lso alla condotta a termine di un cospicuo arsenale, oltre
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(Int. Pont. Comm. Arch. sacra)
Ancora - Lastra tombale con a. scomstata da due pesci (sec. iv). Roma, Cimitero di Priscilla.
che non trascurabili provvidenze relative all'incremento del porto franco.
Partiti poi da A. gli Austriaci il 12 giugno 1859 pei progressi dei Franco-Sardi in Lombardia, poté il governo pontificio mantenervisi, grazie al sangue freddo del delegato apostolico mons. Lorenzo Randi, all'intuito del generale Allegrini, alla fermezza del maggiore Zappi ed all'opera repressiva promossa con buon nerbo di truppa dal generale Schmidt, che occupava mathrm{Pe}- rugia (zo giugno), e dal generale De Kalbermatten, che da Pesaro marciava con alcune migliaia di uomini per Fano e Senigallia a quella volta e vi giungeva il 25 dello stesso mese. In A., finalmente, sbarcava il 25 marzo 1860 il generale Alfonso De Lamoriciere, chiamato da Pio IX a riorganizzare l'esercito pontificio, ed a lungo vi si trattenne nei fervidi ed operosi mesi che seguirono, anche con l'intento di metterla, per quanto gli fu possibile, in stato di poter resistere validamente. Sicché, dopo la battaglia di Castelfidardo ( 18 sett. 1860), seguito da pochi coraggiosi, giunse il Lamoriciere, non senza abilità, a chiudervisi ed a tenacemente sostenervisi, scendendo a patti, dopo onorevole difesa, contrassegnata da valorose azioni d'ambo le parti, solo quando, oltre tutto, il 29 sett. saltò in aria la polveriera. Fu A. cosi definitivamente unita al nuovo regno. - Vedi Tavv. XCVIII-XCIX.
Bibl.: P. Balan, Continuazione alla storia universale della Chiesa Cattolica dell'abate Rohrbucher, dall'elezione al pontificato di Pio IX nel 1826 sino ai giorni nostri, II, Torino 1879: A. Dulcurca, Le régime jacobin en Italie. Etude sur la république romaine (1798-99), Parigi 1900; G. S. Pelczar, Pio IX e il suo pontificato, II, Torino 1909-1911; G. del Bono, Bologna e le Romagne durante la guerra del 1839, in Memorie storiche militari, Roma 1911: id., s. 1, in Diz. del Ris. Naz., I: I fatti, Milano 1931, pp. 29-35: A. Vigeano, La campagna delle Marche e delI'Umbria, Roma 1923.
Paolo Dalla Torre
ANCORA. - G. B. De Rossi ha definito l'a. simbolo solenne e fondamentale del simbolismo cristiano
(Bull. arch. crist., 2ᵃ serie, 2 [1871], p. 65). Quale simbolo del mare, del marinaio, della navigazione in genere e di Nettuno l'a. venne adoperata anche nei monumenti pagani. In quelli cristiani esprime la speranza, secondo l'insegnamento di s. Paolo: "fortissimum solatium habeamus [del regno dei cieli] qui confugimus ad tenendam propositam spem quam sicut anchoram habemus animae tutam ac firmam * (Hebr. 6, 18-19). Vedi anche s. Giovanni Crisostomo (Expos. in psal. 9: PG 55, 129; in psal. 123: PG 55, 355) e s. Agostino: «tolle spem... in Dea vivo. Ibi fige spem, ibi anchoram cordis tui, ut tempestas saeculi non te inde abrumpat" (Serm. 177: PL 33, 958).
Questo simbolo della fede e della speranza cristiana appare nei monumenti cimiteriali della seconda metà del II sec. e diventa frequente nel in, mentre scompare rapidamente in seguito, rimanendo in oggetti di uso domestico, specie negli anelli e nelle gemme (Clem. Aless., Poodog., 3, 11, 59; O. Wulf, Kunst, tav. 56, 1135). L'a. viene usata negli epitafi o isolatamente o insieme con altri simboli; è la speranza in Cristo in un marmo di Pretestato in cui nell'a. è innestato, disposto orizzontalmente, un P , formante cosi la croce monogrammatica (v.); si trova pure insieme col Buon Pastore, o col pesce, simbolo di Cristo. Talora sembra ostentare, nella sua forma, una croce dissimulata, proprio secondo s. Paolo, il quale si professa apostolo di Gesù Cristo nostra speranza (Tim. I, 1); nei casi in cui l'a. è tra due pesci allora in questi si devono riconoscere i fedeli, pisciculi secondo Tertulliano (de Bnpt., 1: PL 1, 1306).
E poi spesso unita con la colomba (v.) che talvolta appare insieme con l'albero, col delfino, con la pecora, con l'agnello; meno frequente con i pani, con la nave (v.), con le stelle, con la croce detta gammata (v.), con la palma; una volta sia con Noè nell'area, sia col Buon Pastore, col leone e Giona. Venne usata nei monumenti sopraterra: cippi, sarcofagi; e in quelli sotterranei: iscrizioni e sarcofagi. E più frequente nelle regioni più antiche dei cimiteri romani di Priscilla, Pretestato, Callisto, Domitilla, poi in Panfilo e nei Giordani; rara in S. Agnese e in S. Lorenzo; sporadica fuori Roma, nella Gallia; rari esempi in Africa.

Ancora - Lastra tombale con a. sormontata da colomba (sec. III). Roma, Cimitero di Pretestato.
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Bibl.: G. P. Kirsch, s. v. in DACL., I, col. 1020; F. Grossi Gondi, I monumenti cristiani iconogr. ed architetti., Roma 1923. pp. 68-69; O. Doering-M. Hartig, Christliche Symbole, I'riburgo in Br. 1940, p. 41 sgg.; P. Stumpf, s. v. in Reallexikon für Antike und Christentum, I, coll. 440-43. Enrico Josi
ANCRENE RIWLE ("Regola delle anacorete -). Trattato ascetico di autore ignoto, dedicato alle recluse e romite, composto prima del 1225. Documento letterario e storico insigne, anche per la prosa in cui è redatto (un dialetto del Wessex), è da una recente ipotesi (J. R. C. Hall, Selections from Early Middle English, II, Cambridge, p. 375) attribuito a s. Gilberto di Sempringham (tra il 1135 e il 1154 ).
Dopo un'introduzione, in otto parti (servizio divino, custodia del cuore e dei sensi, vita monastica e relative virtù, tentazioni esterne e interne, confessione, penitenza, amore, regole domestiche) vi sono esposti in sintesi organica i precetti e consigli della vita dedita alla preghiera e al lavoro. Le romite, di cui qui trattasi, non vivevano nella completa solitudine, ché l'A. R. si rivolge a tre donne che fanno vita comune. Il testo, in forma semplice e nuda, originale e vivace, abbonda di tratti pittoreschi di descrizione realistica. La dactrina spirituale è improntata a bonaria saggezza e a moderazione : ad es., si sconsiglia alla romita l'uso del cilicio, l'eccessiva assinenza, e le viene consentito di tenersi accanto un gatto per compagnia.
Bibl.: Ne evistono parecchi manoscritti al Musen Britannico. Ed. fondamentale (con introduzione critica e versione in inglese moderno): The Auerene Rivele, ed. e trad. di James Morton, Londra 1823. Ed. recente in The Medieval Library, Londra 1924, con prefazione del card. A. Gascuer; G. Meunier, s. v. in DSp. fasc. 1. col. 548 sg.; G. L. Brezzo, La regola delle Anacorete, in Pagine Cristiane ant. e moderne, n. 24 (1936), con erudito proemio storico-dotzionale (pp. 1-27).
Auguste Guidi
ANGUD: v. carlo (sAN) di anCud.
ANDAMANE, ISOLE: v. MALACCA.
ANDANIA, MISTERI di. - L'esistenza di misteri che venivano celebrati in Andania, piccola città della Messenia settentrionale, è attestata da vari passi di Pausania e da una lunga ed integra iscrizione del 91 a. C., rivenuta a Konstantini, presso il sito dell'antica città.
In questi misteri erano venerati Demetra, Core (sotto l'epiteto di áyvá, cioè Santa), i Grandi Dei (probabilmente i Cabiri), Ermete ed Apollo Carneio, il cui bosco sacro serviva alla celebrazione del rito. Secondo Pausania, riformatore del culto sarebbe stato un certo Methapo, il medesimo che avrebbe introdotto a Tebe il culto dei Cabiri di Samotracia. Di lui dice Pausania che era un organizzatore di iniziazioni e di ogni genere di misteri; ciò che fu presumere che a lui spetti l'associazione dell'antico culto locale con i misteri di Samotracia. Anche con i misteri eleusini erano connessi i misteri di A. : infatti non solo Demetra e Core vi figurano fra le divinità adorate, ma anche le Grandi Dee eleusine.
Sulla natura intima dei misteri di A. nessuna luce ci dà Pausania che espressamente si trincera dietro la proibizione di rivelare quel che era proibito di propalare, e tanto meno la lunga iscrizione di Konstantini. Da questa ricaviamo solo, per quanto riguarda il culto, il particolare che ad A. si celebrava un dramma liturgico come ad Eleusi e che la festa culminava in una processione; ed inoltre che i misteri erano aperti a tutti, senza distinzione di sesso, anche agli schiavi. Però l'iscrizione è interessante perché ci dà un quadro vivace della parte esteriore della festa.
Il culto primitivo, anteriore alla conquista spartana (ca. 700 a. C.), era limitato ad Hermes, Apollo Carneio (divinità dorica, non soltanto spartana), Demetra e la fonte Haghnà, divinità naturalistiche, connesse non solo con la vita, ma anche con la morte. Non è escluso che in parte almeno risalgono ad età più antica della conquista del paese da parte dei Messeni, quindi ad un'epoca poco anteriore alla stessa invasione dorica.

(Est. Pont. Comm. Arch. sacra)
Ancora - Lastra tombale con a. cruciforme (sec. iv). Roma, Cimitero di Domitilla.
Bibl.: N. Turchi, Le religioni misteriosufiche del mondo antico, Roma 1923, pp. 90-95; id., Fontes historiae mysteriorum, ivi 1923, pp. 119-23; Kern, s. v. in Pauly-Wissowa, Realencycl. des blats. Altertumsvisis., I, col. 216 sgg. La trattazione più recente in M. Guarducci, I culti di A., in Studi e materiali di Storia delle Religioni, 4 (1934), pp. 174-204. Paolino Mingazzini
ANDEGAVENSE, COLLEZIONE: v. COLLEZIONI CANONICHE.
ANDERDON, William Henry. - Gesuita inglese e scrittore, n. a Londra il 22 dic. 1816, m. a Roehampton il 28 luglio 1890 . Di famiglia protestante, fu eletto, dopo i suoi studi a Oxford, parroco di St. Margaret a Leicester (1846-50). Abiurata l'eresia a Parigi nelle mani del celebre p. De Ravignan e consacrato sacerdote cattolico nel 1853, fu prima professore nella Università di Dublino e poi segretario privato dello zio card. Manning. Nel 1872 entrò fra i Gesuiti e tosto si distinse come predicatore e controversista, come prima si era fatto notare per il suo limpido e attraente stile narrativo.
Opere principali : Owen Evans, the Catholic Crosue, Londra 1862; Afternoons with the Saints, ivi 1863; In the snow, Tales of Mount St. Bernard, ivi 1866; Luthers Word and the Word of God, ivi 1883; Wath sort of man was Luther, ivi 1883.
Bibl.: Anon., Letters and Notices, Roehampton 1890, pp. 32338, 393-402; Sommervogel, VIII, coll. 1632-33.
Celestino Testore
ANDERLEDY, Anton Maria. - Gesuita, 23^{°} generale della Compagnia di Gesù, n. a Berisal (Val-
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lese) il 3 giugno 1819, m. a Fiesole il 18 genn. 1892. Alunno dei Gesuiti nel collegio di Briga, ne rivestj l'abito nel 1838; la sua salute malferma e le condizioni politiche del tempo lo costrinsero, dopo vario peregrinare per diverse nazioni, a conchiudere finalmente i suoi studi a Saint Louis negli Stati Uniti. Dopo un breve ministero in America, passò in Germania, efficace missionario popolare; ma presto le sue doti lo destinarono all'insegnamento e ai superiorati, finché nel 1870 fu nominato assistente generale per la Germania e nel 1883 vicario generale del p. Beckx con diritto di succedergli, il che avvenne nel 1887. Nel breve periodo della sua carica si occupò in modo speciale della solida formazione dei suoi sudditi secondo la dottrina di s. Tommaso e diede nuovo e forte impulso alle attività scientifiche ed editoriali dell'Ordine. Se i tempi gli procurarono gravi tribolazioni, il costante favore di Leone XIII, da cui ottenne nel 1886 la conferma degli antichi privilegi della Compagnia, gli fu di sollievo e di conforto; e il vivo spirito interiore unito ad una indomita forza di volontà, gli fece superare ogni difficoltà, nonostante la salute, fattasi debolissima.
BibL.: A. Baumgartner, R. p. A. M. A., in Stimmen aus Marin-Loach, 42 (1892), pp. 241-65; E. Rosa, I Gesuiti dalle origini ai nostri giorni, 2^{°} ediz., Roma 1930; L. Koch, Jesuitendeckon, Paderbon 1934, coll. 81-82; Summervigol, VIII, coll. 1836-38.
Celestino Testore
ANDERSON, Patrick. - Gesuita scozzese, n. a Elgin o a Moray nel 1575, m. a Londra il 24 sett. 1624. Entrato nell'Ordine a Roma nel 1597, dopo aver frequentato l'Università di Edimburgo, domandò istantemente di tornare in patria a sollievo dei cattolici perseguitati. Partì infatti per Londra nel 1609 e passò nella Scozia, dove la sua attività si distinse per lo zelo impavido e per i frutti copiosi, nonostante fosse obbligato a travestimenti e scaltrezze senza numero per sfuggire ai segugi protestanti, che come papista lo consideravano traditore dello Stato. Nel 1615 fu eletto primo vettore del collegio scozzese, fondato in Roma da Clemente VIII nel 1600 e affidato ai Gesuiti nel 1615. Ma tornò ben presto nella Scozia ai suoi pericolosi ministeri, finché tradito da un falso cattolico, venne preso e imprigionato. Nei due anni di carcere ebbe molte discussioni religiose con i ministri protestanti, che poi pubblicò col titolo : The ground of the Catholike and Roman Religion in the Word of God... (1623). Condannato a morte, la scampò per intervento dell'ambasciatore francese, che lo volle suo cappellano.
Bibl.: H. Foley, Records of the English Province of the Society of Jesus, VII, Londra 1882, p. 9; W. Forby-Leith, Narratives of Scottish catholics, Londra 1889, pp. 317-46; Anon., Letters and notices, Roehampton 1876, pp. 98-149. Celestino Testore
ANDERSSON, LARS. - Iniziatore del protestantesimo in Svezia, detto latinamente Laurentius Andreae, n. ca. nel 1482, m. a Strengnäs il 14 apr. 1552.
Studiò a Skara, Uppsala, Rostock e Lipsia; fu tre volte a Roma. Sacerdote cattolico, divenne nel 1520 arcidiacono di Strengnäs. Tornando da un viaggio a Roma, a Wittenberg aderì alle idee di Lutero, le diffuse attivamente fin dal 1520 per mezzo di Olaf Peterson (Olaus Petri, 1497-1552). Dal 1523 al 1531 segretario e cancelliere del re Gustavo I Wasa (1523-60), guadagnò subito questo alla «riforma», lo spinse a incamerare i beni della Chiesa e ad estendere a tutta la Svezia l'eresia, che fu imposta ufficialmente dalla dieta di Westersas (1527) e organizzata nel «concilio» di Örebro (1529) diretto da A. Ma poi divenne oppositore del re, e il 2 genn. 1540 fu, con O. Peterson, condannato a morte per alto tradimento; si salvò versando un'enorme multa e si ritirò poverissimo a Strengnäs.
A. fu promotore della versione svedese del Nuovo Testamento (Stoccolma 1526), opera principalmente di O. Peterson. La versione di tutta la Bibbia (Uppsala 1541), detta "gustava", ispirantesi alla Volgata e alla versione di Lutero del 1534, è dovuta all'« arcivescovo» di Uppsala Laurentius Petri (1499-1573), aiutato da suo fratello Olaus e da A.
Bibl.: I. Belsheim, s.v. in Realeucyclop. für protest. Theol. u. Kirche, III (1897), p. 130; C. H. Rondaren, Miene of Kirkonfornaticon L. Anderson, Stoccolma 1894; N. Franson, Nya Testamentet i Gustaf Vanss Bibel under jämfisede med texten ap or 1526, ivi 1941; P. Schramm, Ein 400 jahriges Jubildene (die Übersetzung des N.T. ins Schmedische), in Zeitschr. für systematische Theologie, 18 (1941), pp. 62-67; J. Lindblom - H. Picriel, Observatinnes Strengnorses, Stoccolma 1943. Antonino Romeo
ANDERTON, James. - Apologista cattolico inglese, laico, n. a Lostock Hall (Lancashire) nel 1557 e m. nel 1618 .
Scrisse varie opere dirette specialmente ai protestanti, tra le quali: The Liturgie of the Mass; St. Augustin's Religion Collected from his own Writings e Luther's Life from Protestants. Gli si attribuisce talvolta anche l'opera The Protestants Apologie pubblicata nel 1604 con lo pseudonimo di John Brerely. Generalmente però la si ritiene scritta dal suo nipote sacerdote Lorenzo Anderton.
BibL.: L. de Roquefeuil, s. v. in DHG, I, coll. 1269-71. Luigi Gianobene
ANDERTON, Tommaso. - Benedetto inglese, n. ad Euxton Hall (Lancashire) nel 1611, m. a Saxton Hall (Yorkshire) nel 1671. Professó a Parigi nel 1630. Scrisse in inglese una Storia degli Iconoclasti, stampata nel 1671.
Bibl.: J. Gillow, in Bibliogr. Dictionary of the English Catholics, I, Londra 1885, pp. 42-43. Luigi Michelini Tocci
ANDLAU (ANDLAW), Heinrich Bernabous. Uomo politico e pubblicista cattolico n. a Friburgo in Br. il 20 ag. 1802, m. ivi il 3 marzo 1871. D'antica ed influente famiglia, subì nella giovinezza l'influsso del grande vescovo Giovanni M. Sailer. Fu più volte deputato alla Camera alta del Baden, dove dal 1837, contro le interferenze dello Stato paternalista di tradizione febroniana, rivendicò l'autonomia della gerarchia ecclesiastica e il libero sviluppo delle istituzioni cattoliche, specie della scuola. Dal punto di vista sociale fu conservatore. Dispiagò intensa attività nell'organizzare le società cattoliche in tutta la Germania, promovendo le assemblee generali dei cattolici (Katholihentage) di cui fu più volte presidente. Collaborò attivamente alla stampa cattolica; nel 1869 con altri fondò il Katholische Volkspartei nel Baden. Scritti più significativi: Über die Stiftungen im Grosshxgt. Baden (1845); Offenes Sendschreiben an Hirscher (1850); Der Aufruhr und Umsturz in Baden (1850 sgg.); Die bad. Wirren im Lichte der Lendesverfassung (1865), oltre alle memorie, intitolate Gedanken meiner Mense (18591861), ecc.
Bibl.: F. Dor, Heinrich B. von A., ein badischer Politiker und Vorkämpfer des Katholizismus, in seinem Leben und Wirken geschildert, Friburgo in Br. 1910; F. Dorneich, s. v. in LThK, I, col. 407.
Mario Sendiacoli
ANDORRA. - Il maggiore dei più piccoli Stati europei ( 452 kmq .), sul versante meridionale dei Pirenei tra la Francia (dipart. di Ariège) ed il vescovato di Urgel (Catalogna) e sotto la loro congiunta alta sovranità. Economia agricola (cereali, tabacco) e pastorale. Conta (1934) 6200 ab., di cui un migliaio nella capitale, Andorra la Vella.
Giuseppe Caraci
Le prime notizie su A. rimontano all'età carolingia. Essa faceva parte della "Marca Spagnola", costituita dai re franchi a difesa della frontiera. Nel1819 Ludovico il Pio cedette A. come feudo al vescovo di Urgel, il che fu riconosciuto dai Papi fino al rog9. Nel 1156 ritornò al vescovo, dopo essere stata 46 anni
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sotto altro dominio. Durante la prima metà del secolo xili A. fu teatro di aspre contese fra i conti di Foix e i vescovi di Urgel. Con l'accordo raggiunto nel 1278 e ratificato da Martino IV nel 1282 la sovranità feudale venne definitivamente riconosciuta al vescovo di Urgel che, per altro, aveva sempre conservato il titolo di "principe di A. ". Il conte di Foix conservava però una specie di condominio, che, attraverso i re di Navarra, venne da Enrico IV incorporato alla corona di Francia. Nella sua forma attuale lo Stato di A. risale al 1231. La religione è quella cattolica. A. si suddivide in 6 parrocchie. Ognuna ha un suo consiglio presieduto da un console. Vi è poi, come potere esecutivo e legislativo, un Consiglio Generale, di 24 membri, in cui le 6 parrocchie sono ugualmente rappresentate. A. appartiene ecclesiasticamente alla diocesi di Urgel. Ignazio Ortiz de Urbina
ANDRADA (Andrade), Francisco de. - Letterato e storico portoghese, n. a Lisbona nel 1535 e m. nel 1614, fratello di Tommaso A. noto sotto il nome di "Tommaso di Gesù». Filippo II lo nominò, nel 1559 , cronista del regno.
Sue opere principali sono: un poema di 20 canti in ottave (O primeiro circo de Diu) sul primo assedio dei Turchi alla fortezza dell'isoletta di Diu, di cui i Portoghesi, giungendo in India, avevano fatto un'importante base navale e strategica; una cronaca del principe Giorgio Castrioto e una del re Giovanni III. Tra i suoi scritti più notevoli di carattere religioso si citano un piccolo poema lirico intitolato Philomena de S. Iluaventura, traduzione dal latino; una versione in terza rima del salmo Benedic anima mea Domina, una Elegia dell'anima decota al suo Spaso, ed altri. Si dilettò spesso di traduzioni dal latino: la cronaca del Castrioto è pur'essa una traduzione; ma anche nelle opere originali, per quanto si sforzi di esser preciso, non riesce ad esser completo, e quando scrive in versi gli difetta, per lo più, se non l'abilità tecnica, la vena ispirata e commossa. Perciò gli viene generalmente riconosciuto il merito di adoperare un linguaggio castigato e forbito, che compensa, in parte, il torto di aver voluto fare della poesia, scegliendo a soggetto della sua maggiore opera poetica l'assedio di Diu, un argomento di carattere essenzialmente storico, e svolgendolo con criteri che più si addirebbero alla semplice narrazione cronachistica.
BibL.: Opere: Cbrónica do valeroso e invencivel capitio Jorge Castrioto, escrita em latino por Marino Barlerio Stutorius etc., Lisbona 1567: O primeiro circo que as Turens passram à fortaleza de Diu, Coimbra 1589:2* ed. 1852: Cbrónica do muito alto e muito poderoso rei... D. Jodo III ccc., Lisbona 1613:2*ed. Coimbra 1796; della Philomena de S. Iluaventura, tradutada de latim em liucungem em terceira rima ccc., perdutosi l'unico esemplare stampato che si conoscenza, si fece una ristampa in Arquivo da Bibl. da Unio. de Coimbra, 5-7 (1920). Varie delle restanti opere sono inedite e di altre mancano indicazioni bibliografiche più precise. Letteratura: J. M. de Costa e Silva, Ensaio, IV, Lisbona 1822. pp. 248-320; Th. Braga, Historia de Camões, Porto 1874; pp. 543-61.
Rugecro M. Rugeieri
ANDRADA, Thomas de: v. tommaso di Gesù.
ANDRADA DE PAYYA, Diogo. - Illustre teologo portoghese, n. a Coimbra nel 1528, m. nel 1575 a Lisbona. Insegnò nell'Università della sua città natale. Nel 1561 fu inviato dal re Sebastiano di Portogallo, come suo teologo, al Concilio di Trento.
Pubblicò sette volumi di prediche in portoghese, non del tutto incensurabili, perché, tra l'altro, l'A. ammette la salvezza dei filosofi antichi, in virtù di una vaga cognizione del Redentore, ed inoltre un libro: De Conciliorum auctoritate. Ma ciò che maggiormente lo rese celebre fu l'attività svolta contro i protestanti e segnatamente contro Martino Chemnitz, in due opere: Orthodoxarum explicationum libri decem (Venezia 1564), e Defensio Tridentinae Fidel Catholicae (Lisbona 1578).
BibL.: Hurter, III, coll. 59-60; C. Toussaint, s. v. in DThC, I. col. 1179; F. De Almeida, s. v. in DHG. II, coll. 1299-91.
Cesare Bertola
ANDRADE, Alfonso de. - Scrittore ascetico, n. a Toledo (1590), gesuita nel 1612, professore di filosofia e teologia, qualificatore dell'Inquisizione, missionario rurale per 50 anni, m. a Madrid il 29 giugno 1672.
Biografo, continuò i Varanes ilustres... de la Compañía de Jesús del p. Nieremberg (V-VI, Madrid 1666-67) e pubblicò una Vida de la gloriosa virgen y obadesa s. Gertrudis, Madrid 1663. La sua produzione ascetica comprende le Meditaciones diárias, 4 voll., Madrid 1660, secondo il corso dell'anno liturgico, e libri d'insegnamento spirituale specializzato secondo le classi delle persone: Libro de la guia de la salud y de la imitación de Nuestra Señora para todos los estados, 3 voll., Madrid 1642-46; Buen soldado catolico, ivi 1642; Estudiante perfecto, ivi 1645, ed altri. Tradusse in castigliano i trattati spirituali di s. Roberto Bellarmino e pubblicò una raccolta di Avisos espirituales de la gloriosa Madre santa Teresa de Jesús comentados, Madrid 1660 (in italiano a Venezia 1720).
BibL.: J. de Guibert, s. v. in DSp. I, col. 249; Sommervogel, I. coll. 317-28; J. E. de Uriarte-M. Lecina, Biblioteca de curtiores de la Comp. de Jesús... de España, I, Madrid 1922. pp. 182200.
Edmondo Lamalle
ANDRADE, Antonio de. - Gesuita portoghese, missionario ed esploratore, n. a Oleiros (prov. de Beira Baixa) nel 1580, m. a Goa il 19 marzo 1634. Nel 1600 partì per le missioni indiane; ordinato sacerdote, fu rettore a Rachol e Goa e poi inviato nella missione del Gran Mogol in qualità di superiore. Le notizie diffuse da mercanti sul Tibet lo indussero a recarsi in quella regione sconosciuta. Partito da Agra con un solo fratello coadiutore il 30 marzo 1624, fu il primo europeo a varcare l'Himàlaya e giunse fino alla piccola città di Tsaparang, nell'alta vallata del Sutlej, ben accolto dal sovrano locale, che gli diede facoltà di predicare il Vangelo. Fatto ritorno ad Agra, il 17 giugno del 1625 ripartiva per il Tibet e il 28 ag. fissava a Tsaparang la sede della nuova missione tibetana, dove lavorarono cinque altri gesuiti portoghesi ed uno francese. Se non che, sconvolta da rivoluzioni e guerre, la missione sopravvisse solo pochi anni alla partenza dell'A. Infatti, questi era stato chiamato a Goa quale superiore di quella provincia, che contava ca. 700 missionari sparsi dall'Himàlaya ai confini del Malabar e della Persia e sulle coste orientali dell'Africa. Finito il provincialato ( 1630-33 ), fu fatto rettore del collegio di S. Paolo in Goa. Si preparava per un nuovo tentativo nel Tibet, quando morì avvelenato, a quanto sembra, da un cristiano pervertito.
Di ambedue i suoi viaggi l'A. scrisse due relazioni, molto ricercate in Europa e che furono tradotte in spagnolo, francese, polacco e italiano (Relatione del novo scoprimento del gran Cataio, ovvero regno del Tibet..., Roma 1628). Furono pubblicate le sue Lettere annue del Tibet del 1626..., Roma 1627. Altri scritti suoi, editi ed inediti, sono elencati da Streit, Bibl., V, pp. 101, 105-18, 146, 151.
BibL.: G. C. Cordara, Historiae Soc. Jesu pars resta, Roma 1750, pp. 224-29; Sommervogel, I, coll. 329-31; C. Wessels, Early Jesuit Travellers in Central Asia, L'Aia 1924, pp. 43-91. Edmondo Lamalle
ANDRASsY, Antal. - Gesuita, vescovo di Rosenau, n. a Romanfalva (Ungheria) nel 1742 e m. a Rosenau il 12 nov. 1799. Entrato nella Compagnia di Gesù, poi ridotto a sacerdote secolare per la soppressione dell'Ordine nel 1773, fu prima parroco (1776) a Rosenau e poi vescovo (1780-99). Zelantissimo fondò 20 parrocchie nuove - e battagliero, si oppose energicamente all'imperante giuseppinismo e alle deviazioni di ogni sorta nella cultura e nella disciplina ecclesiastica. Essendosi rifiutato di unire in matrimonio un cattolico con una protestante separata dal marito, fu privato dei suoi beni e costretto a ritirarsi in un convento di Cappuccini, dove condusse una vita
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molto povera, pur continuando a governare la diocesi, fino alla morte.
BibL.: Sommervogel, I, col. 333; J. N. Stöwer, Scriptores Prov. Austriacus S. 7., Vienna 1853, p. 102. Agostino Tesis
ANDRÉ, JuAN. - Maomettano convertito al cristianesimo nel 1487 . Ordinato prete, si dette a predicare il Vangelo ai Mori di Spagna. Insegnò diritto commerciale forse a Saragozza. Scrisse una Confusion de la secta Mahometana (Valenza 1517; trad. italiana di D. GazteIu, Venezia 1540) e un trattato sull'applicazione dell'aritmetica al commercio (Valenza 1515). Gli si attribuisce anche una traduzione del Corano in dialetto aragonese e un trattato di rettorica.
BibL.: P. Sicart, s. v. in DHG, II, col. 1725.
Luigi Michelini Tocei
ANDRÉ, Louis. - Gesuita francese, n. a SaintRémy (Bouches-du-Rhône) nel 1631; entrato nel 1650 nel noviziato di Lione, dal 1669 missionario nel Canadà, principalmente presso gli Algonchini, m. a Québec il 19 sett. 1715.
Si hanno di lui parecchic relazioni, contenenti notizie ed osservazioni curiose, ad es. sulle maree. Furono stampate dal p. F. Martin nelle Relations inédites de la NouvelleFrance, I, Parigi 1861, pp. 103-24, 223-33; II, ivi 1861, pp. 118-122, e riprese da R. G. Thwaites in Jesuit Refofions, LVII, Cleveland 1899, pp. 267-305, 318-19; LVIII, ivi 1899, pp. 273-81; LX, ivi 1900, pp. 201-205. Il p. A. lasciò pure manoscritto un dizionario della lingua algon. china, un catechismo, omelie ed altre opere nella medesima lingua.
BibL.: Sommervogel, I, col. 333-34; Streit, Bibl., II, p. 843 e passim: A. E. Jones, Shetch of Fr. L. A., S. 7. an early Wisconsin missionary, in U. S. Catholic historical magazine, 3 (1890), pp. 26-40; J. C. Pilling, Bibliography of Algonquin Language, Washington 1891, pp. 12-16. Edmondo Lamalle
ANDREA, APOSTOLO, sanno. - I. VITA. - Figlio di Giona e fratello di Simon Pietro, n. a Betsaida. Esercitava il mestiere di pescatore a Cafarnao (Io. 1, 44; Mc. 1, 29). Non sappiamo se fosse ammogliato. Con Giovanni apostolo fu discepolo del Battista. Avendo questi additato Gesù quale "Agnello di Dio", A. segui Gesù nella sua abitazione e vi rimase un giorno; avendo creduto nella sua messianità, gli condusse Pietro (Io. 1, 35-42). La liturgia bizantina chiama A. π ρ α σ τ λ λ λ η τ o s "primo chiamato ".
Dopo la pesca miracolosa chiamato all'apostolato, segui le vicende del collegio apostolico (Mt. 4, 18-20; Mc. 1, 16; Le. 9, 1-11). Nei cataloghi degli apostoli è nominato sempre nella ¹² quaterna; al 2^{°} posto da Mt. e Le., al quarto da Mc. e Act. Nella narrazione evangelica, A. compare esplicitamente tre volte. Nella prima moltiplicazione dei pani, segnala a Gesù un ragazzo i cui cinque pani d'orzo e due pesci erano insufficienti a sfumare la moltitudine (Io. 6, 8 sg.). Prima del discorso escatologico interroga Gesù circa la fine del mondo (Mc. 13, 3). Filippo, pregato da alcuni gentili di presentarli a Gesù, si rivolge ad A. ed ambedue presentano la petizione a Gesù (Io. 12, 22). Poiché due volte appare legato a Filippo di Betsaida, si può supporre che ne fosse il compagno preferito. Dopo la menzione di Act. 1, 13, tra gli apostoli nel cenacolo dopo l'Ascensione, A. non compare più negli scritti del Nuovo Testamento.
Il campo del suo apostolato sarebbe stato vasto e vario; tradizioni risalenti al II e III sec. gli assegnano la Scizia, le regioni del Ponto Eusino, la Cappadocia, la Galazia, la Bitinia, la Tracia, la Macedonia, l'Epim, la Grecia (Tessaglia, Acsia). Cf. Eusebio, Hist. Eccl., III, 1: PL 20, 216; s. Girolamo, Epist. 59 ad Marcellam: PL 22, 589; Teodoreto, In Ps. 116: PG 80, 1805; Niceforo, Hist. Eccl., II, 39: PG 145, 860 sg.. Gli Atti e il Martyrium di s. A. (PG 2, 1189-1248) ne narrano la crocifissione a Patrasso sopra una croce decussata, sotto il proconsole Egea. Le sue reliquie furono trasferite a Costantinopoli sotto Costanzo (356), e nel sec. xili ad Amalfi; la testa nella basilica di S. Pietro in Vaticano (1462). Nel frammento del

(10). J.astrum)
Andrea, apostolo - Affresco (sec. viII).
Roma, Chiesa di S. Maria Antiqua.
Muratori (linee 10-15), A. è nominato come promotore della composizione del Vangelo di Giovanni. Festa il 30 nov.
Il titolo π ρ α σ τ λ λ λ η τ o s formi pretesto ai Bizantini di negare il primato di Roma: pretendevano che s. A. avesse costituito un suo discepolo, Stachos, vescovo del territorio di Bizancio.
BibL.: V. sotto A., Atti di. - L. Clugnet, s. v. in DHG, II, coll. 1600-1602.
Bonaventura Mariani
2. Iconografia. - A. reca come attributo generico un libro, simbolo dell'apostolato, e, dalla fine del sec. xir, una croce, che ricorda il suo martirio. Mentre ancora i quattrocentisti italiani assegnano ad A. una croce portatile latina, oltr'alpe essa venne sostituita da un'altra a forma di X, che nella statua lignea di Veit Stoss (Norimberga, S. Scbaldo) e in quella bronzea di Pietro Vischer (ivi) arriva alle dimensioni delle figure. Fra le scene della vita di A. la moltiplicazione dei pani compare per la prima volta in sarcofagi paleocristiani, la vocazione all'apostolato in museici e miniature bizantineggianti, l'affissione alla croce obliqua in un tropario del sec. x. Monumentali cicli della leggenda son dovuti alla pittura barocca romana, cioè agli affreschi di G. Reni e del Domenichino in S. Gregorio al Celio ed a quelli del Domenichino e di M. Preti in S. Andrea della Valle.
BibL.: K. Künstle, Ibonographie der Heiligen, II. Friburgo in Br. 1926, pp. 58-62; H. Martin, Saint André, Parizi s. s.; I. Errera, Répertoire abrégé d'iconographie, Wetteren 1929, pp. 142147; I. Braun, Trochi und Attribute der Heiligen in der deutschen Kunst, Stoccarda 1941, pp. 68-71.
Kurt Riche
3. Archeologia. - Con la traslazione delle reliquie dell'apostolo A. da Patrasso a Costantinopoli nell'a. 356 si diffonde la sua venerazione. l'asilina di Nola, narrando l'episodio, l'attribuisce a Costantino, invece che a Costanzo (Carm. 19, v. 321); egli ottiene allora reliquie del santo per le chiese di Fondi e di Nola (Epist. 32, 17; Carm. 27, v. 403-29).
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CRISTO E SANTI
Firenze, ex-convento di S. Apollonia.
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LA CHIESA MILITANTE E LA CHIESA TRIONFANTE
Firenze, cappellone degli Spagnoli.
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A Milano, al tempo di s. Ambrogio, reliquie di s. A. sono poste nella basilica ad portam Romanam, consacrata al 9 maggio; il Martyr. Hieronymianum ricorda questa data de ingressu reliquiarum, insieme con un'altra festa al 27 nov., per reliquie di s. A. e di altri martiri in una basilica non indicata.
A Brescia il vescovo Gaudenzio (m. nel 410) fonda una basilica in onore dei santi di cui aveva raccolto la reliquie, e, subito dopo il Battista, annovera A. quem priorem Christus apostolorum scribitur eligisse (PL 20, 961).
A Concordia un ignoto vescovo costruisce una basilica nella quale colloca emerita sanctorum apostolorum e tra questi è A. (P. Paschini, Note sull'origine della Chiesa di Concordia in Memorie Storiche Foroginlissi, 7 [1911] pp. 9-24).
In Aquileia il Martyr. Hieronymianum ricorda al 3 sett. la dedicatio et ingressio reliquiarum sanctorum A. apostoli, Lucae, Johannis, Euphemiae (P. Paschini, A proposito dei martiri Aquileiesi, in Aquileia nostra, 4 [1933], p. 9).
Allo stesso tempo s. Vittricio, vescovo di Rouen,

Andrea, santo - Clipeo in musaico (sec. vi). Ravenna, cappella dell'arcivescovado.
pone nella sua cattedrale anche reliquie di s. A. (De laude sanctorum: PL 20, 448). Più tardi, una chiesa in onore di s. A. in Arvernis o Civitas Arverna (Clermont-Ferrand) sarà ricordata da Gregorio di Tours (Hist. Franc., 4, 31).
Il mutilo calendario gotico della Tracia, datato al v sec., indica al 29 nov., data divenuta poi tradizionale, la festa di s. A. (H. Achelis, Der Älteste deutsche Kalender, in Zeitschrift für neutestamentliche Wissenschaft, I [1900], pp. 308-35).
In Roma la prima chiesa in onore di s. A. viene cretta nel palazzo già di Giunio Basso sull'Esquilino, per opera del goto Flavio Valila e dedicata dal papa Simplicio (468-83); essa è indicata iuxta sanctam Mariam o iuxta Praesope o cata Barbara Patricia (R. Krautheimer, Corpus basilicorum christianarum Romae, Città del Vaticano 1937, pp. 64-65). Una seconda chiesa viene adattata dal papa Simmaco (498514) nella più orientale delle due rotonde costruite a sud della basilica Vaticana per sepolture imperiali (Liber Pontificalis, I, ed. Duchesne, Parigi 1886, p. 261).
Ma sulle altre città Ravenna predomina per la venerazione dell'apostolo A., specialmente nel periodo di Teodorico che eresse la chiesa di S. A. dei Goti; i suoi capitelli superstiti conservano il monogramma di Teodorico (C. Ricci, Monumenti veneziani nella Piazza di Ravenna, in Rivista d'Arte, 3 [1905], p. 27). Allo stesso tempo il vescovo Pietro II (494-519) eresse il monastero o oratorio di S. A. che prese il nome da quando il vescovo Massimiano vi collocò reliquie dell'apostolo portate da Costantinopoli e destinate al nuovo tempio di S. A. Maggiore (G. Gerola, Il ripristino della cappella di
S. A. nel palazzo vescovile di Ravenna, in Felix Ravenna, nuova serie, 41 [1932], p. 745).
L'iconografia antica di s. A. è una conseguenza della diffusione delle sue reliquie e della sua venerazione. Essa si afferma soprattutto a Ravenna. Di tutti gli Apostoli, ad eccezione dei due principi Pietro e Paolo, s. A. è l'unico ad avere nell'antica iconografia cristiana un tipo ben determinato, cioè barba e capelli "grigi arruffati". In Ravenna, più che nella cupola del battistero degli Ortodossi, la sua personalità individuale spicca nel medaglione in musaico nell'oratorio di S. A., di poco anteriore all'altro medaglione, pure in musaico, che si trova in S. Vitale.
Lo stesso tipo ritorna a Roma nel medaglione dipinto nella parete sinistra del presbiterio di S. Maria Antiqua, del tempo di Giovanni VII e che il Wilpert attribuisce all'a. 705 (Wilpert, Mosaiken, tav. 157).
Più antica a Roma però era l'immagine dell'apostolo nel distrutto musaico dell'abside della sua chiesa sull'Esquilino; una copia se ne ha in un manoscritto di Windsor.
Nell' ipogeo Karmuz di Alessandria d'Egitto figurava l'apostolo A. nella scena della moltiplicazione dei pani. Forse da un santuario d'Egitto proviene l'ampolla in terracotta che all'esterno ha rozzamente graffita una testa barbata con un volume e la scritta O ATIOC ANAPEAC AIOCTOAOC (E. Michon, Nouvelles ampoules à Eulogie, in Mémoires de la Société nationale des Antiquaires de France, 6ᵃ serie, 8 [1899], pp. 316-18).
Un'altra scena nella quale figura l'apostolo A. è quella della sua vocazione insieme con s. Pietro. L'esempio più antico finora conosciuto è quello di uno dei riquadri musivi in S. Martino in caelo aureo, oggi S. Apollinare nuovo in Ravenna, composto proprio secondo la narrazione evangelica (Mt. 4, 18-20). La stessa rappresentazione figura in una delle miniature del codice contenente le omelie di s. Gregorio Nazianzeno della Biblioteca Nazionale di Parigi (H. Omont, Fac-similés des miniatures des plus anciens manuscrits grecs de la Bibl. Nat., Parigi 1902, tav. 30). Più tardi si riscontra pure in una delle tavolette eburnee del paliotto di Salerno (Wilpert, Mosaiken, p. 786, fig. 353).
Enrico Josi
4. Atti di A. - Apocrifo narrativo della fine sec. II o inizio del III, il cui testo primitivo, a tendenze ereticali, è quasi totalmente perduto, ma fu sostituito da vari rimaneggiamenti. Eusebio (Hist. eccl., III, 25, 16) parla di Atti di A. in uso esclusivamente presso gli eretici. Secondo Epifanio (Haer., 47, 1), encratiti e apostolici (61, 1) li leggevano. Il marcionita Patricio, combattuto da s. Agostino nel trattato Contra adversarium legis et prophetarum (PL 42, 603 sgg.), li citava per combattere i sacrifici giudaici (col.
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626). Agapio (cf. Fozio, Biblioth., 179), s. Agostino (De fide contra Manichaeos, 38), Filastrio (De haeres., 88) ed altri ne attestano la diffusione fra i manichei, confermata dal Salterio manicheo in lingua copta (C. R. C. Allberry, A Manichaean Psalmbook, § II [Manichaean Manuscripts in the Chester Beatty Collection, II], Stoccarda 1938, p. 142, 20; cf. pp. 192, 6; 194, 8). E verosimile che i primitivi Atti di A. siano stati composti da encratiti e che i manichei (per tramite di una setta marcionita?) se ne servissero - come di altri Atti apostolici apocrifi - in una loro collezione.
Un frammento degli Atti di A. originali è conservato nel cod. Vat. gr. 808, pubblicato da Bonnet

(arapr. B. Dezenhart)
Andrea, santo - Martirio di S. A., del Maestro di S. Lambrecht (1412) - Graz, Galleria.
in : R. A. Lipsius-M. Bonnet, Acta apostolorum apocrypha, II, i, p. 38 sgg. (cf. la cosiddetta Laudatio, edita dal medesimo, in Analecta Bollandiana, 13 [1894], pp. 309 sgg.). La tendenza encratita è evidente. A. chiede a Massimilla di cessare dai rapporti carnali col marito, "le opere di Caino" (p. 41, 26) o dello "straniero " (espressione di sapore marcionita). L'ascesi della donna simboleggia la penitenza di Eva, mentre l'apostolo che predica la continenza rappresenta Adamo convertito (p. 40, 12 sgg.). Scopo ultimo di questa ascesi è che lo spirito umano si elevi alla sua vera natura, santa, immateriale, celeste (p. 41, 31 sgg.), per sfuggire tempo, mondo, mutamento, moto (p. 38, 8 sgg.) ed arrivare all'Uno e Immobile (p. 38, 16 sgg.; cf. p. 44, 10 sgg.). Un frammento in Evodio, Contra Manichaeos, cap. 38 (CSEL, 25, 2, p. 968 sgg.) faceva parte degli Atti di A. nella recensione manichea.
Quanto materiale il Liber de Miraculis Andrene di Gregorio di Tours (pubblicato da Bonnet, in MGH, Script. rerum Meroving., I, II, p. 827 sgg.) fornisca per la ricostruzione degli Atti di A. sarebbe da riesaminare. La storia della casa incendiata di A. (Gregorio di Tours, op. cit., p. 832, 41 sgg.) si trova già nel Salterio manicheo
(Allberry, op. cit., p. 142, 20) e nel testo utopico di Malan (cf. R. A. Lipsius, Apokryph. Apostelgeschichten, I, p. 622). Comunque, Gregorio elimino quanto poteva dare fastidio (gune fastidium generabant), in primo luogo i discorsi, mentre nei primitivi Atti apocrifi degli apostoli è caratteristico l'intreccio di miracoli e discorsi.
I famosi Atti di Andrea e Mnttia (così il nome originale, sostituito più tardi da Matteo) nella citta degli Antropofagi non dovevano appartenere agli Atti originali ; sono un romanzo favoloso, probabilmente influenzato dal romanzo ellenistico. La popolarità di queste favole nell'Oriente cristiano (l'Occidente appare più riservato) risulta dal fatto che, accanto al testo greco (pubblicato da M. Bonnet in Li-psius-Bonnet, op. cit., p. 65 sgg., e prefaz., p. xix sgg.), si trovano molte traduzioni (e recensioni) in lingue orientali (cf. BHO, 733-41: testi siriaci, copti, armeni e etiopici), ma esistono anche alcune traduzioni (recensioni) in lingua latina (cf. Franz Blatt, Die latnaischen Bearbeitungen der Acta Andrene et Mathiae apud nuthropaphogos [Beihefte zur Zeitschrift für dic neutestamentl. Wissenschaft, 12, Giessen 1930]) e un testo anglosassone (R. Morris, Blickling Homilies Early English Text Society, 70, 1880; cf. Blatt, loc. cit.).
E difficile stabilire in quale misura ci siano pervenuti residui dei primitivi Atti di A. nei molteplici testi che parlano del suo martirio. La Passio sancti Andrene apostoli ( leftrightarrow Epistola presbyterorum et diaconorum Achriae de martyrio s. Andrene apostoli, edita criticamente in greco e latino da K. C. Woog, Lipsia 1747, e da C. Tischendorf, ivi 1851) è rimasta in 3 recensioni, 2 greche e 1 latina: Acta Andrene cum laudatione contesta (greco), Martyrium Andrene (greco), Passio Andrene (latino), altri due diversi Martyrium Andrene (greco), testi tutti editi da Bonnet tra il 1894 e 1898. - Vedi Tav. C.
Bibl.: Nella ed. di Lipsius-Bonnet, II, 1, Lipsia 1898, pp. 1-127, sono raccolti tutti i testi greci che si riferiscano ad A., ma cf. anche M. Bonnet, in Analecta Bollandiana 13 [1894], pp. 309 sgg. Per i testi orientali: BHO, 48-57. Per i testi latini: F. Blatt, op. cit.; trad. tedesca in Edg. Hennecke, Neutestamentl. Apohryphen, 2* ed., Tubinga 1924, p. 249 sgg.; id., Handbuch zu den neutestamentl. Apohryphen, ivi 1904, p. 544 sgg.; J. Flanion, Les Actes apucryphes de l'Apitre André, in Rerard de travaux publiés par les membres des confereaces d'hist. et de phil., fasc. xxviI, Lovanio 1911; E. Amann, Apucryphes de Nour. Test., in DBs, I, coll. 204-309.
Erik Petersen
ANDREA d'Arco. - Francescano, missionario e scrittore ascetico, n. ad Arco nel 1597 dalla famiglia Zanoni, m. a Borgo Valsugana nel 1674. Resse la prefettura della missione d'Egitto dove lavorò indefessamente per ottenere l'unione alla Chiesa romana dei patriarcati copto e greco. Eletto custode di Terra Santa nel 1639 , rimase in carica per un sessennio assai burrascoso. Fu poi commissario di Terra Santa presso la S. Sede e provinciale della nuova provincia trentina, di cui promosse l'erezione. Antonio Maria da Vicenza elenca 14 suoi scritti, in prevalenza d'indole ascetico-mistica. Notiamo: Trattato dell'oratione mentale; Avvertimenti per un Maestro di novizi, specialmente francescani; Selva di ss. Padri, divisa in mille concetti.
Bibl.: L. Wadding, Annales Minoram, XXVII, Quaracchi 1921, pp. 327-431; XXVIII, ivi, passim; Antonio Maria da Vicenza, Scriptores Ordinis Fratrum minoram provinciae s. Autenti Venetiarum, Venezia 1877, pp. 48-50; L. Rossi, Minamari della provincia francescana di Trento tra gli oretici e gli infadeli, in Contributi alla Storia dei Prati minori della provincia di Trento, Trento 1928, pp. 247-50.
ANDREA d'Assisi : v. Ingegno I'.
ANDREA d'Austria. - Cardinale, figlio morganatico di Ferdinando, arciduca d'Austria, n. a Praga nel 1558, m. a Roma il 12 nov. 1600 . Venne creato cardinale a 8 anni da Gregorio XIII e tentò di ottenere l'elettorato imperiale aspirando alle grandi chiese di Germania, cui non potè accedere per il vizio dei natali. Fu inviato legato in Polonia, per scacciarne il Truchsess luterano. Governatore del Tirolo, vescovo di
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lhessanone e di Costanza, governatore interinale dei Paesi Bassi, quando il cugino Alberto ne lasciò il governo per recarsi ad impalmare in Spagna Isabella d'Asburgo, figlia di Filippo II e signora delle Fiandre. Morì pianente a Roma dov'era giunto pellegrino ed in incognito per lucrare il giubileo, a 43 anni, senza avere ricevuto il carattere episcopale.
Bull.: Biowraphie nutionale de Belsique, I, Bruxelles 1866. coll. 273-79; H. Firenze, Histoire de Belsique, IV, 3^{°} ed., Bruxelles 1927; F. Richard, s. v. in DIIG. II, ccl. 1634, pp. 220-48, passim.
Luigi Berra
ANDREA Avellino, santo. - N. nel 1521 a Castronuovo (ora Castronuovo di S. Andrea, in provincia di Potenza), da una famiglia nobile del luogo, m. a Napoli il to nov. 1608. Ricevette al battesimo il nome di Lancellotto, che portò fino al suo ingresso tra i Teatini. Fu istruito da uno sto arciprete e poi nelle scuole del vicino paese di Senise. Nel 1537 prese l'abito ecclesiastico e nel 1545 , in patria, diventò sacerdote. Nel 1547 si recò in Napoli a intraprendere gli studi di diritto. Sotto la direzione del gesuita Giacomo Lainez, fece nel 1548 gli esercizi spirituali. Da questo momento si data la sua "conversione", in cui ebbe parte anche, come si riferisce, la compunzione provata per la lieve menzogna sfuggitagli durante un dibattito (era avvocato nel foro ecclesiastico).
Intorno al 1551, fu incaricato da Scipione Rebiba, vicario generale dell'arcidiocesi, della riforma del monastero femminile di S. Arcangelo di Baiano, e in quest'ufficio, durato per qualche anno, diede la misura del suo zelo apostolico, per il quale si espose anche a mortali minacce. Fatto segno a due attentati, nel 1536 restò colpito al volto da due tremende ferite, di cui non volle mai denunziare l'autore. Accolto nella casa teatina di S. Paolo Maggiore a Napoli, guari quasi miracolosamente. Nel 1536 vestì l'abito di novizio, avendo come maestro il beato Giovanni Marinoni ( 1490 -1562); nel 1538 emise la professione solenne. Eletto nel 1567 superiore di S. Paolo Maggiore, vi initul scuale di filosofia e di teologia. Il capitolo generale, nel 1570 , lo mandò a Milano, vicario della casa di S. Maria presso S. Calimero, donata alla congregazione da s. Carlo Borromeo (col quale A. ebbe frequenti rapporti e segni di stima e di affette). Lo stesso capitolo generale, nel 1571, lo destinò a S. Vincenzo di Piacenza. Dal vescovo del luogo, il beato Paolo Burali, fu inoltre chiamato a dirigere il seminario diocesano, costituito secondo le recenti norme del Concilio di Trento, e a governare un monastero di donne penitenti. A Piacenza, dove ebbe anche l'ufficio di penitenziere della diocesi, restò fino al 1578 , sostenendo insieme per tre volte la carica di visitatore delle case teatine della Lombardia. In questo tempo, avendo egli sentito l'impulso di ritirarsi dalla vita attiva e dal ministero di confessore, ne fu dissuaso dalla venerabile Battistina Vernazza, la mistica claustrale genovese. Nel 1578 prese il governo della casa di S. Antonio a Milano e, nel 1581 , ancora una volta quello della casa di Piacenza. Nel 1582 il capitolo generale lo mandò a Napoli, dove nel 1584 fu preposto alle due case di S. Paolo Maggiore e del SS. Apostoli. In questa città, dopo un sanguinoso tumulto provocato dalla carestia (maggio 1585), sovvenne alla necessità del popolo e indisse una solenne processione espiatoria. Nel 1590 eseguì la visita delle province napoletana e romana della Congregazione. In questo tempo, a Roma, rifiutò l'episcopato, offertogli da Gregorio XIII.
Arrivato a grave età, continuando alacremente tutti i suoi uffici, tra cui quello particolare della direzione spirituale a cui sempre aveva atteso - furono suoi penitenti signori e dame di alta condizione e anime d'intensa vita religiosa, come le quattro sorelle Pale-scandalo - diede ancora una volta prova della sua eroica generosità, perdonando e inducendo i congiunti a perdonare all'uccisore del proprio nipote Francesco Antonio Avellino (1593). Il 10 nov. 1608, mentre ini-
ziava la celebrazione della Messa, fu colpito da apoplessia, e si spense la sera dello stesso giorno, all'età di 87 anni. Uomo colto e versato negli studi teologici, egli lasciò ca. 3.000 lettere di direzione spirituale, in parte ora perdute (poco più di un migliaio ne comprende la raccolta, pubblicata a Napoli nel 1731-32, in 2 volumi) e opere diverse, specie esposizioni bibliche e discorsi (pubblicati a Napoli, 1733-34, in 5 volumi). A., che appare uno dei più validi e attivi artefici della Riforma cattolica in Italia, fu beatificato nel 1624 da Urbano VIII e canonizzato nel 1712 da Clemente XI. La festa ricorre il to nov.
Bull.: G. M. Magenia, Vita di r. A. A., Brescia 1730; Acta SS. Novembre, IV, Brusellis 1923, coll. 609-22 (con elenco delle fonti e bibliografia).
Nello Vian
ANDREA da Barbebino. - Di Jacopo de' Mangabotti, n. in Barberino di Valdelsa verso il 1370, m. dopo il 1431. Celebre cantastorie, compilò, attingendo a fonti franco-venete o toscane, numerosi romanzi di argomento cavalleresco (le Storie Narbonesi, il Guerin meschino, i Reali di Francia, la Storia di Ugone d'Alvernia, l'Aspromonte, la Discesa di Guerino allo inferno), nei quali l'epica delle "chansons de geste -, resa col calore e la vivezza del discorso parlato, assume un tono più realistico e si fa storia. Maestro A. si sforza di rendere verosimile la materia narrata, citando immaginarie fonti storiche. Elementi cavallereschi, leggendari, tradizionali e devoti, rimanipolati da una o più opere, si fondono nei suoi romanzi, ove non mancano pagine vivaci e colorite. Fra essi ebbere grandissima diffusione, e sono tuttora letti con piacere negli ambienti popolari, i Reali di Francia e il Guerin meschino.
Nel primo è ricostruita, con dovizia di particolari, la favolosa genealogia della stirpe reale di Francia, dal capostipite Fiovo, figlio dell'imperatore Costantino, a Carlomagno. Nel secondo si narrano le meravigliose avventure di Guerino, figlio del re d'Albania Milon, che, portato via