a. viene detta sù̀xyia.
Le più note a. di questa categoria sono le seguenti: a Bobbio, nella cripta di s. Colombano, si rinvenne nel 1910 una serie di a. di stagno con decorazioni ispirate a sog-
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getti monumentali, musaici, affreschi, che decoravano le basiliche di Gerusalemme, Bethleem, Nazareth, come l'Annunciazione, la Visitazione, la Natività, i pastori a Bethleem, i magi, il battesimo del Signore, il Calvario, le donne al sepolcro, Cristo che appare al sepolcro, Cristo in gloria.
Nel tesoro della cattedrale di Monza si conservano 28 fialette di vetro, provenienti da Roma, contenenti olio preso da un tale Giovanni sui sepolcri dei Martiri romani e portati alla regina Teodolinda al tempo di s. Gregorio Magno ( 390 -604); 16 s . di metallo per olio raccolto nei luoghi santi della Palestina, pure con scene del tipo di quelle di Bobbio e non più tarde dell'inizio del vir sec.
Dal santuario del martire s. Menna provengono le tante a. di terracotta giallastra ora sparse nei vari musei. Ivi il martire è effigiano in abito militare e nimbato, tra due cammelli, prostrati ai suoi piedi. Molte portano l'iscrizione ETAOI'IA TOY ATIOY MHNA ovvero O ATIOC MHNAC o equivalenti. Nel cenobio benedettino di Farfa fin dal sec. xi si conserva una collezione di 28 fialette di vetro, ciascuna contenuta in una borsetta di seta, munita del relativo cartiglio di pergamena con la scritta indicante il santuario, cui si riferisce la terra raccolta nei vari luoghi santi di Palestina.
BibL.: H. Leelerca, s. v. in DACL. I, 2, coll. 1722-47; I. Schuster, Di una collezione d'rologie dei luoghi santi di Palestina, in N. Bull. arch. crist., 7 (1901), p. 237; [G. Celi], Cimeli Bobbiesi in occasione delle feste commemoratice di s. Colombiano, in La Civ. Catt. (1923, II), p. 304; (id., III), pp. 36 , 124, 335, 422, e 2ᵃ ed. Roma 1923; C. Cecchelli, Note iconografiche in alcune ampolle bobbiesi, in Riv. arch. crit., 4 (1927), pp. 13 39; A. Colombo, I dittici eburnei e le ampolle metalliche della basilica reale di Monza, Monza 1954.
Entico Ioni
3. Arte. - Preziosissime a., di provenienza bizantina, a forma di boccale ansato di cristallo, agata od onice con legatura in oro o argento, sono quelle del tesoro di S. Marco a Venezia, datate al sec. xi-xir. Fra gli esemplari più eletti del Rinascimento sono le due a. del Louvre di manifattura veneziana di cristallo di rocca con rami d'argento dorato ed ansa a forma di drago (sec. xvi). Notevoli per elegante semplicità di linea alcuni altri esemplari moderni specialmente francesi.
BibL.: M. Accascina, L'areficeria italiana, Firenze 1937; E. Roulin, Nos églises, Parigi 1938.
Guglielmo Matthiae
AMPOLLA DI SANGUE. - Con questa espressione ed altre simili si sogliono indicare, dall'inizio del sec. xvir, quelle fialette o vasi di vetro, talvolta anche di terracotta, tinti d'un color rossastro, rinvenuti in tombe antiche o più spesso infissi nella calce adoperata per chiudere i loculi nelle catacombe. Per i cavatori di corpi santi ed anche per molti dotti dei secoli xvir-xix esse furono come il più autentico segno per distinguere se una tomba era di un martire o d'un semplice fedele.
Senonché fiale e vasi - la cosa è ormai pacifica tra gli archeologi - infissi nelle pareti o nella calce dei loculi poterono avere molti altri significati, e specialmente servire d'ornamento ovvero a contenere pro-
fumi o a segno di riconoscimento quando la tomba era anepigrafa. Del pari il color rossastro poté d'ordinario prodursi dall'ossidazione della materia stessa del vaso, ovvero del suo contenuto, profumi, sostanze oleose, ecc. E accertato che nell'antichità i fedeli hanno talvolta arditamente raccolto il sangue di martiri per conservarlo presso di loro oppure per riporlo con le spoglie delle vittime, ma non si sa ch'essi usassero distinguere la tomba del martire da quella del fedele apponendovi esternamente una fialetta o un vaso contenente il loro sangue. Non si ha neppure notizia che gli antichi ricercatori delle tombe dei martiri nei cimiteri romani, da Damaso ai papi del sec. ix, abbiano mai riconosciuto il sepolcro d'un martire per mezzo d'un tal segno distintivo. Esso fu creato, sia pure in buona fede, dai cercatori dei corpi santi, della fine del sec. xvi e del principio delseguente, i quali credevano e contribuirono a far credere che i cimiteri sotterranei di Roma fossero miniere inesauribili di reliquie di martiri e quindi anche per leggeri indizi presero a credere e affermare che quei vasi e fiale, tinti d'un color rossastro, mostrassero palesemente tracce di sangue umano, e quindi di martiri. L'asserzione fu accettata, senza troppo controllo, da un buon numero di studiosi del tempo, i quali nelle loro dissertazioni, non tutte commendevoli per dottrina, vennero a stabilire il principio che il "bicchiere di sangue» doveva considerarsi il più autentico segno di riconoscimento della tomba di un martire. Questo principio venne tosto accettato nella pratica e poi anche consacrato ufficialmente dalla S. Congregazione delle Indulgenze e delle Reliquie, il io apr. 1668, che stabiliva "palmam et vas sanguine tinctum pro signis certissimis [martyrii] habenda esse" (cf. Decreta authentica S. R. Congregationis, II, Roma 1908, n. 3120).
I protestanti, si capisce, furono sin dall'inizio i più decisi avversari dell'a. d. s.; nel campo cattolico i dubbi sul contenuto di dette a. e sul loro valore probativo si affacciarono sin dal sec. xvir e continuarono a crescere nei secoli seguenti, massimamente dopo la ripetuta costatazione che spesse volte l'a. veniva trovata in tombe del sec. iv inoltrato, ornate d'iscrizioni che non solo non alludevano al martirio, ma sembravano pure escluderlo. I più autorevoli autori cattolici che si espressero in questo senso sono: il Papebrook, il Tillemont, il Mabillon, il Muratori e il Marini. Nel 1793 l'abate di S. Paolo, Giuseppe Giustino di Costanzo, emetteva una nuova ipotesi, ripresa poi dal Le Blant e in parte anche dal De Rossi, secondo cui le a. avrebbero contenuto non il sangue del cristiano sepolto nel loculo, ma quello d'un martire qualsiasi, posto come a custodia della tomba del fedele.
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In seguito alla traslazione da Roma ad Amicns della presunta martire Aurelia Teodosia (1853), il bollandista p. Victor de Buck, dietro suggerimento dei suoi superiori, diede alle stampe uno studio sulle a. (De phisitis rubricatis, quibus martyrum romanorum sepulcra dignosci dicuntur observationes V [ictoris] D[e] B[uch], Bruxelles 1855), tirato a pochissime copie e non posto in commercio. L'autore vi dimostrava che normalmente l'a. non poteva per sé essere un segno di martirio e, pur ammettendo all'a. che contenesse vere sangue umano il valore riconosciutolo della S. Congregazione nel 1668 , credette - ipotesi inverosimile - che in genere dette a. contencssero resti di sangue eucaristico o comunque resti dell'oblazione. Il primo effetto del dotto studio fu di far sospendere, per interessamento del De Rossi che ne ebbe una copia, l'estrazione dei corpi santi; il secondo si fu di provocare un nuovo esame della questione da parte della S. Congregazione dei Riti. Gli studi raccolti nella ponenza pubblicata dalla S. Congregazione erano tutti sostanzialmente contrari; tuttavia, come sembra, per l'azione personale di mons. Bartolini, segretario della Congregazione, fu risposto il 27 nov. 1863 «non recedendum» dal decreto del 1668 (Decreta authentica, II, Roma 1908, n. 3120). Caratteristico il voto del De Rossi, il quale, mentre nei suoi scritti si catenne sempre di proposito di entrare nell'intimo della questione e appena in conversazioni private si esprimeva più liberamente, qui svolge a fondo la tesi che tali a. non possono essere indizie sicuro di sepolcro di martire, tanto più che non si può neanche dire che contenessero, in genere, sangue umano. E fu anche per suo interessamento che, nonostante la risposta suddetta della S. Congregazione dei Riti, le autorità ecclesiastiche di Roma continuarono a proibire d'allora in poi l'estrazione dei corpi santi delle catacombe (cf. Acta Sanctae Sedis, 14 [1881], p. 39); anzi Pio X detto ordine di riportarvi uno di questi corpi, estratto nel sec. xvili con la solita a.
Per decidere la questione si è ricorso pure varie volte, da un secolo a questa parte, all'analisi chimica, con risultati ora positivi ora negativi; vedi ultimamente G. De Sanctis, in Rivista di Archeologia Cristiana, 8 (1931), pp. 7-13. Ad ogni modo anche quando si fosse provata la presenza di elementi del sangue e non solo d'una materia organica in un'a., ciò non costituirebbe la prova del martirio della persona ivi sepolta, se non vi concorressero altri elementi positivi al riguardo. Tale sangue, come opinava il di Costanzo, potrebbe tutt'al più essere considerato come una reliquia d'ignoto martire, posta li a protezione della salma d'un semplice defunto.
BISL.: Della vastissima letteratura sull'argomento ricordiamo soltanto: la ponenza stampata dalla S. Congr. dei Riti: Cengregazione particolare dei Sogri Riti con segreto Pontificio deputata da S. Sanctis per esaminare e defluire la questione: Se veramente i vasi di vetro e di terra cotta posti fuori o dentro i foculi dei sepolti nei sagri suburbani cimiteri contenghino il sangue dei martiri ; e perciò se debbano ritenersi come segno di martirio, Roma 1863. Essa contiene tra l'altro una relazione del segretario mons. Bartolini: l'opera sopra citata di V. de Buck; lo studio di E. Le Blunt, La question du vase de sang, Parigi 1858: il voto senza titolo di Giov. Batt. De Rossi, e l'analisi del dott. Carpi. - Il voto del De Rossi è stato da poco pubblicato dal p. A. Ferrus (G. B. De Rossi, Sulla questione del vase di sangue. Memoria inedita con introduzione storica e appendici di documenti inediti, Città del Vaticano 1944). - A. Scognamiglio, De phisita cruento indicio facti pro Christo Martyril disquisitio, Parigi 1867 (polemica appassionata contro il de Buck); F. X. Kraus, Die Blutampolire der römischen Katakomben, Francoforte 1868 (la a. rappresenterebbero una vindicatio "preventiva, ipotesi insostenibile); G. B. De Rossi, La Roma sotterranea, III, Roma 1877, pp. 616-21, appendice di Michele De Rossi, pp. 707-17; G. Tuccimel, Sopra la reazione del Van Daca nell'uomo medico legale del sangue, in Rivista di Fisica, Matematica e Scienze Naturali, 4 (1902), pp. 97-101 (tratta di analisi di a. con risultati positivi); F. Grossi Gondi, Principi e problemi di critica agiografica, Roma 1919, pp. 150155; H. Delehaye, L'oeuvre des Bollandistes 1613-1913, Bruxelles 1920, pp. 109-007; G. Marucchi, Le catacombe romane, ed. E. Josi, Roma 1931, pp. 12-13; R. Fauati, Il p. Marchi e l'arch. cristiana, in Xenia Piana (Miscellanea Historiae Pontificiae, 7), Roma 1943, p. 488 (p. Marchi e De Rossi dichiarano, in certi casi, del valore dell'a. sin dal 1852). Chi non può accedere agli studi sopra ricordati veda le compilazioni di H. Leclercq,
Ampoules de sang, in DACL, I, coll. 1747-78, con ricca bibliografia, e di G. Ferretto, Note Storico bibliografiche di Archeologia cristiana, Città del Vaticano 1942, pp. 248-68. A. Pietro Frutze
AMPURIAS e TEMPIO, Diocesi di. - Nella Sardegna, in provincia di Sassari. Abbraccia il territorio nord-orientale dell'isola, compreso approssimativamente nel triangolo formato dall'arcipelago sardo, e dai golfi di Terranova e dell'Asinara. Conta 76.308 ab. cattolici, 70 parrocchie e 72 sacerdoti diocesani. L'attuale ordinamento amministrativo di queste due diocesi riunite è di data piuttosto recente, ma la loro fondazione è antica. Il vescovo risiede in Tempio Pausania.
In questa parte della Sardegna esistevano i vescovi di Pausania (fine del sec. vi) e di A. (principio del sec. xir). Scomparsa A. per allagamento del Coghinas, Giulio II ne trasportò la sede a Castelaragonese (Castelsardo) nel 1503; tre anni dopo unì questa a Pausania (Pausania, Civita, Olbia). Quando T. diventò città, Gregorio xvi soppresse la cattedrale di Civita e fondò quella di T., decidendo che il vescovo delle due diocesi portasse il titolo di A. e T.
Fra i monumenti artistici della diocesi, a Tergu, dove era un monastero benedettino, rimane ancora il bel tempio pisano (sec. xi) dalle linee architettoniche romano-toscane. A S. Pietro delle Immagini, dove pure sorgeva un monastero benedettino, si ammira la chiesa, gioiello d'arte pisana; è a croce latina con facciata alta, snella, a strati bianchi e neri, con colonnette, lesene, capitelli ed archetti. Perfugas aveva due monasteri benedettini : si conserva ancora la chiesa di S. Giorgio, con facciata a sesto acuto (secolo xiv); l'altare maggiore ha un magnifico polittico con contorno a bifore, rosoni, colonnette, archetti. Ad Olbia si ammira la cattedrale di S. Simplicio, di forme romaniche, del sec. xi.
BISL.: P. Martini, Stor. ecel. della Sardegna, Cagliari 18391842; S. Pintus, Vescovi di Pausania, Civita, A. e T., in Arch. stor. sardo, 4 (1908), p. 97; Lanzoni, pp. 677-79. - Altre referenze bibliografiche in: A. Manno, Bibliografia storica degli stati della Casa di Savoia, I e IV, Torino 1884; pp. 237 192-93; D. Scano, Codice diplomatico delle reiazioni fra la S. Sede e la Sardegna, I e II, Cagliari 1940-41.
Camillo Degrandi
AMRAFEL (Settanta: 'Aparp̄̄s). - Re di Sennaar, che con Arloch (v.) e Thadal seguì Chodorlahomor (v.) di Elam nella spedizione contro i popoli siro-palestinesi, poi contro la coalizione dei re della Pentapoli che si erano ribellati a Chodorlahomor dopo dodici anni di soggezione (Gen. 14, 1, 9).
La santiglianza fra i due nomi ha reso inclini gli studiosi, da Eb. Schrader (1872) in poi, a identificare A. col celcbre Hammurabi (v.) di Babilonia (cf. J. Hontheim, in Zeitschrift für hath. Theologie, 36 [1912], pp. 48-67). Le difficoltà in contrario provengono dal nome stesso, perché la l finale manca nel nome babilonese, e anche dalla cronologia, non essendosi ancora gli autori accordati nel fissare le date sia di Abramo, sia di Hammurabi. F.M.T. Bühl, seguito da A. Jrku e A. Albright, le separa nettamente, collocando i quattro re orientali al tempo di Boghazkóí (v.) e ponendo la venuta di Abramo in Palestina verso il 1550 a. C.; interpreta A. Amur-apil «figlio di Amur» (dio degli Amorriti). L'identificazione, a quanto oggi si può dire, cronologicamente e inquisitamente è possibile. La deuleenza l si potrebbe spiegare dal hurritico (cf. Gilgamish = Gilgamishil), ma storicamente rimangono parecchi punti oscuri, e l'esegeta prudente non farà troppo assegnamento sopra la suddetta identificazione (A. Bos, La Palestina preisraelitica, in Bi blica, 24 [1943], p. 247, n. 2).
BISL.: A. Deimel, Amraphel, rex Sennaar, Thadal, rex Gentium, in Biblica, 8 (1927), pp. 350-57; P. Dhorme, HammurabiAmraphel, in Revue Biblique, 5 (1908), pp. 209-28; 40 (1931), pp. 506-10; F. M. Th. Bühl, in Zeitschrift für die alttest, Wissenschaft, 36 (1916), p. 65 sgg.; id., Das Zeitalter Abrahms, in Der Alte Orient, 29 (1930), pp. 12-19.
Giorgio Castellino
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AMRHEIN, Andreas. - Fondatore della Congregazione benedettina di S. Odilia per le Missioni estere (Benediktiner von St. Ottilien für auswärtige Missionen). N. a Gunzewile (Svizzera) il 1^{°} febbr. 1844, m. a St. Ottilien (Baviera), casa madre della Congregazione, il 29 dic. 1927. Fece i primi studi in patria, poi si recò in Italia e a Parigi per lo studio delle belle arti. Divenuto benedettino in Beuron (sacerdote nel 1872), si sentí spinto a cresire un Istituto tedesco per le missioni estere, visitò Mill Hill e Steyl, e aprí la prima casa nel 1887. L'istituto fu poi incorporato alla famiglia benedettina come congregazione a sé.
BibL.: C. Wehrmeister, Die Benediktiner-Missionäre von St Ottilien, St. Ottilien 1928.
AMRI (ebr. 'Omri; Settanta 'A μ mathrm{So} [). - Sesto re d'Israele ( 884-873 a. C.), fondatore della quarta dinastia, salito al trono nel 27^{°} anno di Asa re di Giuda (I Reg. 16, 16-28).
Forse era della tribù di Issachar come i re Bassa ed Ela di cui era generale; alcuni lo ritengono di origine non israelita (R. Kittel). Era capo dell'esercito, che, all'assedio di Ghibbethôn, lo proclamò re. Appena conosciuta la feroce usurpazione di Zambri (Zimri), capo subalterno della truppa uccisore di Ela e dei suoi, A. gli mosse contro e, conquistata Thersa, lo vide perire, tra le fiamme del palazzo reale, dopo appena sette giorni di regno. Metà del popolo, tuttavia, riconobbe come re un certo Thebni (Tibni) figlio di Genat, probabilmente efraimita. Dopo quattro anni di guerra civile e di anarchia, Thebni mori, forse assassinato, e A. regnò su tutto Israele.
Attivo e sagace organizzatore, oltre che valoroso soldato, rese potente e stimato il regno d'Israele, del quale può dirsi secondo fondatore, e che le iscrizioni assire (di Adadnirari III, Teglatphalasar III e Sargon) chiamavano poi mät Humri "paese di A. " o bì Humri "casa di A. n; Jehu, che spense la dinastia di A., è detto mär Humri, "figlio di A.", nell'obelisco nero di Salmanasar III. A. si costruí la capitale Samaria (v.), forterza inespugnabile, che divenne per il regno centro di cocsione e di unità politica, come David aveva fatto per Gerusalemme; vi si stabili dopo aver regnato 6 anni a Thersa.
Dalla stele di Meśa sappiamo che dominò Moab, occupandone il distretto di Madaba (linee 7-8). Al re moabita impose un tributo (II Reg. 3, 4). Meno fel'cemente A. combatté contro gli Aramei; dovette infatti dar loro alcune città e concedere ai loro commercianti delle vie nella stessa capitale (I Reg. 20, 34). Con Enbbaal, re di Tiro, strinse subito una proficua e stabile alleanza, sancita dal matrimonio tra Achab (v.) e Jezabel, loro figli. Iniziò relazioni amichevoli col regno di Giuda.
Indifferente per le cose religiose, la politica di A. aprí largo campo al sincretismo idolatrico (I Reg. 16, 25-26) che dilagò, nonostante l'opposizione di Elia e di numerosi profeti-predicatori, sotto il figlio di A., Achab.
BibL.: R. Kittel, Geschichte des Volkes Israel. II, ⁷⁴ ed., Stoccarda 1925, pp. 233-39; A. Pohl, Historia populi Israel, Roma 1933, pp. 44. 53-57, 48-49; H. Parzen, The Prophets and the Omri Dynasty, in Harvard T'zeal. Revire, 33 (1940), pp. 6996; J. Morgenstein, Chronological Data of the Dynasty of Omri, in Journal of Biblical Literature, 59 (1940), pp. 385-96.
Francesco Spadafora
AMRTA. - L'a., che nel Rgveda (v.) è la bevanda degli dèi, atta a conferire l'immortalità, ha il suo riscontro terreno nel soma, "lo spremuto", il succo fermentato di una pianta alpestre, non bene identificata, che si suppone appartenesse alla famiglia delle asclepiadee. Il soma, offerto agli dèi puro o mescolato con latte o miele, è bevanda di uso esclusivamente rituale, di origine divina come l'a. Il dio Indra attinge dal
soma la forza di affrontare e distruggere i demoni, e il mito dell'aquila che rapisce per lui l'ardente liquore dal cielo ov'è custodito, appartiene al Rgveda, IX, 77, 2. Nel Mahābhārata, I, 15-17 (Poona 1914), l'acquisto dell'a. avviene in tutt'altro modo. Gli dèi e gli asura frullano insieme l'oceano per ricavarne l'a., adoprando come frullino il monte Mandara e come corda per muoverlo in giro il serpente Vasuki. Ottenuta l'ambrosia, dèi e asura se ne contendono il possesso. Allora Viṣnu, valendosi della sua magia, si trasforma in una donna di meravigliosa bellezza e ottiene dagli asura ammaliati e stupiti, la consegna dell'a. Compreso l'inganno, gli asura riprendono la lotta, ma gli dèi infliggono loro una decisiva sconfitta.
BibL.: V. Fausbüll, Indium Mythology, Londra 1903, pp. 927; V. Papesso, Inni del Rgveda, I, Bologna 1920, pp. 55-58.
Ferdinando Belloni Filippi
AMULETO. - Voce di etimologia incerta (dal lat. amoliri "rimuovere"?; dall'arabo himälah "ciondolo, pendaglio "?) che si riferisce agli oggetti ritenuti, a torto, capaci di stornare i mali influssi di ogni genere da chi li porta indosso. Nell'uso corrente a. è preso come sinonimo di talismano per il fatto che entrambi procurano un vantaggio a chi li adopera; la differenza consiste in ció : che l'a. serve per proteggere da possibili insidie, mentre il talismano garantisce al suo possessore il raggiungimento di dati beni. A. e talismani costituiscono una assai ricca sezione della teoria e della tecnica della magia (v.).
1. L'A. nelle religioni non cristiane. - L'uso degli a. è documentato fin dalla preistoria. La materia di cui gli a. sono fatti può trarsi da tutti e tre i regni della natura; e la forma è assai varia; forma e materia, generalmente, sono in relazione con ciò che essi debbono procacciare o stornare in virtù della forma impersonale (mana) che si crede sprigionarsi da loro nelle cose. Oro (incorruttibile); rami di corallo e in genere oggetti o rami puntuti capaci di infilzare e cosi immobilizzare il malo influsso; l'ambra per la sua capacità di elettrizzarsi; riproduzioni di genitali, crescenti lunari (-lunulae-) ecc.; talune specie di erbe: la ruta, contro l'invidia, il ciclamino propizio alle partorienti, la verbena adoperata in Roma dai feziali recantisi in territorio nemico, oggetti di ferro (chiodi, ferri di cavallo, ecc.) sono gli esempi più comuni di a.
Nicola Turchi
2. L'A. nel cristianesimo. - I cristiani antichi ereditarono naturalmente dai pagani la pratica di tale superstizione ed anche l'uso di molti a. in particolare. Ma bisogna guardarsi dal definire senz'altro a. pratiche che non avevano nulla di superstizione. Ad es. portar su di sé crocette, monogrammi od altre forme del nome di Cristo, reliquie di martiri e anche le specie eucaristiche e medaglie con l'immagine di questo o di quel santo, tratti di Vangeli (tutti usi largamente documentati) non importava alcuna superstizione, perché tali oggetti avevano virtù intrinseca o realmente annessa di preservare dai mali di natura o dalle molestie diaboliche, per mezzo della protezione di Dio e dei Santi che si conciliava con quell'ossequio ed onore. Perciò a torto vengono dagli scrittori protestanti e razionalisti definiti a. cristiani.
Invece purtroppo i cristiani primitivi continuarono ad usare molti vari a. di origine pagana come fascini, gorgoneia, ferri di cavallo, campanelli, pietre preziose, chiodi, che si trovano persino nei sepolcri, e altri spesso deplorati dai santi Padri che si levano contro l'uso delle ligaturae diaboliche, dei phylacteria non angelorum sed daemonum nominibus consecrata (De-
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IL SALVATORE TRA SANTI
Affresco nella cripta della Cattedrale (sec. xit).
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(Sec. 1111001)
S. ANASTASIA di V. Carpaccio (sec. xv) Zara, Cattedrale.
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cretum Gelasianum, io), dei segni dei pianeti e simili superstizioni. Spesso poi contaminarono insieme usi pagani con la religione cristiana, come si vede nei frequenti scongiuri (restatici su fogli di piombo, marmo, ecc.) gremiti di nomi strani di angeli, di complicazioni di lettere alfabetiche e di frasi scritturali, nei numerosi abrevios (v.), nella miscela di figure pagane con segni cristiani (figura di Alessandro Magno con il monogramma). Forse si attribui carattere di semplice a. talora da ignoranti cristiani al crismon, alla ruota, alla avastica, al pesce e a simili segni che ricorrono cosi spesso incisi nelle lapidi, sulle case e su ogni specie di oggetti di uso familiare.
L'uso degli a. crebbe straordinariamente durante il medioevo, favorito dalla crescente ignoranza. Si cercò anche di dargli una base razionale che eliminasse il carattere magico e superstitioso, e non contrastasse ai postulati della religione cristiana, ricorrendo alle virtù misteriose proprie dei pianeti e da questi trasfuse in certi corpi, come le pietre preziose, certi minerali rari, piante e animali singolari. Cosi si creò tutta una teoria sui pianeti, i bestiari, i lapidari. Nello stesso tempo vegetava fra il volgo la credenza del malocchio

(Isl. Suprint. Anlirhita, Napoli)
Amuleto - A. in forma di mano panthea, veduta di fronte e di dorso. Bronzo proveniente da Ercolano - Napoli, Musco Nazionale.
c dei molti mezzi per guardarsene, e la pratica dei numerosi a. contro le malattie, gli incantesimi e le stregonerie, e persino contro gli accidenti naturali. Del resto ancora al presente molte persone anche colte praticano seriamente l'uso della mascotte, credono ai ferri di cavallo e loro virtù, al tocco del ferro, ecc., e generalmente quanto più cresce l'ignoranza religiosa, tanto più aumenta la superstizione come suo succedaneo.
Antonio Ferrus
3. Dottrina della Chiesa. - Quantunque, come fu già accennato (n. 2), occorra guardarsi dal confondere insieme l'uso degli a. presso i pagani e l'uso degli oggetti di devozione presso i cattolici, resta pure vero che da parte di questi si notarono e si notano deviazioni dalla dottrina della Chiesa. A formulare un giudizio morale su questa condotta, occorre distinguere: chi porta l'a. e intende con questo far ricorso al demonio per assistenza o difesa, pecca di "magia", che è sempre peccato mortale, in quanto invocazione esplicita al demonio; chi invece non intende vincolarsi al demonio, anzi non ci pensa neppure, ma usa l'a. per ottenere effetti evidentemente sproporzionati al mezzo adoperato, pecca di "vana osservanza", che è di natura sua peccato mortale, in quanto il ricorso al demonio vi è implicito; perché non essendo l'oggetto capace di produrre quell'effetto da sé, occorre un intervento
preternaturale. Tuttavia in pratica bisognerà tener conto della coscienza soggettiva dei singoli; perché molto spesso i fedeli non si rendono ragione di questa invocazione implicita del demonio, ma agiscono per ignoranza e non pensano di compiere un atto irreligioso, come avviene facilmente quando si tratta di mascotte, di oggetti portafortuna, e allora ci può essere solo peccato veniale, e qualche volta anche nessuna colpa (cf. s. Alfonso, Theol. moralis, I. III, n. 15). Resta però sempre di prima evidenza la necessità di istruire bene e chiaramente i fedeli perché escano del tutto da questo stato di ignoranza tanto deplorevole.
- L'autorità ecclesiastica non ha mancato di emanare numerose condanne contro l'uso degli a. (cf. J.-B. Thiers, Traité des superstitions, Parigi 1741, p. 329 sgg.); basti citare il Concilio di Costantinopoli, detto "Quinisesto" o in Truffo, del 692, al can. 6r: "Siano scomunicati per sei anni coloro che interrogano le nubi, fanno sortilegi, vendono a. E se persistono nella loro colpa, siano cacciati per sempre dalla Chiesa, come ordinano i sacri canoni" (Hardouin, Acta conciliorum, III, Parigi 1714, col. 1689; HefeleLeclercq, III, I, p. 570 ).
Celestino Testore
4. L'A. nella medicina. - L'uso degli a. è da considerarsi tra i più antichi rimedi adottati dall'uomo per liberarsi dalle malattie. Tra gli esemplari dei primi tempi, vanno notati i dischi d'osso, tagliati da crani appartenuti a persone che avevano sofferto di quelle malattie (particolarmente epilessia) da cui il portatore dell'a. volesse conservarsi immune. Ancor oggi si trova, in alcune tradizioni popolari, l'abitudine di portar seco un frammento d'osso di cranio di persona già epilettica, per guarire da tale malattia. La designazione dell'a. è regolata da quegli stessi principi generali che hanno guidato gli uomini nella ricerca e nella scelta delle medicine. Così, per il similia similibus, divengono a. quegli oggetti, piante, animali che per colore, forma o altri caratteri di somiglianza possano ricollegarsi a un principio di segnatura; cosi per il principio contraria contrariis si attribuisce virtù amuletica alla corda dell'impiccato, al teschio, al sangue del ghigliottinato, al 13, ecc. Particolari virtù alessiteriche e alessifarmache vengono attribuite alle gemme, su cui esiste una vastissima letteratura che va dai più antichi testi indiani, cinesi, greci fino alla letteratura popolare moderna. Valore di a. hanno anche parti o riproduzioni di parti del corpo umano (occhi contro il "malocchio", falli quali emblemi di generazione e quindi di fertilità e abbondanza).
Adalberto Pazzini
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5. L'A. nell'arte. - Lo sviluppato senso ornamentale degli antichi, soprattutto dei Greci, diede agli a. aspetto artistico, che mutò attraverso i tempi, ma si mantenne sempre elevato. Poiché gli a., dalle origini sino ad oggi, han servito come ornamento della persona, e poiché come tali han seguito il loro proprietario nella tomba, ci sono pervenuti in gran numero quelli degli antichi, sia degli Egizi, come dei Greci e dei Romani. Già nel II millennio a. C. troviamo nelle tombe minuscole asce di pietra verde levigata, che si portavano al collo : l'arma litica, caratteristica dell'epoca precedente, ma non più in uso, era già circondata da un fascino irrazionale che ne consigliava l'uso come a. La "bulla", che i ragazzi delle famiglie patrizie di Roma portavano appesa al collo sino al diciottesimo anno, conteneva evidentemente un a. ed era forse un a. essa stessa. Dai vasi greci apprendiamo che le donne usavano legarsi alla coscia un sottilissimo filo, che giammai scioglievano, la cui funzione di a. è evidente.
BibL.: In generale: P. F. Arpe, De prodigiosis naturae et artis operibus talesmanes et anudeata dictis. Amburgo 1717; I. Emele, Uber Anudette, Magonza 1627; G. Bellucci, Il feticismo primitivo in Italia e le sue forme di adattamento, Perugia 1907; id., Un capitolo di psicologia popolare: gli a., Perugia 1908; R. H. Laars, Das Geheimnis der Amulete und Talismane, Lipstia 1919; M. Revière, Amulettes, talismans, pantacles, Parigj 1938. - Archeologia cristiana: G. B. De Rossi, in Bull. di Arch. crist., { }^{2} serie, 7 (1869), pp. 33-64; F. X. Kraus, in Realenc. der christl. Altert., I, pp. 49-51; H. Leclercq, s. v. in DACI., I, coll. 1784-1860 con ricca bibliografia; G. Perdrizet, Negatism perandulans in tenebris, Strasburgo 1922; F. Eckstein e J. H. Waszink, in Reallexikon für Antike und Christentum, I, coll. 397-411. - Medicina: A. Pazzini, Le pietre preziose nella storia della medicina e nella leggenda, Roma 1939; id., Storia, tradizioni, leggende della medicina popolare, Bergamo 1940; id., Medicina primitiva, Roma 1941.
Paolino Mingazzini
AMULIO, Marcantonio. - Cardinale, della nobile famiglia veneziana da Mula, n. nel 1505 , m. a Roma il 13 marzo 1570. Podestà di Venezia nel 1529 e quindi ambasciatore della Repubblica presso varie corti d'Europa, fu da Pio IV, presso il quale era accreditato a Roma, nominato vescovo di Verona e quindi nel 1561 creato cardinale, col titolo di S. Marcello. La Repubblica, che non ammetteva l'accettazione, da parte di uno dei suoi agenti, di cariche conferite dalle potenze presso le quali erano accreditati, gli diede l'ostracismo. Il Papa, in compenso, apprezzando le sue alte doti di studio e di umanità, gli affidò la direzione della biblioteca Vaticana e la sorveglianza delle antichità della città di Roma. Infine, il 15 giugno 1564 , lo incaricò di raccogliere i documenti politici e amministrativi concernenti la storia e i diritti della diocesi romana. Morì durante l'espletamento di questo incarico.
Bibl.: Mazzuchelli, I, tt. pp. 621-22; L. Cardella, Memorie storiche de' cardinali, V. Roma 1793, pp. 33-35; P. Richard, s. v. in DHG, II, col. 1374.
Mario Niccoli
AMUN, santo: v. AMMONE.
AMYOT, Jacques. - Scrittore francese, n. a Melun il 30 ott. 1513, m. ivi il 6 febbr. 1593. Studiò a Parigi, eccellendo rapidamente nella conoscenza del mondo classico; sacerdote, insegnò sei anni latino e greco all'Università di Bourges; compì anche varie missioni diplomatiche. Carlo IX lo nominò nel 1560 grande elemosiniere di Francia e consigliere di Stato; eletto vescovo di Auxerre, vi morì amareggiato dalle discordie religiose e perseguitato per l'ingiusta accusa d'aver consigliato l'assassinio del duca di Guisa.
Ortino conoscitore del greco, tradusse il romanzetto di Eliodoro, Théogène et Chariclée, e quello di Longo Sofista, Les Amours pastorales de Daphnis et Chloé, sette libri della Storia di Diodoro Siculo e le Vite parallele di Plutarco, a cui aggiunse le Opere morali. La versione di Plutarco fu compiuta su manoscritti ricercati a Roma e a Venezia e accuratamente esaminati nelle varianti; non è letterale, ma condotta con una libertà di interpretazione intesa a mettere in rilievo la magnanimità dei personaggi. Lo stile semplice e chiaro, seguito come modello dai contemporanei, lo rese meritomente celebre e servì a diffondere la conoscenza degli eroi antichi.
BibL.: J. de Zangroni, Montaines, A. et Saniut, Parigi 1906; R. Sturel, 7. A. traducteur des Vies paralleles de Plutarque, ivi 1908.
Giorgio Calogero
AMYRAUT, Moïse. - 'Teologo calvinista, n. a Bourguel nel sett. 1596, m. a Saumur i 8 genn. 1664. Studiò diritto a Poitiers, poi teologia a Saumur, dove era già pastore nel 1626 . Di indole calma e riflessiva, fu incaricato di rappresentare al Sinodo di Charenton (1631) i lamenti dei protestanti per le infrazioni agli editti emanati in loro favore e seppe agire così bene da mantenere ciò non ostante i suoi correligionari nel-

Uns. angriast, Antichita, Napoli
Amuleto - A. appesi ad una collana proveniente dal Sannio. Età preromana - Napoli, Museo Nazionale.
l'obbedienza 'al re.' Insegnante di teologia nel 1633 , pubblicò nel 1634 il suo Traité de la prédestination, (Saumur), dove professò sulla grazia una dottrina più larga che non la calviniana, estendendo la universalità ipotetica della grazia anche ai pagani e distinguendo fra grazia resistibile e irresistibile; opinione che seppe difendere anche nei Sinodi di Loudon (1659-60) e di Charenton (1633). Ebbe amici o protettori il card. Richelieu, Hurdouin de Péréfix e il card. Mazarino.
Lasciò numerosi scritti, fra cui: Traité des religions contre ceux qui les estiment indifférentes (Parigi 1631); De providentia Dei in malo (Saumur 1638); Disputatio de libero hominis arbitrio (ivi 1657). E anche scritti notevoli intorno alle Lettere di a. Paolo e agli Atti degli Apostoli. Nel 1660-64 pubblicò con gli amici L. Cappel e Giosuè de la Place una raccolta di tesi teologiche: Syntagma thesinm theologicarum in acondemia salmurimni variis temporibus disputatarum, messe all'Indice con decr. 24 sett. 1686.
Bibl.: C. E. Saigay, M. Amyrant, sa vie et ses écrits, Strasburgo 1849; B. Heurtebize, s. v. in DThC, I, coll. 1126-28.
Celestino Tezmo
ANABATTISTI. - Il termine " anabattismo "è di complessa classificazione poiché, sin dal sec. xVI, abbraccia quei radicali del protestantesimo che a volte furono pure detti catabattisti, battisti o ribattezzatori (Wiedertäafer).
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Il principale significato del termine in molti casi si applica a quella frazione la quale, nel protestantesimo, rigetta il battesimo degl'infanti per amministrarlo, non quale "sacramento", ma solo quale "comandamento ", agli adulti. In stretto senso storico, a., invece, designa quella frazione d'entusiasii fanatici i quali si chiamarono anche Profeti di Zwickau e che, nel 1520, ebbero a loro capo Tommaso Münzer, di Waldshut (1489-1525).
Costui, educato ad Halle ed a Lipsia, entrò dapprima in rapporto con Lutero ch'egli considerava quale eesempio e luce degli amici di Dio». Fu infatti Lutero, nel 1520, ad inviarlo a Zwickau dove, dopo virulente polemiche col clero cattolico locale, strinse lega coi tessitori della zona costituenti la maggioranza della popolazione. Assai in vista tra essi era il maestro tessitore Nicola Storch, divenuto ben presto un comunardo spiritualistico dopo essere stato, in Boemia, in contatto coi Fratelli boemi taboriti.
L'accordo tra essi si risolse in un ulteriore fermento di novità religiose poiché, rompendola anche con Lutero, essi proclamarono indispensabile la luce interiore di quello Spirito per il quale, anche indipendentemente dalla Bibbia, Dio comunica la verità ai veri credenti. Incoraggiato da Münzer, Storch si costitui capo d'un nuovo nucleo di dissenzienti nel seno del protestantesimo stesso e si presentò come l'inviato celeste con la missione di stabilire sulla terra il "Regno di Dio ". Accompagnato da Marcus Stuhner, già studente a Wittenberg, e da un altro tessitore, Storch si recò pure in quest'ultimo centro universitario onde guadagnare alla propria causa i professori : Carlstadt, il rettore, fu la sua più notoria conquista.
Altre individualità anabattistiche assai in vista furono Hans Hut, Denck, Hetzer, Grebel, Phillips, Bunderlin, Czechowitz, Melchior Rinck, Melchior Hofmann, Jan Matthys ed altri. Tutti costoro, influenzati dalle vedute millenaristiche e socialistiche di Münzer e di Storch e facendo leva sul collaterale moto insurrezionale de' contadini tedeschi ch'essi, pur senz'averlo suscitato, tuttavia incoraggiarono, si trovarono a un dato momento coinvolti nella guerra dei contadini sollevatisi in anni nel 1525 per la rivendicazione dai cosiddetti loro "Dodici Articoli", pare tracciati dall'Hubmaier, che reclamavano rivendicazioni.
La sollevazione provocò reazioni dalle due parti. I contadini radavano al suolo castelli, monasteri e case religiose. Münzer si pose allora a capo dei contadini i quali ad occhi chiusi seguivano le sue fanatiche concioni ma che in numero di ben 100.000 caddero vittime della Lega di Svevia che allora si organizzò per reagire a tanto furore. Pochi giorni dopo l'infauza giornata di Frankentausen, Münzer stesso venne catturato a Mühlhausen e decapitato il 27 maggio 1525.
La setta, però, non finì con la morte del suo primitivo capo ma, sia pure tra persecuzioni, si diffuse. Melchior Hofmann, un pellicciato della Svevia, nel 1528 improvvisatosi ad Emden predicatore visionario, v'insediò vescovo Giovanni Matthiesen, un panettiere di Haarlem. Costui, da Emden, spedì a sua volta apostoli a diffondere le dottrine anabattistiche. Due di essi, con la loro incendiaria predicazione, si resero padroni della città di Münster. In questo episodio il Matthiesen ci rimise la vita in una disperata sortita a capo di soli trenta uomini contro il conte Waldeck, principe vescovo di Münster, il quale aveva stretto d'assedio la città. Vennero allora distrutte le chiese e, sulla falsariga dell'Antico Testamento, si scelsero dodici giudici nelle tribù e Bockhold fu coronato re
di questa cosiddetta "Nuova Sion" col nome di Giovanni di Leida. Tutto questo accadeva nel 1534, senonché l'anno dopo, diventata Münster teatro d'ogni licenziosità, parecchi principi protestanti riconquistarono la città e, tolti di mezzo i suoi fanatici usurpatori, posero fine anche a questo "nuovo regno" di parodia biblica.
Le ulteriori fortune dell'anabattismo ci portano in Olanda dove, ad Amsterdam, i discepoli di Bockhold, deposto il comunismo delle donne e dei beni, predicarono un ennesimo "nuovo regno" dei puri cristiani. Pure in Moravia gli a. gettarono radici, invero distinguendosi per virtuosità industriale. La loro tarda impronta, a mezzo di Baldassare Hubmaier, si scorge tuttavia nell'attuale denominazione dei battisti prepu. gnatori di assoluta libertà di coscienza e di recisa separazione della Chiesa dallo Stato, nonché nella frazione dei mennoniti promossa dall'ex prete Menno Simons, fondatore di Congregazioni indipendenti nei Paesi Bassi ed in Germania.
Bibl.: J. C. Fasser, Gescluznte der Wiedertäufer in Münster, Münster 1860: L. Keller, Geschichte der Wiedertäufer und ihres Reichs zu Münster, Münster 1880; J. Losorth, Der Anabaptismus in Tirol, Vienna 1892; id., Der Kommunismus der mährischen Wiedertäufer, Vienna 1894; R. Health, Anabastism from its rise to its fall, Londra 1895; A. H. Newman, History of Antipedobaptism, Filadelfia 1897, con ampia bibliografia di tutto l'anabattismo storico e delle varie sue ramificazioni; E. R. Bax, The rise and fall of the Anabaptists, Londra 1903; H. Ritschl, Die Kommune der Wiedertäufer, Münster 1923; L. Müller, Der Kommunismus der mähr. Wiedertäufer, 1927; W. Wiewedel, Bilder und Führergestalten aus dem Täufertum, 2 voll., Vienna 19281930.
Piero Chiminelli
ANABOLISMO : v. METABOLISMO.
ANACLETO (Cleto), PAPA, santo. - Secondo la lista papale conservataci da s. Ireneo (Adv. haer., III, 3: PG 7, 849) A. successe a Lino, immediato successore di Pietro. Anche la lista riportata da Eusebio di Cesarea (Hist. eccl., III, 13; V, 6) presenta la stessa successione di nomi. Questi due scrittori rappresentano la tradizione più antica ed autorevole. Il nome di A. ( A v ε γ ε λ η τ ε ς ) in qualche lista antica venne abbreviata in Cleto ( K λ ξ π ε ): infatti lo troviamo scritto così presso s. Epifanio, Rufino di Aquileia e in altri documenti latini posteriori. Probabilmente un esemplare della lista antica contenente il nome di Cleto è stato corretto con l'aggiunta di A. in margine, di fianco a Cleto. In seguito un copista ha inserito i due nomi, per inavvertenza o per eccessivo scrupolo, nel corpo della lista. Da ciò deriva la distinzione di due papi : Cleto ed A. che troviamo nel catalogo liberiano e nel Liber Pontificalis.
La cronologia del suo pontificato è incerta. Eusebio di Cesarea (Hist. eccl., III, 15), pone la sua morte nell'anno dodicesimo del regno di Domiziano e fissa a dodici anni la durata del suo episcopato, che può essere perciò collocato approssimativamente tra gli anni 79-91. Il Liber Pontificalis lo dice di origine greca, nato ad Atene e patre Antiocha, ed aggiunge che per riconoscenza verso s. Pietro fece costruire un monumento (memoria) sulla tomba dell'apostolo. Le lettere a lui attribuite dallo pseudo-Isidoro (PG 2, 789 sgg.; PL 150, 59 sgg.) sono apostole.
Il Martirologio romano ne fa due personaggi, assegnando la festa di Cleto al 26 apr. e quella di A. al 13 luglio, facendoli ambedue martiri.
Bibl.: Liber Pontificalis, ed. L. Duchesne, I, Parigi 1886, pp. Lxix-Lxx, 2-3, 52-55, 125; Martyr. Romanum, pp. 137, 283. - J. P. Kirsch, s. v. in DHG, II, coll. 1407-1408; per l'anteposizione del nome di Clemente a quello di A. in alcune liste, cf. Listes épiscopales, in DACL, IX, col. 1207 sgg.
Pietro Goggi
ANACLETO II, ANTIPAPA. - Appartenente ad una delle più celebri famiglie di Roma, Pietro Pierleoni, nipote di un ebreo convertito al tempo di Leo-
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ne IX, andò a Parigi per studio alla fine del sec. xi e poi a Cluny ove si fece monaco. Divenne cardinale sotto Pasquale II ed aiuto molto questo Pontefice ed i suoi successori in momenti assai gravi per la Chiesa; fu pure legato in Francia ed in Inghilterra. Durante il pontificato di Onorio II restò in ombra perché trionfavano i suoi rivali, i Frangipane, ma alla morte di quel papa lo scisma da lungo tempo in preparazione scoppiò violento. Il 14 febbr. 1130, sepolto provvisoriamente Onorio, un gruppo di cardinali elesse improvvisamente Gregorio di S. Angelo nella chiesa di S. Gregorio al Celio. Intro-

Anacoreta - A. che intreccia un cesto. Affresco del Traini (sec. xiv) - Pisa, Camposanto.
nizzato in Laterano, ove prese il nome di Innocenzo II, il Papa si chiuse nella fortezza dei Frangipane. Ma Pietro ed i suoi amici, considerando illegale la nomina, procedettero in S. Marco ad una nuova scelta; erano presenti 24 cardinali, l'aristocrazia romana e il popolo; venne eletto Pietro che si chiamò A. II. Seguirono tumulti, molto oro fu distribuito da parte dei ricchi Pierleoni, vi fu l'appello ai sovrani da entrambe le parti per ottenere il riconoscimento della legittimità. L'imperatore Lotario dimostrò subito maggiori simpatie per Innocenzo, ed allora A. si volse a Ruggero, duca di Sicilia, e gli promise la corona regia. Per vari anni seguirono le discussioni, i concili, le lotte in Roma; molta influenza ebbe s. Bernardo, aperto fautore di Innocenzo. Alla discesa di Lotario in Italia, nella primavera del 1133, A. dovette mettersi sulla difensiva, ma partito l'imperatore, ritornò potente ed Innocenzo fuggì a Pisa; anche quando poté rientrare, S. Pietro ed il Laterano rimasero in potere dell'antipapa. La morte di A. (25 genn. 1138)
risolse la vertenza; infatti un tentativo di rinnovare lo scisma con l'elezione di Vittore IV falli. La questione della legittimità, rimasta da principio oscura agli stessi contemporanei, fu chiarita dal riconoscimento universale della Chiesa in favore di Innocenzo.
BraL.: P. F. Palumbo. La scisma del MCXXX (i precedenti, le vicende romane, le ripercussioni curatece della tutta tra A. ed Innocenzo II), Roma 1942, dà una bibliografia ragionata completa, con i due capitoli Le fonti (pp. 1-50) e Le storiografin sullo scisma (pp. 603-38). Paolo Brezzi
ANACORETA. - Dal greco ávazsáás, «ritirarsi, allontanarsi», è un asceta che vive isolato, in luoghi solitari. Nello sviluppo storico del monachismo, gli a. costituirono una forma intermedia fra l'ascetismo privato e la vita monastica sociale, ossia cenobitica. Caratteristiche della vita anacoretica sono: a) l'isolamento, talvolta assoluto, spesso però relativo, che ammette cioè in una stessa località la presenza di più a., divisi in tante celle, con la possibilità di riunirsi la domenica per ascoltare la Messa c anche per prendere insieme il cibo; b) la preghiera; c) il lavoro manuale per il proprio sostentamento; d) l'austerità, spesso durissima; e) l'assenza di un superiore religioso e di una regola vera e propria, sostituita da massime e da tradizioni orali veneratissime.
Questa forma di vita ascetica ebbe origine in Egitto, nella seconda metà del sec. in, e il suo rapido sviluppo vien messo in relazione con le persecuzioni di Decio e di Valeriano. Sccondo s. Girolamo il primo ad inaugurare questo genere di vita sarebbe stato s. Paolo di Tebe (234-347), verso il 250 : «Hoius vitae [anachoreticac] auctor Paulus, illustrator Antonius" (Epist. XXII ad Eustochium, 36, ed. I. Hilberg, CSEL, 54, p. 200); e fu certamente s. Antonio (251356) che diede sviluppo e celebrità all'anacoretismo. Centri principali di vita anacoretica in Egitto furono: la Tebaide, con s. Antonio e i suoi numerosi seguaci, la valle della Nitria, con i discepoli di Ammonio, che vi si ritirò verso il 325 , e la solitudine dello Sceté, con i seguaci di Macario il Grande (300-91).
Dall'Egitto il movimento anacoretico passò in Palestina con Ilarione di Gaza (292-371), la cui vita fu descritta da s. Girolamo (Vita b. Hilarionis: PL 23, 29 sgg.). Il deserto sinaitico fu particolarmente noto per s. Nilo (m. verso il 430). In Siria appaiono due varietà della vita anacoretica: i reclusi (v.) e gli stiliti (v.).
Anche in tutto l'Occidente questo genere di vita, dalla metà ca. del sec. iv in poi, andò fiorendo grandemente. Le gesta degli a. orientali, conosciute attraverso gli scritti di s. Girolamo e di Rufino, ebbero grande ripercussione. Spesso la cella di un eremita celebre divenne il centro intorno al quale si formò poi un coenobium. Molti monaci infatti, incominciando dallo stesso s. Benedetto, iniziarono la loro vita religiosa con l'isolamento anacoretico. In seguito furono invece gli stessi monasteri a fornire soggetti per la vita eremitica. Scrive s. Benedetto nella Regola, cap. I : «Secundum genus [monachorum] est anachoritarum, id est heremitarum... qui... monasterii probatione diuturna... singularem pugnam heremi... Deo auxiliante pugnare sufficiunt».
Col sec. xi l'istituzione degli a. entrò in una nuova fase, con la fondazione di numerose congregazioni o Ordini a carattere eremitico. Celebri quelle basate sulla Regola di s. Benedetto: di Fonteavellana, di Camaldoli e di Vallombrosa. Altre congregazioni eremitane furono riunite da Alessandro IV nel 1256 in un solo Ordine che prese il nome di Eremitani di s. Agostino (v.).
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Bibl.: C. Butler, The Lousinc History of Palladins (Texts and Studies, 6), 2 voll., Cambridge 1808 e 1904: M. Heimbocher, Die Orden und Kongregationen der katholischen Kirche, ³² ed., Paderborn 1933. Ferdinando Antonelli
## ANACROBIOSI : v. FERMENTAZIONE.
ANÁDOCO ( dot{α} ává δ α χ_{0} ς= "garante»). - Nella liturgia bizantina è l'equivalente di padrino. La sua presenza è richiesta nel Battesimo, mentre per la Cresima non se ne parla, perché essa è amministrata dal sacerdote insieme col Battesimo. 'Troviamo anche il padrino alla cerimonia della tonsura dei fanciulli, propria di quel rito, e nella benedizione della donna 40 giorni dopo il parto. Per analogia della professione monastica con il Battesimo, il novizio che pronuncia i voti deve avere il suo a. Finalmente, troviamo anche l'a. ( dot{θ} ó dot{α} v τ ε π ν o ς ) nel fidanzamento e nel matrimonio. A tutti questi riti egli deve prendere parte attiva, e non rimanerne semplice spettatore. Notiamo l'intervento della madrina anche nella professione delle monache.
Bibl.: Eucalopio, ed. romana 1873, pp. 143, 151, 161, 164 age.; P. de Meester De monarchico statu iuxta disciplinam byzantinum, Città del Vaticano 1942, p. 121; id., Studi sui sacramenti amministrati secondo il rito bizantino, edizioni liturgiche, Roma 1947.
Placido de Meester
A N A D O N,
JUAN. - Scrittore
ascetico certosino, n. a Vivel del Rio Martín (Spagna), nella prima metà del sec. xvir, m. a Las Fuentes il 14 apr. 1682. Prese l'abito certosino nella certosa detta Aula Dei presso Saragozza, e vi fu per due volte vicario. Fu anche priore nella certosa di Nostra Signora de Las Fuentes (diocesi di Huesca) e confessore del principe Giovanni d'Austria, figlio di Filippo IV. A lui dedicò la sua opera Fomes divini amoris, seu amatorium divinum, ex caslectibus floribus ac mire accensis Sanctorum Patrum et piissimorum Doctorum alloquiis decerptum (Madrid 1678), in cui cerca di disporre l'anima alla divina contemplazione.
Silverio di Santa Teresa
ANAFORA ('Avagopá : presentazione, offerta). Designava prima il pane da offrirsi nella Messa, e divenne poi un nome generico per la Messa stessa. Nelle liturgie orientali significa più propriamente la parte principale del Sacrificio, che corrisponde al Canone della Messa latina col Prefazio e le preghiere per la Comunione. E. Renaudot (Liturgiarum Orientalium Collectio, I, 2ᵃ ed., Francoforte s. M. 1847, pp. 172,224; II, id., ivi stesso a., pp. 45, 75) ne offre 38 formulari differenti, da usarsi in giorni diversi. L'a. più antica e integralmente conservata è quella di s. Serapione, vescovo di Thmui