volume-01

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el secr. XII e XIII (Nicolli Salernitano, Teodorico de' Borgognoni) somministrata per mezzo della spongia somnifera (spugna impregnata dei succhi suddetti ed applicata alla bocca ed al naso del paziente al momento dell'intervento) o anche data per bocca. Abbandonato questo metodo infido per difficoltà di dosaggio (specie nella spongia), l'a. rimase sempre allo stato di aspirazione. Si tentò, nel sec. XVI un'a. locale col freddo (M. A. Severino). Nel sec. XVII e specialmente durante la guerra dei Trent'anni, si procedeva ad una specie di a. generale, ubbriacando il paziente con sequavite e facendogli battere ripetutamente il capo. Nel sec. XIX ebbe inizio la vera a. con il tentativo, fallito alla prima esperienza, di Orazio Wells mediante il protossido di azoto (gas esilarante), ripreso ed attuato nel 1863 da J. H. Smith. Seguirono l'uso dell'etere solforico (G. Jakson-W. T. G. Morton), applicato per la prima volta nel 1846, e del cloroformio usato dapprima in ostetricia

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(1847), su consiglio di Waldic, da J. Simpson. L'a. locale fu praticata con iniezioni di morfina, e poi di cocaina, dopo la scoperta di questi alcaloidi ( 1816 e 1884 ) e dopo l'invenzione della siringa d'iniezione.

Nel 1883 I. L. Corning indicò l'a. spinale con iniezion di cocaina, e nel 1899 A. Bier praticò la lombare. Nel 1842 J. Brai, sulla base di osservazione di fenomeni mesmerici, aveva frattanto scoperto l'ipnotismo che venne da lui applicato quale anestetico (a. psichico) metodo che incentrò gravi opposizioni. Si tralasciano altre forme di a. di secondaria importanza.
2. A. da fattori preternaturali e soprannaturali. - Particolari stati di a., secondo il convincimento medievale, erano provocati da operazioni magiche o da interventi diabolici. Satana stesso avrebbe promesso agli stregoni di renderli insensibili al dolore fino a che avessero avuto i loro capelli, onde gl'inquisitori facevano radere il capo degli impurati (C. Sprengel) o anche tutto il corpo (M. Cumanus).

Tale convincimento esiste ancor oggi, tra gli stregoni della Malesia (I. C. Frazer). Anche speciali filtri magici erano venduti furtivamente agli accusati onde far loro sopportare il dolore della tortura. L'a., diffusa e limitata sulla super. fice cutanea, era, secondo le leggende medievali, una dimostrazione di possessione diabolica, sia effettuata per mezzo del patto tra spirito infernale e stregone, sia per possessione avvenuta senza la volontà del posseduto.

Uno stato particolare di analgesia per intervento divino risulta da molte narrazioni agiografiche, secondo le quali alcuni martiri mostravano di non sentire gli strazi dei tormenti e dei supplizi, varie persone sante i dolori delle malattie più roditrici e vari estatici le punture o le bruciature. Tale a. viene definita dagli psichiatri moderni, come «miracolo fisiologico» (E. Tanzi ed E. Lugaro).
3. L'a. da fattori psichici può essere provocata da stati di vivissima emozione (risse, episodi bellici, catastrofi, ecc.) e può durare anche parecchie ore. In talune cerimonie magico-religiose di popoli primitivi il sacerdote stregone, e per contagio psichico anche i presenti, raggiungono uno stato tale di esaltazione da prodursi ferite, trapassarsi le gote con ferri acuminati, senza provare dolore.

Molte malattie producono a., in particolar modo alcune malattie mentali. La produce, ad es., la lebbra, tanto che questo sintomo era considerato patognomonico della malattia e costituiva uno dei segni di cui si servivano i tribunali dei lebbrosi per decidere l'internamento dei malati nei lebbrosari (v. lebbra e lebbrosaH). Tra le malattie mentali, oltre la melanconia grave, gli stati depressivi della paralisi progressiva, l'epilessia, gli stati catatonici, l'amenza, la demenza senile, l'alcoolismo, ecc., nell'isterismo si ha analgesia a zone limitate e figurate, a forma di guanto, di stivaletto, ecc.; una tale caratteristica dà possibilità di equivoco con le capricciose zone di a. dei posseduti diabolici.

BibL.: E. Tanzi-E. Lugaro, Malattie mentali, Milano 1914: A. Benedicenti, Malati, medici, medicine, Milano 1925; A. Pazzini, Gli stupefacenti, nella storia e nella etrologia, in Athema, 1936: R. Fülöp Miller, Come fu vinto il dolore, Milano 1939.

Adalberto Pazzini
II. - Dottrina morale. - La morale naturale non ha nulla in contrario a che si faccia ricorso agli anestetici per attutire o abolire i dolori, perché chi soffre abbia sollievo o possa subire gli interventi chirurgici giudicati opportuni o necessari. Non vale contro l'uso degli anestetici l'argomento dell'esempio di Gesù Cristo, che specialmente durante la Passione volle sopportare integralmente il peso immenso dei suoi dolori. Il cristiano è libero di non ricorrere all'a., di abbracciare, conservare, desiderare anche i dolori, per il loro valore soprannaturale di espiazione e di impetrazione: e ne abbiamo moltissimi esempi nell'agiografia; però questo contegno non si può erigere a legge universale; non tutti se la sentono; e anche per quelli che lo vo-
lessero, il medico deve mostrarsi prudente e moderato nell'acconsentire, prevedendo gl'inconvenienti che ne potrebbero derivare. Anche qui non sempre il corpo corrisponde ai desideri e ai voli dell'anima.

Il principio generale è dunque questo : si può ricorrere all'a. locale o generale ogni volta che lo si giudica opportuno per il benessere dell'ammalato. Con queste avvertenze, però : a) vigilare sugli effetti tossici che possono derivare dall'a.; b) quando si tratta di puntura di morfina, cocaina, ecc. tocca al medico stabilirne la dose e la frequenza, perché è facile che il malato contragga abitudini pericolose; c) quando l'a. è totale e perciò resta abolita la coscienza, il malato, prima di venire addormentato, deve porre ordine ai suoi affari temporali e soprattutto spirituali, perché potrebbero accadere incidenti imprevisti o improvvisi e fatali; d) l'a. è lecita anche in ostetricia in quella misura che non è nociva né alla madre né al nascituro. "Una delle maggiori cause della limitazione delle nascite è la paura per i dolori del parto, paura che la donna ha logicamente, ma che è sentita spesso anche dal marito che non può vedere soffrire colei che ama, né pensare che la sofferenza è come il prezzo del suo godimento. Inoltre l'uomo moderno, soprattutto, pensa che non sia giusto che mentre si cercano di lenire i dolori e le miserie umane, non si pensi poi a lenire i dolori della maternità (E. Bonn, pp. 356-57 ).

Per l'a. nell'agonia e di fronte alla morte, v. EUTANASIA.

BibL.: R. Boigelot, L'infirmière et sa mission dans le monde moderne, Parigi 1931: G. Payen, Déontologie médicale d'après le droit naturel, 2^{text {a }} ed., Zikawsi 1933: E. Bonn, Medicina e morale, trad. ital., ²² ed., Torino 1946, pp. 325-27. Celestino Testore

ANFIDROMIE ( dot{α} μ varphi ι δ ρ dot{ρ} μ α ). - Festa familiare attica, che aveva lo scopo di purificare il neonato e tutti coloro che con lui erano venuti in contatto, dall'impurità rituale connessa con la nascita. La cerimonia consisteva nel correre attorno al focolare (donde il nome: da dot{α} μ varphi i intorno, e δ ρ dot{ρ} μ ° corsa); chi portava il bambino sembra che dovesse essere nudo. La cerimonia aveva luogo nel quinto giorno dopo la nascita; ritardandola di qualche giorno, la si univa a quella dell'imposizione del nome. Alla festa era, naturalmente, connesso un banchetto.

BibL.: Stenzel, s. v. in Pauly-Wissowa, Realencycl. der klass. Altertumskissenschaft, I, II, col. 1901, sg.; E. Samter, Die Familienfeste der Griechen und Römer, Berlino 1901, pp. 39-62. Paolino Mingazzini

ANFILOCHIO, santo. - Vescovo di Iconio in Licaonia, amico dei ss. Basilio e Gregorio Nazianzeno, n. a Cesarea di Cappadocia ca. il 340-45 Formatosi alla scuola di Libanio (v.) in Antiochia, segui il padre nella carriera forense che esercitò a Costantinopoli dal 364 in poi. Disgustato, nel 369 si ritirò ad Ozitala per assistere il padre ormai vecchio, e dedicarsi al servizio di Dio. L'invito rivoltogli poco dopo da s. Basilio di recarsi a Cesarea, e da lui accettato (373), fu decisivo per la sua vita. Non pare che sino allora avesse ricevuti gli ordini sacri; ma al principio del 374 era vescovo. Gli abitanti di Iconio, dopo la morte del loro vescovo Faustino, si erano rivolti a s. Basilio perché designasse un successore. La sua scelta cadde su A., che riluttante dovette assumersi la cura di quella sede recentemente eretta a metropoli. Sino alla morte Basilio mantenne un'intima e affettuosa corrispondenza con A., cui fu largo di consigli e assistenza negli affari inerenti alla sua carica. A lui il vescovo di Cesarea dedicò il De Spiritu Sancto, scritto dietro suo suggerimento; e contemporaneamente (374-75) gl'indirizzava le tre

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epistole canoniche sull'ordine ecclesiastico, in seguito a quesiti propostigli dal figliuolo spirituale intento agli affari ecclesiastici dell'Isauria, Licia e Licaonia. S. Basilio, ormai prostrato da malattie, l'invitò anche ad assisterlo nell'amministrazione della propria diocesi, divenuta un fardello assai pesante.

Nel 381, A. partecipò al Concilio ecumenico di Costantinopoli e sottoscrisse la formula fidei contro gli errori di Macedonio. Instancabile nel combattere l'eresia, provocò nel 383 gli editti di Teodosio contro gli ariani e presiedette a Side nella Panfilia un sinodo che condannò i messaliani. Sembra che la sua energia abbia provocato la crociata religiosa che estirpò questa eresia. S'ignora la data della sua morte, avvenuta probabilmente prima del 403; viveva ancora nel 394, quando prese parte a un Sinodo di Costantinopoli. La sua festa ricorre il 23 nov.

La maggior parte dei suoi scritti sono andati perduti. Oltre a frammenti riportati da Teodoreto, da Giovanni Damasceno e altri (PG 39, 97-118), restano ancora: 1) Iambi ad Seleucum (pubbl. dal Migne tra le opere di Greg. Nazianzeno: PG 37, 1577 sgg.), poema di 333 trimetri giambici col quale esorta il nipote del generale Traiano alla vita cristiana; 2) Epistola Synodica, contro l'eresia macedoniana, redatta per mandato del sinodo d'Islanio del 376; 3) Orationes et Homeliae. Ulteriori precisazioni e scoperte intorno agli scritti di A. si sono avute in seguito agli studi di K. Holl e G. Ficker. Ciò che rimane delle sue opere non basta per giudicare del valore di A. come teologo e scrittore; ma il giudizio entusiasta dei suoi contemporanei (cf. PG 39, 27-34) non lascia dubbi in proposito. Soprattutto le testimonianze di s. Basilio e s. Gregorio Nazianzeno, ai quali dobbiamo le scarse notizie sulla vita di A., lo presentano come un uomo dedito allo studio e all'investigazione, un vescovo intemerato e araldo di verità. L'Oriente cristiano vide in lui un campione dell'ortodossia e una delle personalità più rappresentative della Chiesa greca.

Le opere di A. sono raccolte dal Migne in PG 39, 9-130, secondo il testo del Gallandi, Bibliotheca Veterum Patrum, VI, Venezia 1770, pp. 457-514.

Bibl.: Martyr. Romanum, p. 241 ; J. B. Lightfoot, s. v. in Dictionary of Christian Biography, I, Londra 1877, pp. 103-107; K. Holl, Amphibochius von Ibonium in seinem Verhältnis zu den grossen Kappadoctern, Tubinga 1904; G. Ficker, Amphibohiana, I, Lipsia 1906; V. Schultze, Altschristliche Städte und Landschaften, II, Gütersloh 1926, pp. 334-42; O. Bardenhower, Geschichte der altkirehlichen Literatur, III, Friburgo in Br. 1912, pp. 220-28; O. Stählin, Altschristliche griechische Literatur, 6a ed., Monaco 1904, pp. 1426-28. Mario Scaduto

ANFIONE, santo. - Vescovo di Epifania nella Cilicia, prese parte ai Concili di Ancira (314), Neocesarea (314), Nicea (325). Avversario degli ariani, è raccomandato da s. Atanasio per l'ortodossia dei suoi scritti. Gli storici antichi lo identificano con A. successore di Eusebio di Nicomedia dopo la deposizione di costui, ma la cosa non è chiara. Il Martirologio Romano lo ricorda il 12 giugno.

Bibl.: S. Atanasio, Disputatio Ie contra Ariants: PL 25. 557; Sosomeno, Hist. eorl., I, 10, 21; Martyr. Romanum, p. 235 : Tillemont, VI, Venezia 1732, pp. 109, 200, 640, 808; A. Pliche e V. Martin, Storia della Chiesa, IV, vers., ital., Torino [1935], nn. 75, 88, 111 . Mario Scaduto

ANFIPOLI ('A μ varphi i σ ° λ ι ς ). - Città della Macedonia orientale (oggi villaggio di Neohhori [on]), a ca. 5 km . dal Mar Egeo, sul fiume Strimone (oggi Struma), che la circonda da due parti : onde il nome di "città cinta (dal fiume)». Per la sua importanza strategica era chiamata 'Evvés 680 ( «le nove strade». Contesa nelle guerre dei secc. v e iv a. C. (Erodoto, VII, 114; Tucidide, I, 100; IV, 102 sg.; Demostene spesso in Olsoth., Philipp. e altri discorsi), fu dal 437 a. C. colonia ateniese, dal 424 spartana, dal 346 macedone; poi, sotto i Romani, capitale della "Macedonia prima"
e attraversata dalla via Egnazia. Fu patria del critico Zoilo e centro numismatico importante : le sue prime monete sono del 422-21 a. C.
S. Paolo attraversò A. e Apollonia (v.) nel recarsi con Sila da Filippi a Tessalonica nell'anno, sembra, 51 d. C. (Act. 17, 1).

Ignoriamo se la comunità cristiana di A. risalga a s. Paolo. Di A. era s. Mocio sacerdote, martire sotto Diocleziano, e i santi martiri (data ignota) Auctus, Taurio e Thessalonike. Nell'età bizantina è chiamata Chrysopolis (non Christopolis, corrispondente a Neapolis o Cavalla) ed è sede vescovile; ma due soli suoi vescovi (Andrea, al Concilio Trullano, 692, e un anonimo presso s. Teodoro Studlia, 808) risultano con certezza.

Bibl.: J. Kutsch, De Amphipoli, Breslavia 1836; O. Hirschfeld, s. v. in Pauly-Wissowa, Realeucyel. der Mass. Altertumswit., I (1894), coll. 1947-52; S. Vadhe, s. v. in DHG, II, coll. 1348-90. Antonino Romeo

ANFITRITE ('A μ varphi ι τ ρ i τ η ). - Divinità greca del mare. Il nome deve essere uguale a quello di altri esseri marini dove appare l'elemento trit: le etimologie dal greco ("corrente", "mobile") sono poco soddisfacenti, perciò alcuni considerano A. divinità preellenica, forse minoica. Non è ricordato nell' Iliade, bensì nell'Odissea, dove è poco caratterizzata. Esiodo ne fa una nerede, sposa a Posidone e madre di Tritone e di Rodo. Posidone l'avrebbe rapita a Nasso o, secondo un'altra versione, A. fuggita in fondo al mare sarebbe stata riportata a Posidone da un delfino. A Teseo avrebbe dato una corona d'oro, che lo avrebbe aiutato a uscire dal labirinto. Secondo altre tarde fonti A. sarebbe una oceanina. Fu venerata a Tino, a Micono e all'Istmo di Corinto, ma sempre insieme a Posidone. Veniva raffigurata su un carro tirato da animali marini.

Bibl.: Wernicke, s. v. in Pauly-Wissowa, Realeucyel. der klass. Altertumswits., I, 11 (1894), coll. 1963-67; M. Nilsson, Geschichte der griech. Religion, I, Monaco 1941, p. 225. Luisa Banti

ANFOSSI, Filippo. - Teologo italiano, n. a Taggia (presso San Remo), m. a Roma il 14 maggio 1825. Fu religioso domenicano e spiegò intensa attività per la difesa dei diritti della Chiesa romana contro il gallicanismo. Pio VII, dopo il ritorno nei suoi Stati, nel 1814 lo nominò vicario generale dell'Ordine, e l'anno seguente maestro del S. Palazzo, carica che l'A. conservò fino alla morte. In tale qualità indicò al Lamennais le correzioni da introdurre nel suo Essai sur l'indifférence (1821-23).

Pubblicò parecchie opere. Tra le principali meritano menzione: Difesa della Bolla e Auctorem fidei " (Roma 1810); La ragione e la fole in collera con P(r). C(orrego) per la sua dissertazione sulla legge del divorcio (ivi 1814): L'uomo politico-religioso (ivi 1822); La vendita dei beni ecclesiastici (ivi 1824).

Bibl.: Fr. H. Reusch. Der Inden der verboteuen Bärber, II, Bonn 1882, pp. 400, 962, 1094, 1226; P. Mandonnet, s. v. in I7ThC, I, col. 1188.

ANFOSSI, Michele Antonio di San Luigi Gonzaga. - Carmelitano scalzo, missionario e vescovo, n. a San Remo il 31 ott. 1799. Vestì l'abito religioso a Roma, dove fece la professione il 27 sett. 1816. Inviato ( 1825 ) alle missioni nel regno del Gran Mogol (Indie orientali), esercitò per nove anni il ministero nelle stazioni di Surat, Baroda, Kaira (nel Guigerat); poi fu vicario della chiesa della Speranza a Bombay (18351852), e vicario generale di quel vescovo. Nominato nel 1853 primo vicario apostolico di Mangalore, vi spiegò un'attività straordinaria, fabbricando chiese e scuole, e comunicando ai missionari il suo zelo. Rinunziò all'incarico nel 1870 e si ritirò a Quilon ove morì il 22 dic. 1878.

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Bib.: Alphonsus a Matre Dol., Faucral Oration of his Lambhip Michael-Autony, C. D., Bishap of Menith..., Calcutta 1878; A. Jann, Die hath, Missionen in Indien..., Paderbona 1913, p. 284 spt: Ambrosius a S. Teresia, Nomenclator Missionaria. rom Carnaliteram Discalcentorum, in Andecta Carnalitarum Discalcentormm, 18 (Roma 1943), p. 81. Ambrogio di Santa Teresa

ANFOSSI, PASQUALE. - Musicista, n. a Taggia (Imperia) nel 1727, studiò al conservatorio S. Maria di Loreto a Napoli. Morì nel febbr. 1797 a Roma, dove, dal 1792, era maestro di cappella a S. Giovanni in Laterano.

Della vasta produzione di musica religiosa (messe, maturti, salmi, cantate, ecc.) sono notevoli gli oratori: Assalame, La Betulia liberata (secondo alcuni il suo capolavoro), Il Conviio di Baldassarre, S. Elena al Calvario, Ester, Il Figliuol Prodigo, Giuseppe riconosciuto, La morte di s. Filippa Neri, La Nascita del Redentore, Il Sacrificio di Noć, Il Sedecio, L'Uscita dall'Arca.

Bibl.: G. Martini, Taggia e i suoi dintorni, Oncelia 1873. Luisa Cervelli
ANGELA da Foligno, beata. - Mistica, n. a Foligno ca. il 1248 , m. il 4 genn. 1309. Se ne fissa la conversione al 1285 , quando si sentì ispirata ad una confessione generale, che fece ad un fruto minore, suo concittadino e consanguineo, Arnaldo o Adamo da Foligno, il quale divenne il suo direttore spirituale e segretario. Fino a quel tempo era vissuta dividendo le sue cure tra la madre, il marito e i figli, ma indulgendo anche alle vanità, non senza però una punta di rimorso. Scomparsi in breve volger di tempo tutti i suoi, potć vendere i propri beni, entrare nel tera'Ordine francescano e darsi a vita di rigorosa penitenza e di carità fraterna, specialmente eroica verso i lebbrosi. L'apostolato della dottrina e, ancor più, dell'esempio attrasse intorno a lei un cenacolo di spiriti religiosi, tra i quali va ricordato il celebre frate Ubertino da Casale, primo ad esaltarla nel prologo dell'Arbor situe crucifisse Jesu. Ma nei riguardi delle lotte interne dell'Ordine francescano A. si mantenne nella sfera elevata di un sereno equilibrio, sebbene avesse maggiore affinità con gli «Spirituali» (da non confondere assolutamente con i «Fratelli del libero spirito», contro i quali A. prese netta posizione). Importante per la storia dell'Indulgenza della Porziuncola è la sua devozione, di cui rimane traccia, specie in occasione di un pellegrinaggio del 1300 , nei suoi scritti. Non fu mai istituito un regolare processo di canonizzazione, ma le fu dato il titolo di beata, con Mesas e lezioni proprie, per l'Ordine francescano e per la diocesi di Foligno. In questa città i suoi resti sono custoditi nella chiesa di S. Francesco.

In seguito ad una crisi sofferta nella basilica del S. Convento di Assisi, dove s'era recata in pellegrinaggio nel 1291, frate Arnaldo, che volle conoscerne il movente, prese a raccogliere nel 1292 quell'interessantissima serie di confidenze sublimi da lui fissate in note scritte, per sottoporle al giudizio di esperti, nel timore che A. potesse esser vittima di suggestioni maligne. Il memoriale, condotto in latino con somma fedeltà al dettato in volgare della donna, indicata nel testo con la denominazione generica di "Christifidelis", non scevro di locuzioni umbre, presenta una soluzione di continuità, per una forzata interruzione dei colloqui, dopo il ventesimo passo; i dieci passi residui sono concentrati in sette, raggruppando le fasi dell'estasi e delle notti oscure, fino alla raggiunta vita d'unione trasformante (settimo passo del secondo gruppo), cui A. pervenne verso il 1296. In quell'anno Arnaldo, o Adamo che fosse, chiuse il memoriale.

Il libro - che nel codice più autorevole di Assisi (n. 342, sec. xiv o xv) porta il titolo Liber sororis

Lelle de Fulgineo de tertio Ordine s. Francisci e in altri è designato nell'incipit come Liber de vera fidelium exsperientia - insieme con altre rivelazioni della beata, tesseritte da diversi segretari meno fedeli, e con alcune lettere di lei, costituisce un compendio di teologia mistica, quale poteva sgorgare dall'anima fervida di una donna intelligente e sensibile, ma non letterata, anche se non è escluso ch'ella sapesse leggere. Vi si avverte un'eco del misticismo bonaventuriano e, attraverso questo, dei Vittorini; tuttavia la spontaneità di A. è evidentissima, onde a ragione è stata qualificata «Magistra theologorum».

Dottrina. - Stabilito il principio della salvezza nella grazia della luce divina, da impetrare con la preghiera assidua, manifestazione di Dio e dell'io, nella triplice via degli incipienti, dei proficienti e dei perfetti, A. insegna come ascetismo e misticismo debbano essere la cura costante dell'anima fedele, la quale, tenendo la mente e l'affetto fissi nella croce, si sentirà spinta all'imitazione di Cristo crocifisso, modello amante e amato, cui si è tenuti a conformarsi nella povertà dello spogliamento volontario non solo di beni reali ma pure di se medesimi, nell'umiltà poetica, nel dolore squisitamente sofferto ed abbracciato. Questo trinomio della "compagnia di Cristo" ritorna frequente nelle sue esortazioni, quasi sintesi del "libro di vita" com'essa chiama l'Uomo-Dio; e su questi cardini si imposta la sua graduale ascensione, fino alla identicità : "Tu sei me ed io sono Te ". Attraverso la contemplazione affettiva cristocentrica, A. s'innalza alla conoscenza, e perciò all'amare, di Dio-Trinità. Dio, visto ora come bellezza, ora come bontà o, per usare il vocabolo di lei, come Ognibene, ora come pienezza inenarrabile, è il termine al quale si assurge più agevolmente dai trasporti eucaristici. Così ella perviene a riconoscerlo sempre ed ovunque presente, pur senza cadere negli errori del panteismo, e così trova non tanto tollerabile quanto amabile perfino la vicinanza delle creature prevaricatrici, com'è detto nel settimo passo finale.

Meno facile è seguirla nel volo attraverso la tenebra luminosa fino alla visione non solo dei divini attributi, ma di Colui ch'è l'Essere e dal quale deriva l'essere alle cose create : allora l'anima vede "se stessa sola con Dio, tutta celeste in Lui», in maniera inesprimibile, superiore a tutti i modi precedentemente sperimentati. E il grado supremo, non da tutti i mistici raggiunto: «E mi pareva di stare in messa alla Trinità».

Notevole è la parte che la Vergine-Madre ha nelle mirabili esperienze di A.; forse è da scorgere un accenno alla tesi dell'Immacolato Concepimento in un passo del piccolo trattato intorno ai dolori della Passione ed alla preghiera (cf. ed. Doncoeur, p. III).

Bibl.: Nel recente volume di A. Blasucci, Il cristocentrismo nella vita spirituale secondo la b. A. da F. (Miscellanea Francescana), Roma 1940, si trova un aggiornato elenco bibliografico, da completare con le indicazioni intorno alla varia fortuna delle edizioni latine e delle numerose traduzioni, raccolte nei cenni introduttivi alle tre ultime pubblicazioni che dànno il testo più vicino all'originale, ossia: L'autobiografia e gli scritti della beata A. da F. pubblicati ed annotati da un cod. sublacense a cura di mons. M. Falaci-Fulignani, tradotti da M. Castiglione-Humani. Città di Castello 1932: P. Doncoeur, Le Livre de la Bicubearence Angèle de Foligno, Parigi (ed. de la Revue d'Axclique et de Mystique), testo latino 1923, versione francese 1928, attimo lavoro critico sulla base del codice d'Assisi; A. M. J. Ferré, Le Livre de l'expérience des vrais fidèles; texte latin publié d'après le manuscrit d'Assisi (con versione francese), Parigi 1927. A questo ultimo autore, particolarmente studioso di A., si devono parecchi articoli, tra i quali è da segnalare per l'argomento specifico: Les principales dates de la vie d'A. de F., in Revue d'histoire franciscaine (Parigi 1923), pp. 21-33, ed una raccolta di conferenze su La spiritualité de st. A. de F., Parigi [1927]. L'ultima biografia, è quella di L. Leclève, St A. de F., sa vie, ses auures, Parigi 1936: A. Blasucci, La missione del dolore nella b. A. da F., in Vita Cristiana 1941, pp. 141-80; id., La b. A. da F. (1140-1302) - Magistra theologorum -, in Miscellanea Franciacana, 48 (1948), pp. 171-90.

ANGELA MERICI, santa. - Fondatrice delle Orsoline, n. a Desenzano sul Garda nel 1474 da umile

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famiglia contadina, m. a Brescia il 27 genn. 1540. Passata la fanciullezza nell'attendere alle faccende domestiche, dopo la morte dei genitori, quindicenne fu accolta con sua sorella, da uno zio a Salò. Si fece volentieri terziaria francescana «acció che avesse più comodità di andare alle sante Messe, alle devote confessioni, et alla sacrosanta Comunione»; si era infatti data a vite piissima ed a sante letture. Entri quindi nella casa di una buona vedova, Caterina Patengola e con lei nel 1516 passò a Brescia, che fu da allora la sua dimora ordinaria, intermezzata però da peregrinazioni : nel 1522 era a Mantova; il z6 maggio 1524 partì da Venezia per la Terra Santa, e quando vi ritornò, la si voleva trattenere come assistente all'ospedale degli Incurabili. Rientrò invece a Brescia il 24 nov., ma per partire verso Roma l'anno seguente a lucrare il Giubileo ed in questa occasione s'incontrò con Clemente VII che la incoraggiò nei suoi propositi. A Brescia non mancavano monasteri di buona osservanza, ma la M. ebbe di mira di creare una istituzione di vergini nel secolo, non legate ai vincoli di un orario e d'un programma conventuale, che sapessero rendersi utili ai piccoli, soprattutto alle fanciulle ed a numerose orfane abbandonate ed insidiate. Nacque così la Compagnia delle Dimesse di s. Orsola, composta di giovani appartenenti ad ogni classe sociale, consacrate a Dio ed al prossimo nelle opere di carità. Erano 12 quando accompagnarono s. A. in pellegrinaggio nel 1532 ; erano 28 quando il 25 nov. 1535 nella chiesa di S. Afra si legavano all'obbedienza della loro Madre; alla morte della fondatrice erano 159. Per loro ella dettò al suo confessore Gabriele Cozzano i Ricordi delle Avvisatrici ed il Testamento Spirituale, che insieme con i primi lineamenti della Regola, costituiscono l'eredità spirituale della santa. La Regola approvata dalla curia di Brescia l'8 ag. 1539 fu dopo la morte della santa approvata ripetutamente dalla S. Sede. Il culto della santa fu approvato da Clemente XIII il 30 aprile 1768; Pio VII la canonizzò il 24 maggio 1807 (cf. Litterae decretales super canonizatione b. A. M., Roma 1807). La festa, assegnata al 31 maggio, fu estesa a tutta la Chiesa da Pio IX l'1 I luglio 1861.

Bibl.: G. Lombardi, Vita della beata A. M., Venezia 1778; C. Doneda, Vita di s. A. M. di Desenzano, 2^{°} ed., Brescia 1788; V. Postel, Histoire de s. A. M. et de tout l'ordre des Orculines, 2 voll., Parigi 1878; A. Bertolotti, Storia di s. A. M. vergine bresciana, 2^{°} ed., Brescia 1926; M. Monica, A. M. and her teaching Idea, Nuova York 1927; G. Lubienska, Ojczymm Sti. Anieli i fei Zycie, Cracovia 1935; P. Guerrini, S. A. M. e le Compagnia di s. Orsola, Brescia 1936; B. Delcampo, S. A. M. fondatrice delle Orsoline, 2^{°} ed., Alba 1937; G. Varischi, S. A. M. a Cremona, a ricordo del IV centenario della morte, Cremona 1641; A. Cistellini, Figure della Riforma pretridentina, Brescia 1648, pp. 47-55; a pp. 198-212 scritti della Santa.

Carlo Castiglioni
ANGELA della Pace. - Terziaria domenicana secolare, n. il 25 dic. 1610 a Morchiano, m. a Napoli il 21 ott. 1662. Sin dalla più tenera età, A. Maria Caterina si esercitò in dure penitenze e fu insignita di grazie straordinarie e visioni; dodicenne prese dimora presso le Benedettine di Lauro. Nel 1625 vestì l'abito domenicano nella chiesa di S. Maria della Sanità a Napoli, avendo per direttore spirituale il p. Cornelio d'Avıtabile. Dopo la morte di questo, ebbe direttori dell'Ordine dei Carmelitani scalzi, vicino ai quali visse gli ultimi suoi anni.

Tra vari segnalati carismi, ebbe familiari Gesù Bambino, la Madonna, vari santi e angeli. Dopo aver portato per due anni le piaghe del Signore, ricevette il giovedi santo del 1634 la piasa del costato. Fu inoltre un angelo di carità. Venne sepolta nella cappella del Crocifisso della
chiesa dei Carmelitani scalzi, a Napoli, e il capitolo domenicano del 1670 ne inseri un elogio nei suoi atti.

Bibl.: D. M. Marchese, Sacro Diario Domenicano, V, Napoli 1670, pp. 309-33; Ancele Dominionine, Octobre, Lione 1902, pp. 637-54; Monum. Ord. Pened. Hist. XIII, Roma 1903, p. 120 sgg.

Angelo Walz
ANGELBERGA (Engelberga, Ingielberga). Imperatrice, m. nell'890. Di stirpe longobarda e di famiglia da lungo tempo stabilita in Italia, donna di straordinaria energia e ambizione, esercitò notevole influenza su Ludovico II, da lei sposato nell'ott. del1'851. Accompagnò il inarito nella campagna contro i Saraceni nell'Italia meridionale, e, come lui, fu tenuta prigioniera per quaranta giorni da Adelchi, principe di Benevento. Fondò a Piacenza il monastero di S. Sisto, dove si ritirò dopo la morte del marito avvenuta nell'875. Più tardi divenne badessa del monastero di S. Giulia a Brescia. Molto colta ed intelligente, scrisse anche alcune lettere a papa Giovanni VIII.

Bibl.: L. A. Muratori, Antiquitales Italicae Medii Aesi, I, Milano 1736, p. 50 ; Ilmimar. Aumd. Berthian., in MGH, Scriptores, I, pp. 455-513, passim; S. Simnondi, Histoire des Français, III, Parigi 1821, pp. 183-84; A. Kleinelzene, L'Empire Carolingien. Ses origines et ses transformations, Parigi 1902, pp. 382-83; L. Salvatorelli, L Italia medioccule. Dulle invasioni barbariche agli inizi del sec. XI, Milano s. d., passim.

Emma Santovito
ANGELERIO, Gregorio. - Teologo cappuccino calabrese, n. a Panaja in data sconosciuta, m. a Napoli il 15 genn. 1662.

Scrisse opere apologetiche, filosofiche e teologiche in latino, delle quali vide la luce soltanto: De praeparatione catholica narrationes septem (Napoli 1653), in cui, confutati gli errori degli attri, pagani, ebrei, turchi, eretici e scismatici, dimostra la divinità della Chiesa cattolica romana. Grandiosa è la sua produzione oratoria. Oltre tre volumi di prediche quaresimali rimaste inedite, pubblicò: Il prezioso tesoro del Sangue di Cristo raccolto dalla Sacra Scrittura e dai Santi Podri in 40 prediche (in fol., Napoli 1651).

Emidio da Ascoli
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Anselico, Brato - Impasizione del nome al Battista. Firenze, Museo di S. Marco.

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ANGELICO. MADONNA COL BAMBINO TRA S. DOMENICO E S. CATERINA D'ALESSANDRIA Pinacoteca Vaticana.

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ANGELI, Pietro Angelo degli. - Letterato, n. a Barga nel 1517, m. a Pisa nel 1596. Visse a Bologna, ove fu discepolo dell'Amasco, a Venezia e a Costantinopoli, in servizio della Francia, a Milano, Firenze, Pisa. Umanista di squisito gusto letterario, coltivò anche la filosofia, insegnando a Roma filosofia aristotelica. Per la sua fama di critico fu prescelto dal Tasso ad esaminare la Gerusalemme Liberata. Più che il Cynogeticon e le egloghe di imitazione virgiliana, rammentiamo la Siriade (Syrias), poema in dodici libri sulla crociata di Goffredo di Buglione, stampato a Firenze nel 1591. La congettura che il Tasso s'ispirasse a quest'opera dell'A. per il suo poema è falsa, è vero anzi il contrario. Tuttavia pare probabile che la Siriade fosse presente, in più luoghi, al poeta delle Crociate nella composizione della Gerusalemme Conquistata, per un'adesione maggiore alla realtà storica.

Bim.: P. A. Bargueus, Poémata omnia, ed. Zanetti, Roma 1285; W. Rudiger, P. A. Bargucur, Lipsia 1878; G. Manacorda, P. A. da Bargu, in Amali della R. Scuola Normale di Pisa, 18 (1903), p. 63; R. Ridolfi, Giunto allo biegr, e alla bibliografia del Bargu, in La bibliofilm, 39 (1937), pp. 381-404.

Giovanni Fallani
ANGELICA, Jacqueline Marie Abnauld: v. abNAULd.

ANGELICHE di SAN PAOLO. - Istituto religioso femminile, fondato a Milano da s. Antonio Maria Zaccaria e dalla contessa Ludovica Torelli di Guastalla, per coadiuvare i Barnabiti nell'azione religiosa in mezzo al popolo. Approvato da Paolo III il 15 genn. 1535, e riorganizzato dopo le discordie suscitate dalla ribelle Antonia Negri, nel 1552 accettò la clausura conforme alle prescrizioni del Concilio di Trento. S. Carlo se ne valse per la riforma di monasteri. Soppresso nel 1810 , rinacque per opera del p. Mauri nel 1879. Benedetto XV lo dispensò dalla clausura, autorizzandolo ad occuparsi di opere di educazione e preservazione. Ha 20 case in Italia, Belgio e Francia, con oltre 200 religiose.

Bim.: O. Premoli, Storia dei Barnabiti nel Cinquerente, Roma 1913; A. Dubois, Les Angeliques de s. Paul, Parigi 1923

Silerio Mattei
ANGELICI. - Due eresie ebbero questo nome.

1. A. furono chiamati i seguaci di una setta eretica antica, ricordati da s. Agostino (De Haerestibus, n. 38: PL 8, 32).

Secondo alcuni venne dato loro questo nome perché tributavano un culto divino agli angeli e sostenevano che, avendo Dio dato la Legge a Mosè per mezzo degli angeli, la Legge mosaica si dovesse osservare per ottenere la salvezza. Insegnavano inoltre che la mediazione degli angeli è indispensabile perché le nostre orazioni siano accette a Dio, essendo essi, presso il Padre, mediatori più efficaci di Gesù Cristo stesso. Secondo s. Agostino, invece, questi eretici avrebbero avuto l'appellativo di s. perché pretendevano menare vita angelica.
2. Un'altra setta di questo nome fu condannata dai vescovi della Lombardia e del Veneto nel sec. xix.

Essa aveva la pretesa di costituire un Ordine religioso, fondato da Maria Immacolata e dallo Spirito Santo, al quale si accedeva attraverso due stadi: uno preparatorio alla vita apostolica, che doveva compiersi sotto l'esclusiva direzione degli angeli; ed uno definitivo, di pura vita apostolica, esercitata sotto la guida della gerarchia ecclesiastica. I seguaci di questa setta erano convinti che la purezza angelica fosse stata infusa nella loro carne e perciò si arrogavano piena libertà di opere.

Bim.: P. Balan, Continuazione della Storia della Chiesa di R.-F. Rohrbaecher, II, Torino 1879, p. 893 sge.

Angelo Audino
ANGELICO da Bani. - Scrittore ascetico francescano, della provincia dei Riformati di Bari, lettore di teologia, m. nel 1704 a Bitetto. Raccolse le sue istruzioni "de modo orandi", che teneva ogni sabato ai
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(Int. Alinari)
Angelico, Beato - Tabernacolo con Annunciazione e Adorazione dei Magi - Firenze, Museo di S. Marco.
confratelli, nel volume Sentiero di spirito, o sia Regola che guida le anime a Dio per le tre vie, purgativa, illuminativa ed unitiva, Venezia 1704.

E un'esposizione completa, più teorica che pratica, delle dottrine relative alla perfezione cristiana; utilizza la patristica, gli scolastici, specialmente s. Bonaventura ed Enrico Herp (v. arpnius), i principali autori moderni; propugna le tesi fondamentali della scuola francescana (primato dell'amore, imitazione di Cristo e devozione ai misteri della sua vita, Immacolata Concezione). Non si sofferma a combattere le false dottrine spirituali; ma per non usare un termine profanato dal "pessimo quietista Molinos" chiama l'orazione di quiete "orazione di tranquillità" (parte iv, cap. 42).

Bim.: E. D'Afflitto, Memorie degli scrittori del regno di Napoli, II, Napoli 1782, p. 31; Sigismondo da Venezia, Biografia francescana, Venezia 1846, p. 752. Felice da Maroto

ANGELICO, "Beato». - Guido o Guidolino di Pietro, n. a Vicchio di Mugello nel 1387 o nel 1388, m. a Roma il 17 febbr. 1455, entrò nel 1407 nel convento dei Domenicani di Fiesole insieme con il fratello maggiore (divenuto fra Benedetto) con il quale, l'anno seguente, pronunziò i voti in S. Domenico di Cortona, assumendo il nome di fra Giovanni. I Domenicani di Fiesole, coinvolti nelle vicende dello scisma della Chiesa, dovettero riparare ( 1409 ) a Foligno, furono quindi probabilmente a Cortona ed infine riebbero il possesso della loro sede (1418). Fra Giovanni, che si presume seguisse la comunità, dopo il ritorno di questa a Fiesole, salvo assenze per lavori restò costantemente nel proprio convento. Ma sicura è la sua presenza in Roma nel 1447, chiamatovi per dipingere la cappella del Sacramento in Vaticano, sembra fino al 1449 in cui ha già iniziato dall'anno precedente la decorazione pittorica dello "studio" del Papa, cioè

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Angelico, Beato - S. Lorenzo distribuisce l'elemosina - Particolare dell'affresco nella cappella di Niccolò V - Vaticano.
la cappella di Niccolò V. Nel 1447 (i i giugno) il pittore s'impegna anche di ornare la cappella di S. Brizio nel duomo di Orvieto, fatica nella quale è aiutato da tre discepoli fra cui il Gozzoli che appare in quella città due anni dopo ( 12 giugno 1449); quindi l'opera è interrotta. Dal 1450 al 1453 il frate è priore del convento di Fiesole e intanto (1452) inizia trattative per dipingere la cappella maggiore del duomo di Prato, lavoro poi affidato a fra Filippo Lippi. Subito dopo è presumibile che il maestro soggiorni di nuovo a Roma nel convento di S. Maria della Minerva dove muore ed ha venerata sepoltura nella chiesa omonima. Ivi si conserva ancora la pietra tombale e in quanto all'epitaffio pare sia da attribuire a Lorenzo Valla (cf. M. Armellini, Le chiese di Roma dal sec. IV al XIX, ed. C. Cecchelli, Roma 1942, pp. 1361-62).

Una luce di leggenda avvolge la figura di fra Giovanni da Fiesole, popolarmente noto come il «Beato A.» sebbene la Chiesa non lo annoveri fra i suoi beati; leggenda riecheggiata dal Vasari che presenta l'artista
in preghiera prima di accingersi a dipingere, o senz'altro in pianto quando traccia le sembianze del Salvatore. Supposto da alcuni sempre partecipe del mondo gotico, è da altri agnosticamente veduto come artista di transizione; e venne non felicemente accostato durante lo stesso suo secolo a Giotto e a Cimabue (fra Domenico da Corella) o contrapposto per il suo fare "vezzoo et divoto et ornato molto" a Massecio (Landino). Nemmeno nel giusto si trovano coloro che nel sec. xix, esaltando sulla falsariga vasariaria il misticismo dell'A. lo vogliono continuatore dell' "empirico metodo giottesco" per il chiaroscuro (Aleardi) o che ne raffrontano le poetiche creazioni figurative alle sublimi visioni di Dante nel Paradiso (padre Marchese). La feconda opera pittorica prova come il pittore appartenga intero al suo tempo, come cioè partendo dal gotico tardo, valendosi di una esperienza viva e aggiornata, sia pienamente consapevole delle novità della Rinascita, dalla scienza di prospettiva alla unità luministica e formale, esperienza che è mezzo all'A. per dar vita ad un elevato mondo figurativo che non contrasta, nella sua spiritualità, col socius ordo. E ormai la critica moderna colloca il grande maestro nell'ambito del Rinascimento.

L'A. ha un proprio serrato sviluppo che muove da modi miniaturistici riflessi nel suo stesso fare pittorico liscio, nitido, vibrante nel colore, luminoso e fine, che non abbandona nemm:no quando dipinge sulle pareti, preferendo la tecnica a secco, in luogo dell'affresco, o quella mista. Ed è verosimile che il giovane domenicano frequentasse, presso i Camaldolesi del monastero degli Angeli, Lorenzo Monaco, cioè il maggior pittore che avesse Firenze ai primi del Quattrocento sulla via del gotico; il che è confermato dalle risonanze di costui nel nostro. Un sicuro contatto ci è offerto dal diurno domenicale n. 3 della biblioteca Laurenziana, scritto nel 1409, nel quale di fronte alle sgargianti iniziali dovute alla scuola degli Angeli e a certi appassionati e spinosi profeti che rivelano Lorenzo Monaco e un suo discepolo, alcune composizioni con la Resurrezione ed altri soggetti fra cui la Dunza di David hanno un idealizzato e sereno senso della bellezza prossimo a quello del Ghiberti della seconda porta, entro le fluenti armonie lineari derivate dal monaco camaldolese, congiunto ad affascinanti arcaismi e ad una gamma chiara, luminosa e preziosa, caratteristica dell'A. Se questi lasciava il convento di Fiesole proprio nel 1409, anche nella sua cella folignate poteva attendere a tale fatica. Ma negli anni trascorsi lontani da Firenze - del tutto oscuri per la conoscenza della sua arte - egli non poté orientarsi verso la Rinascita che faceva le sue prime prove figurative con Donatello. Cosi una tavola che si ammira al Museo di S. Marco - il Museo dell'A. - riferibile al 1418 ca., con la Madonna dal profilo legnosetto, risente sempre, ad onta dello statico atteggiarsi tridimensionale, nei contorni sinuosi e calligrafici del manto, dei modi gotici di Lorenzo Monaco, come conferma l'inflettersi del corpo del Bambino, quantunque la fervorosa ascesi del camaldolese sia scomparsa nel calmo candore della malinconica Vergine e nel virile tipo del piccolo Gesù di una idealizzazione sempre ghibertiana. Il passaggio da Firenze di Gentile da Fabriano volge per un momento l'A. a sontuosità decorative proprie del mondo settentrionale (Madonna della Raccolta Stroganoff a Leningrado) cui seguono forme lievi di estrema delicatezza (Madonna Van Beuningen a Rotterdam) le

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quali ci preparano a gustare l'astratto idealismo di opere come la Vergine fra Santi della Pinacoteca Vaticana, la Madonna della Stella e il piccolo tabernacolo con l'Annunciazione e l'Adorazione dei Magi nel Museo di S. Marco, di splendore esteriore e di nitide forme collocate con ordine sicuro nello spazio che fa pensare all'insegnamento di Masaccio. L'A. si inserisce in tal modo nella Rinascita e la sua successiva sovrabbondante operosità mostra tessiture compositive subordinate alla visione prospettica che potenzia la staticità delle immagini dal trittico di S. Domenico di Fiesole (trasformato in pala da Lorenzo di Credi e in parte ridipinto) e dalla piccola ancona con la Madonna, il Bambino e Angeli nel Museo Staedel di Francoforte, fino alla Incoronazione e al Giudizio finale del Museo di S. Marco, dove anche in due memorabili pezzi di predella, lo Sposalizio e la Morte della Vergine appariscono echi strutturali dell'ordine nuovo che l'A. piega alle sue aspirazioni di pittore religioso. Seguendo le varie tappe del suo sviluppo, nella gigantesca Madonna dei Linaioli (1433) egli esalta monumentalmente l'austerità solenne della madre di Dio e il dominio del Figlio, in piedi, simile ad un piccolo idolo arcaico in una ripresa delle "maestà" toscane del Due-Trecento. E, mentre i santi degli sportelli troppo palesano nell'ingrandirsi delle forme lo sforzo per la ricerca del monumentale, le tre scene della predella concretano figure di più ampio respiro nello spazio definito del Rinascimento. In esse affiora la collaborazione degli aiuti che raramente nella copiosa operosità del maestro svelano i loro accenti personali, restando quasi sempre riassorbiti nel linguaggio pittorico di fra Giovanni; del quale è un puro prodotto riferibile a questo momento l'Imposizione del nome al Battista (anteriore al 1435) nel Museo di San Marco che dispone solide e nobili figure nel recinto di una villa suburbana su cui spicca una bella porta rinascimentale. Questa squadratura possente si osserva nella Deposizione già in S. Trinita priva di ogni eccesso patetico e con
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Angelico, Beato - Gesù deposto dalla rione. Firenze, Museo di S. Marco.
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Qut. Alinarii.
[⁰]una luminosità unitaria che dà lucentezza vetrina anche al paesaggio montuoso dove una città in declivio - fantastica rievocazione di Cortona - svaria di case multicolori, degne del fiabesco Paolo Uccello. Anche se in quest'opera si trova il ritratto di Michelozzo, come suggerisce il Milanesi, l'uomo come l'ambiente sono interpretati attraverso una visione poetica che tutto volge all'astrazione. Altrettanto avviene nella incantevole pala del Gesù a Cortona con l'Annunciazione entro la sicura prospettiva di un portico rinascimentale su di un prato costellato di fiori, dipinto celebre anche per la predella dove l'episodio della Visitazione ha per sfondo una veduta dal vero con un lembo del Trasimeno e Castiglion del Lago, di un esomatismo eccezionalmente tonale per l'A., che fa pensare ad un possibile intervento di Piero della Francesca giovane. Nei polittici di S. Domenico di Cortona e nella Pinacoteca di Perugia le figure costrette entro precisi limiti contro il fondo aureo, assumono aspetto più raccolto e meno volumetrico. Ma la danneggiata pala ( 143^{8-40} ca.) di S. Marco a Firenze, nel presentarci la Sacra conversazione tipica per la Rinascita, imposta costruttivi gruppi digradanti nello spazio, ai lati del trono impeccabile e prezioso che è divenuto altare al soave gruppo centrale. Il paesaggio da eden, folto di cipressi, pini, palmizi con un placido lago azzurrino, specchio del cielo, e l'orizzonte profondo senza atmosfera idealizza il reale e lo adegua a quei santi silenziosi o sommessi, i quali nel rigore geometrico della nuova scienza, trovano essi pure una astrattezza che diviene superamento dell'umana passione, quiete suprema dello spirito. Fra le predelle, un pezzo che appartenne a questa pala (altri due sono nel Museo di S. Marco, tre in quello di Monaco, uno al Louvre ed uno nella collez. Keller a New York): il Martirio dei ss. Cosmaₑ Damiano nella Galleria di Dublino reca creature che ignorano il male, anche se travestite da carnefici, e sono sublimate dalla nobiltà del colore che giuoca terso e gioioso, riflesso dell'anima dell'artista il quale nella regolare invasatura di una piazza fiorentina e nei personaggi costruiti

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cromaticamente appare oltre tutto, un illuminato precorritore. Ma nel convento di S. Marco già dei monaci Salvestrini, rinnovato (dal 1437 al 1443 ca.), ed ornato per mecenatismo di Cosimo il Vecchio de' Medici su disegno di Michelozzo e concesso ai Domenicani, fra le semplici architetture rinascimentali, l'A. svolge tutto un poema pittorico (dal 1438 al 1445 ed oltre). I dipinti del chiostro col Cristo sul sarcofago, Gesù pellegrino, Sauti domenicani, il mansueto Crocefissa, soggetto particolarmente caro al pittore, volto a S. Domenico genuflesso ai piedi della croce sono tutte devote immagini sempre nobilmente idealizzate. La grande Crocefissione dell'aula capitolare presenta coi personaggi del Golgota uno stuolo di martiri e di padri della Chiesa tutti imploranti sommessamente per gli uomini, secondo un concetto in cui insiste fra Giovanni Dominici nel suo "Libro d'amore della carità "; e al di sotto sono mezze figure di santi e beati dell'Ordine. L'affresco è soprattutto un ardito ma compassato e freddo tentativo da parte dell'A., non senza l'aiuto dei discepoli, per impegnarsi in una vasta parete (la preparazione rossa del fondo dalla quale è caduto l'azzurro ultramarino ha fatto drammatizzare un affrettato e superficiale illustratore sull'inconsueto colore di quel cielo!) al servizio della cultura domenicana. Troviamo invece l'A. più intimo e più vero
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(ha. Alinari)
Angelico. Beato - Cristo e S. Domenico (particolare).
Firenze, Museo di S. Marco.
nelle anguste pareti delle celle che, occultate in origine agli sguardi del pubblico, svelano la pia gioia del pittore nel dar vita - in una iconografia spesso da lui rinnovata - alle caste immagini del suo empireo, solo per muovere a religiosi pensieri i suoi confratelli. Basti sostare fra le tante composizioni, fra le quali si distinguono la Trasfigurazione, la Resurrezione e l'Incoronazione, di fronte all'Amnunciazione nella cella di S. Pietro martire, certo la più alta delle altre più note uscite dopo quella di Cortona dalla bottega dell'A. fra cui quella nello stesso corridoio del convento di S. Marco. Nell'ambiente disadorno e bianco di calce l'Angelo insolitamente statico e la Vergine fanciulla s'identificano nelle due delicatissime note cromatiche della tunica rosa-viola del primo e rosa chiaro, tenero della seconda, inondate di luce diffusa razionalmente proveniente da sinistra dove quasi scompare al nostro sguardo il timido asio di una tonaca il cui candore si confonde con quello delle pareti. Nelle celle di S. Marco la ricerca di forme pure accompagna ogni affresco anche se talora la ritmica vi diviene più com-
plicata e se accanto alla lieve mano dell'A. vi appare talora quella pesante degli allievi, come lo Strozzi e il Gozzoli, che traducono i disegni di lui. Va ora menzionata perché di poco posteriore a questa decorazione pittorica una pala proveniente dalla cappella della Compagnia del Tempio, col Rimpiauto del Cristo, di un ritmo tanto più serrato e concluso di quello della nota tavola di Giottino agli Uffizi, dalla quale deriva, che volgendo la composizione da verticale in orizzontale, trova posto in un passaggio vastamente realizzato, e grandi linee, livide e plumben, menore forse di Roma, la cui profondità e il cui silenzio sono potenziati dalle sconfinate mura di quella disabitata Gerusalemme. Nemmeno qui ferve il movimento ed esplode il dramma: l'insieme ha un senso di stasi e di concentrata contemplazione. I più tardi sportelli degli armadi ( 1448 ed oltre) della S.ma Annunziata con 35 storie, ora nel Museo di S. Marco, dalle figure più articolate e più sciolte, per la presenza di vari collaboratori fra i quali sono riconoscibili il Baldovinetti, lo Strozzi, il Gozzoli, appariscono un po' discontinui ma di una narrazione chiara e spedita e di un tono vivace, anche se talora discordante nei luminosi colori. Perché l'A. è ora il capo di una scuola che volge al prosastico la sua arte sempre nutrita di poesia, anche nei disegni come il Droid del Museo Britannico di Londra, di un linearismo così sottile e delicato. Ad onta della collaborazione le due vele del duomo di Orvieto col Cristo giudice fra angeli e il coro dei profeti conservano nel loro complesso l'alto tono di lui. Ed è merito del