volume-01

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a Messa latina col Prefazio e le preghiere per la Comunione. E. Renaudot (Liturgiarum Orientalium Collectio, I, 2ᵃ ed., Francoforte s. M. 1847, pp. 172,224; II, id., ivi stesso a., pp. 45, 75) ne offre 38 formulari differenti, da usarsi in giorni diversi. L'a. più antica e integralmente conservata è quella di s. Serapione, vescovo di Thmuis in Egitto (sec. iv). Frammenti di altre più remote sono quella di s. Marco, della Didaché, del papiro di Der-Balyzeh, di s. Giacomo.

Presso i Siri il nome di a. serve anche ad indicare
il velo che dopo la Consacrazione copre il calice e la patena.

Bibl.: F. E. Brightman, Liturgies Eastern and Western, I, Oxford 1806; P. Cagin, L'Eucharistie, Canon primitif de la Meste, in Scriptorium Salesmente, II, Parigi-Roma-Tournal 1912; id., L'anaphore apostolique, Parigi 1919; H. Fuchs, Die Anaphora des monaphysitischen Patriarchen Yohannan, I, Münster in V. 1926; F. J. Moreau, Les anaphores des liturgies de s. Yean Chrysostome et de 1. Basile, Parigi 1927.

Filippo Oppenheim
ANAGNI, DIOCESI di.. - Piccola città del Lazio meridionale, in provincia di Frosinone, a 50 km . da Roma, A. è sede di un vescovato direttamente dipendente dalla S. Sede, il quale conta oggi 45.500 abitanti, 27 parrocchie, 37 sacerdoti diocesani e 45 regolari. Per la sua posizione naturale, dominante la vallata del Sacco, ebbe grande importanza nell'antichità e nel medioevo. Capitale della confederazione degli Ernici, nel 311 a. C. fu assoggettata a Roma dal console Tremulo e ridotta prima a prefettura e poi a municipio. Il cristianesimo pare che vi fosse introdotto verso la fine del sec. II, mentre uno dei primi predicatori sarebbe stato il dalmata Giuliano, martire sotto Marco Aurelio a Sora.

Si volle considerare come vescovo di A. s. Magno, vescovo di Fondi, dalla sua Passio detto
to vescovo di 'Trani, ucciso sotto Decio insieme alla vergine Secondina, venerata in A. sin dal sec. xi. Ma le prove mancano e le origini della diocesi restano quindi ignote. Il primo vescovo di cui abbiamo notizia è Felice, che nel 487 assistette al Concilio romano sotto Felice III, seguito da Fortunato, presente in altri 3 sinodi romani (499-511). Da questo momento la lista episcopale presenta una lacuna di un secolo sino a Pelagio ( 5 luglio 595), col quale la successione diventa più regolare. I vescovi (molti dei quali sono di stirpe longobarda) sono spesso presenti ai sinodi romani e la loro storia è legata a quella dei Papi. In momenti di lotta questi si rifugiano ad A.; così, ad es. : Leone IV, che vi morì nell'855; Giovanni XII, scacciato da Ottone I nel 963; Alessandro II, durante la lotta del ro62 con gli imperiali e l'antipapa Cadalo. Il Papa in questa circostanza fece eleggere vescovo di A., come successore di Bernardo (quello stesso che Niccolò II elesse amministratore della diocesi di Trevi e vicecancelliere della Chiesa di Roma), Pietro dei principi di Salerno, che fu inviato come apocrisiario a Costantinopoli nel 1071 e iniziò la costruzione della Cattedrale nel 1074. Nel 1088, in occasione dell'ospitalità accordata ad Urbano II, egli ebbe ingrandita la sua diocesi con l'incorporazione di quella di Trevi ( 23 ag. 1088) e, dopo aver preso parte alla prima crociata, portò a termine

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la costruzione della Cattedrale nel 1105, anno in cui morì in fama di santità.

Ad A. Alessandro III strinse la lega contro il Barbarossa (1159) e vi discusse i preliminari di pace dopo Legnano (Factum Anagninum, 1176). Lo stesso, nel 1181, consacrò la Cattedrale, quando era vescovo Asael, succeduto a Nauclero (m. nel 1177). Ad A. Innocenzo III, oriundo della città come Gregorio IX, Alessandro IV, Bonifacio VIII, diede gli statuti municipali; in quella cattedrale Gregorio IX scomunicò Federico II (1227) e Innocenzo IV Manfredi (1254); nel vicino palazzo Bonifacio VIII subì nel 1303 l'affronto di Guglielmo Nogaret e Sciarra Colonna, emissari di Filippo il Bello (episodio bollato a fuoco da Dante, Purgatorio, XX, vv. 85-89).
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(Int. Uab. Fst. Aac.)
Anagni - Abside del Duomo (inizio sec. xit).
Nel corso del sec. xiv la diocesi subisce le conseguenze dell'esilio avignonese e dello scisma d'Occidente, iniziato nella cattedrale di A. con la dichiarazione dei cardinali dissidenti, che deposero Urbano VI (1378), ed al quale aderirono il vescovo e la città, sottomessasi solo nel 1398 a Bonifacio IX, che assolse il vescovo dalle censure. Con la riconquista del patrimonio per opera di questo Papa (1390) ebbe termine anche l'autonomia comunale di A., la cui importanza politica decadde nell'evo moderno. La città ebbe anche a soffrire le devastazioni operate dalle armi di re Ladislao nei primi del ' 400 , e del duca d'Alba durante la lotta tra Paolo IV e Filippo II (1556).

Nel sec. xix, in seguito al giuramento del vescovo Tosi a Napoleone, la diocesi rimase senza titolare e dal 1815 al 1837 fu retta da amministratori apostolici. Oltre ad un seminario di teologia e filosofia interdiocesano per tutta la parte meridionale della provincia di Roma, affidato ai Gesuiti, la diocesi di A. conta numerose case religiose.

In passato furono celebri le abbazie di Gloria
(cistercense dal 1123), S. Teodoro di Trevi, S. Pietro di Villamagna e S. Giorgio (Benedettini) e S. Reparata (Benedettine), fondate ai tempi di s. Benedetto. Tra i monumenti medievali della città il principale è la Cattedrale, dedicata all'Annunziata (1071-1105), con la gigantesca statua di Bonifacio VIII sulla facciata. All'interno il pavimento in musaico, opera di maestro Cosma, fatto eseguire dal vescovo Alberto (m. nel 1238). Sotto la chiesa è la cripta, con pitture dei secc. xit-xiti, illustranti la storia dei ss. Magno, Secondina e Pietro vescovo di A. (m. nel 1105). Alla cattedrale è annesso il tesoro con i suoi paramenti medievali, tra i quali un piviale, una pianeta e due dalmatiche, regalo di Bonifacio VIII. - Vedi Tav. XCIII.

Bibl.: Ughelli, I. coll. 303-23; Eubel, I, p. 96; II, p. 98 ; III, p. 120; R. Ambrosi de Magistris, Storia di A., 2 voll. (il II incompleto), Roma 1889; E. Stevenson, Die Kropie von A., in Römische Quastalschrift, 5 (1891); L. Duibesne, Le sedi episcopali nell'antico duento di Roma, in Archivio della Societa romana di storia patria, 13 (1892), pp. 433-303; id., Les Exèrbés d'Italie et l'occasion lombarde, in Mélanges d'archéologie et d'histoire, 23 (1903), pp. 83-116; (1003), pp. 369-39; P. Toceca, Gli affreschi della cattedrale di A., in Le callerie nazionali italiane, V, Roma 1902; P. Kehr, Italia Pontifera, II, Berlino 1907, pp. 133-44; S. Sibilla, La cattedrale di A., Orvieto 1914 (con bibl.); P. Toceca, Cinelli bizantini; il cofanetto di A., in L'Atte (1906), p. 33 sgg.; P. Zappasodi, A. attraverso i secoli, Vescili 1908; G. Marcheni Longhi, Il palazzo di Bonifacio VIII in A., in Archivio della R. Soc. Romana di Storia Patria (1120), pp. 307-410; P. Fedele, Per la storia dell' attestato di A., in Bull. dell'It. Stor. It. (1941), p. 193 sgg.; Lanzoni, p. 166.

Mario Scaduto
Il Concilio di A. - Il giovedi santo, 24 marzo 1160, papa Alessandro III, assistito dai cardinali e vescovi del suo seguito, scomunicò solennemente l'imperatore Federico Barbarossa e dichiarò sciolti dal giuramento tutti coloro che gli avevano giurato fedeltà. "Questo Federico - diceva il Papa nella bolla di scomunica - il quale non adempie più l'ufficio di imperatore, ma di tiranno; lo scismatico Ottaviano e tutti i loro principali fautori, noi li abbiamo pubblicamente scomunicati, il giorno della Cena del Signore, i ceti accesi, in mezzo ai sacerdoti, nobili e popolo radunati nella chiesa».

Si tratta di un vero concilio? In Hefele-Leclercq non appare questo nome. Mansi parla del Concilio di A. celebratosi il 7 apr. 1161, nel quale Alessandro depose e scomunicò Ugo, abate di Cluny, il quale non l'aveva riconosciuto Papa. Deve peraltro trattarsi di una semplice riunione di vescovi, cui presiedeva il Papa.

Bibl.: Mansi, XXI, coll. 1149-54; Hefele-Leclercq, X, pp. 343-944; J. Fraikin, s. v. in DHG, II, coll. 1428-29.

Romualdo Souarn
ANAGNÓSTE ( dot{α} ν × γ ν dot{ω} σ τ η ς : "lettore"). - Nella Chiesa orientale è il chierico che legge ad alta voce le sacre Scritture nelle assemblee religiose. Anticamente poteva anche predicare ed insegnare la dottrina cristiana, principalmente ai giovani. Il rito della promozione di un chierico al grado di a. si compie fuori della sacra liturgia.

ANAGOGICO, SENSO: v. EEmeneutica biblica.
ANÀHITA. - E una divinità femminile iranica dell' A vestā recente, nella quale si trova un inno in suo onore: Yašt 5 .

In esso si esalta la potenza ed efficacia del suo aiuto, per ottenere il quale gli eroi antichi fecero a gara nell'offrire sacrifici. Appare come protettrice delle acque, anzi come la personificazione di esse; si afferma quindi che A., sorgendo dal mitico monte Husaira, in parte si riversa impetuosa nel mare Vourakasha, facendone ribollire le acque, in parte si spande abbondante sulle sette zone della terra. Dato questo suo carattere, l'inno ad essa dedicato viene chiamato

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anche ábän «acque», e nel culto i templi, elevati in suo onore, sorgono sulle sponde dei fiumi.

Non riesce chiaro donde tale divinità sia penetrata nella religione dell'Avesta recente. Puo trattarsi di una figura del politeismo iranico, anteriore a Zarathustra, riuscita poi, nonostante la riforma di questo, a penetrare nella religione dell'Avesta, come tante altre divinità abolite dal riformatore; il culto degli Irani per l'acqua ed altri elementi, come il fuoco, potrebbe indurre a pensarlo. Ma d'altra parte A. si trova largamente diffusa anche fuori del territorio religioso iranico; il suo culto era fiorentissimo nell'Asia Minore e anche in Armenia, specialmente nella regione Akilisene, dove aveva templi anche prima del decreto di Artarserse II (cf. sotto). In tali ragioni veniva identificata con Artemide e altre divinità, ma soprattutto con Astarte, cioè Afrodite, Venere. Era venerata quale des della fecondità, dei matrimoni e delle nascite; e come nel culto di Astarte, così in quello di A. era in uso la prostituzione sacra per le ragazze prima che andassero a marito (Strabone, X, 16, 532). I rapporti quindi sia nei caratteri sia nel culto con Astarte potrebbero venire spiegati in doppio modo: o ammettendo che A. sia stata introdotta dalla religione babilonese in quella iranica, e in favore di tale opinione si avrebbe il fatto che in quest'ultima si trova una divinità femminile, protettrice delle donne, ma a carattere meno sensuale e più conforme alla tradizione religiosa iranica, chiamata Ashi Vanuhi; o ritenendola come divinità originariamente iranica, personificante le acque, fortemente influenzata più tardi dal culto di Astarte.

Introducsa ufficialmente il suo culto Artaserse II, il quale ordinò, come tramanda Beroso, che si erigessero statue ad A., in Babilonia, Susa, Ecbataxa, nella Perside e in Biatria, in Damasco e in Sardi. Nella iscrizione cuneiforme di Susa questo re invoca, oltre Ahuramazda, anche A. e Mithra; è probabile quindi che egli, oltre ad introdurre ufficialmente A., abbia promosso anche il culto di Mithra.

Della rappresentazione plastica di A. si può avere una idea dallo Yašt citato, in cui si ha una descrizione espressiva e colorita, che fa pensare ad una statua. A. appare come leggiador fanciulla, vigorosa, dai tratti nobili, manifestanti la sua illustre prosapia, adorna di bel cinto, coperta di ampio e ricchissimo pallio. Tiene in mano i ramoscelli del sacrificio, ha ricchissimi pendenti alle orecchie, e una preziosa cuffia, adorna di cento stelle; un'infula dalle strisce spioventi le adorna la testa.

Bial.: H. Lommel, Die Yätht's des Avesta, Gottings 1927, p. 26 sgg. Giuseppe Messina

ANALECTA BOLLANDIANA: v. bollandisti. ANALECTTA ECCLESIASTICA. - Periodico mensile, pubblicato a Roma dal genn. 1893 al dic. 1911, fondato e diretto da mona. Félix Cadène (18641907), che alla sua morte affidò la pubblicazione ai cappellani di S. Luigi dei Francesi. Vi collaborarono numerosi dotti prelati di Curia. La serie si presentò quasi a continuazione degli Analecta iuris pontificii (v.) e diede in luce i nuovi documenti pontifici e delle S. Congregazioni; documenti antichi, illustranti questioni storiche, giuridiche, teologiche; articoli e cronache di carattere vario. Le due prime sezioni ebbero estensione maggiore.

E stato pubblicato un indice decennale: A. e., Index generalis decem priorum voluminum ab anno scilicet 1893 ad annum 1902 inclusive. Roma 1904 (anche i volumi posteriori sono forniti di ricchi indizi analitici).

Bial.: A. Amanieu, s. v. in DDC. I, coll. 510-11. Nello Vian
ANALECTTA FRANCISCANA. - Collezione di documenti, editi secondo le norme della critica più recente, che riguardano s. Francesco e l'Ordine da lui fondato. Cominciata nel 1884 dai Francescani del collegio S. Bonaventura di Quaracchi, conta ora una serie di dieci volumi, usciti saltuariamente.

Eccone l'importante elenco: I. Chronica minora (1885); II. Chronica fratris Nicolai Glassberger 1206-1517 (1887); III. Chronica XXIV generalium Ordinis Minorum 1209-1374 (1897); IV e V. De conformitate vitae b. Francisci ad vitam Domini Iesu 1385-90 (1906, 1912), vasta compilazione sto-rico-morale di Bartolomeo da Pisa; VI. Necrologia provinciarum et conventuum Ord. Fratr. Min. (1917); VII. Processus cenoanientionis s. Ludovici Andepesenata O. F. M. episcopi Tolosani (1297: non ancora completo); VIII. Necrologium conventuum Brugensium Fratrum Minorum, ecc., 1247-1807 (1946); IX. Acta Franciscana e Tebularia Bovoniensibus deprompta, 1 (1927); sono gli atti denumi dagli archivi ecclesiastici; mancano ancora quelli desunti dagli archivi civili; X. Lecondae s. Francisci Assis. saec. XIII e XIV conscriptae ad codicum fidem recensitae, 1 (1926-41). Celestino Testore
ANALECTTA IURIS PONTIFICII. - Pubblicazione data in luce dal 1852 al 1891 , prima a Roma e successivamente in Francia. Fondata dal prelato francese Ludovico Chaillot, in continuazione di un altro periodico, la Correspondance de Rome, e da lui interamente redatta fino alla morte (giugno 1891), trattò le diverse materie ecclesiastiche, in specie quelle canoniche. La raccolta, costituita da testi e dissertazioni, spesso di notevole valore scientifico, risulta di 28 serie, formate da fascicoli in genere di periodicità trimestrale; è scritta in lingua francese.

E stato pubblicato un indice dei primi 24 volumi: A. i. p. Table générale des matières des vingt-quatre premiers volumes, Parigi 1886.

Bial.: A. Amanieu, s. v. in DDC. I, col. 511. Nello Vian
ANALECTTA MONTSERRATIANA. - Pubblicazione annuale in lingua catalana, iniziata nel 1917, allo scopo di far conoscere la vita e le vicende del celebre monastero benedettino di Montserrat, cosi benemerito della storia e della cultura religiosa, civile, letteraria ed artistica catalana, anzi della Spagna intera; come pure degli altri monasteri benedettini, che con esso hanno avuto relazioni.

Agli studi monografici, che formano la parte più importante e di maggiore aiuto agli studiosi e trattano della biblioteca, dell'archivio, dei documenti conservati (codici, manoscritti, libri corali, antiche stampe), delle opere letterarie, musicali e artistiche, seguono le cronache annuali, che espongono le varie attività del monastero svoltesi sotto l'aspetto religioso (culto e pellegrinaggi), l'arte, la cultura. Celestino Testore
ANALECTTA ORDINIS CARMELITARUM. Rivista trimestrale, iniziata l'anno 1919 per desiderio del Capitolo Generale, tenuto in Roma nel 1918. Mira ad informare i membri dell'Ordine sull'attività passata e presente dal loro Istituto. La lingua usata è la latina.

Ogni numero contiene le seguenti materie : Atti della S. Sede; Atti dell'Ordine; biografie di Carmelitani celebri per pietà e dottrina, notizie recenti sulle varie attività dei conventi nelle diverse parti del mondo. Celestino Testore
ANALECTTA ORDINIS CARMELITARUM DISCALCEATORUM. - Rivista trimestrale iniziata l'anno 1926 per desiderio del Capitolo Generale dell'Ordine tenuto a Roma nel 1925, col titolo di A. Ordinis Carmelitarmm Excalceatorum. Ma già nel secondo anno di vita (1927) cambiava il titolo in A. Ord. Carm. Discalceatorum.

Ogni numero segue un programma determinato: Atti della S. Sede, Atti dell'Ordine, storia dell'Ordine, pubblicazione di documenti, bibliografia degli scrittori; cronaca, necrologio, recensione di libri scritti dai membri dell'Ordine. La lingua usata è la latina. Degne di particolare menzione sono le due opere del p. Ambrogio di S. Teresa : Bio-Bibliographia Missionaria O.C.D. (1546-1940) e Nomenclator Missionariorum O.C.D., edite a parte, rispettivamente: Roma 1941, 1944. Celestino Testore

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ANALECTA ORDINIS PRAEDICATORUM. - Pubblicazione periodica iniziata nel 1893 per determinazione del Maestro Generale Andrea Frühwirth. Ha lo scopo di pubblicare a giovamento degli studiosi, ma soprattutto a gloria dell'Ordine domenicano e ad esempio e incitamento dei suoi membri, l'abbondante materiale di archivio radunato e potuto conservare, almeno in parte, dalle vicende dei tempi.

La materia di ogni fascicolo è suddivisa in varie parti: Decreti ed Atti della S. Sede concernenti l'Ordine Domenicano nei suoi vari rami; Bolle dei Pontefici e decreti delle Sacre Congregazioni emanati nel passato e rimasti in parte inediti; monografie sulla storia di conventi e di province singole; studi e monografie sui membri principali, noti per santità e per dottrina.

La prima serie consta di 6 volumi in-40 che vanno dal 1893 al 1904; la seconda serie, cominciata nel 1905, in formato minore, continua ugualmente la bella e colta tradizione degli inizi.

Celestino Testore
ANALECTA SACRA TARRACONENSIA. Rivista di scienze ecclesiastiche, iniziata con il 1925 a Barcellona dalla "Biblioteca Balmes ", centro di cultura superiore religiosa creato dall'associazione "Foment de pietat catalana». Il suo fondatore, padre Ignasi Casanovas (1872-1936), la concepi come un annuario, destinato ad accogliere studi nelle varie discipline sacre e la cronaca della istituzione; dal 1928, vi introdusse una sistematica bibliografia. Con il 1932, la pubblicazione assunse il carattere di rivista, con più fascicoli all'anno, in formato ridotto, e venne diretta dal sacerdote José Vives. Essa tende ora e limitarsi alla trattazione della storia ecclesiastica, in particolare per gli Stati della Corona d'Aragona.

Brill: Obras del p. Casanovas, I. Barcellona 1943 (con biografia del p. M. Batllori), pp. 137-42. Nello Vian

## ANALGESIA: v. ANESTESIA.

ANALISI e SINTESI. - A. (gr. dot{α} v dot{α} λ ω σ ς da dot{α} v α λ óziv, sinon. dot{α} v dot{α} γ ε ι ν= resolvere) e s. (gr. σ dot{ν} v vartheta ε σ ι ς da σ v v-τ i vartheta τ μ ι= compano) designano due metodi opposti e correlativi in uso nella scienza, e consistenti il primo nel risalire dal composto al semplice e dall'effetto alla causa, il secondo nell'operazione inversa per cui dal semplice si passa al composto e dalla causa si discende all'effetto.

Storicamente l'a. è, come metodo matematico, attestato la prima volta per Platone, a cui se ne attribuisce la scoperta, e viene definito come un metodo per il quale "l'oggetto della ricerca viene ricondotto a un principio ammesso" (Proclo, In Euclidem, p. 211). Senso ripresa sostanzialmente da Cartesio quando chiamó a. il calcolo algebrico in generale. Questa identificazione dell'a. con l'algebra non è totalmente caduta, anche se ormai più esattamente a. (abbreviazione di a. infinitesimale) è in matematica sinonimo di calcolo differenziale ed integrale o algebra superiore. Oggi, in filosofia e in scienze, diciamo a. ogni processo, reale o logico, per cui un tutto o composto, di qualsiasi natura, è ricondotto al semplice e al meno composto, in genere ai principi da cui dipende o che lo costituiscono. Senso che è già di Aristotele, i cui due libri principali di logica si chiamano appunto Analitici, in quanto il sillogismo e altri complessi modi di conoscenza vengono risolti nelle forme più elementari e nei principi da cui dipendono: «in quo dot{α} v α λ dot{α} ε ι v nihil aliud est quam quod compositum est, tanquam ad causas redigere... Ita in analyticis cognoscendi rationes ad primas quasi formas tanquam ad causas revocantur» (F. A. Trendelenburg, Elementa logicae aristoteleae, ⁹² ed., Berlino 1892, p. 47). Di conseguenza dovunque interviene un simile processo risolutivo e regressivo vi è a. Così, per non parlare dell'a. in senso materiale (es. a. chimica, a. spettrale), è processo essenzialmente analitico quello per cui un fenomeno, un fatto, una situazione complessa vien risolta nei suoi elementi concomitanti e determinanti, e riportata alle
sue condizioni, alle sue leggi, alle sue cause. Non importa se il fatto o fenomeno o funzione sia di ordine fisico, fisiologico o anche psichico, individuale o collettivo : cosi è a. l'esame di Galileo sul moto oscillatorio del pendolo, come è a. l'introspezione dello psicologo sul fenomeno della paura, o lo studio di un caso di allucinazione collettiva, ecc.

Nel campo più strettamente logico l'a. concerne anzitutto i concetti e i giudizi. Quanto al concetto, che è un tutto logico, in genere di contenuto polivalente, l'a. consiste nel risolverlo (pensarlo) in quelle note più semplici che ne costituiscono la comprensione o contenuto oggettivo. Cosi si procede per a. quando, ad es., si risolve il concetto di scienza nei suoi elementi primi per ricavame una definizione distinta. Si parla pure, sebbene meno propriamente, di a. per rapporto all'estensione di un concetto : allora l'a. non è che la divisione del concetto nei soggetti molteplici cui esso è riferibile. Trovendosi il contenuto e l'estensione o universalita di un concetto in ragione inversa, è chiaro che un'a. quanto al contenuto di un concetto si risolverà in un aumento, e quindi in una certa sintesi, della sua estensione: in quanto le nozioni più semplici ricavate dall'a., appunto perché tali, avranno una maggiore ampiezza di riferimento. Di qui le fluttuazioni e talora inversioni nella terminologia che si riscontrano presso alcuni autori, a proposito di questo particolare campo logico di applicazione dell'a.

Quanto al giudizio, se si riguarda nel suo nascere psicologico, esso importa il più delle volte un'a. iniziale, cioè il discernimento di soggetto e predicato che la mente opera nell'oggetto del giudizio, prima di unirli in sintesi mediante l'attribuzione. Poi, in rapporto al movimento di pensiero cui la connessione vicendevole dei giudizi dà luogo, l'a. consiste, secondo il senso già nettamente formulato da Alessandro d'Afrodisia (In Aunlyt. priora, I, p. 7, 13-15. Berlino 1883), nel risalire dalle conseguenze ai principi: più specificamente, nel riportare una proposizione o conclusione di ordine complesso a un principio generale che la contiene e la giustifica, e che, pur essendo più universale nei suoi riferimenti, è più semplice nel suo contenuto attuale. Cosi è sempre a. il processo per cui si dimostra una verità particolare risolvendola in un principio più immediato, ad es. quando si prova la disonestà del furto affermandolo come lesione di giustizia.

Come si vede, l'a., da un significato originario abbastanza ristretto, ha assunto in logica un senso assai più largo e denso, passando a designare in blocco il processo ascensionale e ontologicamente regressivo della mente umana dal molteplice al semplice, dal concreto all'astratto, dal particolare all'universale. All'a. si richiama di conseguenza il metodo induttivo sebbene, globalmente, come è in uso nelle scienze, esso importi anche dei momenti non analitici, come quando si procede, per via deduttiva, alla verifica dell'ipotesi. Il riferimento dell'induzione scientifica all'a. lo si trova già chiaramente in Newton (cf. Ostice, ed. latina, Londra 1706, p. 347).

Opposta all'a. è la s. che, per restringerci qui al suo impiego nel campo logico, designa appunto il procedimento inverso del pensiero per cui si va dalle parti al tutto, dal semplice al composto, dall'universale al particolare, dalla legge, causa, principio, al fenomeno, effetto, conclusione. Così è s. il procedimento deduttivo sillogistico per cui, da principi universali, più semplici per contenuto nozionale, si procede a conseguenze particolari da quei principi governate; oppure, da una legge già conquistata si muove alla ricerca, nell'esperienza, di nuovi fatti e fenomeni suggeriti e spiegati da quella legge; o ancora, da una norma qualsiasi, ad es. di etica o estetica, si deduce in concreto quale debba essere un atto umano perché possa dirsi onesto, o un'opera d'arte, perché sia bella.
A. e s. dividono dunque adeguatamente i processi logici del pensiero umano: entrambe utili, entrambe

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necessarie, l'una e l'altra rispondenti al dimorfismo della conoscenza umana, vòlta alla contingenza empirica e ai valori universali, trovano nei vari campi e oggetti del sapere maggiore o minore impiego, secondo la diversa natura delle scienze, il grado di organizzazione di esse, l'indole mentale dei singoli individui. Così, mentre le scienze naturali, nella riduzione e ordinamento della complessa fenomenologia della natura, sono e debbono rimanere prevalentemente analitiche, e tanto più analitiche quanto più incerte e ipotetiche restano le loro conclusioni e i loro arrivi di ordine sistematico, al contrario le scienze filosofiche e matematiche abbondano di più nella s. Del resto a. e s. non sono due procedimenti separabili a taglio netto, né si può in alcuna scienza totalmente prescindere dall'una o dall'altra. Quando ciò avviene si hanno inevitabilmente deviazioni a carico dell'equilibrio del pensiero, e quindi della verità; l'a., fecondo strumento di invenzione e conoscenza concreta della natura, se esclusivamente coltivata, raffermerà nel positivismo la scienza; e la s., anch'essa mezzo poderoso di progresso e di arricchimento del pensiero, se staccata completamente dall'a., inaridirà nell'astrattismo e nell'apriorismo. E mentre universalmente il pensiero umanoprende le mosse dall'a., essendoci anzitutto noto attraverso i sensi il molteplice, il concreto, il particolare, sempre più o meno complesso, e bisognoso quindi per noi di una molteplice risoluzione mentale, tuttavia non raggiungerà, il pensiero, il suo naturale sviluppo e complemento che fecondando con una s. fatta di prudenza e di coraggio il materiale ricavato dall'a. Come nella costruzione, cosi nell'insegnamento della scienza: sebbene possa dirsi che in molte scienze, come metodo didattico, la s. presenta indubbi vantaggi, tuttavia dovrebbe in ogni caso essere temperata da un saggio impiego dell'a., più adatta alla formazione e allo sviluppo dello spirito inventivo scientifico.
A. e s., in derivazione del loro significato fondamentale, trovano ancora altre frequenti applicazioni di facile intuizione : si parla ad es. di a. grammaticale, di a. estetica, di a. filologica; di a. e s. storica; di lingue analitiche e lingue sintetiche. Si parla anche, per riferimento ai tipi mentali, e vi abbiamo sopra accennato, di ingegno analitico e ingegno sintetico, secondo il prevalere negli individui dello spirito concreto di osservazione, intuizione e discernimento, o invece dello spirito comprensivo, deduttivo e logico, atto al sapere generale e unitario.

Bibl.: Dell'a. e della s. si parla, più o meno estezamente, in ogni trattato di logica (v.); inoltre cf. J. M. C. Duhamel, Des méthodes dans les sciences de raisonnement. Parigi 1863: Barbié du Bocage, Analyse et synthèse, Parigi 1888; P. Galluppi, Sull'a. e la s., in Opencali filosofici, pubbl. da G. Gentile, VII, Firenze 1935.

Ugo Viglino
ANALITICA. - Termine derivato da analisi. In Aristotele Analitici (Primi e Secondi) sono detti i due libri di logica che trattano del sillogismo e della dimostrazione. In Kant a. è la scienza delle forme del conoscere, e a. trascendentale, secondo il senso dato da Kant al termine "trascendentale", è quella parte della logica che analizza la facoltà del conoscere per scoprirvi gli elementi e le forme a priori della conoscenza pura dell'intelletto (concetti e principi) senza di cui non è possibile pensare alcun oggetto.

Come sostantivo entrato nel linguaggio filosofico comune, per non parlare qui del suo largo impiego in matematica e geometria, si può dire che a. esprima il senso forte di analisi, quasi abbreviazione di scienza, ricerca a.: cioè studio metodico risolutivo di un fenomeno, di un problema, di una dottrina, ecc., nelle
sue cause, nei suoi elementi, nei suoi principi. E in questo senso che possiamo parlare, ad es., di a. del pensiero, a. dell'esperienza, a. del tomismo.

Bibl.: E. Kant, Critica della Ragion Pura, trad. ital., Bari 1944, p. 99 sgg.

Ugo Viglino
ANALOGIA. - Etimologicamente (dal greco ásá "sopra" e λ λ '́́s "discorso, ragione ") l'a. suggerisce l'idea di un rapporto tra due termini, quindi di proporzione e di somiglianza. Come tale essa è alla base di tutti i nostri ragionamenti, che si compongono di giudizi (confronti tra due idee), e appartiene perciò in modo particolare al dominio della filosofia, della teologia e del diritto.

1. L'A. nella filosofia e nella teologia. Filosoficamente l'a. è affinità di concetti e di termini (logica), fondata sul mutuo rapporto di vari modi di essere (metafisica). Secondo la migliore scolastica la nozione di ente, universalissima, non si attribuisce nello stesso modo a tutte le cose, perché ogni cosa differisce dall'altra per il contenuto, che è diversamente graduato in quanto è più o meno ricco di essere. Pertanto l'ente non si può attribuire a tutte le cose univocamente (secundum exundem rationem), ma solo analogicamente (secundum rationem similem). Si sogliono distinguere due forme principali di a.: una detta di attribuzione, l'altra di proporzionalità. L'a. di attribuzione consiste nell'attribuire a due o più soggetti una proprietà, che formalmente è in un soggetto di ordine superiore, con cui gli altri hanno una relazione. Ad es. la sanità è propriamente dell'animale, ma si attribuisce anche alla medicina e al colore, che sono causa o segno di sanità nell'animale. L'a. di proporzionalità esprime una proprietà che è in vari soggetti secondo differente proporzione; ad es. la visione si attribuisce all'occhio, all'intelletto umano, all'intelletto di Dio, ma evidentemente, nonostante la somiglianza, c'è differenza fra questi tre modi di vedere. Questa a. si può tradurre in forma matematica come la seguente:
occhio : corpo = intelletto : anima
Se una proprietà, che è formalmente in un soggetto, si attribuisce per un traslato ad un altro, l'a. sarà di proporzionalità impropria o metafisica; ad es., il riso, proprio dell'uomo, attribuito al prato.

Nelle sue varie forme l'a. rivela l'innata tendenza dell'intelletto umano ad unificare la molteplicità del mondo reale e del mondo logico, cogliendo negli esseri qualche nota comune.

Essa oscilla tra l'equivocità (uno stesso termine attribuito a due soggetti in due sensi del tutto diversi, come ad es. "scorpione", detto di un animale e di una costellazione) e l'univocità (uno stesso termine attribuito a più soggetti in senso assolutamente unico, come ad es. "uomo", detto di tutti gli individui della specie umana).

L'a. sta dunque nell'attribuire a due o più soggetti una qualità con significati né del tutto identici né del tutto diversi, ma simili secondo differente grado e modo. Gli analogati hanno pertanto una ragione formale comune, come la vita nella pianta, nell'animale, nello spirito umano, ma proporzionatamente diversa secondo il modo.

L'importanza dell'a. aumenta nelle questioni teologiche, specialmente nel problema fondamentale del valore della nostra cognizione intorno a Dio. Fin dal sec. Iv questo problema fu agitato nella controversia eunomiana (v. aezio) tra Eunomio, che riduceva gli attributi divini a parole vuote, inette ad esprimere comunque un Dio trascendente, e s. Basilio e s. Grego-

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rio Nisseno, i quali sostenevano che i concetti da noi formati intorno a Dio sono inadeguati ma non falsi né vuoti di senso.

La questione si riaccese più forte all'inizio della scolastica (sec. xi), quando il filosofo giudoo Mosè Maimonide (m. nel 1204), nel libro La guida dei dubbiosi, esaltando l'incomprensibilità e l'ineffabilità di Dio assumeva un atteggiamento nominalistico e agnostico in teologia; per lui ogni attributo divino indicava soltanto una qualità causata da Dio e messa nelle creature. Quindi: Dio è buono - Dio è causa di bontà; ma non sappiamo se la bontà sia in Dio.
S. Tommaso intuil tutta la gravità del problema e raccogliendo gli elementi sparsi qua e là nei secoli precedenti, aprì una via sicura di soluzione con uno studio approfondito dell'a. Egli parte dal concetto cristiano di creazione, per cui Dio è causa prima dell'universo. Tra causa ed effetto c'è naturalmente un nesso di somiglianza, che nelle creature ha carattere generico e specifico e quindi segue la linea dell'univocità, come ad es. tra padre e figlio. Ma siccome Dio trascende infinitamente tutto il creato coi suoi generi e le sue specie, tra lui e la creatura la somiglianza non può essere perfetta, univoca, ma approssimativa e cioè analogica. La perfezione infinita di Dio, unica e semplicissima, si riflette, sia pure pallidamente, e si rifrange in certo modo nella gamma indefinita degli esseri creati dalla sua onnipotenza. L'intelletto umano dalla considerazione delle creature si eleva legittimamente ad affermare non solo l'esistenza di Dio, ma anche alcunché della sua intima essenza, di cui le creature sono una lontana imitazione.

Per questa via si formano quei concetti che costituiscono gli attributi divini (bontà, sapienza, giustizia, ecc.) e che esprimono imperfettamente la natura di Dio, come gli esseri creati imperfettamente la rappresentano. Gli attributi dunque, pur essendo inadeguati, hanno il loro valore, perché significano qualità che si trovano veramente nelle creature e in Dio secondo proporzioni diverse (v. attributi divini).

Alla luce della dottrina tomistica l'a. della nostra cognizione intorno alle perfezioni divine si può ridurre a questi capisaldi:
I. C'è rapporto di somiglianza, fondato sulla causalità, tra il Creatore e le creature, in forza del quale noi possiamo conoscere in qualche modo Dio attraverso la natura creata.
2. La migliore espressione di questo rapporto è la proporzionalità non propriamente matematica e cioè quantitativa, come frac{8}{4}=frac{4}{2}, ma metafisica e cioè entitativa, come frac{mathrm{DIO}}{text { attributi }}=frac{text { creatura }}{text { proprietà }}.
3. L'attributo divino esprime una proprietà formalmente comune a Dio e alle creature, ma diversa per il modo di essere, perché mentre nella creatura la proprietà si distingue dall'essenza ed è perciò partecipata e limitata, in Dio ogni proprietà s'identifica con l'essenza e quindi vi sta in modo infinito.
4. Non tutte le proprietà delle creature possono attribuirsi a Dio, perché alcune, come ad es. l'estensione, ripugnano alla sua natura di Atto puro. Ci sono proprietà che nel loro concetto formale non includono imperfezioni, come la bontà : e queste si attribuiscono formalmente a Dio ma in un modo più alto che alle creature. Ci sono poi proprietà che includono imperfezioni, come la vita, la cognizione, e queste si attribuiscono a Dio soltanto se purificate da ogni ombra d'imperfezione.

Pertanto il linguaggio teologico, in base alle leggi dell'a., esprime l'essenza divina o per via di negazione, se rimuove da Dio qualche proprietà creata che suona imperfezione, o per via di affermazione, se attribuisce a Dio una proprietà positiva che si riscontra come perfezione nella creatura, o per via di eminenza, quando corregge l'affermazione distinguendo il modo di essere di una proprietà nelle creature del modo superiore, secondo cui quella stessa proprietà è in Dio. Si ha dunque questa gradazione:

Dio è incorporeo (si nega l'imperfezione della materialità);

Dio è sapiente (si afferma una proprietà come formalmente presente in Dio);

Dio non è sapiente (cioè allo stesso modo della creatura);

Dio è supersapiente (in modo infinitamente superiore alle creature).

Così la dottrina cristiana dell'a., eliminando l'agnosticismo e l'antropomorfismo, valorizza la cognizione umana intorno a Dio, ma ne segna anche i limiti di fronte alla divina trascendenza.

Bibl.: J. Ramirez, De analogia secundum doctrinam aristotelico-thamisticam, in La Círacia tomista, 24 (1921), pp. 20-40; 23 (1922), pp. 17-38; K. Tsches, Dic Analogia in univeras Gatterheunen etc., in Probleme der Gotteserkenntnis, Münster 1928; T. L. Penido, Le ville de l'a. en théologie dogmatique, Parigi 1931: J. Le Rehelles, Problème philosophique, Parigi 1932, pp. 97-142 e 143-62; Tommaso de Vie (Gaetano), De nominum a., a cura di N. Zammit, Roma 1934; F. Parente, Quid re valeat humana de Deo coemito, in Acta Pont. acad. Rom. s Thomae, nuova serie, 2 (1935), pp. 7-31; E. Laurent, Quelques réflexions sur l'analogie, ibid. 3 (1938), pp. 169184; B. de Solage, Dialogue sur l'analogie, Parigi 1946.

Pietto Parente
2. L'A. nel diritto. - Riferita al campo giuridico, l'a. altro non è se non uno strumento logico che serve a supplire alle insufficienze della legge; e si risolve in un procedimento per il quale, «in mancanza di una qualsiasi disposizione di legge intorno ad una controversia, l'interprete ricorre alle disposizioni che regolano casi simili al caso in controversia, e a questo le applica" (R. De Ruggiero, s. v. in Dizionario pratico del diritto privato, pp. 603-607 [v. lacune della legge]). Dispone al riguardo l'art. 12, cpv., delle disposizioni preliminari del Codice civile italiano: «Se una controversia non può essere decisa con una precisa disposizione di legge, si ha riguardo alle disposizioni che regolano casi simili o materie analoghe; se il caso rimane dubbio, si decide secondo i principi generali dell'ordinamento giuridico dello Stato». Ed il can. 20 del CIC: «Si certa de re desit expressum praescriptum legis sive generalis sive particularis, norma sumenda est, nisi agatur de poenis applicandis, a legibus latis in similibus; a generalibus iuris principiis cum aequitate canonica servatis; a stylo et praxi Curiae Romanae; a communi constantique sententia doctorum».

Affinché l'interprete possa ricorrere al procedimento analogico, è dunque necessario il concorso di tre condizioni : a) l'esistenza di una vera e propria lacuna legislativa, quanto dire che il caso controverso da decidere non sia stato preveduto né esplicitamente né implicitamente dal legislatore; b) la somiglianza del caso non disciplinato con quello disciplinato dalla legge; c) la mancanza di espressa volontà da parte del legislatore di colmare mediante l'a. la lacuna legislativa.

E da osservare che sull'esistenza della prima condizione si fonda la sostanziale differenza tra a. e interpre-

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tazione estensiva : mentre questa mira alla pura e semplice ricostruzione della volontà del legislatore, l'a. tende a colmare una vera e propria lacuna legislativa; ond'è che impropria appare l'espressione "interpretazione analogica", usata da alcuni. La distinzione tra interpretazione estensiva e a. fa capo altresì alla seconda condizione, in quanto se il caso non preveduto, anziché simile a quello preveduto, fosse ad esso uguale, gli si dovrebbe logicamente applicare, mediante appunto l'interpretazione estensiva, la norma particolare già contenuta nella legge, non già una diversa; laddove, se fosse del tutto diverso, l'interprete non dovrebbe far ricorso all'a., bensì ai principi generali di diritto o agli altri mezzi contemplati nel citato can. 20 del Codex.

A seconda che l'interprete, nel ricorrere all'a., faccia capo ad una determinata legge, cioè abbia riguardo alle disposizioni che regolano un determinato istituto o un determinato gruppo di istituti, o faccia capo a tutto il complesso del diritto positivo di un dato popolo, cioè si riferisca ai principi generali di una determinata legislazione, si ha analogia legis o analogia iuris. Distinzione, questa, tanto controversa, soprattutto per quel che riguarda i limiti delle due categorie, quanto irrilevante dal punto di vista pratico e teorico.

Non è applicabile il procedimento analogico nelle leggi penali, le quali anzi (cf. can. 19) debbono essere interpretate in modo restrittivo; nelle norme che non possono estendersi per loro intrinseca impossibilità, come le norme eccezionali (diritto singolare); nelle norme fiscali ed in quelle che restringono il libero esercizio dei diritti. In proposito, nel diritto canonico, si richiama il principio contenuto nella XXVIII regula iuris del Liber Sextus di Bonifacio VIII: "Quae a iure communi exorbitant nequaquam ad consequen- tion sunt trabenda». Così non è applicabile l'a. alle leggi penali (cann. 20 e 2219, § 3), alle leggi che stabiliscono irregularitates (can. 983), mentre è controverso se sia ammessa l'interpretazione analogica delle leggi che devono essere interpretate restrittivamente (cf. can. 19). Somma cautela giustamente si consiglia all'interprete nel ricorrere all'a. ove si tratti di norma che sono frutto dell'arbitrium legislatoris e non derivano dalla intima natura delle cose, come alcune norme di diritto processuale, ad es., quelle che stabiliscono termini o determinate formalità (De Ruggiero, op. cit.).

Bibl.: R. De Ruggiero, s. v. in Dizionario pratico del diritto privato, p. 176 sg.: B. Donati, Il problema delle lacune nell'ordinamento giuridico, Milano 1910: F. Genz, Mithade d'interpretation et sources en droit privé positif, 2^{°} ediz., Parigi 1919: B. Brugi, L'argomento di a. nella logica giuridica, in Rendiconti della R. Accad. Nuc. dei Linevi, Scienze morali, 6^{°} serie, 3 (1927), pp. 603-607; A. van Hove, De legibus ecclesiasticis, Malines - Roma 1930, p. 324 sgg.: M. Rotondi, L'a. della legge commerciale, in Riu. di dir. priv. 1 (1931), p. 7 sgg.: Alfr. Rocco, L'interpretazione delle leggi processuali, in Studi di diritto commerciale ed altri scritti giuridici. I, Roma 1933, pp. 71-148; G. Bellavista, L'interpretazione della legge penale, Roma 1936; G. Venzi, s. v. in Nuoto Digesto Ital., Torino 1937, pp. 431-39; N. Bobbio, L'a. nella logica del diritto, Torino 1938; Lefebvre, Les pouvoirs do juge en droit canonique, Parigi 1938; M. S. Giannini, L'interpretazione dell'atto amministrativo e la teoria generale dell'interpretazione, Milano 1939; G. Vassalli, Nullum crimen sine lege, in Giurisprudenza italiana, 91 (1939, parte iv), coll. 49-128; F. Carnalutti, Teoria generale del diritto, Roma 1940; M. S. Giannini, L'a. giuridica, in Jus, 2 (1941), p. 316 sgg.: 3 (1942), p. 41 sgg.

Pio Fedele
ANAMELECH (ebr. 'Anammelehh). - Divinità (con Adramslech, v.) degli abitanti di Sefarvaim trapiantati da Sargon in Samaria, i quali le offrivano fanciulli in olocausto (IV Reg. 17, 31). Probabilmente è la nota dea siro-cananea 'Anat, preminente nei testi di Elefantina e di Ras-Šamrah (v.), unita a Molok (v.)o Meleh. Altri vi
scorgono una divinità babilonese : o la dea Ananitu di Sippar (Sefarvaim ?) o il dio del cielo Anu (Anumalik).

Bibl.: E. Pannier, s. v. in DB, I, col. 236 sg. - Su 'Anat: A. Vincent, La religion des Tadeo-Aroméens d'Elephantine, Parigi 1937, pp. 624-31; H L. Ginsberg, Ba'al und 'Anat, in Orientalia, 7 (1938), pp. 1-11; J. Aiefelmer, Die Anat-Texte aus RatsSchamra, in Zeitschr. für alttest. Wiss., 16 (1939), pp. 193-211. Francesco Spadafora

ANAMNĖSI ( dot{α} v dot{α} μ v ε σ ι ς ). - Ricordo, commemorazione, è quella parte del Canone della Messa che segue immediatamente la Consacrazione e che rievoca i misteri principali della vita di Cristo. Dipende quindi strettamente dalla Consacrazione ed è ad essa collegata. Il ricordo dei misteri, l'offerta al Padre, la domanda di accettare il sacrificio, gli effetti del sacrificio stesso e della comunione ne formano la sostanza, mentre la rievocazione del sacrificio di Abele, Abramo e Melchisedech dà vita alle antiche figure e costituisce la caratteristica della a. In altre liturgie essa si chiama Post pridie, post mysteria, post secreta, mentre s. Isidoro la dice Confirmatio Sacramenti. A volte è detta anche Collatio ad panis fractionem, perché ad essa seguiva la feazione del pane. Il Liber Ordinum mozarabico ha molte forme di a., mentre il Gelasiano ed il Gregoriano ne hanno una sola: Unde et memores nos servi tui... che è quella della liturgia latina e che il Li ber Pontificalis (ed. L. Duchesne, I, Parigi 1886, p. 127) attribuisce senza fondamento al papa Alessandro I. Identica in tutte le a. è la sostanza, anche se la forma in alcune è più prolissa. Sempre però essa è piena di unzione nel ricordo dei momenti più salienti della vita del Redentore. La loro varietà si spiega dal fatto che l'a. mutava secondo i giorni e le feste, costituendo una ricca collezione di testi di grande importanza teologica, specialmente in Oriente.

L'a. fa parte della liturgia primitiva e del canone apostolico. Per convincersene basta richiamarsi a s. Giustino: "De pane illo praedici quem nobis Christus noster facer praecepit in memoriam corporis a se assumpti et de calice quem in memoriem sanguinis sui cum gratiarum actione fieri praecepit " Dial. cum Tryph., 70) e a s. Cipriano «Resurrectionem Domini mane celebramus... passionis eius mentionem in sacrificiis omnibus facimus, " (Epist. LXIII, 16-17: PL, 4. 387).

Questi testi sono argomento dell'antichità dell'a. Dal punto di vista liturgico l'a. è pertanto di fondamentale importanza, ed una analisi accurata dei testi fa vedere la raccomandazione di Cristo ai discepoli di rinnovare il mistero della cena, la fede nella presenza reale del corpo e del sangue nel pane e nel vino consacrato, e che il mistero della transustanziazione è completo con le parole della Consacrazione. Abbiamo inoltre nell'a. la dimostrazione che il Canone ha un procedimento storico col racconto della cena, la consacrazione del pane e del vino, il ricordo della passione, della morte, della discesa agli inferi, della resurrezione e della ascensione di Cristo. Tutto ciò costituisce indubbiamente il nucleo primitivo della Messa, ridotta ai suoi elementi essenziali (v. canone; EPICLESI; MESSA).

BibL.: J. B. Watterich, Der Konservativamament im heiligen Abendmahl u. seine Geschichte, Heidelberg 1896; J. Probst, Die abendländische Mense vom fünften bis achten fahrh., Münster 1896; F. Cabrol, s. v. in DAOL, I, coll. 1879-96. Silverio Mattei

ANAN ben DAVID v. cabalfi.
ANANIA (gr. 'Avavixc, dall'ebr. Hânanjāh « Jahweh ha usato misericordia 1). - Vari personaggi del Vecchio e del Nuovo Testamento.
I. Vecchio Testamento. - 1) Padre fittizio dell'angelo Raffaele (v.), che lo chiama "il grande", dandosi

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Anania - Scena di A. e Saffira nel pannello posteriore della Lipsanoteca (sec. iv) - Brescia, Museo Civico.
il nome di Azaria. Nel testo greco, 'l'obia soggiunge : "Ho conosciuto A. e Jonatas, figli del grande Semei, quando andavano insieme ad adorare a Gerusalemme" (Tob. 5, 18 sg .).
2) Falso profeta (Volgata: Hananias) di Gabaon, avversario di Geremia che ne svelò la illusoria predizione del collasso babilonese; m. due mesi dopo, nel mese 7^{°} dell'anno 4^{°} ( 594 a. C.) di Sedecia (Jer. 28).
3) Uno dei tre giovani della tribù di Giuda e di stirpe regale, deportati con Daniele in Babilonia. Alla corte di Nabucodonosor gli fu cambiato il nome in Sidrach (ebr. Sadînahh). Rifiutatosi con Azaria (v.) e Misael di adorare la statua dal re eretta a Dura, fu con essi gettato in una fornace accesa. Dopo preghiere e inni mirabili al Creatore, i tre ne uscirono illesi. Nabucodonosor, ammirando il prodigio, li confermò nel governo della provincia di Babilonia (Dan. 1, 6-20; 3, 1-97). Mattatia, morendo, ne ricorderà l'eroica osservanza della legge divina (I Mach. 2, 59).
4) Levita, primogenito del Corita Sellum; era confezionatore dei profumi sacri (I Par. 9, 31). Un suo discendente di egual nome, reduce dall'esilio babilonese, curò la restaurazione di una parte delle mura di Gerusalemme (Neh. 3, 8. 23).
5) Capo della birâh (cittadella) di Gerusalemme (Neh. 7, 2; Volgata: Hananias), di singolari virtù, che con Hanani fratello di Neemia fu da questi preposto alla custodia della città. Pochi decenni dopo, un Hânanjâh, forse alto funzionario della corte persiana, comunica al sacerdote Jedonjāh che Dario II ha prescritto la festa degli azimi a Elefantina (papiro di Elef. 21, ed. Cowley), e vi giunge lo stesso anno 419 a. C.
II. Nuovo Testamento. - 1) Cristiano della prima comunità di Gerusalemme, marito di Saffira, con la quale fu da s. Pietro condannato e fulminato, in terribile esempio, per aver ingannato l'Apostolo, frodando i "fratelli». Con sua moglie, A. defraudava la Chiesa, poiché riteneva per sé una parte del ricavato dalla vendita di un campo, asserendo invece ("sedotto da Satana e mentendo allo Spirito Santo") che lo consegnava tutto (Act. 5, 1-11). Sulle rappresentazioni di A. e Saffira nell'arte cristiana, v. sotto.
6) Cristiano di Damasco, giudeo di nascita, da tutti stimato; in seguito ad una visione andò a trovar Saulo in casa di Giuda, nella "Strada diritta", gli ridonò la vista imponendogli le mani, e lo battezzò annunziandogli la missione apostolica cui era eletto da Dio (Act. 9, 10-18; 22, 12-16).

Secondo E. P. Le Camus (L'cuvre des Apôtres, I, Parigi 1891, p. 342), sarebbe identico al propagandista giudeo (cristiano, secondo Orosio, VII, 6) che converti Izate, figlio di Monobaxis re di Adiabene (Flavio Giuseppe, Antiq. Iud., XX, 2, 4). Secondo le Constit. Apostolorum, VIII, 46, 17 (ed. F. X. Funk, I, Tubinga 1905, p. 563) era laicn; Ecumenio (In Act. 9, 10: PG 118, 170) lo dice diaconu; s. Agostino lo ritiene sacerdote. Una tradizione bizantina lo annovera fra i 72 discepoli e lo ritiene primo vescovo di Damasco e martire (Simcone Metafraste: PG 114, 1101-10).

Una cappella sotterranea (al livello romano di Damasco) vicino alla Porta d'Oriente (Bâb el-šâqî) tenuta dai Francescani dal 1820 (distrutta nel massacro del 1860