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rne forse una traccia nella festa delle Apaturie (v.). Presso i Romani abbiamo tracce tenui, ma tuttavia indubbie, del culto degli a. nella figura religiosa dei di Manes. In età più recente, i di Manes sono concepiti o come divinità infernali (in gr. δ α dot{α} μ ν v ε ς naтa χ θ δ v ω ν ) o come l'anima di un defunto particolare; ma l'uso stesso del plurale - formola che a stretto rigor di logica non ha senso quando designa un singolo - ed il fatto che le feste sacre ai Mani siano private, anche se rese obbligatorie dalle leggi dello Stato, dimostra che i Mani sono in origine gli a. delle singole genti. Che i Lari familiari si debbano identificare con gli spiriti degli a., è probabile, ma non certo; più probabile, invece, ma nemmeno questo certo, è che le imagines maiorum, conservate nell'atrio delle case gentilizie, siano state in origine oggetto di culto da parte dei membri della gens. Per il culto degli a. presso i primitivi v. Primitivi, religione dei.

Bibl.: Marbach, s. v. Manes, in Pauly-Wissowa. Realenrzelop., XIV, 1, col. 1051 sec., n. 2; E. Rohde. Psyche, 2^{°} ed., 1890-91, pp. 167-71; L. R. Farnell, The Grech Hero Cults, Oxford 1921, pp. 343-60; G. van der Leeuw, Phänomenologie der Religion, Tubinga 1933, pp. 111 nsp.

ANTEPENDIO: v. paliotto.
ANTEQUERA, OAXACA, ARCdiocesi di. Comprende gran parte dello stato di Oaxaca, nella zona meridionale del Messico, sulle coste del Pacifico. Eretta a diocesi da Paolo III il 21 giugno 1535, fu elevata ad arcidiocesi da Leone XIII il 23 giugno 1891, con ordinario d'appello Angelopoli. Finora è stata governata da 30 vescovi e da due arcivescovi.

Fin dalla conquista del Messico, la regione fu evangelizzata dai Francescani e dai Domenicani. Attualmente conta una popolazione cattolica di 842.000 anime. La diocesi è divisa in 128 parrocchie, amministrate da 137 sacerdoti. Il numero delle chiese e delle cappelle è di circa un migliaio. A. possiede una cattedrale in stile rinascimentale spagnolo, cominciata nel 1553, e poi quasi completamente rifatta nel 1702; un seminario detto di S. Croce, fondato da mons. Tommaso di Monterroso, decimo vescovo della diocesi (m. nel 1665). Degni di nota il convento di S. Domenico e la chiesa omonima, in stile plateresco, la cui ornamentazione interna è considerata una delle più ricche del Messico. Il più celebre santuario è quello dedicato a Nostra Signora de La Soledad, patrona della diocesi.

Bibl.: G. Gonzalez Davila, Teatro ereticistico de la Iglesia primitiva de las Indias Occidentales, 2 voll., Madrid 1629-25; A. Lorenzana, Consilios Provinciales I y II de Mexico en las niles de 1353 y 1598, Messico 1760; A. Alando, s. v. in Diccionario Geografico Historico de las Indias Occidentales o America, I, Madrid 1796; P. Gama, Series Episcoporum Ecclesiae Catholicas, Ratisbona 1873; suppl. ibid. 1879, 1886; E. Guillow, Apontes Historicos, Messico 1889.

Ermenegildo Pérez
ANTÉRO (Anterote), papa, santo. - Il suo pontificato fu brevissimo: dalla fine del nov. 235 al 3 genn. 236. Successe a Ponziano, che esiliato in Sardegna dall'imperatore Massimino, rinunciò nel sett. 235. Non è sicuro che A. sia morto martire della fede. Il Liber Pontificalis (ed. Duchesne, I, p. 147) lo fa

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martire collegandone la morte con quella di un certo presbitero Massimo, il quale sarebbe pure stato martirizzato. Si deve però notare che il testo del Liber Pontificalis è nei vari manoscritti molto guasto, per cui la ricostruzione ne rimane dubbia.

Il nome di A. non si trova nella Depositio Martyrum e il Cuiologo Liberiano dei Papi, parlando della morte di lui, usa il termine dormit, regolarmente adoperato per quei Papi che non hanno dato la vita per la fede. A. venne sepolto nel cimitero di S. Callisto, nella cripta dei Papi. Fu il primo ad esservi deposto, perché solo più tardi la salma del suo antecessore Ponziano venne trasportata dalla Sardegna a Roma. La lastra che chiudeva la sua tomba, scavata in una delle pareti della cripta, è stata ritrovata dal De Rossi. Vi sono scolpite le parole: ANTEPIIX EIII ( σ π 0- π 0 ς). E apocrifa la decretale a lui attribuita che permette ai vescovi di passare da una sede all'altra. Di nessun valore è pure la notizia del Liber Pontificalis che "hic gesta martyrum diligenter a notariis exquisivit et in ecclesia recondit». E venerato nella Chiesa latina come martire al 3 genn.

Bibl.: Martyr. Hieronymianum, p. 24; Liber Pontificalis, ed. L. Duchesne, I. Parıo 1886, pp. acv, 147; ed. Th. Mommsen, Ber. linn 1898, p. 26; Martyr. Romanum, p. 4; G. B. De Rossi, La Roma sotterranea cristiana, II. Roma 1867, pp. 22-28, 180-84; P. Allard. Storia critica delle perseracioni, vers. ital., II. Firenze 1932. pp. 190-92.

Pietro Goggi - A. Pietro Frataz
ANTERO MARIA di San Bonaventura. - Teologo, esegata e predicatore, al secolo Filippo Miccone, n. il 5 sett. 1620 a Sestri Ponente (Genova), m. il 7 luglio 1686. Alterando la data del suo attestato di battesimo, entrò a 14 anni non compiuti fra gli Agostiniani scalzi a Genova. Sacerdote nel 1644 , si dedicò alla predicazione e a una vita di eroica penitenza.

Il suo altissimo zelo per le anime si manifestò negli anni 1656-57, quando Genova e i suoi dintorni vennero colpiti dalla peste: fu l'animatore di quanti soccorrevano e ricoveravano gli appestati. Documentò la storia di quel periodo nel suo libro Li lazaretti della città (Genova 1658 , 1744). Nel 1639 fu cletto maestro dei novizi della provincia di Genova, nel 1662 priore del convento di San Remo, poi fu inviato visitatore dei conventi di Germania.

Ritornato, si ritirò nel convento di S. Nicola a Genova, ove compose la sua opera principale, in 3 voll. in-fol., Ponderationes in Psalmos iuxta multiplicem Divinarum Scripturarum sensum (Lione 1673. Genova 1681) di cui curò la stampa recandosi in Francia. Fu priore del convento di S. Nicola e nel 1665 priore provinciale. Dimorò sempre a Genova. Nel 1686 fu cappellano militare su una galea che partiva per combattere i Turchi. Seguì per terra le truppe abarcate, ma, colpito da febbre, morì nell'isola della Sapienza, lasciando fama di miracoli e di grande santità. Pubblicò anche (a Genova): Auri gemmarumque mystica frolina (1677); Scegliatoio dei sfracendati (1679); Apostolorum Acta (1681, 1684); Discorsi quaresimali (1683).

Bibl.: Archangelo dell'Epifania. Vita del gran servo di Dio venerabil padre A. M. di N. R., Roma 1691; Carlo Giacinto. Vita, ms. nel Convento di S. Nicola a Genova; Gio. Bartolomeo da S. Claudio, Lastri Storiali de' scalzi Agostiniani eremiti, Milano 1700, pp. 222-79; Basilio M. Cinque della Croce, Glorie nostre, Napoli 1933, pp. 272-89.

Ansíridu Hulsbosch
ANTESTÉRIE ('Avסe σ τ η̂ ρ ι α ). - Feste comuni a tutte le stirpi ioniche; su quelle attiche siamo, com'è naturale, meglio informati. Duravano tre giorni ed avevano luogo l'ri, 12 e 13 del mese antesterione, (fine di febbraio-primi di marzo).

Il primo giorno si chiama π ι vartheta α ι γ i α, e celebrava l'apertura dei "dadi" di terracotta semiapolti nella terra, nei quali il vino aveva compiuto la sua fermentazione. All'allegra festa della spillatura del vino partecipavano, con danze e canti, tutti, anche gli schiavi ed i ragazzi; né mancava un lato pratico, costituito dalla vendita del nuovo prodotto. Questa parte della festa era essenzialmente pri-
vata, ed indubbiamente risale al tempo in cui Atene era un centro puramente agricolo.

Il secondo giorno era detto χ^{′} α ε ς, ossia "brocche", ed era festa pubblica. L'atto cultuale più importante era costituito dalle nozze sacre della basilissa, ossia della moglie dell'arconte-re (in origine, s'intende, della vera regina) con Dioniso. Quattordici donne, scelte fra le più nobili e dette γ ε ρ α ι χ α i, le venerande, accompagnavano la basilissa al Dous α λ ε i ω ν, originariamente la dimora del re, e ve la racchiudevano per una notte insieme all'antico simulacro ligneo del dio. Era questa la sopravvivenza di un venusto rito magico, inteso ad assicurare la fertilità del suolo, nella imminente rinascita della natura. La processione partiva dall'antico tempio di Dioniso nella bassura ( Δ ι α ν ν σ ° ς è ν λ ξ α ν α ι ς ), dove le γ ε ρ α ι χ α i e la basilissa avevan compiuto varie cerimonie ai "quattordici altari" del santuario. Essa rivestiva - per opera della folla che accompagnava l'idolo
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(da L. Denbner, Attiuch. Freie)

Anrestérte - La basilissa procede alle nozze con Dioniso, che hanno luogo nel secondo giorno delle A. - Pittura vascolare (sec. V a. C.).

- la basilissa come si accompagnano" gli sposi alla loro dimora - tutti i caratteri di una carnevalata. Tale la facevano la presenza di gente ritualmente travestita, l'uso di lazzi e scherzi fra le gente che seguiva la processione su carri e quella che la seguiva a piedi, e infine il particolare - rivelatoci da pitture vascolari - di trasportare il simulacro del dio su una nave, collocata su un carro.

Ma anche nella cerchia privata il giorno delle χ^{′} α ε ς aveva grande importanza. I bambini che avessero raggiunto il terzo anno di età ricevevano piccoli regali: molti vasi minuscoli ce li rappresentano mentre si baloccano con i doni ricevuti. All'uso rituale del di delle χ^{′} α ε ς, che ognuno bevesse nella sua brocca, con divirto di farne gustare ad altri, e al fatto che in tal giorno tutti i templi erano chiusi, associavano gli antichi un mito: Oreste, macchiato ancora della colpa del matricidio, era capitato ad Atene proprio nel giorno delle χ^{′} α ε ς, e per evitare che l'impurità rituale dell'ospite inatteso impedisse la prosecuzione della festa, si era ricorso all'istituzione di questi due usi. Ma la ragione vera è da ricercarsi nel duplice carattere delle a., che crano sacre, oltre che alle forze della natura, agli spiriti dei trapassati. Nel di delle χ^{′} α ε ς si diceva infatti che gli spiriti dei morti andassero vagando fra i vivi.

Esclusivamente funerario era il terzo, detto χ ó τ ρ o ι ossia "pentole", dai recipienti nei quali si offrivano ad Ermete dell'altretomba (Hermes Chthonios), semi di ogni specie di legumi, i quali non dovevano essere toccati da alcuno, evidentemente perché destinati ai morti. Al termine delle a. i morti, che erano stati ormai soddisfatti, erano pregati di andarsene con la formula: "Andate via, o Spiriti, le a. son finite!".

Da tutti i particolari della festa appare evidente

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che si trattava di una festa destinata a chiudere l'anno ed inaugurare il nuovo, sotto la protezione di una divinità naturistica, signora della vita e della morte. La identificazione di questa divinità con Dioniso può essere relativamente recente, ma i riti sono antichissimi e tipici della mentalità primitiva, come tipicamente primitivo è il mito della morte di Dioniso in questo mese ; mito poi passato in dimenticanza, ma che ben si armonizza col rito e col concetto dell'anno che muore e che rinasce.

BibL.: La mieliore e più recente trattazione in L. Deubner, Attische Feste, Berlino 1932, pp. 93-123, con tutta la bibliografia anteriore; ivi anche un ricco materiale illustrativo. Per la bibliografia più antica, vedi S. Ferri, s. v. in Enc. Ital., III, p. 461 .

Paulino Mingazzini
ANTHEM. - Dal greco ávтıgaví = antiforu, termine inglese per indicare, nella liturgia della Chiesa anglicana, una composizione religiosa su testo biblico in forma di mottetto (autori principali: T'ye, Tallis, Byrd, Gibbons). In seguito alla diffusione dello stile monodico, dalla metà ca. del sec. xvit si trasformò in una composizione affine alla cantata, in cui, oltre ad autori minori come Humphrey, Blow, Wise, Clarke ed altri, eccellono H. Purcell e G. F. Händel. Ampliaia nella parte strumentale, l'a. è rimasta in uso in Inghilterra sino ai giorni nostri.

ANTHROPOS. - Rivista internazionale di etnologia e di linguistica fondata nel 1906 s Mö.lling, presso Vienna, dal padre Guglielmo Schmidt della Società del Verbo divino, e recentemente trasferita a Friburgo in Svizzera. Esce in fascicoli quadrimestrali, raccolti ogni anno in un volume, corredato largamente di illustrazioni, tavole, diagrammi, piante, carte geografiche. Vi si pubblicano scritti redatti nelle principali lingue europee ed in latino, e contributi di studiosi e missionari, su religioni, miti, vita etica e sociale, ergologia, ecc. In appositi Analecta ed Adblitamenta si affrontano questioni scientifiche di interesse speciale. Il periodico ha per sussidio tre serie di contributi, rispettivamente a sfondo etnologico, linguistico ed esplorativo: questi ultimi, frutto di ricerche compiute sui luoghi da membri dell'istituto presso le genti di maggior interesse etnologico.

Paolo Dalla Torre
ANTIBIOTICI, da ávri = contro, e β i ́ o c= vita. - Il termine di antibiosi è stato usato per la prima volta, nel 1889 , da P. Vuillemin, per indicare alcune manifestazioni di concorrenza vitale fra microorganismi. E stato più di recente ripreso da S. A. Waksman, E. S. Horning, M. Welsch e H. B. Woodruff (1942) per indicare l'azione di una categoria di sostanze chimiche prodotte dal metabolismo microbico, capaci di inibire la moltiplicazione o le attività metaboliche di altri microorganismi. Questa definizione si rivela però sempre più incompleta e inesatta, quanto più si ampliano le nostre conoscenze sull'antibiosi, e quanto più si estendono i suoi confini, fino a confondersi con quelli di altri fenomeni di microbicidia e di concorrenza vitale.

Ad ogni modo per a. s'intendono sostanze prodotte dal metabolismo di esseri viventi, per lo più vegetali inferiori, però anche vegetali superiori e perfino animali (M. Pavan). La loro costituzione chimica, che solo per qualcuno ci è perfettamente nota, è oltremodo complessa e svariata, e non ci permette una definizione o una delimitazione attraverso questa via. Nella loro azione che si manifesta anche a diluizioni fortissime, gli a. manifestano una certa specificità, più o meno stretta.

Le prime osservazioni sull'antibiosi risalgono al padre stesso della batteriologia, al Pasteur, il quale fin
dal 1877 aveva rilevato l'azione antagonistica esercitata da alcuni germi saprofiti sul bacillo del carbonchio, e ne aveva tratte speranze di applicazioni terapeutiche. Molti altri studiosi nei decenni successivi osservarono fenomeni di antibiosi, e alcuni tentarono anche qualche applicazione terapeutica, che ebbe però scarso seguito.

L'èra antibiotica nella medicina è stata inaugurata appena di recente, con la scoperta della penicillina, individuata e studiata nel 1929 da A. Fleming, successivamente purificata e sperimentata da H. W. Florey, Chain, e tutta una numerosa serie di studiosi. La penicillina, prodotta da una muffa: Penicillium notatum, è particolarmente attiva nelle infezioni da cocchi e in quelle da spirochete, e la sua introduzione in terapia ha portato ad una vera rivoluzione nelle prognosi e nel decorso di queste malattie, permettendo di troncare alle volte in poche ore quadri morbosi gravissimi e rendendo fauste delle prognosi prima assolutamente mortali.

Un secondo a. che sta acquistando una importanza notevolissima in medicina, è la streptomicina, prodotta da Streptomyces griseus, scoperta a studiata da Waksman e collaboratori. Questo a. agisce specialmente su quei germi che non risentono un beneficio dalla terapia penicillinica. Particolarmente importante è la sua azione terapeutica nella tubercolosi, che per quanto non ancora completamente chiarita e definita nei suoi limiti e nelle sue possibilità, pure ha suscitato grandi entusiasmi e speranze.

Numerosi a. sono stati isolati e studiati, ma per quanto riguarda le loro applicazioni in terapia, essi sono ancora in fase sperimentale. Tra questi i più noti sono: la gramicidina, la tyrotricina, la subtilina, la chloromycetina, la polymyxina, ecc.

A prescindere dall'altissima importanza pratica che gli a. hanno in medicina, essi interessano anche da un punto di vista puramente teorico. Qualcuno ha voluto dare di essi un'interpretazione finalisnca, considerandoli come un mezzo di difesa degli esseri viventi di fronte ad altri esseri viventi, nella lotta per la vita. Non si può escludere che, almeno in alcuni casi, ciò possa corrispondere a verità, ma non bisogna neppure generalizzare. Anche nella medesima specie di microorganismi, solo pochi ceppi sono capaci di produrre a. in misura notevole, e solo in particolarissime condizioni di ambiente, quali eccezionalmente si riscontrano in natura. Inoltre l'attività antibiotica si esplica con particolare intensità di fronte a germi che ben di rado sono in concorrenza vitale con il microorganismo produttore dell'a. Per di più i germi, come si può constatare sperimentalmente, riescono con relativa facilità ad adattarsi all'a.: divengono cioè antibiotico-resistenti.

Quindi, se anche si può ammettere che l'antibiosi possa costituire una delle molteplici armi che gli esseri viventi mettono in opera nell: concorrenza vitale, non si può peraltro attribuirs. ad essa un valore prettamente fin distico, e bisogna riconoscere che il fenomeno dell'antibiosi è uno dei molti mirabili fenomeni di armonia-disarmonia che s'incontrano nell'insondabile mistero della vita.

BibL.: L. Pasteur-J. Joubert, in Comptes-R. Acad. Sc., 83 (1877), pp. 101-102; P. Vuillemin, in Ats. franc. Av. Sc., parte ²², 1889, p. 323; A. Fleming, in Brit. Tourn. exper. Palial., 10 (1926), pp. 226-236; S. A. Waksman-E. S. Horning - M. Welsch-H. B. Woodruff, in Soil Science, 24 (1942), pp. 281-96; S. A. Waks-man-E. Bugle-A. Schutz, in Proceeding Staff. Meet. Meas Clin. 19(1944), pp. 237-248; H. W. Florey, in Brit. Med. Tourr., 4427 (1943), pp. 632-42, e in Brit. Med. Bull., 4 (1946), pp. 248-58; M. Pavan-A. Nascimbene, in Boll. Soc. Med.-Chirurg., 1948, fasce. 1-II, pp. 1-4.

Brenno Babudici

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ANTICAMERA PONTIFICIA. - L'A. P. - o meglio, come si legge nell'Annuario Pontificio, la Nobile A. Segreta - comprende tutte quelle cariche che hanno funzioni di immediato servizio alla persona del Papa. Prima fra i suoi componenti è il Maggiordomo di Sua Santità, seguito dal Maestro di Camera, dall'Uditore di Sua Santità, dal Maestro del Sacro Palazzo Apostolico, dal Gran Maestro del S. Ospizio, dai Cameriari segreti partecipanti, e dai Cameriari segreti di spada e capp:a partecipanti, per i quali tutti v. famiglia pontificia.

La denominazione di A. P. od altra equivalente, non si rinviene nel Lunadoro, Relazione della corte di Roma, edita nel 1664 ; e da ciò si potrebbe congetturare che l'espressione fosse meno antica. Nei Diari di Roma, che si comincinrano a pubblicare nel 1716, si qualifica invece chiaramente e ripetutamente come «a. segreta» il complesso delle persone addette al servizio immediato del Papa. Data l'indole delle sue competenze, è naturale che essa fosse costituita da funzionari e personale di fiducia del S. Padre; donde la conseguenza che, alla morte del Pontefice, molti componenti la Nobile A. Segreta venivano sostituiti da altre persone che godevano la particolare benevolenza del neo-eletto. Spesso però i Papi confermarono in tutto o in parte l'A. Segreta del predecessore.

Numerosi furono in ogni tempo i funigitari del Papa, che, durante il loro servizio, ricevettero speciali incarichi di grande importanza o vennero inviati presso le corti sovrane e principesche per trattare affari di rilievo, o per rappresentare il Pontefice in cerimonie o avvenimenti straordinari.

Guglielmo Felici
ANTICHI, Prospero: v. prospero bresciano.
ANTICHITÀ CRISTIANE, studio delle: v. ARCHIOLOGIA CRISTIANA.

ANTICLERICALISMO: v. CLERICALISMO.
ANTICRISTO. - Avversario di Cristo che, alla fine dei tempi, sedurrà con satanici prodigi e astuzie molti cristiani, infine sarà annientato da Cristo nella sua parusia (v.). Il termine dot{α} × dot{ε} χ μ σ τ o s (a anti-Messia-) che ricorre quattro volte nel Nuovo Testamento, implica il duplice senso del prefisso dot{α} ν dot{ε} : soppiantamento (come in Filone dot{α} ν dot{ε} hat{δ} ε ° ς «empio»; mentre in Omero dot{α} ν dot{ε} hat{δ} ε ° ς ha senso elogiativo: "quasi divino, simile a Dio·), e opposizione (come dot{α} ν dot{ε} hat{ε} ε ε ° ς, dot{α} ν dot{ε} hat{δ} ι ° ς ). L'A. è il nemico capitale di Cristo, dal quale usurpa, o tenta di usurpare, la dignità e il dominio.

Il concetto, precisato negli scritti paolini e giovannei, è solo in embrione nel Vecchio Testamento. Fin dal "protovangelo" (Gen. 3, 15) è delineata la lotta religiosa fra il Messia a capo dei giusti e Satana con i suoi satelliti.

I Profeti rilevano l'ostilità delle Genti, i cui re rappresentano popoli più che individui (cf. Is. 34): "Faraone" è il primo re nemico vinto da Jahweh; seguono il re di Babilonia (Is. 14, 4-17; 21, 1-10), Sennacherib, Nabucodonosor, Antioco IV Epifane, Pompeo. Questi potenti nemici di Jahweh, che il Re Messia egominerà (Ps. 2 e 109), trasponendosi sul piano escatologico diventano tipi dell'A. Dal tempo dell'esilio, nelle descrizioni profetiche della «fine dei tempi ", domina l'aggressione e la sconfitta del nemico di Dio, la cui nozione si va precisando come opposizione alla teocrazia d'Israele concepita come Regno di Dio. Ezechiele traccia già i lineamenti dell'A. negli oracoli contro Tiro (28, 2, 9) e contro i vari re incirconcisi (32), e nell'allegoria di Gog, il feroce assalitore che è annientato con i suoi sui monti d'Israele (38-39), dà la prima "perscollcazione dell'A. " (E. Tobac, Les prophites d'Israël, II, Malines [1921], p. 417). Joel (3) e Zach. (1, 7-14; 5,5-11; 12; 14, 1-19) rafforzano l'antitesi tra i due regni, divino e satanico: la vittoria sul nemico riempie il gran "giorno di Jahweh»; ma non nominano un capo della coalizione delle potenze del male.

Daniele propone come tipico mostro d'iniquità Antio-
co IV Epifane ( 7,8 ; 8,9-14,23-26 ;[9,27] ; 11,21-45 ) che con lusinghe e violenze realizza il colmo d'empietà predetto per la fine dei tempi. J. Knabenbauer (Comment. in Dan. proph., Parigi 1827, pp. 192, 267) sostiene, allegendo l'autorità di molti Padri, che Dan. 7,8 e 9,27 parla dell'A.; all'opposto, S. R. Driver (The Book of Daniel, Cambridge 1912, p. xcviI) e J. A. Montgomery (The Book of Daniel, Edimburgo 1927, p. 83) affermano che è del tutto inesatto parlare di un A. danielico. In realtà, Dan. predice tipicamente, in Antioco IV, l'A. (J. Götenberger, Das Buch Daniel, Bonn 1929, p. 93; J. B. Pelt, Histoire de l'A. T., II, 7^{text {a }} ed., Parigi 1925, pp. 357-83). Ormai il quadro dell'opposizione escatologica al Regno di Dio e del futuro re nemico di Dio si modellerà sullo schema danielico: il nemico d'Israele si profila sempre più come nemico di Dio, finché nel Nuovo Testamento Dio e l'anti-Dio (il Messia e l'anti-Messia) rimangono soli in campo.

Nelle "apocalissi " giudaiche rimane, intanto, l'aspetto politico del nemico di Dio, che è il nemico dei Giudei, cioè Roma con cui ormai s'identifica il mondo pagano. L'oppressore romano (Pompeo) nei Salmi di Salomone 2 e 17 è per antonomasia "il peccatore ", "l'empio ", anzi il "dragone". In IV Eid. 5, 6, "regnerà colui che l'abitante della terra non aspetta": questo indesiderabile sembra l'A. (B. Vinlet, Die Apokalypsen des Esra und des Baruch, Lipsia 1924, p. 26); cf. Apoc. Baruch sir., 36 e 40. Nei Testamenti dei XII Patriarchi (Levi 18, 12) e Assunzione di Mosè 8, la lotta antimessianica è sferrata da Beliar; in III Sibyll. 63-76, Beliar riconduce Nerone. Nerone rediriva (cf. Tacico, Hist., I, 2; II, 8; Svetonio, Nero, 40, 57) appare in IV Sibyll. 109-14, 137-45; V Sibyll. 1-51, 215246, 361 sg.; VIII Sibyll. 146-58; in Ascensione d'Isaia 4, 2-18, si ha Beliar incarnato in un re (Nerone). Da questi scritti R. H. Charles deduce che verso il 90 d. C. si fondono i miti di Beliar e di Nerone "reversurus".

E certo quindi che l'antica "letteratura giudaica non conosce un A. personale" (J. Bonsirven) né un A. umano propriamente detto. Manca perciò di base la tesi di W. Bousset, secondo il quale l'A. è una leggenda giudaica accertata dai cristiani. Negli apocrifi, Beliar (che non è entità escatologica) e altre incarnazioni del male non appaiono in diretta lotta antimessianica; anzi all'apparire del Messia e del suo Regno scompaiono. Una specie di A. è Armilis (già in Targum Jonathan e Is. 11, 4, ove sembra interpolato), che appartiene però alla letteratura gaonica del sec. viII d. C. (D. Castelli, Il Messia secondo gli Ebrei, Firenze 1871, p. 239 sgg.). Cf. H. L. Strack-P. Billerheli, Komm. zum N. T. aus Talmud und Midrasch, III, Monaco 1926, pp. 637-40. L'escatologia degli apocrifi cristiani dà invece gran risalto all'A., che la parousia di Gesù annienterà (Apocalisse di Elia, sec. i o tit).

Nel Nuovo Testamento scompare la visuale nazionalistica che identifica "nemico di Dio" e Genti. L'antimessianismo diventa anzi triste caratteristica giudaica (Act. 4, 24-32; I Thess. 2, 14-16; 4 Vangelo; Apoc. 2, 9; 3, 9). I Vangeli non mentovano un A. individuale. Gesù preannunzia molti pseudocristi (cf. Deut. 18, 20) e pseudoprofeti (Mt. 24, 11. 25; Me. 13, 22; Io. 5, 43 b), le cui dottrine e prodigi d'impostura svieranno molti: questi stanno all'A. come la ²ᵃ Bestia di Apoc. 13 sta alla ¹ᵃ Bestia. Ma in I Io. lo pseudoprofeita (4, 1-3) si identifica con l'A. (2, 22 : uguali connotati); cf. Apoc. 16, 13; 19, 20; 20, 10. I Padri applicano direttamente all'A. Io. 5, 43 b: p. ex. Origene (Traccatus de libris ss. Scripturarum, ed. Batillat, Parigi 1900, p. 116).

L'A. appare esplicitamente in II Thess. 2 (ca. 52 d. C.) come "l'uomo del peccato": i vv. 3-5 lo descrivono come anti-Dio, i vv. 6-12 come anti-Cristo. L'avversario ( dot{α} dot{α} τ τ ε ε(ε ε ν ° ς) di Dio è «il figlio della perdizione, che si estolle sopra tutto ciò che si chiama Dio o ha culto divino, al punto di insediarsi nel tempio di Dio, esibendosi quale Dio" (v. 4). Per ora è trattenuto da una forza ( τ dot{ε} α α τ ε_{χ} γ ν ) vivente e razionale

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(ó varkappa α τ dot{α} χ ω v ), e quindi svolge la sua opera iniqua occultamente ( τ dot{δ} μ ν σ τ η̂ ρ ι o v τ η̂ ς áv ω μ i α ς ); quando l'ostacolo sarà rimosso (alla fine dei tempi) si verificherà "l'apostasia»: l'iniquo (ó áv ω μ ° ς ) "apparirà in ogni potenza per virtù di Satana con prodigi d'impostura e ogni sorta di seduzione peccaminosa, per la perdizione di quanti avranno creduto al mendacio e non alla verità" (vv. 9-12); ma Gesù apparirà e annienterà l'iniquo (v. 8) : sono contrapposte le due "parousie" avverse. Si tratta qui, come intesero già le Ps-Barnaba, Giustino (C. Tryph., 3a. 110), Ireneo (Adv. Haer., V, 25, 4; 28, 2) e Ippolito, dell'A. ("Significari Antichristum nullus ambigit»: s. Agostino, De Civ. Dei, 20, 19), che l'Apostolo descrive con i lineamenti di Antioce IV espressi da Dan. 9, 35-45; 11, 21-12, I (J. B. Orchard). Paolo distingue due tempi : già ora l'A. esiste e opera in segreto; alla fine però avrà piena libertà d'azione (cf. Apoc. 17, 8; 20, 3 b. 7), ma dopo un breve trionfo sarà sgominato da Gesù (cf. Apoc. 20, 3 [vmodico tempore:]. 8-9).

Analogamente Giovanni, l'unico agiografo che usa il termine áv τ i χ ρ ι σ τ o s ( 4 volte nelle due prime epistole), distingue i due tempi; ma per il suo scopo parenetico insiste sul presente, mentre Paolo doveva ai Tessalonicesi illustrare "l'apostasia" come segno della fine. Giovanni afferma nelle epistole che l'A. "è già nel mondo ", anzi che ve ne sono già molti ( I, 2,18. 22; 4, 3; II, 7). Allude all'attesa escatologica ( I, 2,18; 4, 5), aggiungendo che l'attuale presenza di una moltitudine di A. negatori di Cristo è segno che siamo giunti alla fine dei tempi ( I, 2,18 ); gli impostori negatori di Cristo sono mossi dallo "spirito dell'A." ( I, 4,3 ), cioè da Satana. L'A. è come il tipo ideale; in realtà si estrinseca in una pluralità di oppositori a Cristo, artefici dell'« apostasia» finale (cf. I Tim. 4, 1-2; II Tim. 3, 1-5; 4, 3-4; Tertulliano, De praescriptione, 4, 33). Policarpo (Ad Phil., 7, 2) riecheggia il suo maestro Giovanni.

L'Apoc. è il quadro profetico della lotta fra Cristo e l'A., come rileva s. Ireneo (Adv. Haereses, V, 30, 3 : PG 7, 1207; e presso Eusebio, Hist. eccl., III, 18), o piuttosto fra le due collettività (Chiesa e mondo incredulo) che fanno ad essi capo.

La Bestia dal mare (13, 1-8), derivata da Daniele, bestemmiatrice che combatte e vince i santi di Dio, su cui siede Babilonia, cap. 17, è l'A. politico, cioè la potenza e civiltà mondana che allora s'incentrava in Roma. La Bestia dalla terra (13, 11-17) le è subordinata come "profeta" (16, 13; 19, 20; 20, 10): è uno pseudoagnello (pseudocristo) e, quale "sammo sacerdote dell'A." (Ippolito), con prodigi seduce i popoli ad adorare la prima Bestia. Le due Bestie rappresentano l'A. perpetuo sotto i due suoi aspetti, politico e intellettuale (dominio e propaganda, potenza e seduzione). Il nemico che suscita e dirige tutta la lotta anticristiana è Satana (il Dragone), che però non interviene a viso aperto (2, 24). Non avendo potuto divorare Cristo (12, 4-5), precipitato in terra perseguita gli "altri figli» della Donna e lancia all'assalto dell'umanità due suoi luogotenenti terrestri (le due Bestie), come Cristo ha i suoi due testimoni (ir, 1-13) che sono una realtà unica (la Chiesa). Secondo un ritmo costante, l'opposizione tra Cristo e l'A. è dipinta in antitesi simmetrica: entrambi sono re della terra ( 1,5 e 2,7; 13, 2. 7); Cristo è leone e agnello (5, 5-6), l'A. è ibrida bestia (13, 2); l'Agnello (Cristo) ha sette corna e sette occhi ( 5,6 : «i sette spiriti di Dio n ; 4,5 ), la Bestia ha sette teste e sette corna (17, 9: «i sette imperatori»); Cristo e l'A. sono in-
tronizzati ( 14 ; 13,4,12 ). L'A. è dunque la caricatura di Cristo, e il regno del peccato è la sacrilegz contraffazione del regno di Dio. Ai lineamenti di Antioco IV già invalsi per descrivere l'A., l'Apoc. aggiunge velatamente quelli di Nerone (13, 18; 17, 8-12). Anche l'Apoc. distingue i due tempi : la lotta contro le forze anticristiane di persecuzione e di persuasione è fin d'ora asperrima, attestata in cielo dai confessori e dai martiri (2, 10-11; 7, 14; 12, 9-11; 14, 12-13; 20, 4), ma culminerà alla fine dei tempi con lo scatenamento delle potenze sataniche, che infine saranno sconfitte per sempre ( 16,13-16 ; 20,7-10 ). L'Apoc. di Elia e quasi tutti gli esegeti (eccetto Ticonio) fino al sec. xvir vedevano in 11, 3-13 la lotta dell'A. contro Enoch ed Elia.

La Didachè 16, 3-4 annunzia per * gli ultimi giorni * il moltiplicarsi degli pseudoprofeti e dei corruttori, tra cui emergerà il seduttore del mondo spacciantesi per Figlio di Dio ( γ α ν η η α τ α : ó κ ω σ μ α α λ α dot{α} σ ς ς ás α α̂ ς; θ α σ α̂ ), farà prodigi e dominerà la terra. L'Epist. Barnabae annunzia imminente la finale apostasia (4, 3: τ dot{α} τ dot{ε} λ α ι ° ν σ α dot{α} ν α̂ α λ ° ν η̂ γ γ ι α α ), "come dice Enoch * (Enoch etiop. 89, 61-64; 90, 17) e Daniele (Dan. 7, 7 sg. 24), e raccomanda di "resistere" (come I Pt. 5, 9) nel periodo dell'empictà ( dot{ε} ν τ hat{ς} dot{α} ν ω̂ μ ω σ α ι ρ ω̂ ) affinché non entri subdolamente "il Nero" (4, 9: dot{text { s }} Mé λ α ς ) cioè l'A.

I Padri considerano l'A. come un falso Messia strumento di Satana; il Messia atteso dal giudaismo è per i cristiani l'A. (E. A. Sophokles, Greek Lexikon of the Roman a. Byzantine Periods, Nuova York 1900, p. 192): "Antizpistum pro Xpisto recepturi sunt" (Origene, ep. cit., p. 31). Generalmente lo ritengono un Giudeo della tribù di Dan (Ireneo, V, 3; Ippolito, De Antichristo; Girolamo, In Danielem, XI; Ambrogio, De benedictionibus Patriarcharum 7; Agostino, Quaestio 22 in Tosse; Teodoreto; Andrea di Cesarea; Gregorio Magno, Isidoro, Beda; ciò è ammesso come probabile fino a s. Antonino, sec. xv), o «un re dei Giudei» (Primasio). Il triste privilegio di Dan è dedotto da Gen. 49. 17, e dall'omissione del suo nome in Apoc. 7, 5-8. Talora Nerone redivivo è considerato come A. (Cirillo Gerosol.), col titolo di «re dei Giudei» (Vittorino di Pettau) o come precursore del Giudeo di Dan (Commodiano, Lattanzio). I Giudei posteriori faranno dell'«uomo del peccato" un figlio di Satana e di una donna (Simson ben Johsi; Apoc. di Daniele). Nei tempi moderni J. Mariana, Schalia in F. ac N.T., Madrid 1619, ritornò alla leggenda, divulgata verso il 300 da Vittorino (Comm. in Apoc., 17, 9-16) e Commodiano (Carmen. apolog., 825; Instructiones, I, 41, 7), che identificavano l'A. con Nerone redivivo; E. Renan la trasformò in assioma che pose alla base della sua interpretazione dell'Apoc. (L'Antéchrist, Parigi 1873). Per Renan come per gli altri razionalisti, l'A. è una leggenda popolare; W. Bousset le rivendica importanza storico-religiosa, psicologica, folkloristica.

Parrebbe che il coagularsi della concezione dell'A. in unica persona sia avvenuto nella tarda apocalittica giudaica (sec. I), donde passò ai cristiani. Dal sec. II ad oggi la quasi unanimità dei cattolici, oltre distinti esegeti protestanti (Th. Zahn, G. Wohlenberg), ammise l'A. come persona individuale; F. Suárez (De mysteriis vitae Christi, disp. 54, sect. I, n. 7) dichiara ciò "res certissima et de fide", e recentemente B. Rigaux ha ampiamente sostenuto la tesi dell'A. individuale concludendo (p. 397): «Nel Nuovo come nel Vecchio Testamento, l'opposizione finale al regno di Dio, benché collettiva, si concreta in un individuo a

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Anticristo - Pradicazione dell'A., e conseguenze della medesima, Aifresco di Luca Signorelli (1500). Orvieto, Duomo, cappella di S. Brizio.

Non bisogna, comunque, appellarsi ad una tradizione dottrinale; " in questi argomenti escatologici non esiste tradizione alcuna" (D. Buzy). D'altronde, i Padri non hanno ignorato che l'A. può essere inteso come collettivita. Origene (In Matth. 48) intende l'A. anche in senso spirituale e collettivo. Ticonio (acc. iv) propende per l'interpretazione collettiva. Agostino, pur ammettendo l'A. individuale, rileva circa II Thess. 2 (De Civ. Dei, XX, 19): "Nonnulli non ipsum principem, sed universum quodammodo corpus eius, id est ad eum pertinentem hominum multitudinem simul cum ipso suo principe hoc loco intelligi Antichristum volunt ", e conclude: "Alius crgo sic, alius autem sic Apostoli obscura verba coniectat ". E già prima Lattanzio a volte sembra intendere l'A. come una realtà collettiva e diuturna (Instit., VII, 19 ne descrive cosi la scomparsa: "Sic extincta malitia et impietate compressa, requiescet orbis, qui per tot saecula, subiectus errori ac sceleri, nefandam pertulit servitutem · ). Gerboh di Reichersberg (m. nel 1169) ammette solo un A. collettivo. In fondo poi, tutti quelli che assegnano come tema centrale dell'Apoc. la lotta della Chiesa con l'A., da s. Ireneo a C. Rösch (1941) e a A. Van der Heeren (1941), debbono avere in mente un A. collettivo, poiché "l'attesa di un A. personale pare assolutamente estranea a tutta l'Apoc." (B. Allo, p. 94).

L'A. individuale non sembra figurare negli scritti biblici. Nel Nuovo Testamento, "l'uomo del peccato" di II Thess., gli A. delle epistole giovannce, le due Bestie dell'Apoc., gli pseudocristi e pseudoprofeti (con l'«abominazione della desolazione", v.) dell'apocalisse sinottica, sono descrizioni varie di una stessa opposizione a Dio e a Cristo (B. Rigaux, p. 386). Ora, questa empia opposizione appare sempre collettiva. L'unico passo che è addotto a favore di un A. individuale è II Thess. 2, 3-12 (B. Rigaux, pp. 275-87). Ma tutto il contesto vieta di intendere qui "l'uomo del peccato"
come un uomo unico che nascerà e vivrà alla fine dei tempi, poiché già ora egli esiste (vv. 4-7) in quanto "il mistero dell'iniquità è in azione" (v. 7); alla fine avverrà la sua piena manifestazione o parousia, che per ora è impedita dall' "ostacolo" ( τ δ axtázov). "L'ostacolo", che sembra essere (come rileva s. Tommaso, seguito da B. Allo e D. Buzy) la vera predicazione evangelica (convergenza di II Thess. 2, 3-12, con Mt. 23, 11 sg. 24; I Tim. 4, 1-2, ove l'«apostasia" è connessa con la falsa predicazione; Apoc. 11, 6-7) operante come "forza di Dio" (I Cor. 1, 18; Rom. 1, 16), è una realtà attuale e duratura che impedisce l'«iniquo " di rivelarsi in tutta l'«attività di Satana", non già di nascere. Poiché l'« ostacolo " è simultaneo e opposto all'« uomo del peccato ", la natura di questo deve stabilirsi in coerenza a quella dell'" ostacolo ", concordemente ritenuto una potenza collettiva che si protrarrà fino all'ultima generazione. Segno della parousia di Cristo non è l'esistenza dell'A., ma il suo trionfale apparire nella forza mendace di Satana. Servendosi della personificazione divulgata principalmente da Daniele (Antioco IV Epifane: v. 8, 78 énıoxvsi3), Paolo dà un aspetto personale alla potenza collettiva e perpetuantesi del male, conferendo cosi movimento drammatico all'antitesi (cf. I Cor. 4, 6). L'« uomo del peccato" può dirsi individuale solo in quanto incarna un tipo. Può anche ammettersi, a titolo d'ipotesi, che la potenza del male sia alla fine messa in opera "da un uomo futuro che conoscerà tutte le forze dell'iniquità" (B. Allo, p. cxiv). Ma fin dall'evo apostolico, viviamo nella "fine dei tempi" (I Cor. 10, 11), e la campagna vittoriosa di Gesù contro il suo nemico è in corso (Io. 16, 33; Apoc. 2, 27; Eph. 1, 21-22); la parousia di Gesù segnerà lo scontro decisivo, l'epilogo del trionfo eterno, dopo l'estremo sussulto del mostro.

Quest'interpretazione collettiva dell'A., affacciata oggi tra i cattolici da P. Pierini, B. Allo, e acutamente

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propugnata da D. Buzy, seguito da J. Bonsirven ( E pltres de s. Jean, Parigi 1935, p. 135) e da F. Amiot (L'enseignement de s. Paul, II, ⁴ᵃ ed., Parigi 1946, pp. 211-14), risponde alla concezione neotestamentaria del regno del male opposto al Regno di Dio realizzato da Cristo. L'A. è implicito nelle frasi paoline sul potere tenebroso che governa questo mondo, regno opposto al Regno di Cristo (Eph. 6, 12; Col. 1, 13; cf. Le. 22, 53) perché retto da Satana «principe di questo mondo» (Is. 12, 31; 14, 30; 16, 11). L'A. è caratterizzato dall'orgoglioso fasto dell'universale dominio e dall'impostura. L'A. si afferma attraverso i secoli finché non effettuerà l'«apostasia»: è una potenza politico-economica che ha il dominio dei mari e detiene ogni commercio (Apoc. 13, 17; 18, 11-19); padrona di tutti i mezzi, soggioga irresistibilmente e affascina gli uomini con la violenza mascherata e le promesse lusinghiere, e con l'interesse e coi piaceri li estrania al Regno celeste (Apoc. 13, 3-17; 17, 3-4, 17-18; 18, 9-24) : più che combattere direttamente Dio gli si sostituisce (ávcið̃os) nel cuore degli uomini, essendo questa l'unica via per annientarne il Regno. L'A. è un essere escatologico, poiché il tempo escatologico comincia con la prima venuta di Cristo, intorno a cui si svolge la lotta e il dramma umano (morte o vita, perdizione o salvezza), e si estende fino alla sua finale parousia: perciò dalla presenza dell'A. si deve dedurre che siamo alla tappa ultima del mondo (I Io. 2, 18). Ma solo la parousia dell'A. con la conseguente "apostasia ", sarà segno della fine imminente (II Thess. 2, 3-12).

Totalmente infondata è la teoria mitica che identifica l'A. con Satana. Già accennata da Celso (Origene, C. Celsum, 6, 42), è oggi sostenuta da H. Gunkel e principalmente da W. Bousset (A. : Satana incarnato), seguito da molti acattolici, come M. Friedländer e in parte R. H. Charles. I testi sacri distinguono nettamente Satana dalI'A., che è una vasta forza umana operante per l'estromissione di Dio e del suo Cristo, mossa e guidata da Satana.

Le identificazioni dell'A. con personaggi o istituzioni sono state innumerevoli; W. Bornemann espone eruditamente le principali. Da Caligola e Nerone fino a Napoleone e Stalin, si ravvisò l'A. in molti uomini politici e cresicachi. Nel medioevo si accentua la paurosa attesa dell'A., già con s. Norberto e s. Bernardo; Uguccione da Lodi (secolo xiti) e il Ludus de Antichristo la popolarizzano; «spirituali» come Libertino da Casale bollano come A. alcuni papi; Guglielmo di Saint-Amour, Giacomino da Verona, Giovanni di Parigi, Nicola de Clémanges, trattano dell'A. con fini di polemica «riformatrice». Spesso il termine è usato in senso largo esecrativo, ad es. s. Caterina da Siena designa l'antipapa Clemente come "A., membro del demonio" (lettera 906). La prossimità dell'A. è predetta da Fluentino da Firenze (condannato nel iros), da Goffredo da Viterbo (1120-91), da Arnaldo da Villanova (condannato nel 1311) e da molti gioachiniti, da Bartolomeo Jassovesio (condannato da Urbano VI), dal boemo Milič (per l'anno 1365-67), da s. Vincenzo Ferreri (De fine mundi et Antichristo, 1412), da Manfredo di Vercelli, dal senese Sigismondo Tizio (m. nel 1598), in connessione con l'attesa fine del mondo. Il Concilio Lateranense V (Sess. XI, Costituz. Supernae maiestatis, 19 dic. 1516; Mansi, XXII, pp. 945-47), dové proibire si prediratori di annunziare l'A. imminente. Ma ancora il ven. B. Holzhauser (m. nel 1658) predicava la nascita dell'A. per la metà dell'anno 1855 e la sua uccisione per l'anno 1911)

Lanciaia da J. Wichelf, fu propagata da Lutero (fin dal 1520 ) l'identificazione dell'A. col papa pro tempore (H. Grisar, Luthers Kampfbilder, fasce. 1-4, Friburgo in Br. 1921-23). Ciò divenne un luogo comune protestante che, sebbene confutato dal Bellarmino (De Romano Pontifice, III) e da J. A. Eudaemon (De Antichristo II. 3 adversus Rob. Abbotum Oxoniensem, Ingolstadt 1609), fu pro-
pugnato da molti inglesi, tedeschi e francesi delle varie sètte. Gli scienziati J. Napier (A plaine Discovery of the whole Revelation of St. John, cap. 7, Edimburgo 1593) e I. Newton (Observations upon the Profecies of Daniel and the Apocalypse of St. John, Londra 1733, postumo) si diedero la pena di sfogare in interi trattati siffatto antiquissimo. Solo H. Grotius rigettò questa esegesi di odio (Amnientiones ad Nov. Test., Amsterdam 1641), e perciò fu coperto d'insulti. La maggior parte di questi esegeti antiromani vedevano il papa-A. nello s* Bestia dell' Apoc., altri nella 1* Bestia o in entrambe. Dal sec. xvili, osservando che l'A. è un essere escatologico e che la fine del mondo non veniva, alcuni abbandonarono tale teoria, che però era ancora cosi diffusa So anni fa, che il card. Newman, confessando che fino all'età di 42 anni ebbe la fantasia "sportata" dall'affucinazione protestante che vede in Roma la capitale dell'A., dovere ampiamente confutarts (The Protestant Idea of Antichrist, in Essay: Critical and Historical, II, Londra 1897; The Patristic Idea of Antichrist, in Discussions and Arguments on Vavions Subject, Londra 1899).

Dinanzi all'apostasia progressiva del mondo odierno, la reazione ha voluto ravvisare l'A. nel "progresso" moderno materialista, meccanico, accentratore (D. Merckkowskij in quasi tutta la sua produzione, ad es. Gesù sconosciuto, trad. ital., Firenze 1933, pp. 256-61), Selma Lagerlöf nel socialismo (Die Wunder des Antichrist, 1897), molti oggi nel bolscevismo (N. Berdjajev; F. Ossendowski, L'ombra dell'Oriente tenebroso, trad. it., Milano 1928, pp. 188-92, 229; L. Cappuccio, U.R.S.S. Regno dell'A., Milano 1933), l'uno d'egni letteratura, G. Combès, Le retour offensif du paganisme, Parigi 1938, osserva che nella massoneria e nel bolscevismo si manifesta" la presenza stessa di Satana" (p. 197), conforme all'enciclica Hommum genus (20 apr. 1884) che denunzia le forze occulte promoventi l'«apostasia " con l' "odio implacabile contro Gesù Cristo che arde nel cuore di Satana ". Leone XIII ha spesso denunziato tale crescente apostasia, deplorando "l'abominazione della desolazione nel luogo santo" (Allocus. Concistoro 30 giugno 1889), la "lotta contro la religione" (Concistoro 30 dic. 1889), il "continuo e presentissimo pericolo di apostatar dalla fede" (Lettera al popolo ital. 8 dic. 1892), "l'avvento dell'apostasia" (Lett. al card. Rampolla 2 ott. 1893), la "fiera guerra al cattolicesimo" (Concistoro 12 ag. 1901; Lett. 2 Sup. Generali 29 giugno 1901), il "sovvertimento legale" e "il naturalismo pagano" (Allocus. al S. Collegio 23 dic. 1902). Pin X nella sua ¹ᵃ enciclica ( E supremi apostolatus cathedra, 4 ott. 1903) ravvisa l'A. nella società atea e pagana, in cui vede avverarsi II Thess. 2, 2-3; ripete ciò nell'enciclica ai Vescovi d'Italia sull'Azione cattolica ( 11 giugno 1905); nell'enc. Notre churge ( 25 ag. 1910) condanna quei cattolici "formanti ormai un miserabile affluente del gran movimento d'apostasia organizzato in tutti i paesi per stabilire una Chiesa universale senza dogmi né gerarchia... che, sotto pretesto di libertà e di dignità umana, ricondurrebbe nel mondo il regno legale della furberia e della forza ". Ora Pio XII fa la tragica connotazione (Allocus. 7 apr. 1947): «Oggi lo spirito del male si è scatenato contro la Chiesa e contro ogni ordinamento umano, anzi contro lo stesso Iddio e contro Gesù Cristo con tanto arcassimento, da far presagire prossima una soluzione definitiva, se non si sapesse che la lotta durerà quanto il mondo e non si risolverà che nella vittoria di Dio... Ma intanto, quante vittime!".

Impressionante è la tesi del capolavoro di R. H. Benson, The Lord of the World, Londra 1907 (trad. it., Il dominatore del mondo, Firenze 1920): l'A. è il naturalismo umanitario che predica la moderazione e la pace e, con mezzi legali, svuota il cattolicesimo; con semplicità persuasiva opera il livellamento fisico e l'unione degli uomini nel godimento terrestre, riscuotendo l'universale approvazione, "e sembra, almeno per quel che vediamo, che si sia aperta la via fino ai più segreti recessi del cuore umano" (trad. it., p. 154). Non diverso è il parere di L. Billot (De Verbo Incarnato, Roma 1892, pp. 437-38; ⁶ᵃ ed., 1922, p. 618) e di J. Meinvielle (De Lamennais d Maritain, Buenos Aires 1945, pp. 363-73).

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![img-9.jpeg](img-9.jpeg)

DEPOSIZIONE (1178)
Forma, Duomo.

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![img-10.jpeg](img-10.jpeg)

L'ANNUNCIATA
Palermo, Museo Nazionale.

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Bibl.: Trattati antichi. - Unico trattato patristico rimane quello d'Ippolito, De Antichristo (202). Nel medinevo fu celebre quello dell'abate Adsonc (m. nel 992), De ortu, vita et moribus Antichristi, attribuito a Rabano Mauro (PL 191, 1289-98); nel sec. xit, Gerhoh di Reichersberg; nel sec. xint, Guglielmo di St. Amour (1234), falsamente attribuito a P.ec. Oresme), il De adveato et statu et vita Antichristi (tra gli apocrifi attribuiti a s. Tommaso); poi : Ugo di Newcastle; Giovanni (Quidort) di Parigi (ex. 1303) riprodotto da Telesforo da Cosenza (ex. 1386); Michele Francois ( 1478 ); Federico Nausea (Vienna 1330); Fed. Staphylococcus (1564); Al. Porro (1597), Prenaggia su tutte l'opera di T. Malvanda, De Antichristo libri audecim (Roma 1604, 2^ ed. triplicata, Valenza 1611); seguono L. Lessio, De A. et eius praesertoribus (Anversa 1611); F. Macedo (m. nel 1681), De Antichristo; A. Calmet, dissertazione nel suo commento a s. Paolo (II, Parigi 1716, pp. xxvi-xvit); dopo C. Roncaglia (Venuta, rertumi e monarchia dell'A., Lucca 1718), cessano, o quasi, i trattati sull'A.

Studi moderni. - W. Bornemann, Die Thessalonicherbricfe (in Kritisch-engeticther Kommentar über das N. T. di H. A. W. Meyer), Gottinga 1894, pp. 348-73, 400-39, 536-796; W. Bousset, Der Antichrist in der Übectiehrung des Judentums des Neuen Testaments und der alten Kirche. Ein Beitrag zur Andeung der Apokalypse, Gottinga 1893 (con largo appurato - religuonapschichtlich ); id., s. v. in Enc. of Rel. and Ethics di J. Hastings, I (1908), pp. 578-81; id., Die Religion des Judentums in späthelienitichen Zeitalter (3^ ed. di H. Gressmann), Tubinga 1926, p. 234 sgg., 316 sgi.; R. H. Charles, The Ascension of Isaiah, Londra 1900, pp. 4111-1211; id., The Revelation of st. John, II, Edimburgo 1920, pp. 89-90; M. Friedlander, Der Antichrist in den vorchristlichen jüdischen Quellen, Gottinga 1901; C. Chauvin, Histoire de l'Antichrist d'après la Bible et les Saints. Pères, Parigi 1903; G. Wahlenberg, Der erste und zivste Thessalonicherbrief (in Kommentar zum N. T. di Th. Zabit, Lipsia 1903, 2^ ed. 1920, pp. 141-38, 177-223; A. Lémant, L'Antichrist: choses certaines, choses probables, choses indizises, choses fantaisistes, Lione 1902 (trad. it. di B. Neri, Torino 1908, 2^ ed. 1919); P. Parini, De Antichristo, Perugia 1906; A. Lemonnyer, in DFC, I, coll. 146-50; J.-M. Vosté, Comment. in Ep. ad Thresalon., Roma-Parigi 1917, pp. 194-221, 263-88; I. L. Ration, Antichrist: An historical Review, Londra 1917; B. Allo, L'Apocalypse, Parigi 1921, pp. cxi-cxxi, 182-86, 198-214, 277-79; F. Prat, La Theologie de s. Paul, I, 12^ ed., Parigi 1924, pp. 94-99; D. Buzy, in DBs, fasc. I-II (1926), coll. 297-305; id., L'adversaire et l'abstacle (II Thess. c. 3-12), in Recherches de Science religieuse, 24 (1934), pp. 402-31 (confuia B. Rigaux); J. Siekenberger, Die Johannesphalypse und Rom, in Bibliche Zeitschrift, 17 (1926), pp. 270-82 (sull'Anticristo-Papato dei protestanti); J. Kaufmann, s.v. Antichrist, in Encycl. Judaica, II, coll. 906-10; B. Nausea, L'Antichrist et l'opposition au royaume messinique dans l'Auc, et le Nouv. Testament, Gentiloux-Parigi 1932 (è il più ampio studio cattolico recente); P. Alcahis, Ecclesia Patristica et millenariums, Granada 1933, pp. 11-22, 27, 40-42, 99; J. Bonserven, Le Judaisme palestinien au temps de 7.-C., I, Parigi 1934, pp. 464-65; L. G. Randal, The Mystery of iniquity and his historical aspects, in Biblisch. Sacra, 91 (1934), pp. 354-68; G. Ritter, Das Judentum und die Schatten des Antichrist, 3^ ed., Graz 1938; J. Kroon, De Antichrist, in Studiën, 70 (1938, 1), pp. 204-12; J. M. Bover, El principio de autoridad, obtrótulo o la aparición del Anticristo: un texto misterioso de s. Pablo (II Thess. c. 3-6), in Rerdo y Fé, 118 (1939), pp. 94-103; J. Holaner, L'Apastolo Paolo (trad. it.), Brescia 1939, pp. 284-93; J. R. Orchard, St. Paul and the Book of Daniel, in Biblica, 20 (1939), pp. 172-79; E. Lohmeyer, s. v. in Reallexikon I. Antike und Christentum, I, Lipsia 1942, pp. 430-57; A. Arrighini, L'A., Torino 1943; P. H. Purfer, The Mystery of Lawlessness, in Cath. Bibl. Quarterly, 8 (1946), pp. 179-91.

Sull'A. nella concezione p