol. Esc. Grit.)
Ammirato Scipione - Istorie fiorentine, Frontespizio dell'edizione giuntina del 1600 - Roma, Biblioteca Nazionale.
cetti storiografici, ma fu buon continuatore della storiografia umanistica e rappresentante cospicuo della nostra cultura nel periodo della Controriforma. Anche nei suoi scritti sono chiari indizi, sia pure sotto forma timida e guardinga, di quella reazione cattolica alle idee del Machiavelli, che ebbe in quel torno di tempo più ampio sviluppo nelle teorie sulla Ragion di Stato. Nelle sue opere di storia mancano idee direttive chiare e precise, e soprattutto manca all'autore una diretta esperienza politica, che gli possa essere guida sicura nell'intendimento e nell'ordinamento dei fatti. In cambio ricca, abbondante e a volte nuova, è l'informazione, sebbene non sempre critico l'uso delle fonti, che non vengono mai citate.
BibL.: U. Congedo, La vita e le opere di S. A., Trani 1901. Giambattista Salinari
AMMISSIONE. - In sé la voce non dice altro che l'atto o l'effetto dell'ammettere. Siccome però tale atto od effetto può avere riflessi nella vita sociale, ne consegue che l'a. di un soggetto nella società, di
un documento agli effetti legali, ecc., può assumere carattere di altrettanti istituti giuridici.
Trascurando le accezioni antiquate o meno usate nella nostra lingua, meritano rilievo tre istituti del diritto canonico: l'admissio ad officium ecclesiasticum, l'admissio in religionem e l'admissio libelli litis introductorii.
L'admissio ad officium ecclesiasticum (can. 148, § i) si ha nel caso in cui il superiore acconsente alla postulazione, cioè alla assunzione ad un ufficio di colui che ne sarebbe impedito per legge ecclesiastica, dalla quale si suole dispensare (can. 179 sgg .). In sé tale ammissione non ha peculiare rilievo se non in quanto segue le speciali esigenze della postulazione (v. postulazione).
L'admissio in religionem è l'istituto parallelo della incardinatio (v. incardinazione) e della adscriptio e dà materia a tutto il tit. XI del lib. I del CIC. Si riferisce propriamente a tre fasi distinte, sebbene connesse e consecutive, dell'ingresso in religione; postulato (cann. 539-41), noviziato (cann. 542-71), professione (cann. 572-86). E benché non tutti i canoni citati riguardino direttamente l'atto dell'a., né tutti possano riferirsi al suo effetto, tutti però entrano nel l'àmbito o di tale atto o di tale effetto. Non per nulla il titolo s'inscrive de admissione in religionem ed ha un canone preliminare (can. 538) da cui tutto il titolo s'ispira. Per la pratica, meritano particolare esame le condizioni prescritte per l'a. al noviziato (can. 542) e per l'a. alla professione (can. 572).
L'admissio libelli litis introductorii è istituto caratteristico del processo canonico, specialmente contenzioso, nella prima fase dell'introduzione della causa. E prescritto infatti che il giudice, ricevuto il libello introduttorio della lite o la petizione orale (cann. 1706-1708), dopo esame preliminare, deve pronunciarsi, entro un mese, circa la sua a. o meno (cann. 1709-10).
Ammongelo da Langasco
AMMON. - Figlio di Lot, nato dall'incesto commesso dalla figlia minore mentre egli, ubriaco, dormiva. Il nome ebraico "Ammōn (da ben-ammi "figlio del mio congiunto √{ } ) ricorda tale origine (Gen. 19, 30-38). Fu il capostipite degli Ammoniti(v.). Gaetano M. Panella
AMMONE (meglio Amōn; copto Amūn dall'egiz. [a]men o jmn; gr. " λ μ μ ω ν ). - Divinità egiziana, adorata a Tebe (v.). Il nome era interpretato "creatore di tutte le cose", poi falsamente "colui che nasconde il suo nome" (Plutarco, De Iside, q). Dapprima quasi ignoto dio locale, con l'avvento della dinastia tebana XII (1996 a. C.) A. fu esaltato e si fuse con l'antico dio solare di Eliopoli, R ā(R bar{s}). La supremazia di Ammon-Rā (meglio : Amenrle) si diffuse specialmente dopo che Tebe fu elevata a capitale, sotto la dinastia XVIII: A. è ormai acclamato "re degli dèi». Era raffigurato come uomo dalle carni azzurre (colore del firmamento), con due alte piume sul capo; nel nuovo Impero ebbe come animali sacri l'oca, poi l'ariete. Formava una triade con la moglie Mūt e con il figlio Hons (dio luna). Si aggiunse infine all'ogdoade cosmogonica di Ermopoli. Signore dei regni, era considerato padre fisico del faraone.
Continui ricchissimi donativi costituivano l'ingente patrimonio sacro di A. Eccettuata la parentesi di Amenofi IV (v.), i farsoni ne promossero il culto, che aveva il suo centro nei due grandiosi templi (a Karnak e a Luxor), al cui servizio erano 81.322 dipendenti al tempo di Ramses III (1198-1167 a. C.). L'orescolo di A. (col moto del capo della statua, o simili espedienti) decideva ogni questione pubblica e privata. La potenza dei sacerdoti raggiunse la sovranità : con Herihor (ca. rogo), gran sacerdote di A., si
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inaugura la dinastia dei sacerdoti-re (XXI). Ci sono pervenuti molti inni e preghiere ad Ammon-Rá (cf. A. Erman, Die Literatur der Aegypter, Lipsia 1923, p. 350 sgg.).
Il culto di A. si estese poi nell'Africa settentrionale (Nubia, Oasi libiche). A Siva Alessandro Magno fu dall'oracolo proclamato figlio di A. (332 a. C.). Questo oracolo di A. a Siva divenne celeberrimo (onde Marmariens Ammon, in Claudiano, Eutropio), fino al sec. iit d. C. Il dio si divulgò sino in Grecia, ove venne identificato con Giove, donde Zeus-Ammon «fabbricatore degli dèi e degli uomini». Giove A. è stato confuso dai Romani (che scrissero perciò Hammen: Virgilio, Aeneis, IV, 198) col dio fenicio Baal Hammon, onorato a Cartagine.
A. è nominato nel testo masoretico in Nah. 3, 8, e Ier. 46, 25. In Nah. Tebe è chiamata «abitazione di A.» (Nō'-'Amön), in Ier. 46, 25 (e Ez. 30, 10, 15 sg .) Nō'. La Volgata traduce in questi passi a torto N ā^{′} "Alexandria" e 'Amön "populi" (Nah.) o "tumultus" (Ier.).
Bibl.: A. Mallon, in Christus di J. Huby, ⁴² ed., Parigi 1923, pp. 624 sg., 634-38 (inni), 632-39; K. Sethe, Ammu und die acht Urgäter von Hermapolis, in Abhandlungen der grente. Ahad. der Wissen