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che il lavoro compiuto in favore dei poveri oppressi, propagando con la parole e con gli scritti i Monti di Pietà : le sue fondazioni principali sono quelle di Genova e di Savona, già dominio incontrastato degli usurai. Nell'Alta Italia venne chiamato "difensore della fede, estirpatore delle eresie, protettore dei poveri " Mori I'ri apr. 1495, nel convento di Cuneo, dove ricevette presto culto religioso, confermato nel 1753 da Benedetto XIV. Se ne celebra la festa il 12 apr.

La sua Summa casum conscientiae fu pubblicata la prima volta nel 1486 a Chivasso stesso; la 2^{text {a }} ed., più conosciuta, è quella di Venezia del 1487, alla quale seguirono altre in quasi tutti gli anni dello stesso sec. xv. Scrisse pure un Tractatus de restitutionibus, Alcalà 1562; una dichiarazione Super bullis Sixti IV e altre opere minori.

Bim.: Montis Regalis seu Cuneon. Canonizationis b. Angeli a Clavasio... memoriale reassampticum pro signatura commissionis, Roma 1702; G. Marentini, Vita del b. Angiolo Carletti di Chivasso, Torino 1733; C. Pellegrino, Vita del b. A. Carletti, Cuneo 1888; L. Wadding, Script. Ord. Min., Roma 1906, p. 19; id., Annal. Min., XIII, XIV, XV, Quaracchi 1932-33, passim; J.H. Sbaralca, Supplementum ad Scriptores Ord. Min., I, Roma 1908, p. 43; M. Viera, A. Carletti da Chivasso e la crociata contro i Turchi del 1480-81, Firenze 1923. Giuseppe Pou y Marti

ANGELO da Milano (Angelus Hallensis, a Mediolano, Elli Angelo). - Teologo francescano lombardo, n. nel sec. xvr. Insegnò teologia scolastica e morale.

Ne conosciamo le seguenti opere: Rosarium seu instructorium sacerdotum et clericorum (Torino 1616); Commentarium in prosam seu sequentiam mortuorum (Torino 1637). Più degno di ricordo è lo Speculum spirituale, che in un secolo ( 1608 -1715) ebbe sei edizioni di cui la quinta (Ronciglione 1690) fu messa all'Indice nel 1718.

Bim.: J. H. Sbaralca, Supplementum ad scriptores Ord. Min., I, Roma 1908, p. 44.

Emanuele Chietini
ANGELO di Pietro d'Assisi e FRANCESCO. Mancano notizie biografiche di questi due scultori formatisi nell'àmbito della scuola senese, come risulta dall'unica opera di sicura appartenenza, il Sepolcro di S. Margherita a Cortona, che è ritenuto uno dei capolavori della scultura gotica senese. Dubbie sono le
attribuzioni del sepolcro del vescovo Ranieri Ubertoni in S. Francesco a Cortona, di valore molto inferiore al precedente, e di tre statue sul portale del palazzo pubblico a Perugia.

Bim.: R. V., s.v. in Thieme-Becker, I. p. 511; A. Venturi, La scultura senese nel Trecento, in L'Jrte, 7 (1904), p. 220; id., Storia dell'arte italiana, IV, Milano 1906, p. 405. Maria Donati

ANGELO di San Giuseppe. - Carmelitano scalzo, al secolo Giuseppe Labrosse, missionario e orientalista; n. nel 1636 a Tolosa, entrò nel 1654 al Carmelo, e fu dal 1664 in Persia. Ritornato in Europa (1678), fu mandato (1679) come visitatore generale nella missione di Olanda, donde passò in Inghilterra (1684); fu priore, indi provinciale di Perpignano, dove mori il 29 dic. 1697, dopo aver pubblicato : Pharmacopaea Persica (Parigi 1681); Gazophylacium linguae Persarum (Amsterdam 1684).

Bim.: Anon., Chronicle of Carmelites in Persia, II, Londra 1939, pp. 794-98; Ambrosius a s. T'eresia, Bio-bibliograph. Missionario Carmefit. Discalcentor., Roma 1941, nn. 372, 377, 389-93; id., Nomenclator Missionarior. Carmefit. Discalcentor., Roma 1944, pp. 36-38.

Ambrogio di Santa Teresa
ANGELO da Spoleto. - Missionario francescano; è incerto l'anno di nascita; m. nel 1314. Tra gli anni 1303 e 1304 fece un viaggio con quattro compagni in Egitto, per liberare gli schiavi cristiani, dopo di che intraprese un pellegrinaggio a Gerusalemme. Di ritorno in Italia si unì, nel luglio del 1307, alla comitiva dei missionari che, con i sette suffraganei di Giovanni da Monte Corvino, partivano per la Tartaria. Ad A. fu assegnata la missione della Tartaria Aquilonare, nelle regioni settentrionali del Mar Nero. Fu anche "custode" di Gazaria, oggi Crimea. Venne ucciso da un gruppo di Bulgari nella città di Maurocastro, alle foci del Dniester, dopo un apostolato di circa sette anni.

Bim.: G. Golubovich, Biblioteca bio-bibliografica della Terra Santa e dell'Oriente Francescano, III, Quaracchi 1919; G. Soranzo, Il Papato, l'Europa Cristiana e i Tarrari, Milano 1930.

Pancrazio Maarschalkerweerd
ANGELO CLARENO : v. Clareno.
ANGELO CUSTODE : v. angelo.
ANGELO DEL PAZ di Perpignano : v. del paz, angelo.

ANGELO FRANCESCO di Santa Teresa. Carmelitano scalzo, al secolo G. B. Viglioti, n. il 16 sett. 1650 a Mondovì, m. il 17 ott. 1712. Nel 1673, insieme con altri tre missionari, venne inviato nel Malabar, dove eresse a Verapoly il primo seminario per il clero siromalabarico ( 1687 ), e ricondusse molte Chiese scismatiche all'unione con Roma. Il 20 febbr. 1700 fu eletto vicario apostolico del Malabar.

Bim.: Ambrosius a s. T'eresia, in Analecta Ordinis Carmelitarum discalcentorum, 12 (1937), pp. 12-32; id., Nomenclator Missionarior. Ordinis Carmelitaram Discalcentorum, Roma 1944, pp. 41-42.

Ambrogio di Santa Teresa
ANGELO MARIA da Vicenza. - Teologo e predicatore cappuccino, al secolo Marchesini, famoso al suo tempo, n. a Vicenza nel 1615 , ivi m. nell'apr. 1690. Scrisse molto in prosa e in versi, in italiano e in latino, con uno stile che ha tutti i difetti del suo secolo.

Come oratore trattò di preferenza dell'Eucaristis. Difatti i tre volumi: La tromba ninivita (Bassano 1676), L'araldo evangelico (Venezia 1686), Il Convocopia eucaristico (Vicenza 1688), sono raccolte di discorsi tenuti in occasione dell'adorazione eucaristica in forma di quarantore. Pubblicò un'opera di spiritualità : Rifiesti morali (2 voll., Venezia 1683), in cui i titoli stessi dei capitoli rivelano la maniera artificiosa e tronfia del peggior sccentismo. Compose anche un Dialogo Spiritualr tra il corpo e l'anima, il demonio e l'angelo santo (Venezia 1678), e un breve poemetto: Il Pianto Redentore e gli Strumenti adorati (Vicenza 1682).

Emidio da Ascoli

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ANGELOMO di Luxeuil. - Esegeta benedettino, tra i migliori del sec. IX, m. verso l'855. Formatosi sottc un certo Mellino (PL 115, ro8), insegnò temporaneamente alla scuola palatina dell'imperatore Lotario. Tornato al suo monastero di Luxcuil, si dedicò tutto allo studio biblico. Ci sono di lui pervenuti (PL 115, 107-628): Commentarius in Genesiı; Enarrationes in 4 libros Regum; Enarrationes in Cantica Canticorum (dedicato a Lotario); è perduto il suo commento ai quattro Vangeli da lui mentovato (ibid., ro8).

Adottò il metodo allora non insolito della compilazione o "Stromata": attinse della tradizione scritta (Girolamo, Agostino, Gregorio Magno, Isidoro, Beda, Rabono Mauro), ora facendone estratti, ora riassumendone il senso; inserl spiegazioni ricevute dalla tradizione orale (Mellino) "et quae in tomis penes nos invenire non potui" (ibid., i io). Sebbene conosca l'interpretazione setliforme della S. Scrittura (ibid., 245-46), preferi esporre Genesi e Re "iuxta iugitatem triplicis divisionis", cioè in senso storico, allegorico, morale (ibid., 110. 246); nel Cantico del Cantici, però, "nihil... historialiter requiras, sed flores allegoriarum cum morali intellectu investiges" (ibid., 554).

BibL.: J. Mabillon, Annales Ord. s. Bened., II, Parigi 1704, pp. 561-62; M. Manitius, Gevch. der lat. Liter, des Mittelal., II, Monaco 1911, pp. 418-21; J. B. Hablitzel, Angelum von Luxcuil und Hrabanns Maurus, in Biblische Zestschrift, 19 (1931), pp. 215 -27.

Adalberto Metzinger
ANGELOPOLI, ARCIDIOCESI di. - E la più antica diocesi del Messico, essendo stata eretta da Clemente VII con la bolla Devotionis tuae il 13 ott. 1525. Dapprima ebbe sede in Tlascala, donde fu trasferita a Puebla de los Angeles nel 1550. Fu elevata alla dignità arcivescovile nel 1903. Finora è stata governata da 32 vescovi e 3 arcivescovi. L'arcidiocesi è divisa in 172 parrocchie. Il clero è composto di 273 sacerdoti secolari e 52 regolari. Il seminario si intitola dal celebre vescovo Juan de Palafox y Mendoza, che lo riorganizzò verso la metà del sec. xvir.

I primi ad evangelizzare la regione furono i Francescani, seguiti più tardi dai Domenicani e dai Gesuiti. Tra i numerosi santuari dell'arcidiocesi (una ventina) ha speciale importanza quello della Madonna di Ocoltan, presso le città di Tlascala. Tra i monumenti religiosi, meritano speciale menzione: il convento di S. Barbara, in cui vissero s. Felipe de Jesús, protomartire francescano in Messico, e fr. Vicente de S. José, martire, poi, in Giappone; le cappelle del Rosario, nel tempio di S. Domenico, in stile "churrigueresco"; la chiesa di S. Francesco, che custodisce il corpo incorrotto del beato Sebastian de Aparición, francescano spagnolo; la chiesa de La Vera Cruz, nel cui convento visse un altro celebre francescano spagnolo, fr. Toribio de Benavente, detto Motolinia, assai venerato dagli Indiani, dei quali fu grande benefattore, difensore e storico; la chiesa dello Spirito Santo, decorata dal celebre gesuita Carrasco, e la cattedrale, dedicata all'Immacolata e da Pio X elevata a basilica minore nel 1910. Questo insigne monumento è in stile rinascimentale spagnolo e la sua costruzione, incominciata nel 1539, si protrasse fino al 1641 .

Diocesi suffraganee di A. sono : Huejutla, Huajuapan, Papantla ; ordinario d'appello: Messico.

BibL.: Anon., Puebla, in Enciclopedia Unicersal Ilustrada Europeo-Americana, XLVII, pp. 54-59; Gomez Haro, Guia de la Ciudad de Puebla, Messico 1924; F. Alvarez, Episcenologie Angelapolitano, Puebla 1925; M. Cuevas, Historia de la Iglesia en Mésico, 5 voll., 3 e ed., El Paso 1928; P. Vera y Zuria, Cartas a mis Seminartistas, 2 e ed., Barcellona 1929. Riccardo Riquelme

ANGELO SILESIO. - Nome letterario (Angelus Silesius) assunto alla sua conversione al cattolicesimo da Johann Scheffler, poeta e controversista tedesco,
n. a Breslavia da padre luterano nel dic. 1624, ivi m. il 9 luglio 1677. A 19 anni studiava medicina nell'Università di Strasburgo, cambiata quasi subito con quella di Lcida e due anni più tardi ( 1647 ) con quella di Padova, dove il 9 luglio 1648 otteneva il dottorato in filosofia e medicina. Fu medico personale del duca Silvio Nimrod von Ocls fino al 1652. Tornato a Breslavia, si converti al cattoliciomo il 12 giugno 1653 e, ricevendo subito la cersima, cambiò nome. La sua conversione non avvenne per un subitaneo entusiasmo, ma fu il risultato di lunghe meditazioni e di letture, alle quali poteva facilmente dedicarsi data la sua intima amicizia con Abramo von Franckenberg (m. nel 1652), discepolo di Jakob Böhme, che aveva raccolto una ricca biblioteca di mistici antichi e moderni. Lo Scheffler non si limitò a studiare i mistici, ma approfondi le sue conoscenze teologiche, come lo dimostra lo scritto pubblicato 14 giorni dopo la conversione, in cui esponc i motivi del suo ritorno alla Chiesa cattolica. Raggiunse un'alta posizione sociale con la nomina a medico di corte dell'imperatore Ferdinando III; ma viveva asceticamente, dedito alla preghiera. Il 29 maggio 1661 fu ordinato prete; poco dopo ricoprì importanti uffici nella curia vescovile di Breslavia. Ma A. preferi il silenzio del chiostro francescano di S. Mattia in Breslavia, dove morì santamente.

La storia letteraria si è occupata di A. come controversista e come poeta. Dal 1663 al 1675 pubblicò 53 scritti contro i protestanti (ne raccolse poi 39 nella sua ampia Ecclesiologia, 1677), nei quali dimostra un carattere così diverso da quello rivelato dalla sua poesia, da indurre taluni ad attribuirli ad altro autore. La violenza di linguaggio di taluni opuscoli è comprensibile, se si tien conto degli usi polemici del tempo, specie a Breslavia ove fierissima era la lotta. La fama di A. è legata alle sue raccolte di poesie spirituali, delle quali parecchie furono accolte anche nei libri di canti sacri dei protestanti con l'attribuzione a un "Giovanni Angelo" o ad autore incerto.

Il suo Cherubinischer Wundersmiann (1657), somma di aforismi morali, filosofici, mistici, in distici alessandrini (forse aspiracgli dal Sescenta Monodistichu Sapientum [ca. 1647) di Daniel Czepko [m. nel 1660], il cui circolo "mistico " di Breslavia A. frequentò), insegna la via mistica per giungere all'unione con Dio; in queste concise e profonde massime, della forma efficacissima e spesso paradossale, alcuni hanno ravvisato tendenze panteiste e quietiste. Ma C. Seltmann, nel suo Angelus Silesius und seine Mystik (Breslavia 1896), ha dato anche a questa parte dell'opera poetica di A. una interpretazione completamente ortodossa. "Al convertito di Breslavia l'ossequio al dogmo cattolico non frenò certo, come si pretese, né l'ardimento speculativo né la baldanza fantastica" (L. Vincenti). La raccolta Heilige Seelenlust (1657) si compone di canti pastorali spirituali dell'anima amante di Gesù e vi si nota l'influenza della maniera idillica del gesuita Friedrich Spee. L'anima (Psiche), abbandonando ogni cosa terrena, segue lo Sposo Divino nella via del dolore e del trionfo. Nella Simuliche Beschreibung der vier letzten Dinge (1675) descrive con vivacità e serenità i Novissimi.

BibL.: Edizioni recenti delle sue opere sono: A. SilesiusSämtliche poetische Werke und eine Autucobl aus seinen Streitschriften, ed. G. Ellinger, 2 voll., Berlino 1923; Sämtliche poetische Werke, ed. H. L. Held., 3 voll., Monaco 1924; R Pellegrino Cherubira, trad. di A. Herent, con introd. (I libri della fede), Firenze 1927. - K. Richstätter, A. S., Mystiker und Konterrit, in Stimmen der Zeit, 111 (1928), pp. 561-81; G. Ellinger, Angelus Silesius, Ein Lebensbild, Breslavia 1927; L. Vincenti, A. S., Torino 1931; id., t.o. Silesius, Angelus, in Eur. Ital., XXXI, p. 767; M. H. Godecker, Angelus Silesius Personally through his Ecclesiologia, Washington 1938. Emidio da Ascoli
"ANGELUS DOMINI". - Con questa frase si suole indicare la pia devozione per la quale, al auono

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della campana del mattino, del mezzogiorno e del tramonto, i fedeli sono invitati a recitare tre Ave Maria, intermezzate da tre versetti evangelici a commemorazione dell'Incarnazione di Gesù ed in lode della Vergine Madre. Dal primo di quei versetti: A. D. ecc., prese nome appunto la pia pratica.

Come la formola odierna dell'Ave Maria si formò e si diffuse attraverso il medioevo, sino a che si giunse alla forma diventata ora universale nella Chiesa, altrettanto si dice dire della devozione dell'A. D. Comune infatti sino dal sec. xiri era l'invito alla preghiera col Pater e l'Ave al suono della campana nel momento della compicta e del coprifuoco. S. Bonaventura esortava i suoi frati ad inculcare ai fedeli tale pia pratica e Giovanni XXII concesse per Roma una speciale indulgenza in proposito nel 1327. Col principio del sec. xiv ci è attestato per molti luoghi l'uso di analoga preghiera quando si suonava la campana al mattino: uso che entrò nelle consuetudini in quel secolo e nel seguente. Il suono della campana a mezzogiorno per la preghiera era limitato in alcune diocesi soltanto al venerdi; si estese a tutti i giorni quando Callisto III nel 1456 invitò alla preghiera per la vittoria contro i Turchi. Con queste usanze si formò dal sec. xv in poi l'usanza ancora oggi vigente e che i papi Benedetto XIV e Leone XIII dotarono di particolari indulgenze.

Bib.: T. Eccue, Il coono dell' Aice Maria -, Firenze 1902; W. Henry, s. v. in DACL, I, col. 2069 sgg.; F. Beringer, Les Indulgences, I. Parigi 1925, pp. 221-24; M. Inguanez, Un documento curtimo del sec. XIII per il suono dell'A., in Miccoli. Cess., XI. Monteassino 1932; E. Campana, Maria nel culto cattolico, I. Torino 1933, pp. 563-88.

Pio Paschini
ANGENNES, Alessandro d'. - Vescovo, n. a Torino il 29 giugno 1781 da nobile famiglia, m. a Vercelli l'8 maggio 1869. Fu eletto da Pio VII nel 1818 alla sede di Alessandria e, il 24 febbr. 1832, promosso da Gregorio XVI all'arcivescovato di Vercelli. Storico di Carlo Alberto, ne fu uno dei più apprezzati consiglieri al momento della promulgazione dello Statuto e il 3 apr. 1848 fu nominato senatore. Ebbe inoltre il collare dell'Ordine della S.ma Annunziata. Fu uno dei principali sostenitori della Casa della Divina Provvidenza, fondata da s. Giuseppe Benedetto Cottolengo, che trovò nel presule incoraggiamento ed aiuto.

Bibs.: Cappelletti, XIV, pp. 425, 429, 559, 562; L. Bignelli, Vita di mons. A. dei march. d'A., arctiv. di Vercelli, Torino 1869; R. Orsenigo, Vercelli Sacra, Como 1909, pp. 413-17.

Mario De Camillis
ANGERS, diocesi di. - Nella Francia occidentale, suffraganea di Tours, con sede nella città di A., capoluogo del dipartimento del Maine-et-Loire. La diocesi comprende approssimativamente il territorio del Maine-et-Loire e ha una popolazione di 470.000 cattolici, con 416 parrocchie, 910 sacerdoti diocesani e 135 regolari. Il numero delle sue comunità religiose e lo sviluppo delle opere d'insegnamento sono i segni di una vitalità cristiana intensa.

La città è l'antica capitale del paese degli Andes o Andecaci, il quale, vinto dopo la resistenza opposta ai luogotenenti di Cesare, costituì una delle regioni della III Lioneese. La capitale fu chiamata allora fulismagus; ma al tempo della decomposizione dell'impero, quando gli Andecavi entrarono nella confederazione armoricana, la città riprese il nome dell'antico popolo divenendo Andegavio, e la provincia stessa divenne l'Angiò (Anjou).

Resta sconosciuta l'epoca in cui fu introdotto il cristianesimo nella regione; storicamente provata l'esistenza della diocesi sin dal sec. Iv. I primi vescovi che la illustrarono furono: s. Apotemio, s. Prospero
suo successore, s. Maurilio : quindi s. Renato e s. Albino, che nel 543 vide fondare a S. Mauro l'abbazia benedettina di Glandfeuil. Seguirono più tardi le abbazie di S. Sergio, verso il 646, di S. Fiorenzo, verso il 650, di S. Albino d'A., seguite nei sec. xI-xiv da numerose fondazioni monastiche. Carlo d'Angiò, il futuro re di Sicilia, vi fondò una università divenuta celebre, alla quale la regione dovette in seguito la resistenza vittoriosa contro la Riforma protestante e contro il giansenismo degli Arnaud nel secolo seguente.

Bib.: Collin christiana, XIV, Parigi 1896, coll. 543-738, e Instruinenta, coll. 143-62; C. Tresvaux, Histoire de l'Estive et du diacrie d'A., ivi 1858; U. Chevalier, Répertoire des sources historiques du moyen dee. Topo-bibliographie, ivi 1894-1903, coll. 114-18; F. Usureau, Pouillé du diocèse d'A., Angers 1904; id., s. v. in DHG, III, coll. 85-114; M., Andegaviona, 36 voll., ivi 1808 1946; Eubel, I, p. 88; II, pp. 98-99; III, p. 121; L. Duchesne, Faites épiscopaux de l'ancienne Gaule, II, 2ᵉ ed., Parigí 1910, pp. 347-54. Antonio Sonrat

Il centro di studi. - I. L'Università antica. L'Università di A. è lo sviluppo della Scuola episcopale, di cui fin dal rolo si parla come di una istituzione già antica, e abbastanza nota.

La data di nascita dell'università è comunemente fissata nel 1229, anno in cui un gruppo di professori e di studenti dell'Università di Parigi - quello della "nazione - inglese - a cause di torbidi ivi verificatisi, si rifugiò ad A. (cf. H. Denifle-E. Chatelain, Chartularium Un. Paris., n. 89, nota 2). Secondo la tradizione, la Scuola episcopale di A. si trasformò così in università. Un'ordinanza del vescovo Fulco chiama lo Studium generale Andegavense, nel 1337, «onorabile ed antico». Durante i secc. xiv e xv fu da papi e da re arricchito di privilegi, in parte solennemente confermati da Giovanni XXIII con la bolla Hodie ad del 16 marzo 1412. Molti dei suoi alunni furono vescovi e cancellieri di Francia; ne frequentò le scuole Pietro Roger de Beaufort, poi papa Gregorio XI.
A. fu per eccellenza una scuola di diritto, soprattutto civile. Le altre facoltà : teologia, medicina, arti, ricevettero l'erezione canonica da Eugenio IV, con la bolla In apostolicae dignitatis dell'8 ott. 1432.

Gli statuti generali del 1373 furono riformati nel 1398 sul modello di quelli di Orléans. Gli statuti particolari della facoltà di teologia furono pubblicati il 14 nov. 1464; quelli della facoltà di medicina il 15 marzo 1484; quelli della facoltà di arti, nel 1494.

Con atto del 14 ott. 1405 l'università « aggregò "la casa dei Domenicani di A. Prese parte ufficiale ai Concilj di Pisa (1408), di Roma (1412), di Costanza (1412) e di Basilea (1434). Nel 1494 subì delle riforme per opera dei commissari Nicola de Hacqueville e Giacomo Daniel. Tanta fu la sua celebrità che giunse ad avere 10.000 studenti, divisi in dieci «nazioni», delle quali sei - quelle dell'Angiò, di Bretagna, del Maine, di Normandia, d'Aquitania e di Francta - perdurarono sino alla Rivoluzione francese, che segnò la fine delle antiche università (1793). La facoltà di teologia, che si tenne immune dal contagio giansenista e da altri errori, ebbe il massimo splendore nel sec. xvili, quando solo quella di Parigi le si reputava superiore, onde l'Università di A. poté esser chiamata «la seconda Università del Regno».

Gli archivi furono dispersi nel sec. xvı e durante la Rivoluzione. I documenti superstiti sono stati pubblicati da Marcel Fournier, Les Statuts et privilèges des Universités Françaises depuis leur fondation jusqu'en 1789. I, Parigi 1890, pp. 261-436.

Bibs.: P. Rangesed, Histoire de l'Université d'A., a cura di A. Lemarchand, 2 voll., Angers 1872; L. De Lenz, La Faculté de Théologie de l'université d'A., in Revue de l'Anjou, 1879;

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id., L'Université de l'Aujou. Angers 1880, in continuazione del Rangeard; H. Denitle, Die Universitäten des Mittelalters bis 1+00, I, Berlino 1882, pp. 270-77; H. Rashdall, The Universities of Europe in the Middle Ages, II, 2^{°} ed. a cura di F. M. Powieke e A. R. Emden, Oxford 1936, pp. 121-60. Per i rapporti del Seminario di A. con la facoltà di teologia: G. Latourneau, Histoire du Sćminnitre d'A., Angers 1893, passim (cf. indice, p. 441 ).
II. L'Ustcibsitì cattolica (Université Catholique de l'Ouest, Facultés Catholiques de l'Ouest). - Deve la sua origine all'iniziativa di mons. Freppel, vescovo di A. (1869-91), il quale, prima ancora che si pubblicasse la legge del 12 luglio 1875 sulla libertà d'insegnamento superiore, s'impegnò a ridare vita all'antica università sotto la nuova forma di «Università cattolica». La facoltà di diritto, solennemente inaugurata il 15 nov. 1875 , fu la prima di tutte le "facoltà liberes sorte in Francia dopo la Rivoluzione : essa fu approvata da Pio IX con breve del 16 sett. 1875. La facoltà di lettere fu aperta nel 1876; quella di scienze nel 1877; quella di teologia nel 1879. Con la lettera apostolica Multiplices inter del 14 ag. 1877, Pio IX cresse canonicamente le facoltà di A. in Università Cattolica.

La facoltà di medicina, già prevista in questa lettera, è rimasta allo stato di progetto; ne costituisce però l'anno preparatorio il corso di Etudes physiques, chimiques et biologiques, oggi annesso alla facoltà di scienze.

Insieme alle nominate facoltà, prosperano anche l'Ecole supérieure d'agriculture et de viticulture (1898) e l'Ecole supérieure de commerce (1909) con una Section d'Etudes industrielles (1920).

La "circoscrizione universitaria" di A. comprende 12 diocesi : Quimper, Vannes, Saint-Brieuc, Rennes, Nantes, Luçon, A., Laval, Le Mans, Tours, Poitiers e Angoulême (cf. il breve Officiosissimis di Pio X, 15 ag. 1913; AAS, 5 [1913], pp. 425-27). Gli arcivescovi e vescovi di queste diocesi hanno il titolo di "protettori" e formano l'alto Consiglio direttivo dell'Università (conseil des évêques protecteurs), della quale è Gran Cancelliere il vescovo di A.

I nuovi statuti, conformati alla costituzione apostolica Deus scientiorum Dominus ( 24 maggio 1931), sono stati approvati dalla S. Sede con decreto della S. Congregazione dei Seminari e Università del 7 marzo 1936.

L'Università Cattolica di A., che usa il sigillo dell'antica, è dedicata al Sacro Cuore di Gesù, ed ha come patrona principale la Vergine Immacolata, della quale l'antica Università riconobbe e difese, fin da principio, il privilegio. E suo patrono secondario s. Tommaso d'Aquino. Ha come organo trimestrale il Bulletin des Facultés catholiques de l'Ouest.

Bibl.: A. Baudrillard. Les Universités Catholiques Françaises, in DFC, II, coll. 1033-35; F. Ueureau, s. v. Angers, in DHG, III, col. 97; Livre du Cinquantenaire, Angers 1925; L. Ury, Université Catholique d'A., in Annuaire général des Universités Catholiques, Nimaga-Utrecht 1927, pp. 23-46; Constitution apostolique et Statuts de l'Université catholique de l'Ouest, Angers 1938.

Iejino Cecchetti
Concili di A. - Un importante sinodo provinciale ebbe luogo ad A. il 4 ott. 453 per la consacrazione del nuovo vescovo della città, Talasio, eletto di recente. In esso furono promulgati dodici canoni disciplinari, il primo dei quali manteneva la giurisdizione dei vescovi sui chierici e proibiva a questi di rivolgersi ai giudici secolari. Il quarto viceva ai chierici di convivere con donne che non fossero ad essi legate da stretta parentela. Il sesto comminava la scomunica per chiunque sposasse una donna non libera. Nel nono si proibiva ai vescovi di ordinare chierici appartenenti ad altra diocesi.

Un altro sinodo - non compreso di solito nel novero dei concili - fu tenuto ad A. il 4 apr. 1062 nella cappella della contessa Ildegarda, madre di Jouffroi Martel conte di Angiò, per condannare l'eresia di Berengario di Tours. Erano presenti i vescovi Ugo di Besançon, Bugrino di Le Mans ed Eusebio d'A. Le cose
avrebbero preso una cattiva piega per l'eretico se il suo antico protettore Eusebio d'A. non fosse riuscito a far accettare la formula conciliante, ammessa a Tours nel 1065 .

Bibl.: Manai. VII, col. 899; Hefele-Leclercu, II, in, pp. 883, 886; F. Verme, v. v. Bérenger de Tours, in D'TNC, II, col. 722 sgg.: M. Cappuyns, s. v. Bérenger de Tours, in DHG, VIII, col. 393.

Romualdo Souren
ANGHEL, Atanasio. - Vescovo greco-cattolica romeno di Alba Julia, n. a Ciugud, m. il 19 ag. 1713 nella sua sede. Poiché aveva fatto gli studi nelle scuole calviniste, i seguaci ungheresi di Calvino si attendevano da lui, consacrato il 22 genn. 1698 metropolita ortodosso per la Transilvania, un grande appoggio per i loro scopi religiosi, ma egli compì nel sinodo del 7 luglio 1698 l'unione con la Chiesa romana, iniziata nel 1697 dal suo predecessore 'l'eofili, ottenendo dall'imperatore austriaco Leopoldo I la garanzia, per la Chiesa romena greco-cattolica, di diritti uguali a quelli della Chiesa latina. Indignati per l'unione che liberava tanti preti romeni soggetti prima a servitù come i contadini, i nobili ungheresi calvinisti tentarono con atreci persecuzioni ed atti di terrore di impedire o distruggere l'unione compiuta. Perciò A. convocò il 5 sett. 1700 un sinodo generale ad Alba Julia, memorabile adunata dei Romeni transilvani, nella quale, oltre al vescovo, 54 arcipreti e 1563 preti romeni dichiararono di avor liberamente concluso, per impulso divino, l'unione con la Chiesa romano-cattolica e di considerarsi membri della santa Chiesa romanocattolica ".

Tornato da Vienna, dove venne confermato vescovo greco-cattolico per la Transilvania, A. prese il 25 giugno 1701 possesso della sua diocesi nella cattedrale di Alba Julia, in presenza di una grande moltitudine di preti e fedeli di tutta la Transilvania. Presiedé sinodi nel 1701, 1702, 1703, 1707, ecc., promovendo la causa dell'unione, la quale, benché incontrasse la più tenace opposizione dei calvinisti e dei greci (il patriarca di Costantinopoli scomunicò A. nel 1702), riuscì a farsi maggiormente strada fra i Romeni transilvani, anche per merito della fede e dello zelo dei sacerdoti. A. è giustamente considerato il vero fondatore della Chiesa romena greco-cattolica.

Bibl.: F. Maire. Istoria benenrievi Romàuilur, Buda 1813; J. Fiedler. Die Union der Wadachen in Siebenbürgen, Vienna 1828; I. Crisan. Beitrag zur Geschichte der kirchlichen Union der Romänen in Siebenbürgen unter Leopold I., Hermannstadt 1882: T. Cipariu. Acte d'fragments latine romanesci pentru istoria benenrievi romanes suoi ulesu unite, Wasiul 1883; N. Nilles. Symbolae ad illustrandum hist. excl. orient., Innsbruck 1882; G. Popovici, Unionea Romàuilur din Transilvania cu biserice ro-maun-cattolica sub lupaivacul Leopold I, Lugni 1901; E. Däunu. La normidatul mitropolitului Atanasie Anzhel, Blaj 1912.

Claudio Isopiano
ANGHERÀ, Domenico. - Sacerdote e patriota, n. a Potenzano Briatico nel 1803, m. a Napoli nel 1873. Carbonaro e mazziniano, si stabili nel 1846 a Catanzaro, fondandovi una "Società Evangelica", la cui parola d'ordine era Pio IX ed il grido Religione e Libertà. Arrestato dopo l'insurrezione di Reggio, fece poi parte del Comitato di salute pubblica di Catanzaro costituitosi il 18 maggio 1848. Esule a Malta si stabili a Napoli dopo la caduta del regno delle Due Sicilie.

Bibl.: O. Dito, s. v. in Diz. Ris. Naz., II, p. 73. Silvio Furlani
ANGILBERTO, santo. - Abate di Centula (SaintRiquier), uno dei principali ausiliari e confidenti di Carlomagno e discepolo di Alcuino. Di origine nobile, n. verso il 750, m. il 18 febbr. 814, fu educato alla corte di Pipino il Breve, dove entrò in rapporti di amicizia con Carlo, mantenuti sino alla morte.

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Nel 781 questi lo nominò Primicerius Palatii e addetto alla persona del figlio Pipino, coronato ancora fanciullo re d'Italia. Dal 787 visse sempre alla corte del re franco dove, come membro dell'Accademia palatina creata da Alcuino, si fece notare per la sua attività poetica che gli valse l'appellativo di Omero. Noti i suoi rapporti con Alcuino, alla cui storia è legato il suo nome. Di vita assai mondana, ebbe da Berta, figlia di Carlomagno, due figli: Nithard e Harnid. Ricevuta in commenda, verso il 790 , la ricca abbazia di Centula, se ne servì come fonte di entrate. Carlomagno gli affidò in seguito tre missioni diplomatiche presso il Papa: nel 792 per condurre a Roma l'adozionista Felice di Urgel, nel 794 per sottomettere al suo giudizio i Libri Carolini, nel 796 per fare al nuovo papa Leone III omaggio di ubbidienza. Fu dopo questa terza missione che si distaccò dalla vita mondana di corte per dedicarsi ai suoi veri doveri monastici. Ricevette allora il sacerdozio; sotto il suo governo Centula si sviluppò nelle sue proprietà e costituzione interna. Egli stesso diede l'esempio di una vita austera e inortificata. Nell'8i i fu uno dei firmatari del testamento di Carlomagno. La festa si celebra il 18 febbr.

Oltre le poesie, scrisse un Libellus de perfectione et dedicatione Centuleusis ecclesiae e De diversitate officiorum (in MGH, Postae Carolini Aeci, ed. Dummer, I, pp. 355-81; MGH, Scriptores, XV, pp. 172-90).

BibL.: F. Lat. Harimile. Chronique de l'Abbaye de SaintRupier. Parisi 1864 (opera princ. in proposito); W. Wattenbach. Deutschlands Gerthictsquellen im Mittelalter, 1, 2^{text {a }} ed., Stoccarda 1004, pp. 191-98; M. Manitius, Gesch. der lat. Liter. des Mittelalts, 1, Monaco 1911, pp. 243-47; Mario Scaduto

ANGIIRAMNO. - Abate benedettino di Sens; vescovo di Metz dal 768 . Il suo ufficio pastorale non impedì a Carlomagno di trattenerlo presso di sé, nominandolo cappellano di corte. Più tardi, lo stesso sovrano gli conferiva l'abbazia di Chiemsee in Baviera con un atto nel quale lo gratificava del titolo di arcivescovo (788). Mori durante una delle campagne di Carlomagno contro gli Avari, il 23 o il 26 ott. 791.

Il suo nome è legato ad una collezione di testi giuridici che è conosciuta appunto sotto il titolo di Capitula Angilrammi.

Mario Scaduto
Secondo alcuni manoscritti, la collezione sarebbe stata portata a Roma e presentata a papa Adriano I dallo stesso A.; secondo altri - e sono la maggior parte - fu, invece, il Pontefice che consegnò la collezione ad A. mentre si trovava a Roma. La versione da accaplarsi è indubbiamente quest'ultima: le norme contenute nella collezione dovevano, nell'intenzione dei suoi autori, servire a uno scopo di riforma per il quale era richiesta l'autorità del Pontefice di Roma, e non poteva bastare quella del vescovo di Metz. Del resto alcuni antichi canonisti, come Incmaro di Reims e anche Graziano (c. 6, C. VI, qu. i; c. 11, C. XXV, qu. 1) designano la raccolta col titolo di Capitula Hadriani.

Di questa collezione, tuttavia, né papa Adriano, né A. furono autori, ma un ignoto o più ignoti. Il luogo di origine è la Francia (forse Le Mans), e l'epoca circa la metà del sec. Ix. Ha un solido fondamento l'opinione che attribuisce quest'opera ai compilatori pseudo-isidoriani. Uno degli intenti precipui di costoro era la difesa della dignità dei vescovi e del clero dalle false accuse, specialmente dei laici; e il mezzo più efficace per raggiungerlo era riservare le cause dei chierici ai tribunali ecclesiastici e stabilire una procedura regolare. E questo precisamente il fine del Capitula Angilrammi, che costituiscono una piccola collezione di diritto processuale. La raccolta consta di 71 capitoli secondo alcuni manoscritti di 72 - di estensione ineguale. Le fonti di essa sono principalmente: il Codice Teodosiano (non direttamente, ma mediante l'Epitome Parigino e l'Epitome di Egidio); il Breviario di Alarico; le collezioni Dionisio-Adriana e Ispana; il Constitutum Sylvestri. La
collezione è disposta secondo l'ordine delle fonti. L'ordine e le fonti sono identici a quelli dello pseudo-Isidoro, col quale i Capitula Angilrammi si trovano generalmente congiunti nei manoscritti.

Ediz. critica: Decretales pseudoisidorianae et Capitula Angilrammi, ed. P. Hinschius, Lipsia 1863, pp. 757-69.

BibL.: P. Hinschius, op. cit., pp. c.1210-c12211; A. Hauck, Kirchengeschichte Deutschlandi, II, 21 ed., Lipsia 1906, p. 522 sgg.; E. Sekol, Studien zu Benedictes Levita, in Neues Archiv. 39 (1913), passim; P. Fournier - G. Le Bras, Histoire des collections ruminiques en Occident, 2 voll., I, Parigi 1931, p. 143 sgg.

Zeno Scalfa
ANGIO, dinastia di Napoli. - La casa d'Angiò, ramo della famiglia regnante in Francia, già potente per i domini al di là delle Alpi e già avviata ad una politica italiana per il possesso di importanti passi nelle Alpi Marittime e di grosse terre nel Piemonte nonché per le intese negoziate col comune di Asti, con i marchesi di Saluzzo e del Monferrato, venne invitata ad assumere la corona del regno di Sicilia, feudo della Chiesa, nel 1263 da Urbano IV; e ne fece di fatto la conquista, patteggiando l'amicizia dei Savoia e dei Torriani di Milano, che le assicurarono alle spalle le comunicazioni con la Francia e, col potente appoggio di Clemente IV e dei Guelfi, vincendo re Manfredi a Benevento e Corradino di Svevia a Tagliacozzo.

Fattasi padrona dell'Italia meridionale (Campania, Basilicata, Calabria, Puglie, Molise, Abruzzi) e della Sicilia, la casa d'Angiò, italianizzatasi rapidamente, ebbe due mire: assicurarsi la preponderanza in Italia ed espandersi nel vicino Oriente. Il suo governo, nonostante le convulsioni che lo conturbaroro, si può ritenere tra i migliori del Mezzogiorno, che allora ebbe importanza mediterranea ed europea, e fu nobilitato da una fioritura artistica, letteraria, giuridica e medica.

Carlo I, fondatore della dinastia, n. da Luigi VIII di Francia e da Bianca di Castiglia nel 1220, fratello quindi di s. Luigi IX, ebbe in appannaggio l'Angiò ed il Maine, la Provenza in dote dalla moglie Beatrice di Provenza, l'Hainaut per conquista, per sottomissione Alba, Cuneo, Savigliano, Mondovì ed altre terre del Piemonte meridionale, che gli dettero pretesto di mantenere aperti i valichi delle Marittime (Col di Nava e Tenda). Nel 1263, dopo laboriose trattative, accettò l'offerta del feudo della Sicilia da Urbano IV e quasi nello stesso tempo la nomina a senatore di Roma; nel 1265, ricevuta l'investitura del regno, raccolto un potente esercito, mosse contro Manfredi, che sbaragliò ed uccise a Benevento (1266), batté Corradino a Tagliacozzo (1268) facendolo decapitare a Napoli e, assunto la corona, si affezionò il popolo largendo privilegi e si circondò di feudatari fedeli, venuti in gran parte con lui all'impresa come ad una avventura cavalleresca. Perseguì quindi una politica di espansione: in Toscana e nel Lazio, come capo dei guelfi; nel Mediterraneo meridionale ed orientale con la conquista di Tunisi, della Grecia (principato di Acaia) e di S. Giovanni d'Acri (col titolo di re di Gerusalemme); nell'Adriatico con la conquista dell'Albania (con titolo di re). Tentò anche di impadronirsi della Sardegna e di Costantinopoli; ma i Vespri Siciliani troncarono le sue velleità di espansione e lo privarono della Sicilia, che, sebbene soccorso dal Papato, dalla Francia e da Firenze, non riuscì più a riavere.

Carlo II, lo Zoppo, suo figlio, n. nel 1248, alla morte del padre nel 1283 non poté salire al trono, perché si trovava prigioniero del re d'Aragona, essendo stato catturato nella battaglia navale nel golfo di Napoli del 1284, che decise della sorte della Sicilia. Liberato nel nov. 1288, incoronato l'anno seguente a Rieti, riprese la lotta per la riconquista della Sicilia;

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ma i rovesci subiti lo costrinsero alla pace di Caltabellotta del 1302, che della Sicilia, caduta nella signoria di Federico II d'Aragona, non gli lasciò che il mero titolo di re. La Sicilia, tuttavia, avrebbe dovuto ritornare agli A. alla morte dell'Aragonese. Invano si rivolse allora alle cose d'Oriente, nelle quali non ebbe miglior fortuna : la Palestina e parte della Grecia perdute, l'Albania ridotta al possesso di Durazzo. Miglior successo ottenne in Piemonte e, fuori dei confini italiani, in Ungheria: in Piemonte mantenne i possessi e l'assendente politico, nominandone conte il figlio Ra'mondo Berengario ed alla costui morte assumendone egli il titolo per il figlio Roberto; in Ungheria, facendo valere i diritti che su quel trono provenivano alla sua discendenza dalla moglie Maria, figlia ed erede di Stefano V, pose il figlio Carlo Martello quando nel 1290 venne a morte Ladislao IV, successore e genero di Stefano V. Fu attivo, come capo e protettore dei Comuni guelfi, in Toscana e nella media Italia. Al figlio Filippo, principe di Taranto, ottenne il titolo ed il regno dell'Acaia nel 1305, quando la regina Elisabetta di Villardouin passò a seconde nozze.

Roberto I, n. nel 1278, terzogenito di Carlo II, salì al trono nel 1309, perché gli era premorto il fratello maggiore Carlo Martello (m. nel 1295) ed il secondogenito Ludovico (v.) si era fatto francescano. Già bene esperimentato nelle cose di governo per la parte presa all'impresa di Sicilia ed alle vicende della Toscana, si trovò presto di fronte ad una situazione che poteva essere molto pericolosa per la corona, quando scesero successivamente in Italia a rinvigorire il partito glibellino Enrico VII di Lussemburgo e Ludovico il Bavaro. Gli riusci tuttavia, tra patteggiamenti ed incertezze, di salvare il regno e di capeggiare i guelfi contro quegli imperatori. Appoggiato vigorosamente da Giovanni XXII, poté anche fare una politica italiana con qualche fortuna: acquistò Genova (1318), avversò i Visconti, dominò in Firenze e nel centro della penisola. Persistette pure tenace nell'impresa di Sicilia e riusci a porvi piede con la riconquista di Milazzo; ma non poté conseguire altri successi. Morì nel 1343. Fu, secondo alcuni, il «re da sermone» di Dante (Paradiso, VIII, 147). Il Petrarca, suo amico, dettò per la sua splendida sepoltura di S. Chiara, oggi pressoché perduta, un elogio degno di un imperatore.

Giovanna I, n. nel 1326 da Carlo, figlio di Roberto I, alla costui morte ( 1328 ) rimase l'unica erede diretta del trono napoletano; e re Roberto, allo scopo di assicurarle più agevolmente la successione, la diede in isposa ad Andrea d'Angiò, figlio di Caroberto re d'Ungheria, figlio a sua volta di Carlo Martello. Salita al trono all'età di 17 anni alla morte di Roberto I, nel 1343, si trovò impigliata in una camarilla di palazzo, assai avversa al suo sposo Andrea, al quale fu impedito di essere incoronato con la regina nel 1344; e poiché il Papa impose che anche Andrea venisse incoronato, quest'infelice venne strangolato nel castello di Aversa. Luigi re d'Ungheria, fratello di Andrea, ne trasse pretesto per invadere il regno, e ne dominò in realtà le tristi vicende. Giovanna cercò di destreggiarsi : col secondo marito, Luigi d'Angiò del ramo di Taranto, fuggì ad Avignone e ritornò per essere incoronata; ebbe un terzo marito, Giacomo d'Aragona, e poi un quarto, Ottone di Brunswick, e li tenne tutti e due lontani dal governo; infine adottò come successore Luigi d'Angiò, fratello del re di Francia. Ma Giovanna aveva aderito all'antipapa Clemente VII ed era perciò stata scomunicata da Urbano

VI. Questi sostenne le parti di Carlo III di Durazzo (un angioino anch'egli) che invase il regno e fu incoronato da Urbano VI il 2 giugno 1381. Carlo invase il regno, e Giovanna, riparatasi in Castelnuovo, venne catturata per resa e, internata nel castello di Muro Lucano, vi fu strangolata nel 1382.

Carlo III di Durazzo, n. nel 1345, aveva sposato la cugina Margherita, erede legittima della corona di Napoli, e rimasto padesse del regno, resse all'invasione del concorrente di Francia e governò sino al 1385 , cioè per soli tre anni. Nel 1385 fu chiamato in Ungheria per succedere a quel re, Luigi il Grande; ma l'anno dopo venne strangolato a Buda. Anche Carlo III si era infine rivolto contro Urbano VI e lo aveva stretto d'assedio in Nocera, costringendolo alla fuga.

Ladislao, figlio di Carlo III di Durazzo, salì al trono in età di 9 anni, essendo nato nel 1377: in suo nome governò la madre, donna di grande capacità. Ladislao ebbe torto a lottare contro Luigi II d'Angiò, del ramo di Francia, venuto ben due volte a strappargli la corona, nel 1391 e nel 1409. Profittando delle vicende dello scisma tentò di allargare il suo dominio contro lo Stato papale e riusci ad occupare Roma per ben due volte. Morì ancor giovane, nel 1414 a Napoli, dove era stato recato sofferente di un'infermità che lo aveva colpito a Narni, mentre inseguiva il papa Giovanni XXIII, che ripurava a Bologna.

Giovanna II, sorella di Ladislao, salita sul trono, trasse all'estrema rovina il regno angioino, affidando le sue sorti a due favoriti : dapprima e Pandolfo Alopo contro cui la nobiltà l'obbligò a prendere un marito, che ella scelse in Giacomo di Borbone, e poi a Gianni Caracciolo, avversato da Attendolo Sforza e sostenuto invece da Braccio di Montone. A togliere lo scandalo ed a porre fine ai disordini, i nobili, il Papa e lo Sforza invitarono Luigi III d'Angiò ad occupare il regno; ma Giovanna adottò come successore Alfonso V d'Aragona, che riusci a prendere Napoli. Ne nacquero due fazioni, l'angioina e l'aragonese, che rovinarono lo Stato. Giovanna ondeggiò tra l'una e l'altra: abbandonò Alfonso V e adottò Luigi III di Angiò prima, quindi ritornò agli Aragonesi e adottò Alfonso d'Aragona, infine abbandonò ancora una volta l'Aragonese e proclamò suo successore di nuovo Luigi III d'Angiò, e alla sua morte, avvenuta nel 1434, il di lui fratello Renato. L'anno dopo morì, e gli A. furono allontanati dal regno per sempre. Durante quelle lotte intestine scomparvero due dei maggiori condottieri italiani, Muzio Attendolo Sforza, che perì nel Pescara nel 1424, e Braccio di Montone, che per opera di Francesco Sforza venne ucciso nella battaglia dell'Aquila dello stesso anno.

Per i nomi dei membri di casa d'A. saliti al trono di Francia, v. le singole voci.

BibL.: M. Caméra, Annali delle Due Sicilie, 2 voll., Napoli 1842-60; id., Elenchrazioni su Giovanna I e Carlo III. Salerno 1889 ; M. Amari, Guerra del Vespro siciliano, 4 voll., Milano 1886; P. Balan, Storia d'Italia, IV e V, Modena 1893; G. Y'ver, Le commerce dans l'Italie Mérida, Parigi 1903; N. F. Faraglia, Giovanna II, Napoli 1908; St. Baluzius, Vitae Paparone Avenianentium, 4 voll., ²² ed., Parigi 1914-28; R. Caggeac, Roberto d'A., 2 voll., Firenze 1922-31; G. M. Monti, Il Mezzogiorno d'Italia nel M. E., Bari 1930; B. Croce, Storia del regno di Napoli, Bari 1931; R. G. Léonard, Histoire de Ieonne I, 2 voll., Parigi 1932-36; A. Cutolo, Gli A., Firenze 1936; id., Re Ladislao, 2 voll., Milano 1936; M. Schipa, Un principe napoletano amico di Dante, Napoli 1936; G. M. Monti, Da Carlo I a Roberto d'A., Trani 1936; id., Niumi stadi angioini, ivi 1937; id., L'espansione mediterranea del Mezzogiorno d'Italia, Bologna 1942.

Luigi Berra
ANGIOLIERI, Cecco. - Poeta n. a Siena intorno al 1260 , m. tra il 1311 e il 1313 . Le poche notizie

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biografiche intorno a lui sono ricavate dal suo stesso Canzoniere. Il padre aveva ricoperto cariche importanti nel comune di Siena, ma Cecco non fu né uomo né cittadino esemplare, e fu più volte multato secondo la consuetudine dei tempi, per avere arbitrariamente abbandonato l'esercito o per essere stato sorpreso in giro dopo il coprifuoco. Prima del 1296 abbandonò la sua città, non sappiamo bene per quale motivo, e nel 1303 era di sicuro a Roma. Ci rimane di lui un Canzoniere di 150 sonetti (ed. critica a cura di F. A. Massera, Bari 1920; nuova ed. rived. e aggiornata a cura di L. Russo, ivi 1940). La nota dominante è il cinismo, che interpretato romanticamente dalla critica ottocentesca, si tende oggi a restringere troppo nei limiti burleschi o di pura ostentazione conviviale. Certo l'A. non fu anima profonda, né si può cercare in lui un dramma umano o religioso. Fu un'anima fiacca, che si lasciò andare al vizio e alla vita disordinata, senza aver la forza di reagire e di elevarsi. Tuttavia ebbe buone qualità fantastiche, che si rivelano anche nella polemica e nello sfogo, e che talvolta, come accade in qualche sonetto gnomico, gli fanno raggiungere una singolare potenza espressiva.

Bibs. A. D'Ancona, Studi di critice e di storia letteraria, I. Bologna 1012. pp. 163-272; L. Russo, C. A. e la critica in Problemi di metodo critico, Bari 1929; G. Montagna, La poesia di C. A., Favia 1933; T. Grossi, C. A. ed i burleschi del 'oro e 300, Torino 1936.

Giambattista Salinari
ANGIOLINI. - Quattro fratelli, nati a Piacenza, vissuti nella Compagnia di Gesù al tempo della soppressione di essa.

Francesco, n. nel 1750, entrato nel noviziato di Venezia nel 1765 , si distinse come ellenista ed ebraista. Importante è la sua traduzione di Flavio Giuseppe con note erudite: Dell'opere di Giuseppe Flavio dall'originale greco inovamente tradotto in lingua italiana (4 voll., Verona 1779-80; varie ristampe a Roma e Firenze fino al 1840). Tradusse pure le più belle tragedie di Sofocle. Ma, rientrato nella Compagnia a Polock nella Russia Bianca nel 1783 , vi morì nel 1788.

Gaetano, il più noto dei quattro, n. nel 1748, entrato nel noviziato di Venezia nel 1765 , rientrato nella Russia Bianca nel 1783. Predicatore per gli italiani a Pietroburgo, vi pubblicò (1802) Guida sicura al Cielo. Fu nel 1803 mandato in Italia come procuratore generale dal vicario generale p. Gabriele Gruber. Nel 1804, col beato Giuseppe Pignatelli, ottenne da Pio VII e da Ferdinando IV il ristabilimento della Compagnia nel regno di Napoli; nel 1805 fondò la nuova provincia di Sicilia. Il suo carattere impetuoso lo fece poco dopo deporre dalla carica di procuratore e cagionò ai superiori non poche difficoltà. Nominato consultore della S. Congregazione dei Riti, morì a Roma il 17 nov. 1816. Carteggi suoi si conservano alla biblioteca Casanatense di Roma.

Giuseppe, n. nel 1747, gesuita una prima volta a Venezia nel 1762 e di nuovo a Polock nel 1783, ivi m. nel 1814. Come frutto del suo insegnamento all'Accademia di Polock lasciò Institutiones philosophicae (Pietroburgo 1819).

Luigi, n. nel 1754, entrò nell'Ordine in Russia nel 1784 e m. a Polock nel 1793, prima di giungere al sacerdozio.

Bibs.: Sommervogel, coll. 391-93; P. Bernard, s. v. in DHG, III, coll. 127-29. Edmondo Lamalle

ANGIULII, Andrea. - Pedagogista n. a Castellana (Bari) nel 1837, m. a Roma nel 1890, è un noto rappresentante del positivismo pedagogico italiano. Recatosi nel 1862 in Germania a perfezionarsi negli studi filosofici, vi si trattenne per oltre un
triennio; indi, visitò Parigi e Londra. Rientrato in patria, insegnò prima nel liceo Vittorio Emanuele di Napoli, poi pedagogia nell'Università di Bologna. Nel 1876 si trasferì a Napoli, dove assunse l'insegnamento della pedagogia in quella università.

L'A. fonda il problema pedagogico nella scienza e lo identifica col problema del progresso sociale. Per lui la scienza deve detronizzare ogni religione, ogni dogma, ogni metafisica. La costituzione della società non può venire che dalla scienza che è la nuova provvidenza, potenza e previsione sociale». Questo è il programma della moderna democrazia, anzi la moderna democrazia nasce da questo programma. La scienza è per l'A. la filosofia positiva, la quale rappresenta la totalità delle scienze e come tutte le scienze deve attenersi all'esperienza. Non ci sono per l'A. conoscenze a priori, e nella sua opera La filosofia e la scienza positiva (1868) può affermare che lo spirito che è «l'assoluto metafisico, non è un risultato della critica e della ricerca scientifica, ma un'ipotesi, una produzione fantastica %. L'investigazione scientifica è ricerca positiva e storica, e anche la filosofia è ricerca e non dogma, è sperimentale e non metafisica, a posteriori e non a priori. Cosi la filosofia si riattacca alla nostra tradizione civile, di cui cattolici e teologi, quali Rosmini e Gioberti, hanno spezzato il corso; quindi per rientrare nella grande corrente della cultura occorre rifare la coscienza nazionale " con una libera scuola e con una libera filosofia %. Ma non si ricostituisce l'organismo sociale senza ricostituire i singoli individui che lo compongono. Ora alla ricostituzione degli individui deve provvedere l'educazione la quale è fisica e intellettuale insieme, morale ed estetica, civile e religiosa. Questa educazione però non è il risultato di un momento dello spirito umano, ma è il frutto di una progressiva evoluzione. Religione ed esperienza, mondo pagano e mondo cristiano, scienza positiva ed astrattismo sono indirizzi opposti che, coesistendo nell'àmbito dell'educazione, si urtano e si contraddicono arrestando così