cn; Ecumenio (In Act. 9, 10: PG 118, 170) lo dice diaconu; s. Agostino lo ritiene sacerdote. Una tradizione bizantina lo annovera fra i 72 discepoli e lo ritiene primo vescovo di Damasco e martire (Simcone Metafraste: PG 114, 1101-10).
Una cappella sotterranea (al livello romano di Damasco) vicino alla Porta d'Oriente (Bâb el-šâqî) tenuta dai Francescani dal 1820 (distrutta nel massacro del 1860 , ricostruita nel 1867 ), è da secoli venerata da cristiani e da musulmani come abitazione di s. A.; era parte di una scomparsa basilica bizantina, le cui fondarnenta affiorano, E. de Lorey esplorò ( 1920 sgg.) la "casa d'A." I Greci celebrano la sua festa il r ott., i Latini il 25 genn. (Acta SS. Ianuarii, III, Parigi 1863, p. 227 sg.).
3) Sommo sacerdote ebreo, figlio di Nebedeo, successore di Giuseppe figlio di Camit; nominato da Erode di Calcide nel 47, restò in carica fino al 59. Apparteneva alla famiglia di Anna (v.) o Hanan, ed era noto per le sue ricchezze e per la sua ghiotonevia. Nel 52 fu mandato a Roma dal legato di Siria Quadrato per rendere conto a Claudio del suo operato nelle lotte tra i Samaritani, sostenuti dal procuratore di Giudea Cumano e dal suo tribuno Celere, e i Giudei. Per i buoni uffici di Agrippa II e di Agrippina, ritornò assolto con il trionfo dei Giudei. Presiedeva il sinedrio riunito, dopo l'arresto di s. Paolo, per accusarlo, e lo fece percuotere sul viso appena l'Apostolo iniziò la sua difesa; Paolo lo maledisse e lo chiamò "muro imbiancato"; ma, al richiamo dei presenti, aggiunse che ignorava che quegli fosse il pontefice. Si recò poco dopo coi sacerdoti e altri giudei per accusare Paolo dinanzi al procuratore Felice (Act. 23, 2-6; 24, 1-9).
Anche dopo deposto, per le sue ricchezze e per il favore dei procuratori romani, Albino e Gessio Floro (62-66), esercitò grande influsso in Gerusalemme, benché malfamato per la sua cupidigia. Fu assassinato nel 66, come amico dei Romani, dai sicari capitanati da suo figlio Eleazaro, all'inizio della rivolta giudaica (Flavio Giuseppe, Antiq. Iud., XX, 5, 2; 6, 2; 9, 2; Bell. Iud., II, 12, 6; 17, 6. 9).
4) Un altro sommo sacerdote A., figlio di Masbal,
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Anania - Morte di A. Arazzo di Leone X per la Cappella Sistina, su cartone di Raffaello - Pinacoteca Vaticana.
fu ucciso per ordine del capo zelota Simone, con Aristea di Emmaus e altri 15 notabili giudei, nell'ultimo assedio di Gerusalemme nel 70 (Fl. Giuseppe, Bell. Ind., V, 13, 1).
5) A. figlio di Sadoc, fu tra i primi solallatori della rivolta giudaica del 66. Fu mandato dal capo dei rivoltosi Eleazaro al capo della guarnigione romana Metilio, cui promise la vita salva se fosse uscito con le sue truppe da Gerusalemme; i soldati però furono trucidati e Metilio circonciso. Eleazaro lo mandò anche come suo legato agli Idumei per chieder aiuto contro Anano II (v. anna it) che accusava di voler consegnare la città ai Romani (Flavio Giuseppe, Bell. Ind., II, 17, 10; IV, 4, 1).
11I. A. e Saffira nell'archeologia cristiana. Il passo di Act. 5, i-10 è documentato dalla scultura cristiana soltanto negli ultimi decenni del sec. iv. Lo si è potuto identificare in un frammento di un sarcofago d'Avignone e probabilmente sopra un altro del cimitero di S. Callisto, per mezzo della scena ben conservata sul pannello posteriore della lipsanoteca di Brescia. Ivi, le due fasi dell'avvenimento furono riunite in un solo quadro: a sinistra siede s. Pietro che interroga Saffira; fra loro, per terra, il sacco col denaro; a destra, dei giovani asportano il cadavere di A. E verosimile che il motivo abbia carattere dossologico.
Biol.: Wilpert, Sarcofagi. I, p. 163; J. Kollwitz, Die Lipsanothek von Brescia, in Studien zur spätantiken Kunstgeschichte, Berlino 1933. p. 29, tav. 2.
Luciano De Bruyne
ANANIENSIS (Anauniensis), Giovenale Ruffini di Nonsberg: v. giovenale di val. di non.
-ANÁniSo (Enaniesu, 'Enănišo). - Monaco nestorianó, studiò con suo fratello Iesuyab nella scuola di Nisibi, ove entrambi ebbero come amico e condisce-
polo l'omonimo Iesuyab, che era come loro di Adiabene e fu poi patriarca dei nestoriani. I due fratelli abbracciarono lo stato monastico ed entrarono nel monastero del Monte Ixla, ma poi 'A. visitò i luoghi santi e di là si recò nel deserto di Nitria, ove studiò le gesta degli anacoreti. Ritornato in patria, si trasferì con il fratello al monastero di Beth 'Abe. 'A., dice Tommaso di Marga, "superò per intelligenza ed erudizione quanti lo precedettero e quanti vennero dopo di lui». Perciò Iesuyab, prima metropolita di Arbela e poi patriarca ( 647-58 ), si valse dell'opera di 'A. nella compilazione delle ore canoniche. Tra le altre sue opere ci è noto il Liber canonum de aequilitteris, pubblicato da Hoffmann (Opuscula Nestoriana, Kiel 1880, pp. 2-49).
'A. è famoso per aver fatto una buona redazione della Historia Lausiana di Palladio in siríaco, su domanda del patriarca Giorgio ( 638-80 ). Questo libro, diffuso presso i nestoriani, fu edito da Bedjan (Acta mart. et sanct., VII, Lipsia 1897) in quattro parti, di cui quella inserita tra la seconda e la terza viene attribuita a s. Girolamo, benché ormai si ammetta che è opera di Timoteo alessandrino, tradotta in latino da Rufino. Un'altra edizione ne fece W. Budge, con una versione inglese (The Book of Paradise, Londra 1904).
Biol.: Tommaso di Marga, ed. W. Budge, The Book of Governors, Londra 1803, II, cap. 2, pp. 14-15; J. S. Assemani, BSc. Orient., III, Roma 1724, p. 144; A. Baumstark, Gesch. der syr. Liturgie, Bonn 1922, pp. 201-202. Pietro Sfair
ANANO: v. anna i e it.
ANARCHIA. - Etimologicamente significa « mancanza di governo" e quindi, per estensione, "disordine, confusione".
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Questo concetto etimologico non spiega però le varie forme di a. professata da filosofi e pseudo-filosofi e da politici e pseudo-politici, ma serve soprattutto a cogliere l'aspetto sconvolgitore della ideologia che è alla base dell'a.
Storicamente l'a. si identifíó dapprima nelle utopie comunistiche che è facile riscontrare come manifestazioni singolari anche nella storia dei paesi di civiltà più antica. Si rintracciano altresi seguaci di sètte comunistiche e si notano con abbondanza spunti essenzialmente anarchici in celebri filosofi, come lo stesso Platone. Per questo Aristofane satireggiava contro di essi e faceva dire a qualche personaggio delle sue commedie che "tutti avranno diritto a tutto" frase che si avvicina molto a quella che divenne poi familiare fra gli anarchici : "La proprietà è un furto" con la quale si voleva sostenere che l'abolizione della proprietà avrebbe abolito ogni privilegio.
Nel medioevo le utopie e gli spunti anarchici sono anche molto frequenti.
Ma è nei secc. xvili e xix che abbiamo una caratteristica fioritura di dottrine parzialmente o totalmente anarchiche, ed esse ci consentono di ricostruire il contenuto dell'a.; Rousseau comincia a sferrare i suoi attacchi alla proprietà perché sa che essa è la base più sicura della società e finisce col proporre nel Contratto sociale l'alienazione dei diritti dell'individuo a favore della collettività. Queste utopie economiche sono quelle che poi si svilupperanno nella Rivoluzione francese trovando in Babeuf l'uomo che volle realizzarle con clamorosi manifesti insurrezionali.
Un più forte teorico dell'a. appare certamente lo scrittore francese P. J. Proudhon (m. nel 1865). Egli ritiene che l'a. possa diventare un grandissimo bene giacché, con 'a scomparsa di ogni autorità, trasformerebbe la società in una massa di uomini associati nei loro sforzi per superare i diversi ostacoli della vita. Nel campo economico, come gli altri anarchici, chiede l'abolizione di ogni diritto di proprietà. Ma è il tedesco Stirner (m. nel 1846) che si spinge ad una forma estrema e completa di a. facendo appello ad un individualismo possessore di ogni bene ("La mia potenza è la mia proprietà ") nel quale si illude di annullare ogni necessità sociale.
Tra i russi Bakunin (m. nel 1876) e il principe Kropotkin (m. nel 1921), si possono considerare attivi teorici e propagandisti di a. : "contro Dio, contro la patria, contro il governo, contro i borghesi ", questa la loro teoria e la loro pratica. Gli italiani non hanno autorevoli esponenti del movimento anarchico.
Attraverso il pensiero degli scrittori citati il programma teorico dell'a. si può perciò facilmente definire come un tentativo clamoroso di eliminazione dell'autorità sotto i tre aspetti politico, sociale e religioso. Nello scioglimento del governo nell'organismo naturale, nel contratto sostituito alla sovranità e al potere giudiziario, nel lavoro non più organizzato da una forza estranea ma che si organizza da se stesso, nei cittadini che contrattano liberamente non col governo ma tra di loro, si realizzerebbe la pienezza dell'anarchismo, manifestazione di una libertà che raggiungerebbe in tal guisa la sua pienezza. Gli intenti economici otterrebbero anch'essi una piena soddisfazione, in quanto gli uomini in una società senza alcuna forma determinata dalle leggi e dalla proprietà si troverebbero naturalmente felici.
E proprio quindi della dottrina anarchica la negazione completa del principio di autorità e di gerarchia, il quale viene sostituito da una forma di libertà, i cui limiti non sono comprensibili e portano all'annullamento della società. Appare manifesto come una concezione sociale di tal genere è del tutto utopistica ed in netta antitesi con ogni religione, soprattutto con il cattolicesimo in cui si concepisce Iddio quale una realtà spirituale, trascendente, infinita ed eterna e, da cui l'uomo procede per creazione e a cui è ordinato come
ad ultimo fine; mentre nel terreno della concretezza, eliminato ogni principio religioso ed abolito lo Stato e qualsiasi autorità sociale, non si comprende quale elemento sostitutivo possano introdurre le dottrine anarchiche per mantenere in piedi la compagine sociale. V'è tutto un aspetto distruttore dell'a., cui non si contrappone nella reale sostanza alcun elemento costruttivo di forme possibili di convivenza.
Anche dal punto di vista strettamente economico manca una dottrina costruttiva da sostituirsi alle violente distruzioni della proprietà e al livellamento generale richiesto. Ché anzi l'affermazione di un estremo individualismo pone in se stessa una istanza di disuguaglianza anche economica negli individui ed avvicina perciò ad una forma di liberismo economico.
Infatti la inconsistenza dell'aspetto economico dell'a. fece man mano distinguere gli anarchici dai sostenitori delle dottrine socialiste e comuniste con cui poterono per certo tempo facilmente mescolarsi in base alle istanze rivoluzionarie di abolizione di ogni proprietà e di ogni privilegio.
Queste ultime dottrine cbbero invece un progamma concreto da opporre, nello sviluppo della industrializzazione e del capitalismo, in difesa delle classi operaie.
Volendo indicare il periodo di tempo in cui si è verificato un intenso sviluppo dell'anarchismo si può essere concordi nel riferirlo alla seconda metà del secolo scorso. Aggiungeremo che la propaganda anarchica portò come effetto in molti casi l'assassinio politico e il regicidio. All'inizio del nostro secolo l'anarchismo cominciò ad attenuarsi ed oggi il fenomeno è molto limitato e forse soltanto sporadico. Ciò è indubbiamente dovuto, oltre che all'assurdità della teoria, al fatto che i rivoluzionarismi sono ormai in saldo possesso dei partiti extremisti che hanno vita nei vari paesi.
Dal punto di vista sociale lo Stato ha sentito il bisogno di proteggersi contro i reati che potevano essere espressione di una volontà anarchica. Così in Italia sul finire del secolo scorso si pubblicarono varie leggi che colpivano l'apologia di reato, l'istigazione a delinquere, i reati commessi con materie esplodenti, ecc.: forme di ipotesi delittuose che sono oggi tuttora previste anche in altri paesi dal codice penale.
Bibl.: M. Stirner, Der Einzige und sein Eigentum, Lipsia 1842; M. Bakunin, Oeuvres, Parigi 1892-1913; P. Kropotkine, L'anarchie, sa philosophie, son idéal, Parigi 1904; E. Zuccoli, l'a., Torino 1907; A. Lorulot, Les theories anarchistes, Parigí 1913; G. Sarno, L'a., Bari 1948.
Salvatore Zingale
ANARGIRL - Vengono così chiamati dalla Chiesa greca i santi che, secondo gli scritti agiografici, esercitarono la medicina senza retribuzione (onde "anargiri", senza danaro). Nel rito bizantino della preparazione delle oblate si fa memoria dei "santi e taumaturghi a. Cosma e Damiano, Ciro e Giovanni, Panteleemone e Ermolao e di tutti i santi a. "; ma in pratica il titolo è riservato ai ss. Cosma e Damiano i quali sono gli a. per antonomasia (v. cosma e damiano).
Bibl.: A. Pazzini, I santi nella storia della medicina, Roma 1937. p. 165.
Raimondo Loenertz
ANASSAGORA. - Filosofo greco, n. a Clazomene ca. il 499 a. C. Visse in Atene 30 anni e godette dell'amicizia di Pericle. Nel 432 fu dagli avversari di questi accusato d'empietà per avere insegnato che il sole era una pietra incandescente. Condannato a una multa, si ritirò a Lampsaco, dove m. nel 428. Espose le sue dottrine in un'opera in prosa, di cui abbiamo 24 frammenti.
A. ebbe comune con Empedocle e Leucippo il problema di conciliare il divenire con l'immutabilità dell'essere proclamata da Parmenide (B 17). Come Empedocle,
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lo risolvette affermando la molteplicità quantitativa e qualitativa dell'essere e spiegando il nascere e il perire per unione e separazione di parti. La molteplicità fece però infinita, elevando al grado di sostanza originaria tutto ciò che, diviso, permane qualitativamente il medesimo. Tali sostanze chiamó "semi": i posteriori, di su un aggettivo proprio della terminologia di Aristotele, le dissero "omsomeris" (prima attestazione in Lucrezia, I, 830). Infinitamente divisibili ( B; 3), esse sono tutte commiste e presenti in tutto ( B; 11-12), ma ciascuna avendo le proprietà dell'essere parmenidas, sono per se stesse immobili. Indi la necessità, comune anche ad Empedocle, di fare esterna la causa mutrice, fino allora concepita come insita nella materia. Empedocle era ricorso a due forze mitiche, l'Amore e l'Odio, A. fece principio del moto la Mente (Nós), da lui intesa come una sostanza "sottilissima", che unica rimane immune da ogni mescolanza ed ha in proprio, oltre il moto, la conoscenza (B 12). Dispersa, nel periodo precosmico, qua e là per l'infinita e commista massa del "semi" (B 11), la Mente si localizza, una volta costituiti i mondi, negli esseri che han vita ( varrho varrho χ dot{ζ} ) : pian te, animali, uomo (B 12; A 100-102), ma è solo nell'uomo ch'essa giunge al pieno sviluppo delle sue potenze, attraverso un processo di graduale elevamento (teoria del progresso), che, accumulando nella memoria l'esperienza, porta alla sapienza e, con l'uso degli organi di cui egli è dotato (A 102), alle arti (B 21b). Come quella, pertanto, la cui conoscenza presuppone insieme con la forma l'ordine delle cose e non lo crea (principio comune a tutto il pensiero greco), e, a differenza del "divino" ( τ δ 8vîvv) della filosofia precedente, che «in sé comprende» ( τ ε ε ρ ι ε χ ° ) il tutto e "lo governa", secondo una legge di necessità, che è insieme provvidenza e "fato" ( ι λ ρ α χ μ ε ν η : cf. Diels, Vorsokratiker, Ind.), è una sostanza tra le altre e ne è "compresa", non le comprende (B 14), la Mente non può, come principio cosmogonico, esercitare altra azione che accidentale e meccanica. Di fatto essa si limita a dare, una volta tanto e "in un punto indeterminato", inizio al moto rotatorio, che, accolto dalle sostanze viciniori e da esse propagata alle altre, provoca, a seconda delle qualità di ciascuna, le sceverazioni e i raggruppamenti, da cui meccanicamente si costituirono e continuano a costituirsi i mondi (B 12; 4). In perfetta coerenza con tutto questo e con piena cognizione di causa, A. negò l'heimarmene (A 66), il che, dato il valore tecnico che la parola aveva nell'uso dei teologi e dei filosofi del vi sec., equivaleva a rigettare di proposito la provvidenza e con essa la Divinità. Fu, con quella di Leucippo, la prima spiegazione atea dell'universo, e fece scandalo. La teoria del progresso, che, sviluppata da Democrito, passò poi ad Epicuro, è da Sofocle (Antigone, 332 sgg.) e da Euripide (Supplices, 195 sgg.), che primi l'espongono, considerata ompia, né diversamente giudica Platone (Leges, 889 d). Così Euripide fu condannare da un suo personaggio «l'empia lingua» di chi «insegna a considerare dio la propria anima" (Ir. 913; cf. 1018). La reazione filosofica si ebbe in Diogene d'Apollonia, che, ritornando oltre Parmenide all'ilozoismo dei primi fisici, diede all'aria di Anassimene per attributo il "pensiero", proclamandola Dio che tutto abbraccia e tutto governa.
L'influenza di A. sulla cultura attica del sec. v fu enorme. Spettava a Socrate, con la scoperta dell'universale, di porre le basi che permisero a Platone e ad Aristotele di ritrovare la natura dell'anima e di Dio.
BibL.: H. Diels, Vorsokratiker, II, 2* ed.(Kranz). Berlino 1932. p. 3 sgg.; F. Haberweg-K. Prächter, Die Philosophie des Altertums, 12* ed., Berlino 1926, p. 98 sgg., 49*. Carlo Diano
ANASTASI. - Dal greco 'Avázcæaıs, cioè resurrezione. Nella peregrinatio Aetheriae (Itinera Hierosolymitana, in CSEL, 39, pp. 71, 73, 75, 99), scritta intorno all'a. 385 , viene già più volte impiegata tale denominazione per indicare il luogo del sepolcro di Nostro Signore e quindi della resurrezione, contenuto nella basilica ivi eretta da Costantino in Gerusalemme (v.). Il Wilpert ha impropriamente definito a. la scena più volte scolpita in sarcofagi cristiani di
Roma, di Milano, di Palermo e delle Gallic, rappresentante la croce sormontata dal monogramma di Cristo, racchiuso in una corona trionfale d'alloro e sostenuta spesso da un'aquila in volo, con due soldati ai piedi della croce; talvolta si trova una colomba su ciascuno dei due bracci laterali della croce (Wilpert, Sarcofagi, p. 226). Ma tale denominazione di a. non è esatta, poiché la scena ha un significato molto più complesso ed esige un'interpretazione molto più estesa : è il trionfo della Croce, è la vittoria di Cristo sulla morte, è la crux iocicta. Invece l'arte cristiana antica occidentale non ha mai espresso l'a. realisticamente come l'ha raffigurata l'arte orientale, che l'ha unita con la discesa al limbo. Se ne hanno esempi nel massico di Dafne, in S. Lucia in Focide, nella cappella di S. Barnaba a Soghauli, ed in un'altra a QaranlikKilissé (Cappadocia); in Italia in S. Marco a Venezia e nel duomo di Torcello.
BibL.: O. Dahme, Byzantin Art, Londra 1908; Ch. Diehl, L'Art Bizantin, Parigi 1922. Enrico Josi
ANASTASIA, santa, martire. - Si tratta di una martire, venerata il 25 dic., che ebbe il suo centro di venerazione a Sirmio. Peraltro la tarda Passio latina, che è l'originaria, immagina che A. rimasta vedova partisse da Roma per seguire Crisogono imprigionato per ordine di Diocleziano. Vartirizzato Crisogono, seguono parecchi altri eventi di carattere assolutamente romanzesco. Vi è compreso anche il martirio delle sante Agape, Chione ed Irene, del prete Zoilo e di altri (Teodota e i tre figli). Di sicuro sappiamo che il patriarca di Costantinopoli Gennadio (458-71) fece venire da Sirmio il corpo di A., e lo depose nel santuario da lui dedicato dot{ε} ν тós Δ α μ ν i v ω dot{ε} μ β dot{α} λ ° ι ς (Teodoro Lettore, II, 65 : PG 86, 216; Synax. Constantinop., p. 336). Per i Greci la santa aveva l'epiteto di α α χ μ α varkappa λ λ i τ ι α forse in relazione ai miracoli contro gli avvelenamenti. Ma i leggendisti aggiunsero anche un'A. detta "la Romana" o "la Vergine", complicando così il già difficile problema agiografico.
Nella basilica romana di S. A. l'applicazione del culto della martire di Sirmio non è che il frutto di una posteriore associazione al nome della fundatrice del titolo. Questa basilica, posta ai piedi del Palatino, ebbe delle donazioni da papa Damaso (366-84; cf. De Rossi, Inoc (pt., II, Roma 1861, p. 150) ed è quindi anteriore al culto di A.; è solo nel sec. vi che si parla del titulus sanctae Anastasiae. Respinta l'ipotesi del Grisar, che pensò ad un parallelo del santuario gerosulimitano dell'Anastasis, resta l'identificazione della fondatrice proposta molto acutamente dal Whitehead in un personaggio della famiglia costantiniana.
La Basilica sorse in mezzo ad imponenti strutture imperiali tra il Palatino e il Circo Massimo. Fra costruzioni classiche e cristiane vi si annoverano ben nove periodi. Forse la Basilica aveva in origine (secondo il Krautheimer) una sola navata e pare fosse a tipo cruciforme. Poi si mutò in una maestosa basilica a tre navate. - Vedi Tav. XCIV.
BibL.: Martyr. Hieronymianum, p. 9: Martyr. Romanum, p. 6o1. - L. Duchesne, in Mélanges d'archéologie et d'histoire, 7 (1887), pp. 387-413; H. Grisar, Analecta Romana, Roma 1899, p. 292; Ph. B. Whitehead, in American Journal of Archaeology, 1917, p. 402 sgg.; H. Deichaye, Etude sur le legendier romain, Bruxelles 1938, pp. 131-66; R. Krauthcimes, Corpus basilicarum christianarum Romae, I, fasc. 1, Città del Vaticano 1937, p. 43 sgg.; M. Armellini, Le chiese di Roma dal sec. IV al XIX, ed. C. Cecchelli, Roma 1942, pp. 631, 1236; F. W. Deichmann, Zu S. A. in Rom, in Römische Mitteilungen, 58 (1943), pp. 131123.
Carlo Cecchelli
ANASTASIO l'Apocrisario. - Apocrisario della Chiesa romana a Costantinopoli, da non confondersi con un altro monaco Anastasio che gli fu compagno di
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martirio e che mori il 24 luglio 662. Discepolo di s. Massimo il Confessore, A. fu arrestato per ordine di Costante II, esiliato dapprima a Trebisonda ( 647-48 ), indi a Mesentoria, ricondotta infine a Costantinopoli nel 662 dove, condannato da un conciliabolo, ebbe strappata la lingua e recisa la mano destra. Inviato a Thusum, ai piedi del Caucaso, vi mori martire l'11 ott. 666 .
Si ha di lui una relazione del processo intentato a s. Massimo a Costantinopoli nel 654 (PG 90, 109-30), un'altra relazione dell'interrogatorio subito dallo stesso santo a Bizya nel 656 (ibid., 135-70), una lettera a Tcndosio di Grange, nella quale narra le persecuzioni e le sofferenze subite da lui e da due suoi compagni, il monaco Anastasio e s. Massimo (ibid., 173-94). La lettera, che si chiude con un florilegio patristico contro il monotelismo, ci è pervenuta solo in una traduzione latina. Con molta verosimiglianza alcuni critici, tra i quali J. Stiglmayr [Byz. Sietzche., 18[1909], pp. 14-40) attribuiscono al nostro apocrisario la compilazione patristica che ha per titolo: Doctrina Patrum de incarnatione Verbi, pubblicata da F. Dickamp (Münster in V. 1907), vera panoplia contro le eresie cristologiche. Altri però fanno il nome di Anastasio il Sinaita: cosi D. Serruys, in Mclanges d'Archrologie et d'Histoire, 22 (1902), p. 155 sgg. e lo stesso Dickamp.
BibL.: O. Bardenhewer, Geschichte der althireblichen Literatur, Friburgo in Br. 1932, pp. 35-36; R. Devreesse, Le texte grec de l'hypomanticum de Théodore Spandic. Le supplice, l'cail et la mort des victimes illustres de monothélisme, in Analecta Boliandiana, 53 (1935), pp. 49-80; B. Altaner, Patrologia, Torino 1944, p. 387, n. 512. Marino Jagie
ANASTASIO BiblioteCario. - N. probabilmente a Roma verso l'817, ricevette nei monasteri urbani una solida formazione culturale latina e greca. Creato prete cardinale di S. Marcello da Leone IV verso l'847, fu dal medesimo scomunicato e colpito d'anatema in un sinodo tenuto a Roma il 19 giugno 853 per aver abbandonato il suo posto e rifiutato di tornarvi ad onta di reiterati richiami. Ambizioso, di coscienza molto elastica, militava nel partito imperiale con la speranza di salire al soglio pontificio. Nell'855, appena eletto Benedetto III, tornò a Roma con un forte esercito ma il suo tentativo di occupare il Laterano non riusci. Sconfitto, ricevette il perdono del Papa che lo ridusse allo stato laicale. Salito al trono papale Niccolò I nell'858, A. ritornò in grazia e divenne il consigliere del Papa, posizione che mantenne anche nei susseguenti pontificati di Adriano II e Giovanni VIII, divenendo una delle figure più importanti del tempo. Prese parte rilevante nelle controversie con Fozio, che aprirono lo scisma della Chiesa orientale. Assistette all'ultima sessione dell' VIII Concilio ecumenico a Costantinopoli (869-70), di cui riportò a Roma copia degli Atti che, dietro invito di Adriano II, tradusse in latino (871) e che è la sola conservata. Più tardi (873) per ordine di Giovanni VIII, tradusse in latino anche gli Atti del VII Concilio ecumenico, tenuto a Nicea (787). Dopo l'877 il nome di A. non compare più nei documenti, e ignoriamo l'anno della sua morte.
Quasi tutte le opere di A. sono traduzioni latine dal greco. Tra queste riguardano particolarmente la storia ecclesiastica: Versiones gestorum synodorum VII et VIII (PI. 129, 205-542. 27-196); Collectanea, cioè traduzioni riguardanti la questione del monoteletismo e di papa Onorio I (ibid., 557-690); Acta s. Martini papac (ibid., 585-609); Historia ecclesiastica (ed. C. De Boor, Theophanis Chronographia, II, Lipsia 188s, pp. 31 346) ampliata conforme alla storia tripartita di Cassiodoro dalle storie di Niceforo, Sincello e Teofane, tradotte in latino da A. Il rimanente delle opere sono traduzioni di vite dei santi greci. A ciascuna di queste A. presente prefazioni o lettere esplicatorie (MGH, Epist., VII, pp. 395442) alcune delle quali hanno singolare importanza,
specialmente quelle che si riferiscono agli atti dei concili VII e VIII (ibid., pp. 403-18).
Ad A. fu attribuito, a torto, da Onnfrio Panvinio il Liber Pontificalis, attribuzione ripetuta spesso fino ai giorni nostri. Pare invece fuori dubbio che A. sia l'autore della vita di Niccolò I, ma non mancano studiosi che lo contestano.
BibL.: J. Hergenröther, Photius, Patriarch von Constantinopel, II, Ratisbona 1867, pp. 246-41; P. A. Lapierre, De Anastase Bibliothecaris, Parigi 1885: L. Duchesne, Le Liber Pontificalis, I, Parigi 1886, pp. xxxv, clxi; E. Perels, Papst Nikolaus I. und Anastasios Bibliothecarios, Berlino 1920 (fondamentale sulla figura di A. e i suoi rapporti con Niccolò I). Benedetto Pesci
ANASTASIO I, patriarca intruso di Costantinopoli. - Quando l'imperatore iconoclasta Leone Isaurico scacciò s. Germano dal trono patriarcale perché difendeva il culto delle immagini, A., che era discepolo e sincello del santo, accettò di occuparlo (730). Come intruso e iconoclasta fu scomunicato dai papi Gregorio II e Gregorio III. Nel 741 sostenne la rivolta di Ardabasdo, ma l'anno seguente ne fu crudelmente punito: Costantino Copronimo lo fece fustigare e gli fece percorrere il circo nudo e seduto a rovescio sopra un asino; poi fu restituito alla sua sede. I Menel, al 10 febbr., fanno la sua commemorazione sia perché sotto Ardabasdo favorì il culto delle immagini, sia perché fondò un monastero a Oxia, sia a causa della sua miserevole morte (754).
BibL.: V. Grumel, Les Rèpeles des Actes du patriarcat de Constantinople, I, II, Kadıköy 1036, p. 8. Alfonso Race
ANASTASIO della Croce. - Carmelitano scalzo tedesco, al secolo Benedikt Falck. N. il 9 apr. 1706 (non 1701 come si legge in alcuni autori) in Münster, vestí l'abito religioso a Monaco di Baviera nel 1724, e m. il 9 giugno 1761 ad Augusta dove fu lettore di teologia. Fu anche buon poeta ed eccellente incisore ed arricchì le sue opere di bellissime incisioni, come per es.: Sancta Theologia universa Sacris Bibliorum figuris illustrata (Augusta 1738); Effigies Romanorum Pontificum (ivi 1751), ed altre.
BibL.: F. A. Veith, Bibliotheca Augustana, X, Augsburg 1783, p. 1; Hutter, IV, coll. 1343-46. Ambrogio di Santa Teresa
ANASTASIO il Giovane, santo. - Patriarca di Antiochia (599-610), successore di Anastasio il Vecchio. Una lettera di s. Gregorio Magno a lui indirizzata mostra che A. appena eletto si affrettò a darne noticia al Papa, dichiarando nello stesso tempo la sua adesione alla fede ortodossa.
Amico del grande Pontefice, tradusse in greco il Liber regulae pastoralis, come affermato stesso Papa; ma questa traduzione non è arrivata sino a noi. Incontrià la morte nel sett. del 6 ro , durante una sollevazione di Giudei, dai quali il suo corpo fu orribilmente mutilato e bruciato. Il Martirologio romano lo annovera tra i martiri al 21 dic.
BibL.: Teofane, Chronographie, ed. Clausen. in Corpus Scriptorum Historiae Byzantinae, I, Bonn 1839; J. B. Kumpfmüller, De Anastasio Sinalta, Würzburg 1865, pp. 12-15; Martyr. Romanum, p. 596.
Mario Scaduto
ANASTASIO I, imperatore d'oriente. - N. a Durazzo nel 431 da madre manichea e fu egli stesso monofisita. Regnò dal 491 al 518 . Poco o nulla sappiamo di lui prima dell'elezione al trono. Morto Zenone, l'imperatrice vedova, Arianna, lo sposò e lo fece incoronare imperatore dal patriarca Eufemio, con la promessa di rispettare il Concilio di Calcedonia e di non tramar nulla contro la vera fede. La sua politica interna fu ispirata da alti sentimenti umanitari; e numerose furono le sue riforme di carattere finanziario, e la celebre abolizione dell'imposta vessatoria sul lavoro, che va sotto il nome di "Crisargiro", aumentò il prestigio della corona imperiale. Intraprese grandi lavori di di-
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(dn Anctomise de Mandino del Lcal et de Guido da Vigevano, Paris 1909) MEDICO IN ATTO DI SEZIONARE UN CORPO UMANO Dall'Anothomia designata per figuras di Guido da Vigevano (sec. xiv).
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(Jut. Girauden)
STATUA DELLA VERGINE COL BAMBINO
in un polittico con pannelli dipinti (sec. xiv) - Parigi, Louvre.
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fesa alla frontiera persiana e nei dintorni di Costantinopoli. Ottimo diplomatico, riusci a tener lontana la nascente potenza ostrogota, alleandosi con i Franchi e con i Burgundi.
Di fronte alla Chiesa dissimulò le sue preferenze per il monofisismo, fino a quando un'imprudenza del patriarca Eufemio causò una lotta aperta. Eufemio venne esiliato a Euchaita e gli successe Macedonio. Vani furono i tentativi per una pace religiosa. Alla morte del papa Anastasio II (498), la situazione peggiorò e l'imperatore contribuì potentemente al trionfo della dottrina monofisita esiliando Flaviano dopo averle fatto nominare patriarca di Antiochia, e facendo condannare il Concilio calcedonese nel Sinodo di Tiro del 513 (v. H. Gelzer, Josua Stylites, in Byz. Zeitschr., i [1892], p. 41 sg.).
Nel 514 Vitaliano, capo dei barbari federati, licenziati da A., d'intesa con gli Unni e i Bulgari, si ribellò proclamandosi il difensore del Concilio di Calcedonia. Il popolo lo segui entusiasta. Furono attivate trattative con il Papa, che avrebbe dovuto presiedere un Concilio generale ad Eraclea; ma venuta meno la potenza di Vitaliano, A. decise di romperla definitivamente con i legati pontifici.
Morì il 1^{°} luglio 518 , lasciando dietro di sé i germi dello smembramento dell'impero.
Biol.: G. Rose, Anastasius I, Halle 1882; A. Gasquet. L'Empire byzantin et la monarchie franque, Parigi 1888; G. Rose, Die byzantinische Kirchenpolitik unter Kaiser Anastasius I., Prag, Wolhan 1888; V. Chopot, La Frontière de l'Euglenie, Parigi 1907, pp. 313 sg.; L. Duchesne, L'Emperene Anastase et sa politique religieuse, in Mel. d'Arch. et d'Hist., 31 (1913), pp. 395-36; id., L'Eglise au V'V siecle, Parigi 1923, pp. 1-42; A. FliebeV. Martin, Storia della Chiesa, vers. ital., IV, Torino [1941], nn. 449-57 ; 464-87.
ANASTASIO, apostolo dei magiari, santo. La personalità di A. è tuttora discussa. Alcuni lo identificano con un tale Radla, céco, amico di s. Adalberto di Praga; altri lo credono monaco di S. Alessio in Roma, ove conobbe Adalberto. Certo è che segui quest'ultimo a Praga e che da lui fu nominato abate di Břewnow. Dal 995 visse in Ungheria come missionario e fu il primo abate di Martinsberg (rooi). Altri invece identificano A. con un tale Astrich (Ascherius) che portò da Roma in Ungheria la corona al re Stefano (roo1), e che poi figura come vescovo di Ungheria in un sinodo di Francoforte (roo7), alla dedicazione del duomo di Bamberga (roiz) e nella lista dei vescovi di Calocsa in Ungheria (ro15). A. morì il 12 nov. 1036 o 1039. Non è recensito nel Martirologio romano, ma soltanto in alcuni martirologi locali.
Biol.: F. Knauz, Monumenta ecclesiae Strigoniensis, I, Gran 1874; G. H. Voigt, Adalbert von Prag, Praga 1898 (lo identifica con Aavich); L. Erdély, Storia dell'oreinbazia del Monte di S. Martino (in magisva), Budapest 1912; E. Amann, in A. Fliebe e V. Martin, Histoire de l'Eglise, VII, Parigi 1940, p. 379 (L. Erdély e E. Amann sono contrari all'identificazione).
Giuseppe Löw
ANASTASIO Magundat, santo, martire. - Monaco persiano e martire, n. a Rezech, m. nel 628. Trasportata in Persia la Croce nel 614, Magundat, che era stato istruito nella magia, volle sapere perché i cristiani venerassero tanto uno strumento di supplizio. Conosciuti i rudimenti della religione cristiana, si propose di abbracciarla e andò a Gerapoli dove, nella chiesa dei Martiri, apprese ad ammirarne l'eroismo. Recatosi poi a Gerusalemme, vi ricevette il battesimo, cambiando il nome in quello di A. Dopo 7 anni di vita monastica passò a Cesarea di Palestina, allora soggetta ai Persiani, e là fu sottoposto a crudeli torture. Di lui fu scritto, per raccomandarlo, al re Cosroe, il quale rispose che
lo lasciassero libero a condizione che abiurasse solo formalmente e dinanzi ad una sola persona. A. vi si rifiutò. Mandato a Barsiloe (Persia) dove si trovava il re, resistette ad ogni tortura e fu strangolato e decapitato (628). Le sue reliquie furono portate a Roma durante l'impero di Eraclio non più tardi del 640 . In due «Itinerari di pellegrini - del viI sec., cioè nel De locis e nella Notia Portorum (ed. R. Valentini - G. Zucchetti, in Codice topografico della Città di Roma, II, Roma 1942, pp. 109, 150), si ha la notizia della venerazione del suo capo nel monastero "ad aquas Salvias ", detto poi dei SS. Vincenzo ed A. alle Tre Fontane. La festa si celebra il 22 genn.
Biol.: Acta SS. Iannarii, III, Pariei 1863, pp. 35-54; Simone Metafrasto: PG 114, 773-812; H. Usener, Acta martyris Anastasii Persae, Bonn 1894; Martyr. Romanum, p. 31.
Pietro Sfair
ANASTASIO, monaco di Mont-Saint-MiChel, santo. - Nonostante gli studi esistenti, restano ancora alcuni punti oscuri circa la sua vita. Nacque certamente nel primo quarto del sec. xi a Venezia. Terminati gli studi, abbracciò la vita benedettina nell'austerissimo monastero di Mont-Saint-Michel nella diocesi di Avranches, donde si trasferì poi alla vicina località di Tombelaine con Roberto di quel nome, e finalmente, l'anno ro67, al celebre monastero di Cluny. Verso il 1073 venne destinato da Gregorio VII per predicare ai Mozarabi, piuttosto che ai Saraceni, come si è creduto da alcuni. Dalla Spagna tornò a Cluny, dove ancora visse sette anni, quindi ne passò altri tre nella solitudine. Morì santamente ca. il 1085 a Saint-Martin-de-Doydes nell'antica diocesi di Rieux e il popolo lo venerò come santo; venerazione che continuò anche dopo che gli ugonotti (sec. xv) dispersero il suo sepolcro. Se ne celebra la festa il 16 ott.
Biol.: Acta SS. Octobris, VII, Bruxelles 1845, pp. 11251140; J. Mabillon, Acta SS. Ord. i. Benedicti, VI, II, Lucca 1701, p. 487.
Giuseppe M. Pesc e Marti
ANASTASIO I, papa, santo. - Romano di nascita successe a Siricio e fu papa dal 26 nov. 399 al 19 dic. 401. Il suo breve pontificato è tutto assorbito dalla controversia origenista (v. origene) che si svolse in Occidente tra Rufino di Aquileia, traduttore e correttore del IIspl 'Aqzzïr di Origene, e s. Girolamo cui Rufino ricordava di essere stato un tempo ammiratore del grande dotto alessandrino. A., messo in allarme da Teofilo, patriarca di Alessandria, e richiestone da Eusebio di Cremona, condannò gli scritti di Origene, scrivendone al vescovo di Milano, dove frattanto Rufino aveva trovato rifugio (Jaffé-Wattenbach, I, p. 43, n. 281 ; II, p. 691). Questi rispose con un'autodifesa che pervenne al Papa nel 400 (lettere del Papa e difesa di Rufino: PL 21, 623 sgg.). Anche a Giovanni vescovo di Gerusalemme, che lo aveva consultato in proposito, A. rispose condannando Origene e rimettendo al giudizio di Dio l'intenzione di Rufino nell'offrirne all'Occidente latino la traduzione (JafféWattenbach, I, p. 43, n. 282, cf. anche n. 284). Ma non prese misura alcuna contro la sua persona.
Anche dello scisma donatista si occupò A. inviando al Sinodo di Cartagine del 401 una lettera nella quale suggeriva un trattamento benevolo verso sacerdoti e vescovi che ritornassero all'ovile.
Il Liber Pontificalis (ed. L. Duchesne, I, pp. 218-19) afferma che A. prescrisse ai sacerdoti di stare in piedi e a capo curvo mentre dal diacono si leggeva il Vangelo. Se ne fa la festa il 27 apr., secondo la data errata del Liber Pontificalis.
Biol.: S. Girolamo, Epistolae 127, 10; 130, 16; Martyr. Hierosymianum, p. 654; Martyr. Romanum, p. 158; J. Brochet, Saint Jérôme et ses ennemis, Parigi 1906; L. Duchesne, Histoire
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ancienne de l'Eglise. III, Parigi 1910, pp. 38-68; G. Bardy, Rerherches sur l'hist. du texte et des versions latines du " de Peineipila - Parigi 1924; A. Pliche e V. Martin, Storia della Chiesa, trad. A. P. Frutaz. IV, Torino [1941], pp. 31-45, 240. Nicola Turchi
ANASTASIO II, papa. - Successore di Gelasio I, fu consacrato il 24 nov. 496 e m. il 19 nov. 498. Egli si preoccupò anzitutto di riprendere i rapporti con le Chiese d'Oriente, troncati sin dal 484 a causa dello scisma di Acacio. Mandò perciò a Costantinopoli due vescovi, Cresconio e Germano, con l'incarico di comunicare la sua clezione all'imperatore Anastasio I e di consegnargli una lettera amichevole. In essa il Papa lo esortava a non spezzare l'unità della Chiesa a causa di un solo individuo condannato giustamente, e chiedeva che il nome di Acacio fosse cancellato dai dittici; tuttavia dichiarava di riconoscere i battesimi e gli ordini conferiti da lui (Jaffé-Wattenbach, 744). I risultati di questa missione furono però scarsi, ad onta anche dei raggiri personali del senatore Festo, inviato di Teodorico.
L'atteggiamento conciliativo di A. sollevò, tra il clero di Roma, aspre critiche, specie dopo la benevola accoglienza fatta dal Papa al diacono Fotino, delegato di Andrea, vescovo di Tessalonica, già ardenn fautore di Acacio, per riferire, a quanto pare, sulla forte reazione antiacaciana avvenuta nella predetta diocesi (cf. lettera del 497 : Jaffé-Wattenbach, 746). Anzi, al dire del Liber Pontificalis (ed. Duchesne, I, p. 258), una parte del clero romano si sarebbe addirittura separata dalla comunione di A. La stessa fonte, molto ostile al Pontefice, vede nella sua morte prematura un castigo di Dio e gli attribuisce il disegno di riabilitare la memoria di Acacio. Il che è falso e in contrasto con le lettere genuine del Papa. Tuttavia il giudizio sfavorevole del Liber Pontificalis ha contribuito assai a diffamarne la memoria nel medioevo, tanto che l'Alighieri (Inf., XI, vv. 6-9) lo colloca nel cerchio sesto tra gli eretici.
Di questo Papa conserviamo una lettera del 497, contenente una professione di fede in Cristo (JafféWattenbach, 747) e un'altra inviata ai vescovi della Gallia del 498 (Jaffé-Wattenbach, 751), nella quale condanna il traducianesimo (v.). E ormai quasi pacifico che la lettera che A. avrebbe inviato a Clodoveo (Jaffé-Wattenbach, 745), in occasione del suo battesimo, è un falso del sec. xviI, dovuto a Girolamo Vignier.
BibL.: B. Hasenstab, Studien zu Ennodius. Monaco 1890p. 52 (per l'autenticità); J. Havet. Questions Mérovingiennes, in Oeuvres, I, Parigi 1896, pp. 61-71 (sul falso Vignier); L. Duchesne, L'Eglise ou VIe siècle, Parigi 1923, pp. 14-16; H. Grisar, Roma alla fine del Mondo Antico, II, nuova ed., Roma 1930, pp. 13-17; A. Pliche e V. Martin, Storia della Chiesa, vers. ital., IV, Torino [1941], pp. 302-303, 336.
Pietro Goggi - A. Pietro Frutaz
ANASTASIO III, papa. - Romano, figlio di Luciano, successe a Sergio III e fu consacrato verso il mese di giugno del 911. Durante il suo breve pontificato, che ebbe termine nel 913, non poté esercitare alcun potere politico, perché dominava allora in Roma la famiglia di Teofilatto, "conaul et senator", e Teodora la quale, se dobbiamo credere a Liutprando, governava la città con una certa energia : «romanae civitatis non inviriliter monarchiam obtinebat" (Antapodosis, 2, 48). Salito al trono di Costantinopoli l'imperatore Alessandro, A. ricevette una lettera dal patriarca bizantino Nicola il Mistico, il quale si lagnava perché Sergio III aveva autorizzato i suoi legati a permettere le quarte nozze dell'imperatore Leone VI, e cercava di giustificare la propria opposizione a queste nozze.

Anastasio III, papa - Moneta d'argento.
Infatti la Chiesa orientale le proibiva, mentre invece la Chiesa occidentale non vi faceva difficoltà. Non sappiamo se il Papa rispondesse al patriarca di Costantinopoli. Di A. ci resta una sola bolla con la quale concede a Ragemberto, vescovo di Vercelli, l'uso del pallio. Invece l'altra bolla, con la quale conferisce a Ogoro, arcivescovo di Amburgo, ed ai suoi successori una vastissima giurisdizione sui vescovi dell'Europa settentrionale, non è autentica. A. fu sepolto nella basilica Vaticana; ancora ci rimane l'iscrizione posta sul suo sepolcro.
BibL.: Jaffé-Wattenbach, I, p. 448; Liber Pontificalis, ed. L. Duchesne, II, Parig 1892, p. 239. Pietro Goggi
ANASTASIO IV, papa. - Corrado "de Suburra", romano, dal 1126 cardinale e vescovo di Sabina; durante lo scisma tra Innocenzo II ed Anacleto II era stato col primo, ed anzi fu nominato vicario per l'Italia quando Innocenzo dovette fuggire in Francia. Alla morte di Eugenio III venne eletto Pontefice ( 12 luglio 1153 ) senza alcuna opposizione, benché vi fosse molto fermento in Roma : ciò dimostra che Corrado era in generale ben visto. Egli era ormai vecchio, ma aveva molta esperienza degli affari di curia; la breve durata del pontificato, non gli permise di esercitare un'azione efficace; tanto più che esso si svolse appena al principio del regno di Federico Barbarossa. Va segnalata la sua azione caritativa verso i romani in periodo di carestia e la costruzione di un palazzo presso il Pantheon. Morì il 3 dic. 1154 e fu deposto in un sarcofago di porfido nella basilica Lateranense.
BibL.: Lettere e privilegi di A. in PL. 188, 889-1088; vita in Liber Pontificalis, ed. L. Duchesne, II, Parig 1892, p. 388. - A. Ciaconius, Vitae romanorum Pontificum et S. R. E. cardinalium, I, Roma 1677, col. 1051; Jaffé-Wattenbach, II, pp. 89-102.
Paolo Bovati
ANASTASIO il Questore o il Balbo. - Innografo originale e melodista del sec. x. Di lui si sa soltanto che nel 907 aveva la carica di questore a Costantinopoli. Un suo celebre Cantico Flanebre, valse a rimettere in auge un genere poetico allora quasi sopraffatto dai canoni. Nei canoni da lui composti, allontanandosi dalla comune versificazione bizantina, adotta in modo originale la seconda ode, non in versi ritmici, bensì in metri giambici.

(da Serafini, Monete e Belle pontifalci)
ANASTASIO III, papa - Moneta d'argento.
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Coltivò con successo la melodia, come dimostrano gli Inni o Strofe tipo lasciateci; scrisse pure un Panegirico o Encomio per s. Agatonico martire pubblicato negli Analecta Bollandiana, 5 (1886), p. 396.
Come probabile autore di versi epigrammatici, gli è stato attribuito l'epigramma che va sotto il nome di Anastasio il Balbo dall'Antologia (XV, 28; ed. F. Didot, II, Parigi, p. 512) in 14 versi esametri dattilici sulla crocefissione di Gesù Cristo.
BibL.: E. Bouvy, Le contiune fonébre d'Anastase, in Echos d'Orient, 1 (1898), p. 262 sgg.; S. Pétridès, Les deux melodes du nom d'Anastase, in Revue de l'Orient Chretien, 6 (1901), p. 444 sg.; C. Hénseau, Hymmographi Byzantini, in Echos d'Orient, 21 (1922.), p. 264.
ANASTASIO di Salona, santo, martire. - Visse nel sec. IV, e sembra originario di Aquileia, dove esercitava il mestiere di fullone. Trasferitosi a Salona (Dalmazia), v'incontrò il martirio sotto Diocleziano, probabilmente nel 304. Una ricca matrona di nome Asclepia, raccolto il suo corpo, lo fece sappellire nella propria villa, dove in seguito sorse il cimitero cristiano di Marusinac. Distrutta Salona dagli Âvari, il papa Giovanni IV ( 640-42 ) fece trasportare le reliquie del santo a Roma, ciò che diede luogo più tardi ad uno sdoppiamento della persona di A. nella letteratura agiografica. A. di S. è raffigurato fra i santi del celebre musaico del battistero lateranense. Lo si festeggia il 26 ag.
BibL.: Martyr. Hicronymiamum, pp. 467, 492; Martyr. Romanum, pp. 351, 384; H. Delehaye, S. Anastase Martyr de Salone, in Analecta Bollandiana, 16 (1897), pp. 488-50a; I. Seiller, s. v. in DGII, II, coll. 1440-42. Mario Scaduto
ANASTASIO Sinaita, santo. - Sacerdote ed egumeno del Monte Sinai, m. dopo il 700, onorato come santo dalla Chiesa bizantina il 21 di apr. Esegeta e polemista notevole, la sua vita è pressoché sconosciuta e la sua opera letteraria è ancora poco nota e incompiutamente pubblicata. Ciò è dovuto all'esistenza di suoi numerosi omonimi, molti dei quali sinaiti come lui e, come lui, vissuti nel sec. viI-viII. Si sa solo che si trovava ad Alessandria prima del 640 e sotto il patriarca monofisita Giovanni III ( 678-85 ), e che era ancora vivo più di vent'anni dopo il sesto Concilio ecumenico del 680-8r.
Come polemista combatte anzitutto le eresie cristologiche del nestorianismo, del monofisismo e del monotelismo. Un Syntagma contro Nestorio, messo appositamente in evidenza da A. nell'Hodegós, cap. 4 (PG 89, 97), sembra smarrito, cosi come un Tumo apologetico rivolto al popolo, ibid., cap. 8 (col. 124). L'opera sua principale, diretta contro il monofisismo è La guida, 'O8 η 'ós, già citata. Composta verso il 683 , in pieno deserto, senza documenti sottossono, l'opera non è immune da difetti e vi si cerca invano un ordine logico. Le citazioni patristiche sono affidate alla memoria e non è quindi da stupire se i critici vi trovino citazioni false. Cf. J. Zellinger, Studien zu Severian von Gabala (Münsterische Beiträge zur Theologie, 8), Münster 1926, p. 126, che ci fa noto come il frammento citato sotto il nome di Severiano di Gabala, cap. 16 (PG 89,262-264 ) non sia di questo autore. Ne manca, del resto, un'edizione critica. Sotto il titolo di Anastasiana, I. B. Pitra ha pubblicato di A. due opuscoli autentici : 1^{°} ) Capitulum in quo brevis sermo est de haeresibus quae ab initio fuerunt et de synodis adversus eas habitis; 2^{°} ) Concisa et perspicua fidei nostrne notitia (Iuris ecclesiastici Graecorum historia et monumento, Roma 1868, pp. 257-74). Nel secondo, il monotelismo è già menzionato. A. aveva pure scritto un'opera in diversi libri contro gli Ebrei, andata perduta. La Disputatio adversus Indaeas, pubblicata sotto il suo nome, (PG 89, 1203-72), non è sua.
Come esegeta ha lasciato un Commentario dell'Esaneroae in 12 libri, dei quali l'ultimo solo è pubblicato nel testo originale. Degli altri non è pubblicata che un'antica traduzione di autore ignoto. Da vero alessandrino allego-
rizza oltre misura e intende tutta la Genesi di Cristo e della Chiesa (PG 89, 851-1078). Al sesto libro che tratta del 76 mathrm{xx}^{′} ' ε lxóva, cioè della somiglianza di Dio nell'uomo, si può riallacciare il frammento intitolato ε ε τ ° tilde{ω} varkappa α^{′} ' ε lxóva (PG 89, 1143-50), e il terzo discorso sul medesimo argomento: π ε ρ i ̀ ~ τ ° tilde{ω} varkappa α τ^{′} ε i ́ x o ́ v α λ δ δ γ o ς ~ τ ρ i ́ τ o ς (ibid., 1151-80), dove si ha la sorpresa di trovare una storia del monotelismo dalle origini all'anno 700. Non è autentica nella sua attuale forma la raccolta intitolata Domande e risposte, che raggruppa 154 numeri (PG 89, 311-834). Spetta alla critica di chiarirne l'origine, tuttavia la parte principale appartiene forse al nostro A. Nel libro VII (PG 89, 944) l'autore ci segnala un'altra sua opera smarrita e che avrebbe per titolo: Contemplazione mistica delle sofferenze salutari di Cristo, nostro Dio.
A. è anche autore di alcuni sermoni. Sono pubblicati: 1^{°} ) Due discorsi Sul Salmo VI, che non costituiscono che un solo sermone per l'inizio della Quaresima (PG 89, 1079-1114), conservato pure in versione siriaca e araba; 2^{°} ) Un discorso Intorno alla Messa e alla Comunione; 3^{°} ) Un sermone Sul defunti (ibid., 1191-1202); 4^{°} ) Un frammento di discorso Sulla bestemmin, pubblicato da A. Papadopoulos Kerameus, 'A α dot{α} λ α α τ α ' mathrm{I} α ρ α σ λ λ η μ ι τ ι ν tilde{η} ς α τ α χ ν α λ η γ i α ς, I. Pietrolurgo 1891, pp. 400-404; 5^{°} ) Un sermone Per il Venerdi Santo, conservato in una traduzione araba e pubblicato in una traduzione tedesca da L. Scheiche in Theologisch-Praktische Quarralschrift, 65 (1912), pp. 780 795. E inedito un sermone Sulla discesa dell'anima di Cristo all'inferno, conservato in una traduzione siriaca.
Sull'attribuzione ad A. del florilegio intitolato Doctrina Patrum de incarnatione Verbi, v. Anastasio l'apocrisiario.
BibL.: Martyr. Romanum, pp. 148-49. La maggior parte delle opere di A. si trovano in PG 89; J. B. Kumpfenüller, De Anastasio Sinaita, Würzburg 1865; J. B. Pitra, Iuris ecclesiastici Graecorum historia et monumenta, II, Roma 1868, pp. 258-94; T. Spaldi, La teologia di s. Anastasio Sinaita, Roma 1923; O. Bardenhewer, Geschichte der altbireblichen Literatur, V., Friburgo in Br. 1932, pp. 41-46; B. Altaner, Patrologia, Torino 1944, p. 367, nn. 512 e 513. Martino Jugie
ANASTASIO di Tessalonica. - Successore di Rufo, dopo il 431, nella metrupoli di Tessalonica; nel 435 il papa Sisto III gli rinnovava i poteri sull'Illiria orientale, come vicario della sede romana. Lo stesso faceva più tardi nel 444 s. Leone Magno, il quale ebbe occasione di rivolgersi ad A. anche in altre circostanze. Rappresentato dai suo suffraganco di Eraclea, Quintillo, al Concilio di Calcedonia del 451, pare sia morto nel sett. dello stesso anno.
BibL.: Mansi, V. 1030, 1033, 1173, 1178; VI, 27, 608, 911, 940, 1081; VII, 4, 28, 97 sgg., 1090;