empre nutrita di poesia, anche nei disegni come il Droid del Museo Britannico di Londra, di un linearismo così sottile e delicato. Ad onta della collaborazione le due vele del duomo di Orvieto col Cristo giudice fra angeli e il coro dei profeti conservano nel loro complesso l'alto tono di lui. Ed è merito del maestro l'aver condotto dalla gloria delle pale d'altare e dal chiuso delle celle monastiche e dei chiostri, le sue creature nella cappella Nicolina in Vaticano, adunandole, nel narrare i fatti di s. Lorenzo e di s. Stefano, in visioni di piena potenza monumentale, che assumono valore solenne di "storia", almeno in alcune composizioni, come quella dove Lorenzo è consacrato diacono, ad onta di certi particolari qualitativamente inferiori, di una nobiltà certo notata da Melozzo da Forlì per il suo affresco con Sisto IV e il Platina; e l'altra con l'Elemosina del Santo nella quale ogni aspetto illustrativo e realistico è superato in quei mendicanti come toccati dalla grazia divina che li purifica e li illumina di luce interiore. Uno dei punti d'arrivo del Besto coincide dunque col fine di trasfondere negli uomini, mondi dal peccato, la serenità delle Madonne e dei
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Santi, accarezzati da un pennello cui è guida uno spirito che sogna un mondo ultraterreno bello e puro. Ed è sterile ricerca quella che intende spiegare l'arte dell'A. attraverso fonti letterarie (Rio, Kraus, Broussolle) o più particolarmente attraverso fra Giovanni Dominici (Maione). Le pic letture, ed anche gli scritti dell'infiammato oratore domenicano, possono avere approfondito la grande fede e la cultura religiosa del nostro ed anche ispirato, come vedemmo, qualche sua composizione. Però l'A. ebbe il clono di una personalità artistica troppo alta perché quella che è l'intima essenza del suo spirituale linguaggio poctico potesse dipendere da altri; in particolare il suo temperamento sereno e contemplativo non consentirebbe raffronti con quello esuberante e militante del Dominici. La cristiana umiltà che fa l'A. amico dei poveri, la purezza che lo allontana dal pensare e dal vedere il male, sono il presupposto morale della sua opera pittorica. La quale non fu indifferente, come è stato osservato (Rothes) al mondo terrestre che, abbiamo visto, l'A. indagò volgendo lo sguardo acuto fuori del chiostro; mentre, d'altra parte, non è troppo da insistere

Angelico. Beato - Martiria dei si. Cosma e Damiano. Dublino. Galleria Nazionale.
come fa un attento monografista (Langton Douglas) sull'influsso dell'antico edella natura, dal momento che l'arte di lui rivela, come è stato ben detto, l'immanenza di Dio. L'A. ricreando il sensibile in un astratto mondo creato per gli uomini di fede, impersona meglio di ogni altro nella pittura l'aspetto religioso di quella unità spirituale che è il Rinascimento. Però grande è anche l'importanza storica di lui. Oltre i collaboratori, i discepoli e i seguaci che incontriamo nel suo lungo cammino (Battista Sanguigni, Zanobi Strozzi, Domenico di Michelino, Andrea di Giusto, Giovanni di Consalvo, Pesellino, Benozzo Gozzoli, gli umbri ecc.) possiamo dire che i pittori fiorentini fra il 1440 e il ' 50 in specie e quelli che vennero allora a Firenze sentirono il fascino della sua arte, come a Roma lo sentì Jean Foucquet; arte la quale grandeggia altissima come la figura morale dell'uomo. - Vedi Tavv. CVII-CX.
Bib.: J. B. Supino, s. v. in Thieme-Becker, I. con copiora bibl. che cita quasi tutti gli scritti qui menzionati. Si aggiunga, agli effetti della interpretazione dell'arte dell'A.: A. Aleardi. Della pittura mistica e di frate A., in L'Arte in Italia, I (1869), pp. 101-108; e inoltre: W. Rothes, Die Darstellungen des Prate Giov. A. aus dem Leben Christi und Marine, Strasburgo 1902; J. Maione, Fra Giov. Dominici e B. A., in L'Arte, 17 (1914), pp. 281-88. Tra le varie monografie pubblicate posteriormente: P. Murstoff, Frate A., Roma 1909; F. Schottmüller, Fr. A. da Fiesole, Stoccarda 1911: A. Pichon, Fra A., Parigi 1912; C. Ciraolo e M. Arbib, Il B. A., Bergamo 1925; M. Wingenroth, A. da Fiesole, ²² ed., Bielefeld e Libvia 1926. Per la collaborazione e per singoli contributi: P. D'Ancona, Un ignoto collaboratore del B. A. (Z. Strozzi), in L'Arte, 11 (1908), pp. 81 -
93; G. Pacchioni, Gli alimi anni del B. A., ibid., 12 (1909), pp. 1-14; id., Gli inizi artist. di B. Gozzoli, ibid., 12 (1910), pp. 423-42; A. M. Ciaranfi, Lorenzo Monaco miniatore, ibid., 23 (nuova serie, 3) (1932), pp. 283-317 e 379-99; R. Longhi, Un dipinto dell'A. a Litoron, in Pinacotheca, 1928, pp. 133139; id., Fatti di Masolino e di Masserio, in La Critica d'Arte, fasc. 23-26, parte ²² (1940), pp. 143-91; G. C. Argan, La tradizione critica intorno all'A., in Saggi e sezioni sull'arte sacra dell'istituto B. A. di Studi per l'arte sacra, Roma 1944, pp. 69-77.
- Per l'A. disegnatore: B. Berenson, The dracones of Florentine Painters, amplif. ed., Chicago, Ill., 1938. Mario Salmi
## ANGELICO DOTTORE: v. TOMMASO D'AQUINO,
santo.
ANGELICUM: v. istituti di studi superiori. ANGELINA da Marsciano, beata. - Francescana, n. nel castello di Montegiove, presso Orvieto, ca. il 1377, da Giacomo conte di Marsciano e da Anna dei conti della Corbara, m. in Foligno il 14 luglio 1435. Fu sposata, nel 1393. a Giovanni conte di Civitella d'Abruzzo, con cui sarebbe vissuta in continenza. Ne restò vedova nel 1395 e si diede a vita austera di pietà, facendosi terziaria francescana e donando gran parte dei suoi beni. Accusata di sortilegio al re di Napoli Ladislao, dicui era feudataria, si discolpò alla sua presenza; ma ne fu, qualche
tempo dopo, ugualmente bandita dal regno. In compagnia di altre giovani donne, attratte dal suo esempio, pellegrinò ad Assisi per la festa del Perdono del 1395. Di qui andò a Foligno, dove fondò un monastero di Terziarie francescane di clausura, detto di S. Anna (1397). Per il numero delle accorrenti ad esso dall'Umbria e da varie regioni d'Italia, se ne aggiunsero un secondo a Foligno e altri ad Assisi (S. Quirico), a Firenze (S. Onofrio), a Viterbo (S. Agnese), e in altri undici luoghi, vivente la beata, che li resse tutti come ministra generale. Venne sepolta nella chiesa di S. Francesco di Foligno. Leone XII, nel 1825, confermò il suo culto. Si commemora il 15 luglio.
Bibl.: L. Jacobilli, Vita della b. A. da Corbara, Foligno 1627; Niccolò da Prato (A. Cristofani), Leggenda della b. A. da M., Foligno 1882: H. Holzapfel, Manuale historiae Ord. Fr. Min., Friburgo in Br. 1909, pp. 612-13. Nello Vian
ANGELINE. - Sotto questo nome sono comunemente designate le Orsoline secolari, che vivono secondo la regola primitiva data da s. Angela Merici alla Compagnia di s. Orsola (v.). Il carattere proprio di questa regola è di non imporre alle suore né vita, né abito comune, né opere speciali. All'infuori dei doveri di famiglia e di professione, sono a disposizione dei superiori per ogni buona opera. La Compagnia è diocesana nel suo governo, ma la regola è di diritto pontificio. Le A., solo in Italia, sono 16.000 circa, ripartite in 46 diocesi.
Bibl.: S. T. L'. Della Compagnia di s. Orsola, ²² ed., Trente
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Ancelo - La Vergine in trono tra quaitro angeli - Musaico del sec. vi in S. Apollinare Nuovo - Ravenna.
1907: E. Girelli, Della Vita di s. Angelo Merici, Vergine bresciana, e del suo Istituto, ⁴² ed., Brescia 1927; S. Angelo Merici e la Compagnia di s. Orsola nel IV Centenario della fondazione (1333-1935), Brescia 1936. Maria Vienney Bochet
ANGELINI, Antonio. - Gesuita, n. a Cane. pina (Viterbo) nel 1809 , m. a Roma il 12 ott. 1892. Entrato nella Compagnia nel 1825 , insegnò per trent'anni retorica ed eloquenza sacra nel Collegio romano. Le sue Lezioni di eloquenza sacra uscirono postume a Roma nel 1893. Era consultore di varie Congregazioni romane.
Ma la sua fama fu anzitutto di valente epigrafista: delle numerose iscrizioni che dettò, molte sono raccolte in Inscriptiones, Libri I-II (Roma 1873), Liber III (ivi 1880). Scrisse pure alcune biografie : Storia della vita del p. Carlo Odescalchi (1850), Ritratto storico politico letterario del marchese Carlo Antici (1854), ecc.
Bim... E. Polidori, in La Civiliá Catt., ser. 15, iv (1892, iv), pp. 368-69; Sommervogel, VIII, coll. 1645-53 (incompleto). Edmondo Lamalle
ANGELINI, Nicola. - Fratello minore di Antonio, n. a Frosinone nel 1824, gesuita nel 1841, m. a Roma il 3 marzo 1906.
Lasciò egli pure biografie edificanti: Vita di s. Gioc. Berchmans, Roma 1888; Istoria della vita e del martirio dei bb. Rod. Aequatstva, Alf. Paceco, P. Berno ecc. Roma 1893; I bb. can. M. Stef. Crisino, pp. Stef. Pangerdez e Melch. Grodecz d.C.d.G., ²² ed., Roma 1904. Edmondo Lamalle
ANGELO. - Creatura spirituale, messaggero ( dot{α} γ ε λ 0 ς da dot{α} γ γ ε λ λ 00= annunzio) di Dio e suo ministro nelle relazioni con gli uomini.
Sommario: 1. L'a. nel Vecchio Testamento. - 2. L'a. di Jahweh. - 3. L'a. nel Nuovo Testamento e nel dogma. - 4. La devozione agli a. - 5. Le feste degli a. -6 . L'a. nell'archeologia. -7. L'a. nell'arte.
r. L'A. nel Vecchio Testamento. - Nel Vecchio
Testamento, l'ebraico mol'akh (messaggero) significa spesso un essere intermedio che è tramite fra l'uomo e Dio; i Settanta lo traducono dot{α} γ γ ε λ 0 ς. Solo i sadducei negavano l'esistenza degli a. (Act. 23, 8).
Nella Bibbia sono descritte molte apparizioni di a., non solo in visione o in sogno, ma nel contesto di episodi esterni storici. Appaiono, tra l'altro, ad Agar (Gen. 16, 7), ad Abramo (Gen. 18, 1-2; 22, 1-18), a Lott (Gen. 19, 1), a Giacobbe (Gen. 28, 12). Nel Vecchio 'Testamento non si parla esplicitamente della creazione degli a., ma essa è implicita nel fatto che l'unico Dio viene descritto come creatore di tutti gli esseri (Ex. 20, 11; Ps. 148, 2-5). Esistevano prima che l'uomo peccasse nel paradiso terrestre: la presenza del tentatore astuto sotto forma di serpente (Gen. 3, 1-15) lascia intuire la caduta degli a. (trasformati in demoni), descritta nel Nuovo Testamento. I cherubini posti a guardia del giardino dell'Eden si presentano come a., ministri di Dio (Gen. 3, 24).
Dalla Bibbia risulta che gli a. sono innumerevoli (Gen. 32, 2-3), costituiscono le "armate" di Jahweh (cf. la locazione Jolaceh stbhd'oth), sono potenti, messaggeri ed esecutori degli ordini divini (Ps. 102, 20 sg.), sono intelligenti (II Sam. 14, 20), santi (Ps. 88, 6-8) : per questo sono detti «figli di Dio" (Job 1, 6) ed anche "diti in senso largo (Gen. 33, 10), ma infinitamente distanti dall'unico Dio loro creatore che trova in essi imperfezioni ( l o b_{4}, 17 mathrm{sg}.).
Appaiono agli uomini in forma umana (cf. Dan. 9, 21). Solo i cherubini ( v ) e i serafini ( v ) si presentano alati. Hanno cura degli uomini : salvano Lor' (Gen. 19), Isacco (Gen. 22, 11), i tre giovani nella fornace (Dan. 3, 49). Portano a Dio le preghiere degli uomini e ne riportano le grazie (visione della scala di Giacobbe, Gen. 28, 12). Uno di essi, Raffaele, fa da custode visibile al giovane Tobia (Tob. 5, 17). Dal libro di Daniele si può dedurre che an-
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che le singole nazioni (Isracliti, Persiani, Greci) hanno un a. (detto for "principe") per protetrore (Dan. 10,13, 20). Talora gli a. per ordine divino puniscono gli uomini (p. es. : Gen. 19, 11; II Sam. 24, 16-17). In Proc. 17, 11 si parla d'un a. crudele che sarà mandato da Dio contro il peccatore.
Dal Vecchio 'Testamento non risulta con chiarezza che gli a. siano puri spiriti. Ps. 103, 4 "Qui facis angelos tuos spiritus" tratta dei venti presentati poeticamente come messaggeri di Dio. In certi codd. dei Settanta i figli di Dio che commisero peccati carnali con le figlie degli uomini (Gen. 6, 2) sono detti dot{α} γ γ ε λ α ι. Questo fatto è insieme indice e causa di dubbi, assai diffusi nel giudaismo e presso gli antichi scrittori cristiani, sulla perfetta spiritualità degli a. (cf. G. E. Glosen, Die Stinde der Söhne Gottes, Roma 1937). Nel Nuovo Testamento gli a. sono presentati invece più chiaramente come spiriti (Hebr. 1, 14), invisibili (Col. 1, 16), che non hanno rapporti carnali (Mt. 22, 30), e si parla esplicitamente della loro caduta (Iud. 6; II Pt. 2, 4).

Ancelo - A. sorreggenti un elipco con la croce gemmata. Musaico del sec. vi in S. Vitale - Ravenna.
come messaggero divino (di Jahweh o di Elohim) e insieme parla e opera come Dio. Fa delle promesse come lo stesso Jahweh (Gen. 16, 10-13; 21, 17-19; 22, 11-17), si identifica con Dio (Gen. 31, 11-13;48, 15-16; Ex. 3, 2-4, 10 [Act. 7, 31-35]; Indc. 2, 1-4; 6, 11-24; 13, 6-23; Zach. 3, 1-6). Alla fine del "codice dell'alleanza", Jahweh promette il "suo a." che condurrà Isracle (Ex. 23, 20-23), l' "a. dell'alleanza" (Mal. 3, 1). Talora l'a. di Jahweh è chiaramente distinto da Jahweh (Ex. 33, 2-6; Num. 22, 31; II Sam. 24, 16). Dopo s. Ireneo (Adc. Haer., 4, 20; Demonstr., 45) molti Padri greci e latini vedevano nell'a. di Jahweh una manifestazione del Verbo; Origene è molto esplicito in proposito: Hom. in Gen., 8, 8; Tom. I in Io., 34; Troct. de ll. ss. Scripturarum. ed. P. Batiffol, Parigi 1900, p. 33. S. Girolamo, s. Agostino, s. Gregorio Magno, seguiti dagli scolastici (s. Tommaso, De Patentia, q. 6, a. 8 ad 3, e In Ep. ad Hebr., cap. 2, lect. 1) e da molti teologi moderni (Subrez, De Angelis, VI, 20; A. Lapide, In Exodum, III), vi scorgono invece un
tud. Quasi tutte le religioni conosciute credono in esseri intermediari tra l'uomo e la Divinità. Alcuni studiosi di storia delle religioni sostengono che all'origine gli Ebrei credevano nell'esistenza di certe divinità minori che vennero poi declassate al rango di a., quando Isracle passò dal politeismo o polidemonismo al monoteismo. Questa tesi, che si fonda sull'evoluzione puramente naturale della religione d'Israele, è smentita dalle indagini più recenti. Se nella dottrina sugli a. vi fossero tracce politeistiche, i profeti, acerrimi avversari del politeismo, non l'avrebbero tanto favorita. Altri affermano che l'angelologia degli Ebrei è una sintesi sincretistica di elementi assiro-babilonesi e persiani, accresciuta da concezioni demonologiche greco-romane nel Nuovo Testamento e nella antica letteratura cristiana (cf. U. Fracassini, A., in Enc. Ital., III, pp. 297-302). Ma ciò è smentito dal fatto che la fede nell'esistenza degli a. è supposta già nei libri più antichi della Bibbia. Vero è, d'altronde, che l'angelologia ebraica si sviluppò specialmente dal sec. v a. C., col progredire della cognizione dell'assoluta trascendenza di Dio e con l'apporto di talune concezioni persiane ed ellenistiche orientali. Tali sviluppi si notano già nella versione dei Settanta e specialmente nella letteratura apocrifa, come presso Filone e gli Esseni.
Pietro De Ambroggi
2. L'A. di Jahweh (ebr. Mal'āhh boldsymbol{f}.). - In vari passi del Vecchio Testamento ricorre un a. che si presenta
a. creato. D. Petavio ha raccolto le opinioni dei Padri in Theologic. Dogmatum, t. 3: De Angelis.
P. Heinisch osserva che gli antichi Israeliti identificavano l'a. di Jahweh con Jahweh senza porsi la questione, e rinuncia a darne spiegazioni. M.-J. Lagrange ritiene che il termine a. di Jahweh sia stato interpolato più tardi nei testi ove si parlava dell'apparizione di Jahweh, allo scopo di darne una spiegazione. Secondo alcuni protestanti recenti (F. Hitzig, W. H. Kosters, K. Marti, R. Smentl, ecc.), fino all'esilio a. di Jahweh sarebbe semplicemente l'apparizione di Jahweh, e solo più tardi avrebbe significato uno dei suoi messaggeri. Oggi la discussione è vivissima. Oltre vari protestanti (R. Kracteschmar, W. Novak, E. König), la maggioranza dei cattolici (J. Knabenbauer, in Is. 63, 9; J. Rybinski; più decisamente F. Stier) sostiene la distinzione fra Jahweh e l'a. creato che lo rappresenta (teoria della sostituzione). Ma, dopo A. van Hoonacker e J. Touzard (secondo cui gli antichi Ebrei non distinguevano fra a. di Jahweh e Jahweh, ma poi si attribuirono le teofanie a un a. per salvare la trascendenza di Dio), B. Stein, limitando la sua indagine all'a. dell'Esodo (Ex. 3, 2; 14, 19; 23, 20-3; 32, 34; Num. 20, 16; Ios. 5, 14; Indc. 2, 1-4; Is. 63, 9; Mal. 2, 17; 3, 1) propugna l'identità: l'a. di Jahweh è lo stesso Dio onnipresente che esce dalla sua trascendenza per apparire e operare in un luogo, e l'espressione era la più appropriata per distinguere tra Dio immutabile e invisibile per natura e Dio che si manifesta personalmente nel tempo e nello spazio.
I passi del Nuovo Testamento in cui si accenna a queste apparizioni (Act. 7, 31-35; Gal. 3, 19; Hebr. 2, 2) sembrano favorire l'accostamento tra l'a. mediatore divino e il Verbo; tale interpretazione venne falsata dalle correnti gnostiche, poi ariane, per dar luogo al subordinazionismo cristologico.
Bibl.: A. Vacant. Ange, in DB. I, coll. 276-90; L. Hackspill, L'angelologie juive à l'époque néotestamentaire, in Revue Biblique, 11 (1902), pp. 527-550; J. B. Frey, L'angelologie juíve au temps de boldsymbol{f}.,-C., in Revue des St. phil. et thísi., 5 (1911), pp. 75 -
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Angelo - A. che uccide il drogone. Disegno su pergamena del sec. xiv - Norimberga, Museo Nazionale Germanico.
rio: A. Lemonnyer, Angelologie chrétienne (per il N. T.), in DBs. I, coll. 255-62; H. Lange, Engel, in LThK, III, coll. 672-76; J. Bonsirven, Le Yudaisme palestinien au temps de T.-C., I, Parigi 1934, pp. 222-39; L. Lanzoni, Gli a. nella Divina Scrittura, Domodossola 1935; E. Langton, The Ministries of the Angelic Powers according to the Old Test. and later Yersich Literature, Londra 1936; id., The Angel Teaching of the Nero Test., ivi 1937; P. Heinisch, Theologie des Alten Testamentes, Bonn 1940, pp. 100-107; G. Philips, De angelis in Antiquo Testamento, in Evangelio, sec. I. Paulum, in Revue ecclésiastique de Liège, 31 (1940), pp. 44-52, 172-79, 226-34.
Per l'a. di Jahweh: M.-J. Lagrange, L'ange de Yuhcé, in Revue Biblique, 13 (1903), pp. 212-25; J. Touzard, Ange de Yuhcé, in DBs. I (1928), coll. 242-55; id., in Revue Biblique, 36 (1927), pp. 764-65, 181-83, 186-88; J. Rybinski, Der Mal'uké Yuhcé, Paderborn 1930; F. Stier, Gott und sein Engel im Alten Testament, Monaco 1934; B. Stein, Der Engel des Auszugs, in Biblica, 19 (1938), pp. 286-307; P. Heinisch, Theologie des Alten Testamentt, Bonn 1940, pp. 75-77. - Sui rapporti tra a. di Jahweh e il Verbo divino: F. Cavallera, Une prétendue con-
traverse sur le Christ-Auge, in Recherches de Science religieuse, 2 (1911), pp. 26-29; D. Finestone, Is the Angel of Yuheseh in the Old Test. the Lord 7. C.?, in Bibliotheca Sacra, 93 (1938), pp. 372-77; J. Barbel, Christus-Angelos: die Anschauone von Christus als Bote und Engel in der gelehrten und volkstün. lichen Literatur des christlichen Altertums (Theophanein, 3), Bonn 1941.
Antonino Romeo
3. L'A. nel Nuovo Testamento. - Nel Nuovo Testamento si trovano, in sostanza, le stesse idee del Vecchio Testamento. Ma il ministero degli a. figura in un quadro nuovo, di cui ecco alcuni dei punti più notevoli: 1) Gli a. formano sempre la corte di Dio. Se essi sono presenti lungo tutta la vita di Gesù, è appunto perché egli è Dio e con lui il regno di Dio è sceso sulla terra. Questa presenza degli a. è specialmente notevole nella natività di Gesù (annunziazione a Maria, apparizioni a Giuseppe, apparizione ai pastori, fuga in Egitto e ritorno in Galilea), all'inizio del ministero pubblico (Mt. 4, 11), nella passione (Mt. 26, 53; Lc. 22, 43), nel suo trionfo della risurrezione e dell'ascensione (Mc. 16, 5; Lc. 24, 23; Io. 20, 12; Act. 1, 10), nel giudizio futuro (Mt. 13,39. 41. 49; 16, 27; 24, 31; 25, 31; Mc. 8, 38), nel trionfo definitivo della gloria celeste (Apoc. 1, 11; 8, 2 sgg.). - 2) Gli a. sottostanno al Figlio. Nelle Epistole, specialmente in quelle di Paolo, contro il pericolo di alcune tendenze gnostico-giudaiche che esageravano l'importanza ed il culto degli a., si insiste sulla loro subordinazione a Cristo (Col. 2, 14 sgg.; Gal. 3, 19; Hebr. 1, 14 sgg ). In s. Paolo l'angelologia è strettamente connessa con la soteriologia e la cristologia. - 3) L'opera di mediazione subordinata degli a. tra Dio e la terra rimane pur sempre di somma importanza sia sociale sia individuale. Sono i protettori particolari degli apostoli e della comunità cristiana. Viene specialmente ricordato "l'a. del Signore", particolare protettore del nuovo Israele, come lo era stato dell'antico (Act. 3, 19; 8, 26; 10, 3 sgg.; 12, 7 sgg.; 27, 23). Sono protettori d'individui o a. custodi (Mt. 18, 10; Act. 12, 15); prendono sommo interesse alla salvezza di ogni uomo (Lc. 15, 10); sono mandati da Dio al "servizio" degli uomini (Hebr. 1, 14). - 4) Sulla natura e condizione degli a. buoni, si può rilevare quanto segue. Essi appaiono in vesti bianche e splendenti (Io. 20, 12; Act. 1, 10; 12, 7), per significare la loro natura celestiale. Nella parola di Gesù che gli a. protettori dei fanciulli "vedono sempre la faccia del Padre" (Mt. 18, 10, tenendo presente E x .33,18 mathrm{sgg}. e le discussioni a cui questa questione aveva dato luogo tra i rabbini; cf. H. Strack-P. Billerbeck, Das Evangelium nach Matthäus erläutert aus Talmud und Midrasch, Monaco 1922, p. 783 sgg .), alcuni vedono affermato che gli a. godono della visione beatifica. Altri rilevano la loro elevazione all'ordine soprannaturale dal fatto che la futura felicità degli eletti è assimilata a quella degli a. e sarà in loro compagnia, compagnia già iniziatasi quaggiù, per cui siamo loro concittadini (Hebr. 22, 12). La scienza degli a. è limitata e ammette progressi (Mt. 24, 36; Mc. 13, 32; Eph. 3, 10; I Tim. 3, 16). Il loro numero è grandissimo (Hebr. 12, 22; Apoc. 5, 11). Vi è tra loro anche una certa diversità; vengono nominati: a., arcangeli, troni, dominazioni, virtù, principati, potenze che abitano nelle regioni sopraterrene (Eph. 1, 21; 3, 10; 6, 12; Col. 1, 16-20).
La tradizione patristica. - Le idee giudaiche ed ellenistiche hanno avuto un influsso talvolta notevole su talune concezioni di diversi autori ecclesiastici in materia angelologica. L'influsso ellenistico fu maggiore nella demonologia che nell'angelologia propriamente detta. Eccone i punti più salienti : 1) La perfetta spi-
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(Jel. Enc. Cati.)
S. PIETRO CONSACRA DIACONO S. STEFANO
Particolare dell'affresco nella cappella di Niccolò V - Vaticano.
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(fot. Alinari)
TABERNACOLO CON LA VERGINE E SANTI
Firenze, Museo di S. Marco.
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ritualità degli a. cominciò ad essere rettamente concepita soprattutto a partire dal sec. vi con lo pseudo-Dionigi. Prima, e talvolta anche dopo, fu piuttosto intravveduta che chiaramente affermata. Si attribuiva agli a. un corpo etereo sottilissimo. - 2) Nella questione della conoscenza che hanno gli a. ebbe notevole influsso, specialmente in Agostino, la teoria neoplatonica della illuminazione. Le opinioni rimasero divise se gli a. abbiano conosciuto anticipatamente i misteri eriatiani, specialmente l'Incarnazione. Prima di Agostino si tenne piuttosto per la negativa. - 3) Ugualmente prima di Agostino alcuni ritennero che gli a., dopo la prima prova, non erano stati determinati definitivamente al bene, e che quindi potevano ancora fallire, essere punitio meritare. - 4) Sotto l'influsso dell'esegesi giudaica di Gen. 6, 2 (pseudo-Henoch) parecchi ritennero che il peccato degli a. caduti fosse stato il peccato carnale. - 5) Anche a riguardo della gerarchia celeste, differivano le opinioni: Origene la faceva derivare da diversità di funzioni e di meriti; Metodio, e dopo di lui molti altri, da diversita metafisica di costituzione naturale. Lo pseudo-Dionigi fa divise in gerarchie di tre cori ciascuna. - 6) Generalmente si ritiene che tutti gli a. possono essere mandati in missione presso gli uomini, ma lo pseudo-Dionigi, ed alcuni altri dopo di lui, ammettono questo soltanto per gli a. di categoria inferiore. Spesso, sotto l'influsso dello pseudo-Henoch, e forse dell'ambiente ellenistico (panpsichismo stoico e credenze popolari) si assegno un a. protettore non solo ad ogni individuo, nazione e comunità, ma anche ad ogni elemento materiale di questo mondo, idoperò che altri respinsero. Altri, infine, come Agostino, sotto l'influsso di alcune teorie ellenistiche (peripatetici, Filone, Plotino), si domandarono se gli astri non fossero animati da a. motori. - 7) Fintanto che durò il pericolo pagano, i Padri furono generalmente molto guardinghi nel permettere il culto degli a.
La teologia scolastica. - Il grande sviluppo che l'angelologia prese nei secc. xir-xiri fu causato principalmente dall'applicazione ai dati tradizionali e scritturistici della metafisica e psicologia aristoteliche, e di alcune teorie di filosofi arabi sulle sostanze separate. S. Tommaso ha un trattato notevole sugli a. (Sum. Theol., 19, qq. 50-64. 106-14; De substantiis separatis, ed. P. Mandonnet, Opuscula omnia, I, Parigi 1927, pp. 70144). Le diversità di correnti nel seno della scolastica ebbero il loro influsso nell'angelologia. Cosi Scoto rappresenta la tendenza opposta a s. Tommaso, mentre Suárez prese più tardi una posizione intermedia, spesso di natura eclettica. Le questioni maggiormente discusse tra gli scolastici furono: i) la natura composta o semplice degli a. e il loro rapporto con lo spazio; 2) l'analisi del loro atto di conoscenza e di volontà; 3) lo stato in cui furono creati e il momento della loro elevazione all'ordine soprannaturale; 4) la natura della loro prova; 5) la causa del grado diverso di beatitudine loro data; 6) la loro gerarchia; 7) la mutua illuminazione e locuzione; 8) la loro azione sulla natura e sull'uomo. L'angelologia prende cosi un aspetto molto metafisico e fornisce occasione di chiarire i concetti filosofici di spirito, materia e forma, conoscenza intellettiva e volontà.
Conclusioni sulla dottrina della Chiesa. - 1) L'esistenza degli a. come nature personali è di fede : è attestazione unanime della Scrittura e della tradizione interpretate dalla Chiesa. E quindi contrario alla fede cattolica non vedere negli a. che modi poetici di esprimersi o personificazioni di virtù e vizi morali o di forze della natura. Le rassomiglianze con talune opinioni di altre religioni si spiegano dalla tradizione di
una rivelazione comune, rimasta pura solo tra gli Ebrei. - 2) E pure di fede che gli a. furono creati da Dio (simbolo niceno-costantinopolitano: visibilia et invisibilia; Concili lateranense IV e vaticano: DenzU., 428 e 1783). - 3) Generalmente, dopo gli scolastici, si ritiene che furono creati all'inizio del tempo simultaneamente al mondo materiale, contrariamente all'opinione di molti Padri che credettero invece che fossero stati creati prima. I Concili lateranense IV e vaticano, pur dicendo: simul ab initio temporis, non ebbero l'intenzione di definire la questione. - 4) La pura spiritualità degli a., nonostante le esitazioni dei Padri e l'opinione personale di quelli del Concilio II di Nicea (787), è oggi ritenuta per certa, sebbene non definita di fede neppure dal Concilio vaticano. Il modo di spiegare le loro apparizioni oggettive (motori accidentali di un corpo materiale) e la loro immortalità naturale consegue dalla loro pura spiritualità. - 5) Il loro numero è grandissimo, ma non si possono dare altre precisazioni. 6) Vi sono differenze tra gli a., ma l'origine e il modo preciso di esse non consta. La divisione in nove cori (a., arcangeli, principati, potenza, virtù, dominazioni, troni, cherubini e serafini) è stata in genere accettata dopo lo pseudo-Dionigi, ma non è assoluta. Di libera discussione è pure se tutti gli a. siano della stessa specie o se siano tante le specie quanti i cori, oppure se ogni individuo costituisca una specie a sé (s. Tommaso). Cosi anche il modo di concepire nei particolari la conoscenza naturale degli a., la maniera con cui comunicano tra loro, il loro atto di volontà, come sono in

(prepr. B. Degenhart)
Angelo - Gruppo di a. in bronzo, sulla facciata del duomo di Orvieto - L. Maitani (inizio sec. xiv).
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un luogo, quale è la misura della loro durata, dipende da presupposti filosofici, dal punto di vista del dogma, secondari. E certo che gli a. hanno naturalmente una conoscenza limitata, non conoscono naturalmente i misteri propriamente divini, ed hanno il pieno libero arbitrio. - 7) Gli a. sono stati elevati all'ordine sopravun naturale; il cui fine è la visione beatifica di Dio. Ciò risulta dal magistero ordinario interpretante la Scrittura e la tradizione. Questa elevazione è gratuita (condanna della dottrina di Baio; cf. Denz-U., 1001 sgg.), ma si discute circa il momento in cui avvenne : nella loro stessa creazione afferma s. Tommaso; dopo un certo tempo, asseriscono altri scolastici. E poi di fede che gli a. dovettero subire una prova; ma quale prova precisamente e come e quanti angeli siano caduti, non si sa. Dopo la prova finì per loro il tempo di meritarci gli a. buoni godettero e godono per sempre della visione beatifica e gli a. cattivi furono condannati alla pena eterna. Anche questo è di fede. 8) I ministeri degli a. sono: verso Dio, di adorarlo, lodarlo, servirlo; ciò è di fede. E ugualmente di fede che essi sono ministri di Dio presso gli uomini. 9) L'esistenza di a. custodi, che hanno lo speciale ministero di proteggere gli uomini, è certa. La tradizione ed il magistero ordinario hanno sempre ammesso che almeno ogni cristiano (dunque dal Battesimo) ha il suo a. custode. E pure sentenza oggi comune che ogni uomo (dalla nascita) abbia il suo, che non lo abbandona mai. Molti Padri lo ammisero pure per ogni nazione e comunità. - 10) Il culto degli a. è legittimo. Ciò è di fede per il magistero ordinario interpretante la tradizione, specialmente dopo il sec. v (condanna degli iconoclasti nel Concilio Niceno II, cf. Denz-U., 320, e della dottrina dei protestanti sul culto dei santi nel Concilio di Trento, ibid., 984 sg.).
Bibl.: Per la dottrina dell'a. fino al sec. v, cf. D. Petavio, De theologico dogmatibus, III, Venezia 1742, pp. 1-112; L. Kleinheidi, S. Gregorii Nysseni doctrina de Angelis, Friburgo in Br. 1860: J. Stiglmayer, Die Engellehre des sog. Dionysios Areng., in Compte-rendo du IVe congrés scientifique intern. des cathol., I^{text {me }} Section: Sciences religieux, Friburgo 1898, pp. 467-14; J. Turmel, Histoire de l'angelologie des temps apostoliques à la fin du Ve siècle, in Revue d'hist. et de littér. relig., 3-4 (1898-99), pp. 289 sgg., 407 sgg., 233 sgg. (da leggere con grande precauzione); G. Bareille, Angelologie d'après les Pères, in DThC, I, coll. 1190-1222; K. Pelz, Die Engellehre des hl. Augustinus, Münster 1913; F. Andres, Die Engellehre der griechischen Apologeten des II. Jahrh. und ihr Verhältnis zur griechische-römischen Dämonologie (Forschungen a. christ. Literatur und Dogmengeschichte, XII), Paderborn 1914 (con abbondante letteratura, pp. 21-22); id., Die Engels-und Dämonenlehre des Clemens von Alexandrien, in Römische Quartalschrift, 34 (1926), pp. 13-27, 129-40, 307-29; id., Angelos, in Pauly-Wissowa, Basilewgell. blass. Allertomviss., suppl. III, 1918, pp. 101-14; id., Dainson, ibid., pp. 267-322 (importante per l'ambiente ellenistico); L. Kurz, Gregori des Grasses Lehre von den Engeln, Roma 1938.
Per la dottrina dal sec. v a s. Tommaso: F. Suárez, De Angelis, Lovanio 1620; F. Frassco, Scotus academicus, IV, Roma 1900; Cl. Bacumker, Witele, Münster 1908, p. 223 sgg. (importante per l'ambiente scolastico del sec. xili); A. Vacant, Angelologie dans l'Eglise latine depuis le temps des Pères jusqu'à s. Thomas, in DThC, I, II, col. 1222 sgg.; id., Angelologie de s. Thomas d'Aquin et des scolastiques postérieurs, ibid., coll. 1228-48.
Per la dottrina più recente : Joannes a s. Thoma, Cortus theologicus, ed. Vivès, IV, Parigi 1884, p. 559 sgg.; J. K. Oswald, Angelologie, 2ᵃ ed., Paderborn 1889; W. Lucken, Michael, Gottinys 1898 (per gli a. custodi dei popoli); L. Janssens, Tractatus de Deo creatore et de Angelis, Friburgo in Br. 1903; E. Caretti, Gli angeli, Bologna 1925; Chr. Pesch, Die Hl. Schutzengel, 2ᵃ ed., Friburgo in Br. 1923; P. A. Arrighini, Gli angeli buoni e cattivi, Torino 1937; J. Duhr, Anges, in DSp, I, col. 286 sgg .; J. Bernhard, Der Engel des deutschen Fisthes, Monaco 1939; H. Leclercq, Anges, in DACL, I, 2ᵃ parte, coll. 2080-2161 (specialmente per il culto: col. 2144 sgg.). - Per le altre particolarità esegetiche, v.; G. Kurze, Der Engels- und Teufelsglaube des Apostels Paulus, Friburgo in Br. 1915; F. Prat, La théologie de s. Paul, II, pp. 493-502; A. Lemonnyer, Angelologie, in DBs, I, coll. 255-62. Cipriano Tagaggini
4. La devozione agli a. - I primi Padri della Chiesa negavano agli a. il culto dovuto a Dio, ma non ogni culto; al riguardo è da tenere presente la loro preoccupazione di premunire i gentili neoconvertiti contro un ritorno al falso culto dei Gesú. Origene polemizzando con Celso, sostiene che i cristiani non adorano gli a., ma rendono loro un culto ( δ ε ρ α σ α dot{ε} ε ι ν ) purché si intenda bene questa parola (C. Cels., VIII, 13: PG 11, 1533 c). In s. Giustino (I Apol., 6: PG 6, 336 c) e in Atenagora (10: PG 6, 909 в), si trovano le più antiche testimonianze del culto agli a. Ambrogio esorta i fedeli: «Obsecrandi sunt angeli pro nobis, qui nobis ad praesidium dati sunt" (De Viduis, cap. IX, 55 : PL 16, 264 c). Agostino concisamente: "Honoramus eos (ingelos) charitate, non servitute" (De vero relig., 55, 110: PL 34, 170) intendendo per "servitus s. greco " λ α τ α ε i α », il culto dovuto solo a Dio. Il can. 35 del Concilio di Laodicea (sec. iv), se ben inteso, non si oppone alla retta devozione verso gli a. (Hefele-Leclereq, I, p. 1017). Didirco Alessandrino (m. nel 395) attesta che sin dai primordi cristiani sorsero chiese ed oratori consacrati a Dio sotto il nome degli arcangeli (De Trinit., II, 8: PG 39, 591 A, a). A Costantinopoli, dopo Costantino, circa 15 chiese erano dedicate a s. Michele. Al tempo di Gregorio Magno il culto agli a. ed a s. Michele aveva un centro sul Monte Gargano; un altro centro sorse in Francia (sec. viII) sul Mont Saint-Michel. In Roma (sec. IX) 7 oratori erano dedicati allo stesso arcangelo. A diffondere la fede nella assistenza degli a. ha contribuito s. Benedetto: nella sua Regola ricorda ai monaci che l'ufficio divino viene recitato alla presenza di Dio e degli a. (cap. 19).
Particolare impulso a questa devozione fu dato da s. Bernardo, di cui la Chiesa fa proprie le parole nel Breviario (festa degli a. custodi, 2 ott., lect. 4-6). La sua comprensiva formola riflette la tradizione ininterrotta della Chiesa : agli a. dobbiamo «reverentiam pro praesentia, devotionem pro benevolentia, fiduciam pro custodia " (In ps. "Qui inhabitat", serm. XII, 6: PL 183, 233 c). Dal sec. XII al XVII i teologi scolastici, piuttosto che fermarsi sul culto, investigano la natura angelica. Ma ormai la devozione è entrata nella pratica comune dei fedeli. Fin dal sec. xili sono diffuse preghiere per gli a. custodi, edite da A. Wilmart. Particolare diffusione ebbero l'operetta di Gersone Sermo de Angelis (Gp., III) ed i sette Sermones di Dionigi il Certosino su s. Michele e sugli a. (Gp., XXXII, Tournai 1906). Questi echeggia il pensiero di s. Bernardo, stabilendo i nostri rapporti cogli a.: «diligendo (eos) cordialiter, quotidie honorando, assidue invocando, imitando, eis collaborando" (Sermo de Sanctis, ibid, pp. 351 e 421-45). Lutero e Calvino, dopo il culto dei santi, rigettarono quello degli a. Ma tale devozione ebbe nuovo impulso per opera della Compagnia di Gesú. S. Ignazio raccomanda ai suoi religiosi di imitare la purezza degli a. (Reg. Summ., 28). Per opera dei Gesuiti si moltiplicarono, specie nel sec. xvir, i trattati e manuali di pietà sugli a. Ricordiamo soltanto: Trattato e pratica della Devozione agli a. di s. Francesco Borgia e il diffusissimo Trattato dell'A. Custode del p. Francesco Albertini. Anche il card. De Bérulle e il ven. Oliet molto contribuirono a diffondere tale devozione. Notevole il recente richiamo teologico di E. Peterson alla devozione agli a., esecutori della liturgia celeste e tramiti dell'unione dei fedeli con Dio.
5. Le Feste degli a. - A Costantinopoli si celebra la «synaxis» di tutti gli a. dot{α} π ω μ dot{α} τ o v l'8 nov. e l'1 i genn.
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Gli a. custodi anticamente erano onorati insieme a s. Michele : 29 sett. in Occidente c 8 maggio in Oriente. La loro festa particolare, istituita da Paolo V (1608) per gli Stati dell'Impero d'Austria, fu estesa a tutta la Chiesa da Clemente X (1670). Leone XIII ne elevò il rito (1883 e 1893). I Sacramentori dal sec. IX in poi stabilivano la Messa votiva degli a. per il primo giorno libero dopo quello dedicato alla S.ma Trinità o ad una delle tre Persone. Quando la domenica fu riservata alla S.ma Trinità, agli a. fu consacrato il lunedi (sec. xv); ora è il martedi. La devozione agli a., particolarmente agli a. custodi, dopo il sec. xvir, è divenuta una delle devozioni più familiari al popolo cristiano. L'Angelè Dei, concisa espressione di preghiere medievali dei secoli XI-xIII, edite da A. Wilmart, ne è l'espressione più suggestiva.
BibL.: G. Barcilie, Le culte des Ances à l'époque des Pères de l'Eglise, in Revue Tho. miste, 8 (1900), pp. 4040; id., in DThC, I. coll. 1219-22; G. Dühr. in DStp. I, coll. 298-623; A. Wilmart, Pricies à l'Ange Gardien, in Auteurs spirituels du moyen dee latin, Parigi 1932. pp. 237-38; I. Schuster, Liber Sacramentarum, 3^{text {a }} ed., Torino 1932 seg., II, 87; III, 33; IV, 139-41; VII, 72 74 e 163-332.; VIII, 289; IX, 2-4; 53-54; E. Peterson, Das Buch
von den Engeln. Stellung und Bedeutung der hl. Engel im Kultus, Lipsia 1932. - Per il culto degli a. nella Chiesa "ortodossa": L. Petit, in DThC, I, col. 1252 seg.
tra in carcere (Wilpert, op. cit., p. 118, tav. 116, 3). Due a. figurano anche in un coperchio di sarcofago oggi al Museo lateranense (Wilpert, op. cit., 251, 3). Più tardi sostituiscono le vittorie alate, come in due sarcofagi nella cripta di S. Vittore a Marsiglia; nel primo due a. alati e in volo sorreggono un disco nel quale è assiso Gesù Cristo docente (Wilpert, op. cit., tav. 43, 4); nell'altro due a. alati sorreggono in piedi la corona trionfale che racchiude Cristo docente (Wilpert, op. cit., p. 57, fig. 24). Questo motivo sarà ripreso in S. Vitale a Ravenna e in un raro sarcofago cristiano di Costantinopoli.
Nella scultura non funeraria l'a. appare alle pie donne al Sepolcro secondo Mt. 28, 2-8 (Ravenna, S. Apollinare nuovo, avorio 'Trivulzio a Milano, ecc.).
Due lastre del sec. vi appartenenti verosimilmente alla decorazione della chiesa della Theotibhas a Cartagine (v.), offrono l'a. alato annunciante ai pastori la nascita del Salvatore (Wilpert, op. cit., fig. 276 e tav. 298, i) e l'a. alato presente all'offerta dei Magi (Wilpert, op. cit., tav. 298, 2).
Come in varie rappresentazioni imperiali il sovrano appare circondato dal suo seguito (scena del congiarium nell'arco di Costantino), così in alcune scene maiestatiche il Signore o la Madonna in trono sono assistiti dagli a. (arco trionfale di S. Maria Maggiore e S. Maria Antiqua).
Il tipo degli a. adoranti si ha nell'arco trionfale della basilica di S. Paolo sulla Via Ostiense (442-60); con i cherubini a sei ali nelle miniature del codice Vaticano di Cosma Indicopleuste (visione di Isaia); la schiera angelica figura anche nel giudizio finale. In S. Vitale a Ravenna due a. nimbati sorreggono un clipeo con la croce gemmata; nel dittico di Murano la croce nella corona trionfale. Nei musaici di S. Maria Maggiore l'a. è con volto, mani e piedi rosso fuoco (Hebr. 1, 7; Sedulio, Carm. Pasch., V, 328: PL 19, 740). In S. Apollinare nuovo a Ravenna nel musaico con la separazione del gregge (Mt. 25, 32) il Signore è assistito da due a. alati e nimbati, l'a. di destra con le pecore è tutto rosso, quello di sinistra con i capretti, tutto turchino-viola cupo. Il Kirschbaum ha riconosciuto nell'a. rosso l'a. della luce, che sta nella regione stellata, nell'etere; l'a. turchino invece è nell'aria, la cui sostanza non ha luce; è l'a. delle tenebre (Riv. Arch. Crist., 17 [1940], pp. 209-48). L'opposizione di a. rossi con a. turchini si ripeterà poi nell'arte europea tra il xiv e xv sec. e nelle iconi orientali fino al xvir. Distinzione di colori secondo le categorie
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si hanno anche nel medioevo: i serafini al primo posto in rosso; poi i cherubini in turchino; terzi i troni in giallo.
Nelle antiche iscrizioni cristiane si augura al defunto la pax cum angelis; ad un diacono di essere angelorum hospes; dei morti in tenera età si dice acceribus o ruptus ab angelis; di una donna si afferma che fu angelicae legis docta; in iscrizioni metriche si ricordano gli angelici chori. Gli antichi cristiani adottarono talvolta il costume giudaico di adoperare i nomi degli a. per allontanare gli spiriti maligni. Usarono l'abbreviazione XM { }^{′} (Xanr:65, Mcy96/2, Γ α ξ α α λ ); spesso posero nei loro sepolcri lamine d'oro, d'argento o di altro metallo piene di nomi di a. e di scongiuri; celebre la lamina d'oro, rinvenuta nel sarcofago dell'imperatrice Maria moglie d'Onorio, col graffito Michael, Gabriel, Raphael, Uriel.
Nell'isola di Tera (Cicladi) un gruppo di 48 epitafi cristiane contiene dediche agli a. protettori o custodi del Sepolcro.
Bim.: G. Stuhlfaurh, Die Engel in der altchristlichen Kunst, Friburgo in Br. 1897; Wilpert, Pitture, id., Mosuthen, id., Sarcofagi, passim; E. Kirschbaum, L'a. rosso e l'a. turchino, in Riv. d'Arch. Crist., 17 (1940), pp. 209-48; A. Ferrus, Gli a. di Tera, in Orientalia Christiana, Periodica, 1947, pp. 149-67. Enrico Josi
7. L'A. nell'arte. - Al vi sec. risale la più antica figurazione dei tetramorfi nelle colonne riadoprate nel ciborio di S. Marco a Venezia, variamente ripetuti in manoscritti miniati, musaici e affreschi, fino a quella ducentesca nella cripta del duomo di Anagni senza sostanziali variazioni iconografiche; anche l'a. in tunica e pallio permane con immutate caratteristiche dal v al ix sec. (SS. Cosma e Damiano; S. Maria Antiqua; S. Prassede; S. Maria in Domnica).
Verso il sec. xir l'arte cominciò ad infondere nelle figure vita e moto: se ancora impacciati ci appaiono gli a. della porta del Duomo di Pisa, opera di Bonanno, più vivi e leggeri sono quelli dei musaici duecenteschi della cupola del Battistero di Firenze, o delle coeve sculture delle cattedrali francesi. Fin da quel secolo, ma ancor più nel Trecento, gli schemi iconografici vengono forzati e la fantasia degli artisti dà agli a. sentimenti variati e libertà di atteggiamenti : così da Cimabue al Cavallini, a Giotto; dall'Orcagna nella cappella Strozzi a S. Maria Novella, alle Maestà di Duccio e Simone Martini a Siena e alle figurazioni del Camposanto di Pisa, gli a. escono dal loro schematismo e dalla loro trascendente impossibilità per partecipare allo spirito della composizione.
Nel ' 400 gli a. del Beato Angelico conciliano il tipo d'a. medievale con quello sempre più umanizzato dei pittori del Rinascimento, da Masaccio a Filippo Lippi, e via via sino a Luca Signorelli, a Melozzo e al Perugino. Abbandonate ormai le tradizionali vesti di origine classica, essi sono spesso rappresentati in atto di suonare diversi strumenti (a. musicanti) e cioè come autori di quella musica celeste, nella quale forse per un riflesso del neo-platonismo rinascimentale si concretava l'ordine e la beatitudine emananti dalla Divinità (tipi più noti quelli di Melozzo da Forlì, dell'Angelico, di Giambellino). L'esempio degli a. che con il suono delle trombe (a. tibicini) evocano le anime al Giudizio finale forni lo spunto ad uno sviluppo del tema secondo le idee ed i gusti del tempo.
Nel ' 500 accanto agli a., che sono pretesto per esprimere un ideale di fiorente giovinezza, comincia ad apparire un tipo nuovo: l'a. diviene dapprima un putto alato, che accompagna il Cristo e la Vergine nella loro salita al cielo, e, ematerializzandosi ancor più nelle teofanie della Controriforma, si riduce alla fine ad una semplice testina alata, confondendosi con l'iconografia del cherubino. Giovanni da S. Giovanni nell'abside dei SS. Quattro Coronati a Roma ha lasciato un caratteristico esempio di a. in aspetto femminile
(coro detto delle angiolelle). Il tipo tradizionale tuttavia rimase in onore : dagli a. musicanti del Reni (Roma, S. Gregorio) a quelli del Bernini e berniniani del ponte S. Angelo che sostengono ciascuno un simbolo della passione di Cristo. Il Bernini, specialmente nel gruppo della S. Teresa e nella Cattedra di S. Pietro, definì il tipo di a. in sembianze efebiche di derivazione correggesca. La produzione più recente non ha da allora introdotto modificazioni iconografiche degne di particolare rilievo. - Vedi Tavv. CXVI-CXVII.
Bim.: G. Stuhlfaurh, Die Engel in der altchristlichen Kunst, Friburgo in Br. 1897; H. Leclerc, a. v. in DACL, I, coll. 20802161; P. Tovsca, Storia dell'arte italiana. Il Medio Era. Torino 1927; K. Kintzle, Ihonographie der christlichen Kunst, Friburgo in Br. 1928, pp. 239-54; A. Santanecio, s. v., in Eur. Ital., III, pp. 297-303; L. Schreyer, Bildnis der Engel, Friburgo in Br. 1938.
Carla Gucluclmi
ANGELO d'AcRI, beato. - N. ad Acri (Cosenza) il 19 ott. 1669, ricevette nel battesimo il nome di Luca Antonio. Una tenera e singolare devozione a Maria lo distinse fin dai suoi primi anni. Nel 1690 entrò nel noviziato dei padri Cappuccini e, arricchito da doni straordinari e corroborato da ferventi ed assidue orazioni, conobbe come pochi le difficile arte di toccare i cuori, divenendo l'apostolo dell'Italia meridionale. Come provinciale ( 1717-20 ) e come guardiano di Acri (1726-27) si segnalò per somma prudenza e abilità nel governo. Morì ad Acri, il 30 ott. 1739 e fu beatificato da Leone XII il 29 dic. 1825. La sua festa si celebra nell'Ordine serafico il 30 ott.
Bim.: Anon., Vita del b. Angelo d'Acri missionario rappucsino, Roma 1823; Acta SS. Octobris, XIII, Parigi 1883, pp. 828-82; Aureola Serafica, IV, Quaracchi 1900, p. 224.
Giuseppe Sanita
ANGELO da Camerino. - Scolastico agostiniano, n. verso la metà del sec. xili e m. nel 1314. Intervenne come "sacrae theologiae novus professor" al capitolo generale di Siena nel 1295, ove fu nominato lettore allo studio della curia. Nel 1296 fu nominato vescovo di Cagli; nel 1298 trasferito alla sede di Fiesole; poi designato amministratore della chiesa di Larino; nel 1303 appare col titolo di vescovo di Modone in Grecia, e finalmente il 15 ott. 1311 fu nominato patriarca di Grado.
Scrisse: In Porphyrium commentarii (bibl. Angelica di Roma, ms. 832, ff. 1-20); In lib. Proediesmentorum (ibid., ff. 20-66); In lib. Perihermenias (ibid., ff. 67-113); Sententias totius lib. Tepicorum (ms. Vat. pol. 1057); Quaestiones theologiae (ms. Vat. lat. 1086); In lib. Pelerum, ricordano dallo stesso autore nella dedica del Perihermenias; Super Evangelin ac Epistolas Pauli praeclaros expositiones; Lectura in Mag. Senteutiarum; Sermones et Landes spiritucles, vulgo Canzoni.
Bim.: Eubel, I, pp. 138, 248, 266, 294, 331; A. da Cari, Chronica Ord. heremii, s. Aue., Roma 1481, fol. 112; N. Mattioli, Antologia aug., II, Roma 1898, pp. 94-102; D. A. Perini, Bibliographia augustiniana, I, Firenze 1929, p. 172; P. Glorieux, Répertoire des maîtres..., I1, Parigi 1933, p. 112. David Gutiérrez
ANGELO da Chivasso, beato. - Famoso teologo francescano, n. in Chivasso (Piemonte) probabilmente l'anno 1411, dalla nobile ed antica famiglia Carletti. Inclinato alla pietà, dotato d'ingegno perspicace, fece grandi progressi nella vita spirituale e negli studi. Laureatosi in teologia e in ambedue i diritti nella Università di Bologna, occupò ben presto nella sua patria importantissimi uffici, tanto che fu nominato senatore; ma ca. l'anno 1441, cioè già trentenne, rinunziò a tutte le cariche civili e alle sue cospicue ricchezze per entrare nell'Ordine francescano, nel quale volle cambiato il suo nome di Antonio in quello di A.
I superiori gli affidarono le cattedre di teologia e diritto canonico che tenne durante alcuni anni; nello stesso tempo si dedicava al ministero della predica-
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zione e della confessione, e in quest'ultima mansione si distinse a tal punto che altissimi personaggi, tra cui Carlo I di Savoia, gli affidarono la direzione della loro anima. Elctto superiore della provincia di Genova nel capitolo del 1462, nella Congregazione generale di Aquila del 1472 fu nominato vicario generale di tutti gli osservanti della famiglia cismontana, carica che tenne per lo spazio di quattro trienni, cioè tra gli anni 1472-73,147^{8-81}, 14^{84-87}, 1490-93.
Zelantissimo della pura osservanza della regola di s. Francesco, spiegò grande impegno nel predicare, per ordine del papa Sisto IV, la grande crociata del 1480 1481 contro i Turchi, che avevano occupata la città di Otranto, da cui furono poi nuovamente cacciati. Rifiutò diverse dignità e prelature ecclesiastiche. Scrisse la nota Summa, dal suo nome chiamata angelica; opera utilissima per i confessori e i moralisti, che superò tutte le altre nella stima generale. Ciò gli valse l'odio di Lutero, il quale volle che l'opera fosse bruciata nel 1520 in pubblica piazza insieme con la bolla di Leone X e col Corpo di diritto canonico.
Da Innocenzo VIII, A. venne nominato nunzio e commissario apostolico contro gli eretici valdesi, i quali diffondovano le loro dottrine e pratiche nella Savoia e nel Piemonte. Due anni consacrò a questa grande impresa; con la sua prudenza e vigilanza, con le prediche, congressi e dispute ottenne non solo la conversione e la pubblica abiura di molti eretici, ma anche rafforzò nella loro fede i cattolici di quelle regioni.
Mirabile anche il lavoro compiuto in favore dei poveri oppressi, propagando con la parole e con gli scritti i Monti di Pietà : le sue fondazioni principali sono quelle di Genova e di Savona, già dominio incontrastato degli usurai. Nell'Alta Italia venne chiamato "difensore della fede, estirpatore delle eresie, protettore dei poveri " Mori