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oi primi scritti, Staggio sulla filosofia del Galileo, Mantova 1775, rivendicava al grande pisano il primato nella riforma del metodo sperimentale. L'A. ebbe una polemica cortese cun il Tiraboschi, che derivava dalla dominazione spagnola in Italia l'origine del Seicentismo: Lettere dell'abate D. G. A. al Sig... fra Gaetano Valenti Gonzaga... sopra una pretesa cagione del corrompiuente del gusto italiano nel secolo XVII, Cremona 1776. Di merito durevole per l'erudizione italiana rimangono, fra altri, il Catalogo dei codici MSS. della famiglia Capilupi di Mantova, Mantova 1797, e gli Anecdota grucea et latina ex MSS. codicibus Bibl. Regiae Neapolitanae, vol. I: Prodromus, Napoli 1816 (contiene le storie della biblioteca). Un altro breve ma erudito scritto: Dell'origine e delle vicende dell'arte d'inseguar a parlare ai sordomuti, Venezia 1793 (rist. a Napoli 1796), è stato pubblicato con l'aggiunta delle fonti da G. Ferreri, Documenti per la storia dell' educazione dei sordomuti, Milano 1909.

Ma l'opera massima dell'A., che gli valse la benevolenza dei sovrani contemporanei, è quella pubblicata la prima volta con i torchi del Bodoni : Dell'origine, progressi e stato attuale d'ogni letteratura, 7 voll., Parma 1782-89, (parochie ristampe con correzioni ed aggiunte, che furono riunite nel 1822 in un tomo di supplemento all'edizione di Parma; l'opera fu tradotta in spagnolo, come altri scritti dell'A., dal suo fratello Carlo). Questa vera enciclopedia letteraria, benché notevole per larghezza d'informazione, non poté, per la sua stessa ampiezza, sfuggire al pericolo d'una erudizione spesso di seconda mano e di una trattazione superficiale di argomenti fondamentali; sembra tuttavia molto esagerato il giudizio sprezzante del Carducci al suo riguardo. L'A. pagava il suo tributo all'enciclopedismo che egli stesso deprecava in altri scritti.

Una menzione speciale si deve infine alle Cartas familiares mandate dall'A. al suo fratello Carlo e da lui pubblicate in 5 volumetti, Madrid 1786-97 (con altro tomo analogo, Valenza 1800); appartengono al genere dei viaggi letterari attraverso la penisola e rispecchiano con fedeltà e vivacità l'ambiente letterario italiano alla fine del Settecento. Si può dire che, fra i Gesuiti spagnoli esiliati da Carlo III in Italia, l'A. fu quello che più assimilò la cultura italiana.

Bini.: A. A. Scotti, Elogio storico del p. G. A., Napoli 1817; Sommervogel, I, col. 341-50; J. E. Uriarte-M. Lecina, Bibl. de escritores de la Comp. de Jesús... de España, I, Madrid 1925, p. 214 spp.; E. Toda y Güell, Bibliogr. espanyola d'Itolin, I, Escornalbou 1927, pp. 93-100; IV ivi 1930, pp. 373-76; C. Frati, Dizionario bio-bibliografico dei biblioesvari e bibliofil'italiani, Firenze 1933, pp. 24-26 (con inesattezze); V. Cian, L'immigrazione dei Gesuiti spagnoli in Italia, Torino 1895, pp. 13-31; A. Lo Vasco, Le biblioteche d'Italia nella seconda miriè del sec. XVIII, dalle "Cartas familiares" dell'abate Juan A., Milano 1940; J. F. Yela Utrilla, Juan A. culturalista español del siglo XVIII, in Revista de la universidad de Oviedo, 1940. pp. 23-58; M. F. Sciacca, G. A. e la filosofia italiana. in Itolia
e Spagna. Saggi su i rapporti storici, filosofici ed artistici, Firenze 1941, pp. 321-35; M. Batllori, Juan A. y el humanismo, in Revista de filologia española, 29 (Madrid 1945), pp. 121-128.

ANDRÉS de Olmos. - Missionario nel Messico, n. a Oña (Spagna) verso il 1491, m. a Tampicane (Messico) l'8 ott. 1571. Dopo la morte dei genitori venne educato a Olmos, presso Valladolid, dalla sorella, donde il suo cognome. Studiò poi diritto civile e canonico e nel 1511 vesti l'abito francescano. Juan de Zumárraga, guardiano di Abrojo, nominato inquisitore per l'estirpazione della stregoneria in Cantabria, prese A. come compagno delle sue fatiche e, eletto poi vescovo di Messico, lo condusse con sé (1528). Nel Messico A. si dedicò allo studio delle lingue indigene ed in poco tempo espresse il nahuatl, il totonac, e l'huasteca; pare conoscesse anche il tarasco. L'apostolato di A. si estendeva a quasi tutto il Messico, tuttavia la regione più delle altre evangelizzata fu lo Huasteco, nell'attuale Stato di Tamaulipas. Fondò la missione di Panuco nel 1530, ed ebbe parte nella fondazione della custodia francescana di Tampico, eretta nel medesimo anno. Nel 1551 era insegnante di latino nel collegio di Tlatelolco, aperto nel 1536 per formare un clero indigeno e una classe dirigente.

Scrisse alcune opere linguistiche: una grammatica del nahuatl nel 1547, ed un vocabolario della stessa lingua; una grammatica ed un dizionario del huasteca e del totonac. Altri suoi lavori sono: Libro de los siete sermones; Tratado de los pecados mortales; Tratado de los Sacramentos; Tratado de los sacrilegios in lingua nahuatl; un catechismo e un manuale di confessione in lingua huasteca. E anche autore di un dramma sacro sul giudizio universale, scritto in lingua nahuatl, che fu rappresentato a Messico con la partecipazione di 800 attori indiani, alla presenza del vicerè Mendoza e dell'arcivescovo Zumárraga. Su richiesta di Ramírez de Fuenleal e del padre Martino de Valencia scrisse un lavoro sulle antichità messicane, il cui monoscritto andò perduto. Compose poi un sunto di quest'opera, che il Mendieta conobbe.

Bini.: J. C. Icaxbalceta, Bibliografia mexicana del siglo XVI, Messico 1886; id., Opúsculos varios. I e II, ivi 1896; J. H. Sbaralca, Supplementum et castigatio ad scriptores trium Ordinum s. Francisci a l'odilingo altire descripto..., Roma 1908; M. Cuevas, Historia de la Iglesia en México, II, Tlalpan 1922; Streit, Bibl., II,; R. Ricard, La "conquête spirituelle" du Mexique..., Parigi 1933.

Pancrasio Maarschalkerweerd
ANDRÉUCCI, Andrea Girolamo. - Teologo gesuita, n. a Viterbo il 13 nov. 1684, m. a Roma il 13 giugno 1771. Insegnò filosofia a Perugia e teologia morale a Città di Castello ed al seminario di Frascati. Passò poi a Pavia, indi a Roma, dove rimase fino alla morte.

Scrisse, talora anonimi, vari opuscoli e dissertazioni di teologia, specialmente sacramentaria, di diritto canonico, di liturgia e di agiografia (l'elenco è riportato dal Sommervogel), tra cui merita di essere segnalato il Ragyuaglio della Vita della Serva di Dio Rosa Venerini... (Roma 1732). Rimanendo isolate le opere scritte dopo il 1766 , le altre furono dallo stesso A. raccolte in due collezioni: 1) Dissertationes variae canonico-theologicae (Roma 1746); 2) Hierarchia ecclesiastica in varias suas partes distributa et canonico-theologice exposita (Roma 1766).

Si distinse anche per il suo zelo sacerdotale tra il clero, specialmente dirigendo al «Gesù » di Roma la Congregazione dei Sacerdoti, e scrisse a tal proposito tre volumi che incontrarono molto favore e furono in breve largamente diffusi : Introduzione al Chiirricato (Roma 1724); Memoriale confessariorum (Roma 1725) e De cultu et veneratione Sanctissima Eucharistiae sacramento exhibenda (Perugia 1727). Polemizzando sul trattamento da usare in confessione ai penitenti recidivi, nell'opera Confessarius recidivi (Roma 1754), impugnò efficacemente la rigida sentenza del domenicano Daniele Cancina.

Bini.: Hurter, V, coll. 221-23; Sommervogel, I, coll. 353365; P. Bernard, s. v. in DHG, II, coll. 1753; [G. Löw], Positio

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super virtutibus della Serva di Dio Rosa Venerini (Suera Rit. Congregatio. Sectin Historica, 48), Città del Vaticano 1942. pp. 443-533. Esidio Cagolani.

ANDREVI, Francesco. - Musicista, sacerdote spagnolo di origine italiana, n. a Sanabuya il 16 nov. 1786, m. il 23 nov. 1853 . Fu maestro di cappella in varie cattedrali di Spagna, ed in ultimo nella chiesa di Nostra Signora a Barcellona. Compositore fra i più reputati del suo tempo, ha scritto il Giudizio Universale ed un Requiem, oltre molti altri pezzi raccolti nella Lyra Sacra Hispaniae dell'Esclava. E anche autore di un Tratado teórico práctico de Armonía y Campasi. ción (Barcellona 1848).

Silverio Manci
ANDREWES, Lancelot. - Teólogo inglese e vescovo anglicano di Winchester, n. nel 1555, m. il 6 sett. 1626. Alunno del Pembroke College di Cambridge, ricevette gli Ordini anglicani nel 1582 e subito si distinse come abile controversista. La regina Elisabetta lo fece decano di Westminster (16or) e Giacomo I, il re teologo, molto se ne servi per la stesura delle sue opere contro le dottrine cattoliche. Dei suoi sermoni meritano di essere ricordati gli otto che trattano del digiuno, predicati in due quaresime successive alla presenza di Elisabetta e poi di Giacomo I. Quando fu interrogato intorno agli «articoli di Lambeth», che miravano a introdurre nella chiesa anglicana i decreti di Calvino sulla predestinazione, riuscì a farli modificare in senso meno intransigente. Il suo nome è anche in capo alla lista dei teologi che si occuparono della «versione autorizzata» della Bibbia: Biblia ex hebraeo et graeco in anglicum conversa sermonem jussu et auspiciis Jacobi I, Magnae Britanniae Regis, Londra 1612. Il re volle dimostrargli la sua riconoscenza per i servizi resi e lo zelc nel difendere la chiesa anglicana, facendolo vescovo, prima di Chi. chester (1605), poi di Ely ( 1609 ) e finalmente di Winchester (1619); e poco mancò che non fosse preferito all'Abbot (v.) per la sede di Canterbury. Fu persona di grande cultura ed erudizione - anche i suoi avversari lo riconoscono volentieri - semplice e modesto, tutto teso al trionfo della sua Chiesa, rettilineo e lontano da ogni piaggeria anche verso i sovrani.

Non pubblicò in vita che due opere, tutte e due intese a difendere Giacomo I nella sua controversia con s. Roberto Bellarmino: Tortura Torti, sive ad Matthaei Torti librum responsio, Londra 1609, con cui, per incarico del re, rispondeva allo scritto che il Bellarmino aveva pubblicato sotto il nome del suo segretario Matteo Torto, in condanna del giuramento imposto da Giacomo I ai cattolici; e Responsio ad Apologiam card. Bellarmini, Londra 16ro, per controbattere la risposta del cardinale alla prima opera. L'A., che fu il tipo più perfetto del teologo della Chiesa Alta, vi difende la dottrina anglicana contro la supremazia del Papa, non solo; ma attacca pure la comunione sotto una sola specie, la Messa privata, l'uso della lingua latina nella liturgia, ecc. Le altre opere, lasciate manoscritte, sermoni, manuali di devozione, questioni di teologia, furono pubblicate dopo la sua morte, e la raccolta venne ristampata ad Oxford, a partire dal 1841 nella Library of Anglo-catholic Theology.

Biel.: [H. Jackson]. Exact Narrative of the Life and Death of L. A., Londra 1650; C. Anderson, The Annuale of the English Bible, Londra 1845; C. Russel, Memoirs of the Lf'e and Works of L. A., Londra 1863; J. de la Servière, De Jacobo I Angliae rege cum card. Roberto Bellarmino disputante, Parigi 1600.

Celestino Testore
ANDREWS, William Eusebius. - Giornalista e polemista inglese, n. a Norwich nel 1773, m. a Londra nel 1837. Partecipò attivamente alla lotta intrapresa da John Milner in difesa dei cattolici inglesi, e fondò successivamente vari giornali : The Orthodox Journal, The Catholic Vindicator, The Catholic Advocate. Pubblicò anche The Catholic School Book (Lon-
dra 1814) per combattere l'eccessiva influenza della educazione classica nei giovani. Il tono esagerato della sua polemica gli alienò l'animo di molti cattolici.

Biel.: C. Toussaint, s. v. in DThC, I, col. 1186; Th. Coe.par, s. v. in Dictimon. of National Biography, I, p. 400 sq.

ANDRIA, diocesi di. - Nelle Puglie, con superfice di 1250 kmq., si estende su tre comuni in provincia di Bari, e uno in provincia di Potenza; suffraganza di Trani. Comprende 20 pernocehie, 91 sacerdoti diocesani e 14 regolari, 110.000 ab., tutti cattolici. La
![img-28.jpeg](img-28.jpeg)
(fol. Gab. Fot. Rec.)
Andria - Portale della chiesa di S. Agostino (inizio sec. xili).
cattedrale è dedicata all'Assunta. La sede vescovile è in A. (prov. di Bari).

Si vuole che A. sia stata fondata da coloni di Andros, condotti da Diomede, mentre pare che le sue origini risalgano a Pietro il Normanno, conte di Trani (ro46); fu residenza preferita di Federico II. Contea e poi ducato dei Del Balzo, annessa nel 1498 al regno di Napoli per il matrimonio di Elisabetta Del Balzo con Federico d'Aragona, conservò il titolo di ducato, che passò (1518) alla casa Carafa. Errata la tradizione che fa rimontare l'erezione del vescovato a Gelasio I verso il 482 ; si tratta invece di Gelasio II, che vi avrebbe nominato l'inglese s. Riccardo. Il primo vescovo, di cui si abbiano notizie sicure, appare nel 1143; la serie regolare si inizia nel secolo xiv. Nel 1452 la diocesi di Montepeloso fu unita ad A. e di nuovo separata nel 1479. Nel 1818 fu annesso ad A. il territorio della diocesi di Canosa ed incorporato ii vescovato di Minervino. Fra gli uomini illustri di A. citiamo il pontefice Leone V e il domenicano Pietro d'A., discepolo di s. Tommaso.

Abbazie e monasteri : S. Bartolomeo e S. Maria; numerosi conventi basiliani e chiese sotterranee costruite da questi monaci rifugiatisi nel territorio tra il sec. Ix e il x per sfuggire alle persecuzioni dei saraceni. - Vedi Tav. CVI.

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Boll.: Uchelli, VII, coll. 920-35; R. D'Urso, Storia della ritid di A. dalle orieini al 1841, Napoli 1842; Cappelletti, XXI, pp. 77-82; E. Merra, Monografie ambicsi, 2 voll., Bologna 1900; M. Agresti, Il Capitolo Cattedrale di A., ed i suoi tempi, 2 voll., Andria 1911-13; Lansonl, pp. 294, 302, 304.

Nocmi Crostarosa Scipioni
ANDRIES, Josse. - Predicatore e scrittore ascetico fecondo, n. a Courtrai (Belgio) nel 1588 , gesuita nel 1606, m. a Bruxelles il 21 dic. 1658.

E noto come propagatore delle divozioni alla passione di Cristo perpetuata nella sua vita e nell'Eucaristia (Perpetua Crix ssu Persio Christi, Bruxelles 1648, e varie ristampe), ai dolori di Maria Vergine (Perpetuns gladias Reginae Martyrnue, Anversa 1649, ed altre edizioni), alle anime del purgatorio (Supplex libellus pro animobus Purgatorii, Anversa 1624 ).

Bibl.: Sommervogel, I, cell. 373-81; E. de Moreau, s. v. in DSp, I, coll. 327-38. Edmondo Lamalle

ANDRIVEAU, Apolline. - Figlia della Carità, n. in Francia a Saint-Pourçain (Allier) il 7 maggio 1810. Abbracciata la vita religiosa a Parigi (1833), fu addetta alla scuola delle fanciulle e al servizio dei poveri per oltre sessant'anni, prima a Troyes (1834-72), poi a Caen (1872-87) e infine a Montolieu (Aude), dove mori il 23 febbr. 1895. A Troyes suor A. fu favorita dalle visioni che diedero origine alla devozione dello Scapolare rosso della Passione. Il 26 luglio 1846 ebbe una visione di Gesù, che teneva nella destra uno scapolare scarlatto sul quale era dipinta la croce con gli strumenti della passione e intorno la scritta: "Santa Passione di N. S. G. C.. salvateci !". Nel verso l'immagine dei S.mi Cuori e l'invocazione: "Sacri Cuori di Gesù e di Maria, proteggeteci !". Pio IX approvò e indulgenzìo il nuovo scapolare ( 25 giugno 1847); inoltre (1848) autorizzi il superiore generale della Missione a delegare qualunque sacerdote per benedire ed imporre questo scapolare "non come insegna di confraternita, ma come semplice devozione".

BibL.: A. Boudre, Le scapulaire de la Parsion de 7.-C., Parigi 1853; La Scapolare della Passione, in Annali della Missione, 1932. pp. 232-46.

ANDRONICO. - Primo ministro di Antioco IV (v.) Epifane, re di Siria, nel periodo in cui questi si recò in Cilicia per sedarvi una rivolta a Tarso e a Mallo ( 169 a. C.); cf. II Mach. 4, 30-38. Istigato dal perverso pontefice ebreo Menelao (v.), A. uccise proditoriamente il pio Onia III (v.). Quasi contemporancamente uccise pure un nipotino del re, figlio del defunto fratello e predecessore Seleuco IV (cf. Diodoro Siculo, XXX, 7, 2; Giovanni Antiocheno, framm. 58, in C. Müller, Fragmenta hist. graec., ed. Didot, IV, Parigi 1868, p. 558 sg.). Per questi due delitti (di cui II Mach. racconta solo il primo, gli autori profani solo il secondo), Antioco al suo ritorno lo fece giustiziare.

Bibl.: Wilcken, s. v. in Pauly-Wissowz, Realeucyci, der blass. Altertumszeit., I (1894), col. 2162 sg.. n. 12; G. Ricciotti, Storia d'Israele, II, 3^{°} ed., Torino 1938, p. 262 sg.

Gaetano M. Porrella
ANDRONICO di Alessandbia. - Patriarca monofisita (617-22), succeduto ad Anastasio, quando la discordia tra le Chiese monofisite era stata composta. La partenza dei Bizantini da Alessandria, in seguito all'avanzata dei Persiani, gli permise di entrare per primo nella città dove dominava il partito melkita o imperiale, sostenitore del dogma di Calcedonia. Il suo biografo lo loda per aver gettato a terra molti santuari del pagano/mo, ancora resistente nella valle del Nilo. Mori nel 622, quando l'Egitto era sotto i Persiani.

Bibl.: Michele il Siro, Chronicon, ed. Chabod, II, Parigi 1904. p. 411; A. J. Butler, The Arab Conquest, Oxford 1902, pp. 429-501, 502; J. Maspéro, Histoire des Patriarches d'Alexandrie, Parigi 1923, passim.

ANDRONICO, CAMATERO. - Discendente dalla famiglia Ducas e parente dell'imperatore Manuele Comneno, che verso il 1150 lo fece comandante della sua guardia e governatore di Costantinopoli. Partecipò a più riprese alle assemblee religiose riunite dall'imperatore, nelle quali, benché semplice laico, rivelò una profonda conoscenza teologica.

Tra il 1170 e il 1175 compose l'Arsenale sacro ('Is ρ 's leftlangle 0 × 60^{6} × 0right. ) trattato ancora inedito, sotto forma di dialogo, sulla processione dello Spirito Santo, diretto contro i Latini e gli Armeni. Giovanni Bekkos, patriarca di Costantinopoli, lo confutò, servendosi degli stessi argomenti proposti da A.

Bibl.: L. Allatius, Graecia orthodoxo, II, Roma 1652, pp. 287-321; F. Chalandon, Les Comnines: Manuel I, Parigi 1922.

ANDRONICO I Comneno, imperatore di Bisanzio. - Apparteneva ad un ramo cadetto della dinastia comnena, essendo figlio di Isacco, secondogenito di Alessio I. Come il padre, fu ostile al ramo regnante, e, dopo essere stato tenuto in carcere per molto tempo da Manuele I Comneno, esulò in Oriente presso principi turchi, rientrando in patria poco prima della morte di Manuele (i 180). Durante la reggenza per il giovane Alessio II (1180-82), approfittando dei contrasti sorti tra la popolazione bizantina di tendenze senofobe e l'elemento latino influente nella corte imperiale, A. si impadroni del governo, facendosi proclamare imperatore collega di Alessio II, di cui poi presto si liberò, per rimanere solo padrone dell'impero (1182). Allora, dopo aver lasciato che la senofobia incrudelisse contro i Latini, cercò di rinforzare il suo potere perseguitando a morte l'aristocrazia legata ai ricordi di Manuele I, ma determinò agitazioni e ribellioni sempre più gravi e quando nel 1185 avvenne l'attacco a Tessalonica, per parte di una spedizione normanno-siciliana, la sua posizione si fece insostenibile. Egli cadde vittima del furore popolare, dopo la proclamazione ad imperatore di Isacco II ( 12 sett. 1185). A. viene rappresentato come uomo colto, sagace, e politico; ma privo di senso morale, invece di salvare l'impero bizantino, ne aggravò i mali, facilitandone la rovina.

Bibl.: C. Diehl, Andronic Comnine, in Ficures byzantiner, 2 serie, Parigi 1908; F. Cognasso, Partiti politici e lotte dinastiche in Bisanzio alla morte di Manuele I Comneno, in Memorie della R. Arcadencia delle Scienze di Torino, 1911-12; L. Bréhier, s. v. in DHG, II, coll. 1792-98; A. Vasiliev, Histoire de l'empire byzantin, ed. fr., Parigi 1932; C. Diehl, L'Europe orientale, Parigi 1945; L. Bréhier, Vie et mort de Byzance, Parigi 1947.

Francesco Cognasso
ANDRONICO II Paleologo, imperatore di Bisanzio. - Figlio di Michele VIII Paleologo, fu coreggente con il padre nel regno, come egli si associò a sua volta, nel 1294, il figlio Michele IX. Uomo debole ed incapace, non seppe sostenere la politica attiva e forte del padre; perciò assai presto l'impero bizantino cadde da grande potenza mediterranea al grado di piccolo stato, esposto alle ambizioni degli altri paesi vicini. A., d'altra parte, abbandonò tutte le trattative del padre con la Curia romana per la riconciliazione delle Chiese ed acconsentì al trionfo definitivo della più rigida «ortodossia». I due grandi pericoli che si delinearono per l'impero bizantino durante il regno di A. (1282-1328) furono la formazione del nuovo sultanato turco degli Ottomani in Anatolia ed il salire a potenza dei Serbi. Le forze finanziarie dell'impero non permisero al governo di reagire contro i pericoli gravissimi; A. ricorse per siuti alla compagnia mercenaria catalana di Roger de Flor, ma non seppe servisene e finì con l'inimicarsi lo stesso Roger de Flor, che presto diventò un nemico terribile dell'imperatore.

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A. cercò in vario modo di rafforzare il suo potere con trattative di pace e con alleanze, senza però trarne vantaggio alcuno.

BibL.: L. Schluinberger, Expédition des Almogarares ou routiers catalans en Orient, Parigi 1902; H. Gibbon, The Foundation of the Ottoman Empire, Oxford 1916; E. Stein, Untersuchungen zur späthyzantinischen Verfassungs- und Wirtsehaftsgeschichte, in Mitt. zur osman. Geschichte, II, Hannover 1923; A. Vasiliev, Histoire de l'empire byzantin, Parig1 1932; G. Ostrogorsky, Geschichte des byzantinischen Staates, Monaco 1940.

Francesco Cognasso

## ANDRONICO III Paleologo, imperatore di Bisanzio. - Figlio secondogenito di Michele IX, che era figlio e coreggente di Andronico II, rimase erede presunto dell'avo, quando il padre venne a morte nel 1320. La leggerezza di costumi del giovane A. determinò presto un grave dissidio con il vecchio Andronico II, che pensò a discredare il nipote. Al contrasto prese parte un gruppo di malcontenti del vecchio imperatore capitanati da Giovanni Cantacuzeno, e presto si venne alla guerra civile, che terminò con l'abdicazione di Andronico II. Ma il nuovo imperatore (1328-41), abbandonò il governo al Cantacuzeno, che incominciò a preparare il suo avvento al trono, nonostante l'opposizione della imperatrice Anna di Savoia. La crisi interna bizantina favorì lo sviluppo della potenza dei Serbi, guidati da Stefano Dusrian (13311355), mentre gli Ottomani si impadronivano delle principali città bizantine dell'Asia giungendo alle coste del Mar di Marmara, minacciando la Tracia e Costantinopoli.

BibL.: J. Parisot, Cantacuzène, homme d'Etat et historien, Parigi 1845; N. Jorga, Geschichte des osmanischen Reichs, Gotha 1908; O. Tafrali, Theraulonique au XIVc sítcle, Parigi 1911; A. Vasiliev, Histoire de l'empire byzantin, Parigi 1932; G. Ostrogorsky, Geschichte des byzantinischen Staates, Monaco 1940.

Francesco Cognasso
ANDRONICO di Rodi. - Filosofo peripatetico del I sec. a. C., decimo scolarca del Liceo. Il suo nome è legato all'edizione delle opere di scuola di Aristotele, dalla quale la raccolta da noi posseduta sostanzialmente discende. Per essa A. poté servirsi della biblioteca stessa del Maestro, che, ereditata da Teofrasto, e da questi passata a Neleo di Scepsi (Troade), e infine venduta ad Apellicone, ufficiale di Mitridate, cadde nell'86 nelle mani di Silla, che la trasportò a Roma. Confutata dalla filologia moderna è la leggenda secondo la quale prima dell'edizione di A. le opere di scuola dello Stagirita fossero ignote. Copie di quelle opere erano, come ri.ulta da diverse testimonianze, nella biblioteca di Alessandria, né poteva esserne privo il Liceo. Poiché i manoscritti portati da Silla a Roma erano assai probabilmente quelli stessi di Aristotele, anche se non tutti di suo pugno, il lavoro di A. dovette essere di collazione e di revisione critica. Oltre l'edizione di Aristotele egli curò anche quella di Teofrasto. Dell'uno e dell'altro compose gli indici delle opere a noi pervenuti solo in parte. Non possediamo alcuna opera di A. Gli sono stati falsamente attribuiti dalla tradizione un De affectibus e una parafrasi dell'Ethica Nicomachea.

BibL.: F. Littig, A. von Rhodos, I-III, Monaco 1890, Erlangen 1894 e 1895; F. Ueberweg, Grundriss der Gesch. der Philosophie, 12* ed., Berlino 1926, p. 559. Carlo Diano

ANDROUTSOS, Chrestos. - Filosofo e teologo greco, n. a Kios di Bitinia nel 1869, m. nel 1937. Professore di teologia dogmatica e di teologia morale nell'Università di Atene dal 1912 al 1918 e dal 1925 fino alla morte, A. pubblicò una ventina fra opere ed opuscoli di argomento filosofico, apologetico, dogmatico e morale.

Citiamo le principali: Il male in Platone (Tò varkappa α × δ ν π α ρ dot{α} Π λ α dot{α} τ ω ν, 2 voll., Atene-Costantinopoli 1896-97); La
troria della conoscenza di Platone ('H τ o tilde{text { I }} I λ dot{α} τ ω ν ° ς θ ε ω ρ i α τ tilde{η} ς γ ν ω σ ε ω ς, Atene 1902); Manuale di Simbolica ( Δ oviμ mathrm{lov} Σ ω μ β ° λ ι χ tilde{η} ς, 1^{°} ed., Atene 1901; 2^{°} ed. aumentata, Atene 1930), nel quale l'autore esamina le divergenze dottrinali fra le varie confessioni cristiane; Dogmatica della Chiesa Ortodossa Orientale ( Δ ° γ μ α τ ι χ tilde{η} τ tilde{η} ς dot{ς} θ ° δ dot{ς} ζ ° α dot{α} ν τ ° ε ι χ tilde{η} ς Exs λ ε σ i α ς, Atene 1907), che è l'unico manuale completo di dogmatica pubblicato da un greco dal 1833 : su diversi punti l'autore appare sotto l'influsso della teologia protestante, impugna molti dogmi cattolici che del resto non conosce bene, e ritiene in genere le tesi dell'antica polemica antilatina; infine l'A. scrisse un Sistema di Etica ( Σ dot{σ} σ τ η μ α dot{η} θ ι χ tilde{η} ς, Atene 1925).

BibL.: D. S. Balanos, 'Il dot{α} α dot{α} α dot{γ} ω dot{η} σ ρ α dot{η} τ α dot{α} α dot{α} α dot{α} α dot{α} α dot{α} μ dot{α} α dot{α} α dot{α} α dot{α} α (La Scuola Teologica dell'Universitá di Atene), Atene 1931, p. 15. Martino Jugo

ANDROZIO (Androtio), Fulvio. - Gesuita, scrittore ascetico, n. a Montecchio nel 1523, m. a Ferrara il 27 ag. 1575. Fu rinomito dottore di legge alla corte di Roma, quindi canonico della S. Casa di Loreto. A 32 anni ( 1555 ) entrò nella Compagnia di Gesù; nel 1557 andò rettore al collegio di Firenze e poco dopo a quello di Ferrara, che resse per 18 anni.

E noto per tre belle operette ascetiche, più volte ristampate e tradotte in latino, spagnolo, tedesco, inglese, francese, fiammingo, polacco: Dells meditcsions della vita e morte del nostro Salcatore; Della frequeaza della Comanione; Dello stato lodevole delle vedove (Milano 1579).

BibL.: Sommerviadi, I, coll. 381-82. Anchengio Fieecht
ANDRUZZI, Luigi. - Dotto cattolico greco, n. ad Ammochostos di Cipro nel 1684, m. nel 1757. Passato ancora fanciullo al collegio greco di Roma, vi studiò filologia e filosofia. Fu professore a Bologna e partecipò alla lotta di quei tempi contro protestanti ed ortodossi orientali, rappresentati dal patriarca di Gerusalemme Dositeo. Nelle sue opere assai numerose ripete senza originalità gli argomenti della Chiesa latina. Avrebbe lasciato opere manoscritte tuttora inedite.

BibL.: E. Legrand, Bibliographie Hellénique au XVIIIc siècle, I, Parigi 1918, pp. 49-300, passim; A. Palmieri, s. v. in DHG., II, coll. 1805-1806. Luigi Bera

ANDRY, Nicolas. - Teologo e medico francese, fratello di Claude, n. a Lione nel 1658, m. a Parigi il 13 maggio 1742. A 32 anni abbandonò lo stato ecclesiastico per dedicarsi, sotto lo pseudonimo di Boisregard, allo studio della medicina. Nel 1724 fu nominato decano della facoltà di Parigi.

Scrisse, tra l'altro, Le régine de carême considéré par rapport à la nature du corps et des aliments (Parigi 1710) e un Traité des aliments de carême (2 voll., Parigi 1713): opere nelle quali si illustrano sotto l'aspetto scientifico, oltre che morale, numerose questioni riguardanti l'astinenza e il digiuno.

Bibl.: Hurter, IV, coll. 750-51; J.-B. Martin, s. v. in DThC, I, col. 1188; P. Bernard, s. v. in DHG. I, coll. 1806-1807.

Ferruccio Liuzzi
ANELLI, Luigi. - Sacerdote e storico, n. a Lodi il 17 genn. 1813, m. a Milano il 19 genn. 1890. Abbracciò la carriera ecclesiastica e fu ordinato sacerdote nel 1835. Repubblicano convinto, nel 1848 fece parte del governo provvisorio di Lombardia, opponendosi alla legge del 12 maggio, che decretava la fusione col Piemonte. Esulò poi a Nizza dove scrisse una Storia d'Italia dal 1824 al 1850 (2 voll., 1856) continuata in seguito fino al 1867 (6 voll., 1864-68). Ritornaio in patria nel 1859 , il collegio di Lodi l'inviò suo deputato alla Camera per la VII legislatura. Nella tornata del 28 maggio 1860 l'A. tenne un violentissimo discorso contro la cessione di Nizza e della Savoia alla Francia, discorso che suscitò vivaci incidenti per gli attacchi alla politica di mercanteggiamento del Cavour, ed il cui testo integrale apparve solo in Il Diritto. Riti-

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(SG. Alineri)
S. REPARATA

Firenze, Museo di S. Maria del Fiore.

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PORTA DEL BATTISTERO IN BRONZO DORATO firmata e datata 1330. Dopo il restauro - Firenze.

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CENACOLO
Firenze, ex-convento di S. Salvi.

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(Ort. Andenw)
PORTALE DELLA CHIESA DI S. FRANCESCO (sec. XIII)

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(da tanasi. Gingus cessit di ptt. tenez.) Anfllo - Mani ginnte con a., dipinto di G. Bellini (sec. xv). Ravenna coll. Cavalli.
ratosi, quindi, dalla vita pubblica trascorse gli ultimi anni fino alla morte in Nizza ed a Milano, dedicato agli studi storici e filosofici, in senso però liberale e sempre più spinto contro la Chiesa e molte verità religiose. Perciò l'opera sua anonima Storia della Chiesa per un vecchio cattolico italiano (1872) fu messa all'Indice nel 1876; e anche peggioré apparve l'altra opera postuma I riformatori del sec. XVI (1891), congerie di vieti errori dogmatici, teologici e storici (cf. I. Rinicri, in La Civiltà Cattolica, [1892, 1], p. 675 sgg.; [1892, II], p. 524 sgg.), che fu messa all'Indice nel 1892.

Biol.: G. II. De Capitani, L'ob. L. A., Milano 1899; A. Otudini, L'obato L. A., in La Lombardia nel Ris. Ital., 6-7 (dal dic. 1921 al marzo 1925), pp. 68-96; F. Gabotta, Di una prima edizione della - Storia d'Italia dal 1812 - di L. A., in Il Trione, Ital., 13 (1920), pp. 1-13; L. Fiorini, Soggio sulle dottrine politiche dell'ab. L. A. da Ladi, in Annali di Scienze politiche, 4 (1931), pp. 117-41 e 219-47. Silvio Furlani

ANELLO. - Non si può determinare con certezza quando l'a. assunse nella Chiesa il significato di autorità, di dignità e di preminenza che lo fece riservare ai soli prelati e vietare al semplice clero: tanto più che non è facile, dai documenti che abbiamo, distinguere sempre l'a. sigillare dall'a. di dignità. Certo è che alla fine del sec. vi già si aveva, nella cerimonia della consacrazione dei vescovi, la formula per la benedizione e la consegna dell'a. episcopale, come leggiamo nel Pontificale di Salisburgo, ca. l'anno 600. Il can. 28 del Concilio IV di Toledo (633) enumera l'a. fra le insegne del vescovo; ed i pontificali dei secoli seguenti stabiliscono che l'a. deve portarsi nel dito anulare della mano destra, e che si deve dare al consacrando prima del pastorale. Riservato cosi l'a. ai soli prelati, secondo le loro varie dignità, si ebbero vari a., di cui si dà una breve enumerazione.
I. Gli a. del Sommo Pontefice. - Il Papa ha tre a. distinti: l'a. (v. sotto) del Pescatore (piscatorio), l'a. pontificale, l'a. ordinario.
A. pontificale. - E simile all'a. che prendono i vescovi quando pontificano, ma è molto più ricco. Il Pontefice lo riceve dal cardinal vescovo assistente secondo le cerimonie proprie della Messa papale.
A. ordinario. - Come i vescovi, il Papa porta abitualmente l'a. alla mano destra. Il Venerdi Santo per la Messa dei presantificati il Papa si reca in cappella senza a. in dito e senza dare la benedizione: ciò deve anche osservarsi da tutti quelli che ne hanno l'uso, in segno di lutto per la morte del Signore.
2. A. cardinalizio. - E quello che i cardinali ricevono nel concistoro segreto, come distintivo della loro dignità, quando il Papa assegna ad essi i titoli delle chiese. Consiste in un cerchio d'oro con uno zaffiro sotto la cui legatura vi è in smalto lo stemma del Pontefice. Non se ne conosce l'origine, ma già si trova menzionato nel sec. xir.
3. A. Vescovile. - I vescovi hanno due a.: quello pontificale, per le funzioni solenni; e quello ordinario, che consiste in un cerchio d'oro con pietra circondata di brillanti.

Sono concessi 50 giorni di indulgenza (S. Uff., 18 apr. 1909) a chi bacia l'a. di un cardinale o di un vescovo.
4. A. degli abati e prelati "Nullius". - Il can. 325 del CIC concede agli abati nullius il privilegio di portare ovunque un a. con unica gemma, che viene dato ad essi, come anche agli altri abati regolari, nella solenne benedizione che ricevono. Si crede che la prima concessione risalga alla fine del sec. x.
5. A. dei prelati inferiori. - Il motu proprio Inter multiplices di Pio X (21 febbr. 1905) regola in maniera definitiva l'uso dell'a. per protonotari apostolici. Solo i protonotari partecipanti possono ovunque e sempre portare l'a. con unica gemma: i soprannumerari e quelli ad instar participantium possono usare l'a. nelle sole funzioni pontificali. I protonotari onorari non hanno l'uso dell'a.

Il CIC (can. 136, § 2) vieta l'uso dell'a. a tutti i chierici che non ne abbiano per legge o per indulto apostolico il privilegio. L'indulto apostolico è, in ogni caso, necessario per portare l'a. durante la celebrazione della Messa, a meno che non si tratti di un cardinale, di un vescovo o di un abate benedetto (can. 811, § 2).
6. A. dei dottori. - Eugenio III, che istituì i gradi accademici, concesse ai dottori ritualmente creati l'uso dell'a. con una sola gemma. Analoga disposizione si trova nel can. 1378 del CIC.
7. A. nuziale. - Si dà dallo sposo alla sposa nell'atto della celebrazione del matrimonio, e viene benedetto per la mistica significazione che deve avere :
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[⁰]
[⁰]:    (Ist. Enc. Catt.)
    Anello del Pescatore - Sigillo di Nireelò III.
    Museo Sacro della Biblioteca Vaticana.

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tén Doltan, Catalogue of the finger rings)
Anello - A. papali del Rinascimento.
segno del mutuo amore e pegno di indissolubile unione. Il suo uso passò nella liturgia cristiana dall'antichità romana.

BibL.: F. Liceti, De annulis antiquis, 2^{°} ed., Udine 1642; J.-A. Martigny, Des anneaux chez les premiers chrétiens et de l'anneau épiscopal en particulier, Mâcon 1848; M. Deloche, Le port des anneaux dans l'antiquité romaine et les premiers siècles du Moyen-âge, in Mém. Arad. Inscript, 32 (Parigi 1896). Enrico Dante
A. del pescatore. - E usato come sigillo nei brevi pontifici, di cui costituisce una delle principali caratteristiche, e in altri atti redatti dai segretari apostolici, come le cedole e le sentenze concistoriali. Il nome deriva dalla figura dell'impronta, che rappresenta s. Pietro pescatore.

La sua origine si ricollega con l'origine stessa dei brevi. La prima menzione si trova in due lettere di Clemente IV del 1265 e del 1266 (Potthast, 19051 e 19380) come sigillo segreto usato nelle lettere di carattere privato in luogo della bolla plumbea, che era il sigillo ufficiale e solenne. Il primo esemplare è costituito da un sigillo di Niccolò III (1277-80) in cera rossa, di forma ovale, alto circa cm. 2,5, appeso ad un reliquiario del Sancta Sanctorum al Laterano, ora conservato nel Museo Sacro della biblioteca Vaticana; in esso si scorge un giovane imberbe in piedi, che sorregge una canna da pesca con un pesce all'estremità della lenża, ed intorno si legge : † secretum nicolai PP. III.

Tuttavia fino al pontificato di Niccolò V il sigillo segreto non portò sempre la figura del pescatore: l'a. d'oro dell'antipapa Clemente VII (1378-94) conservato pure al Vaticano, porta il suo stemma sormontato dalla tiara e dalle chiavi; e il sigillo di Eugenio IV (1431-47) usato in alcuni brevi presenta le teste dei Principi degli Apostoli (o anulus capitum Principum Apostolorum o). Nei brevi di Bonifacio IX (1389-1404) l'a. piscatorio è detto a anulus fluctuantis naviculae ».

Con Niccolò V (1447-55) il tipo divenne costante: ovale impresso su cera rossa, alto circa 2 cm ., con la figura di
s. Pietro chino nella navicella in atto di tirare la rete, e nel cielo il nome del Papa seguito dal numero ordinale. Intorno alla cera (tranne nella parte inferiore) era attaccata una treccia di pergamena per proteggere il sigillo dalla strofinio.

Nel 1842 il sigillo di cera aderente è stato sostituito da un timbro rosso rotondo, che conserva la rappresentazione dell'a. piscatorio.

Bibl.: K. A. Finà, Untersuchungen über die päpstlichen Breven des 13. Jahrhunderts, in Römische Quarritschrift, 43 (1932), p. So seg., dove è riportata la bibliografia precedente, tra cui v. aperialmente F. Cancellieri, Notizie sopra l'origine e l'uso dell'a. pjcratoris, Roma 1828; Ed. Watterton, On the - Annulus piseutoris - or Ring of the Fisherman, in Archaeolagia, 40 (1866), pp. 138-42.

Giallo Bottelli
A. nell'arte. - All'avvento del cristianesimo i simboli e le figurazioni pagane che ornavano il sigillo cedono il posto ad altre di soggetto sacro che sono in stretto rapporto con il repertorio iconografico delle catacombe; nella massima parte degli esemplari - interessante per varietà di tipi la raccolta del British Museum di Londra - l'esecuzione è piuttosto sommaria e rozza. L'a. del vescovo trae origine dalla necessità che egli aveva di apporre il proprio sigillo ad atti ufficiali; in processo di tempo acquista il significato di suggello della vera fede e diviene simbolo di unione fra il pastore e la sua diocesi. Già nel sec. vil era in Spagna un normale attributo vescovile e tale divenne in Francia nel ix e poco più tardi in tutte le altre regioni dell'Occidente. In relazione col nuovo significato e col diverso orientamento del gusto, al sigillo inciso si sostitui di regola il castone con una pietra colorata talvolta incisa; non di rado vennero usati anche cammei o pietre lavorate dell'antichità pagana. Durante il Rinascimento l'a. raggiunge un elevato grado di arte anche per l'unione di varie tecniche come il niello e lo smalto; più massiccio nel castone appare durante l'età barocca. Merita particolare menzione l'a. piscatorio la cui forma è invariata almeno dal sec. xv; è un a. generalmente di bronzo dorato con cristallo di rocca inciso con la rappresentazione della navicella e il nome del Pontefice che di esso si serve per apporre il sigillo ai brevi; subito dopo la morte viene distrutto.

Bibl.: E. Molinier, Histoire générale de l'art appliqué à l'industrie, I, Parigi 1902; H. Leclercq, s. v. in DACL, I, call. 21742223; G. M. Dalton, Catalogue of the Early Christian Antiquities in the British Museum, Londra 1911, pp. 1-23.

Guadielmo Matthae
ANEMIO. - Vescovo di Sirmio in Pannonia (fine sec. iv). Si parla di lui nella vita di s. Ambrogio, per la parte presa dal vescovo di Milano alla sua nomina (380). Fu presente al Concilio di Aquileia del 381 , dove fu condannato l'arianesimo. Di lui si fa pure menzione nel Sinodo romano del 382. Prima del 391, A. era già morto, perché a quella data Sirmio avevo un
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Anello del Pescatore - Particolare del sigillo segreto di Clemente VII, antipapa - Museo Sacro della Biblioteca Vaticana.

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nuovo titolare di nome Cornelio (cf. Mansi, III, 581, 599, 601, 612, 1058).

Mario Scaduto
ANERIO, famiqlia. - Casato cui appartennero diversi musicisti, fra cui sono celebri:

Maurizio, di Narni, suonatore di trombone in Castel S. Angelo, padre di Giovanni Francesco e Felice. Svolgeva la sua attività di suonatore anche presso la Congregazione dell'Oratorio del cui fondatore, s. Filippo Neri, era penitente fin dal 1556. Morì nel 1591.

Giovanni Francesco, n. a Roma nel 1567. Dal 1575 al 79 fu putto cantore nella Cappella Giulia sotto la direzione del Palestrina, e dal 1606 fin verso il 1609 pare sia stato alla corte di Sigismondo III, re di Polonia. Nel 1609 lo ritroviamo a Verona, maestro di cappella del Duomo, e dal 1611 a Roma, «in Seminario Romano musicae Praefectus», e maestro di cappella nella chiesa del Gesù (1613-20).

Fu sacerdote dopo una lunga preparazione che va dal 1583 al 1616 , anno in cui ricevette la sacra ordinazione nella sacrestia di S. Pietro per mano del vescovo di Grosseto mons. Giulio Sansidoni. Il 7 ag. seguente celebrò nella chiesa del Gesù la sua prima Messa cantata, cui parteciparono tutti i cantori di Roma divisi in otto cori. Recenti indagini archivistiche hanno indotto a ritenere la data della sua morte, posta generalmente dopo il 1621 (dalla data dell'ultima opera - i Lieti scherzi - pubblicata con dedicatoria dell'autore), posteriore al 1624.

Oltre la vasta produzione sacra, composta per le chiese della Compagnia di Gesù, dedicò viva parte della sua attività alla Congregazione dell'Oratorio, per cui scrisse delle Laudi e, nel 1619 il Teatro armonico spirituale, che occupa un posto importante nelle origini dell'Oratorio in volgare.

Le sue composizioni, più ricche per numero e varietà di quelle del fratello Felice, comprendono, oltre varie raccolte di madrigali (da una a 8 voci) e di musica strumentale (cembalo e liuto), un Dialogo pastorale al Presepio a 3 voci con intavolature di cembalo e di liuto (con incisioni su rame, Verona 1600); molte raccolte di mottetti da una a 8 voci (l. I, 1609 ; l. II, con litanie e 4 antifone mariane dopo il Vespro, 1611); Sacri concentus una cum basso ad organum, con litanie a 4 voci (1613); Antiphonae seu sacrae cantiones (1613, mottetti, 1. IV, 1617; 1. V, 1618); Sacrarum cantionum (1. V, 1618); Ghirlanda di sacre rose musicalmente contesta, concertata a 5 voci (1619), a cui si può aggiungere La Selva armonica (mottetti, madrigali, canzoni, dialoghi e arie) del 1617, per arrivare poi alla famosa raccolta del 1619 Il Teatro armonico spirituale di madrigali a 3-8 voci concertate con Basso per Organo, che costituisce, con le Laudi composte per il Tempio armonico del beato Giovenale Ancina (v.) e con il Dialogo pastorale suaccennato, il preludio, secondo il nuovo stile monodico rappresentativo, alla musicalità drammatica che informerà di sé il Seicento, dal teatro vero e proprio alla musica spirituale dell'Oratorio. Nel campo prettamente liturgico il suo nome è legato ad un gruppo di
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Anello del Pescatore - Particolare del sigillo segreto di Clemente VII, antipapa - Museo Sacro della Biblioteca Vaticana.
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(ha. Einc. Uatt.)
Anello - A. devozionali dei secc. xiv-xvi.

Responsoria nativitatis Domini, Venite exultemus, Te Deum, a 3-8 voci, del 1614 (ristampato nel 1629), di Salmi du Vespro a 3-4 voci del 1620, e di messe, fra cui ricordiamo, oltre l'edizione (del 1600 ca.) di 3 messe del Palestrina (tra esse è notevole la Missa Papae Marcelli, ridotta dall'autore a 4 voci) con una propria messa della Battaglia, il volume di messe a 4-6 voci del 1614 , contenente la Missa pro defunctis (pubblicata poi anche a parte [1630] e recentemente riedita da F. Pustet nel 1865), ed altre fra le quali spicca, ad es., una Missa Paulina Burghesia, dedicata a Paolo V: tutte molto vicine alla pura ispirazione palestriniana, cui si rifaceva la sodá formazione contrappuntistica e polifonica dell'autore. Molte composizioni manoscritte si conservano nelle biblioteche di Vienna, Berlino, Bruxelles, Londra, Bologna e Roma.

Felice, fratello maggiore del precedente, n. a Roma ca. il 1560 , m. nel 1614 , forse il 26 sett. Nel 1568 fu accolto come putto cantore nella cappella musicale di S. Maria Maggiore, nel 1575 come soprano e nel 1577 come contralto nella cappella Giulia, passando subito dopo, sempre come contralto, alla cappella di S. Luigi dei Francesi (1579-80). La sua formazione artistica, iniziata molto presumibilmente dal padre, fu efficacemente proseguita dai vari maestri di cappella sotto cui si svolse la sua attività di cantore, e cioè : da G. M. Nanino (v.) di cui con insistenza amava dichiararsi allievo, da Giovanni Pierluigi da Palestrina e dal Suriano. La sua carriera di maestro abbracciò vari campi di attività : dal Collegio degli Inglesi, tenuto dai Gesuiti ( 1585 ), alla Compagnia di Roma (che sarà poi l'Accademia di S. Cecilia), alla cappella del duca Giovanni Angelo Altemps, e infine alla cappella Sistina, dove successe al Palestrina come compositore pontificio.

Oltre varie raccolte di canzonette e madrigali, ha al suo attivo gran copia di musica sacra che, dopo i Madri-

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gali spirituali, editi dal Gardano nel 1585 (sua prima opera stampata) e i due libri dei Concerti spirituali a 4 voci, del 1593, comincia ufficialmente col 1594, che segna l'inizio della sua duplice attività di compositore liturgico per la cappella ducale Altempsiana e per la cappella apostolica. Sono appunto dedicati a Clemente VIII, che lo aveva elevato alla carica di compositore pontificio, i due libri di Mottetti a 8 voci (1596) e a 5-6-8 voci (1602), che uscirono a Venezia (il I) e a Roma (il II) col titolo di Sacri Hymni et Cautica. L'opera liturgica di Felice A. comprende, oltre i Responsori a 4 voci ( 1602 e 1606), varie messe e salmi che, con litanie e mottetti, furono pubblicate in raccolte dal Pustet (ca. 1853-63: v. nella Musica Divina di K. Proske i mottetti della collezione Altemps), o giacciono tuttora manoscritti nelle biblioteche di Roma (cappella Sistina), Berlino, Breslavia, Dresda, Vienna, ecc.

Ad esprimere l'altezza della sua arte liturgica basterà ricordare un giudizio di A. W. Ambros che, della messa Veni Spanna Christi dell'A., sostenne poter stare alla pari con l'omonima messa palestriniana.

Come il fratello Giovanni egli racchiude nella sua arte le due correnti che avevano, nell'inizio del '600, il loro punto di sutura: la tradizione polifonica palestriniana, col suo ben attrezzato bagaglio di costruzioni contrappuntistiche, e la nascente tendenza monodica, la quale, più che nella forma propriamente drammatica della voce sola (come nell'opera di Giovanni Francesco) si esprime, in Felice, con la spiccata inclinazione a spingere la polifonia, per mezzo della omofonia, verso quel prevalere della voce superiore, che porterà al monodismo melodico del ' 600 .

Il nome di Felice A. è anche legato alla storia della edizione del Graduale, detta Medicea perché stampata nella tipografia del Raimondi, patrocinata dal card. Ferdinando dei Medici, la cui revisione era stata affidata da Gregorio XIII al Palestrina (Proprium de tempore) e a Zoilo (Proprium Sanctorum), insieme a quella dell'Antifonario e del Salterio, e che, abbandonata dal Palestrina
intorno al 1578 fu ripresa nel 1611 , quando l'impresa venne appunto affidata, per iniziativa del card. Del Monte, a Felice A. e al Suriano. La stampa di tale edizione fu ultimata dall'editore Raimondi, che ne aveva ormai ottenuto il privilegio, nel 1614 per il vol. I (Pr. de tempore) e nel 1615 per il II (Pr. Sanctorum), che uscì dopo la morte dell'A. stesso.

Bernardino, fratello di Felice e di Giovanni Francesco, fu pure musico, poiché figura fra i cantori che, diretti da Luca Marenzio, parteciparono alle funzioni quaresimali del 1595 alla Confraternita del S.mo Crocifisso in S. Marcello.

BibL.: Fr. X. Habel, Ginyanni Francesco A., Darstellune seines Lebensganges und Schaffens auf Grund bibliographischer Dokumente, in Kirchenmusikalisches Jahrbuch, 1886, pp. 51-66. R. Molitor, Die nachtridentinische Choralreform zu Rom., II, Lipsia 1901-1902; L. Torri, Nei parentali di Felice A., in Riv. Mus. Ital., 21 (1914), p. 495 sgg.; A. Canetti, Nuovi contributi alla biografia di Maurizio e Felice A., ibid., 22 (1915), pp. 123-33; R. Casinini, Maturizio, Felice e Giovanni Francesco A., ibid., 27 (1920), pp. 602-10; id., Giuvanni Francesco A., in Note d'Archivio, 12 (1938), p. 6; G. Liberali, Giue. Felice A. Un suo fugace saggiovon a Trevion e le esecuzioni corallstrumentali al monsetero di S. Teonisto dal 1590 al 1667, in Note d'Architio, 17 (1940), pp. 171-78.

Luca Cerullo
ANESTESIA. - La parola (dal greco 8v neg. e α (o0́sos: sensazione) significa mancanza di sensibilità in generale e si usa comunemente dai non medici come sinonimo di analgesia ( 8 v neg. e 8ivpos: dolore), cioè mancanza di sensibilità dolorifica. Quindi con il nome di anestetici si indicano promiscuamente sostanze (oppio e derivati, etere solforico, cocaina, clorale, cloroformio, protossido di azoto, ecc.) che diminuiscono o fanno scomparire il dolore sia come analgesici sia come anestetici propriamente detti.

Avremo perciò a. lornle, se l'insensibilità riguarda soltanto una parte dell'organismo (propriamente analgesia) e a. generale se l'insensibilità si estende a tutto l'organismo con sonno generale e perdita della coscienza. La più parte degli anestetici hanno anche un uso che si può chiamare estromedicale e vengono adoperati per produrre stati di ebbrezza, sensazioni gradevoli: euforia di eccitazione (cocaina, etere, ecc.) o euforia di passività (oppio). In questo caso essi vengono indicati con il nome di stupefacenti (v.).

1.     - Pratica e storia medica. - L'a. può considerarsi sotto diversi aspetti: a. provocata ad arte (specialmente negli interventi chirurgici); a. collegata a fattori preternaturali e soprannaturali; e a. prodotta da fattori patologici secondo la interpretazione dei moderni psichiatri.
2. L'a. chirurgica sia locale, sia generale, in forma di narcosi, fu tentata dagli antichi mediante vari procedimenti e sostanze di azione molto aleatoria (compressione, legatura, pietra menfite, cenere di cuoio di coccodrillo, ecc.). Di azione più evidente fu l'uso di succhi di piante ad effetto stupefacente (oppio, mandragora, belladonna, giusquismo, ecc.). Con queste sostanze venne composta una "confectio soporis" usata nel secr. XII e XIII (Nicolli Salernitano, Teodorico de' Borgognoni) somministrata per mezzo della spongia somnifera (spugna impregnata dei succhi suddetti ed applicata alla bocca ed al naso del paziente al momento dell'intervento) o anche data per bocca. Abbandonato questo metodo infido per difficoltà di dosaggio (specie nella spongia), l'a. rimase sempre allo stato di aspirazione. Si tentò, nel s