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a e il gesto di un istante, ha però un effetto durevole e trasforma lo stato matrimoniale in uno stato spirituale permanente, sorgente di grazie continue. Per cui le si paragona al sacramento dell'Ordine e dell'Eucaristia; dell'Ordine, perché gli sposi ne sono i ministri, come il sacerdote è ministro degli altri; dell'Eucaristia, "perché è sacramento non solo mentre si fa, ma anche mentre perdura; e finché vivono i coniugi, la loro unione è sempre il sacramento di Cristo e della Chiesa" (Pio XI, enciclica Casti Conumbii). Perciò in virtù della grazia sacramentale ricevuta nel sacramento, tutte le opere che concernono gli obblighi, le cariche dello stato matrimoniale (le attestazioni di amore, le tenerezze, le gioie, le testimonianze di riconoscenza, le cure della casa e della famiglia, i rapporti intimi), se compiute in grazia di Dio e nei modi legittimi non soltanto sono opere sante, ma anche di mutua santificazione. Il che spiega le cure e le premure della Chiesa nel preservare l'a. coniugale da ogni anche piccola ombra, la quale possa offuscarne lo splendore; e spiega pure la ragione per

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cui l'esercizio sano e legittimo di esso possa giustamente chiamarsi una delle vie della santità.

Bin.: Pio XI, enciclica Casti Connubii, del 31 dic. 1930, in AAS, 22 (1930), pp. 339-92; ad essa formano immancabile e magnifico cosmento e complemento i discorsi di Pio XII agli sposi (ed. di "La Civiltà Cattolica", Pio XII agli sposi, 2 voll., Roma 1940-44); La psychologie du mariage (Mariage et Famille, XIII), Parigi 1932; A. Christian, Ce sacrement est grand, Parigi 1938; A. Ollé-Laprune, Liens immortels, Parigi 1939; M. Marcella, Proceso all'amore, Assisi 1941; A. Sorgato, Alba nuziale, Milano 1941; H. Schilgen - L. Honoré, Pour vous, époux et faucet, ⁸ᵃ ed., Parigi 1946; P. Bergellini, Amor profano, Roma 1946; B. Mantriaux, Mariage, route de sainteté, ²ᵃ ed., Parigi 1947; Verinc, Le sens de l'amour, ³ᵃ ed., Parigi 1948; R. Blot, Edusure all'amore, Torino 1948, specialmente la parte prima: Un amore integrale, pp. 3-63. Celestino Testore

AMORE (DEL PROSSIMO): v. CARITÀ.
AMORE (LIBERO). - Amore significa, qui, l'appetito sessuale; e l'aggiunta di "libero" vuole indicare la volontà di soddisfarlo senza alcun freno, ma secondo il proprio talento. Che può intendersi in due sensi: l'uno più ampio e totalitario, l'altro più ristretto e dipendente.
I. Inteso nel primo senso, l'a. l. importa: a) l'esenzione da ogni legge di morale personale, la quale non ha nessuna ragione di esistere. L'amore, infatti, ci si impone senza affatto domandare né il nostro, né l'altrui consenso, ma sorge per impeto di natura; non ha altri doveri che verso se stesso; o meglio ha soltanto dei diritti. Quindi ciascuno deve essere libero di esercitarli nel modo e nei momenti che vuole; b) l'esenzione da ogni legge sociale. L'autorità civile, religiosa, familiare, non hanno nulla da vedere, né limiti o restrizioni da prescrivere; al più hanno l'obbligo di assicurare a ciascuno il libero esercizio dell'amore; c) l'esenzione da ogni legge di convenienza, di pudore, di pregiudizi sociali o religiosi. Tutto questo è indegno dell'uomo; è nato dalla paura; fomenta e inasprisce il senso erotico, togliendo quel sereno equilibrio che giova alla formazione e alla sviluppo pieno della personalità, come il cibo giova al rinvigorimento del corpo, riportandolo a quell'equilibrio che viene rotto dal logorio e dall'usura delle energie, causati dalle occupazioni e dalle fatiche giornaliere; d) inoltre l'a. l. offre una via di scampo a tante persone, che per l'uno o per l'altro motivo non possono sposarsi. "Senza vita sessuale un essere umano è incompiuto o mutilato. E questo per fortuna lo sanno finalmente anche le donne. Va sempre crescendo il numero delle donne colte, oneste e operose, che non sono maritate o per qualsiasi motivo non lo possono essere, e tuttavia hanno relazioni sessuali. Sono donne coraggiose, conscie del proprio valore, che preparano alle loro sorelle tempi migliori " (dot- toresza Adamo Lehmann, cit. in Förster, p. 39). E B. Russel, l'autore più sistematico in materia (Le mariage et la morale, vers. francese, ⁶ᵃ ed., Parigi 1930, p. 144) aggiunge: "Sotto l'aspetto della pura morale (l'a. l.) segna un immenso progresso sul vecchio sistema. I moralisti tradizionali lo deplorano perché vi vedono un fallimento che non si può più dissimulare. Invece questa novella libertà dell'amore nei giovani deve formare argomento di gioia per noi, perché essa sta per creare una nuova generazione di uomini e di donne, liberi da ogni sofistica ritrosia"; e) finalmente l'a. l. è una preparazione indispensabile alla felicità senza più delusioni nel matrimonio; il che vale non solo per i giovani, ma anche per le giovani. L'esperienza, infatti, acquistata dalle varie avventure, mentre attutirà i primi e più impellenti ardori, favorirà a suo tempo una scelta più felice del compagno o della compagna del resto della
vita. È la tesi di L. Blum (Del matrimonio, vers. ital., Torino 1946, specialmente pp. 1-33); ed è pure la sostanza un po' velata del detto molto comune : "è necessario che la gioventù se la spassi ", col quale si cerca di scusare disinvoltamente le deviazioni dei giovani.
2. Non tutti però nella teoria dell'a. l. ardiscono scendere fino alle ultime logiche conseguenze, ma dànno ad essa il significato di unione libera, nel senso che i coniugi devono poter separarsi a piacimento per intrecciare altre unioni, anche multiple; e poter colmare, anche senza che intervenga separazione, con relazioni estramatrimoniali le lacune o le deficienze o le insoddisfazioni che incontrano nel matrimonio legittimo.

L'amore, infatti, crea liberamente l'unione; liberamente la continua, liberamente la sopprime, appena scorge un oggetto più desiderabile. "Sarebbe assai buffo volersi far forti del falso onore di essere fedeli, seppellirsi per sempre in una passione, essere morti fin dalla giovinezza a tutte le bellezze che ci possono colpire lo sguardo " (Molière, Don Giovanni, atto I, scena ²ᵃ ).
3. Valutazione. - La teoria dell'a. l. è deprecabile sotto tutti gli aspetti e condannata dalla ragione e dalla religione per il capovolgimento che infligge ai veri valori della vita e le tristi conseguenze, a cui conduce. E vero che l'amore, inteso come appetito sessuale, favorisce il pieno sviluppo della personalità e perciò gli uomini hanno il diritto di cercarvi la loro felicità e il loro perfezionamento e di cercarli liberamente. Perciò la Chiesa molto insiste sulla libertà sia nella scelta dello stato matrimoniale, sia nella scelta della persona del coniuge. E anche vero che l'istinto sessuale è in sè un bene e che, non potendo l'umanità propagarsi e continuare senza che esso sia soddisfatto, non è male, in sè, il seguirlo. Ma l'uomo non è tutto e solo istinto erotico; ha pure altri sentimenti, è soprattutto spirito ed è creatura razionale e sociale. Ha quindi un fine da raggiungere degno di una creatura razionale; ha limiti e leggi da osservare per non comprometterne il conseguimento. E questo sia per rispetto al corpo e ai suoi istinti, sia per rispetto all'anima. Perciò non si può, né si deve "isolare l'erotico da ogni altra condizione e finalità della vita umana a tal segno da andare incontro al più elementare buon senso, da dimenticare i fatti fondamentali della natura umana, da trascurare le fondamentali esigenze della vita reale" (Förster, p. 102).

Nè va dimenticato l'avvertimento di Gesù : "Ci sono degli eunuchi che sono tali per nascita; altri ve ne sono, resi tali dagli uomini, e altri ancora, che si sono fatti tali per amore del regno dei cieli. Chi può intendere. intenda" (Mt. 19, 12). Con queste parole Gesù ha suscitato nel corso dei secoli legioni di uomini e di donne che hanno sublimato l'istinto della procreazione e invece di seguire l'attrattiva del matrimonio, hanno preferito serbarsi continenti e casti per un amore e una paternità o maternità più ampia e spirituale. Le ragioni di cui cerca ammantarsi l'a. l., sono soltanto sofismi e provengono soprattutto dalla mancanza di volontà di reagire e di padroneggiare le proprie inclinazioni, dalla presunta impossibilità di mantenersi puri e onesti. "Certo l'essere animali ragionevoli è un duro mestiere, e duro mestiere è dirigere con l'anima il proprio corpo fin nell'intimo del proprio essere, là dove la volontà si innesta nell'organismo. Bisogna faticare e sanguinare, chi voglia purificare e spiritualizzare lentamente queste regioni ottenebrate, dove il passato della nostra specie e di noi

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(propr. E. Joss)
stessi ha lasciato affondare troppe cattive radici. Ma la nostra dignità di uomini e di cristiani, la dignità dei nostri corpi, canne, sì, ma pensanti; dei nostri corpi diventati col battesimo templi di Dio; breve, il nostro valore naturale e soprannaturale si raggiungono solo a questo prezzo... Non infliggiamo all'umanità l'insulto e il delitto di abbassare i suoi principi al livello delle sue debolezze; infrangere nell'anima la molla che la deve far salire in alto equivale ad impoverirla di ciò che ha di meglio, di ciò che la deve rendere migliore" (Mersch, pp. 19-20). L'esperienza, poi, ci attesta le cattive conseguenze della teoria dell'a.l. nei suoi due aspetti : unioni infelici, concubinati, nudismo, controllo delle nascite, depauperamento della razza, abbassamento del livello della vera civiltà, dissoluzione dell'individuo e della famiglia.

Concludendo si può dire: prestando il nome di amore a tutti gli atti dell'a. 1., altro non si fa che scatenare, inverriciare e intronizzare la voluttà, l'abbiettezza, l'animalità, e invece di un a. 1. si ha un amore totalmente schiavo al peggiore dei padroni.

La dottrina della Chiesa, fondata sulla parola di Gesù Cristo (cf. ad es. Mt. 5, 8. 27-30; 18, 6-10), conferma e perfeziona quello che dice la ragione, e nello stesso tempo, pur conoscendo e valutando le difficoltà insopprimibili suscitate dalla natura umana guasta dal peccato originale, offre i mezzi (mortificazione, vittoria di sé, preghiera, Sacramenti) per un felice superamento di tutti gli ostacoli e per la serena gioia dei cuori. "Se il chicco di frumento cadendo in terra non muore, rimane infecondo, se invece muore produce molto frutto" (Jo. 12, 24) (v. castití; divorzio; matrimonio).

BibL.: F. V. Förster, Etica e pedagogia della vita sessuale, Torino 1911; E. Mersch, Amour, mariage, chasteté, in Nouvelle Revue Theol., 22 (1928), pp. 1-30; Verme, Le sens de l'amour, Parigi a. d.; A. Loslever, L'amour libre, Parigi 1930; Vari autori, La crise du mariage, Parigi 1932; J. Leclercq, Leçons de droit nature, III: La famille, Namur 1933, pp. 219-63; A. Cavagna, Il prisma dell'amore, Milano 1942; R. Plux, La morale cattolica del matrimonio, Torino 1943; R. Biot, Educare all'amore, Torino 1948.

Celestino Testore
AMORE (PROPRIO). - Nel senso familiare agli autori spirituali, è l'amore sregolato di se stesso, per cui si è portati a ricercare un proprio bene senza subordinarlo a Dio e senza sufficiente cura del bene del prossimo, come esigono la retta ragione e la legge divina. Secondo s. Agostino, l'amor sui è un residuo del peccato in tutti (De Civ. Dei, V, 14); da esso derivano la laudis aviditas nimia e la libido dominandi (ibid., I, 19, 30). Come dimostra s. Tommaso (Sum. Theol. 1^{text {st }-2^{mathrm{as}}}, q. 77, a. 5), da questo amore sregolato di sé, chiamato spesso egoismo (v.), in latino cupiditas, derivano "la concupiscenza della carne, la concupi scenza degli occhi, la superbia della vita" (Io. 2, 16), poi i sette peccati capitali. Affermando : «Radix autem totius iniquitatis est amor sui ipsius " il Domore angelico (In II Tim. 3,2: cap. 3, lect. 1) ripete s. Bernardo, secondo cui l'a. p., divenuto volontà propria, o non conforme a quella di Dio, è la radice di tutti i peccati (Sermo in Resurrect. Dom., 3). L'a. p. può anzi crescere fino al disprezzo o odio di Dio: «Civitates duas fecerunt amores duo: amor sui usque ad contemptum Dei, amor Dei usque ad contemptum sui» (s. Agostino, De Civ. Dei, XIV, 28).

Mentre la retta ragione ci porta ad amare ogni bene ragionevole, compreso il bene personale, rispettando la subordinazione dei fini o scala dei valori, la parte inferiore dell'uomo ricerca solo il proprio bene sensibile, dilettevole o utile, e tale inclinazione fu accentuata dal peccato originale.

Le conseguenze di questo peccato furono esagerate dai primi protestanti e dai giansenisti, in opposizione ai pelagiani e semi-pelagiani che le negavano o le sminuivano. Le esagerazioni giansenistiche affiorano nelle Pensées di Pascal a proposito dell'io : "Ogni io è il nemico e vorrebbe essere il tiranno di tutti gli altri ". Similmente La Rochefoucald nelle Maximes: "Le virtù si perdono nell'interesse come i fiumi nel mare".

Due altre dottrine si oppongono, utilitarismo e quietismo, tra e sopra le quali la morale cristiana e cattolica appare come una vetta. L'utilitarismo, chiamato dagli autori spirituali naturalismo pratico, non riconosce quanto vi è

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di disordinato nell'a. p., in cui scorge piuttosto una forza da utilizzare, ma che bisogna moderare. Questo sistema riduce all'utile e al dilettevole il bene onesto, oggetto della virtù e del dovere, meritevole d'essere amato per se stesso e più di noi indipendentemente dai vantaggi e dal diletto che ne conseguono: "Fai ciò che devi, avvenga ciò che può ". L'utilitorismo conduce alla superbia, che porta a costituirsi contro di quanti vivono intorno a noi. Il quietismo invece, in opposizione alla teoria dell'interesse, volle condannare ogni amore interessato, anche quello della retribuzione eterna, come se vi fosse un disordino nella speranza cristiana per il fatto che è meno perfetta della carità. Era mal compresa la speranza cristiana, per cui non subordiniamo Dio a noi, ma desideriamo Dio a noi come al prossimo, subordinandoci a Dio, fine ultimo dell'atto di speranza.
S. Tommaso formula in modo preciso e profondo la dottrina cattolica, osservando (Sum. Theol., mathrm{I}^{2}, q. 60, a. 5) che ogni creatura è certamente incline ad amare il bene proprio, ma è naturalmente incline anche ad amare Dio più di se stessa, come nel nostro organismo la parte anto il tutto più di se stessa e la mano si espone naturalmente per preservare la testa. Se fosse diversamente, l'inclinazione naturale della nostra volontà, quale proviene da Dio autore della nostra natura, non sarebbe più retta, e la carità infusa dovrebbe non perfezionarla ma di-
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(da K. Päster, Katakomben Materren, 205))
struggerla. Indubbiamente il peccato originale ha attenuato questa felice inclinazione della nostra natura, ma non l'ha soppressa. Ne risulta che, amando bene la parte superiore di se stesso, l'uomo ama più ancora il suo Creatore.

Secondo s. Tommaso (Sum. Theol., 2ᵃ 2^{mathrm{ae}}, q. 19, a. 6), bisogna distinguere un amore di sé riprovevole e uno legittimo: "l'amore di sé può concepirsi in tre modi rispetto alla carità : 1) è contrario alla carità, se si ripone il fine ultimo nel bene proprio preferito a Dio; 2) è incluso nella carità, quando l'uomo in stato di grazia si ama per e in Dio (onde glorificarlo nel tempo e nell'eternità); 3) è distinto dalla carità, senza opporrvisi, quando uno si ama considerando formalmente il suo bene proprio senza peccato, o almeno senza peccare mortalmente, cioè senza distogliersi da Dio ". Il Vangelo stesso c'insegna che vi è un amore di sé legittimo, poiché ci comanda di amare il prossimo come noi stessi. Gli autori spirituali hanno lungamente trattato dell'a. p., per mostrare come sussiste, nonostante lo stato di grazia, nei principianti e anche nei progredienti e nei provetti, particolarmente sotto la forma di orgoglio spirituale o di ricerca smoderata di consolazioni spirituali. Il che dimostra la necessità dell'abnegazione e dell'umiltà, delle purificazioni attive della sensibilità, dell'intelligenza, della memoria, della volontà, e anche la necessità di purificazioni passive per eliminare la ruggine depositata in fondo alle nostre facoltà, che impedisce la contemplazione delle cose divine e l'unione intima con Dio. I grandi dottori ascetici illustrano tale dottrina. S. Francesco
di Sales mostra ottimamente che l'a. p. c'inganna spesso, esercitando le proprie passioni sotto il nome di zelo; è spesso violento, turbolento, precipitoso; accicca la ragione; si nasconde sotto parole umili. Per vincerlo bisogna non consentire ai suoi attacchi e reprimere i suoi impulsi (v. ABNEGAZIONE).

Bial.: S. Basilio, Regulae breviae tractatae, intert. 7, 41, 138: PG 31, 932, 1021, 1120; s. Giovanni Climaco, Scala Parodisi, arad. 4, 25: PG 88, 724, 999; s. Bernardo, De diligendo Deo, cap. 8: PL 182, 988, 112; De Imitatione Christi, III, cap. 27; s. Caterina da Siena, Dialogo, passim; Alvarez de Paz, Opera, II, parte III, cap. 3; s. Giovanni della Croce, Noche obscura, I, capp. 1, 3, 6; II, capp. 2 e 4; s. Francesco di Sales, Introd. à la vie dévaie, III, cap. 6; V. cap. 3; id., Traité de l'amour de Dieu, I, cap. 6; IV, capp. 3 v 10; IX, capp. 10 e 11; s. Ignazio, Exercitia spiritualia, nn. 97, 189; J.-B. Bossuet, Traité de la concupiscence, cap. 5 sgg.; J. N. Grou, Manuel des ames intérieures, nuova ed., Parigi 1923, pp. 123-28 (Du moi humain). Reginaldo Garriçou-Lacerange AMORE, COM-
PAGNIE DEL DIVINO: v. DIVINO AMORE, COMPIAGNIE DEL.

AMORE e PSICHE. - Il mito di P. (l'anima) ebbe poetica espressione neilibri IV-VI delle Metamorfosi di Apuleio. Sposata ad A., P., per la sua curiosità, vede sparire l'amato, ma, dopo lunghe prove dolorose, lo ritrova e si riunisce con lui in eterne nozze.

Attraverso le interpretazioni neoplatoniche la favola acquistò alto valore morale, adombrando il concetto che l'amore delle cose divine è pegno d'immortalità. Così elaborata, si offrì all'arte cristiana antica come poetica illustrazione della felicità eterna e poté figurare accanto al Buon Pastore, ad oranti o a Giona in riposo. Munita di ali di farfalla, emblema dell'anima, P. coglie rose nei puri chiarori celesti insieme con A., o si diletta con lui nell'eterna danza, su affreschi delle catacombe di Domitilla o nei musaici di S. Costanza. Il gruppo alessandrino di A. e P. che si abbracciano appare in un fondo di vetro con formola cristiana, e rarissime volte nella plastica, ove un rilievo l'unisce anche alla deutrorum iunctio, come augurio della riunione nell'altra vita. Nella vendemmia paradisiaca, P. offre ad A. un canestro di uva, espressione di delizie celesti.

Bial.: R. Reitzenstein, Das Märchen von Amor und Psyche, Heidelberg 1917: A. Cinquini, Apuleius, fabula de Psyche et Cupidine, Roma 1918; F. Cumont, Recherches sur le symbolisme funéraire des Romains, Parigi 1942; E. Paratore, Apuleii Metamorphoseon libri IV-VI (testo critico e introduz.). Firenze 1948. Luciano De Bruyne

AMORE PURO, Controversia sull'. - Celebre dibattito teologico-mistico intorno a uno dei più importanti argomenti della spiritualità cattolica. Per il lato storico si vedano le voci : pÉnelon; GUVON, M.me de; molinos; per quello dottrinale: caritì; quietismo; SPERANZA.

Potendo un oggetto essere amato perché conveniente a chi ama, o perché amabile in se stesso, si distingue l'amore di concupiscenza da quello di amicizia: il primo

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fa del suo oggetto un mezzo; il secondo, il termine o fine cui ordina se stesso. E poiché la carità soprannaturale è amore perfetto di amicizia (v.), si pose la questione se l'uomo può amare Dio in modo tale da escludere se stesso, cioè se l'amore di sé è compatibile con la carità. Se l'amore di sé fosse contrario alla carità perfetta, l'amore che naturalmente ogni essere deve portare a se stesso sarebbe in contrasto con la carità, cioè la natura distruggerebbe la grazia, o viceversa. Essendo poi la speranza, virtù teologale, amore di Dio non in quanto è buono in se stesso, ma in quanto è il nostro sommo bene, sarebbe anch'essa incompatibile con la carità perfetta. Sicché la vera perfezione cristiana implicherebbe non solo il rinnegamento dei nostri appetiti disordinati, ma l'annientamento di tutto il nostro essere, quasi ciò sia necessario per lasciare maggior spazio alla gloria di Dio.

Tale a. p. o disinteressato, più o meno insegnato dai falsi mistici di tutti i tempi, trovò uno strenuo sostenitore nel quietista Michele Molinos, condannato da Innocenzo XI nel 1687. Intanto in Francia se ne faceva ardente apostolo la vedova Guyon, riuscendo a conquistare alla sua dottrina Fénelon nel 1689. Nel 1693 Bossuet conobbe la corrispondenza tra questo e M.me Guyon, della quale lesse gli scritti, condannandoli. Per far ravvedere Fénelon, Bossuet fecr indire le Conferenze di Issy (villa del seminario di S. Sulpizio, a Parigi), ove Bossuet, de Noailles, allora vescovo di Châlons, e T'ronson cercarono, dal luglio 1694 al 10 marzo 1695 , di definire i limiti dell'ortodossia, riesaminando le dottrine quietiste seguite dalla Guyon. Ne risultarono i 35 Articoli di Issy, sottoscritti da Fénelon, in cui è espressa la retta dottrina circa l'a. p., la contemplazione e alcune prove mistiche passive. Divenuto arcivescovo di Cambrai (1695), Fénelon riprese a sostenere le sue idee con la pubblicazione di Explication des muximes des saints (1697), che oppose alla Instruction sur les états d'oraison di Bossuet (1697). La vivace lotta tra i due presuli (dal febbr. 1697 al febbr. 1699) si concluse con la condanna delle Maximes, per opera di Innocenzo XII col breve Cune alias, del 12 marzo 1699.

BibL: Gli "Articoli di Issy" e il Breve di condanna delle proposizioni "temerariae, scandalosae, male sonantes... in praxi perniciosae, ac etiam erroneae respective ", in J. De Guibert, Documenta ecclesiastica christ. perfectionis studiam spectantia, Roma 1931, pp. 310-27. - H. Brémond, Apologie pour Fénelon, Parigi 1910; L. Navatel, Fénelon: La confrérie secrète du par amour, ivi 1914; P. Dudon, Le guostique de s. Clément d'Alex., opuscule inédit de Fénelon, ivi 1930; H. Fourrat, La spiritualité chrétienne, IV, ivi 1930, pp. 233-93; G. Joppin, Fénelon et la mystique du par amour, ivi 1938; I. Casati, La controversia sull'a. p., in Vita e Pensiero, 31 (1940), pp. 113-18. Innocenzo Casati

AMOREI. - Nome (aramaico 'āmōra', plur. 'ämōra'é' e in forma ebraica 'ēmōra'lm, "espositore") dato in origine ai maestri inferiori ebrei che esponevano al popolo l'insegnamento dei dottori della Legge; dopo la chiusura del canone della Mišnāh divenne designazione tecnica dei dotti rabbini, succeduti ai tannaiti, che, dal 220 al 500 ca., spiegavano il testo della Mišnāh, risolvendone le contraddizioni o definendo nuovi casi, e lo sviluppavano marginalmente raccogliendo altre tradizioni legali che fissavano in scritto. Dal loro lavoro risultò la duplice C̄emară, che, aggiunta al testo della Mišnāh, formò il Talmūd; vi inserirono antiche sentenze rimaste fuori della Mišnāh chiamandole barajthä' ("cose esteriori»). Gli a. ebbero fiorenti scuole: in Palestina, dal 219 fino alla chiusura per ordine di Teodosio II, 425) a Cesarea, Seffori, Tiberiade; in Babilonide (dal 219 al 500 ca.) a Surā, Nehardéā, Pumbeditā, Mahuzā.

Sono noti circa duemila a., distinti in 7 generazioni, variamente elencate e datate dagli storici. Le 5 prime generazioni racchiudono a. palestinesi (col titolo rabbi) e
a. babilonesi (titolo rabh, talora mar; v. Abbâ it), in serie quasi parallele; le 2 ultime, soli a. babilonesi. Gli ultimi grandi a. furono Rabh Ašī (v.) e Abina (v.). Oltre questi, sono celebri fra i babilonesi: Abba Areka, tre Samuel, Jehudāh bar Jehezqēl, Rabbā bar Nahmani, Josef ben Hijā, Nahman ben Jabaq (e altri 4 Nahman); fra i palestinesi: Ušā'jāh, tre Jehudāh ( 2^{°}, 3^{°} mathrm{e} 4^{°} ), Eleazar ben Pedath, Jubanan bar Nappalul, Abbabil, Tonhum ben Abba.

BibL: H. L. Streck, Einleitung in Talmud und Midvauh, 5^{°} ed., Monaco 1921, pp. 135-40; Schalim Abu Todos, in 76disches Lexikon, I (1927), pp. 481-84; D. J. Bernstein, Amorbar, in Enc. Induica, II (1928), coll. 631-86 (Amora, col. 630 sg.); K. Kahan, Seder Tansoim tve Amoraim, heranayegeben und übersetzt, Francoforte s. XI, 1932. Antonino Romeo

AMORI: v. GENI.
AMORRITI. - Popolo stanziato in Canaan prima d'Israele (ebr. lab. { }^{2} Eledr), sempre con l'articolo e al singolare, Settanta 'A μ ° ρ ρ α i δ mathrm{n}, onde Volgata Amorrhaei). E sempre incluso dalla Bibbia nell'enumerazione dei popoli preisraelitici (Gen. 15,21; Ex. 3,8; 13,5; 23,23; 32,2; 34,11; Deut. 7,1; 20,17; Jos. 3,10; 5,1; 9,1; 11,3; 12,8; 24,11; ecc.), talora come nucleo precipuo del gruppo etnico accanto agli Hittiti (Num. 13,30), sicché rappresenta anche il complesso delle popolazioni palestinesi preisraelitiche (Gen. 15,16; Jos. 24,15; Am. 2,9 sg.) e corrisponde quindi talora a "Cananei" (Jos. 24,15.18; Judc. 6, 10; I Sam. 7,14; I Reg. 21,26; Ez. 16,3.45; ecc.).

Per gli Assiro-Babilonesi gli Amurru o "occidentali" (egiziano Amarra) erano la popolazione del paese montagnoso di Amurru (ideogramma мab-tu) o dell'occidente, che comprendeva l'immenso territorio ad ovest dell'Eufrate, dall'oasi di Palmira al Mediterraneo (perciò detto il mare di Amurru) e all'oasi di Teima, con incluse le regioni di Siria, Palestina, Fenicia, Transgiordania e l'Arabia settentrionale. Solo verso il sec. xvi a. C. il termine Amurru si restrinse alla Fenicia con tutto il retroterra, indicando in modo particolare la zona montagnosa dell'Oronte e del Libano e Antilibano da Qadeš al porto di Akka e al lago di Tiberiade.

Dal lato etnologico, alcuni autori, basandosi su Am. 2,9, che qualifica gli A. "razza alta e robusta", e sulle pitture egiziane che li rappresentano barbari, dalla pelle giallastra e dagli occhi azzurri e ciglia rosse, li inclusero nel tipo indoeuropeo, assimilandoli ai Libi. Ma L. Dürr, E. Kalt, con altri, basandosi sulla classificazione genealogica di Gen. 10,15.16, ricollegano gli A. con i Camiti. Attualmente la gran maggioranza dei dotti riconosce in essi un forte e valoroso gruppo del ramo semita nordico-occidentale, che viene denominato amorrita-cananeo (v. senitri). La loro lingua, affine alla cananea, è nota solo per alcuni nomi propri della I dinastia babilonese, in cui spesso all'usuale "Dio, Dio mio ", si sostituisce l'equivalente "padre, padre mio, fratello, fratello mio "; la loro costruzione sintattica, diversa da quella accadica, si può individuare nei testi cappadoci paleo-assiri.

Contro la isolata voce di Th. Bauer che colloca la culla dei primitivi A., indipendenti dai posteriori occidentali, a settentrione dell'Assiria, A. T. Clay ha collocato la culla dei Semiti e della stessa cultura babilonese in Amurru o Siria del nord, da cui sciamarono gli A. autoctoni. L'ipotesi che un'ondata amorrita avrebbe portato i primi Semiti in Mesopotamia sembra smentita dalla lotta del re semita Sargon di Accad, che in tre campagne (ca. il 2725) sconsisse i nomadi Amurru giungendo al Mediterraneo.

I re di Larsa portano nomi amorriti; da essi derivò la fondazione dell'impero di Babilonia e della I dinastia amorrita-babilonese (ca. 1950-1600 a. C.), il cui principale rappresentante fu il sesto re Hammurabi (v.), che coincise col culmine della potenza amorrita. Circa il 1900 a. C. il " movimento amorritico "dilaga intorno alla Palestina e si afferma in questo paese; conosciamo i nomi di città e principi a. dai "testi di proscrizione" egiziani del sec. xix a. C. (testi di Berlino

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editi da K. Sethe, 1926; testi di Bruxelles editi da G. Posener, 1940). Alla stessa epoca Abramo li trovò in Palestina (Gen. 14, 7. 13; 48,22), almeno nella zona montagnosa (Num. 13,29), da cui l'invasione hittita, verso il 1600 a. C., ponendo fine alla loro dinastia babilonese, li spinse più a sud, sin verso l'Arnon ad est del Giordano.

Nella prima metà del sec. xiv, nota per le lettere di el-Amarna (v.), gli A., che erano sotto il controllo egiziano, tentarono in Siria-Palestina un movimento insurrezionale capeggiato dagli Habiri sotto la guida di Abdi-Aṣirta, e specialmente di suo figlio Aziru che strinse alleanzzeol re hittita Subbillalluma (1388-1347) nemico dell'Egitto (testi di Boghazkōi, v.). Tuttavia, nella battaglia di Qadeš (1294), Ramses II, vincitore degli Hittiti, aveva nelle riserve egiziane "giovani reclutati fra gli Amurru".

L'origine di Gerusalemme è amorrita, come attestano i nomi della città (Urusalim), dei suoi re MalkîSedeq e Adonî-Sedeq, 'Abdi-Hiba delle lettere di elAmarna. Gli Ebrei trovarono i resti degli A. nella regione montagnosa del sud, a sud-ovest del Mar Morto e ad est del Giordano: Ios. (5, i) li distingue così dai Cananei «delle contrade sul mare grande» (cf. Deut. 1,44; Ios. 10,6; 11,3); onde "montagna degli A." era il massiccio palestinese del sud (Deut. 1,7.19.20; cf. Num. 13,30). All'ingresso d'Israele, i regni transgiordanici di Hesebon e di Basan sono amorriti (Num. 21, 21 sgg.). Gruppi di A. sono inoltre dispersi in tutta la Palestina, di solito così commisti ai Cananei che la Bibbia spesso non li distingue da questi. Teglatphalasar I (11151093), occupatane la regione (Siria), sottomise definitivamente gli A., che rimasero fiaccati per sempre, sicché al tempo di David ne esistevano solo pochi resti, sottoposti poi da Salomone al tributo. Gli A. scompaiono allora dalla storia; ne rimase solo il ricordo (Esd. 9, I; Neh. 9,8; Indt. 5,20). Nella loro terra d'origine trionfarono i Fenici, che forse erano una nuova ondata di Cananei assai affini al gruppo amorrita.

Religione. - Il Dio eponimo degli A. è Amurru, chiamato nel panteon accadico "Signore della montagna" (bēl šadī), ignoto al panteon arcaico dei Sumeri, ma patrono della dinastia di Hammurabi che lo chiamava «suo Dio». Col suo ideogramma SAR-70 figura venerato già prima della dinastia amorrita di Babilonia. A lui era sacro lo stambecco. Sua paredra è la dea Ašratum o Aširtum che è la "Signora della pianura", sotto il nome di Ašerāh popolare fra i Fenici (v. has Samra) e i Cananei; il che conferma gli intimi rapporti intravisti tra gli A. ed i CananeiFenici.

Biol.: A. T. Clay, The empire of the Amorites (Vole Or. Series, Resources, VI), Now Haven 1919 (F. M. T. Bühl, in Niewoe theol. Studiēs, 4 [1921], pp. 63-71, definisce la teoria di Clay "Pan-Amurriomus"); A. Ungnad, Die ältesten Völkerwanderungen Vorderasiens, Breslavia 1922; T. Bauer, Die Osthossander (chiama gli A. "Cananei orientali n). Lipsia 1926; id., Eine Überprüfung der "Amoriter»-Frage, in Zeitschr. Fïr Assyriologie, 32 (1928), pp. 143-70; P. Dhorme, Les Amorrheens, in Revue Biblique, 37 (1928), pp. 63-79, 161-80; 39 (1930), pp. 161-78; 40 (1931), pp. 161-84; E. Forrez, Amurru, in Reallexikon der Assyriologie, I, 1932, p. 99 sgg.; F.-M. Abel, Géographie de la Palestine, I, Parigi 1933, pp. 233-39, 371; II, ivi 1938, pp. 1-33; A. Jirku, Wer waren die Amoriter?, in Zeitschr. Fïr Rassenkunde, 2 (1933), pp. 223-31; J. Jelito, Die Amoriter, in Collectamen Theologica, 17 (1936), pp. 406-23; M. Noth, Die Welt des Alten Test., Berlino 1940, p. 163 sgg. (chiama gli A. "Protossamei orientali"); id., Die syrisch-palästinische Bevölkerung des zweiten Palatiausends v. C. in Lichte neuer Quellen, in Zeitschr. des deutschen Palästina-Vereins, 63 (1942), pp. 9-67; A. Bea, Il movimento "amoritico"; I "testi di proserizione", in Biblion, 24 (1943), pp. 239-47. Faustino Salvoni - Antonino Romeo

AMORT, Eusebius. - 'Teologo tedesco del secolo xviri, n. a Bibermühle, presso Tölz, in Baviera, il

15 nov. 1692, m. il 5 febbr. 1775. Entrò, ancor giovane, nell'Ordine dei Canonici regolari lateranensi nella prepositura di Polling. Nominato nel 1717 professore di filosofia e poi di teologia, insegnò tali discipline insieme al diritto canonico per alcuni anni nella scuola della prepositura. Quale teologo del card. Lercari (173335), ebbe l'occasione di conoscere molte personalità. Tornato a Polling, per 40 anni attese con zelo indefesso ai suoi studi prediletti.
A. scrisse moltissimo, e non solo di materie ecclesiastiche. Fin dal 1722 fondò una rivista: Parnassus boicus, di carattere scientifico-letterario. Come moralista è conconsiderato, con s. Alfonso de' Liguori, il fondatore dell' "equiprobabilismo ", sostenendo per questo molte controversie. Si confrontino i suoi scritti Controversiae novae morales (Augusta 1749) e Disquisitiones dogmaticae de controversiis in theologia morali insignibus (Venezia 1745) e più specialmente: Theologia moralis inter rigorem et laxitatem media, ibid. 1757. Delle altre sue opere meritano di essere ricordate: Theologia eslectica, moralis et scholastica (Augusta 1752 e Bologna 1753); Elementu juris canonici veteris et moderni (Ulma 1757). D'ingegno versatile, più erudito che profondo, A. scrisse anche di teologia mistica. Oggi l'opera sua più stimata per le preziose notizie conservateci è Vetus disciplina canonicorum regularium et saecularium ex documentis ineditis usque ad saeculum XVII critice et moraliter expensa (Venezia 1748).

Biol. F.-X. Baader, Das gelehrte Bayern, Norimberga 1804; Hurter, III, p. 201; C. Toussaint, s. v. in DThC, I, coll. 11151116; J. Pietisch, s. v. in DMG, II, coll. 1332-33.

Angelo Penna
AMOS, diocesi di. - Nella provincia di Québec (Canadà), suffraganca di Québec. Stabilita come parrocchia nel 1915 nell'Abitibi, territorio di colonizzazione del nord della provincia di Québec, A. è stata elevata a diocesi il 3 dic. 1938 e comprende la parte meridionale della diocesi di Haileybury (Ontario), da cui è stata separata e che, dopo il 10 dic. 1938, porta il nome di Timmins (Ontario). I cattolici sono 55.959, sopra un totale di 59.736 abitanti; le parrocchie 64 , i sacerdoti diocesani 98.

Biol.: AAS, 31 (1939), pp. 93-96, 263; P. Trudello, L'Abitibi d'autrefois, d'hier et d'aujourd'hui, Amos 1938. Corrado Morin

AMOS (ebr. ' bar{A} m ā s "che porta un fardello ", diverso dal nome del padre di Isaia ' bar{A} m ā s "robusto "). Terzo dei profeti minori, nell'ordine della Bibbia.
I. Il profeta. - Asserendo di "non essere profeta, né figlio di profeti " (7, 14), A. dichiara di non appartenere a gruppi o scuole di profeti e di non avere alcuna preparazione speciale al ministero profetico, soprattutto di non fare del profetismo un mestiere come insinua il suo rivale aulico e scismatico Amasia (7, 12). A. nacque a Tekua nel regno di Giuda, villaggio a 9 km . a sud di Bethlehem, che sembra riflettersi nello scenario del suo libro, ricco di immagini tolte dalla vita del deserto. Dalle facili relazioni con le carovane, A. poteva attingere sempre precise informazioni su Edom e Moab, i Filistei e gli Ammoniti, i Tiri e i Damasceni. Fin dal titolo ( mathrm{I}, mathrm{I} ) si presenta come pastore ( 7,1 , bāqē̄r "che cura da sé il suo gregge"), addetto anche a coltivare i ricomori (7, 14). Dalla sua umile condizione venne chiamato alla dignità profetica dal Signore, che secondo il suo beneplacito elegge e assume gli umili ( 7, mathrm{I} 4 ).
A. sembra il più antico profeta scrittore. La sua vocazione profetica, chiaramente manifestata ( 1,1 ; 3, 3-8; 7, 14-15), avvenne al tempo di Jeroboam II, re d'Israele dal 783 al 743 , e di Ozia, contemporaneo re di Giuda (789-38), due anni prima del "terremoto" (1, 1) di cui parla anche Zach. 14, 3. Due menzioni della peste (4, 10; 8, 3) e dell'eclissi solare (8, 9) trovano riscontro in due accenni di una lista eponima babilonese, che colloca

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i due fenomeni agli anni 765-59 e 763 ; perciò una parte almeno del ministero di A. sarebbe posteriore a quegli anni. Che gli Israeliti si glorino del consolidamento del loro regno ( 6,14 ; allusioni 2,14 sgg.; 5, 2; cf. II Reg. 14, 24-28; 6, 15) sembra supporre che il regno si estendesse fino all'ingresso di Emath (come in II Reg. 14, 25). Dalla grande floridezza politica ed economica derivava una vita molle e lussuriosa, spesso rimproverata da A. (2, 6 sg .; 3,9-15 ; 4,1 ; 5,11 ; 6,1-6 ). Tutto ciò sembra riferirsi all'inoltrare regno di Jeroboam II (verso il 760 ).
A. ebbe la missione di annunziare i decreti divini nel regno settentrionale. Tenne la maggior parte dei suoi sermoni in Bethel ( 7,10 ); sembra che non abbia peregrinato a predicare nel regno, ma che abbia avuto a Bethel stabile dimore presso il santuario regio cui tante volte allude ( 7,13 ; 2,6-12 ; 3,14 ; 4,4 sg.; 5,4 mathrm{sg} ., 21-25 ). Conosce anche bene i disordini di Samaria (3, 9-15; 5, 11; 6, 1-7). Non dice se dopo le minacce del perfido sacerdote di Bethel, Amasia, abbia subito lasciato il regno ( 7,12 ).
2. Il libro. - Costretto a ritornare in patria, A. scrisse i suoi oracoli nell'ordine in cui li aveva pronunciati, limitandosi ai concetti salienti, espressi con chiarezza e vigore, in uno stile ammirevole.

Il giudizio di s. Girolamo sullo stile, "imperitus sermone sed non scientia" (Prol. in Amos: PL 25, 1038), vuol significare solo che, sebbene estraneo ai sottili artifizi delle scuole, A. è dotato di divina verace eloquenza (s. Agostino: "Neque enim haec humana industria composita, sed divina mente sunt fusa et sapienter et eloquenter ", De doctrina christiana, IV, 7, 21: PL 34, 96).

Argomento del libro è il castigo prossimo dei peccati d'Israele (giudizio divino) e il vaticinio salvifico del ripristino della sovranità davidica. Si divide in tre parti : c) Dopo il titolo ( 1,1 sg.) segue la minaccia del giudizio divino contro Damasco, i Filistei, Tiro, Edom, Ammon, Moob, Giuda, Israele ( 1,3 -2, 16). b) Tre discorsi preannunziano il castigo dei delitti (3, 1-6, 14). Benché privilegiato da Dio, Israele si è macchiato di molti e gravi peccati, per cui sarà privato della sua prosperità, saranno distrutti gli altari di Bethel (cap. 3); il giudizio è imminente per le donne lascive di Samaria e l'empio popolo (cap.4); per Israele che non ascolta il richiamo di Dio alla penitenza, doppio "guai !": il giorno del Signore sarà tenebroso, grande dolore ai grandi del popolo (capp. 5-6). c) Cinque visioni simboliche sulla rovina d'Israele ( 7,1 -9, 10) : le locuste che tutto divorano, il fuoco distruggitore, il perpendicolo in mano di Dio, l'uncino che arranca le messi, Dio sull'altare degli olocausti e caduta del Tempio.

Epilogo : ristabilimento della casa di David (9, 11-15). Questo oracolo è ritenuto messianico sia nella tradizione talmudica (Sanhedrin, 96 b) che lo mette in relazione con Dan. 7, 13-14 (il "Figlio dell'uomo" che riceve il potere eterno ed universale), sia nella tradizione cristiana, ov'è citato come vaticinio messianico in Act. 15, 16-17 da s. Giacomo. L'autorità divina del libro è testimonianza in Tob. 2, 6, nell'allusione di I Mach. 1, 41 (Am. 8, 10) e nella citazione di s. Stefano (Act. 7, 42).

Il testo di A. ci è giunto in ottimo stato, nonostante alcune oscillazioni della puntuazione masoretica: ciò riconoscono anche i razionalisti più estremisti, i quali su 146 versetti ne negano ad A. circa una trentina. Ottime le versioni greca (Settanta) e latina (geronimiana).

Bibl.: I commentatori antichi più in vista sono s. Cittilo Alexandrino, Teodoro di Mopsuestia e s. Girolamo. - Tra i cattolici più recenti : K. Hartung, Der Prophet A. nach dem Grundtext erklört, Friburgo in Br. 1898; J. Touxard, Le livre d'A., Parigi 1908; A. Van Hoonacker, Les douze Petits Prophetes, ivi 1909, pp. 190-284; id., Le sens de la protestation d'A., 7, 12 sg., in Ephemer. Theol. Locanien., 18 (1941), pp. 62-67; L. Desnoyers, Le prophète A., in Revue Biblique, 26 (1917), pp. 218-46; E. Tobac, Les prophetes d'Israël, I, Livre 1919, pp. 152-94; B. Kutsal, Libri prophetarum A. et Abdiae, Olomouc 1923, pp. 1-180; L. Dürr, Altorientalisches Recht bei den Propheten A. und Husea, in Biblische Zeitschrift, 23 (1925), pp. 130-37; H. Junker, A. und die "opferlose Masezeit", 5, 25 sg., in Theol. und Glaube, 27 (1935), pp. 686-95; id., Text und Bedeutung der Vision A.,

7, 7-9, in Biblica, 17 (1936), pp. 359-64; G. Rinaldi, De III et IV visione libri A. 7 7-9; 8, 1-2, in Verbum Domini, 17 (1937), pp. 82-7, 114-16; A. Charuc, Les diutrikes d'A., in Collationes Namurcenon, 31 (1937), pp. 237-47; T. H. Sutcliffe, The Book of A., Londra 1923, 1939. - Acattolici: L. Köhler, A., der illerte Schriftprophet, Zurigo 1917; U. H. Robinson, The Book of A., Londra 1923; R. M. Gwinn, The Book of A., Cambridge 1927; E. C. Rutcliff, A., Londra 1932; J. Morgenstern, A. Studies, Cincinnati 1941; V. Hcentrich, A., der Prophet Gottes, Gottinga 1941.

Giovanni Ongaro
AMOVIBILITÀ. - Gli uffici ecclesiastici si dicono inamovibili (o anche perpetui o titolati) oppure amovibili (detti anche manuali o temporanei), secondo che il titolare di essi abbia diritto alla stabilità, e non possa quindi essere rimosso se non per cause più o meno tassativamente stabilite dalla legge, ovvero possa essere rimosso per qualsiasi giusta causa o addirittura ad arbitrio (ad mutum) del superiore.

Di regola tutti i benefici secolari (v. beneficio) sono inamovibili (can. 1438), ad eccezione di alcuni benefici parrocchiali. Gli uffici non beneficiali in gran parte sono amovibili (v. anche AMOZIONE)

Pio Cipratti
AMOZIONE. - L'a. o rimozione o più spesso privazione (ma in genere quest'ultimo termine è usato quando si tratti di sanzione penale) è la destituzione del titolare di un ufficio ecclesiastico; essa talvolta ha luogo ipso iure, come conseguenza di condanna penale (cf. cann. 2266 e 2396-98), altre volte invece deve essere pronunciata dall'autorità ecclesiastica. Oltre alla distinzione tra uffici amovibili e inamovibili, relativamente alle cause che possono legittimare la destituzione, è da notare che per la seconda categoria di uffici, a differenza della prima, non può farsi luogo a destituzione, se non in seguito a regolare processo giudiziale (cf. cann. 192, § 2 e 1576, § i); per la rimozione dei parroci è stabilito uno speciale procedimento amministrativo, più complesso per i parroci inamovibili che non per gli amovibili (cf. cann. 21472161).

Non rientrano nell'a. propriamente detto la promozione del titolare di un ufficio ad altro ufficio più elevato, e il trasferimento da uno ad altro ufficio (v. anche amovibilità).

Pio Cipratti
AMOV, DOCCOI di. - Distretto della provincia civile del Fubien (Cina), fu eretto in vicariato apostolico il 3 dic. 1883 e accresciuto di superficie con decreto del 19 luglio 1913; il 3 dic. 1924 fu confermata l'attuale denominazione e l'ir apr. 1946 fu eretto in diocesi. E affidato alla provincia regolare del 8 mo Rosario (Isole Pilippine) dei frati Predicatori. Al 30 giugno 1946, su una popolazione complessiva di ca. 5.000 .000 di ab., si contavano 15.111 cattolici e 954 catecumeni. I sacerdoti erano 32, le suore 10. Tra gli abitanti è assai frequente l'emigrazione; quelli sulle isole e lungo il litorale sono arditi pescatori e commercianti, nell'interno agricoltori (thè) e artigiani. Diffuso, forse più che altrove, il buddhismo.
A. è il nome del dialetto del luogo, in mandarino la città si chiama Hsiamen, donde il nome latino di curia, Sciiamensis.

Bibl.: Guida per le Missioni Catt., Roma [1935], p. 189; MC, Roma 1946.

Adamo Pucci
AMPELIO, santo, martire: v. satURNino, dativo, ampelio e CONSOCI, santi, martiri.

AMPÈRE, ANDRÉ-MARIE. - Fisico, matematico e filosofo francese, n. a Puleymieux presso Lione il 22 genn. 1775, m. a Marsiglia l'1 giugno 1836. E il più grande fisico della Francia nel sec. xix. La sua scoperta delle leggi dell'elettricità e del magnetismo va posta accanto alle scoperte di Newton e di Volta. Fu anche grande matematico, e filosofo acuto. Edu-

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cato dal padre, lesse con entusiasmo l'Enciclopedia di D'Alembert e Diderot ed in essa apprese l'amore per la scienza e la ricerca del vero. Imparò dal padre a non curare titoli e diplomi. Insoddisfatto, ansioso di conoscere ogni nuova idea, scriveva ad un amico: «... Non trovo che delle verità; insegnami la verità». Ebbe una vita infelicissima; suo padre, girondino, fu ghigliottinato a Lione il 21 nov. 1723, lasciando al figlio un testamento che dimostra l'elevatezza e la nobiltà del suo animo. Sua madre, religiosissima, trasmise al figlio la sua fede pura e sincera. Nell'opera di A. non si deve separare la scienza dalla religione, che occupavano simultaneamente il suo pensiero, rivelatoci nella sua corrispondenza e nelle memoric dei contemporanei.
C. A. Valson ha pubblicato nel 1910 una sua memoria inedita Sur les preuves historiques de la divinité du Christianisme. Le sue idee filosofiche, ed in particolare una classificazione dicotomica di tutte le conoscenze umane, sono contenute nei due volumi: Essai sur la philosophie des sciences, Parigi 1834, 1838 e 1843, pubblicati dal figlio Jean Jacques.

Bim... Gli seritti sull'elettricità sono contenuti in Mémoires sur l'Elettrudynamique, Parigi 1884-87, pubblicate dalla Société Proagotie de Physique. Merstano di essere ripubblicate anche le sue opere di matematica, disperse in collezioni rare. La Société des Amis d'A.-M. A. ha pubblicato la: Correspondance du grand A., 2 voll., Parigi 1936, ed un volume complementare, 1943. Il secondo volume contiene una bibl. completa delle sue opere e dei suoi commentti inediti. - B. Saint Hilaire, Philosophie des deux A., Parigi 1866, 2^{°} ed., ivi 1870. - M.me Chevreux, Joumal et correspondance de A.-M. A., Parigi 1872: della stessa autrice, i due carissimi volumi.: A.-M. A. et Jean-Jacques A., correspondance et souvenirs (de 1843 à 1864), Parigi 1875. Tra le biografie sono da notare quelle di E. Littré e di Ch.-A. Sainte-Beuve, premesse al II vol. dell'Essai sur la philosophie des sciences, sopra citato: C. A. Valson, La vie et les travaux d'A. M. A., 2^{°} ed., Lione 1910; L. de Lannay, Le grand A., d'après des documents inédits, Parigi 1925; R. Sartori, A., Brescia 1946. Cf. A. Eymieu, La part des croyants dans les progrès de la science, I, 3^{°} ed., Parigi 1920, pp. 157-66. Giovanni Vacca

AMPHIDROMIA: v. ANFIDROMIE.
AMPLIUS. - Il dispositivo delle decisioni delle S. Congregazioni (v. congregazioni romane; curia romana) è generalmente redatto in brevi formole: affirmative ( < si « ), negative ( < no » ), e simili, che si riferiscono ai quesiti precedentemente formulati, e riprodotti nella decisione stessa.

Talvolta a tale formola è aggiunta la clausola et amplius, abbreviazione di: et amplius non proponatur (cioè : non sia più riproposta la questione). L'effetto giuridico di questa clausola è il seguente: mentre di regola, se la parte interessata entro dieci giorni ne fa domanda, il cardinale prefetto può, dopo aver inteso il parere del congresso, concedere il beneficium novae audientiae, ossia il riesame della causa da parte della Congregazione, quando invece alla decisione è aggiunta la clausola et a., tale concessione può essere fatta soltanto dalla Congregazione plenaria (cf. Ordo servandus in Sacris Congregationibus, Tribunalibus, Officiis Romanae Curiae, del 29 sett. 1908, parte II, cap. 4, n. 10).

Pia Commi
AMPOLLA. - Vasetto a collo sottile e corpo di varia forma, destinato a contenere il vino e l'acqua per la S. Messa, gli oli santi, essenze aromatiche e simili.

1. Liturgia. - Nei primi secoli della Chiesa, quando i fedeli provvedevano con le loro offerte alla materia dell' Eucaristia, e si praticava la comunione sotto le due specie, i vasi (amae o amulae) destinati alla raccolta del vino erano abbastanza grandi: per lo più d'argento, o anche d'oro, alle volte finemente cesellati ed ornati di pietre preziose. Nel Liber Pontificalis abbiamo un elenco di questi vasi che Costantino donò alle varie
basiliche. Oggi sono prescritte due a. di cristallo o di vetro, perché se ne possa facilmente verificare il contenuto. Sono tollerate quelle di metallo, se preziose, purché siano ben distinte l'una dall'altra.

Per gli oli santi ed il crisma si usano tuttora ampolline o vasetti con larga imboccatura per lo più di metallo.

È celebre l'a. di Reims (la santa a. per antonomasia), che, secondo Incmaro, conteneva il crisma usato per il battesimo e la consacrazione di Clodoveo, primo re dei Franchi. Conservata presso la tomba di s. Remigio, fu distrutta durante la Rivoluzione Francese.

Enrico Dante
2. Archeologia. - Si conoscono diversi tipi di a. in vetro, terracotta, avorio, rinvenute assai spesso o affisse nella calce di chiusura dei sepolcri nei cimiteri
![img-15.jpeg](img-15.jpeg)

Ampolla - A. di stagno - Bobbio (sec. vi). In basso : Croce fiorita tra due angeli; in alto : il Redentore in mandorla a fondo stellato; intorno: busti dei dodici apostoli e inerizione; Olio del Legno della Vita, dei luoghi santi di Cristo.
sotterranei o deposte nell'interno presso il capo del defunto. Gli antichi studiosi della Roma sotterranea, quali Bosio, Boldetti, Lupi, Marangoni, ritennero che esse avessero contenuto sangue dei martiri (v. A. di sangue), acqua benedetta, vino consacrato, profumi. Tutte le a. rinvenute negli scavi eseguiti di recente dalla Pontificia commissione di archeologia sacra nei cimiteri di Commodilla, di Panfilo, di Pretestato, di Novaziano, della via Latina mostrano di avere contenuto materie liquide oleose, i liquidi odores ricordati da Prudenzio (PL 13, 888). In una sola galleria del cimitero di Panfilo ne furono trovate dieci, alcune con l'apertura inclinata per facilitare il riempimento (E. Josi, Il Cimitero di Panfilo, in Riv. arch. crist., 3 [1926], p. 138).
A. di terracotta, di vetro e di metallo furono impiegate dai fedeli per riportare alle loro case l'olio che ardeva nei santuari dei Luoghi Santi e dei martiri o un po' di terra presa nei medesimi. L'uso è attestato fin da s. Giovanni Crisostomo (In Martyrres homilia: PG 50,664 ) e da Gregorio di Tours (Miracula s. Martini: PL 71, 914 sgg., 955). In tali casi l'a. viene detta sù̀xyia.

Le più note a. di questa categoria sono le seguenti: a Bobbio, nella cripta di s. Colombano, si rinvenne nel 1910 una serie di a. di stagno con decorazioni ispirate a sog-

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getti monumentali, musaici, affreschi, che decoravano le basiliche di Gerusalemme, Bethleem, Nazareth, come l'Annunciazione, la Visitazione, la Natività, i pastori a Bethleem, i magi, il battesimo del Signore, il Calvario, le donne al