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 del lavoro teologico non riguardi principalmente questa proposizione stessa del dato rivelato. Questa, contrariamente alla tradizione patristica precedente, è più presupposta che discussa o delucidata in se stessa. Il lavoro teologico si concentra invece quasi esclusivamente nel successivo trattamento metafisico e dialettico di questo presupposto contenuto della rivelazione. Cosi la teologia diventa in prima linea la delucidazione metafisica dei concetti proposti o inclusi nella rivelazione, la deduzione logica delle conseguenze inclusevi, la connessione sistematica delle diverse parti di essa, la confutazione dialettica delle obiezioni mossele, specialmente in nome della dialettica stessa. In tutto questo A. non condivide affatto il punto di vista degli antidialettici più o meno assoluti, di cui Pier Damiani fu, nel sec. xi, il maggiore esponente e che mostravano soverchia avversione all'uso della filosofia e della dialettica nelle questioni teologiche. Egli è, se mai, lo scolaro, ma geniale e tutto personale, di Lanfranco di Pavia, o, meglio ancora, il discepolo di Agostino, e da questi prende lo spunto per raggiungere il nuovo equilibrio nella questione dei rapporti tra ragione e fede. E il senso per A. della «fides quaerens intellectum n, del n credo ut intelligam n. Giustamente quindi A. è stato definito il teologo filosofo, od anche il primo teologo metafisico. Si capisce cosi fino a qual punto egli abbia della teologia come scienza un concetto, in sostanza, già aristotelico, e come filosofia e teologia siano in lui intimamente unite, e come pure a lui si attribuisca il titolo di "padre della scolastica». Né hanno serio fondamento alcuni re-

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centi tentativi di contrastargliclo (cf. A. Stolz, Anselm von Cant., Monaco 1937, p. 32 sgg.). In pratica, e nonostante i limiti impostisi, non ha avuto A. talvolta una esagerata fiducia nella forza dimostrativa della ragione applicata anche ai misteri della fede? Sebbene toluni vogliano scusarlo, la cosa sembra però incontestabile. Più ancora che l'espressione di «rationes necessariae», con cui egli cerca, ad es., di dimostrare il "quia» della Trinità (Monologion, cap. 64) e la "necessità" dell'Incarnazione, espressione che alcuni vorrebbero intendere solo di una grande convenienza o anche di ragionamenti convincenti, astrazione fatta se di natura filosofica o teologica (cf. M. A. Jacquin, Les rationes necessarias de s. Anselme, in Melanges Mnudannet, II, Parigi 1930, p. 67 sgg.), quell'esagerata fiducia sembra risultare da tutto il modo con cui A. imposta e svolge le dette questioni. Lo stesso lato mistico, cosi notevole in lui (Proslogion, Meditazioni) e che non può essere negletto nell'cruo apprezzamento dell'opera sua, perché è in lui un bene d'eredità schiettamente patristica, specie agostiniana, non indebolisce né muta natura al ragionamento filosofico e dialattico, anzi vi si appoggia in gran parte e se ne nutre. A., in una serie di monografie, di grande compiutezza e profondità, per cui ancor oggi la loro bellezza è sempre fresca, ha toccato quasi tutti i maggiori problemi teologici e di riflesso molti filosofici. Si è parlato del suo «realismo" in filosofia: esso, comunque, va inteso con molte riserve.
A. prova l'esistenza di Dio nel Monologion seguendo essenzialmente, sebbene con impronta personale, la vecchia via platonica dei gradi dell'essere, cosi cara ad Agostino; ma nel Proslogion tenta una nuova via. E il cosiddetto: "argomento di s. A." (detto talvolta anche: argomento a priori, ed anche, ma con ragione assai discutibile, argomento ontologico) celeberrimo nella storia della filosofia. Consiste nel voler provare l'esistenza reale di Dio deducendola direttamente dalla sua definizione stessa, dal concetto che se ne ha. "Dio è l'essere, di cui non si può pensare il maggiore; il concetto di tale essere è nella nostra mente; ma tale essere deve esistere anche nella realtà, fuori della nostra mente, perché, se esistesse solo nella mente, se ne potrebbe pensare un altro maggiore, uno, cioè, che esistesse non solo nella mente, ma anche nella realtà fuori di essa" (Proslogion, capp. 2, 3). Il valore di questo ragionamento ha appassionato molte grandi menti da A. in poi, gli uni accettandolo con sfumature e modifiche di forma e di sostanza più o meno profonde (Scote, Cartesio, Leibniz), gli altri rigettandolo, perché includente un illecito salto dall'ordine ideale a quello reale. Dall'argomento segue bensì che l'essere di cui non si può pensare il maggiore, debba essere pensato come esistente, ossia con la nota dell'esistenza, ma non segue però che questa esistenza sia anche realmente extramentale, perché l'esistenza reale non aggiunge niente alla perfezione costitutiva dell'essere, ma è solo l'atto di questa (Gaunilone, s. Tommaso, Kant). A. sembra certamente essersi illuso sul valore della sua scoperta. Recenti tentativi di rivendicare la natura strettamente teologica, o anche mistica, e di negare quella di vero argomento filosofico ai capitoli 2 e 3 del Proslogion non hanno vera sussistenza (cf. su questa questione A. Kolping, Anselms Proslogion-Enceis der Existenz Gottes, Bonn 1939, con relativa bibliografia). Notevolissima è poi, per la profondità di pensiero e rigore logico di deduzione, la spiegazione degli attributi di-
vini sia nel Monologion che nel Proslogion. A. creò così i lineamenti essenziali dei posteriori trattati de Deo uno.

Sulla Trinità di Dio A. sistematizza e perfeziona la teoria psicologica di s. Agostino, dando somma chiarezza alla dottrina delle relazioni e alle deduzioni che ne derivano. I trattati posteriori sulla Trinità rimasero, in Occidente, nella scia di A.

I maggiori problemi antropologici sono stati da lui toccati con efficacia. Così nella spiegazione dello stato di giustizia originale. Così pure nel modo di concepire il peccato originale come peccato della natura, la quale venne ad essere infetta in Adamo e per Adamo, e da lui trasmessa a noi tutti in questo stato, non solo infetta ma anche colpevole.

Sebbene alcune opinioni di A. in simile materia abbiano dovuto essere completate e corrette (ad es., più netta distinzione tra doni naturali e preternaturali e soprannaturali; migliore spiegazione degli effetti del Battesimo anche nei bambini ecc.) esse aprirono, ciò nonostante, grandi spiragli di luce per la susseguente teologia.

Nella spiegazione della Redenzione A., dando il colpo di grazia alla teoria dei "diritti del diavolo", ha legato il suo nome a quella della soddisfazione vicaria. Questa, basata sul concetto del peccato come offesa in qualche modo infinita fatta a Dio, sul dovere del peccatore di riparare l'offesa, e sull'impossibilità in cui questi si trova di farlo adeguatamente, permette in qualche modo una spiegazione profonda e fortemente sistematica dell'opera redentrice di Cristo, spiegazione che diventò classica in Occidente.

L'influsso di A. fu grandissimo, ma - cosa curiosa e che dimostra essere stato A. un frutto maturato più per vigoria propria che per forza d'ambiente - esso non fu immediato, ma si esercitò solo a partire dal sec. xili ca., col pieno fiorire della scolastica. Se poi esso fu più d'indole generale che riscontrabile nelle singole questioni, ciò non diminuisce in nulla la sua importanza, perché, senza di lui, sarebbe difficilmente concepibile la storia del pensiero occidentale, quale si svolse a partire dal medioevo. Ed ancor oggi esercita una potente attrattiva su quanti avvicinano la sua personalità, così modesta senza affettazione, così piena di bontà, così compiuta ed umana, per cui le sue opere, niente affatto seconde per profondità di pensiero e vigoria d'esposizione a quelle dei più grandi scolastici del sec. xili, sono invece, sotto molti aspetti, assai più vicine di quelle al nostro gusto moderno. In esse infatti, molto più che la preoccupazione dell'esposizione manualistico-didattica appare quello sforzo vitale nella ricerca del vero, che noi oggi tanto diletta.

Bibl.: Per la vita: Eadmer, Vita s. A.: PL 158, pp. 49-118; Acta SS. Aprilis, II, Anversa 1675, p. 865 sgg. Tra le vite recenti la migliore sotto l'aspetto storico sembra ancora M. Rule, The Life and the Times of st. Anselm, 2 voll., Londra 1883. Molto più ampia, ma più deficiente sotto l'aspetto critico: F. Rager, Histoire de s. Anselme, 2 voll., Parigi 1880; v. inoltre: E. Rosa, S. A. di Aosta, Firenze 1909: A. Levasti, S. A., vita e pensiero, Bari 1929 (con bibliogr. scelta, p. 183 sgg .: per la quale opera cf. C. Ottaviano, in Revista di filosofia senecolastica, 22 [1930], pp.377387); J. Clayton, S. Anselm. A Critical Biography, Milwaukee 1933; G. Cerioni, S. A., Brescia 1946. Per le opere: PL 158-59 riproduce l'ed. di Gerberon del 1675. Per le ed. antiche v. R. Ceillier, Histoire générale des auteurs sacrés, XIV, Parigi 1863, p. 43, n. 5 sgg. E in corso di stampa l'edizione critica delle opere per cura del padre benedettino F. S. Schmitt, già citata sopra. - Versioni: In italiano vi sono del Monologio parecchie edizioni per uso scolastico, n. es.: C. Ottaviano, S. A., opere filosofiche (Cultura dell'anima, fasc. 117, 118, 119), Lanciano 1929 (varie opere ed estratti); E. Bianchi, Il Monologio, in Classici cristiani, Siena 1932; A. Lantrua, A. d'A. e il suo Monologion, Firenze 1934; L. Bandini, A., Monologion, Firenze 1934; G. Muzio e G. Bona-

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fede. Il Monologian con estratti del Praslogian e del Liber Apologeticus, Trapani 1941. Le orazioni e meditazioni autentiche in A. Castcl. Méditations et prières de s. A. (Pax. 1), Maredsous 1923. A partire dal 1929 gli studi su s. A. sono indicati e recensiti in Bulletin de Théologie ancienne et médicale pubblicato in Recherches de théologie uuc. et méd. di Lovanio. Studi: Tutta, o quasi la bibliogr. su s. A. si troverà nelle seguenti opere, completantisi una con l'altra: U. Chevalier, Rèpertoire des sources historiques du Moyen age, Parigi 1909. pp. 256-59; R. Geyer, Die patrist. und scholastisch. Philosophie, in F. Ueberweg-B. Geyer, Grundriss der Geschichte der Philosophie, II, 11* ed., Berlino 1928, pp. 698-700; M. Grahmann, Storia della teologia cattolica, vers. it., Milano 1939, p. 420 sge. - Come sguardo generale sulla dottrina di s. A. e notevole J. Bainvel. s. v. in DThC, I, coll. 1327-60. Cipriano Vagaggini

ANSELMO da Besate, detto il Peripatetico. Maestro vagante del sec. II, uno dei primi rappresentanti della dialettica risorgente nella prima scolastica. Della sua vita si sa soltanto ch'era di nobile famiglia di Besate (Pavia); che apprteneva al clero milanese; ch'ebbe come maestri nelle arti liberali Drogone di Parma e Sichalmo di Reggio Emilia; che percorse l'Italia, la Borgogna, la Germania meridionale spingendosi fino a Magonza e a Bamberg 1 , ovunque facendo pompa della sua arte dialettica ed affermandone le mirabili capacità dimostrative anche nei riguardi delle verità della fede.

Il suo insegnamento ci è pervenuto in una curiosa operetta tra logica e polemico-autobiografica, dal titolo Rhetorimachia, dedicata dapprima al suo maestro Drogone, poi all'imperatore Enrico II, sotto il cui successore ebbe la carica di cappellano di corte. In tale opera, con uno stile contorto ed ampolloso, sviluppa la teoria ciceroniana dell' importanza fondamentale della retorica, ostenta la sua erudizione nelle arti del trivio ed in particolare discute l'applicabilità del principio logico di contraddizione anche nella sfera delle dottrine dogmatiche. Le fonti della sua dialettica sono quelle stesse dei dotti suoi contemporanei, quali Gerberto d'Aurillac (papa Silvestro II) e Fulberto, fondatore della scuola di Chartres, cioè l'Isagoge di Parfiri, gli scritti aristotelici sulle categorie e il De interpretatione, infine i trattati di logica di Severino Boezio.

Rispetto agli altri dialettici del tempo (detti anche "filosofi", " sofisti ", "peripatetici " in senso più o meno ironico e dispregiativo), i quali, come gli antichi sofisti della Grecia, percorrevano i loro paesi dando prove del proprio valore raziocinativo ed affermandone il carattere di norma esclusiva e suprema di conoscenza anche nelle cose della fede, quindi anche al di sopra della S. Scrittura e dei Padri, si caratterizza per una certa sua misura, pur nell'unilaterale rilievo ch'egli dà alla dialettica. Comunque, anche contro di lui, confuso coi "sofisti" dell'epoca, di cui il più rappresentativo è Berengario di Tours, fu diretta la vivace reazione degli spiriti conservatori «antidialettici», particolarmente di s. Pier Damiani.

BibL.: W. Giesebrecht, De litterarum studia apud Italos primi M. Ae. saeculis, Berlino 1845; E. Dummler, A. der Peripatetiker (con l'ed. critica della Rhetorimachia), Halle 1872; J. A. Endres, Die Dialektiker und ihre Gegner im XI. Jahrhundert, in Philos. Jahrbuch, 26 (1913), pp. 89-93; id.. Forschungen 2. Geschichte der frühmittelalterlichen Philosophie, Monaco 1913; M. Manzius, Geschichte der lateinischen Literatur des Mittelalters, II, Monaco 1923. pp. 640, 708-12; Fr. Ueberweg-B. Geyer, Grundriss der Geschichte der Philosophie, II, 11* ed., Berlino 1928, pp. 181, 185-86.

Mario Bendiscioli
ANSELMO da CAMPIONE. - Capostipite dell'omonima famiglia di artisti (v. campronesi, maestri) intervenne come architetto e scultore nell'ultima fase della costruzione del duomo di Modena, consacrato nel 1184, per il quale esegul, in collaborazione con i suoi tre figli, la parte ornamentale della porta Regia, e, probabilmente, scolpì il basorilievo della Passione nella cappella del coro. Si vuole identificare con quel maestro A. che, in società con un maestro Girando, omò nel 1171 la porta Romana di Milano.

BibL.: A. Döndi, Notizie storiche ed artistiche del duomo di Modena, Modena 1806; Anon., s. v. in Thieme-Becker, I, pp. 541-42; P. Frankl, Der Dom in Modena, in Jahrb. f. Kontto., 1927, p. 39 .
Claudia Reflex
ANSELMO d'Esch. - Scrittore ascetico cappuccino, n. a Esch-sur-la-Sure (Lussemburgo), probabilmente nel 1710, m. a Mondorf il 21 nov. 1783. Non si conoscono né il suo nome di famiglia, né la data della sua professione religiosa (probabilmente 1728). Visse nel convento di Lussemburgo, non avendo ottenuto dai superiori di recarsi nelle missioni della Luisiana, evangelizzate allora dai Cappuccini della Champagne. Si dedicò alla predicazione e all'assistenza degli infermi e dei carcerati.

Pubblicò a Lussemburgo, in francese e in tedesco, raccolte di sermoni e operette ascetiche molto apprezzate, tra cui : Le Chemin étroit du Ciel rendu facile par des pratiques familières qui conduisent à la perfection (1747); Der in den Todt betrübte und für den Menschen leydende Heiland, aller Welt zum Beystiel vorgestellot (1752); Dies sacerdotalis sanctificatus sen brevis digne celebrandi diemque sanctificandi Methodus (1759); Die heilige Kreuz-Sebul, Jesum als einen Meister der Völkumnapuhel vorstellend in seinen Leiden, Kreuz und Sittenlehre (1771); La Mort Sainte ou Instructinus édifiantes avec des prières conformes pour se préparer salutisment à la mort (1777).

BibL.: P. Hildebrand, A. d'Esch. in Etudes Franciscaines, 48 (1931), pp. 470-72 e 49 (1932), pp. 564-67. Emilio da Ascoli

ANSELMO di Havelberg. - Fu prima vescovo di Havelberg nel Brandeburgo (1129-55), poi arcivescovo di Ravenna (1155-58), col titolo onorifico di esarca; m. presso Milano, il 12 ag. 1158, nell'accampamento dell'imperatore Federico Barbarossa che assediava la città. Probabilmente originario della regione di Liagi, A. fu uno dei primi discepoli di s. Norberto, di cui presiedette i funerali ( 6 giugno 1134). Dimorò più alla corte dell'imperatore tedesco che nella sua diocesi, si occupò molto degli affari politici del suo tempo e fu incaricato di parecchie ambasciate.

Nel 1135-36 fu deputato dell'imperatore Lotario alla corte di Bisanzio e approfittò dell'occasione per occuparsi dell'unione delle Chiese. Su richiesta di papa Eugenio III, mise più tardi per iscritto (1149-50) le sue conversazioni col merropolita di Nicomedia, Niceta, che costituiscono la sua principale opera, intitolata Dialoghi, divisa in tre libri. Si tratta principalmente della processione dello Spirito Santo, della supremazia del Papa e del pane azimo (PL 188, 1091-1248).

Passato a Tessalonica nell'apr. del 1155, discusse di nuovo sull'unione con Basilio di Acrida (cf. J. Schmidt, Des Basilius aus Akrida, Erzbischof von Thessaloniell bisher unedierte Dialoge, Monaco 1901); legato pontificio, al tempo della crociata contro i Vendi, o slavi del Nord, che gli avevano devastato la diocesi (1147), egli riuscì, verso la fine della sua vita, a riconciliare Federico Barbarossa col Papa. Dotato di un vero talento diplomatico, seguiva una politica di conciliazione tra la S. Sede e l'imperatore tedesco, il che gli procurò talvolta delle noie. Si occupò con zelo di diffondere l'Ordine dei Premonstratensi.

Oltre si Dialogorum libri tres adversus Graecos ha lasciato: 1) una Epistola apologetica pro ordine canonicorum regularium, indirizzata all'abate Egberto de Huysburg (PL 188, 1119-40); 2) Tractatus de ordine penuantiaudae B tuniae ad Fridericum, episc. Magdeburgenum (pubblicato da Winter, in Zeitschrift für Kirchengeschichte, 5 (1882), pp. 144-45); 3) lettere a Wibald di Stavelot, riunite da Ph. Jaffe (Bibliotheca rerum germanicarum, passim). Non gli si può attribuire il trattato De ordine canonicorum regularium (PL 188, 1093-1139).

BibL.: V. Dumbrovski, Anselm von Havelberg. Königsberg 1880; J. Drbanka, Bischof Anselm von Havelberg und seine Gesandtschaften nach Byganz, in Zeitschrift für Kirchengeschichte di

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Bricger, 21 (1900), pp. 160-85; G. Schreiber, Anselm von Havelberg und die Osthirche. Begcgnung mit der byzantinischen Welt. Musterahndisches und abendlundisches Zänobium, in Zeitschrift für Kirchengescbichte, 3^{°} octo, 9 (1941), pp. 334-411; A. Bayol s. v. in DHG., III, coll. 438-60. Martino Jugic

ANSELMO di Laon (Anselmus Landunensis). - Teologo, n. a Laon (?) ca. il 1030, m. iv) il 15 luglio 1117.
A. fu probabilmente discepolo di Anselmo di Aosta (o di Canterbury), quando questi dirigeva la scuola di Bec (Normandia); forse insegnò per qualche tempo a Parigi, e poi in compagnia di suo fratello Rodolfo diresse per vari decenni la scuola cattedrale di Laon, alla quale, come riferiscono fonti contemporanee, affluivano studenti da tutti i paesi di Europa, fra essi un Guglielmo di Champeaux e un Gilberto Porretano. Verso la fine della sua vita gli furono offerti vari episcopati, fra cui quello di Laon, che egli costantemente rifiutò, conservando la sua cattedra fino alla morte. La scuola di A. rappresenta insieme con la scuola cattedrale di Parigi, diretta dal suo discepolo Guglielmo di Champeaux, l'inizio della scolastica vera e propria. Di queste due scuole ci è conservato un grande numero di scritti, dei quali non è sempre possibile l'attribuzione distinta all'una o all'altra. Fino ad oggi sono noti e in gran parte pubblicati ca. 600 pezzi (tra opere complete e frammenti). Di particolare importanza fra essi sono due tipi di "sentenze": quelle cosiddette non-sistematiche, che in forma di domande senza un nesso sistematico, trattano gli argomenti più vari e prcludono al genere letterario delle "questioni" della scolastica; e le sentenze sistematiche, in cui certi temi teologici sono trattati in una sintesi sistematica: in queste si deve vedere il primo inizio delle "somme" scolastiche. Per le sentenze non-sistematiche sono fonte principale due codici: il Liber Poncrisis (id est totus aureus), oggi Troyes ms. 425, e il ms. Avranches 19, che servì probabilmente di modello e di fonte per il Liber Pancrisis. Ambedue presentano una collezione di sentenze, prese in parte dalla letteratura patristica e in parte da autori "modemi", fra i quali vanno menzionati specialmente A. e suo fratello Rodolfo, Guglielmo di Champeaux e Ivo di Chartres. Ad A. sono attribuiti espressamente ca. 85 pezzi (ed. Lefèvre, v. bibl.). Più difficile è stabilire l'autore delle somme di sentenze sistematiche, di cui le principali sono: Principium et causa omnium (detta anche Sententiae Ansclmi, ed. Bliemetzrieder, v. bibl.); Prima rerum orige; Sententiae divione paginae (ed. Bliemetzrieder). E quasi escluso che queste siano state composte da A. stesso, come non è probabile che si tratti di cosiddette reportationes, cioè appunti presi nelle sue lezioni; sono piuttosto trattati compilati nella scuola di A. sulla base di scritti particolari e di insegnamenti orali del maestro e forse anche di scolari. Le Sententiae Anselmi (Principium et causa onnium) furono composte certo dopo la morte di A., forse da suo fratello Rodolfo, m. solo nel 1134 o 1136 (Lottin, v. bibl.).

La posizione sistematica che viene presa in queste somme si basa al completo sull'autorità della Chiesa e dei Padri, ed è aliena da ogni razionalismo. Si comprende come Pietro Abelardo già dopo pochi giorni abbandonò la scuola di A. dichiarando che là perdeva il suo tempo. La cerchia dei temi teologici trattati è ancora relativamente limitata: creazione, caduta degli angeli e dell'uomo, peccato originale, necessità dell'Incarnazione; dalla dottrina dei Sacramenti : Battesimo, Eucaristia, Matrimonio, e i problemi speciali della scomunica e della simonia. I temi più difficili della Trinità, dell'unione ipostatica, della transustanziazione, mancano ancora. La scuola di A. dà i
primi lineamenti di una teologia, che i secoli seguenti dovevano sviluppare e completare. Gli inizi della teologia scolastica non si trovano, come per lungo tempo si credette, in Ugo di S. Vittore e Abelardo, ma nelle scuole di A. di Laon e di Guglielmo di Champeaux. Di grande importanza furono anche le opere di esegesi biblica di A. Un'antica tradizione designava A. come l'autore della Glossa interlinearis, mentre le corrispondenti glosse marginali, note con il nome di Glossa ordinaria, venivano attribuite a Valafrido Stradone. In realtà la Glossa interlinearis e la Glossa ordinaria non vanno separate; per il medioevo esse formano insieme "la Glossa", e una parte di questa glossa complessiva, cioè il commento a s. Paolo, ai Salmi, e forse anche al Vangelo di s. Giovanni, è opera di A. Inoltre gli vengono attribuiti un commento (inedito) al Vangelo di s. Matteo, Enarrationes in Cantica canticorum ed in Apocalypse (PL 162), mentre le Enarrationes in Matthaeum (PL 162) non gli appartengono. Un elenco degli scritti della scuola d'A. sinora conosciuti, con indicazioni delle edizioni, si trova 'n Lottin (v. bibl.).

BibL: G. Lefevre, Anselmi Landunensis Sententiae excerptae, Evrens 1805; M. Geslomson, Die Geschichte der schriastischen Methode, II, I'riburgo in Br. 1911, pp. 136-68; F. Bliemetzrieder, Anselms von Laon systematische Sentenzen, (Beitr. z. Gesch. d. Phil. d. Mittelalters, 17. 1-2), Münster 1919; P. Fournier, s. v. in DHG. III, coll. 485-87; H. Weisweiler, Das Schriftum der Schule Anselms von Laon und Wilhelms von Champeaux in deutschen Bibliotheken, (Beitr. z. Gesch. d. Phil. u. Theol. d. Mittelalters, 53) Münster 1936, 1-11; O. Lottin, Aux origines de l'école d'Anselme de Laon, in Recherches de théol. anc. et méditio., 10 (1938), pp. 101-22; id. Nouveaux fragments théologiques de l'école d'Anselme de Laon, ibid., 11 (1939), pp. 252-59, 309-23; 12 (1943), pp. 53-77; 13 (1946), pp. 185-221, 262-81; 14 (1947), pp. 8-31, 162-70 (bibl.); B. Smalley, The study of the Bible in the middle ages, Oxford 1941, pp. 53-55, 49-43, 43-46. Anselmes Maier

ANSELMO, vescovo di Lucca, santo. - Nipote del famoso Anselmo di Baggio, poi papa Alessandro II. N. nel 1036, m. a Mantova il io marzo 1086. Fu canonico della cattedrale di Milano e collaborò attivamente con lo sto all'opera di riforma della Chiesa milanese, appoggiando l'azione del partito patarino. E dallo zio, elevato al pontificato, ebbe ( 8 ott. 1073) l'episcopato di Lucca. Recatosi in Germania, ricevette da Enrico IV l'investitura "per anulum et basulum" contrariamente a quelli che erano i principi accanitamente difesi, contro lo stesso Enrico IV, da Alessandro II. Per questo, tornato a Roma, fu apertamente biasimato dal nuovo pontefice Gregorio VII, il quale, ciò nonostante, lo consacrò vescovo il 2 ott. 1074. Legato in Germania per la questione delle investiture, partecipò (1080) al Concilio di Roma che condannò l'antipapa Guiberto. Tentò quindi di introdurre i principi della riforma nella sua diocesi, ma invano, ché anni i partigiani di Enrico IV lo cacciarono da Lucca. Trovò rifugio presso la contessa Matilde, che ne fece il proprio confessore e consigliere. Nominato vicario apostolico in Lombardia, svolse una azione politica notevolissima.

Fu canonizzato da Vittore III solo un anno dopo la sua morte; festa il 18 marzo.

Tra i suoi scritti ricordiamo due libri Contra Guibertum antipapam pro Gregorio VII (PL 149, 416475); Collectones ex variis auctoribus Ecclesiae facultates non esse in potestate regis aut caesaris (Bibliotheca patrum, 18, Lione); quattro opuscoli di meditazione sulle preghiere, forse apocrifi; lettere. Ma l'opera a cui la sua fama più si raccomanda è quella che s'intitola Collectionis caninum libri XIII, non ancora interamente pubblicata, nonostante i tentativi più fatti da vari secoli. L'iniziativa più recente è quella dell'Accademia di Berlino, per opera di M. F. Thaner (Innsbruck 1906 sgg.).

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Certamente composta nella seconda metà del sec. xI, questa celebre collezione contiene documenti anche posteriori, che possono benissimo spiegarsi con aggiornamenti di altra mano. Non per questo è criticamente provato che A. ne sia il semplice titolare e non il vero autore. E divisa in 13 libri e riporta circa 1200 canoni dal diritto romano, dagli atti dei Papi, dai concili, ecc., relativi non solo al diritto, ma anche alla teologia. E importante per lo studio delle fonti del diritto canonico, della teologia, della apologetica e della storia della riforma gregoriana.

BibL.: Oltre quella citata da P. Richard, s. v. in DHG, III, coll. 489-93, cf. A. Fliche, La riforme grégorienne, II, LovanioParigi 1925, passim; F. Thaner, Anselmi Lucensis collectio canonica, Innsbruck 1906-12; P. Fournier - G. Le Bras, Histoire des coll. can. en Occident, II, Parigi 1931, pp. 25-37; R. Montanari, Lu Collectio canonum di s. A. da Lucca e la riforma gregoriana, Mantova 1941.

Mario Niccoli - Agatangelo da Langasco

ANSELMO, arcivescovo di Milano. - A. II, sulla cattedradal 6 marzo 883 al 27 sett. 896 , è il titolare della celebre collezione me dievale di testi di diritto, denominata appunto Collectio Anselmo dedicato.

E probabile che la collezione sia statafattanel milanese, mentre A. era arcivescovo; ciò è confermato da argomenti interni.

La collezione, in massima parte inedita, consta di 1.580 canoni, raggruppati in 12 libri; i testi sono, salvo poche eccezioni, desunti da collezioni precedenti.

BibL.: F. Savio, Gli antichi Vescovi d'Italia dalle origini al 1300, La Lombardia, I: Milano, Firenze 1913, pp. 343-44; P. Four-nier-G. Le Bras, Histoire des collect. can. en Occident, I, Parigi 1931, pp. 234-43.

## ANSELMO di

Nonantola, santo. - Già duca del Friuli, fratello di Giseltruda, moglie del re longobardo Astolfo. Abbracciata la vita monastica, ebbe in donazione da Astolfo, nel 749, l'odierna Fanano, ove fondò un monastero e un ospizio, e, nel 751-52, il territorio di Nonantola (v.), sul quale cresse il celebre monastero omonimo e la chiesa, dedicata a tutti i ss. Apostoli e consacrata il 9 giugno 753 dall'arcivescovo Sergio di Ravenna. L'autore della vita segnala altre tre fondazioni di monasteri e ospizi a S. Ambrogio, nel Vicentino, e nella località detta Susonia.
A., trovandosi col cognato Astolfo all'assedio di Roma, nel 756, asportò dalla basilica cimiteriale di Priscilla parte del corpo di s. Silvestro papa, che ripose nella chiesa del monastero di Nonantola, ove fece dedicare un oratorio e un altare in onore del predetto Pontefice il 20 nov. dello stesso anno dai vescovi Romano di Bologna e Apollinare di Reggio; da quel
momento il monastero, oltre che col titolo primitivo dei ss. Apostoli, fu anche chiamato col nome di s. Silvestro. La storicità di questa traslazione, attestata da fonti antiche genuine, ma travisata in seguito da fonti tardive, non può essere messa in dubbio, anche se il Liber Pontificalis di Roma (cf. ed. Duchesne, I, p. 464) dice che Paolo I trasportò nel 761 il corpo di s. Silvestro nell'interno della città. Il Bortolotti, cui assente il De Rossi (lettera al Bortolotti), accorda le due tradizioni mediante l'ipotesi, davvero ragionevole, che A. avrebbe portato a Nonantola non tutto il corpo, ma solo parte di esso, dimodoché Paolo I nel 761 poté trasportare il resto nella città. Le fonti parlano in ambo i casi di corpo, ma si tratta evidentemente di parte per il tutto.
A. fu relegato a Montecassino per sette anni dal re Desiderio, probabilmente perché fautore di Rachi; liberato, come si crede, verso il 764 , ritornò a Nonantola con un ricco manipolo di codici riprendendo la direzione dell' abba. zia, che resse sino alla morte, avvenuta il 3 marzo dell'803.

La vita di A., che s'intitola: Actus vel tramitus beati Anselmi Abbatis, scritta con molta probabilità nella prima metà del sec. 21, è una composizione dove abbondano i luoghi comuni e scarseggiano le notizie storiche, talvolta anche interpolate, ad onta delle fonti genuine adoperate dall'autore.

Bibl.: Acta SS. Martii, I, Venezia 1725, pp. 265-66 (breve notizia storica), 900-901 (la vita); edizioni critiche dello Vita e Actus furono curate da G. Waitz, in MGH, Scriptores Rerum Langobardicarum et Italicarum, Hannover 1878, pp. 566 570, e da P. Bortolotti, Antica vita di s. A. Abbate di Nonantola, in Monumenti di Storia Patria delle Provincie Modenesi. Serie delle cronache (agiografie, ecc.). XIV, 11, Modena 1891 (l'estratto porta la data 1892 : esauriente studio della vita e delle sue fonti, coi relativi testi critici. Il Bortolotti ha aggiunto una Poscritta al cap. VI de' geologomoni dell'antica vita di s. A. Abbate di Nonantola, Modena 1892, ma non vi si tratta di A.). L. Duchesne, Les premiers temps de l'Etat Pontifical, 3^{°} ed., Parigi 1911, pp. 34-36 (l'autore fa Giseltruda figlia anziché sorella di A.).

A. Pietro Frutta
ANSELMO V della Pusterla. - Arcivescovo di Milano dal 1126, m. a Roma il 14 ag. 1136. Stette in continua lotta col papato. Sostenuto dal suo popolo, parteggiò per Corrado di Svevia e lo incoronò a Milano nel 1128. Si schierò poi con l'antipapa Anacleto II, dal quale pare fosse creato cardinale. Innocenzo II separò Genova dalla provincia di Milano, e

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nel Concilio di Piacenza lo scomunicò. A., deposto dal clero e dal popolo, fu catturato mentre fuggiva (1135) e portato a Roma, ove morì poco dopo.

Bib1.: P. F. Palumbo, La Scisma del MCXXX (Miscel. laura della R. Deputazione Romina di Stor. Patr., n. 13), Roma 1942, pp. 458-42, 470, 538-40. Giovanni Meseguer

ANSELMO di Ribémont. - Conte di Ribémont, presso S. Quintino (Francia), discendente dai conti di Valenciennes, fu uno dei primi crociati nel ro95 con Goffredo di Buglione, ma durante l'assedio di Archas, presso Tripoli, fu, nel ro99, ucciso da una pietra. Si conserva di lui una lettera sull'assedio di Antiochia (ed. L. d'Achéry, Spicilegium, III, Parigi 1723, pp. 431-43).

Bib.: P. Fournier, s. v. in DHG, III, coll. 493-96.
Cesario van Hulst
ANSERAMO (Ansarano) da Tranf. - Architetto e scultore attivo nella seconda metà del sec. xiri. Fu un virtuoso marmoraro amante degli ornamenti bizzarri e di fantasia. Il suo capolavoro, secondo questa maniera, è costituito da una serie di rilievi ora incorporati nell'Oratorio della Madonna del Rosario a Terlizzi, con l'Amnunciazione, l'Adorazione del Magi, la Crocifissione e un'Ultima Cena, non privi di elementi bizantini. Suo è pure uno dei monumenti funebri Falconi nella chiesa di S. Margherita in Bisceglie, datati del 1276.

Bib1.: Anon. s. v. in Thieme-Becker, 1, pp. 542-43: M. Wackermack, Die Plastik des XI. und XII. Zohrhunderts in Apulien, Lippic 1911: C. Ceschi, La cattedrale di Bari nel suo nuovo aspetto, in Bollettino d'Arte, 3* serie, nr. (1935), pp. 120-39; C. Calzecehi Onesti, Tradizione classica nella scultura decorativa delle cattedrali e basiliche pagliei del sec. XII, in Atti del IV Cnogr. di Studi Romani, II, Roma 1038, pp. 389-95 (con bubl.). Claudio Refez

ANSHELM, Valerius. - Cronista, n. a Rottweil nel Wüttemberg, m. a Bema nel 1546. Nel 1504 si stabili a Berna, dove si diede all'insegnamento. Si recò quindi a Rottweil, ma dovette ben presto fuggire da questa città a causa delle persecuzioni contro i protestanti e rifugiarsi, verso il 1528 , di nuovo a Berna. Fu uno dei primi ad accogliere la riforma protestante svizzera e fu in diretta relazione con lo stesso Zuinglio. Scrisse la Cronaca di Berna che va dai tempi più antichi fino alla sua epoca.

Bib1.: A. Bavel, s. v. in DHG, III, col. 502; E. B., in Hi-storisch-Biographisches Lexikon der Schiceiz, Neuenburg 1921, p. 382 .

Emma Santovito
ANSONE di Lobbes. - M. nell'8oo. Probabilmente n. a Lussemburgo, fu benedettino nell'abbazia di Lobbes (provincia di Hainaut, nel Belgio), dove nel 766 venne eletto abate. Scrisse le vite di s. Ursmaro e di s. Ermino (in Acta SS. Aprile, II, Parigi 1865, pp. 557-59; III, Parigi 1866, pp. 378-80).

Bib1.: J. Warichez, s. v. in DNG, III, Parigi 1924, coll. 303-506; I. Schmitz, s. v. in LThK, I, coll. 472-73.

Cesario van Hulst
ANSOVINO, vescovo di Camerino, santo. - La Vita racconta che fu confessore dell'imperatore Ludovico, che accettò l'episcopato a condizione di essere esonerato dal servizio militare, allora imposto abusivamente ai vescovi, e che resse la diocesi di Camerino per 18 anni. L'episcopato di A. si deve porre nella prima metà del sec. Ix. La sua festa nel Martirologio Romano è fissata al 13 marzo.

Bib1.: La Vita s. Anzovini scritta, nel sec. x, dal monaco Egino, è pubblicata negli Acta SS. Martii, II, Venezia 1735, pp. 321-27; Martyr. Romanum, p. 96. Mario Scaduto

ANSUINO da Forlì. - Pittore, appare per la prima volta a Padova come collaboratore (1434-37) di fra' Filippo Lippi nella cappella del Podestà, ora distrutta. Nella cappella Ovetari (distrutta nel 1944), eseguì più tardi gli affreschi : La predica di s. Cristoforo; Cristoforo che lascia il re; Il Santo al servizio del diavolo. La pittura dell'A. conservò caratteri to-
scani; e perciò egli occupa un' posto singolare nella scuola padovana, come precursore, insieme con Niccolò Pizzolo (v.), di Andrea Mantegna.

Bib1.: G. Fiocco, L'Arte di Andrea Mantegna, Bologna 1927. Marcello Oussio

ANTAMORO, Paolo Francesco. - Cardinale, n. a Roma il 15 nov. 1712, m. ivi il 15 dic. 1795. Di antica famiglia parrizia, era figlio di Tommaso Antamoro, che fu vice luogotenente della Camera apostolica, amministratore generale della segreteria dei Monti e rettore dell'Università romana dal 1741 al 1745 . Nel governo della Sapienza, Tommaso fu coadiuvato dal figlio che, ascritto al collegio degli avvocati concistoriali, nel 1760 fu nominato rettore dell'Archiginnasio. Tenne tale ufficio ininterrottamente per vent'anni, caso finora unico nella storia dello Studium Urbis, e si conquistò la stima dei lettori e l'affetto dei discepoli.

Nominato da Pio VI assessore del S. Uffizio, per desiderio del Pontefice continuò a governare l'Università romana, finché nel 1780 fu creato cardinale del titolo dei SS. Bonifacio e Alessio sull'Aventino ed eletto contemporaneamente vescovo di Orvieto. Raggiunta la sede, per quanto fosse già in età avanzata, dedicò alla diocesi le sue energie con giovanile fervore. Profuse quasi tutte le sostanze per il restauro della facciata del Duomo, lavoro promosso con l'aiuto di Pio VI. Fece, inoltre, erigere un artistico altare dei SS. Apostoli Pietro e Paolo.

Bib1.: F. M. Renzszi, Storia dell'Università degli Studi di Roma, IV, Roma 1806; G. Moroni, Dizionario di erudizione starica-ecclesiasica, II, Venezia 1840, p. 161 ; P. Richard, s. v. in DHG, III, col. 510 .

Mario De Camillis
ANTARADO. - Città sulla costa fenicia settentrionale di fronte ad Arado (v.), di cui era l'antica colonia; oggi è Tartûs con 3500 ab. Ricostruita dall'imperatore Costanzo col nome di "Constantia" (346), era detta nel medioevo Tartasa, celebre per il suo santuario mariano, centro di pellegrinaggi da tutto l'Oriente latino. Fu l'ultima cittadella dei crociati in Siria e fu espugnata da Aramed-Din dopo un'eroica difesa dei Templari (3 ag. 1291). La magnifica basilica è divenuta moschea alla fine del sec. xix.

Fu sede vescovile, unita a Arado nel sec. IV, separatane a metà del sec. v. I suoi vescovi noti sono: Cimazio (lodato da s. Atanasio per la sua ortodossia), Alessandro (al Concilio di Calcedonia, 451) che è il primo vescovo chiaramente distinto da quello di Arado, Theodoro ( 518 ). A. ebbe almeno 6 vescovi latini nel sec. xiri, di cui l'ultimo fu (dal 1274 al 1295[?]) Bartolomeo, che prese parte attivissima, non sempre lodevole, agli eventi politici del suo tempo. Nel 1295 ca. la sede di A. o Tortosa fu unita a Famagosta in Cipro. Oggi è sede titolare.

Antonino Romeo
ANTEGNATI. - Famiglia bresciana di costruttori di organi che, dal sec. xv al xvi arricchì l'Italia di numerosi strumenti, autentici capolavori di tecnica organaria. La gloriosa fabbrica comincia con Bartolomeo, figlio di un Giovanni "iurisperitus" (cittadino bresciano ma oriundo cremonese) e, dopo Bartolomeo, che fu pure organista nel duomo di Brescia, continua con i figli Giovan Francesco, Gian Giacomo, e Giovan Battista, dal cui figlio Grazisdio discende Costanzo (1549-1624), allievo del compositore Girolamo Cavazzoni. Egli come costruttore introduce per la prima volta (nell'orgato di S. Marco a Milano) i registri spezzati "per far dialoghi, perché questi registri sono divisi a mezza la tastadura"; come esecutore ricopre (ca. dal 1584 al 1619) la carica di organista nel duomo di Brescia; come compositore lascia 2 libri di messe a 6-8 voci (Venezia 1578 e 1589),

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Antélami, Benedetto - La Primavera - Parma. Batiistero.
I libro di salmi a 8 voci (Venezia 1592), Sacrae cantiones a 4-5 voci (Venezia 1575 e 1581) e, opera principale, L'Antegnata in Intacolatura de ricercari d'organo..., op. 16 (Brescia 1608); infine, come teorico, è autore del dialogo L'Arte organica (introduzione a L'Antegnata, Brescia 1608) importante per gli avvertimenti di carattere tecnico, espressivo ed estetico, che egli dà all'organista (e che costituiscono uno dei testi fondamentali per la storia della registrazione) e per un elenco, che egli vi include, di organi fabbricati dalla sua famiglia.

Bial.: D. Muoni, Gli A., organari insigni, Milano 1883; A. Valentini, I musicisti bresciani e il Teatro Grande, Brescia 1894.

Antélami, Benedetto. - Architetto e scultore. Il cognome è un appellativo che veniva dato, sin dal sec. xir, ai maestri muratori e costruttori originari della Valle d'Intelvi, i quali formavano a Genova una potente corporazione. Due opere recano la sua firma e la data: l'altorilievo con la Deposizione nel duomo di Parma (1178) e l'architrave della porta settentrionale del battistero di Parma (1196). La Deposizione faceva parte del pontile del Duomo parmense assieme ad altri frammenti : quattro leoni stilofori, oggi collocati nella cappella Bernini del Duomo, tre capitelli istoriati nel museo (il quarto è mancante) e un altro rilievo scalpellato rappresentante Cristo in gloria fiancheggiato dai quattro simboli degli evangelisti, dai quattro dottori della Chiesa, e da tre angeli, pure nel museo (un terzo rilievo, che con la Deposizione e il Cristo in gloria era murato nel parapetto del pontile, è andato perduto). Fra il pontile e il battistero va posta, cronologicamente, la cattedra episcopale nel coro del Duomo parmense. All'A. spettano, oltre la ricca decorazione plastica al-
l'esterno e all'interno del battistero, parzialmente eseguita da aiuti, anche il disegno e la costruzione dell'edificio, terminato nelle sue parti essenziali, compresa la cupola, nel 1216. Opera dell'A. sono pure la cattedrale di Borgo San Donnino e alcune delle molte sculture che l'adornano (certamente i due profati entro nicchie della facciata, rimasta incompiuta), nelle quali peraltro si avverte il preponderante intervento di mediocri seguaci. Nel 1219 iniziò la costruzione dell'abbazia di S. Andrea a Vercelli (quasi compiuta nel 1225), decorandone il portale centrale con il Martirio di s. Andrea.

L'A. dovette passare gli anni di tirocinio e di educazione artistica nella Provenza, poiché i ricordi dei complessi scultorci delle facciate della chiesa di St-Gilles e soprattutto del portale e del chiostro di S. Trofimo ad Arles si affermano copiosi e vigorosi sin dalle prime opere del maestro, formando il substrato della sua arte, pur mescolandosi ad un crescente influsso dell'arte gotica del nord della Francia, che si appaiesa particolarmente vivo a S. Andrea di Vercelli. Ma l'A., lungi dall'accogliere supinamente tali elementi francesi, li elaborò e trasformò a fondo, conferendo alle sue creazioni una impronta schiettamente lombarda nella robustezza serrata e compatta dei volumi rifuggente tanto dal pittoricismo trito e mosso proprio della scuola provenzale quanto dallo slancio ascensionale e dall'eleganza raffinata che caratterizzano l'architettura e la scultura gotica delle chiese dell'Ile-de-France. Anche nei vasti temi iconografici svolti dall'A., specie nel Battistero parmense che è il suo capolavoro, si colgono, pure nella loro parziale derivazione dalla Francia, accenti fortemente originali ed una sottigliezza non comune nella scegliere e mutuamente collegare i temi. L'A., la cui importanza entro l'ambito dell'architettura e della scultura medievale lombarda attende ancora di essere meglio precisata dalla critica, può considerarsi, per robustezza d'ingegno e vastità di cultura, una delle più potenti persona-
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Antélami, Benedetto - Particolare del Battistero (1196). Parma.

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lità dell'epoca di transizione dall'arte romanica a quell, gotica. - Vedi Tav. CXIX.

BibL.: M. Lopez, Il bastistero di Parma, Parma 1864; V. Vöge, Der precewosilische Einfluss in Italien, ecc., in Rep. I6r Kunstv., 23 (1902), p. 409 sge.; A. Venturi, Storia dell'arte italiana, III, Milano 1904, pp. 279-320; L. Testi, Le baptistive de Parme, Firenze 1916; A. Kingsley Porter, Lombard Architecture, New Haven 1917; B. Hamann, Deutsche und Irmasüsische Kunst im Mittelidire, I, Marburgo s. Lahn 1922, pp. 69-78; P. Tarsos, Storia dell'arte italiana, I (II Medioevo), Torino 1927, pp. 772 781; G. Jullian, Les frugments de l'ambon de B. A. à Parme, in Mélanges d'archéasieqie et d'histoire, Parigi 1020, pp. 182-214; G. P. Bognetti, I monsiti A. e la valle d'Intelvi, in Periodico star. simeano, nuova serie. 2 (1938); A. O. Quaravalle: A. sculptor, Milano 1947.

Gèza de Francovich
ANTELMI, Joseph. - Teologo e storico ecclesiastico francese, n. a Fréjus nel 1648, m. ivi nel 1697. Si laureò in teologia a Lione, fu canonico della cattedrale della città natia e vicario generale del vescovo di Pamiers.

Opere: De initio ecclesiae Farsiulizesis: frutto di ricerche giovanili che pongono l'A. di fronte a problemi di ordine storico e teologico, che egli svolgerà nelle opere successive; De veris operibus sv. Patrum Leonis et Prosperi Aquitani, Parigi 1689. Quest'opera è legata ad una polemica con il Quesnel riguardante la storia del semipelagianismo e la paternità del De vocatione gentium e di altri scritti. Lo sviluppo della polemica investi il simbolo atanasiano e l'A., per ragioni di critica interna, fu portato ad escludere la paternità atanasiana, per fermarsi su s. Vincenzo di Lerino, nell'opera Nova de symbolo Athanasiano disquisitio, Parigi 1693.

BibL.: E. Pupin, Bibliothèque des auteurs ecclésiastiques du XIIIe siècle, IV, Parigi 1719, p. 344; Hurter, IV, col. 348; C. Toussaint, s. v. in DThC, I, coll. 1363-66. Francesco Pugliese

ANTELMO, santo. - Vescovo di Belley (Francia), n. nel 1107 da famiglia nobile nel castello di Chignin (Savoia), m. a Belley il 26 giugno 1178. Fu prima sacerdote secolare a Belley, poi entrò nella certosa di Portes presso Belley, donde, ancora novizio, fu mandato alla Grande Chartreuse, di cui nel 1139 divenne priore; fu anche il primo generale dei Certosini. Celebrò due capitoli generali, propagò l'Ordine con cinque nuove fondazioni, e fu zelante della disciplina. Avendo rinunziato alla carica nel IISI, fu eletto priore di Portes (II 52-54), poi si ritirò di nuovo alla Grande Chartreuse. Alessandro III lo costrinse ad accettare il vescovato di Belley (1163-78) e lo consacrò a Boueges. Federico I Barbarossa, che dapprima lo osteggiò, gli concesse la signoria feudale su Belley e lo nominò principe dell'impero. Ciò irrito il conte Umberto di Moriana, con cui ebbe aspri dissidi. Morì circondato della venerazione dei fedeli, ai quali era stato vero padre. La sua tomba fu illustrata da miracoli. La sua festa nel Martirologio romano è registrata al 26 giugno.

BibL.: Acta SS. Iunii, VII, Parigi 1867, pp. 201-19; A. Marchal, Vie de saint Autheime, Parisi-Lione 1878; L. Le Vasseur, in Ephemerides Ordinis Cartusianorum, 1890, pp. 375-406; S. Autore, s. v. in DHG, III, coll. 523-25, dove viene indicata altra letteratura; A. Butler - H. Thurston, The Lives of the Saints, VI, Londra 1939, pp. 354-57; Martyr. Romanum, p. 257. Livario Oliçar

ANTEMIO di Tralle. - Architetto bizantino, che insieme con Isidoro di Mileto elevò nel 532 la chiesa di S. Sofia a Costantinopoli, realizzando il maggior esempio di cupola poggiante su pennacchi triangolari a sezione sferica e rialzata al disopra degli archi colleganti i quattro pilastri di sostegno; tale sistema di copertura costituisce una delle principali caratteristiche dell'architettura bizantina (v. bisanzio, ARTE).

Gli stessi architetti crearono nel 536 un modello più semplice, la basilica degli Apostoli, poi distrutta dai Turchi, su pianta a croce greca, con una cupola centrale su pilastri isolati e cupole minori alle estremità dei quattro bracci, che servì di prototipo per la basilica di S. Marco a Venezia.
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(frz. Deptini, Antichita, Papuit) Antenati - Sacello delle (magines mulierum o antenat della casa detta di Menandro a Pompei.

Birl.: A. Muñoz, s. v. in Thieme-Becker, I, pp. 249-51; S. Berrini, L'architettura bizantina, Firenze 1937. Saverio Pisani

ANTENATI, CUlto degli. - Il culto degli a. si distingue dal semplice culto dei morti, in quanto si rivolge ai progenitori della propria stirpe presi collettivamente, mentre l'altro si riferisce a determinati defunti, generalmente ma non necessariamente uniti con l'officiante da legami di sangue.

Nella religione cinese il culto degli a. - in cui per eccellenza si esplica la "pietà filiale» - è quello più sentito dal popolo, ed è presente nell'interno di ogni casa. La dinastia imperiale aveva per gli a.il suo proprio tempio con sette cappelle, delle quali quella orientata a nord era consacrata al capostipite della famiglia; i templi dei principi feudali avevano cinque cappelle, quelli dei vassalli tre, ciascuna fornita della «tavoletta", ritenuta luogo d'appoggio dell'anima e sulla quale pertanto si bruciavano incensi, si accendevano candelette, si facevano offerte. Il popolo, in mancanza di una cappella, venerava e venera i suoi a., rappresentati dalle tavolette, in un angolo della casa; avanti ad esse vengono consacrati tutti gli eventi della vita familiare, nascite, maggiore età, nozze, funerali, poiché il Cinese è fermamente convinto che gli a. seguitino a prendere parte attiva alla vita della famiglia. Solo il primogenito può funzionare come ministro del culto ancestrale. Il culto degli a. in Cina, che alimentò per due secoli e mezzo un'aspra polemica tra i missionari che ne sostenevano o ne negavano la legittimità quasi atto di idolatria, è stato dichiarato cerimonia civile e come tale autorizzato da un decreto della S. C. di Propaganda (8 dic. 1239) che lo considera atto di omaggio e non di culto, pur. hè le tavolette non vengano considerate "sede dell'anima " e sia su di esse scritto solo il nome del defunto. Per tutta la questione v. RITI CINESI.

Il Giappone, che deve alla Cina la sua civiltà, venera in modo consimile i suoi a., la cui tavoletta rappresentativa è collocata entro una cassettina di legno in un angolo della casa. Del resto, tutta la religione giapponese si presenta come un culto degli a., a cominciare da quelli della famiglia imperiale, venerati con

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Antèro, papa. - Iscrizione sepolcrale - Roma, cimitero di S. Callisto.
grande solennità dal mikado, specialmente nei momenti solenni della vita nazionale.

Gli a., invocati come "padri", ricevono un culto solenne nell'India antica, culto che costituisce il primo dei doveri per i superstiti, pindapitryajña, ossia "sacrifizio della focaccia (iradda) ai padri n. Questo consiste nell'offrire tre di queste focacce su di uno strato erboso dinanzi a un fuoco collocato a sud, la regione dei morti. I Fravali degli Irani, ora considerati come le anime santificate dei giusti, erano in origine gli spiriti degli a.

Nicola Turchi
Presso i Greci le tracce ne sono assai scarse. Mancano del tutto in Omero, ciò che agevolmente si spiega col fatto che l'ambiente, per il quale cantavano i rapsodi, era ancora troppo poco radicato nel suolo (egli cantava soprattutto in città marinare), perché vi si potesse sviluppare un culto degli a. Anche in seguito il sovrap. porsi dello Stato democratico alla primitiva costituzione gentilizia, lo sviluppo dell'urbanesimo e soprattutto il senso, prepotentemente vivo presso i Greci, dell'individuo, che poi condusse al culto degli eroi, lo resero molto debole. Dobbiamo tuttavia vederne forse una traccia nella festa delle Apaturie (v.). Presso i Romani abbiamo tracce tenui, ma tuttavia indubbie, del culto degli a. nella figura religiosa dei di Manes. In età più recente, i di Manes sono concepiti o come divinità infernali (in gr. δ α dot{α} μ ν v ε ς naтa χ θ δ v ω ν ) o come l'anima di